martedì 11 ottobre 2011

Medioriente: le condizioni per la pace

È possibile riflettere sulla questione israelo-palestinese in modo razionale e consapevole degli insegnamenti della storia? Gli esempi avanzati in modo propagandistico non aiutano a capire a progredire costruttivamente. È in voga il parallelismo tra il Sudafrica dei “bantustan” e Israele. Pur concedendo che l’isolamento di zone della Cisgiordania presenti aspetti molto spiacevoli e, in una prospettiva definitiva, inaccettabili, non è obiettivo ignorare le motivazioni di sicurezza contingenti di queste situazioni, e ignorare l’evidenza, e cioè che Israele non è un paese basato sulla separazione etnica. Entro i confini del 1967 vivono centinaia di migliaia di cittadini arabi israeliani rappresentati in parlamento. La spiaggia di Tel Aviv evoca immagini opposte alle spiagge sudafricane dove una persona di colore non poteva mettere piede se non rischiando la galera o la vita. Israele è un paese a maggioranza ebraica con una minoranza araba la cui integrazione deve essere migliorata, ma che è elevata, come prova il fatto che essa non si è lasciata sostanzialmente coinvolgere dall’idea di una lotta contro l’“occupante”. Anche a Gerusalemme, secondo recenti sondaggi, la maggioranza della popolazione araba preferirebbe avere la cittadinanza israeliana; e la costruzione di un tram che collega i due lati della città, deprecata con eccesso di zelo da alcune diplomazie europee, è stata accolta con favore dalla popolazione araba. Resta il fatto che le zone di occupazione israeliana della West Bank vivono in una condizione assolutamente provvisoria, ed è banale dire che è qui il nodo della questione.
Come risolverla? Una delle soluzioni messe sul campo evoca ancora quella sudafricana: uno stato binazionale guidato dalla maggioranza con precise garanzie per la minoranza. Ma qui non c’è una minoranza ebraica di dimensioni modeste come quella bianca sudafricana, né una maggioranza palestinese dotata di una leadership moderata come quella del Mandela di un tempo e capace di fare un miracolo che sembra reggere. Di recente un esponente dell’African National Congress ha espresso fastidio per la presenza di troppi “coloured” nel distretto di Città del Capo ventilandone una dispersione sul territorio: un’idea che ha evocato l’antica politica razzista e ha suscitato aspre reazioni. Nel nostro caso invece l’idea di uno stato palestinese dal mare al Giordano “judenrein” (libero da ebrei) è sostenuta da troppi leader palestinesi, non soltanto da Hamas, senza suscitare rigetto nei moderati. In questa situazione, l’idea dello stato binazionale equivale alla formula “gettare gli ebrei in mare”.
Resta quindi sul campo soltanto la formula “due popoli, due stati”. Già, ma qui vanno enunciate senza infingimenti le alternative: o due stati etnicamente “puri” – uno stato palestinese “judenrein” e uno stato ebraico “palestinischerein” – oppure due stati che integrino in modo democratico e tollerante una minoranza dell’altro popolo.
La prima soluzione non è storicamente inedita. Un esempio tra i tanti è l’accordo del 1922 con cui Grecia e Turchia concordarono un enorme scambio di popolazioni secondo il criterio religioso: un milione e mezzo di ortodossi “tornarono” in Grecia e almeno altrettanti musulmani “tornarono” in Turchia. È possibile oggi, dopo i drammi del razzismo del Novecento, fare qualcosa del genere? È possibile disegnare a tavolino nuovi confini e spostare centinaia di migliaia di persone da una parte all’altra per creare due stati etnicamente puri? C’è chi lo vorrebbe: il morbo del razzismo è lungi dall’essere spento. Israele – l’abbiamo detto – è lungi dall’essere un paese etnicamente puro e la sua dirigenza politica non promuove progetti del genere, anche se nel suo ambito c’è chi li coltiva. Purtroppo, da parte palestinese li coltiva l’intera dirigenza politica, e non soltanto Hamas, ma il “moderato” Abu Mazen, che non si stanca di ripetere che mai verrà riconosciuto uno stato ebraico e che il futuro stato palestinese non accetterà alcuna presenza ebraica.
Ma qui sta il nodo: che cosa si deve intendere per “stato ebraico” (o “stato palestinese”)? L’unico modo di intendere questa nozione è quella di stato etnicamente puro? Non è così. Ha senso parlarne come di uno stato in cui esiste una cultura prevalente – anche legata a fattori religiosi – con tutto il corteo delle implicazioni a livello della vita civile, senza che questa prevalenza implichi l’oppressione di chi appartiene a una cultura diversa. In fin dei conti, è lo status di tanti paesi europei. Minoranze ebraiche hanno vissuto e vivono tranquillamente in paesi in cui prevale una cultura cristiana o cattolica accettando che la festività settimanale sia la domenica e riconoscendosi nelle festività civili che esprimono la storia di quel paese. Fino a non molto tempo fa – prima che prevalesse l’integralismo – hanno vissuto così in molti paesi musulmani. Peraltro, la permanenza storica di un’egemonia culturale non è cosa che possa garantirsi a priori. Discutere o programmare percentuali etniche è una perdita di tempo: la permanenza del carattere “ebraico” o “palestinese” di uno stato dipende esclusivamente dalla vitalità della cultura dominante e non si afferma per legge. Essa dipende da processi storici ingovernabili a tavolino. Ma oggi, nella contingenza politica, è necessario dire con forza che la sola via per uscire dal dramma è quella di due stati basati sul dato di fatto attuale di una egemonia dominante che deve rispettare i diritti delle altre componenti.
Pertanto, non solo è legittimo chiedere alla leadership israeliana la massima chiarezza e coerenza su questo punto, ma è necessario chiederla alla dirigenza palestinese. Non è ammissibile fare equilibrismi tra moderatismo e integralismo, da un lato chiedendo due stati – e quindi ammettendo implicitamente il diritto di Israele a esistere – e poi dire che mai verrà riconosciuto uno stato ebraico, mentre lo stato palestinese sarà etnicamente puro. Due popoli e due stati – ebraico e palestinese – etnicamente “impuri”: fuori da questa formula c’è soltanto la prosecuzione di un dramma sempre più fosco.
(Avvenire, 8 ottobre 2011)


Due lettere inviate al direttore di Avvenire Marco Tarquinio:

 Caro direttore, concordo pienamente con quanto scrive Giorgio Israel sulla situazione del conflitto israelo-palestinese e sulle possibili vie di uscita. Dal 1987 mi reco in quella regione e mi sono fatto un'idea sufficientemente chiara attraverso interviste, colloqui e scambi di opinione con ebrei e arabi israeliani e palestinesi, di Samaria, di Giudea e di Galilea. Credo che molto possa ancora essere fatto dai cristiani, dai cattolici in particolare, per capire le ragioni degli uni e degli altri e per aiutare a giungere alla formazione di due Stati sovrani e democratici (uno lo è già ed è Israele, pur con tutte le défaillances presenti in tutti gli Stati democratici), reciprocamente rispettosi e garanti della convivenza.
Maurizio Del Maschio

Gentile direttore, vi ringrazio per la pubblicazione dell'articolo di Giorgio Israel su Avvenire di sabato 8 ottobre, di tutt'altro tenore rispetto all'intervista al politologo egiziano di qualche settimana fa. Qui riconosco lo stile del "mio" quotidiano cattolico: equilibrato, non fazioso, intelligente, curioso, controcorrente (ossia non prono al politicamente corretto imperante sui media nazionali). Continuate a illuminarci, anche voi contribuite a rendere l'aria più respirabile, secondo l'auspicio del cardinale Bagnasco. Buon lavoro. Bruno Gandolfi, Bolzano
Marco Tarquinio risponde:
Proprio per esercitare, come dice il signor Gandolfi, uno sguardo «equilibrato, non fazioso, intelligente, curioso, controcorrente», Avvenire offre spunti di riflessione e cerca e accoglie opinioni significative, non sempre collimanti tra loro (e con le nostre) ma spesso utili per comprendere i motivi del doloroso conflitto che piaga, da più di 60 anni, il Vicino Oriente e la Terra Santa per individuare le vie e le ragioni della convivenza nella libertà e nella giustizia tra i popoli e le comunità religiose. So che non tutti condividono in toto l'analisi di Giorgio Israel, ma io ne apprezzo molto la profondità e credo che possa essere assai utile a chi ha davvero a cuore il bene della pace.


lunedì 10 ottobre 2011

UN CHIARIMENTO : una volta per tutte

Ricevo messaggi in cui mi si chiede se sia vero che sono stato, o sono, consulente del ministro Gelmini, accompagnati in alcuni casi da commenti tra lo stupito e lo sdegnato («ma come ha fatto?», «ma non si vergogna?»).
Allora, tanto vale esser chiari una volta per tutte.
In primo luogo, non sono mai stato né sono “consulente” di nessuno. Un “consulente” è una persona che offre le sue competenze dietro compenso. Il mio mestiere è un altro e non sono mai stato né sono in un rapporto di dipendenza con alcuno, salvo che con l’istituzione universitaria.
Nel 2008 il ministro Gelmini, essendo a lei noto per i miei numerosi scritti sulla scuola, mi ha chiesto un parere circa il modo con cui andava eventualmente riformato il processo di formazione iniziale degli insegnanti. Evidentemente convinta da quanto ho prospettato ha nominato una commissione di cui mi ha affidato la presidenza: incarico gratuito previsto come tale per legge. La commissione ha lavorato sodo e ha prodotto un progetto sulla cui base è stato redatto un regolamento. Difendo il progetto senza riserve. Penso che sia stato un ottimo lavoro, tra l’altro realizzato in un tempo record: meno di quattro mesi. L’estenuante percorso che ha condotto all’approvazione del regolamento è stato da me descritto in una intervista al Sussidiario il cui link si trova anche in questo blog (“Come sta andando a picco la riforma della formazione degli insegnanti”, settembre). Quindi, chi vuole sapere come abbiamo operato e perché le cose non sono andate per il verso giusto può leggerla.
Ciò detto, anche in questa veste alquanto sfigurata la riforma ha prodotto risultati positivi. Tale è il caso della nuova laurea quinquennale a ciclo unico per la formazione primaria che ha prodotto miglioramenti sensibili, in termini di una riqualificazione della componente disciplinare della laurea. Gli effetti già si vedono. Altro discorso per le lauree magistrali per le medie inferiori e per il TFA: qui il ministero ce la sta mettendo tutta perché le cose vadano nel peggiore dei modi. E c’è già chi neanche tanto di nascosto si frega le mani.
Sono stato anche nominato membro di una commissione per riscrivere le Indicazioni nazionali per i licei (alla quale hanno partecipato diversi membri della “mia” commissione). Rivendico in toto i risultati ottenuti: le nostre Indicazioni costituiscono un progresso enorme rispetto allo sciagurato testo della Riforma Moratti. Non ho dubbi che c’è chi vorrebbe bruciarle.
Ho fatto anche parte della commissione per la valutazione delle scuole e degli insegnanti e, in questo caso, mi sono trovato in totale dissenso con gli orientamenti prevalenti, non ho mancato di dirlo chiaramente e, quando ho visto che il mio contributo non era neppure preso in considerazione, ho espresso il mio punto di vista pubblicamente, anche in articoli e in una relazione leggibili in questo blog. Così come ho espresso il mio parere circa gli orientamenti assunti dalla nuova agenzia Anvur.
In buona sostanza: ho fatto il mio lavoro nella convinzione che un cittadino non può mancare di dare il proprio contributo al bene del proprio paese, seguendo i propri convincimenti, senza compromessi e fino a che questo risulti possibile senza entrare in conflitto con la propria coscienza.
Così penso si debba fare, così ho fatto, non ho assolutamente nulla di cui rimproverarmi e, anzi, dichiaro che lo rifarei tal quale. Non riesco neppure a vedere quali errori abbia commesso. Nello stesso spirito accettai di far parte di una commissione sotto il ministero Fioroni.
Non sono così ingenuo da non capire quali sono i moventi di chi mi ha scritto quei messaggi e posto quelle domande. Per queste persone non si può collaborare con un governo e un ministro di cui non soltanto sono legittimi oppositori ma che ritengono “indegni” persino di qualsiasi contatto.
Questo è un atteggiamento profondamente sbagliato. È davvero singolare che ogni giorno si parli dell’Italia come un paese anormale in quanto non vi è possibile pensare costruttivamente al bene comune, che si parli continuamente di una solidarietà nazionale per la salvezza del paese, e poi si consideri scandaloso che una persona contribuisca in modo consapevole, dignitoso e in piena indipendenza di giudizio e libertà di opinione, a un’attività che reputa utile alla collettività.
Peraltro così agiscono e hanno agito moltissime persone. Il ministero rigurgita di membri e presidenti di commissioni, e anche di consulenti, dell’opposizione, di sinistra e di estrema sinistra, nominati dal ministro Gelmini (e così l’Anvur, l’Invalsi o l’Indire). Nella mia commissione non c’era un solo componente di orientamento governativo. Sarebbe davvero ridicolo che l’unica persona ad essere criticata per aver “collaborato” sia il sottoscritto...
Il vero nodo della questione è con quali intenzioni e con quali progetti si interviene, che cosa si tenta concretamente di realizzare.
Quel che molti dimenticano - e, in certi casi, fanno finta di dimenticare - è che da molti anni in Italia si è creato un fronte che sommariamente indicherò come ispirato al costruttivismo pedagogico, alla teoria dell’autoapprendimento, dell’insegnante come facilitatore, della valutazione quantitativa per quiz, ecc. ecc., il quale ha un carattere politicamente trasversale.
L’immagine più vivida di tale situazione è data dalla perfetta continuità tra i ministeri Berlinguer e Moratti, malgrado le più superficiali apparenze: stessa ideologia, stessi progetti, e addirittura stessi consiglieri e “consulenti”. Evito di far nomi ma chiunque può controllare.
A mio avviso, i ministeri Berlinguer e Moratti hanno portato a compimento un’opera di distruzione del sistema dell’istruzione già iniziata da tempo ma da essi perfezionata in modo metodico. Ritengo che all’inizio del ministero Gelmini si sia aperta una situazione nuova che non era contrassegnata dai soliti personaggi e dalle solite idee. Se è lecito, il fatto stesso che sia stata offerta a una persona con le mie idee l’opportunità di agire sul terreno della formazione e delle Indicazioni nazionali dimostra che la situazione aveva aperture di novità. Ho detto e sto ripetendo da molto tempo che questo spiraglio si è richiuso, soprattutto per una reazione della “tecnostruttura” di una virulenza senza pari.
Prima si era costretti a subire le litanie bigotte sull’insegnamento/apprendimento: se non c’era la “barra” eri politicamente scorretto. Siamo passati in una situazione in cui si potevano scrivere delle Indicazioni nazionali in cui finalmente riemergeva in un discorso culturale, pur nell’ira dei burocrati che non sopportavano una redazione che non fosse fatta nello schema del “dolmen” (conoscenze/competenze/abilità) di stile morattiano. Come diceva un membro di una commissione (di sinistra, ma non di quel fronte trasversale di cui sopra): «prima o poi ci sbattono fuori e ci fanno a pezzi». Aveva ragione.
Infatti, ora sentiamo dire che la scuola dovrà passare per una rivoluzione totale che sostituirà alla scuola dell’insegnamento la scuola dell’apprendimento... Insomma, altro che insegnamento/barra/apprendimento! Apprendimento e basta... Insegnanti, preparatevi a diventare facilitatori a tutti gli effetti. Non insegnerete più, farete gli animatori scolastici, peraltro subordinati a test di valutazione preparati da quei cialtroni che hanno dimostrato le loro capacità con l’indegno circo delle migliaia di domande per i futuri presidi, e per i quali l’accountability non vale.
Ho fatto la mia parte per qualche tempo contribuendo a lasciare qualche traccia e qualche risultato positivo che ora si cerca in tutti i modi di spazzar via. Di fronte a questa reazione dico quel che penso, pagando anche il prezzo di essere tagliato fuori da vari organi d’informazione (un giorno racconterò anche questa). Torno alla battaglia culturale e continuerò su questa strada.
Non vedo di cosa dovrei pentirmi o, addirittura, vergognarmi.
Quando poi tornerà un ministro di sinistra a continuare l’opera di distruzione sarà istruttivo vedere se coloro che oggi mi chiedono conto stupiti di aver collaborato col ministro Gelmini, avranno il coraggio di opporsi altrettanto risolutamente, oppure faranno finta di niente  e piegheranno la schiena trattandosi di un “compagno”.

venerdì 7 ottobre 2011

UN AUTENTICO SCANDALO


Nel Bestiario Matematico n. 15 ho dato un esempio di un quiz “matematico” demenziale contenuto nella batteria delle cinquemila domande proposte come preselezione per il concorso a dirigente scolastico.
Ma la lettura, sia pure veloce, delle domande riserva sorprese di ogni tipo. Non si tratta soltanto degli errori di stampa, di merito, di date, ecc. Si tratta di molto peggio. In certi casi, si tratta di mancanza di logica elementare.
Per esempio, a una domanda circa le attività alternative all’ora di religione la risposta esatta sarebbe che esse debbono essere garantite dall’istituzione e sarebbe falso dire che «nell’impossibilità di organizzarle gli alunni che ne hanno fatto richiesta possono esserne esonerati». Già, ma se è “impossibile” organizzarle gli alunni ne sono automaticamente esonerati, in quanto queste non esistono!... Dal nulla si è automaticamente e inevitabilmente esonerati… Difatti, in tutte le scuole in cui è impossibile garantire le attività alternative (e sono la maggioranza), gli alunni escono prima o fanno quel che vogliono, cioè sono “esonerati”… Ma chi è il maestro di logica che ha scritto questa roba da Ispettore Clouseau?
E che dire di quest’altra trovata? Nella situazione in cui un insegnante formula la seguente ipotesi di ricerca da indagare: «il rendimento in matematica dipende dall’intelligenza più nei maschi che nelle femmine» la risposta esatta è: «la variabile indipendente è l’intelligenza, la variabile dipendente è il profitto in matematica, la variabile moderatrice è il genere». Inutile dire che le risposte sbagliate sono quelle in cui le variabili dipendente, indipendente e moderatrice sono permutate in modo diverso. Ma la vera questione è: che razza di idea demenziale è definire l’intelligenza una variabile indipendente? Absit iniuria verbis…
Passiamo alla domanda su come deve essere l’ambiente scolastico. Risposta esatta: “pulito, accogliente, sicuro”. Risposta sbagliata: “pulito, salubre, accogliente, sicuro”. Già, perché lo dice la Carta dei servizi scolastici, 1995… Quindi, se il dirigente scolastico predisponesse un ambiente non soltanto pulito, accogliente e sicuro, ma anche salubre commetterebbe un marchiano errore. Roba da cacciarlo. L’ambiente deve essere pulito, accogliente e sicuro, ma può essere insalubre, per esempio umidissimo o appestato di fumi… E se accogliente e pulito include salubre che senso ha definire sbagliata la seconda risposta?...
Passiamo alla valutazione.
Si afferma che in un esercizio valutativo è importante la terzietà del valutatore «per evitare che distorca i risultati a proprio favore». A proprio favore? Ma che scemenza è mai questa? Casomai ci aspettiamo che li distorca in funzione delle proprie idee, nel peggiore dei casi in funzione dei propri pregiudizi. Ma che lo faccia “a proprio favore” è un modo di esprimersi da ignoranti. Lo farà forse per interesse personale, magari per far quattrini? Forse la lingua batte dove il dente duole.
Altra affermazione demenziale:
La valutazione è oggettiva se è pubblica e trasparente mentre sarebbe falso dire che è oggettiva se vi è concordanza di giudizio di due valutatori.
Insomma, questa è l’idea di “oggettivo” di questi signori: basta che io valuti in modo pubblico e trasparente, indipendentemente dal fatto che valuti assolutamente a vanvera e secondo le mie idiosincrasie personali, purché le spiattelli in modo pubblico e trasparente, sono “oggettivo”… No comment.
E poi: Quale forzatura si compie facendo la media tra due voti? Si assume l’esistenza di un’unità di misura definita…..
Magnifico: guarda come casca l’asino… Allora lo sanno che il vero problema nella valutazione è l’assenza di un’unità di misura e che questo introduce un elemento di soggettività ineliminabile!
Esattamente quel che accade nella batteria. Un trionfo di arbitrarietà.
Quel che è più grave è che siamo di fronte a un’orgia di ideologia. Il preside ideale, quello che risponde a tutte le domande, secondo questa “batteria”, è un adepto del più piatto, conformista, ottuso costruttivismo pedagogico. Deve anche aderire nel modo più servile alle più grandi scemenze sui Disturbi Specifici di Apprendimento, e persino essere un cultore delle “opere” dei teorici di questa insigne disciplina.
Roba da regime.
Non a caso, il documento pretende che il futuro dirigente dia risposte preconfezionate a domande epocali su cui ogni opinione dovrebbe essere legittima, per esempio “su quale definizione di cultura, tra le seguenti sia oggi maggiormente condivisa all’interno delle scienze sociali”. Insomma deve sapere cos’è cultura secondo il verbo della burocrazia ministeriale.
E, sempre in tema di cultura, si noti questa perla:
Cosa si intende per subcultura? Un sistema di valori, attitudini, modi di comportamento e stili di vita di un gruppo particolare, che si distingue ma allo stesso tempo è legato alla cultura dominante della società (e non inferiori e retrogradi rispetto alla cultura dominante).
Perfetto, questa è la descrizione della congrega che ha stilato questa raccolta demenziale: un gruppo che esprime un sistema di valori legato alla cultura dominante nel ministero. Per noi – ci duole – resta una “subcultura” nel senso comune del termine.

Concludiamo con qualche domanda. La lista dei cervelloni che hanno redatto questa “batteria” è stata resa pubblica sul sito dell’Indire. E’ qualcosa ma non basta. Prima domanda: quanti quattrini hanno preso queste persone per confezionare questa vergogna? Anche questo deve essere reso pubblico. Seconda domanda: chi e con che criteri ha scelto queste persone? Anche questo va reso noto. Terza e ultima domanda: se la parola valutazione ha un senso non sarebbe il caso che il responsabile di tutto ciò paghi? Questa è roba che fa impallidire il tunnel dei neutrini, perché in quel caso si trattava di un comunicato privo di conseguenze pratiche. Qui è in gioco la scelta di un nutrito gruppo di futuri dirigenti delle scuole italiane.

BESTIARIO MATEMATICO n. 15

Un quiz "matematico" al concorso per diventare preside


Consideriamo la “batteria” delle domande a quiz per la preselezione al concorso a dirigente scolastico:

Quesito n. 151 dell’area 4.

Quale proprietà del numero possiede il voto scolastico?

Risposta A (esatta): La proprietà ordinale
Risposta B : La proprietà cardinale
Risposta C: La proprietà commutativa
Risposta D: La proprietà transitiva

Ogni commento dovrebbe essere superfluo. E comunque:
Esistono espressioni per pronunciare i numeri che chiamiamo cardinali (uno, due, tre,…) e espressioni che chiamiamo ordinali (primo, secondo, terzo,…). Si può parlare di numeri cardinali e ordinali. Ma è quantomeno bizzarro parlare di “proprietà” cardinali o ordinali “del numero”, per giunta al singolare…. Sì, lo sappiamo che in docimologia si usa dire che le valutazioni scolastiche (discreto, buono, ottimo, ecc.) sono “proprietà ordinali” che si riflettono nella rappresentazione numerica. Ma questa è subcultura che sopravvive soltanto in certi sottoscala universitari in cui ai poveri studenti viene imbottita la testa con nozioni che si ammantano di “rigore matematico”, mentre si tratta di pura e semplice prostituzione della matematica.
Si poteva chiedere: «Quando si esprime una valutazione in numeri cosa si rappresenta?». A) Un ordinamento di valori; B) Una determinazione assoluta; ecc.
Già, veniamo all’eccetera… Che cos’è la proprietà “commutativa” “del” numero? Proprietà commutativa rispetto alla somma o al prodotto? E che diamine potrebbe mai significare la somma o il prodotto di due voti scolastici? E quanto alla proprietà transitiva, poi? Qui siamo alla follia. Transitiva rispetto a che? Rispetto all’ordinamento? In tal caso, sarebbe pur vero: 2 è un voto minore di 4 , 4 di 6 e anche 2 è minore di 6… Oppure proprietà transitiva dell’uguaglianza? O che diamine altro?
Ma si dirà: queste sono risposte “sbagliate”, “assurde”, sono dei “distrattori”, per vedere se uno ci casca.
Già, ma proprio questa è una caratteristica dei test imbecilli: proporre in alternativa alla domanda giusta delle risposte insensate, pazzesche, deliranti, che neppure un ignorante potrebbe dare. Poiché anche la domanda giusta è formulata in modo assurdo, se ne desume che questo quesito mira a determinare se ci troviamo di fronte a un ignorante di quart’ordine o a un assoluto deficiente, neppure meritevole del cappello d’asino.
Bella alternativa per un dirigente scolastico…

Non aggiungo altro, se non che qualcuno è stato pagato per compilare simili quesiti e qualcuno ha scelto questa persona, gli ha dato l’incarico e ha proposto quesiti del genere senza neanche controllarli, o peggio ritenendoli accettabili.
Parliamo di valutazione, di merito, di premiare il merito?
E allora bisognerebbe chiedere conto a chi ha organizzato questa vergogna del suo sperpero di denaro pubblico e invitarlo a togliersi di torno.
Altrimenti, predicare di valutazione e di rigore meritocratico a chi deve essere valutato con questi metodi, mentre chi organizza questo circo la fa franca, è il colmo dello scandalo.

N.B. A ben vedere, questo non è l'unico quesito in cui spunta in modo demenziale la matematica. Per esempio, si dice che "la proprietà commutativa dell’addizione non è una competenza cognitiva mentre lo è rappresentare graficamente l’andamento di un fenomeno". Anche qui, no comment.

domenica 2 ottobre 2011

L’ultima follia? Il Pc che prevede le rivoluzioni leggendo i giornali


Ecco l’ultima dal fronte della malascienza. Un gruppo di ricercatori dell’università dell’Illinois, muniti di Nautilus, il computer più veloce del mondo, si è dato alle previsioni strategico-politiche per dimostrare che, d’ora in poi, i leader mondiali farebbero meglio ad affidarsi alle analisi scientifiche quantitative anziché alle valutazioni di tipo tradizionale. Uno degli obbiettivi che si è proposto il gruppo di ricercatori è stato di valutare, sulla base delle informazioni accessibili prima della scoperta del nascondiglio di Osama bin Laden, l’area in cui esso doveva trovarsi. Il computer ha individuato un’area di ricerca in Pakistan del raggio di circa 200 km. Un’area siffatta è di poco inferiore alla superficie dell’intera Grecia… È facile immaginare che uso avrebbero potuto fare i servizi segreti americani di una simile informazione, equivalente ad affermare che dentro un dato pagliaio c’è un ago e per la quale non v’era bisogno di scomodare una equipe di sapientoni e il computer più veloce del mondo: bastava un qualsiasi lettore di giornali.
In effetti, i giornali sono la fonte principale di informazione dei nostri che li hanno usati per un obbiettivo molto più ambizioso del precedente: niente di meno che prevedere il futuro politico. Allo scopo, hanno “dimostrato” che era possibile prevedere le rivoluzioni arabe che hanno scosso paesi come l’Egitto, la Tunisia, la Libia e la Siria, individuando il “punto di crisi” di un paese attraverso l’analisi di certe parole ricorrenti sui giornali. Sono stati archiviati nella memoria del computer circa cento milioni di articoli e, per analizzare lo “stato d’animo di un paese come l’Egitto, il computer ha fatto la ricerca della ricorrenza di alcune parole chiave come “terribile”, “orribile”, “bello”. Il risultato è stato che queste parole ricorrevano moltissimo e quindi, già da tempo, si doveva dedurre che sarebbe avvenuto qualcosa di molto catastrofico per l’equilibrio del paese in esame. Così i nostri scienziati hanno sentenziato che d’ora in poi i politici, e in particolare i presidenti americani, invece di rompersi la testa con improbabili analisi politiche di stile tradizionale, dovranno affidarsi alle equipe scientifiche che diranno loro che in tale paese sta per scoppiare una rivoluzione, tal altro è stabile, e così via.
L’osservazione più banale che viene in mente è, che se si fossero archiviati gli articoli dei giornali italiani non degli ultimi anni, ma degli ultimi decenni, ricercandovi parole come “crisi”, “perdita di fiducia”, “instabilità”, “sfascio”, “degrado”, “corruzione” – lasciamo al lettore di pensare alle tante altre parole analoghe ricorrenti all’ossessione – si sarebbe dovuto concludere che l’Italia è da tempo affondata in una sequenza di rivoluzioni devastanti che l’hanno distrutta. Anzi, che la penisola è definitivamente affondata nel Mediterraneo. Dalla ricorrenza multidecennale del termine “divario nord-sud”, Nautilus avrebbe dedotto l’esistenza di una frattura geologica che aveva fisicamente diviso l’Italia in due, una faglia detta di San Gennaro, per ridicolizzare nel confronto la celebre faglia di Sant’Andrea.
Forse gli scienziati americani pensano di essere come gli “psicostorici” di Isaac Asimov che erano capaci di prevedere lo sviluppo storico delle società umane mediante un’analisi matematica sofisticatissima. Senonché persino agli psicostorici la matematica e i calcolatori non bastavano. Essi erano dotati di speciali capacità di introspezione psichica e di controllo a distanza delle menti altrui. In attesa di acquisire questi poteri paranormali in Illinois farebbero bene a darsi una calmata.
(Tempi, 29 settembre 2011)

martedì 27 settembre 2011

Ricerca, che idea sgangherata valutare la qualità con la quantità


Circa un mese fa ci siamo occupati in questa rubrica dei criteri stabiliti dalla nuova Agenzia per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) per le idoneità nazionali a professore universitario. Molte voci del mondo universitario e culturale hanno criticato vivacemente questi criteri, improntati alla più piatta valutazione quantitativa di tipo bibliometrico, oltre all’assurda idea di attribuire un punteggio triplo ai lavori pubblicati con editori “internazionali” rispetto a quelli “nazionali”, così che un libro pubblicato presso una prestigiosa casa editrice italiana varrebbe assai di più se pubblicato all’estero, magari presso una casa editrice minore di un paese marginale. Di recente, l’Anvur ha risposto alle critiche con un documento sconcertante. Se Ernesto Galli della Loggia aveva accusato l’Anvur di assurda esterofilia, l’Agenzia risponde a tono stipando inutilmente il documento di termini in inglese. Dopo aver stigmatizzato gli interventi degli «affrettati commentatori» che hanno osato parlare di “esterofilia”, si concede con degnazione che la discussione è stata accettabile in quanto evidence-based, e poi dalli con information retrieval, fractional counting, 10-14-like, outlier e via così.
Le critiche vengono liquidate con supponenza, affermando che «prese di posizione generali/generiche di segno negativo, in particolare tese a bloccare sul nascere ogni tentativo di definire indicatori quantitativi della qualità della ricerca sono state espresse solo da voci isolate» o addirittura sono sospette di «fermare un processo di cambiamento senza offrire argomenti alternativi convincenti». Ci si chiede come si può essere tanto temerari da definire la International Mathematical Union o l’Institute of Mathematical Statistics come “voci isolate” incapaci di offrire argomenti convincenti; senza rendersi conto che, di fronte a istituzioni di questa portata sono i commissari dell’Anvur a fare la figura di voci isolate di ben minore prestigio.
Ma particolarmente indicativo è il modo con cui si respingono le critiche circa la valutazione delle pubblicazioni “internazionali” o “nazionali”. Si afferma che un volume pubblicato all’estero comporta uno sforzo maggiore per l’autore rispetto a un volume in italiano. Forse, soltanto se egli ne è il traduttore, cosa che non accade quasi mai. Altrimenti, non si capisce di quali sforzi si parli. Ancor più stupefacente è la tesi secondo cui un libro pubblicato all’estero «è stato sottoposto a una competizione più ampia e severa in quanto per definizione più numerosi sono i concorrenti». Davvero? Pubblicare un libro in croato (con tutto il rispetto) comporta “per definizione” (quale definizione?) una maggiore competizione? O piuttosto non accade in molti casi che sia più facile pubblicare un libro all’estero presso qualche piccola casa editrice compiacente in qualche lingua poco frequentata con poca concorrenza? Inoltre che un libro pubblicato all’estero «raggiunga una platea» più vasta di lettori può essere vero soltanto per l’inglese o il cinese.
Sulla base di simili “argomenti” l’Anvur ripropone senza batter ciglio i suoi criteri con una sola modifica: parlando non di volumi pubblicati da casa editrice nazionale o internazionale (magari intendendo con quest’ultima una casa editrice capace di accedere ai canali internazionali), ma di volumi pubblicati in italiano o in altra lingua.
Queste sono le idee provinciali e sgangherate su cui si dovrebbe fondare la riqualificazione della ricerca e delle università italiane. Stiamo freschi, tanto per dirla in italiano.
(Tempi, 21 settembre 2011)