“Europa, forza gentile” è il
titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa
in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la
ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il
ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti
nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del
diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con
l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata.
Oggi, la formula della “forza
gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando
alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea
Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di
indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare
novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la
proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante:
bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di
Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini
italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso.
Dunque, la “forza gentile”,
la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente
corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più
scatenato sinistrismo “liberal”.
Certo, nell’anno in cui uscì
il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi
ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e
filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il
mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata
in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura
di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono,
simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra
la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese”
intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta
dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante,
poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La
chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la
persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica
favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco
– ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera
unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che
doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione
politica era impensabile.
Non si trattava in fondo di
inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica
della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei
periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica
l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure
le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di
tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa
comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di
élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più
complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima
dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il
“programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da
un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere
loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche
imparando alcune delle lingue principali del continente.
Il mio amico francese
enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua
(l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a
garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva
acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso
tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere
realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni
tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites
dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare
nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una
élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la
capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni
occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere
realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti
importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne
di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza.
È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le
altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee
“portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande
maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia,
Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue
“fondamentali”.
Ma il realismo non è stato, e
sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia
il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In
fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco
per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle
monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era
condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di
cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei
Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti
– l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna
che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe
legate dalle regole comunitarie.
Basta guardarli quei
biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che
raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei
grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia
avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di
pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero
di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di
musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin
dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes,
di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio
non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”.
L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione
piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e
che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I
biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con
l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi
architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su
cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle
contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”…
Sono ben noti gli effetti
grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di
traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle
combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori
che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto
delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il
suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi
culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si
possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di
parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i
principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita
quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel
peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben
rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del
metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la
pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa
che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente
misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta
non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano.
Prendiamo il caso del
programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva
conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi
aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi
della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del
programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle
classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno,
di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus
di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo
per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando
risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno
studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella
loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se
non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in
difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato
perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della
matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a
cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli
in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del
paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada.
Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf?
Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un
corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a
Barcellona o a Berlino».
Inutile dire che i giovani europei
non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro,
e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un
esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a
sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento
del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto
“competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006.
Lo abbiamo detto: la via maestra
per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come
base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare
nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità.
Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe
richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di
tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era
il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche:
infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la
mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa
è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva,
scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto
competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e
attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la
«cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome
occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in
conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa.
Ricordiamone rapidamente
l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue
straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4)
competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche;
7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione
culturale.
Chiunque può leggere i
documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla:
parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per
esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero
matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul
lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le
competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e
costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza –
l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce
alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee,
esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale,
nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è
faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale,
scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante
dell’identità europea. Nulla di nulla.
Come accade sempre, il vuoto
concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È
proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e
si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a
costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e
a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito
eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a
mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano
indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il
“saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e
di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti.
Si è così prodotto un
fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si
è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura
europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora
persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli
artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e
architettoniche.
Questa è la “forza gentile”
che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le
culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità
culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e
intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito
di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch
buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea.
(Il Foglio, 25 aprile 2012)