L’affermazione del sindaco di Roma Gianni Alemanno secondo cui le leggi razziali fasciste furono il “male assoluto” ma il fascismo fu un fenomeno complesso, non ha nulla di scandaloso ma è viziata per due motivi. Non è scandalosa perché sostenere che il fascismo fu un fenomeno variegato che, per vari aspetti, si colloca in una zona grigia rispetto all’orrore senza attenuanti del nazismo, è la tesi di molti storici rispettabili e certamente non filofascisti, a cominciare da Renzo De Felice. Ciò detto, la categoria del “male assoluto” è una categoria metafisica che trascina su un terreno fumoso e scivoloso. Inoltre, nel discorso di Alemanno mancava un punto fermo opportunamente messo in luce dal Presidente della Camera Gianfranco Fini: con tutta la comprensione per chi ha agito sinceramente, la ragione stava da una parte – quella di chi combatteva per la libertà e la democrazia contro il fascismo – e il torto dall’altra parte. Questo vale per tutti i regimi totalitari dell’epoca (e per i presenti!). Poi si apre un’analisi storiografica comparativa tra nazismo, fascismo italiano, franchismo, vari regimi comunisti, ecc. ed è indubbio che, sotto questo profilo, il fascismo si presta a valutazioni più complesse e sfumate del nazismo. L’affermazione di Alemanno sarebbe stata quindi ineccepibile se si fosse accompagnata alla pregiudiziale posta da Fini, la quale, a sua volta, si è accompagnata dall’osservazione che non tutti coloro che combattevano dalla parte giusta avevano intenzioni trasparenti e corrette per quanto riguarda la democrazia.
Difatti, non è vietato esprimere giudizi se si è “post” – postfascista o postcomunista – a condizione che si sia molto netti e chiari sulla questione della libertà e della democrazia. Molti di coloro che combatterono sul fronte antifascista non erano affatto limpidi in merito e avevano un progetto che con la democrazia liberale aveva poco a che fare. Perciò, la chiarezza che è stata richiesta ad Alemanno va pretesa anche da chi si è stracciato le vesti di fronte alla sua affermazione e, pur proclamando di essersi distaccato in modo definitivo dal proprio passato comunista, continua a rifiutarsi di condannare il carattere liberticida del comunismo e a cavillare sul fatto che i comunisti sarebbero stati sempre sul fronte della democrazia in quanto antifascisti. Questo è inaccettabile. Se si chiede a giusto titolo di dire che il fascismo è stato dalla “parte sbagliata”, è inammissibile che non si riservi lo stesso giudizio a un regime che ha basato il proprio potere sul crimine di stato, sul Gulag, sul lavoro forzato, sulla collettivizzazione delle campagne imposta mediante la deportazione e lo sterminio di milioni di persone, sull’omicidio sistematico degli oppositori politici.
In un’ottantina di anni di storia gran parte degli italiani (di noi…) sono stati sul fronte dei totalitarismi di destra e di destra, sono stati fascisti o comunisti. Quando si parla di stabilire un minimo comun denominatore politico (non una “memoria condivisa”, che è un’emerita baggianata) non s’intende parlare di abiure e ceneri sul capo: s’intende condividere il giudizio che queste esperienze politiche sono state contrarie ai principi di democrazia e libertà su cui vogliamo che la nostra società continui a fondarsi. Se questo giudizio viene accolto in modo ambiguo, con due pesi e due misure, chiedendo che si stabilisca che il fascismo era la parte sbagliata e poi rifiutandosi di farlo nel caso del comunismo, non ci siamo proprio. L’antifascismo può essere un valore condiviso a condizione che se ne dichiari la totale contraddittorietà con il totalitarismo comunista.
(Tempi, 25 Settembre 2008)
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante Alighieri)
sabato 27 settembre 2008
LE IDEE GIUSTE NON SONO DI DESTRA O DI SINISTRA
Da leggere su Libero di oggi (27 settembre):
Un'intervista a Luciano Canfora:
SCUOLA MALATA DI CATTIVA PEDAGOGIA
Il filologo marxista: «I contenuti in aula sono stati oscurati dal vaniloquio didattico»
«Berlinguer ha squalificato l'università, abrogato i concorsi di accesso alla scuola e inventato le famigerate SSIS. Ha rovinato un'intera generazione...
«Sono molto ostile al vaniloquio pedagogico. Nelle SSIS, per fortuna ora interrotte, non si faceva altro che chiacchiericcio sui metodi di insegnamento. Assurdo: si impara a insegnare appunto insegnando. Ridiamo piuttosto la centralità ai contenuti, alla trasmissione di un sapere specifico»
Ecc.
Un'intervista a Luciano Canfora:
SCUOLA MALATA DI CATTIVA PEDAGOGIA
Il filologo marxista: «I contenuti in aula sono stati oscurati dal vaniloquio didattico»
«Berlinguer ha squalificato l'università, abrogato i concorsi di accesso alla scuola e inventato le famigerate SSIS. Ha rovinato un'intera generazione...
«Sono molto ostile al vaniloquio pedagogico. Nelle SSIS, per fortuna ora interrotte, non si faceva altro che chiacchiericcio sui metodi di insegnamento. Assurdo: si impara a insegnare appunto insegnando. Ridiamo piuttosto la centralità ai contenuti, alla trasmissione di un sapere specifico»
Ecc.
mercoledì 24 settembre 2008
DEMAGOGIA
Si dice che il ministro-ombra dell’istruzione Mariapia Garavaglia, nel corso della trasmissione Porta a Porta abbia avvertito che i test Ocse-Pisa (quelli che hanno diagnosticato il disastro della scuola italiana) certificano le competenze e non le conoscenze. Ciò è vero, anche perché nessuno ha la minima idea di come si potrebbero stimare le conoscenze se non con un metodo vecchio come la scuola: la valutazione fatta dagli insegnanti. Invece, se il fumoso concetto di “competenza” – che nessuno è mai riuscito a definire in modo “esatto” e la cui linea di separazione dalle conoscenze è non meno fumosa e discutibile – viene assimilato alla capacità di mettere in opera le conoscenze acquisite, se ne possono escogitare delle stime (più o meno discutibili) mediante test, che è proprio quel che fanno i sondaggi Ocse-Pisa. D’altra parte, se le competenze possono riflettere, entro certi limiti, le conoscenze acquisite in campo linguistico, ciò non è affatto vero nel caso delle materie scientifiche e, in particolare, della matematica. È possibile che si acquisisca la capacità di far uso di procedimenti standard per risolvere problemi senza avere un’idea chiara – e magari senza avere la minima idea – dei fondamenti teorici di quei procedimenti, insomma senza “conoscerli”. Non a caso chi si occupa seriamente di problemi dell’insegnamento della matematica (come il celebre matematico francese Laurent Lafforgue) si riferisce in modo primario alle conoscenze.
In conclusione, ha ragione Garavaglia a dire che gli Ocse-Pisa dicono poco circa lo stato delle conoscenze ma, a questo punto, non è chiaro se le siano chiare le implicazioni di tale osservazione: e cioè che, in termini di conoscenze, la situazione della nostra scuola potrebbe essere ancor più disastrosa. E cioè che non ci troviamo di fronte a studenti che possiedono concetti generali ma non li sanno usare, bensì di fronte a studenti che non li sanno usare e non li possiedono neppure. Che le cose stiano proprio così è comune esperienza di chiunque insegni nella scuola e di chi, nell’università, sia testimone del drammatico livello di ignoranza linguistica e matematica degli studenti che vi arrivano, e che si accentua di anno in anno.
A questo punto va ricordato che l’introduzione nelle scuole primarie di più maestri per classe risale al 1990. Pertanto, le persone formate col nuovo sistema hanno oggi al massimo 24 anni. Un minimo di serietà imporrebbe di tener conto di questa correlazione temporale: la valanga crescente di incompetenti e ignoranti che non sanno leggere, scrivere e far di conto sta in gran parte entro questa fascia di età e pertanto è iniziata e si è ingrossata a partire dalla riforma delle elementari. Pretendere che i cattivi risultati siano tutti imputabili alle scuole secondarie è quanto meno poco sensato.
Invece di ragionare si preferisce ripetere come un disco rotto che la scuola elementare italiana è “eccellente” (sempre Garavaglia), anzi una delle migliori del mondo, omettendo di dire che le valutazioni internazionali riguardano non tanto i risultanti quanto l’impiego di risorse su cui – non c’è dubbio! – l’Italia è ai primi posti. Il fatto è che tutti coloro che ripetono pateticamente questi slogan ed evocano i loro ricordi (come ha fatto Francesco Merlo su Repubblica) hanno ben più di 20 anni e non sanno che dal 1985 la scuola elementare italiana è stata cambiata da cima a fondo e non ha più nulla in comune con quella di un tempo. E se non lo sanno è peggio.
Il cambiamento radicale della primaria italiana ha avuto tre caratteristiche. 1) L’introduzione della balzana trovata dei tre (o più) maestri, che esiste in pochissimi paesi al mondo. 2) La demolizione totale dei programmi precedenti sostituiti con un approccio metodologico incurante dei contenuti e ispirato alle tendenze più estremistiche della pedagogia dell’autoapprendimento. È questo un tema su cui ho fornito su questo giornale illustrazioni ed esempi specifici (riguardanti l’insegnamento di matematica, storia, geografia, letteratura ecc.) senza nessuno che mai si sognasse di opporre la minima obiezione. 3) I processi di formazione degli insegnanti (in particolare dei maestri) hanno visto un’espansione geometrica della parte dedicata alle materie psico-pedagogico-relazionali a discapito di quelle disciplinari, ridotte talora al 20% del curriculum. Siamo allo scandalo che si può riuscire ad abilitarsi come maestri senza aver seguito più di una trentina di ore di matematica o di storia (soltanto moderna). Su questo giornale è stata pubblicata la lettera di una maestra (tra le tantissime ricevute) che illustrava lo sfacelo delle elementari, frammentate in un mosaico di attività incoerenti e che mostrava a quali inaudite tensioni sono sottoposti quegli insegnanti che resistono eroicamente al disastro provocato da “riforme” sconsiderate. Si preferisce non leggere queste testimonianze e voltarsi dall’altra parte.
Di fronte a tutto ciò ripetere accanitamente lo slogan della scuola migliore del mondo è una manifestazione di irrazionalità oppure di propaganda.
Sempre su queste pagine sono state spiegate ripetutamente le ragioni didattiche, pedagogiche e culturali che giustificano pienamente la scelta del maestro unico. Non le ripeterò per non fare il verso al disco rotto, anche se è comunque meglio ripetere argomenti piuttosto che slogan. Ma quando si legge che «il ritorno del maestro unico è una proposta senza senso, funzionale a ridurre in modo contabile i docenti, ma priva di basi psico-pedagogiche» (sempre Garavaglia), viene da dire che quel che è troppo è troppo. Se si vogliono usare termini forti come “senza senso” e “privo di basi”, occorre produrre argomenti e rispondere a quelli altrui. E, se non si hanno argomenti, occorre avere il buon gusto di tacere.
(Libero, 24 settembre 2008)
In conclusione, ha ragione Garavaglia a dire che gli Ocse-Pisa dicono poco circa lo stato delle conoscenze ma, a questo punto, non è chiaro se le siano chiare le implicazioni di tale osservazione: e cioè che, in termini di conoscenze, la situazione della nostra scuola potrebbe essere ancor più disastrosa. E cioè che non ci troviamo di fronte a studenti che possiedono concetti generali ma non li sanno usare, bensì di fronte a studenti che non li sanno usare e non li possiedono neppure. Che le cose stiano proprio così è comune esperienza di chiunque insegni nella scuola e di chi, nell’università, sia testimone del drammatico livello di ignoranza linguistica e matematica degli studenti che vi arrivano, e che si accentua di anno in anno.
A questo punto va ricordato che l’introduzione nelle scuole primarie di più maestri per classe risale al 1990. Pertanto, le persone formate col nuovo sistema hanno oggi al massimo 24 anni. Un minimo di serietà imporrebbe di tener conto di questa correlazione temporale: la valanga crescente di incompetenti e ignoranti che non sanno leggere, scrivere e far di conto sta in gran parte entro questa fascia di età e pertanto è iniziata e si è ingrossata a partire dalla riforma delle elementari. Pretendere che i cattivi risultati siano tutti imputabili alle scuole secondarie è quanto meno poco sensato.
Invece di ragionare si preferisce ripetere come un disco rotto che la scuola elementare italiana è “eccellente” (sempre Garavaglia), anzi una delle migliori del mondo, omettendo di dire che le valutazioni internazionali riguardano non tanto i risultanti quanto l’impiego di risorse su cui – non c’è dubbio! – l’Italia è ai primi posti. Il fatto è che tutti coloro che ripetono pateticamente questi slogan ed evocano i loro ricordi (come ha fatto Francesco Merlo su Repubblica) hanno ben più di 20 anni e non sanno che dal 1985 la scuola elementare italiana è stata cambiata da cima a fondo e non ha più nulla in comune con quella di un tempo. E se non lo sanno è peggio.
Il cambiamento radicale della primaria italiana ha avuto tre caratteristiche. 1) L’introduzione della balzana trovata dei tre (o più) maestri, che esiste in pochissimi paesi al mondo. 2) La demolizione totale dei programmi precedenti sostituiti con un approccio metodologico incurante dei contenuti e ispirato alle tendenze più estremistiche della pedagogia dell’autoapprendimento. È questo un tema su cui ho fornito su questo giornale illustrazioni ed esempi specifici (riguardanti l’insegnamento di matematica, storia, geografia, letteratura ecc.) senza nessuno che mai si sognasse di opporre la minima obiezione. 3) I processi di formazione degli insegnanti (in particolare dei maestri) hanno visto un’espansione geometrica della parte dedicata alle materie psico-pedagogico-relazionali a discapito di quelle disciplinari, ridotte talora al 20% del curriculum. Siamo allo scandalo che si può riuscire ad abilitarsi come maestri senza aver seguito più di una trentina di ore di matematica o di storia (soltanto moderna). Su questo giornale è stata pubblicata la lettera di una maestra (tra le tantissime ricevute) che illustrava lo sfacelo delle elementari, frammentate in un mosaico di attività incoerenti e che mostrava a quali inaudite tensioni sono sottoposti quegli insegnanti che resistono eroicamente al disastro provocato da “riforme” sconsiderate. Si preferisce non leggere queste testimonianze e voltarsi dall’altra parte.
Di fronte a tutto ciò ripetere accanitamente lo slogan della scuola migliore del mondo è una manifestazione di irrazionalità oppure di propaganda.
Sempre su queste pagine sono state spiegate ripetutamente le ragioni didattiche, pedagogiche e culturali che giustificano pienamente la scelta del maestro unico. Non le ripeterò per non fare il verso al disco rotto, anche se è comunque meglio ripetere argomenti piuttosto che slogan. Ma quando si legge che «il ritorno del maestro unico è una proposta senza senso, funzionale a ridurre in modo contabile i docenti, ma priva di basi psico-pedagogiche» (sempre Garavaglia), viene da dire che quel che è troppo è troppo. Se si vogliono usare termini forti come “senza senso” e “privo di basi”, occorre produrre argomenti e rispondere a quelli altrui. E, se non si hanno argomenti, occorre avere il buon gusto di tacere.
(Libero, 24 settembre 2008)
mercoledì 17 settembre 2008
La viltà che lega una rana crocifissa al silenzio sulle persecuzioni dei cristiani
Finora non pare che sia servita la denuncia di Angelo Panebianco né l’iniziativa promossa dalla Fondazione Liberal per risvegliare l’attenzione sullo scandalo delle persecuzioni e dei massacri di cristiani che si svolgono da ogni parte del mondo. Troppi, mentre sono pronti a sollevarsi strepitando di razzismo genocida quando si propone di prendere le impronte ai bambini dei campi nomadi, voltano lo sguardo dall’altra parte di fronte ai massacri concreti di cristiani. Una delle cause principali è stata identificata da Angelo Panebianco nell’«atteggiamento farisaico secondo il quale non conviene parlare troppo delle persecuzioni dei cristiani se non si vuole alimentare lo “scontro di civiltà”. Come se ignorare il fatto che nel mondo vari gruppi di fanatici usino la loro religione (musulmana, indù o altro) per ammazzarsi a vicenda e per ammazzare cristiani ci convenisse». Il “politicamente corretto” ipocrita e suicida porta a tacere e persino a giustificare ogni crimine compiuto dall’“altro” e a considerare il massacro di cristiani come un normale prezzo da pagare per le colpe della civiltà occidentale.
Questo atteggiamento è testimoniato da tanti fatti tra cui va sottolineata l’asimmetria che porta a condannare le vignette danesi su Maometto come un’efferata provocazione che avrebbe giustificato lo scatenamento di un’autentica guerra di religione da parte di gruppi fanatici musulmani di mezzo mondo, mentre si giustificano e difendono a spada tratta le “opere d’arte” che rappresentano una rana crocefissa o un’erezione di Gesù in croce. Nel primo caso si deplora l’offesa a una figura sacra per i musulmani, di fronte alla quale la libertà di espressione deve inchinarsi e sapersi limitare. Nel secondo caso, il simbolo sacro e il valore che esso ha per i cattolici deve inchinarsi di fronte alla libertà di espressione e all’assoluta indipendenza dell’“arte” che non può limitarsi di fronte a nulla e nessuno, anche se nei fatti questo “nulla e nessuno” ha nomi e cognomi ben precisi: è lecito fare strame della croce o paragonare la verga di Mosé a un fallo ma tutti debbono inginocchiarsi di fronte al sacro turbante di Maometto.
Quel che è tragicamente penoso in questa faccenda è il richiamo alla libertà “artistica” e che professori universitari di storia dell’arte o conservatori di musei parlino con sussiego di opere d’“arte” è un segno dello sfacelo della nostra cultura, del modo in cui vengono svenduti senza dignità le nozioni più elementari in nome della cupidigia di asservimento all’“altro”. Occorrerebbe ricordare a questi solerti “intellettuali” che un oggetto per essere definito un’opera d’arte deve soddisfare alcune caratteristiche minime, tra cui la messa in opera, per la sua produzione, di una maestrìa non alla portata di chiunque e una finalità espressiva che miri a trasmettere significati universali. Non basta prendere una tazza di gabinetto, una cacca, disegnare o scolpire un fallo in erezione – secondo la migliore tradizione della grafica da cesso pubblico – mettervi sotto una scritta ermetica e riuscire a esporlo in una mostra perché realizzare un’opera d’“arte”. Perché, in tal caso, l’unica “arte” che viene messa in atto è quella dell’astuzia mediatica e dell’abilità nell’intrallazzare per inserirsi nei circuiti espositivi. Non si sa se ridere o piangere sentendo uno di questi “intellettuali” paragonare la rana di Bolzano alla Cappella Sistina di Michelangelo. Questa cupidigia di asservimento che fa strame dell’arte in nome di una cultura che non merita più di essere chiamata tale è uno dei terreni su cui si alimenta l’indifferenza per le stragi e i massacri dei cristiani.
(Tempi, 17 settembre 2008)
Questo atteggiamento è testimoniato da tanti fatti tra cui va sottolineata l’asimmetria che porta a condannare le vignette danesi su Maometto come un’efferata provocazione che avrebbe giustificato lo scatenamento di un’autentica guerra di religione da parte di gruppi fanatici musulmani di mezzo mondo, mentre si giustificano e difendono a spada tratta le “opere d’arte” che rappresentano una rana crocefissa o un’erezione di Gesù in croce. Nel primo caso si deplora l’offesa a una figura sacra per i musulmani, di fronte alla quale la libertà di espressione deve inchinarsi e sapersi limitare. Nel secondo caso, il simbolo sacro e il valore che esso ha per i cattolici deve inchinarsi di fronte alla libertà di espressione e all’assoluta indipendenza dell’“arte” che non può limitarsi di fronte a nulla e nessuno, anche se nei fatti questo “nulla e nessuno” ha nomi e cognomi ben precisi: è lecito fare strame della croce o paragonare la verga di Mosé a un fallo ma tutti debbono inginocchiarsi di fronte al sacro turbante di Maometto.
Quel che è tragicamente penoso in questa faccenda è il richiamo alla libertà “artistica” e che professori universitari di storia dell’arte o conservatori di musei parlino con sussiego di opere d’“arte” è un segno dello sfacelo della nostra cultura, del modo in cui vengono svenduti senza dignità le nozioni più elementari in nome della cupidigia di asservimento all’“altro”. Occorrerebbe ricordare a questi solerti “intellettuali” che un oggetto per essere definito un’opera d’arte deve soddisfare alcune caratteristiche minime, tra cui la messa in opera, per la sua produzione, di una maestrìa non alla portata di chiunque e una finalità espressiva che miri a trasmettere significati universali. Non basta prendere una tazza di gabinetto, una cacca, disegnare o scolpire un fallo in erezione – secondo la migliore tradizione della grafica da cesso pubblico – mettervi sotto una scritta ermetica e riuscire a esporlo in una mostra perché realizzare un’opera d’“arte”. Perché, in tal caso, l’unica “arte” che viene messa in atto è quella dell’astuzia mediatica e dell’abilità nell’intrallazzare per inserirsi nei circuiti espositivi. Non si sa se ridere o piangere sentendo uno di questi “intellettuali” paragonare la rana di Bolzano alla Cappella Sistina di Michelangelo. Questa cupidigia di asservimento che fa strame dell’arte in nome di una cultura che non merita più di essere chiamata tale è uno dei terreni su cui si alimenta l’indifferenza per le stragi e i massacri dei cristiani.
(Tempi, 17 settembre 2008)
martedì 16 settembre 2008
SUPERFICIALITA' E MANCANZA DI SERIETA' ASSOLUTA
GRAN PARTE DELLE AGENZIE RIFERISCE CHE IL MINISTRO GELMINI AVREBBE ISTITUITO UNA "COMMISSIONE AD HOC PER I PRECARI".
COME RISULTA DAL DM 30/07/08 IL GRUPPO DI LAVORO CUI SI FA RIFERIMENTO HA «IL COMPITO DI DEFINIRE I REQUISITI E LE MODALITA' DELLA FORMAZIONE INIZIALE DEL PERSONALE DOCENTE DELLE ISTITUZIONI SCOLASTICHE ATTRAVERSO LA DEFINIZIONE DEI RELATIVI ORDINAMENTI DIDATTICI UNIVERSITARI AI SENSI DEL DM N. 270/04».
PERTANTO I PRECARI NON C'ENTRANO NULLA.
IL MINISTRO HA PARLATO DI AFFRONTARE LA QUESTIONE DEL IX CICLO SSIS E POI HA PARLATO DI QUESTA COMMISSIONE CHE DEVE "RIVEDERE IL MECCANISMO DI FORMAZIONE DEI DOCENTI".
IL RISULTATO NELLA PENNA DI CERTI GIORNALI E AGENZIE E' STATO UN PASTROCCHIO TOTALE.
QUESTA COMMISSIONE NON SI OCCUPA DI PRECARI.
COME RISULTA DAL DM 30/07/08 IL GRUPPO DI LAVORO CUI SI FA RIFERIMENTO HA «IL COMPITO DI DEFINIRE I REQUISITI E LE MODALITA' DELLA FORMAZIONE INIZIALE DEL PERSONALE DOCENTE DELLE ISTITUZIONI SCOLASTICHE ATTRAVERSO LA DEFINIZIONE DEI RELATIVI ORDINAMENTI DIDATTICI UNIVERSITARI AI SENSI DEL DM N. 270/04».
PERTANTO I PRECARI NON C'ENTRANO NULLA.
IL MINISTRO HA PARLATO DI AFFRONTARE LA QUESTIONE DEL IX CICLO SSIS E POI HA PARLATO DI QUESTA COMMISSIONE CHE DEVE "RIVEDERE IL MECCANISMO DI FORMAZIONE DEI DOCENTI".
IL RISULTATO NELLA PENNA DI CERTI GIORNALI E AGENZIE E' STATO UN PASTROCCHIO TOTALE.
QUESTA COMMISSIONE NON SI OCCUPA DI PRECARI.
lunedì 15 settembre 2008
Primo giorno di scuola
L’anno scolastico si apre in una fase cruciale per il futuro della scuola italiana. È da augurarsi che prevalgano atteggiamenti razionali e costruttivi, che si prenda atto dei problemi anziché oscurarli con gli slogan, le fasce nere al braccio e le occupazioni di scuole. Si ripete ogni giorno che nessun paese come l’Italia ha tanti insegnanti mal pagati e frustrati. Non è razionale ignorarlo e chiedere altre infornate di precari. L’era della scuola come ammortizzatore sociale è finita ed è irresponsabile tentare di perpetuarla. La nostra scuola è afflitta dal bullismo, dalla mancanza di disciplina e dal disordine. Non è razionale opporre alle misure del ministro Gelmini sul ripristino del voto in condotta, dei voti in pagella e del recuperi dei debiti formativi, il solito “ben altro servirebbe” , che si riduce a riproporre ostinatamente le ricette che hanno condotto all’attuale situazione. Grandinano sulla nostra scuola valutazioni negative che collocano a livelli molto bassi i nostri studenti, soprattutto per le conoscenze matematiche e linguistiche. Nell’impossibilità di ignorare questi fatti, troppi si comportano come se dipendessero da tutto salvo che dalla scuola: per loro, è come se si trattasse degli effetti di una grandinata su un magnifico vigneto. Tutto ciò è ridicolo. I pessimi rendimenti della scuola italiana non sono effetto del destino cinico e baro.
È quindi da sperare che, di fronte ai provvedimenti presi dal Ministro Gelmini – e da quelli che seguiranno – ci si astenga da agitazioni inconsulte e irragionevoli; tanto più in quanto basta guardare ai sondaggi in rete dei maggiori quotidiani per constatare che questi primi provvedimenti ottengono gradimenti dall’80% al 90%. È inutile illudersi di essere maggioranza solo perché si strilla di più, parlare a sproposito di “rivolta delle famiglie”, opporsi a tutti i costi avanzando quelle che Mario Pirani ha definito critiche «fastidiose e inconcludenti mosse in nome di uno slogan tipico degli eserciti destinati alla sconfitta: “indietro non si torna”». Quando “Famiglia Cristiana” accusa il Ministro di procedere senza dibattiti e confronti con il mondo della scuola, e senza consultare esperti, «solo con le competenze di casa sua, la madre e la sorella maestre» non soltanto ricorre a polemiche di infimo livello, ma rivela il vero intento: quel che si vuole non è tanto il dialogo quanto il continuare a considerare come referente principale e unico “competente” quel complesso sindacale-psico-pedagogico-docimologico che domina la scuola da trent’anni e che è responsabile del suo stato attuale. Altrimenti, si dice, «la scuola resterà, come diceva don Milani, un ospedale che cura i sani e rifiuta i malati». Il fatto è che la scuola che cura i sani e rifiuta i malati è proprio quella di oggi, più di quella di ieri. Dopo aver predicato per decenni contro la “scuola di classe”, essa è stata finalmente realizzata, appiattendo tutti verso il livello più basso anziché motivare tutti a elevarsi verso l’alto. In nome dell’interesse primario per il “malato” abbiamo creato una scuola dequalificata che lascia soltanto ai figli dei colti e dei ricchi la possibilità di andare avanti mentre i “malati” sono condannati a restare tali, se non ad ammalarsi più gravemente. È probabile che oggi don Milani, da persona intelligente e intellettualmente onesta, si metterebbe le mani nei capelli nel vedere a cosa ha condotto la demagogia egualitarista e prenderebbe le distanze dal “donmilanismo”, a differenza chi si crogiola nel conservatorismo delle idee preconcette e degli interessi costituiti.
Il conservatorismo si nutre di slogan ripetuti ossessivamente senza riguardo ai fatti. Il più clamoroso di questi slogan è la formula secondo cui la scuola elementare italiana sarebbe una delle migliori del mondo e l’introduzione del maestro unico distruggerebbe il “fiore all’occhiello” della nazione. Si citano statistiche che proverebbero tale qualità, tra cui un recentissimo rapporto Ocse che, nel sottolineare la generale catastrofe della scuola italiana, salverebbe le primarie. Non si dice però che anche questo rapporto riguarda dati meramente strutturali e non ha preso in esame la qualità degli apprendimenti: che l’Italia investa nella scuola primaria più risorse della media Ocse è evidente (visto il numero di maestri!) e soltanto per questo si colloca in buona posizione. Ma ciò non dice nulla sui risultati di tali investimenti! Difatti, la stessa Ocse ha osservato che il vero problema è che i fondi sono spesi esattamente all’opposto di quanto fa la Corea del Sud dove vi sono meno professori e meglio pagati. E pure entro il quadro Ocse – le cui primarie sfigurano rispetto a quelle di diversi paesi emergenti – le classi elementari italiane hanno un numero di alunni inferiore alla media e tempi netti di insegnamento molto bassi.
Chi ripete lo slogan che la scuola primaria italiana è tra le migliori del mondo sfrutta la buona fede di chi crede che essa sia sempre la stessa e non sa che è stata rivoltata come un calzino dal 1985 in poi. Essa è piuttosto il fiore all’occhiello del pedagogismo dell’autoapprendimento, dell’“apprendere ad apprendere” in barba alle conoscenze, del “meglio una testa vuota ben fatta che una testa piena”. È la scuola in cui non si insegnano i “fatterelli” della storia – come ha scritto una maestra su questo giornale – bensì si studia la linea del tempo, le dinamiche astratte dei processi storici, le “cause” del crollo degli imperi senza conoscere un solo impero reale. È la scuola in cui la geografia è studio astratto della “spazialità”, analisi del “davanti”, “dietro”, “sopra” e “sotto” (orrendamente chiamati “indicatori topologici”). È la scuola in cui la matematica è ridotta a manipolazioni con disegni e colori. È una scuola frantumata in miriadi di “offerte formative” disparate: sicurezza, privacy, prevenzione incendi, progetti di canto, teatro, danza, fotografia ecc.
Si guardi inoltre al percorso formativo attuale di un maestro. Non sono pochi i corsi di laurea che permettono di diventare maestri seguendo una trentina di ore di matematica e di storia moderna (soltanto moderna), con casi limite in cui la matematica è opzionale rispetto a materie come la pediatria. La componente psicopedagogica è dilatata in modo esorbitante fino a occupare l’80% del corso di studio relegando la parte disciplinare alla misera quota restante. Così otterremmo maestri specializzati capaci di produrre un mirabile intreccio di competenze? In realtà, oggi noi formiamo psicopedagoghi dotati di un’evanescente infarinatura di conoscenze disciplinari. Per cui, la polemica contro il maestro unico “tuttologo” è priva di qualsiasi serio fondamento.
Va comunque detto che se la scuola italiana (non soltanto la primaria) non va a fondo del tutto è per merito di migliaia di insegnanti che continuano a concepire la loro professione come una missione educativa basata sulla trasmissione della conoscenza e che, non a caso, sono considerati da certi teorici dell’ “apprendere ad apprendere” come il più grande ostacolo al dominio incontrastato delle loro fallimentari teorie.
(Il Messaggero, 15 settembre 2008)
È quindi da sperare che, di fronte ai provvedimenti presi dal Ministro Gelmini – e da quelli che seguiranno – ci si astenga da agitazioni inconsulte e irragionevoli; tanto più in quanto basta guardare ai sondaggi in rete dei maggiori quotidiani per constatare che questi primi provvedimenti ottengono gradimenti dall’80% al 90%. È inutile illudersi di essere maggioranza solo perché si strilla di più, parlare a sproposito di “rivolta delle famiglie”, opporsi a tutti i costi avanzando quelle che Mario Pirani ha definito critiche «fastidiose e inconcludenti mosse in nome di uno slogan tipico degli eserciti destinati alla sconfitta: “indietro non si torna”». Quando “Famiglia Cristiana” accusa il Ministro di procedere senza dibattiti e confronti con il mondo della scuola, e senza consultare esperti, «solo con le competenze di casa sua, la madre e la sorella maestre» non soltanto ricorre a polemiche di infimo livello, ma rivela il vero intento: quel che si vuole non è tanto il dialogo quanto il continuare a considerare come referente principale e unico “competente” quel complesso sindacale-psico-pedagogico-docimologico che domina la scuola da trent’anni e che è responsabile del suo stato attuale. Altrimenti, si dice, «la scuola resterà, come diceva don Milani, un ospedale che cura i sani e rifiuta i malati». Il fatto è che la scuola che cura i sani e rifiuta i malati è proprio quella di oggi, più di quella di ieri. Dopo aver predicato per decenni contro la “scuola di classe”, essa è stata finalmente realizzata, appiattendo tutti verso il livello più basso anziché motivare tutti a elevarsi verso l’alto. In nome dell’interesse primario per il “malato” abbiamo creato una scuola dequalificata che lascia soltanto ai figli dei colti e dei ricchi la possibilità di andare avanti mentre i “malati” sono condannati a restare tali, se non ad ammalarsi più gravemente. È probabile che oggi don Milani, da persona intelligente e intellettualmente onesta, si metterebbe le mani nei capelli nel vedere a cosa ha condotto la demagogia egualitarista e prenderebbe le distanze dal “donmilanismo”, a differenza chi si crogiola nel conservatorismo delle idee preconcette e degli interessi costituiti.
Il conservatorismo si nutre di slogan ripetuti ossessivamente senza riguardo ai fatti. Il più clamoroso di questi slogan è la formula secondo cui la scuola elementare italiana sarebbe una delle migliori del mondo e l’introduzione del maestro unico distruggerebbe il “fiore all’occhiello” della nazione. Si citano statistiche che proverebbero tale qualità, tra cui un recentissimo rapporto Ocse che, nel sottolineare la generale catastrofe della scuola italiana, salverebbe le primarie. Non si dice però che anche questo rapporto riguarda dati meramente strutturali e non ha preso in esame la qualità degli apprendimenti: che l’Italia investa nella scuola primaria più risorse della media Ocse è evidente (visto il numero di maestri!) e soltanto per questo si colloca in buona posizione. Ma ciò non dice nulla sui risultati di tali investimenti! Difatti, la stessa Ocse ha osservato che il vero problema è che i fondi sono spesi esattamente all’opposto di quanto fa la Corea del Sud dove vi sono meno professori e meglio pagati. E pure entro il quadro Ocse – le cui primarie sfigurano rispetto a quelle di diversi paesi emergenti – le classi elementari italiane hanno un numero di alunni inferiore alla media e tempi netti di insegnamento molto bassi.
Chi ripete lo slogan che la scuola primaria italiana è tra le migliori del mondo sfrutta la buona fede di chi crede che essa sia sempre la stessa e non sa che è stata rivoltata come un calzino dal 1985 in poi. Essa è piuttosto il fiore all’occhiello del pedagogismo dell’autoapprendimento, dell’“apprendere ad apprendere” in barba alle conoscenze, del “meglio una testa vuota ben fatta che una testa piena”. È la scuola in cui non si insegnano i “fatterelli” della storia – come ha scritto una maestra su questo giornale – bensì si studia la linea del tempo, le dinamiche astratte dei processi storici, le “cause” del crollo degli imperi senza conoscere un solo impero reale. È la scuola in cui la geografia è studio astratto della “spazialità”, analisi del “davanti”, “dietro”, “sopra” e “sotto” (orrendamente chiamati “indicatori topologici”). È la scuola in cui la matematica è ridotta a manipolazioni con disegni e colori. È una scuola frantumata in miriadi di “offerte formative” disparate: sicurezza, privacy, prevenzione incendi, progetti di canto, teatro, danza, fotografia ecc.
Si guardi inoltre al percorso formativo attuale di un maestro. Non sono pochi i corsi di laurea che permettono di diventare maestri seguendo una trentina di ore di matematica e di storia moderna (soltanto moderna), con casi limite in cui la matematica è opzionale rispetto a materie come la pediatria. La componente psicopedagogica è dilatata in modo esorbitante fino a occupare l’80% del corso di studio relegando la parte disciplinare alla misera quota restante. Così otterremmo maestri specializzati capaci di produrre un mirabile intreccio di competenze? In realtà, oggi noi formiamo psicopedagoghi dotati di un’evanescente infarinatura di conoscenze disciplinari. Per cui, la polemica contro il maestro unico “tuttologo” è priva di qualsiasi serio fondamento.
Va comunque detto che se la scuola italiana (non soltanto la primaria) non va a fondo del tutto è per merito di migliaia di insegnanti che continuano a concepire la loro professione come una missione educativa basata sulla trasmissione della conoscenza e che, non a caso, sono considerati da certi teorici dell’ “apprendere ad apprendere” come il più grande ostacolo al dominio incontrastato delle loro fallimentari teorie.
(Il Messaggero, 15 settembre 2008)
domenica 14 settembre 2008
Ignoranza della lingua italiana
Un tema estivo prediletto dalla stampa è stato quello della dilagante ignoranza della lingua italiana. Alcuni articoli hanno illustrato, con dovizia di esempi, la prosa sgrammaticata e asintattica di molti docenti universitari, per concludere: se questi sono i pulpiti c’è poco da sperare.
È vero, gli esempi si sprecano. Di recente, ho letto un documento di critica degli orientamenti in tema di istruzione del governo, accusato di avere come unico disegno «l’impoverimento del sistema». Se qualcuno è in grado di dimostrare che la frase seguente ha un senso coerente rivelerò l’autorevole consesso da cui proviene, altrimenti sarà preferibile tacere per carità di patria: «Questa scelta è particolarmente acutizzata dalla sostanziale evanescenza della prospettiva di medio termine e da un’approfondita consapevolezza del ruolo dell’Università contro la recessione economica e civile del paese». Il documento proseguiva lamentando l’abitudine italiana di «imprimere un brusco cambiamento alle policies all’appuntamento con un nuovo esecutivo» e richiedeva «in via prioritaria alla politica un chiarimento della vision dell’Università, unica precondizione [perché non “condizione”?] per accettare sacrifici altrimenti privi di motivazione».
È un periodare originale compensato da un commovente attaccamento alla tradizione. A distanza di mezzo secolo Santi Bailor (l’americano a Roma di Alberto Sordi) fa ancora scuola: tra “vision” e “policies” un “shana-gana-uana” non guasterebbe.
Ma di che stupirsi? Si pensi al fatto che troppe case editrici hanno liquidato redattori che avevano accumulato esperienze decennali per realizzare economie attraverso il sistema dell’esternalizzazione (outsourcing), ovvero dell’appalto esterno a “ditte” e singoli. Il risultato è che i testi vengono dilaniati da persone di modestissimo livello che sfogano le loro frustrazioni intervenendo su questioni di merito e di stile, senza sporcarsi le mani con il vile compito della correzione dei refusi, i quali restano intatti mentre vengono decapitati in massa i congiuntivi e l’autore deve lottare per non far riscrivere in italiano “moderno” citazioni virgolettate di autori italiani dell’Ottocento o del primo Novecento.
È noto il caso di un celebre dizionario della lingua italiana di cui si voleva fare una nuova edizione digitalizzata. Occorreva scansionarlo e siccome anche le migliori scansioni producono molti errori, la ditta che aveva avuto l’appalto esterno ebbe l’idea geniale di ripassare il risultato con il correttore automatico italiano di Word Microsoft… Qualsiasi persona ragionevole può immaginare il risultato.
Siamo di fronte a una distruzione di competenze e conoscenze dovuta a molti fattori tra cui primeggiano: l’adozione di criteri di economia ed efficienza totalmente indipendenti da ogni valutazione di merito e che quindi si risolvono in sperperi, inefficienze e prodotti di cattivo livello; l’assunzione di massa di un gran numero di docenti senza verificarne seriamente la cultura e la preparazione, per ragioni meramente sindacali e clientelari, salvo poi lamentarsi quando si legge sul quaderno del bambino che l’insegnante ha dettato: «Oggi la maestra ci ha imparato…» (è autentica).
Non mancano molti altri fattori su cui non possiamo diffonderci. Colpisce il fatto che coloro che hanno ricoperto posizioni di grande rilievo nel campo dell’istruzione o hanno avuto un’influenza decisiva nelle istituzioni e nelle imprese culturali italiane parlino di questo disastro come se si trattasse di un evento naturale, di una grandinata opera del destino cinico e baro. E magari critichino i tentativi di porvi rimedio come una reazione passatista.
(Tempi, 11 settembre 2008)
È vero, gli esempi si sprecano. Di recente, ho letto un documento di critica degli orientamenti in tema di istruzione del governo, accusato di avere come unico disegno «l’impoverimento del sistema». Se qualcuno è in grado di dimostrare che la frase seguente ha un senso coerente rivelerò l’autorevole consesso da cui proviene, altrimenti sarà preferibile tacere per carità di patria: «Questa scelta è particolarmente acutizzata dalla sostanziale evanescenza della prospettiva di medio termine e da un’approfondita consapevolezza del ruolo dell’Università contro la recessione economica e civile del paese». Il documento proseguiva lamentando l’abitudine italiana di «imprimere un brusco cambiamento alle policies all’appuntamento con un nuovo esecutivo» e richiedeva «in via prioritaria alla politica un chiarimento della vision dell’Università, unica precondizione [perché non “condizione”?] per accettare sacrifici altrimenti privi di motivazione».
È un periodare originale compensato da un commovente attaccamento alla tradizione. A distanza di mezzo secolo Santi Bailor (l’americano a Roma di Alberto Sordi) fa ancora scuola: tra “vision” e “policies” un “shana-gana-uana” non guasterebbe.
Ma di che stupirsi? Si pensi al fatto che troppe case editrici hanno liquidato redattori che avevano accumulato esperienze decennali per realizzare economie attraverso il sistema dell’esternalizzazione (outsourcing), ovvero dell’appalto esterno a “ditte” e singoli. Il risultato è che i testi vengono dilaniati da persone di modestissimo livello che sfogano le loro frustrazioni intervenendo su questioni di merito e di stile, senza sporcarsi le mani con il vile compito della correzione dei refusi, i quali restano intatti mentre vengono decapitati in massa i congiuntivi e l’autore deve lottare per non far riscrivere in italiano “moderno” citazioni virgolettate di autori italiani dell’Ottocento o del primo Novecento.
È noto il caso di un celebre dizionario della lingua italiana di cui si voleva fare una nuova edizione digitalizzata. Occorreva scansionarlo e siccome anche le migliori scansioni producono molti errori, la ditta che aveva avuto l’appalto esterno ebbe l’idea geniale di ripassare il risultato con il correttore automatico italiano di Word Microsoft… Qualsiasi persona ragionevole può immaginare il risultato.
Siamo di fronte a una distruzione di competenze e conoscenze dovuta a molti fattori tra cui primeggiano: l’adozione di criteri di economia ed efficienza totalmente indipendenti da ogni valutazione di merito e che quindi si risolvono in sperperi, inefficienze e prodotti di cattivo livello; l’assunzione di massa di un gran numero di docenti senza verificarne seriamente la cultura e la preparazione, per ragioni meramente sindacali e clientelari, salvo poi lamentarsi quando si legge sul quaderno del bambino che l’insegnante ha dettato: «Oggi la maestra ci ha imparato…» (è autentica).
Non mancano molti altri fattori su cui non possiamo diffonderci. Colpisce il fatto che coloro che hanno ricoperto posizioni di grande rilievo nel campo dell’istruzione o hanno avuto un’influenza decisiva nelle istituzioni e nelle imprese culturali italiane parlino di questo disastro come se si trattasse di un evento naturale, di una grandinata opera del destino cinico e baro. E magari critichino i tentativi di porvi rimedio come una reazione passatista.
(Tempi, 11 settembre 2008)
giovedì 11 settembre 2008
Una lettera interessante su cui riflettere
Buongiorno,
innanzi tutto mi presento: mi chiamo Sergio Giudici , ricercatore presso il Dip. di Fisica dell'universita' di Pisa e membro della collaborazione NA48 del CERN che studia la fisica dei mesoni K (nulla a che vedere con il celebrato LHC)
Ho letto il suo recente "I nemici della scienza" con cui sono quasi totalmente in accordo soprattutto riguardo la cosiddetta comunicazione scientifica e certi atteggiamenti odiosamente scientisti ostentati da una certi esponenti della nostra cultura.
Le scrivo perche' in questi giorni di bailamme mediatico legato alla inaugurazione del nuovo acceleratore del CERN LHC, si fa da molte parti uno straparlare di origine dell'universo, e qualcuno dovrebbe denunciare il grande abuso di linguaggio (o meglio il grossolano errore epistemologico) commesso da chi va spacciando il nuovo acceleratore come la macchina in grado di riprodurre le condizioni prossime all'istante - se mai c'e' stato - della creazione.
La sovrastruttura ideologica di questo modo di presentare l'argomento e' talmente greve ed ovvia che e' meglio non discuterla.
L'acceleratore del CERN e' una macchina che fara' scontrare tra loro protoni realizzando nel centro di massa una energia mai raggiunta prima. La cosa che interessa ai Fisici e' cercare in questo territorio energeticamente ancora inesplorato nuove particelle e nuovi fenomeni tali da poter discriminare sperimentalmente tra varie proposte teoriche.
Al posto di presentare questa semplice idea (energia maggiore di quelle mai raggiunte prima), invece di dire quanto vale questa energia i comunicatori preferiscono utilizzare una diversa scala di misura: essi trasformano l'energia in tempo e viene detto che si tratta della stessa energia a cui mediamente si trovavano le particelle a circa 10^(-45) secondi dopo il Big Bang.
Da qui il legame spettacolare e sensazionalistico del mito delle origini finalmente sottratto dall'esclusiva delle religioni e consegnato ripulito nelle mani degli scienziati.
Questo banale cambio di unita' di misura poggia su alcune teorie cosmologiche, la cui onesta' intellettuale e' fuori discussione, ma essenzialmente e' un raggiro.
Nessuno sapra' mai cosa e' successo 10^-45 s dopo la creazione, siamo liberi di immaginarcelo come vogliamo.
i cosmologi se lo immaginano a modo loro facendo seguire alla loro immaginazione alcune regole, ma essenzialmente la questione delle origini e' irrilevante.
Le teorie cosmologiche non creano conoscenza ma semmai riassumono tutte le conoscenze disponibili. In ogni racconto sulle origini sono proiettate le conoscenze di cui disponiamo gia'.
La cosmologia serve in quanto indispensabile cornice filosofica ma e' sempre racconto (talvolta meraviglioso poema scientifico onnicomprensivo) non falsificabile. Parafrasando Hegel , in un certo senso la cosmologia e' la nottola di Minerva che si leva al crepuscolo quando tutte le conoscenze sono gia' state acquisite.
L'acceleratore LHC non e' stato fatto per studiare l'origine dell'universo , e' stato fatto per scoprire nuovi fenomeni. La mia disciplina - la fisica delle particelle - non si occupa di origine del cosmo. L'energia si misura in Joule, (o ElettronVolt) non si misura in secondi dopo la creazione.
Chi lo fa si sta mettendo al servizio di qualche operazione ideologica.
Sergio Giudici
innanzi tutto mi presento: mi chiamo Sergio Giudici , ricercatore presso il Dip. di Fisica dell'universita' di Pisa e membro della collaborazione NA48 del CERN che studia la fisica dei mesoni K (nulla a che vedere con il celebrato LHC)
Ho letto il suo recente "I nemici della scienza" con cui sono quasi totalmente in accordo soprattutto riguardo la cosiddetta comunicazione scientifica e certi atteggiamenti odiosamente scientisti ostentati da una certi esponenti della nostra cultura.
Le scrivo perche' in questi giorni di bailamme mediatico legato alla inaugurazione del nuovo acceleratore del CERN LHC, si fa da molte parti uno straparlare di origine dell'universo, e qualcuno dovrebbe denunciare il grande abuso di linguaggio (o meglio il grossolano errore epistemologico) commesso da chi va spacciando il nuovo acceleratore come la macchina in grado di riprodurre le condizioni prossime all'istante - se mai c'e' stato - della creazione.
La sovrastruttura ideologica di questo modo di presentare l'argomento e' talmente greve ed ovvia che e' meglio non discuterla.
L'acceleratore del CERN e' una macchina che fara' scontrare tra loro protoni realizzando nel centro di massa una energia mai raggiunta prima. La cosa che interessa ai Fisici e' cercare in questo territorio energeticamente ancora inesplorato nuove particelle e nuovi fenomeni tali da poter discriminare sperimentalmente tra varie proposte teoriche.
Al posto di presentare questa semplice idea (energia maggiore di quelle mai raggiunte prima), invece di dire quanto vale questa energia i comunicatori preferiscono utilizzare una diversa scala di misura: essi trasformano l'energia in tempo e viene detto che si tratta della stessa energia a cui mediamente si trovavano le particelle a circa 10^(-45) secondi dopo il Big Bang.
Da qui il legame spettacolare e sensazionalistico del mito delle origini finalmente sottratto dall'esclusiva delle religioni e consegnato ripulito nelle mani degli scienziati.
Questo banale cambio di unita' di misura poggia su alcune teorie cosmologiche, la cui onesta' intellettuale e' fuori discussione, ma essenzialmente e' un raggiro.
Nessuno sapra' mai cosa e' successo 10^-45 s dopo la creazione, siamo liberi di immaginarcelo come vogliamo.
i cosmologi se lo immaginano a modo loro facendo seguire alla loro immaginazione alcune regole, ma essenzialmente la questione delle origini e' irrilevante.
Le teorie cosmologiche non creano conoscenza ma semmai riassumono tutte le conoscenze disponibili. In ogni racconto sulle origini sono proiettate le conoscenze di cui disponiamo gia'.
La cosmologia serve in quanto indispensabile cornice filosofica ma e' sempre racconto (talvolta meraviglioso poema scientifico onnicomprensivo) non falsificabile. Parafrasando Hegel , in un certo senso la cosmologia e' la nottola di Minerva che si leva al crepuscolo quando tutte le conoscenze sono gia' state acquisite.
L'acceleratore LHC non e' stato fatto per studiare l'origine dell'universo , e' stato fatto per scoprire nuovi fenomeni. La mia disciplina - la fisica delle particelle - non si occupa di origine del cosmo. L'energia si misura in Joule, (o ElettronVolt) non si misura in secondi dopo la creazione.
Chi lo fa si sta mettendo al servizio di qualche operazione ideologica.
Sergio Giudici
lunedì 8 settembre 2008
Questa è la scuola elementare "migliore del mondo"
Di lettere come questa ne ricevo parecchie, ma poche come questa descrivono in modo così pregnante i nodi che stanno strangolando la nostra scuola. Non credo che vi sia bisogno di ulteriori commenti da parte mia. Trasmetto la lettera omettendo la firma, lasciando all’autrice la libertà di renderla nota.
Cosa rispondere alla domanda sul “che fare”? Soltanto che non bisogna mollare a nessun costo. Ne va del futuro dei nostri figli e del nostro paese. Bisogna far sentire alta la richiesta di un cambiamento radicale che spazzi via tutto il ciarpame ideologico che affligge la scuola. E occorre ricordare che è grazie a insegnanti come questi – cui ciascuno sarebbe felice di poter affidare i propri figli – che la barca sfondata della nostra scuola riesce ancora a non andare del tutto a picco.
Giorgio Israel
Caro professore,
ho 35 anni e insegno italiano, storia, geografia (...eccetera) in una scuola primaria
Con grande interesse seguo i suoi interventi e ho da poco terminato la lettura dell’ultimo libro che ha scritto: “Chi sono i nemici della scienza”. Condivido con entusiasmo le sue posizioni nel denunciare senza mezzi termini la desolante verità sulla crisi del sistema scolastico e di quello universitario. Quando la leggo posso pensare che non sono pazza, mentre sembra sciogliersi la sensazione di essere stretta da un laccio al collo.
Il fatto è che io non riesco ad adattarmi facilmente, non mi trovo dentro questa situazione, come non si troverebbe un uomo dalla grossa taglia nel vestito di un bambino. Il mio lavoro mi appassiona: l’ho desiderato dall’età di otto anni. Entro in classe con il desiderio di consegnare un prezioso testamento ai miei alunni. Lasciare ai bambini gli strumenti per entrare nella realtà, iniziarli alla conoscenza del nostro mondo è un privilegio che amo chiamare grazia.
Pertanto, quando entro in aula vorrei dedicare il tempo concessomi a farli lavorare sulle cartine geografiche, a raccontare loro i fatti attorno ai quali si è intessuta la nostra storia, a farli esercitare fino alla noia perché imparino a coniugare i verbi, a mettere l’accento e l’apostrofo al posto giusto; vorrei farli appassionare alla lettura. Io ci provo in ogni modo, con ogni mezzo ed escamotage, ma in questa impresa sono ostacolata su ogni fronte:
- La pianificazione: dobbiamo perdere un tempo indefinito a pianificare le attività didattiche riempiendo i registri di obiettivi tanto altisonanti e numerosi quanto vaghi, vuoti e incomprensibili, corredati da dettagliate e improbabili attività per realizzarli seguendo i soliti metodi non repressivi - antitrasmissivi.
- I libri di testo: nei libri di testo, peraltro tutti sostanzialmente identici, la scelta dei brani, la loro stessa organizzazione, le proposte operative presentate a fondo pagina ruotano intorno all’unico tipo di lavoro contemplato: vivisezionare la lettura e operarci sopra una pedante e noiosissima analisi testuale.
- I corsi di aggiornamento: tutti immancabilmente incentrati sui metodi dell’autoapprendimento, oppure su ciò che non c’entra assolutamente nulla con la professione insegnante (sicurezza, prevenzione incendi, primo soccorso, privacy...).
- I colleghi: si dividono tra quelli che ti osteggiano a spada tratta e quelli che ti suggeriscono di lasciar stare per non rovinare il clima di pace raggiunto e non far ricadere anche su di loro le ire della preside
- Gli alunni e la loro preoccupante diffusissima maleducazione (speriamo che il voto in condotta e le sanzioni disciplinari servano ad arginare il degrado morale che affligge le scuole!).
- La porta... sì anche la porta dell’aula che con il suo continuo “toc toc” interrompe continuamente la lezione rompendo il miracolo dell’attenzione e del silenzio a fatica conquistati: una circolare da firmare, la collega delle medie che ti contatta per il progetto continuità, l’esperto di musica che piomba in classe e porta via tutti per il progetto “voce che canta”, l’esperto di teatro che arriva poco dopo per il progetto “voce che parla”, la psicologa che si presenta con il sorriso beota sulla faccia pensando di risolvere con esilaranti giochini la piaga del bullismo. (...eccetera... Tutto condito di un clima di ansia e disorientamento).
- Le feste: le peggiori nemiche della scuola. La visibilità (balli, canti, mostre fotografiche, cartelloni e realizzazioni pseudoartistiche) è l’imperativo categorico che accomuna tutti i fumosi, disparati e frammentari “progetti didattici” che riempiono il POF e alla cui elaborazione viene immolato gran parte del tempo dei nostri maledetti incontri collegiali.
Mi sembra che il messaggio sia chiaro: mi è concesso di fare tutto (animatore, ballerino, artista, vigile del fuoco, agente della sicurezza, crocerossina, occultatore dell’ignoranza degli alunni), tutto tranne l’insegnante.
Vengo al dunque perché in realtà lei queste cose le sa già alla perfezione. Quello che volevo dirle, chiedendole aiuto, è questo: la libertà di pensiero e di parola non possono togliermela, io me la prendo pur suscitando il solito vespaio, pur attirandomi numerose inimicizie. Ma quando si va al dunque ho le mani legate e le spalle al muro: le funzioni obiettivo, i corsi di aggiornamento, i progetti “continuità”, “gusti e sapori”, “voce che canta”, “voce che parla”, quelli me li affibbiano ugualmente! E non posso in alcun modo rifiutare. Se ne rifiuto uno, me ne assegnano col potere un altro e un altro ancora.
Allora secondo lei cosa può fare una povera maestra che è costretta a vivere in uno stato di frustrante alienazione? Cosa si può fare per contrastare concretamente un sistema al collasso che porterà al suicidio la nostra civiltà?
(Libero, 7 settembre 2008)
Cosa rispondere alla domanda sul “che fare”? Soltanto che non bisogna mollare a nessun costo. Ne va del futuro dei nostri figli e del nostro paese. Bisogna far sentire alta la richiesta di un cambiamento radicale che spazzi via tutto il ciarpame ideologico che affligge la scuola. E occorre ricordare che è grazie a insegnanti come questi – cui ciascuno sarebbe felice di poter affidare i propri figli – che la barca sfondata della nostra scuola riesce ancora a non andare del tutto a picco.
Giorgio Israel
Caro professore,
ho 35 anni e insegno italiano, storia, geografia (...eccetera) in una scuola primaria
Con grande interesse seguo i suoi interventi e ho da poco terminato la lettura dell’ultimo libro che ha scritto: “Chi sono i nemici della scienza”. Condivido con entusiasmo le sue posizioni nel denunciare senza mezzi termini la desolante verità sulla crisi del sistema scolastico e di quello universitario. Quando la leggo posso pensare che non sono pazza, mentre sembra sciogliersi la sensazione di essere stretta da un laccio al collo.
Il fatto è che io non riesco ad adattarmi facilmente, non mi trovo dentro questa situazione, come non si troverebbe un uomo dalla grossa taglia nel vestito di un bambino. Il mio lavoro mi appassiona: l’ho desiderato dall’età di otto anni. Entro in classe con il desiderio di consegnare un prezioso testamento ai miei alunni. Lasciare ai bambini gli strumenti per entrare nella realtà, iniziarli alla conoscenza del nostro mondo è un privilegio che amo chiamare grazia.
Pertanto, quando entro in aula vorrei dedicare il tempo concessomi a farli lavorare sulle cartine geografiche, a raccontare loro i fatti attorno ai quali si è intessuta la nostra storia, a farli esercitare fino alla noia perché imparino a coniugare i verbi, a mettere l’accento e l’apostrofo al posto giusto; vorrei farli appassionare alla lettura. Io ci provo in ogni modo, con ogni mezzo ed escamotage, ma in questa impresa sono ostacolata su ogni fronte:
- La pianificazione: dobbiamo perdere un tempo indefinito a pianificare le attività didattiche riempiendo i registri di obiettivi tanto altisonanti e numerosi quanto vaghi, vuoti e incomprensibili, corredati da dettagliate e improbabili attività per realizzarli seguendo i soliti metodi non repressivi - antitrasmissivi.
- I libri di testo: nei libri di testo, peraltro tutti sostanzialmente identici, la scelta dei brani, la loro stessa organizzazione, le proposte operative presentate a fondo pagina ruotano intorno all’unico tipo di lavoro contemplato: vivisezionare la lettura e operarci sopra una pedante e noiosissima analisi testuale.
- I corsi di aggiornamento: tutti immancabilmente incentrati sui metodi dell’autoapprendimento, oppure su ciò che non c’entra assolutamente nulla con la professione insegnante (sicurezza, prevenzione incendi, primo soccorso, privacy...).
- I colleghi: si dividono tra quelli che ti osteggiano a spada tratta e quelli che ti suggeriscono di lasciar stare per non rovinare il clima di pace raggiunto e non far ricadere anche su di loro le ire della preside
- Gli alunni e la loro preoccupante diffusissima maleducazione (speriamo che il voto in condotta e le sanzioni disciplinari servano ad arginare il degrado morale che affligge le scuole!).
- La porta... sì anche la porta dell’aula che con il suo continuo “toc toc” interrompe continuamente la lezione rompendo il miracolo dell’attenzione e del silenzio a fatica conquistati: una circolare da firmare, la collega delle medie che ti contatta per il progetto continuità, l’esperto di musica che piomba in classe e porta via tutti per il progetto “voce che canta”, l’esperto di teatro che arriva poco dopo per il progetto “voce che parla”, la psicologa che si presenta con il sorriso beota sulla faccia pensando di risolvere con esilaranti giochini la piaga del bullismo. (...eccetera... Tutto condito di un clima di ansia e disorientamento).
- Le feste: le peggiori nemiche della scuola. La visibilità (balli, canti, mostre fotografiche, cartelloni e realizzazioni pseudoartistiche) è l’imperativo categorico che accomuna tutti i fumosi, disparati e frammentari “progetti didattici” che riempiono il POF e alla cui elaborazione viene immolato gran parte del tempo dei nostri maledetti incontri collegiali.
Mi sembra che il messaggio sia chiaro: mi è concesso di fare tutto (animatore, ballerino, artista, vigile del fuoco, agente della sicurezza, crocerossina, occultatore dell’ignoranza degli alunni), tutto tranne l’insegnante.
Vengo al dunque perché in realtà lei queste cose le sa già alla perfezione. Quello che volevo dirle, chiedendole aiuto, è questo: la libertà di pensiero e di parola non possono togliermela, io me la prendo pur suscitando il solito vespaio, pur attirandomi numerose inimicizie. Ma quando si va al dunque ho le mani legate e le spalle al muro: le funzioni obiettivo, i corsi di aggiornamento, i progetti “continuità”, “gusti e sapori”, “voce che canta”, “voce che parla”, quelli me li affibbiano ugualmente! E non posso in alcun modo rifiutare. Se ne rifiuto uno, me ne assegnano col potere un altro e un altro ancora.
Allora secondo lei cosa può fare una povera maestra che è costretta a vivere in uno stato di frustrante alienazione? Cosa si può fare per contrastare concretamente un sistema al collasso che porterà al suicidio la nostra civiltà?
(Libero, 7 settembre 2008)
giovedì 4 settembre 2008
IL COMPAGNO YIMOU
Una delle più grandi soddisfazioni personali che ho avuto in questo periodo è stata di ricordare che, quando andai a vedere il film “Lanterne rosse” del regista cinese Zhang Yimou, lo trovai insopportabilmente mediocre e noioso. Un paio di ore peggiori le ho passate soltanto con “Il palloncino bianco” del regista iraniano Kiarostami. Insomma, uscii dal cinema imprecando alla Fantozzi-Villaggio: «Lanterne rosse è una cagata bestiale». Perciò ho trovato sommamente confortante (sul piano personale, s’intende) constatare che il regista Zhang Yimou è un emerito imbecille, un omuncolo di regime, un arnese del totalitarismo più becero. Cosa di buono può uscire da una mente asservita e conformista, sul piano artistico, dove soltanto la libertà può farla da padrone?
Zhang Yimou ha dichiarato che l’handicap dell’Occidente è il rispetto dei diritti umani che lo rende inefficiente e non gli consente di raggiungere gli standard elevati dei cinesi. Per il nostro genio il modello supremo sono – pensate un po’ – i nordcoreani le cui manifestazioni politico-culturali sono ispirate a un tipo di «uniformità» che «produce bellezza» di cui, per fortuna, «anche noi cinesi siamo capaci». Zhang Yimou cita la cerimonia iniziale delle Olimpiadi così perfettamente armonica e ordinata perché «gli esecutori obbedivano agli ordini ed erano in grado di farlo come un computer, perché questo è lo spirito cinese». Egli lamenta di aver avuto difficoltà a lavorare in Occidente perché «gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo a settimana, fanno due pause al giorno per il caffè, ma poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati» e oltretutto «hanno a disposizione organizzazioni di ogni tipo e i sindacati». Il risultato è che «i cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli europei fanno in un mese».
Si potrebbe rispondere che gli italiani, malgrado siano venti volte meno numerosi dei cinesi hanno ottenuto ben più di un ventesimo delle loro medaglie e che gli americani, che sono tre volte di meno, ne hanno ottenute ben più di un terzo. Quindi, il modello cinese non è tanto efficiente. Quanto alla produttività ottenuta col lavoro forzato dei lager, la rinviamo disgustati al mittente. Dello spirito da computer non sappiamo che farcene e preferiamo di gran lunga prendere due caffè al giorno e tenerci i nostri sindacati, magari litigandoci da mane a sera. Ci piacciono da morire le battaglie tra i fannulloni e il ministro Brunetta e ove riuscissimo a realizzare una maggiore auspicata efficienza si tratterà di qualcosa di totalmente diverso dalla nauseante uniformità vantata da quel cantore di regime. Difatti quel che Zhang Yimou sta vantando – se non lo sa è un ignorante, se lo sa è qualcosa di peggio – noi occidentali lo conosciamo purtroppo molto bene, se non altro perché l’abbiamo inventato: il totalitarismo, nazifascista e comunista. E sappiamo che una delle manifestazioni esteriori tipiche del totalitarismo sono le sfilate marziali o ginniche, ordinate e armoniose, che si tratti del passo dell’oca con migliaia di gambe perfettamente allineate o delle esibizioni dei ginnasti sovietici sulla Piazza Rossa.
La tragedia di questa faccenda è che i drammi del totalitarismo novecentesco si riaffacciano nella veste di due potenti nazioni come la Cina e l’Iran, di una terza, la Russia, che vi sta ripiombando; mentre l’Occidente assiste tremebondo e, confondendo la difesa della democrazia e della libertà con il “politicamente corretto”, finisce col piegarsi al nuovo totalitarismo e vezzeggiarlo.
(Tempi, 4 settembre 2008)
Zhang Yimou ha dichiarato che l’handicap dell’Occidente è il rispetto dei diritti umani che lo rende inefficiente e non gli consente di raggiungere gli standard elevati dei cinesi. Per il nostro genio il modello supremo sono – pensate un po’ – i nordcoreani le cui manifestazioni politico-culturali sono ispirate a un tipo di «uniformità» che «produce bellezza» di cui, per fortuna, «anche noi cinesi siamo capaci». Zhang Yimou cita la cerimonia iniziale delle Olimpiadi così perfettamente armonica e ordinata perché «gli esecutori obbedivano agli ordini ed erano in grado di farlo come un computer, perché questo è lo spirito cinese». Egli lamenta di aver avuto difficoltà a lavorare in Occidente perché «gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo a settimana, fanno due pause al giorno per il caffè, ma poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati» e oltretutto «hanno a disposizione organizzazioni di ogni tipo e i sindacati». Il risultato è che «i cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli europei fanno in un mese».
Si potrebbe rispondere che gli italiani, malgrado siano venti volte meno numerosi dei cinesi hanno ottenuto ben più di un ventesimo delle loro medaglie e che gli americani, che sono tre volte di meno, ne hanno ottenute ben più di un terzo. Quindi, il modello cinese non è tanto efficiente. Quanto alla produttività ottenuta col lavoro forzato dei lager, la rinviamo disgustati al mittente. Dello spirito da computer non sappiamo che farcene e preferiamo di gran lunga prendere due caffè al giorno e tenerci i nostri sindacati, magari litigandoci da mane a sera. Ci piacciono da morire le battaglie tra i fannulloni e il ministro Brunetta e ove riuscissimo a realizzare una maggiore auspicata efficienza si tratterà di qualcosa di totalmente diverso dalla nauseante uniformità vantata da quel cantore di regime. Difatti quel che Zhang Yimou sta vantando – se non lo sa è un ignorante, se lo sa è qualcosa di peggio – noi occidentali lo conosciamo purtroppo molto bene, se non altro perché l’abbiamo inventato: il totalitarismo, nazifascista e comunista. E sappiamo che una delle manifestazioni esteriori tipiche del totalitarismo sono le sfilate marziali o ginniche, ordinate e armoniose, che si tratti del passo dell’oca con migliaia di gambe perfettamente allineate o delle esibizioni dei ginnasti sovietici sulla Piazza Rossa.
La tragedia di questa faccenda è che i drammi del totalitarismo novecentesco si riaffacciano nella veste di due potenti nazioni come la Cina e l’Iran, di una terza, la Russia, che vi sta ripiombando; mentre l’Occidente assiste tremebondo e, confondendo la difesa della democrazia e della libertà con il “politicamente corretto”, finisce col piegarsi al nuovo totalitarismo e vezzeggiarlo.
(Tempi, 4 settembre 2008)
CONSERVATORISMO
Farebbero meglio a scorrere i sondaggi dei maggiori quotidiani secondo cui il ripristino del voto in condotta e dei voti in pagella viene approvato con percentuali fino al 90% e la reintroduzione del maestro unico con percentuali dell’ordine del 60%. Farebbero meglio a sentire quel che dicono tante famiglie e tanti insegnanti. Invece, hanno preferito partire a testa bassa e ricorrere a forme di demagogia pacchiana – come nel caso de L’Unità – parlando di “rabbia dei genitori”, “attacco alle famiglie”, “assalto alla scuola pubblica”, “privatizzazione”. Hanno preferito ignorare le dichiarazioni del ministro Gelmini («Il tempo pieno non è affatto incompatibile con il ritorno del maestro unico») e che si sta parlando di misure volte a ridare rigore e dignità educativa a una scuola pubblica in sfacelo. Certo, sono in gioco dei tagli. Ma si faccia avanti chi ha il coraggio di sostenere che la scuola e l’università italiane non siano il luogo di inauditi sperperi di risorse e del loro impiego in attività futili a detrimento di quelle essenziali. Si tratta di finanziare innovazioni volte a ridare qualità alla scuola tagliando ciò che merita di essere tagliato.
Chi si sta sollevando con tanta furia? Il solito fronte conservatore. Conservatore, s’intende, dei propri interessi di potere o di bottega che non sopporta di vedere intaccati. Si tratta di una buona parte dei sindacati della scuola, di certe congreghe di pedagogisti e didatti – già in subbuglio per la soppressione dei loro orticelli, le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario – e delle associazioni che hanno fatto della scuola il terreno di sperimentazione della didattica dell’autoapprendimento. A ciò si aggiungano le proteste degli editori che farebbero bene ad assumere un atteggiamento più riflessivo: non è anormale che in Italia si sfornino trenta volte più libri di testo di matematica che in Francia, ovvero nel paese matematicamente più avanzato d’Europa? È strano che i paladini del “pubblico” siano indifferenti alla valanga consumistica che sommerge la scuola di prodotti la cui durata è inferiore a quella di un cellulare. Dicono che mantenere ferma l’edizione di un libro per cinque anni sia troppo. Ebbene, se un libro di matematica per le scuole è buono è meglio che resti fermo anche per vent’anni: i volumi di Enriques e Amaldi di più di mezzo secolo fa sono ancora largamente superiori alla stragrande maggioranza dei testi circolanti.
Stupisce la leggerezza con cui si ripetono luoghi comuni privi del minimo fondamento. Si parla di un colpo a una scuola che ci invidierebbero tutti i paesi europei. La senatrice Bastico parla di una scuola elementare che costituisce «il punto più alto riconosciuto a livello italiano e internazionale». Non stupisce che vi sia chi difende il proprio orticello parlando del ritorno al maestro come una «perdita della dialettica pedagogica». Ma che si possa leggere su un giornale (ancora L’Unità) che «oggi in terza elementare i nostri figli parlano inglese come noi alla fine del liceo» supera ogni immaginazione (a meno che non si tratti di un’autoironica allusione alla propria totale ignoranza dell’inglese…). Ma dove vive questa gente? È mai entrata in una scuola elementare? Davvero credono che la scuola primaria di oggi sia quella di trent’anni fa, che era davvero una delle migliori del mondo? Se sono in buona fede, per rendersi conto della realtà leggano il libro di una maestra come Clementina Melotti Boltri, “C’era una volta… la scuola elementare” (Ares, 1996). E, se non basta, si leggano le Indicazioni ministeriali per il curricolo del 2007. Questa è la scuola in cui si possono trascorrere cinque anni senza mai udire la narrazione di un fatto storico reale. Pochi giorni fa un maestro mi scriveva che la sua dirigente scolastica lo aveva incitato a raccontare qualcosa sui Fenici e limitarsi a questo. Difatti, non si fa altro che discettare sulle “durate temporali”, sul “prima” e sul “poi”, “usare cronologie”, “rappresentare concetti appresi mediante grafismi, racconti orali e disegni”. Prima delle vacanze ho visto mio figlio che ritagliava un orologio in cartone e gli ho chiesto cosa facesse. “Studio storia”, è stata l’esilarante risposta… Altrettanto dicasi per la geografia. Si possono trascorrere anni senza vedere un mappamondo, in un tormentone infinito di “orientazioni”, di “davanti” e “dietro” e dei “concetti cardine delle strutture logiche della spazialità”. E mentre ci si impantana in questo ciarpame parolaio, i bambini non apprendono neanche a tenere la penna in mano, mostrano carenze gravissime di lettura e scrittura e di calcolo mentale.
Questo sarebbe il pregevole “intreccio di competenze” da preservare a ogni costo? Se lo tengano. Di fronte a questo disastro la figura di un maestro unico capace di introdurre in modo sintetico la dimensione linguistico-matematica (inscindibile in una fase formativa primaria) costituisce un vero progresso pedagogico.
Quando il segretario della Cgil scuola Panini dichiara con toni truculenti che «si sta assestando un calcio nei denti dei bambini» e che «riuscire a distruggere la quinta scuola per qualità del mondo rappresenta la concreta attuazione di un attacco spietato al diritto dei più piccoli», conviene consigliargli pacatamente di calmarsi e di tornare alla ragione. Difatti, dichiarazioni simili costituiscono un’autentica offesa a tante famiglie e insegnanti che non ne possono più di assistere da anni alla raffica di calci sui denti inflitta ai bambini da parte di chi ha ridotto la scuola italiana a una barca sfondata, con riforme sconsiderate, demagogia sessantottina, clientelismo, ideologismo e subculture parolaie.
(Libero, 4 settembre 2008)
Chi si sta sollevando con tanta furia? Il solito fronte conservatore. Conservatore, s’intende, dei propri interessi di potere o di bottega che non sopporta di vedere intaccati. Si tratta di una buona parte dei sindacati della scuola, di certe congreghe di pedagogisti e didatti – già in subbuglio per la soppressione dei loro orticelli, le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario – e delle associazioni che hanno fatto della scuola il terreno di sperimentazione della didattica dell’autoapprendimento. A ciò si aggiungano le proteste degli editori che farebbero bene ad assumere un atteggiamento più riflessivo: non è anormale che in Italia si sfornino trenta volte più libri di testo di matematica che in Francia, ovvero nel paese matematicamente più avanzato d’Europa? È strano che i paladini del “pubblico” siano indifferenti alla valanga consumistica che sommerge la scuola di prodotti la cui durata è inferiore a quella di un cellulare. Dicono che mantenere ferma l’edizione di un libro per cinque anni sia troppo. Ebbene, se un libro di matematica per le scuole è buono è meglio che resti fermo anche per vent’anni: i volumi di Enriques e Amaldi di più di mezzo secolo fa sono ancora largamente superiori alla stragrande maggioranza dei testi circolanti.
Stupisce la leggerezza con cui si ripetono luoghi comuni privi del minimo fondamento. Si parla di un colpo a una scuola che ci invidierebbero tutti i paesi europei. La senatrice Bastico parla di una scuola elementare che costituisce «il punto più alto riconosciuto a livello italiano e internazionale». Non stupisce che vi sia chi difende il proprio orticello parlando del ritorno al maestro come una «perdita della dialettica pedagogica». Ma che si possa leggere su un giornale (ancora L’Unità) che «oggi in terza elementare i nostri figli parlano inglese come noi alla fine del liceo» supera ogni immaginazione (a meno che non si tratti di un’autoironica allusione alla propria totale ignoranza dell’inglese…). Ma dove vive questa gente? È mai entrata in una scuola elementare? Davvero credono che la scuola primaria di oggi sia quella di trent’anni fa, che era davvero una delle migliori del mondo? Se sono in buona fede, per rendersi conto della realtà leggano il libro di una maestra come Clementina Melotti Boltri, “C’era una volta… la scuola elementare” (Ares, 1996). E, se non basta, si leggano le Indicazioni ministeriali per il curricolo del 2007. Questa è la scuola in cui si possono trascorrere cinque anni senza mai udire la narrazione di un fatto storico reale. Pochi giorni fa un maestro mi scriveva che la sua dirigente scolastica lo aveva incitato a raccontare qualcosa sui Fenici e limitarsi a questo. Difatti, non si fa altro che discettare sulle “durate temporali”, sul “prima” e sul “poi”, “usare cronologie”, “rappresentare concetti appresi mediante grafismi, racconti orali e disegni”. Prima delle vacanze ho visto mio figlio che ritagliava un orologio in cartone e gli ho chiesto cosa facesse. “Studio storia”, è stata l’esilarante risposta… Altrettanto dicasi per la geografia. Si possono trascorrere anni senza vedere un mappamondo, in un tormentone infinito di “orientazioni”, di “davanti” e “dietro” e dei “concetti cardine delle strutture logiche della spazialità”. E mentre ci si impantana in questo ciarpame parolaio, i bambini non apprendono neanche a tenere la penna in mano, mostrano carenze gravissime di lettura e scrittura e di calcolo mentale.
Questo sarebbe il pregevole “intreccio di competenze” da preservare a ogni costo? Se lo tengano. Di fronte a questo disastro la figura di un maestro unico capace di introdurre in modo sintetico la dimensione linguistico-matematica (inscindibile in una fase formativa primaria) costituisce un vero progresso pedagogico.
Quando il segretario della Cgil scuola Panini dichiara con toni truculenti che «si sta assestando un calcio nei denti dei bambini» e che «riuscire a distruggere la quinta scuola per qualità del mondo rappresenta la concreta attuazione di un attacco spietato al diritto dei più piccoli», conviene consigliargli pacatamente di calmarsi e di tornare alla ragione. Difatti, dichiarazioni simili costituiscono un’autentica offesa a tante famiglie e insegnanti che non ne possono più di assistere da anni alla raffica di calci sui denti inflitta ai bambini da parte di chi ha ridotto la scuola italiana a una barca sfondata, con riforme sconsiderate, demagogia sessantottina, clientelismo, ideologismo e subculture parolaie.
(Libero, 4 settembre 2008)
lunedì 25 agosto 2008
Il buonismo deposita l'uovo dappertutto
Circa un mese fa si è appreso dalla stampa che la scuola elementare romana Sibilla Aleramo è stata devastata da quattro ragazzini con un danno stimato in 250.000 euro. La dirigente della scuola ha spiegato che si trattava soltanto dell’ultimo di una serie di raid e ha ribadito quella che dovrebbe essere un’ovvietà: «Chi fa danni deve assumerne la responsabilità secondo quanto prevede la legge». Era un richiamo coerente con l’invito del Ministro della Pubblica Istruzione a «fare in modo che siano i ragazzi stessi a risarcire la scuola vandalizzata, lavorando fino a quando i danni non saranno completamente ripagati». Del resto, è quel che si fa in Inghilterra, non in un paese a rischio di fascismo, o addirittura in mano a un regime peggiore del fascismo (Asor Rosa dixit). A distanza di quasi un mese, viene ancora da stropicciarsi gli occhi leggendo le dichiarazioni dell’assessore alla scuola del Comune di Roma Laura Marsilio che ha rimbeccato il ministro Gelmini affermando che «far riparare i danni ai 4 ragazzi non farebbe altro che frustrarli». Poveretti, che pena… Come se non bastasse, ha aggiunto che «le umiliazioni e le punizioni non servono», concludendo in piena fumisteria benaltrista: «tutti gli alunni dovrebbero essere coinvolti in iniziative che aumentino il senso di appartenenza alla scuola e alle istituzioni».
Forse abbiamo capito male. Dicono che a Roma abbia vinto il centrodestra. Ma allora perché c’è un assessore alla scuola che parla come un militante di Rifondazione Comunista mentre il ministro della Pubblica Istruzione del governo di centro-destra riafferma dei principi cui si è dovuta arrendere la migliore sinistra europea, come quella del laburista Tony Blair?
Lungi da noi stabilire collegamenti semplicistici con la vicenda della commissione Attali per Roma, ma qui c’è qualcosa che ha a che fare con una soggezione di taluni ambienti politici del centrodestra nei confronti della cultura di sinistra. È la soggezione che porta a inseguire ad ogni costo il consenso e i consigli di coloro che ripetono senza tema del ridicolo che in Italia ormai dilaga il fascismo, come Umberto Eco, secondo cui si sente di nuovo il “profumo” del ventennio. Apprendiamo in merito che anche Sergio Luzzatto sente addirittura, e proprio leggendo Libero, profumo di Farinacci. Provi a compilare un’antologia degli epiteti rivolti a Berlusconi e a tutto al centrodestra dall’“intellettualità progressista”: Farinacci farebbe la figura di un pivello.
La soggezione di cui si diceva è tanto più incondizionata in quanto il confine tra i “demonizzatori” e i “moderati” è tutt’altro che netto. Si prenda il caso di un moderato come Giorgio Tonini che non soltanto non ha preso le distanze dal proclama di Famiglia Cristiana (secondo cui il fascismo sta rinascendo tra di noi) ma anzi l’ha definito un giudizio serio, plausibile, «da prendere seriamente in considerazione». Possiamo anche spiegare questo atteggiamento come manifestazione della debolezza della dirigenza politica della sinistra di fronte alla lista nutrita di intellettuali di sinistra che ripetono lo slogan del ritorno del fascismo. Ma questa debolezza è soltanto l’ennesima prova di uno sfacelo politico-culturale. Cosa di buono si può cavare da chi non trova altri argomenti di contrasto se non quel ridicolo slogan, e da chi non trova la forza di liquidarlo come merita e di dedicarsi invece a imbastire un’opposizione degna di questo nome?
Sarebbe meglio entrare nella sostanza delle cose e chiedersi quali meriti abbia avuto la commissione Attali, tali da conquistarsi una fama tanto positiva. A ben vedere, nessuno. La commissione Attali si è fondata su un’idea completamente sbagliata, e ostinatamente ribadita da Attali medesimo in questi giorni, e cioè che sia possibile progettare una serie di soluzioni tecniche a problemi di sostanza in modo indipendente da qualsiasi visione politica e culturale. Il risultato è stato men che mediocre e, non a caso, il presidente Sarkozy si è tenuto alla larga da indicazioni quali l’abolizione dei dipartimenti e da una certa visione dell’autonomia che già in Italia ha dato pessime prove, per esempio con la riforma del titolo V della Costituzione. Se poi si guarda alle proposte per la scuola – ispirate al più vuoto tecnocratismo alieno da qualsiasi considerazione di merito – viene da dire: dimenticare Attali.
Nessuno, se non un estremista, può respingere il principio di un dialogo e di un confronto costruttivo tra posizioni diverse. Occorre saper accettare con spirito libero ogni apporto di idee e di progetti. Ma ciò non può essere fatto annacquando fino a renderle indistinguibili le proprie visioni di governo, magari fino al punto di adottare le idee e il linguaggio di chi è stato sconfessato dall’elettorato, dimenticando (come nel caso ricordato all’inizio di questo articolo) che la sinistra più lucida e consapevole li ha abbandonati. Quell’elettorato ha chiesto una svolta radicale rispetto al modello di gestione di una capitale in cui su un sottofondo di caos, degrado, illegalità e sporcizia impazzano feste e festival pseudoculturali. Se questo non è anche il punto di vista della “commissione Attali” allora l’impresa inizia con un equivoco di fondo a dir poco colossale.
(pubblicato su Libero)
E UNA CONTROREPLICA
L’assessore alla scuola del Comune di Roma Laura Marsilio risponde piccata alle mie critiche delle sue dichiarazioni circa gli episodi di bullismo nella scuola “Sibilla Aleramo”. Sono anni che, dopo ogni episodio del genere, e persino dopo ogni episodio criminoso, viene propinata la tiritera che la punizione non serve, anzi, che bisogna soltanto aggredire il disagio sociale che è alla radice di quegli episodi. I risultati si sono visti. Pertanto, pur non volendo affatto screditare a priori il “tavolo di lavoro per discutere dei fenomeni di disagio giovanile” è più probabile che esso, anziché farmi stropicciare gli occhi, mi faccia venire il latte alle ginocchia.
Più seriamente, potremmo trovarci d’accordo sul principio che prima viene la legge, che la legge si rispetta e che chi la viola paga un prezzo. Questo non è soltanto il fondamento della convivenza civile ma un principio educativo basilare. Poi si facciano pure commissioni di studio purché non finiscano con relazioni improntate al solito psicologismo parolaio.
La stampa ha riportato in virgolettato le dichiarazioni di Laura Marsilio: «far riparare i danni ai 4 ragazzi non farebbe altro che frustrarli […] le umiliazioni e le punizioni non servono». Mi limiterò a ricordare che il grande intellettuale cattolico Arturo Carlo Jemolo ammonì che la violazione delle leggi deve comportare una pena “afflittiva”, pena la distruzione del contratto sociale. Ci manca solo che chi ha distrutto una scuola non paghi neppure con lo stress.
I casi sono due: o quel virgolettato è falso e allora la questione è chiusa. Oppure è autentico – non importa quale sia stato il contesto – e allora l’assessore farebbe bene ad ammettere di aver sbagliato. In fin dei conti, errare è umano. Ma si deve capire che chi lotta da mattina a sera, contro tutto e tutti, per educare dei figli responsabili ha bisogno di frasi del genere quanto di una bastonata in testa.
Forse abbiamo capito male. Dicono che a Roma abbia vinto il centrodestra. Ma allora perché c’è un assessore alla scuola che parla come un militante di Rifondazione Comunista mentre il ministro della Pubblica Istruzione del governo di centro-destra riafferma dei principi cui si è dovuta arrendere la migliore sinistra europea, come quella del laburista Tony Blair?
Lungi da noi stabilire collegamenti semplicistici con la vicenda della commissione Attali per Roma, ma qui c’è qualcosa che ha a che fare con una soggezione di taluni ambienti politici del centrodestra nei confronti della cultura di sinistra. È la soggezione che porta a inseguire ad ogni costo il consenso e i consigli di coloro che ripetono senza tema del ridicolo che in Italia ormai dilaga il fascismo, come Umberto Eco, secondo cui si sente di nuovo il “profumo” del ventennio. Apprendiamo in merito che anche Sergio Luzzatto sente addirittura, e proprio leggendo Libero, profumo di Farinacci. Provi a compilare un’antologia degli epiteti rivolti a Berlusconi e a tutto al centrodestra dall’“intellettualità progressista”: Farinacci farebbe la figura di un pivello.
La soggezione di cui si diceva è tanto più incondizionata in quanto il confine tra i “demonizzatori” e i “moderati” è tutt’altro che netto. Si prenda il caso di un moderato come Giorgio Tonini che non soltanto non ha preso le distanze dal proclama di Famiglia Cristiana (secondo cui il fascismo sta rinascendo tra di noi) ma anzi l’ha definito un giudizio serio, plausibile, «da prendere seriamente in considerazione». Possiamo anche spiegare questo atteggiamento come manifestazione della debolezza della dirigenza politica della sinistra di fronte alla lista nutrita di intellettuali di sinistra che ripetono lo slogan del ritorno del fascismo. Ma questa debolezza è soltanto l’ennesima prova di uno sfacelo politico-culturale. Cosa di buono si può cavare da chi non trova altri argomenti di contrasto se non quel ridicolo slogan, e da chi non trova la forza di liquidarlo come merita e di dedicarsi invece a imbastire un’opposizione degna di questo nome?
Sarebbe meglio entrare nella sostanza delle cose e chiedersi quali meriti abbia avuto la commissione Attali, tali da conquistarsi una fama tanto positiva. A ben vedere, nessuno. La commissione Attali si è fondata su un’idea completamente sbagliata, e ostinatamente ribadita da Attali medesimo in questi giorni, e cioè che sia possibile progettare una serie di soluzioni tecniche a problemi di sostanza in modo indipendente da qualsiasi visione politica e culturale. Il risultato è stato men che mediocre e, non a caso, il presidente Sarkozy si è tenuto alla larga da indicazioni quali l’abolizione dei dipartimenti e da una certa visione dell’autonomia che già in Italia ha dato pessime prove, per esempio con la riforma del titolo V della Costituzione. Se poi si guarda alle proposte per la scuola – ispirate al più vuoto tecnocratismo alieno da qualsiasi considerazione di merito – viene da dire: dimenticare Attali.
Nessuno, se non un estremista, può respingere il principio di un dialogo e di un confronto costruttivo tra posizioni diverse. Occorre saper accettare con spirito libero ogni apporto di idee e di progetti. Ma ciò non può essere fatto annacquando fino a renderle indistinguibili le proprie visioni di governo, magari fino al punto di adottare le idee e il linguaggio di chi è stato sconfessato dall’elettorato, dimenticando (come nel caso ricordato all’inizio di questo articolo) che la sinistra più lucida e consapevole li ha abbandonati. Quell’elettorato ha chiesto una svolta radicale rispetto al modello di gestione di una capitale in cui su un sottofondo di caos, degrado, illegalità e sporcizia impazzano feste e festival pseudoculturali. Se questo non è anche il punto di vista della “commissione Attali” allora l’impresa inizia con un equivoco di fondo a dir poco colossale.
(pubblicato su Libero)
E UNA CONTROREPLICA
L’assessore alla scuola del Comune di Roma Laura Marsilio risponde piccata alle mie critiche delle sue dichiarazioni circa gli episodi di bullismo nella scuola “Sibilla Aleramo”. Sono anni che, dopo ogni episodio del genere, e persino dopo ogni episodio criminoso, viene propinata la tiritera che la punizione non serve, anzi, che bisogna soltanto aggredire il disagio sociale che è alla radice di quegli episodi. I risultati si sono visti. Pertanto, pur non volendo affatto screditare a priori il “tavolo di lavoro per discutere dei fenomeni di disagio giovanile” è più probabile che esso, anziché farmi stropicciare gli occhi, mi faccia venire il latte alle ginocchia.
Più seriamente, potremmo trovarci d’accordo sul principio che prima viene la legge, che la legge si rispetta e che chi la viola paga un prezzo. Questo non è soltanto il fondamento della convivenza civile ma un principio educativo basilare. Poi si facciano pure commissioni di studio purché non finiscano con relazioni improntate al solito psicologismo parolaio.
La stampa ha riportato in virgolettato le dichiarazioni di Laura Marsilio: «far riparare i danni ai 4 ragazzi non farebbe altro che frustrarli […] le umiliazioni e le punizioni non servono». Mi limiterò a ricordare che il grande intellettuale cattolico Arturo Carlo Jemolo ammonì che la violazione delle leggi deve comportare una pena “afflittiva”, pena la distruzione del contratto sociale. Ci manca solo che chi ha distrutto una scuola non paghi neppure con lo stress.
I casi sono due: o quel virgolettato è falso e allora la questione è chiusa. Oppure è autentico – non importa quale sia stato il contesto – e allora l’assessore farebbe bene ad ammettere di aver sbagliato. In fin dei conti, errare è umano. Ma si deve capire che chi lotta da mattina a sera, contro tutto e tutti, per educare dei figli responsabili ha bisogno di frasi del genere quanto di una bastonata in testa.
venerdì 22 agosto 2008
La "nuova" politica scolastica al Comune di Roma e la Commissione Attali "de noantri"
Circa un mese fa si è appreso dalla stampa che la scuola elementare romana Sibilla Aleramo è stata devastata da quattro ragazzini con un danno stimato in 250.000 euro. La dirigente della scuola ha spiegato che si trattava soltanto dell’ultimo di una serie di raid e ha ribadito quella che dovrebbe essere un’ovvietà: «Chi fa danni deve assumerne la responsabilità secondo quanto prevede la legge». Era un richiamo coerente con l’invito del Ministro della Pubblica Istruzione a «fare in modo che siano i ragazzi stessi a risarcire la scuola vandalizzata, lavorando fino a quando i danni non saranno completamente ripagati». Del resto, è quel che si fa in Inghilterra, non in un paese a rischio di fascismo, o addirittura in mano a un regime peggiore del fascismo (Asor Rosa dixit). A distanza di quasi un mese, viene ancora da stropicciarsi gli occhi leggendo le dichiarazioni dell’assessore alla scuola del Comune di Roma Laura Marsilio che ha rimbeccato il ministro Gelmini affermando che «far riparare i danni ai 4 ragazzi non farebbe altro che frustrarli». Poveretti, che pena… Come se non bastasse, ha aggiunto che «le umiliazioni e le punizioni non servono», concludendo in piena fumisteria benaltrista: «tutti gli alunni dovrebbero essere coinvolti in iniziative che aumentino il senso di appartenenza alla scuola e alle istituzioni».
Forse abbiamo capito male. Dicono che a Roma abbia vinto il centrodestra. Ma allora perché c’è un assessore alla scuola che parla come un militante di Rifondazione Comunista mentre il ministro della Pubblica Istruzione del governo di centro-destra riafferma dei principi cui si è dovuta arrendere la migliore sinistra europea, come quella del laburista Tony Blair?
Lungi da noi stabilire collegamenti semplicistici con la vicenda della commissione Attali per Roma, ma qui c’è qualcosa che ha a che fare con una soggezione di taluni ambienti politici del centrodestra nei confronti della cultura di sinistra. È la soggezione che porta a inseguire ad ogni costo il consenso e i consigli di coloro che ripetono senza tema del ridicolo che in Italia ormai dilaga il fascismo, come Umberto Eco, secondo cui si sente di nuovo il “profumo” del ventennio. Apprendiamo in merito che anche Sergio Luzzatto sente addirittura, e proprio leggendo Libero, profumo di Farinacci. Provi a compilare un’antologia degli epiteti rivolti a Berlusconi e a tutto al centrodestra dall’“intellettualità progressista”: Farinacci farebbe la figura di un pivello.
La soggezione di cui si diceva è tanto più incondizionata in quanto il confine tra i “demonizzatori” e i “moderati” è tutt’altro che netto. Si prenda il caso di un moderato come Giorgio Tonini che non soltanto non ha preso le distanze dal proclama di Famiglia Cristiana (secondo cui il fascismo sta rinascendo tra di noi) ma anzi l’ha definito un giudizio serio, plausibile, «da prendere seriamente in considerazione». Possiamo anche spiegare questo atteggiamento come manifestazione della debolezza della dirigenza politica della sinistra di fronte alla lista nutrita di intellettuali di sinistra che ripetono lo slogan del ritorno del fascismo. Ma questa debolezza è soltanto l’ennesima prova di uno sfacelo politico-culturale. Cosa di buono si può cavare da chi non trova altri argomenti di contrasto se non quel ridicolo slogan, e da chi non trova la forza di liquidarlo come merita e di dedicarsi invece a imbastire un’opposizione degna di questo nome?
Sarebbe meglio entrare nella sostanza delle cose e chiedersi quali meriti abbia avuto la commissione Attali, tali da conquistarsi una fama tanto positiva. A ben vedere, nessuno. La commissione Attali si è fondata su un’idea completamente sbagliata, e ostinatamente ribadita da Attali medesimo in questi giorni, e cioè che sia possibile progettare una serie di soluzioni tecniche a problemi di sostanza in modo indipendente da qualsiasi visione politica e culturale. Il risultato è stato men che mediocre e, non a caso, il presidente Sarkozy si è tenuto alla larga da indicazioni quali l’abolizione dei dipartimenti e da una certa visione dell’autonomia che già in Italia ha dato pessime prove, per esempio con la riforma del titolo V della Costituzione. Se poi si guarda alle proposte per la scuola – ispirate al più vuoto tecnocratismo alieno da qualsiasi considerazione di merito – viene da dire: dimenticare Attali.
Nessuno, se non un estremista, può respingere il principio di un dialogo e di un confronto costruttivo tra posizioni diverse. Occorre saper accettare con spirito libero ogni apporto di idee e di progetti. Ma ciò non può essere fatto annacquando fino a renderle indistinguibili le proprie visioni di governo, magari fino al punto di adottare le idee e il linguaggio di chi è stato sconfessato dall’elettorato, dimenticando (come nel caso ricordato all’inizio di questo articolo) che la sinistra più lucida e consapevole li ha abbandonati. Quell’elettorato ha chiesto una svolta radicale rispetto al modello di gestione di una capitale in cui su un sottofondo di caos, degrado, illegalità e sporcizia impazzano feste e festival pseudoculturali. Se questo non è anche il punto di vista della “commissione Attali” allora l’impresa inizia con un equivoco di fondo a dir poco colossale.
(pubblicato su Libero)
Forse abbiamo capito male. Dicono che a Roma abbia vinto il centrodestra. Ma allora perché c’è un assessore alla scuola che parla come un militante di Rifondazione Comunista mentre il ministro della Pubblica Istruzione del governo di centro-destra riafferma dei principi cui si è dovuta arrendere la migliore sinistra europea, come quella del laburista Tony Blair?
Lungi da noi stabilire collegamenti semplicistici con la vicenda della commissione Attali per Roma, ma qui c’è qualcosa che ha a che fare con una soggezione di taluni ambienti politici del centrodestra nei confronti della cultura di sinistra. È la soggezione che porta a inseguire ad ogni costo il consenso e i consigli di coloro che ripetono senza tema del ridicolo che in Italia ormai dilaga il fascismo, come Umberto Eco, secondo cui si sente di nuovo il “profumo” del ventennio. Apprendiamo in merito che anche Sergio Luzzatto sente addirittura, e proprio leggendo Libero, profumo di Farinacci. Provi a compilare un’antologia degli epiteti rivolti a Berlusconi e a tutto al centrodestra dall’“intellettualità progressista”: Farinacci farebbe la figura di un pivello.
La soggezione di cui si diceva è tanto più incondizionata in quanto il confine tra i “demonizzatori” e i “moderati” è tutt’altro che netto. Si prenda il caso di un moderato come Giorgio Tonini che non soltanto non ha preso le distanze dal proclama di Famiglia Cristiana (secondo cui il fascismo sta rinascendo tra di noi) ma anzi l’ha definito un giudizio serio, plausibile, «da prendere seriamente in considerazione». Possiamo anche spiegare questo atteggiamento come manifestazione della debolezza della dirigenza politica della sinistra di fronte alla lista nutrita di intellettuali di sinistra che ripetono lo slogan del ritorno del fascismo. Ma questa debolezza è soltanto l’ennesima prova di uno sfacelo politico-culturale. Cosa di buono si può cavare da chi non trova altri argomenti di contrasto se non quel ridicolo slogan, e da chi non trova la forza di liquidarlo come merita e di dedicarsi invece a imbastire un’opposizione degna di questo nome?
Sarebbe meglio entrare nella sostanza delle cose e chiedersi quali meriti abbia avuto la commissione Attali, tali da conquistarsi una fama tanto positiva. A ben vedere, nessuno. La commissione Attali si è fondata su un’idea completamente sbagliata, e ostinatamente ribadita da Attali medesimo in questi giorni, e cioè che sia possibile progettare una serie di soluzioni tecniche a problemi di sostanza in modo indipendente da qualsiasi visione politica e culturale. Il risultato è stato men che mediocre e, non a caso, il presidente Sarkozy si è tenuto alla larga da indicazioni quali l’abolizione dei dipartimenti e da una certa visione dell’autonomia che già in Italia ha dato pessime prove, per esempio con la riforma del titolo V della Costituzione. Se poi si guarda alle proposte per la scuola – ispirate al più vuoto tecnocratismo alieno da qualsiasi considerazione di merito – viene da dire: dimenticare Attali.
Nessuno, se non un estremista, può respingere il principio di un dialogo e di un confronto costruttivo tra posizioni diverse. Occorre saper accettare con spirito libero ogni apporto di idee e di progetti. Ma ciò non può essere fatto annacquando fino a renderle indistinguibili le proprie visioni di governo, magari fino al punto di adottare le idee e il linguaggio di chi è stato sconfessato dall’elettorato, dimenticando (come nel caso ricordato all’inizio di questo articolo) che la sinistra più lucida e consapevole li ha abbandonati. Quell’elettorato ha chiesto una svolta radicale rispetto al modello di gestione di una capitale in cui su un sottofondo di caos, degrado, illegalità e sporcizia impazzano feste e festival pseudoculturali. Se questo non è anche il punto di vista della “commissione Attali” allora l’impresa inizia con un equivoco di fondo a dir poco colossale.
(pubblicato su Libero)
Berlinguer insiste
In una lettera al Corriere della Sera l’ex-ministro Luigi Berlinguer ha illustrato cosa è per lui la “nuova scuola”: rigore e coinvolgimento. È un bel passo in avanti se si pensa che, in periodo elettorale, egli definì chi parlava di rigore (come i firmatari dell’appello del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità) “relitti del passato, tagliati fuori dalla storia”, “laudatores temporis acti”, una “casta” legata a un “cultura morta e deduttivistica”. Si tratta di vedere se questa adesione al rigore è convinta o è una concessione, vista l’aria che tira e in attesa di tempi “migliori”. La lettura della lettera avvalora la seconda interpretazione. Dice Berlinguer che «fra i tanti problemi della vita scolastica c’è anche una questione di rispetto delle regole». Non ci siamo proprio: la vita scolastica non inizia neppure a esistere senza il rispetto delle regole. Ma a Berlinguer preme soltanto scagliarsi contro i “laudatores temporis acti” che vorrebbero risolvere la questione con il solo rigore che occorre accompagnare al coinvolgimento. D’accordo, purché si dica chiaramente che il rispetto delle regole si impone somministrando sanzioni quando esse vengono violate e che la scuola è il luogo dove si inizia ad apprendere questo principio fin da piccoli. Invece essa è un luogo diseducativo se ammette la prassi immorale per cui chi non studia va avanti al pari di chi studia. Quindi l’adesione al rigore si misura con l’accettazione piena della decisione del ministro Gelmini di ripristinare il controllo autunnale del rendimento dello studente.
Se il richiamo di Berlinguer al rigore non è formale egli dovrebbe pronunziarsi a favore del sacrosanto ripristino del voto in condotta voluto dal ministro Gelmini e dissociarsi dal coro indecente che parla di “scuola di polizia” e di “reazione”. È difficile che lo faccia visto che si ostina a giustificare l’abolizione che egli fece del 7 in condotta con la motivazione che la “prassi” lo aveva cancellato nei fatti. Come se la “prassi” sia di per sé una cosa santa e non possa essere una degenerazione scellerata. Ed è difficile che lo faccia visto che si ostina a difendere il suo “Statuto delle studentesse e degli studenti” (anche se lo rinomina diplomaticamente “Statuto dei diritti e dei doveri studenteschi”) che ridusse a vaghe possibilità le sanzioni insistendo in modo demagogico sui diritti.
Se queste vengono riproposte come le regole su cui dovrebbe fondarsi «la scuola, l’education fatta da una comunità educante», non ci siamo proprio. “Education” sembra molto moderno e “internazionale”, ma fa venire in mente la celebre canzone di Carosone, «Tu vuò fà l’americano» che avvertiva: «tu vuoi bere whisky and soda, poi te siente disturbà». Il fatto è che l’education o comunità educante – basata sulla pedagogia dell’autoapprendimento creativo – comincia a “disturbare” anche gli americani… Sarebbe quindi prudente evitare di assumere questa indigesta bevanda che sempre più è identificata come causa di crisi laddove è stata propinata, per fortuna ancora in dosi limitate. Dice Berlinguer che in Italia «la lezione ex-cathedra resta il metodo dominante, sparito quasi ovunque nei Paesi evoluti». Ricevo messaggi esterrefatti di persone che scrivono: “Ma di che parla? Ho studiato in mezzo mondo e ho visto sempre e solo lezioni ex-cathedra…». L’aspetto comico della faccenda è che i critici della «inossidabile lezione frontale», i pedagogisti dell’autoapprendimento e della trasformazione dell’insegnante in facilitatore, di cui Berlinguer è il profeta, non fanno che tenere lezioni frontali che più frontali non si può. Beninteso, sono lezioni frontali per spiegare che le lezioni frontali sono un abominio ed è certamente tale nobile missione che concede a loro soltanto il diritto di tenerle. Così come consente a Berlinguer di imputare a tale oscena istituzione la «criminale cancellazione dell’arte praticata, la creatività».
Ebbene, abbiamo capito benissimo cosa intende Berlinguer col bizzarro termine di “arte praticata”. È la prassi della “comunità educante” in cui un gruppo decide autonomamente di studiare un pezzo di storia, un altro si riunisce a studiare la geografia del terzo mondo, un altro ancora le equazioni di primo grado (ma non quelle di secondo perché sono reazionarie), un altro studia musica battendo le pentole e senza imparare le note perché è repressivo. Insomma, il paese dei balocchi o comunità diseducante. Coinvolgere lo studente è assolutamente necessario. Ma chi crede che la scienza si apprenda pasticciando “creativamente” nei laboratori senza supporto di teoria, non ha capito nulla della scienza e prepara soltanto un’altra catastrofe per la scuola. Il coinvolgimento attivo dello studente ha senso soltanto su una solida base disciplinare.
Lo stato della scuola non ammette pasticci e confusioni. Non è accettabile che venga riproposta, indorando la pillola col richiamo di facciata al rigore, la ricetta culturalmente e pedagogicamente fallimentare che domina la scuola italiana da un trentennio e l’ha condotta nel presente stato catastrofico, e che oltretutto è in crisi e sotto accusa dovunque è stata messa in opera.
(pubblicato su Libero)
Se il richiamo di Berlinguer al rigore non è formale egli dovrebbe pronunziarsi a favore del sacrosanto ripristino del voto in condotta voluto dal ministro Gelmini e dissociarsi dal coro indecente che parla di “scuola di polizia” e di “reazione”. È difficile che lo faccia visto che si ostina a giustificare l’abolizione che egli fece del 7 in condotta con la motivazione che la “prassi” lo aveva cancellato nei fatti. Come se la “prassi” sia di per sé una cosa santa e non possa essere una degenerazione scellerata. Ed è difficile che lo faccia visto che si ostina a difendere il suo “Statuto delle studentesse e degli studenti” (anche se lo rinomina diplomaticamente “Statuto dei diritti e dei doveri studenteschi”) che ridusse a vaghe possibilità le sanzioni insistendo in modo demagogico sui diritti.
Se queste vengono riproposte come le regole su cui dovrebbe fondarsi «la scuola, l’education fatta da una comunità educante», non ci siamo proprio. “Education” sembra molto moderno e “internazionale”, ma fa venire in mente la celebre canzone di Carosone, «Tu vuò fà l’americano» che avvertiva: «tu vuoi bere whisky and soda, poi te siente disturbà». Il fatto è che l’education o comunità educante – basata sulla pedagogia dell’autoapprendimento creativo – comincia a “disturbare” anche gli americani… Sarebbe quindi prudente evitare di assumere questa indigesta bevanda che sempre più è identificata come causa di crisi laddove è stata propinata, per fortuna ancora in dosi limitate. Dice Berlinguer che in Italia «la lezione ex-cathedra resta il metodo dominante, sparito quasi ovunque nei Paesi evoluti». Ricevo messaggi esterrefatti di persone che scrivono: “Ma di che parla? Ho studiato in mezzo mondo e ho visto sempre e solo lezioni ex-cathedra…». L’aspetto comico della faccenda è che i critici della «inossidabile lezione frontale», i pedagogisti dell’autoapprendimento e della trasformazione dell’insegnante in facilitatore, di cui Berlinguer è il profeta, non fanno che tenere lezioni frontali che più frontali non si può. Beninteso, sono lezioni frontali per spiegare che le lezioni frontali sono un abominio ed è certamente tale nobile missione che concede a loro soltanto il diritto di tenerle. Così come consente a Berlinguer di imputare a tale oscena istituzione la «criminale cancellazione dell’arte praticata, la creatività».
Ebbene, abbiamo capito benissimo cosa intende Berlinguer col bizzarro termine di “arte praticata”. È la prassi della “comunità educante” in cui un gruppo decide autonomamente di studiare un pezzo di storia, un altro si riunisce a studiare la geografia del terzo mondo, un altro ancora le equazioni di primo grado (ma non quelle di secondo perché sono reazionarie), un altro studia musica battendo le pentole e senza imparare le note perché è repressivo. Insomma, il paese dei balocchi o comunità diseducante. Coinvolgere lo studente è assolutamente necessario. Ma chi crede che la scienza si apprenda pasticciando “creativamente” nei laboratori senza supporto di teoria, non ha capito nulla della scienza e prepara soltanto un’altra catastrofe per la scuola. Il coinvolgimento attivo dello studente ha senso soltanto su una solida base disciplinare.
Lo stato della scuola non ammette pasticci e confusioni. Non è accettabile che venga riproposta, indorando la pillola col richiamo di facciata al rigore, la ricetta culturalmente e pedagogicamente fallimentare che domina la scuola italiana da un trentennio e l’ha condotta nel presente stato catastrofico, e che oltretutto è in crisi e sotto accusa dovunque è stata messa in opera.
(pubblicato su Libero)
domenica 10 agosto 2008
Sulla valutazione
A giudicare da certe ingenue rappresentazioni sembra che la “valutazione” della ricerca scientifica sia un’invenzione dei nostri tempi. In realtà, fin dal Seicento le grandi Accademie scientifiche europee seguivano procedure di grande rigore nel valutare gli articoli, le memorie o i progetti scientifici che venivano loro sottoposti. Si formavano commissioni che emettevano giudizi mediante rapporti dettagliati e motivati. Naturalmente tutti questi rapporti erano firmati con nome e cognome. Chiunque li legga ancor oggi può giudicare della loro serietà: eventuali errori o intenti malevoli o troppo benevoli sono riconducibili a persone ben individuate che con le loro affermazioni misero in gioco il loro prestigio.
Al contrario, oggi viene considerato come una grande conquista l’anonimato dei relatori giudicanti o “referees” – anonimato che non viene neppure bilanciato da quello dei giudicati – perché, in tal modo, essi sarebbero liberi di esprimere i loro giudizi. Certamente sono liberi. Troppo liberi, fino all’arbitrio.
Ha non una ma cento ragioni Luciano Canfora a denunciare (Corriere della Sera, 30 luglio) lo «scandalo del killeraggio sui progetti, protetto dall’anonimato» che inquina le procedure di valutazione dei programmi di ricerca scientifica. Va aggiunto però che si tratta di uno scandalo non soltanto italiano e i cui principali fattori sono l’anonimato e la pretesa di voler conseguire l’oggettività del giudizio attraverso procedure meramente quantitative.
Sul primo aspetto potrei intrattenere il lettore per pagine. Sono stato direttore di una rivista di storia della scienza per diversi anni e ne ho viste di tutti i colori. Malgrado sottoponessi gli articoli al giudizio cancellando il nome dell’autore e ogni riferimento che permettesse di individuarlo, uno sport prediletto da parecchi referees era di scoprirne l’identità onde decidere che trattamento riservargli. Molti rapporti erano basati su pregiudizi sfrontati: “non condivido la filosofia scientifica dell’autore, quindi va bocciato”. Per non dire di castronerie che nessuno avrebbe osato scrivere se costretto a firmarle con nome e cognome. Fui anche vittima di una di queste situazioni quando presentai un articolo a una prestigiosissima rivista statunitense e il referee lo criticò enunciando una castroneria che comporterebbe un’immediata bocciatura in un qualsiasi esame di un biennio di matematica o fisica. Il direttore della rivista mi diede ragione, scrivendo testualmente che «il referee non era in grado di slacciarmi le scarpe sul tema» ma che lui aveva le mani legate perché non poteva ignorare il giudizio negativo. Era un killeraggio organizzato o quel direttore era soltanto un vile? Di certo questo episodio evoca il caso nostrano di un progetto Prin (progetti di ricerca di interesse nazionale) silurato sulla base del giudizio di un valutatore straniero che, forse in preda a fumi alcoolici, scambiò il responsabile del progetto (uno studioso di fama mondiale) con uno dei partecipanti deducendone l’incongruità del programma e dell’impiego dei fondi. I “garanti” interpellati risposero di non poter fare nulla perché non titolati a intervenire sul merito bensì soltanto sulle procedure che apparivano rispettate.
La ricerca è devastata oggi da una scandalosa miscela di irresponsabilità e di formalismo. L’irresponsabilità è conseguenza dell’anonimato che consente di emettere giudizi assurdi, faziosi, privi di fondamento e talora formulati con incredibile sciatteria, tanto non si firma, non ci si mette la faccia e non ci si gioca la reputazione. Canfora cita il caso di una spudorata inversione con cui si ascrivevano a difetti quelli che nello stesso giudizio venivano presentati come pregi pur di togliere un punto decisivo per il conferimento del finanziamento. E qui veniamo al secondo aspetto: il feticismo della forma, rappresentato dall’adesione a procedure quantitative che dovrebbero garantire l’oggettività del giudizio. Qui il discorso si amplia moltissimo perché l’introduzione di procedure quantitative che sopprimerebbero gli aspetti soggettivi del giudizio informa una concezione più generale della valutazione che riguarda non soltanto il giudizio dei singoli prodotti della ricerca o dei programmi di ricerca, ma anche i risultati della ricerca nel suo insieme nonché del sistema dell’istruzione scolastica e universitaria, a livello globale e a livello dei singoli istituti. “Valutare” viene presentato come toccasana del sistema della ricerca e dell’istruzione, purché si tratti di valutazione “oggettiva” e questa oggettività sarebbe garantita dall’adozione di procedure “scientifiche” che sopprimerebbero gli inconvenienti derivanti dall’intromissione del “soggettivo”, ricorrendo a griglie di parametri quantitativi “esatti”.
In realtà, mediante i numeri possono essere contrabbandati i giudizi più arbitrari e soggettivi e si può degradare la ricerca a livelli infimi. Questo fatto viene denunciato in due recentissimi documenti.
Il primo è una lettera firmata dai direttori di dieci tra le maggiori riviste di cultura scientifica e storia della scienza a livello mondiale (Annals of Science, Isis, Social Studies of Science, ecc.). Così inizia: «Viviamo nell’età della metrica. Intorno a noi le cose vengono standardizzate, quantificate e misurate. I ricercatori di storia della scienza e tecnologia debbono considerare ciò come un fenomeno pratico, culturale e intellettuale che è affascinante e cruciale al contempo […] e che è stato al centro del loro lavoro per almeno un quarto di secolo. […] Ora ci troviamo in una situazione in cui il nostro lavoro di ricerca è soggetto a una valutazione che si pretende precisa da parte di agenzie arbitrarie e non soggette a valutazione». La lettera mette sotto accusa l’ERIH (European Reference Index for the Humanities) che classifica il valore delle ricerche secondo che appaiano in riviste classificate per valore da parte di un comitato di persone che non ha alcuna rappresentatività del campo delle scienze umane. «L’ERIH – si osserva – dipende da un fondamentale fraintendimento delle regole e della pubblicazione della ricerca in questo campo. La qualità delle riviste non può essere separata dai loro contenuti […] Ricerche di alto livello possono essere pubblicate ovunque e in ogni lingua. Lavori di portata rivoluzionaria possono provenire da fonti marginali, dissidenti o inattese, piuttosto che dalle correnti principali e solidamente stabilite. Le riviste nel nostro campo sono varie, eterogenee e distinte. […] La British Academy ha concluso che l’ERIH com’è attualmente concepito non rappresenta un modo affidabile per stabilire una metrica per la valutazione delle pubblicazioni». In conclusione i dieci direttori invitano perentoriamente i compilatori dell’ERIH a rimuovere le loro riviste dalle loro liste a costo di essere marginalizzati nei finanziamenti.
Forse ancor più significativo è il documento dal titolo “Citation Statistics” prodotto circa un mese fa da tre autorevolissimi organismi scientifici, la International Mathematical Union (IMU), l’International Council of Industrial and Applied Mathematics (ICIAM) e l’Institute of Mathematical Statistics (IMS). Non posso addentrarmi in questo corposo testo di una trentina di pagine corredato di grafici e bibliografia. Mi limito a riassumerne la tesi centrale: «L’idea che la valutazione della ricerca debba essere fatta usando metodi “semplici e oggettivi” è sempre più prevalente oggi. Si crede che le statistiche delle citazioni siano di per sé più accurate in quanto sostituiscono giudizi complessi con numeri semplici e quindi superano la possibile soggettività delle valutazioni. Ma questa credenza è infondata». Difatti, continua il documento, è perfettamente illusorio che la statistica offra maggiore attendibilità di per sé. L’oggettività dei numeri può essere perfettamente illusoria. La filosofia del documento è espressa con una sentenza lapidaria in corsivo: «I numeri non sono di per sé superiori ai giudizi ponderati».
Chi parla così sono le associazioni che rappresentano chi più si occupa di numeri a livello mondiale…
Di fronte alla crisi del nostro sistema della ricerca e dell’istruzione sentiamo parlare da mane a sera di “valutazione”. Ogni invito a riflettere su quale sistema di valutazione sia opportuno introdurre e se non sia meglio affidarsi a procedure trasparenti e basate su “giudizi ponderati” e qualitativi cade nel nulla di fronte a una sorta di cupidigia di asservimento a metodologie improbabili e alla dittatura di esperti dalle improbabili competenze. Non mi sono mai schierato tra coloro che descrivono l’Italia come la sentina di tutti i mali – come si è appena visto non è proprio così – ma di certo un brutto vizio l’abbiamo: quello di adottare “innovazioni” vetuste quando ormai altrove si tende a metterle in discussione o a abbandonarle. Tale fu il caso della passione per le “nouvelles mathématiques” e la “new mathematics” che ci hanno lasciato in retaggio l’ossessione per la teoria degli insiemi e per l’aritmetica appresa colorando. Sarebbe opportuno che non si ripeta lo stesso errore con la valutazione. Per favore, niente anonimato e pochi numeri.
(Il Foglio, 10 agosto 2008)
Al contrario, oggi viene considerato come una grande conquista l’anonimato dei relatori giudicanti o “referees” – anonimato che non viene neppure bilanciato da quello dei giudicati – perché, in tal modo, essi sarebbero liberi di esprimere i loro giudizi. Certamente sono liberi. Troppo liberi, fino all’arbitrio.
Ha non una ma cento ragioni Luciano Canfora a denunciare (Corriere della Sera, 30 luglio) lo «scandalo del killeraggio sui progetti, protetto dall’anonimato» che inquina le procedure di valutazione dei programmi di ricerca scientifica. Va aggiunto però che si tratta di uno scandalo non soltanto italiano e i cui principali fattori sono l’anonimato e la pretesa di voler conseguire l’oggettività del giudizio attraverso procedure meramente quantitative.
Sul primo aspetto potrei intrattenere il lettore per pagine. Sono stato direttore di una rivista di storia della scienza per diversi anni e ne ho viste di tutti i colori. Malgrado sottoponessi gli articoli al giudizio cancellando il nome dell’autore e ogni riferimento che permettesse di individuarlo, uno sport prediletto da parecchi referees era di scoprirne l’identità onde decidere che trattamento riservargli. Molti rapporti erano basati su pregiudizi sfrontati: “non condivido la filosofia scientifica dell’autore, quindi va bocciato”. Per non dire di castronerie che nessuno avrebbe osato scrivere se costretto a firmarle con nome e cognome. Fui anche vittima di una di queste situazioni quando presentai un articolo a una prestigiosissima rivista statunitense e il referee lo criticò enunciando una castroneria che comporterebbe un’immediata bocciatura in un qualsiasi esame di un biennio di matematica o fisica. Il direttore della rivista mi diede ragione, scrivendo testualmente che «il referee non era in grado di slacciarmi le scarpe sul tema» ma che lui aveva le mani legate perché non poteva ignorare il giudizio negativo. Era un killeraggio organizzato o quel direttore era soltanto un vile? Di certo questo episodio evoca il caso nostrano di un progetto Prin (progetti di ricerca di interesse nazionale) silurato sulla base del giudizio di un valutatore straniero che, forse in preda a fumi alcoolici, scambiò il responsabile del progetto (uno studioso di fama mondiale) con uno dei partecipanti deducendone l’incongruità del programma e dell’impiego dei fondi. I “garanti” interpellati risposero di non poter fare nulla perché non titolati a intervenire sul merito bensì soltanto sulle procedure che apparivano rispettate.
La ricerca è devastata oggi da una scandalosa miscela di irresponsabilità e di formalismo. L’irresponsabilità è conseguenza dell’anonimato che consente di emettere giudizi assurdi, faziosi, privi di fondamento e talora formulati con incredibile sciatteria, tanto non si firma, non ci si mette la faccia e non ci si gioca la reputazione. Canfora cita il caso di una spudorata inversione con cui si ascrivevano a difetti quelli che nello stesso giudizio venivano presentati come pregi pur di togliere un punto decisivo per il conferimento del finanziamento. E qui veniamo al secondo aspetto: il feticismo della forma, rappresentato dall’adesione a procedure quantitative che dovrebbero garantire l’oggettività del giudizio. Qui il discorso si amplia moltissimo perché l’introduzione di procedure quantitative che sopprimerebbero gli aspetti soggettivi del giudizio informa una concezione più generale della valutazione che riguarda non soltanto il giudizio dei singoli prodotti della ricerca o dei programmi di ricerca, ma anche i risultati della ricerca nel suo insieme nonché del sistema dell’istruzione scolastica e universitaria, a livello globale e a livello dei singoli istituti. “Valutare” viene presentato come toccasana del sistema della ricerca e dell’istruzione, purché si tratti di valutazione “oggettiva” e questa oggettività sarebbe garantita dall’adozione di procedure “scientifiche” che sopprimerebbero gli inconvenienti derivanti dall’intromissione del “soggettivo”, ricorrendo a griglie di parametri quantitativi “esatti”.
In realtà, mediante i numeri possono essere contrabbandati i giudizi più arbitrari e soggettivi e si può degradare la ricerca a livelli infimi. Questo fatto viene denunciato in due recentissimi documenti.
Il primo è una lettera firmata dai direttori di dieci tra le maggiori riviste di cultura scientifica e storia della scienza a livello mondiale (Annals of Science, Isis, Social Studies of Science, ecc.). Così inizia: «Viviamo nell’età della metrica. Intorno a noi le cose vengono standardizzate, quantificate e misurate. I ricercatori di storia della scienza e tecnologia debbono considerare ciò come un fenomeno pratico, culturale e intellettuale che è affascinante e cruciale al contempo […] e che è stato al centro del loro lavoro per almeno un quarto di secolo. […] Ora ci troviamo in una situazione in cui il nostro lavoro di ricerca è soggetto a una valutazione che si pretende precisa da parte di agenzie arbitrarie e non soggette a valutazione». La lettera mette sotto accusa l’ERIH (European Reference Index for the Humanities) che classifica il valore delle ricerche secondo che appaiano in riviste classificate per valore da parte di un comitato di persone che non ha alcuna rappresentatività del campo delle scienze umane. «L’ERIH – si osserva – dipende da un fondamentale fraintendimento delle regole e della pubblicazione della ricerca in questo campo. La qualità delle riviste non può essere separata dai loro contenuti […] Ricerche di alto livello possono essere pubblicate ovunque e in ogni lingua. Lavori di portata rivoluzionaria possono provenire da fonti marginali, dissidenti o inattese, piuttosto che dalle correnti principali e solidamente stabilite. Le riviste nel nostro campo sono varie, eterogenee e distinte. […] La British Academy ha concluso che l’ERIH com’è attualmente concepito non rappresenta un modo affidabile per stabilire una metrica per la valutazione delle pubblicazioni». In conclusione i dieci direttori invitano perentoriamente i compilatori dell’ERIH a rimuovere le loro riviste dalle loro liste a costo di essere marginalizzati nei finanziamenti.
Forse ancor più significativo è il documento dal titolo “Citation Statistics” prodotto circa un mese fa da tre autorevolissimi organismi scientifici, la International Mathematical Union (IMU), l’International Council of Industrial and Applied Mathematics (ICIAM) e l’Institute of Mathematical Statistics (IMS). Non posso addentrarmi in questo corposo testo di una trentina di pagine corredato di grafici e bibliografia. Mi limito a riassumerne la tesi centrale: «L’idea che la valutazione della ricerca debba essere fatta usando metodi “semplici e oggettivi” è sempre più prevalente oggi. Si crede che le statistiche delle citazioni siano di per sé più accurate in quanto sostituiscono giudizi complessi con numeri semplici e quindi superano la possibile soggettività delle valutazioni. Ma questa credenza è infondata». Difatti, continua il documento, è perfettamente illusorio che la statistica offra maggiore attendibilità di per sé. L’oggettività dei numeri può essere perfettamente illusoria. La filosofia del documento è espressa con una sentenza lapidaria in corsivo: «I numeri non sono di per sé superiori ai giudizi ponderati».
Chi parla così sono le associazioni che rappresentano chi più si occupa di numeri a livello mondiale…
Di fronte alla crisi del nostro sistema della ricerca e dell’istruzione sentiamo parlare da mane a sera di “valutazione”. Ogni invito a riflettere su quale sistema di valutazione sia opportuno introdurre e se non sia meglio affidarsi a procedure trasparenti e basate su “giudizi ponderati” e qualitativi cade nel nulla di fronte a una sorta di cupidigia di asservimento a metodologie improbabili e alla dittatura di esperti dalle improbabili competenze. Non mi sono mai schierato tra coloro che descrivono l’Italia come la sentina di tutti i mali – come si è appena visto non è proprio così – ma di certo un brutto vizio l’abbiamo: quello di adottare “innovazioni” vetuste quando ormai altrove si tende a metterle in discussione o a abbandonarle. Tale fu il caso della passione per le “nouvelles mathématiques” e la “new mathematics” che ci hanno lasciato in retaggio l’ossessione per la teoria degli insiemi e per l’aritmetica appresa colorando. Sarebbe opportuno che non si ripeta lo stesso errore con la valutazione. Per favore, niente anonimato e pochi numeri.
(Il Foglio, 10 agosto 2008)
giovedì 31 luglio 2008
Superiorità antropologica
Ricominciamo con la superiorità antropologica. Era da augurarsi, per il bene della sinistra, che la maledizione di Umberto Eco fosse stata accantonata per sempre: di là ci sono i disonesti, gli analfabeti, i mascalzoni; di qua le persone perbene, intelligenti e colte; e poi arriva la tranvata elettorale. E invece la maledizione non è stata accantonata, bensì riesumata nella versione di Massimo D’Alema: è vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella «parte più acculturata del paese», siamo «il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali». Siamo «una minoranza che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi» e quindi «è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il consenso attivo dell’elettorato di centrosinistra».
Se un concetto del genere fosse stato espresso a destra, si sarebbe parlato di razzismo, c’è da scommetterci. A noi del politicamente corretto non importa nulla e consideriamo tutto ciò soltanto pensieri squallidi, roba da chiacchiere al mercato – «lo sapete come sono loro, signora mia, mica come la gente che frequentiamo noi» – residuati di teorizzazioni paleomarxiste circa la superiorità della città sulla campagna, propinati con la prosopopea delle statistiche “scientifiche”. Ma lasciamo pure da parte queste supponenze autolesioniste – chi vota il centrodestra è un troglodita e chi vota centrosinistra è un “acculturato” – e assumiamone la versione più blanda, e cioè che la classe dirigente del centro sinistra è più acculturata e preparata. Ebbene, è vero che la classe dirigente di sinistra conserva un’egemonia evidente nel campo della cultura e possiede una tradizione più forte di cultura politica, ed è vero che il centrodestra vive un complesso di inferiorità che lo porta a inchinarsi come se dovesse sempre apprendere qualcosa e a cercare di convincere la sinistra a farsi carico dei suoi valori come se non fosse capace di farli avanzare da solo.
Sarà pur vero. Ma chi ha senso critico e non vive di narcisismo dovrebbe chiedersi, con preoccupazione, se le batoste elettorali non manifestino il fatto che la propria egemonia culturale ormai non sa interpretare le esigenze della società ed è sempre più una concrezione che comprime le spinte di rinnovamento. Il centrodestra è confuso e goffo nel costruire la propria cultura politica e soffre di un vecchio complesso di inferiorità culturale. Ma su quale terreno la sinistra mostra la capacità di rinnovarsi e di offrire risposte non conformiste? Non basta leggere. Bisogna capire quel che si legge e saperlo mettere in rapporto con la realtà in cui si vive. In economia la sinistra è sempre impelagata in visioni stataliste che non corrispondono più a un interesse pubblico o nazionale ma solo alla difesa di interessi di categoria. La sanità e l’istruzione sono esempi caratteristici di una sinistra statalista che ha fatto a pezzi il sistema sanitario e la scuola pubblica riducendoli a un cumulo di macerie. Il vuoto lasciato dal marxismo è stato occupato da un’adesione mitologica a uno scientismo laicista che non è capace di proporre alcun valore etico. E la tanto vantata egemonia culturale che cosa produce di valido al di là della riproposizione del proprio potere materiale nella miriade di manifestazioni culturali in cui sembra che abbia diritto a parlare una sola parte? Perché il potere materiale esiste ancora, questo è certo. Ma se ciò produce una situazione soffocante nel presente, in prospettiva non vuol dir molto. La storia è piena di casi di egemonie che impiegano tempi lunghissimi a consumare la propria decadenza.
(Tempi, 31 luglio 2008)
Se un concetto del genere fosse stato espresso a destra, si sarebbe parlato di razzismo, c’è da scommetterci. A noi del politicamente corretto non importa nulla e consideriamo tutto ciò soltanto pensieri squallidi, roba da chiacchiere al mercato – «lo sapete come sono loro, signora mia, mica come la gente che frequentiamo noi» – residuati di teorizzazioni paleomarxiste circa la superiorità della città sulla campagna, propinati con la prosopopea delle statistiche “scientifiche”. Ma lasciamo pure da parte queste supponenze autolesioniste – chi vota il centrodestra è un troglodita e chi vota centrosinistra è un “acculturato” – e assumiamone la versione più blanda, e cioè che la classe dirigente del centro sinistra è più acculturata e preparata. Ebbene, è vero che la classe dirigente di sinistra conserva un’egemonia evidente nel campo della cultura e possiede una tradizione più forte di cultura politica, ed è vero che il centrodestra vive un complesso di inferiorità che lo porta a inchinarsi come se dovesse sempre apprendere qualcosa e a cercare di convincere la sinistra a farsi carico dei suoi valori come se non fosse capace di farli avanzare da solo.
Sarà pur vero. Ma chi ha senso critico e non vive di narcisismo dovrebbe chiedersi, con preoccupazione, se le batoste elettorali non manifestino il fatto che la propria egemonia culturale ormai non sa interpretare le esigenze della società ed è sempre più una concrezione che comprime le spinte di rinnovamento. Il centrodestra è confuso e goffo nel costruire la propria cultura politica e soffre di un vecchio complesso di inferiorità culturale. Ma su quale terreno la sinistra mostra la capacità di rinnovarsi e di offrire risposte non conformiste? Non basta leggere. Bisogna capire quel che si legge e saperlo mettere in rapporto con la realtà in cui si vive. In economia la sinistra è sempre impelagata in visioni stataliste che non corrispondono più a un interesse pubblico o nazionale ma solo alla difesa di interessi di categoria. La sanità e l’istruzione sono esempi caratteristici di una sinistra statalista che ha fatto a pezzi il sistema sanitario e la scuola pubblica riducendoli a un cumulo di macerie. Il vuoto lasciato dal marxismo è stato occupato da un’adesione mitologica a uno scientismo laicista che non è capace di proporre alcun valore etico. E la tanto vantata egemonia culturale che cosa produce di valido al di là della riproposizione del proprio potere materiale nella miriade di manifestazioni culturali in cui sembra che abbia diritto a parlare una sola parte? Perché il potere materiale esiste ancora, questo è certo. Ma se ciò produce una situazione soffocante nel presente, in prospettiva non vuol dir molto. La storia è piena di casi di egemonie che impiegano tempi lunghissimi a consumare la propria decadenza.
(Tempi, 31 luglio 2008)
domenica 27 luglio 2008
Bioetica e politica
Secondo Pierluigi Battista il silenzio della politica è calato sulle questioni etiche e il caso di Eluana Englaro, nonostante la drammaticità delle sue implicazioni, non è bastato a romperlo. Secondo Ignazio Marino questo silenzio «ha una spiegazione semplice: al centro-destra i temi etici non interessano». In certo senso, siamo d’accordo con Marino, in un senso che va bene chiarito. Il centro-destra ospita posizioni molto diverse, talora diametralmente opposte, e inclina a non accentuare le divergenze, preferendo enfatizzare i temi su cui è più unito: economia, sicurezza, politica estera e, entro certi limiti, anche l’istruzione. In ciò asseconda la tendenza del suo elettorato a collocare questi temi ai primi posti nella graduatoria delle emergenze. Questo spiega l’insuccesso della lista pro-life di Giuliano Ferrara alle recenti elezioni, mentre è profondamente sbagliato dedurre da quell’insuccesso conclusioni circa una scarsa sensibilità per le questioni bioetiche nel nostro paese. Di certo, per la maggioranza degli italiani – e per coloro che ne hanno interpretato le tendenze – la questione della sicurezza viene prima, ma questo non significa che vi sia sordità sulle questioni etiche. Al contrario, l’Italia è certamente il paese europeo più sensibile in merito e che ha espresso ripetutamente – in particolare nel referendum sulla legge 40, ma non soltanto – una visione diametralmente opposta a quella della Spagna di Zapatero. Qui le posizioni di tendenza zapaterista si annidano tutte nello schieramento di centro-sinistra e in tal senso Marino ha ragione: non si sente niente a sinistra perché vi regna un totale unanimismo, a parte qualche borbottio indistinto che non raggiunge neppure il livello di un timido dissenso. Il centro sinistra si è appiattito su una linea che attribuisce alle “conquiste” della tecnoscienza un significato intrinsecamente progressivo e liberatorio. In fondo, si tratta dell’ennesima manifestazione della crisi di uno schieramento il cui nucleo duro – attorno a cui si dispongono appendici sempre più marginali – ha una derivazione fortemente ideologica che lo predispone a cercarsi ideologie sostitutive: tale è la funzione assunta dal mito del carattere buono e progressivo della tecnoscienza.
Eugenia Roccella è forse ottimista quando sostiene che il centro-destra sta elaborando una nuova cultura politica che superi certi aspetti del liberismo etico. È però indubbio che l’affermazione di Marino è vera soltanto in relazione alla reticenza della politica ufficiale: chi ha un atteggiamento critico nei confronti degli eccessi della tecnoscienza ha trovato e trova soltanto nel centro-destra un luogo dove elaborare un confronto su questi temi.
L’imperio della tecnoscienza nelle manipolazioni biologiche è dovuto a corposi interessi che è difficilissimo scalfire. È più facile accodarsi in silenzio a questi sviluppi che non criticarli. Abbiamo attraversato una pausa, ma non dimentichiamo che in pochi paesi come in Italia si è sviluppato un importante movimento culturale di critica a quello che chiamerei, riprendendo un’espressione di Pasternak (riservata ai totalitarismi), la «notte materialistica». Questo movimento ha avuto un centro di importanza primaria nel Foglio di Giuliano Ferrara e nell’attività di tante personalità del mondo cattolico e non cattolico che hanno trovato un terreno di dialogo sia sui temi sollevati ripetutamente da Benedetto XVI che nel ripensamento di testi di pensatori razionalisti e di scienziati estranei al riduzionismo. È di qui che bisogna ripartire con energia per rompere il silenzio della politica sulle questioni bioetiche.
/Tempi, 24 luglio 2008)
Eugenia Roccella è forse ottimista quando sostiene che il centro-destra sta elaborando una nuova cultura politica che superi certi aspetti del liberismo etico. È però indubbio che l’affermazione di Marino è vera soltanto in relazione alla reticenza della politica ufficiale: chi ha un atteggiamento critico nei confronti degli eccessi della tecnoscienza ha trovato e trova soltanto nel centro-destra un luogo dove elaborare un confronto su questi temi.
L’imperio della tecnoscienza nelle manipolazioni biologiche è dovuto a corposi interessi che è difficilissimo scalfire. È più facile accodarsi in silenzio a questi sviluppi che non criticarli. Abbiamo attraversato una pausa, ma non dimentichiamo che in pochi paesi come in Italia si è sviluppato un importante movimento culturale di critica a quello che chiamerei, riprendendo un’espressione di Pasternak (riservata ai totalitarismi), la «notte materialistica». Questo movimento ha avuto un centro di importanza primaria nel Foglio di Giuliano Ferrara e nell’attività di tante personalità del mondo cattolico e non cattolico che hanno trovato un terreno di dialogo sia sui temi sollevati ripetutamente da Benedetto XVI che nel ripensamento di testi di pensatori razionalisti e di scienziati estranei al riduzionismo. È di qui che bisogna ripartire con energia per rompere il silenzio della politica sulle questioni bioetiche.
/Tempi, 24 luglio 2008)
lunedì 21 luglio 2008
Israele e i drammatici fatti libanesi
Dice Amos Oz che riportare a casa i morti è un obbligo morale che fa parte dell’etica ebraica. Così detta è una colossale sciocchezza. La religione e l’etica ebraica pongono la vita al di sopra di tutto e non ammettono che la morte trascini nel suo gorgo la vita. L’ebraismo non ha il culto della conservazione dei cadaveri, e difatti prescrive il seppellimento in terra, perché la polvere torni alla polvere e nella terra trovi il riposo. È quindi essenziale riportare i corpi al riposo della terra e al rispetto ma il problema è il prezzo e questo prezzo non può essere quello della vita. I poveri resti dei due soldati Eldad Regev e Ehud Goldwasser non sono stati scambiati soltanto con un criminale efferato che ha ucciso una bimba di 4 anni fracassandole la testa ma con la vita dei cittadini israeliani, che ora vale molto meno di prima. Difatti ora i terroristi sanno che il governo israeliano è disposto a dare quello che essi vogliono – colleghi terroristi vivi – in cambio di un’altra cosa che vogliono – brandelli di israeliani uccisi. Tanto per cominciare essi sanno che Gilad Shalit vale morto quanto vale (o valeva) vivo e quindi la sua ipotetica vita non vale più niente.
Si lasci quindi in pace la religione e l’etica ebraica. Come ha bene spiegato Benny Morris i padri fondatori di Israele – che non erano meno ebrei degli attuali governanti – non si sarebbero mai sognati di praticare uno scambio simile. Pertanto, le motivazioni religiose e morali sono prive di fondamento e casomai potrebbero essere il paravento di motivazioni diplomatiche, tattico-strategiche o propagandistiche. Ma quali? Lo scambio accettato da Israele ha condotto soltanto a un tragico indebolimento della sua immagine che assomiglia a quella di una tigre di carta, sia pure in un’ottica alimentata dalla paranoia che tuttavia può avere effetti disastrosi. Difatti, a cosa può condurre la convinzione (sia pure l’illusione) di una profonda debolezza di Israele se non ad alimentare nuove tragedie e nuovi devastanti conflitti? Il minacciare interventi di Israele contro un Iran lontano non migliora le cose se è congiunto all’immagine di un governo incapace di affrontare il nodo di un assedio vicino, da parte di milizie che ormai tengono sotto il tiro di migliaia di missili l’intero suolo israeliano (in barba alla missione Unifil, derisorio “successo” del nostro precedente governo). Una condizione del genere evoca l’immagine di un paese-portaerei, anzi di una portaerei sotterranea, capace di possenti interventi dal sottosuolo su in aria e incapace di preservare la vita e la sicurezza dei suoi abitanti. È un’immagine pericolosa perché alimenta, al di là della realtà, sentimenti non di pace ma di guerra, attraverso la convinzione crescente che Israele sia una pianta fradicia che basta scuotere con forza per far cadere a terra. Tra le tante manifestazioni in questo senso la più significativa è data dal comportamento del “moderato” presidente di Fatah, Abu Mazen, che ha avuto l’impudenza di congratularsi con l’assassino truculento e la sua famiglia. Questo è l’uomo su cui più conta Israele per fare la pace…
Cosa resta allora? L’argomento propagandistico? Di fronte allo spettacolo indecente delle manifestazioni di giubilo in Libano, di fronte al presidente Suleiman, al premier Siniora, al presidente del Parlamento Nabih Berri, ad autorità e vescovi tutti ad assistere al discorso dello sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah, e poi cerimonie, bandiere, archi di trionfo, il portavoce militare israeliano ha dichiarato «povero quel popolo che si vanta di eroi del genere», alludendo al pluriassassino e riecheggiando analoghe parole di Olmert. E il Presidente Peres ha chiesto: «Dov’è la vittoria morale suprema? Qui, fra le candele del ricordo e non laggiù. Vergogna al Libano».
Parole sacrosante. Ma chi le condividerà? Diciamo le cose come stanno. Sulla stampa internazionale leggiamo molte notizie, presentate in modo anodino, ma finora abbiamo letto ben pochi editoriali di denuncia di questa aberrazione morale, di questa discesa negli abissi del disumano e che riconoscano dove sta il rispetto della vita. Anzi, siamo pronti a sentire – appena le acque si calmeranno e forse anche prima – nuove accuse contro Israele, stato “razzista” e “nazista”, nuovi appelli di intellettuali contro l’“occupazione”, nuove raffiche di condanne da parte di quell’inqualificabile congrega che è la commissione per i diritti umani dell’Onu. Peres può dire quel che vuole, ma fa male a illudersi che la sagra dell’immoralità non sia anche in occidente.
Qui sta la grande e fondamentale differenza tra i gli attuali esangui dirigenti di Israele e i padri fondatori dello stato. Questi ultimi si basavano sul solido principio che la morale e la vita non si barattano per ottenere la condiscendenza degli assassini, di coloro che tengono loro bordone o di chi si volta dall’altra parte. Non è giusto e non serve a niente, se non ad alimentare la pianta del male.
Si lasci quindi in pace la religione e l’etica ebraica. Come ha bene spiegato Benny Morris i padri fondatori di Israele – che non erano meno ebrei degli attuali governanti – non si sarebbero mai sognati di praticare uno scambio simile. Pertanto, le motivazioni religiose e morali sono prive di fondamento e casomai potrebbero essere il paravento di motivazioni diplomatiche, tattico-strategiche o propagandistiche. Ma quali? Lo scambio accettato da Israele ha condotto soltanto a un tragico indebolimento della sua immagine che assomiglia a quella di una tigre di carta, sia pure in un’ottica alimentata dalla paranoia che tuttavia può avere effetti disastrosi. Difatti, a cosa può condurre la convinzione (sia pure l’illusione) di una profonda debolezza di Israele se non ad alimentare nuove tragedie e nuovi devastanti conflitti? Il minacciare interventi di Israele contro un Iran lontano non migliora le cose se è congiunto all’immagine di un governo incapace di affrontare il nodo di un assedio vicino, da parte di milizie che ormai tengono sotto il tiro di migliaia di missili l’intero suolo israeliano (in barba alla missione Unifil, derisorio “successo” del nostro precedente governo). Una condizione del genere evoca l’immagine di un paese-portaerei, anzi di una portaerei sotterranea, capace di possenti interventi dal sottosuolo su in aria e incapace di preservare la vita e la sicurezza dei suoi abitanti. È un’immagine pericolosa perché alimenta, al di là della realtà, sentimenti non di pace ma di guerra, attraverso la convinzione crescente che Israele sia una pianta fradicia che basta scuotere con forza per far cadere a terra. Tra le tante manifestazioni in questo senso la più significativa è data dal comportamento del “moderato” presidente di Fatah, Abu Mazen, che ha avuto l’impudenza di congratularsi con l’assassino truculento e la sua famiglia. Questo è l’uomo su cui più conta Israele per fare la pace…
Cosa resta allora? L’argomento propagandistico? Di fronte allo spettacolo indecente delle manifestazioni di giubilo in Libano, di fronte al presidente Suleiman, al premier Siniora, al presidente del Parlamento Nabih Berri, ad autorità e vescovi tutti ad assistere al discorso dello sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah, e poi cerimonie, bandiere, archi di trionfo, il portavoce militare israeliano ha dichiarato «povero quel popolo che si vanta di eroi del genere», alludendo al pluriassassino e riecheggiando analoghe parole di Olmert. E il Presidente Peres ha chiesto: «Dov’è la vittoria morale suprema? Qui, fra le candele del ricordo e non laggiù. Vergogna al Libano».
Parole sacrosante. Ma chi le condividerà? Diciamo le cose come stanno. Sulla stampa internazionale leggiamo molte notizie, presentate in modo anodino, ma finora abbiamo letto ben pochi editoriali di denuncia di questa aberrazione morale, di questa discesa negli abissi del disumano e che riconoscano dove sta il rispetto della vita. Anzi, siamo pronti a sentire – appena le acque si calmeranno e forse anche prima – nuove accuse contro Israele, stato “razzista” e “nazista”, nuovi appelli di intellettuali contro l’“occupazione”, nuove raffiche di condanne da parte di quell’inqualificabile congrega che è la commissione per i diritti umani dell’Onu. Peres può dire quel che vuole, ma fa male a illudersi che la sagra dell’immoralità non sia anche in occidente.
Qui sta la grande e fondamentale differenza tra i gli attuali esangui dirigenti di Israele e i padri fondatori dello stato. Questi ultimi si basavano sul solido principio che la morale e la vita non si barattano per ottenere la condiscendenza degli assassini, di coloro che tengono loro bordone o di chi si volta dall’altra parte. Non è giusto e non serve a niente, se non ad alimentare la pianta del male.
sabato 19 luglio 2008
Le 16 juillet 2008, le stade de Beyrouth ressemblait à celui de Nuremberg en 1936

Par Olivier Rafowicz
Mercredi, l’Etat d’Israël a échangé contre ses deux soldats Edad Regev et Ehoud Goldwasser des terroristes libanais vivants. Il a également restitué 199 corps de membres du Hezbollah, tués lors d’affrontements avec l’armée israélienne depuis 1982.
De façon assez générale, les Israéliens ont accepté avec beaucoup d’amertume le fait de libérer des assassins extrêmement dangereux en échange de deux soldats morts. Mais l’échange était fondé sur le principe qu’il faut tout faire et si nécessaire payer le prix le plus lourd pour ramener vivant ou mort nos soldats à la maison.
Le choc a été et reste extrêmement violent surtout lorsqu’on voit avec quelle haine, avec quelle violence, s’est exprimé celui qui a assassiné une petite fille de quatre ans en 1979, à Naharya, dans le nord d’Israël.
Samir Kuntar, membre à l’époque d’un groupe terroriste communiste libanais, a fracassé le crâne de la petite fille de quatre ans contre un rocher. Puis la voyant gémir, il a continué encore de plus bel à lui cogner la tête, sa toute petite tête contre un rocher. Cet homme là, qui a aussi tué le père de la petite fille et deux policiers, est aussi responsable de la mort de la sœur de la petite fille, étouffée par la main de sa mère qui voulait la protéger en lui évitant de pousser des cris de frayeur.
Cet assassin condamné à perpétuité, a passé prés de trente ans dans les prisons israéliennes et en sortant à l’âge de 45 ans, s’est exprimé dès sa sortie dans un grand stade au sud de Beyrouth. Il a dit vouloir revenir en Palestine, voir les Israéliens se languir du terroriste Imad Moughanieh. Il a dit enfin qu’il veut continuer à tuer les juifs.
Samir Kuntar, avec ses alliés chiites du Hezbollah, est devenu l’un des symboles du climat anti-israélien, antisémite et anti-occidental qui règne au Moyen-Orient et bien au-delà.
A Beyrouth, il a reçu un accueil royal du Premier ministre Fouad Siniora et du Président libanais Michel Suleimane. J’ai eu la nausée devant le défoulement de tant de haine exprimé par un seul homme mais surtout devant le respect, la joie, les accolades, les embrassades, que les responsables politiques libanais ont accordé à Samir Kuntar.
Comment est-il possible, même au nom de la fraternité ou de l’union entre les différentes communautés, de voir en Samir Kuntar le symbole du Liban ? Comment est-il possible que des hommes perçus comme modérés et intelligents comme Fouad Seniora puissent accorder à l’assassin d’une petite fille tant de respect ? Comment est-il possible que le président Michel Suleimane, qui a été applaudi par toute la communauté internationale lors de sa nomination, a été capable d’offrir son armée et son hélicoptère pour escorter officiellement un assassin. Ceci, dans l’indifférence la plus totale de la communauté internationale?
Je reste perplexe et profondément inquiet de la route que veut emprunter le Liban.
Je suis profondément attristé que la mort, la haine, la violence, le crime et l’extrémisme soient les valeurs que choisi le Liban aujourd’hui pour regarder vers l’avenir.
Ces deux leaders libanais qui ont hier accordé tout leur amour à Samir Kuntar, demain rencontreront des hommes d’Etat du monde entier. J’espère mais je ne suis pas naïf malheureusement que l’un d’entre eux leur dira peut-être à l’oreille qu’il ne faut pas confondre fraternité nationale et alliance avec le diable.
Hier soir, Beyrouth ressemblait à Nuremberg en 1936. Samir Kuntar et Nasrallah ressemblaient à Goebbels et à Hitler lorsque des milliers et des milliers de sympathisants criaient mort à Israël, portaient des uniformes noirs et levaient le bras en signe de salut. Ceci ne peut qu’apporter la violence, la guerre et le chaos.
Fouad Siniora et Michel Sleimane ont choisi mercredi soir, non pas un Liban libanais mais un Liban iranien et fasciste.
Les yeux de la petite fille de quatre ans ont vu le regard de Samir Kuntar avant qu’ils l’achèvent. Les yeux de la petite fille ont vu, mercredi soir, les acclamations et la joie du peuple de Beyrouth.
Nous et j’espère vous, nous n’oublierons jamais non plus les yeux de la petite fille de quatre ans froidement assassinée par Samir Kuntar.
En libérant Samir Kuntar parce que nous n’avions pas le choix, nous avons libéré le mauvais génie de la bouteille. Espérons que quelqu’un dans ce monde, nous peut-être, le remettra dans la bouteille à tout jamais.
venerdì 18 luglio 2008
Non togliete i bambini rom dalle strade o i buoni non avranno più chi compatire
A costo di irritare qualcuno sarò sincero: ho sempre detestato e detesto l’elemosina, perché ritengo che sia l’esatto opposto della carità. È un atto di narcisismo. Osservate quel signore che passa davanti a un mendicante disteso per terra, intirizzito dal freddo della notte invernale passata tra i cartoni o intriso di sudore estivo: rallenta, mette la mano in tasca e lascia cadere con gesto rapido una monetina e poi si allontana veloce. Crede di aver salito un gradino verso il paradiso, lui che ha saputo sopportare la puzza e privarsi del soldo, e invece ne ha sceso uno verso l’inferno, perché ha coccolato soltanto il suo amor proprio di persona “buona” non facendo nulla di realmente buono. In definitiva, si è infischiato altamente delle condizioni che determinano la vita infelice di quel disgraziato. Per non dire di chi dà la monetina a un bambino di pochi anni, dimenticando o facendo finta di dimenticare che, in tal modo, ha soltanto stretto le catene attorno a un minorenne sfruttato da adulti criminali. Un vero atto di carità sarebbe stato perdere un po’ del proprio tempo per chiamare la polizia.
Per questo trovo nauseanti le polemiche contro il progetto del ministro Maroni di fare un censimento – e lo si chiami pure “schedatura” – non dei “rom” ma degli abitanti dei campi nomadi e in particolare dei bambini, per combattere le forme di sfruttamento cui sono sottoposti e scolarizzarli, in breve per farne cittadini a tutto tondo. Si è parlato di razzismo e si è scomodato persino il nazismo, come se in un censimento non fosse decisiva l’intenzione. Se l’intenzione è buona – protezione dei minori, regolarizzazione, scolarizzazione – si prendano impronte digitali, Dna e quanto serve. In tal caso, che ciò riguardi gli abitanti di certi luoghi non significa assolutamente nulla, se non che tali persone vivono una condizione drammatica, come è sotto gli occhi di chi non si tappi occhi e coscienza con la monetina.
Ma la manifestazione più indecente è il parallelismo con le stelle gialle e con la persecuzione degli ebrei, e l’abuso banalizzante di termini come “lager” che ha raggiunto livelli insopportabili se persino un prefetto si abbandona a questa moda; la quale è offensiva per chi ha avuto mezza famiglia sterminata e che si sarebbe salvata se fosse stata oggetto di un censimento Maroni anziché di quello della Gestapo. Non capisco quegli ebrei e quei cattolici che si accodano alla propaganda strumentale di circoli politici ridotti alla mendicità mentale. Sbaglia, e di grosso, chi da credito ai deliri dell’editorialista che blatera di «esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall’infanzia perché appartenente a altre etnie o razze»; e non si rende conto che il vero razzismo è quello di chi preferisce che questa “parte di popolazione” viva nel ghetto – sì, qui il termine è appropriato – di un’illegalità cui li condanna un’idea fasulla della tolleranza. Una tolleranza che è, appunto, soltanto il razzismo di chi se ne infischia delle condizioni altrui pur di non perdere il privilegio di compatire. Come quell’intellettuale che racconta di incontrare ogni mattina, con il gelo o il solleone, un barbone che dorme per terra accanto alle sue povere cose: si salutano cordialmente, il barbone parla in modo colto (pensate, non è una bestia come credereste) e il cane anziché morderlo gli fa le feste. E ci manca solo che qualche vigile urbano nazista lo metta in lista per un’occupazione e un alloggio. Il nostro intellettuale perderebbe un modo di alimentare il suo ego “buono” e “democratico”.
(Tempi, 17 luglio 2008)
Per questo trovo nauseanti le polemiche contro il progetto del ministro Maroni di fare un censimento – e lo si chiami pure “schedatura” – non dei “rom” ma degli abitanti dei campi nomadi e in particolare dei bambini, per combattere le forme di sfruttamento cui sono sottoposti e scolarizzarli, in breve per farne cittadini a tutto tondo. Si è parlato di razzismo e si è scomodato persino il nazismo, come se in un censimento non fosse decisiva l’intenzione. Se l’intenzione è buona – protezione dei minori, regolarizzazione, scolarizzazione – si prendano impronte digitali, Dna e quanto serve. In tal caso, che ciò riguardi gli abitanti di certi luoghi non significa assolutamente nulla, se non che tali persone vivono una condizione drammatica, come è sotto gli occhi di chi non si tappi occhi e coscienza con la monetina.
Ma la manifestazione più indecente è il parallelismo con le stelle gialle e con la persecuzione degli ebrei, e l’abuso banalizzante di termini come “lager” che ha raggiunto livelli insopportabili se persino un prefetto si abbandona a questa moda; la quale è offensiva per chi ha avuto mezza famiglia sterminata e che si sarebbe salvata se fosse stata oggetto di un censimento Maroni anziché di quello della Gestapo. Non capisco quegli ebrei e quei cattolici che si accodano alla propaganda strumentale di circoli politici ridotti alla mendicità mentale. Sbaglia, e di grosso, chi da credito ai deliri dell’editorialista che blatera di «esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall’infanzia perché appartenente a altre etnie o razze»; e non si rende conto che il vero razzismo è quello di chi preferisce che questa “parte di popolazione” viva nel ghetto – sì, qui il termine è appropriato – di un’illegalità cui li condanna un’idea fasulla della tolleranza. Una tolleranza che è, appunto, soltanto il razzismo di chi se ne infischia delle condizioni altrui pur di non perdere il privilegio di compatire. Come quell’intellettuale che racconta di incontrare ogni mattina, con il gelo o il solleone, un barbone che dorme per terra accanto alle sue povere cose: si salutano cordialmente, il barbone parla in modo colto (pensate, non è una bestia come credereste) e il cane anziché morderlo gli fa le feste. E ci manca solo che qualche vigile urbano nazista lo metta in lista per un’occupazione e un alloggio. Il nostro intellettuale perderebbe un modo di alimentare il suo ego “buono” e “democratico”.
(Tempi, 17 luglio 2008)
Iscriviti a:
Post (Atom)