«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante Alighieri)
domenica 11 maggio 2014
venerdì 9 maggio 2014
L'Europa si salva valorizzando le identità e le culture nazionali
«Non vogliamo meno Europa, vogliamo più Europa, ma un’Europa diversa». È
una formula che sentiamo ripetere continuamente ma che, allo stadio di vuoto
slogan, è inefficace contro il dilagare di movimenti euroscettici o cosiddetti
“populisti”. È vero che talora si specifica che s’intende togliere potere alle
tecnocrazie di Bruxelles, che si vuole l’elezione diretta dei poteri politici
europei da parte dei cittadini e dare potere alla Banca Centrale Europea di
stampare moneta. Ma questo è quanto dare obbiettivi che, allo stato, sono di un
irrealismo stratosferico se non si indica come realizzarli concretamente. Non è
dando qualche pugno sul tavolo a Bruxelles che si toglieranno argomenti
all’euroscetticismo montante che non ha poche frecce al suo arco.
Per essere concreti occorrerebbe affrontare davvero il tema del rapporto
tra poteri degli stati nazionali e poteri europei, senza far credere alla
favola che la soluzione consista in una semplice “devolution” politica:
definire le modalità di una elezione democratica di poteri politici centrali dell’Unione
è una pagina bianca che nessuno sa neanche come iniziare a riempire. Tutto
questo accade perché per anni si è creduto di risolvere il problema spogliando
progressivamente gli stati nazionali di poteri, a tutti i livelli, senza
guardare dove andavano a finire, senza gestire la natura democratica di questo
trasferimento; e si continua ciecamente nell’errore. Certo: questo è accaduto
per la convinzione fondata che erano stati i nazionalismi a produrre i disastri
del Novecento. Ma era anche una convinzione unilaterale che non ne aveva colto
la matrice profonda, bene individuata dallo storico François Furet quando
osservò che la catastrofe fabbricata dagli europei derivava dall’aver
estremizzato le due figure delle democrazie: il nazionale e l’universale. I
totalitarismi del Novecento sono stati la patologia del nazionale e
dell’universale e la matrice della catastrofe è stata la combinazione di questi
due fattori. I padri della costruzione europea erano consapevoli del fatto che
non era possibile procedere semplicisticamente alla soppressione di dimensioni
nazionali che, in Europa, hanno uno spessore storico enorme, e che bisognava
procedere per passi. Poi, però, è prevalsa l’idea superficiale che l’unica via
fosse curare la patologia del nazionale, con una versione corretta
(politicamente corretta) della patologia dell’universale che attribuisce un
ruolo salvifico alla gestione tecnica neutrale e meramente economicistica. Se
non prendiamo atto una buona volta di dove ci abbia condotto questa visione
unilaterale sarà vano opporsi alla deriva antieuropea.
È inutile e puerile parlare di democrazia europea e di elezioni dirette
se non si capisce che il problema della democrazia non ha altri punti di
riferimenti se non l’esperienza degli stati nazionali e, quindi, che è di qui
che bisogna ripartire per pensare – faticosamente e lentamente – a qualcosa di
unificante. È ignorare totalmente la storia dimenticare che l’idea democratica
si è sviluppata in modo contestuale alla formazione degli stati nazionali
moderni. È dalla fine del Settecento che il problema della rappresentanza
politica della volontà popolare è divenuto un tema centrale, conducendo fino al
suffragio universale, al ruolo determinante dei parlamenti. E che dire
dell’introduzione dell’istruzione di massa, persino universale e obbligatoria,
al ruolo assunto dalla scienza e dalla tecnologia nello sviluppo sociale ed
economico? Tutti questi fattori – senza cui l’Europa sarebbe un continente
irrilevante – sono legati indissolubilmente alla formazione degli stati
nazionali. Questo è particolarmente vero per l’Italia che, se è ancora un paese
rilevante a livello mondiale, è perché ha costruito con la fondazione dello
stato nazionale istituzioni democratiche e un’istruzione unitaria di alto
livello. Dimenticare tutto questo o, peggio, pensare di cancellarlo senza
un’alternativa altrettanto chiara – e basata sulla democrazia – significa
ritrovarsi sulla terra bruciata. Significa ritrovarsi dove stiamo finendo. Poiché
nessuno può fare a meno di colpo, e neppure rapidamente, di identità culturali
e istituzioni consolidate a profitto di poteri lontani, incontrollabili e al
contempo pesantemente intrusivi, la risposta è il rifugio in un localismo sempre
più frammentato: è il panorama che si profila con la prospettiva della
drammatica disgregazione delle realtà nazionali a profitto di realtà locali
deboli, mentre nessuno sa come sostituire un potere eurotecnocratico sempre
meno credibile.
È né più né meno che il ritorno al panorama del Medioevo. Quel che è
tragico e che, se si guarda a ciò che è stato fatto in tema di cultura e di
istruzione – un tema centrale da troppi trascurato o trattato in modo superficiale
– non si tratta di una battuta: proprio il modello medioevale è stato
irresponsabilmente proposto. Nelle dichiarazioni di Sorbona e di Bologna si
parlava allegramente delle università medioevali come un modello da seguire per
gli scambi culturali, senza rendersi conto che indicare come riferimento per
una società contemporanea istituzioni basate sulle scienze giuridiche, la
teologia e la medicina era una pura e semplice pazzia. Certo, sappiamo bene che
far dialogare culture nazionali forti, che hanno dietro secoli di letteratura,
ruotanti attorno alle lingue tra le più strutturate del mondo, non è facile: ma
questo è il passaggio inevitabile da affrontare che non si poteva, e non si può
risolvere, riducendo miseramente la cultura alle otto “competenze chiave” di
Lisbona che si limitano a stabilire criteri minimali per la circolazione della
forza-lavoro. La riduzione del problema delle lingue a una mera questione di
comunicazione – come se le lingue non fossero innanzitutto espressioni di
culture – è tipico di un approccio demolitorio che ha come sbocco solo
l’imbarbarimento. Senza dire che l’idea di definire con circolari burocratiche
che cos’è la conoscenza (la matematica, la letteratura, le scienze naturali) è
grottesca e dalle conseguenze devastanti. È accettando come regole prescrittive
quelle che sono soltanto esortazioni burocratiche che si sono messe in mano le
culture e i sistemi d’istruzione nazionali a gruppi che ne hanno una visione
meramente tecnica e che sembrano mossi dal solo intento di demolirle.
Se non vogliamo essere costretti, prima o poi, ammettere amaramente che
l’unica formula ragionevole era quella di De Gaulle dell’“Europa delle patrie”,
occorrerà ripartire da una valorizzazione degli aspetti positivi delle identità
e delle culture nazionali e da un rafforzamento della qualità delle istituzioni
nazionali: da dove altrimenti potremo trarre idee ed energie per l’opera di
creazione di un’Europa basata sulla democrazia, la politica, la cultura e
l’istruzione?
(Il Messaggero, 7 maggio 2014)
giovedì 8 maggio 2014
Scuola: il Ministro mantenga gli impegni
Alcune
persone non apprezzano che un medico esiti prima di fare una diagnosi e di indicare
la cura relativa, o addirittura cambi idea. Pensano persino che sia un incapace
e preferiscono quel medico che, quasi senza averti guardato in faccia, dopo
pochi minuti impugna penna e ricettario. Sbagliano, e di grosso. Per questo,
non soltanto non pensiamo che vada a demerito del ministro dell’istruzione
Giannini aver espresso propositi diversi o persino divergenti da altri
precedenti, ma anzi che abbia dato prova di quella riflessività e di quella
capacità di ascolto di cui ha assoluto bisogno un sistema dell’istruzione
disastrato da troppe prescrizioni avventate. Insistiamo sulla capacità di
ascolto perché troppe amministrazioni hanno fin qui dato prova di voler andare
avanti a testa bassa, ascoltando soltanto sé stesse o alcuni gruppi “influenti”,
senza guardare alla sostanza dei problemi e ignorando tutte le voci provenienti
dal mondo della scuola e dell’università che non siano in consonanza con le
decisioni precostituite.
Siamo
quindi ben lieti che il ministro abbia mostrato importanti segni di apertura su
due temi scottanti. Il primo riguarda la questione delle fonti di finanziamento
delle università: non ci si può disinteressare della clamorosa disparità tra
università settentrionali e meridionali con una scrollata di spalle (“se la
vedano loro”), ignorando superficialmente le conseguenze disastrose per tutta
la comunità nazionale di un crollo del sistema universitario del sud. Ben venga
quindi una riflessione che tenga conto di criteri di merito ma evitando di
applicare parametrizzazioni meccaniche prive di senso che penalizzano un’area
culturale che presenta aspetti profondamente positivi e che non può essere
raccontata con generalizzazioni da serial televisivo. Va quindi salutato come
un fatto assai positivo l’importante apertura del ministro su questo tema.
Non
meno importante è la presa di posizione sui test d’ingresso a medicina. Fino a
qualche giorno fa alcune dichiarazioni del ministro lasciavano pensare che ci
si era resi conto degli aspetti problematici – è un eufemismo… – di questa
modalità di selezione, ma che non appariva possibile rinunciare alla sua
impalcatura generale. Ora il ministro fornisce un’indicazione che coincide con
quella che ha dato questo giornale e che gode di un largo consenso: orientarsi
verso il sistema francese, che non pone sbarramenti all’ingresso
all’università, ma compie una serie di selezioni sul merito degli apprendimenti
conseguiti nel primo anno di frequenza – e quindi sulle materie propriamente
mediche e non su fumisterie generaliste – con un’ultima possibilità di recupero
al secondo anno. È un sistema che ha mostrato una capacità di selezione
altamente rigorosa e quindi risponde sia ai vincoli numerici che all’esigenza
primaria di creare una classe di medici di alto livello professionale.
Molto
bene, quindi. C’è però un “ma” o, meglio, un “purché”: purché tutto ciò non
resti allo stadio dei proponimenti e poi non si faccia nulla, oppure si snaturi
un modello semplice e collaudato inventando chissà quali marchingegni,
correzioni, eccezioni e deroghe, magari conciliandolo con una prima batteria di
test a base di Chomsky e Hobsbawm. Non è malignità la nostra perché fin troppe
volte abbiamo visto dimenticare i migliori propositi o abbiamo visto
stravolgere riforme semplici – si pensi al disastro che è stato combinato sui
TFA – e trasformarle in qualcosa di contrario alle intenzioni. Abbiamo un
modello francese che funziona, e che piace al ministro: è troppo chiedere di
copiarlo pedissequamente e velocemente?
Tra
gli episodi che inducono alla prudenza e, al contempo, alla speranza che il
ministro Giannini mostri di avere la determinazione necessaria, vi è quello
relativo alla vicenda del liceo “breve” di quattro anni. Si è partiti con la
solita “sperimentazione” ristretta a qualche liceo, contro il fatto la parola “sperimentazione”
dovrebbe essere cassata dal vocabolario dell’istruzione italiana, visto che
questa prassi ipocrita è stata all’origine dei peggiori disastri. Poi, è
subentrata una valanga di prese di posizioni contrarie, ben argomentate, e non
solo da parte di personalità autorevoli ma anche da parte di insegnanti e
famiglie: ogni giorno ricevo lettere di insegnanti che dichiarano di desiderare
soltanto la pensione nel caso in cui passi questa “innovazione”, temendo l’invenzione
di sciagurate materie-centauro (come la geostoria); né si vede chi potrebbe
essere contento di fare un orario lungo per compensare l’anno mancante. Tutti
hanno capito che l’unica autentica motivazione è il taglio di qualche decina di
migliaia di cattedre. Ma l’amministrazione ministeriale si è tappata le
orecchie, ha lasciato passare l’occhio del ciclone, ed è prontamente passata ad
accreditare altre cinque sperimentazioni di liceo breve. Così, quando le
sperimentazioni saranno un centinaio la riforma sarà stata imposta di fatto.
Bene: questo è proprio il decisionismo di cui non abbiamo bisogno, un retaggio
della gestione burocratico-autoritaria del ministro Bottai, il contrario di
quello che sembra essere l’approccio del ministro Giannini quando mostra di aver
ascoltato le critiche sui due temi di cui sopra, e di aver riflettuto.
Ci
permettiamo di suggerire al ministro un’analoga capacità di riflessione sul
tema della scuola superiore di primo grado (o “scuola media”, come si dice
comunemente). Non prenda per oro colato certe tiritere secondo cui la scuola
media è il buco nero del sistema dell’istruzione italiano, mentre la scuola
primaria sarebbe la perfezione. Si lasci tentare dall’ipotesi che la scuola
media richieda certamente delle riforme, ma che il vero problema sia proprio la
scuola primaria: la più devastata da innumerevoli sperimentazioni pedagogiche
spericolate. Chi abbia un minimo di cultura matematica sa che è nella didattica
rinunciataria e minimalista delle primarie che si costruisce l’analfabetismo
matematico che dilaga nel corpo studentesco e che le scuole medie non fanno
altro che attestare. Il discorso è complesso, va argomentato e ci ripromettiamo
di tornarvi su, ma l’atteggiamento del ministro incoraggia a sperare che vada
affrontato con la dovuta riflessività. Intanto, ci si lasci sperare che alle
positive dichiarazioni sui fondi universitari e sulle modalità di accesso alle
facoltà di medicina seguano i fatti.
(Il Mattino, 7 maggio 2014)
mercoledì 7 maggio 2014
Tutti debbono essere valutati, anche Gianna Fregonara: bocciata in “competenze” di ragionamento
È uscito oggi sul Corriere della Sera uno sconcertante articolo a firma
di Gianna Fregonara a proposito dei test Invalsi, il cui titolo rispecchia
perfettamente il contenuto: «La scuola che ha paura di farsi valutare».
L’articolo si riduce a un sillogismo: a) la scuola deve farsi valutare;
b) la valutazione coincide con i test Invalsi; c) chi non accetta i test
Invalsi ha paura di farsi valutare.
Peccato che, come tutti i ragionamenti formali, questo sillogismo sia
privo di senso perché poggia su una gamba fradicia: l’asserto b).
Siamo d’accordo che la scuola deve farsi valutare. Siamo d’accordo che
chi non vuol farsi valutare ha un atteggiamento riprovevole. Ma come si debba
valutare è una questione aperta alla discussione, se è ancora lecito sperare di
non vivere in un regime di pensiero unico.
L’articolo si riduce quindi a una geremiade contro chi semina dubbi
contro l’Invalsi e i suoi test – “ovvero”, nella logica di Fregonara, contro la
valutazione in sé e per sé – e quindi contro chi non vuole migliorare la scuola
italiana. «Come da copione», lamenta Fregonara stigmatizzando le proteste e le
contestazioni e, nella sua ortodossia, arriva al punto di stigmatizzare persino
una dichiarazione della presidente dell’Invalsi Annamaria Ajello, per aver
parlato di “domande trabocchetto”, troppo difficili e persino a lei
incomprensibili, e aver in tal modo seminato «dubbi». In altri termini, nessuno
può entrare nel merito di quel che fa l’Invalsi, dei test che confeziona e
“somministra”, quasi si trattasse del Vangelo: bizzarra situazione in tempi in
cui neppure il Vangelo gode più di un simile trattamento di favore.
Siamo in tanti ad essere favorevoli alla valutazione, siamo in tanti a
sgolarci facendo proposte alternative e di correzione dell’andazzo scelto negli
ultimi anni. Siamo in tanti a stigmatizzare la diffusione del dannosissimo “teaching
to the test” e la scandalosa esplosione di libercoli di addestramento ai test,
talora scritti dagli stessi consulenti dell’Invalsi. Siamo in tanti ad aver
perso tempo ad analizzare i test proposti uno per uno rilevandone i difetti,
con argomenti che non sono certo da prendere come i Dieci Comandamenti, ma che hanno
il diritto di essere presi in considerazione e discussi. O no?
No. È stata la risposta fino ad ora. Di quel che dicono e pensano i
critici alle vestali della valutazione invalsiana non importa nulla. Loro hanno
la verità in tasca per via amministrativa. E Gianna Fregonara si schiera su
questa linea: zitti e in riga, discutere è vietato, o meglio, è semplicemente la
prova che non volete farvi valutare.
Si gira la testa dall’altra parte di fronte al vero scandalo, e cioè che
un ente preposto alla valutazione rifiuti di farsi valutare, quantomeno
accettare un confronto: una contraddizione per la quale è difficile trovare
aggettivi adeguati.
Si gira la testa dall’altra parte di fronte al fatto che i consulenti
che confezionano i test sono sempre gli stessi da anni, inamovibili e dotati
del potere di scegliere in modo arbitrario i docenti che, remando sottocoperta,
preparano la platea di “pretest” da cui, in un grottesco percorso di ben due
anni, vengono selezionati quelli da “somministrare”. Si gira la testa
dall’altra parte di fronte al fatto che la selezione sui “pretest” non viene
fatta in base alla loro qualità di contenuto, ma in base a una procedura
demenziale, e cioè alla loro conformità ai criteri statistici derivanti
dall’applicazione di un modello matematico, il modello di Rasch, ampiamente
contestato nella letteratura, quantomeno opinabile e tutt’altro che garante della
tanto ridicolmente sbandierata “oggettività”. Si gira la testa di fronte al
fatto che gli stessi consulenti dichiarano che il modello di Rasch – ormai il
Moloch dell’Invalsi – non ammette una verifica in termini di “fitting”
empirico. Quando queste cose sono state contestate non vi è stata risposta, se
non un ritirarsi iroso dalla discussione, nella rarissime occasioni in cui
questa si è prodotta.
Forse queste cose Gianna Fregonara non le sa. Forse non ha idea di cosa
sia il modello di Rasch o non ha idea delle procedure seguite dall’Invalsi.
Allora dovrebbe prudentemente tacere, invece di presentare, con un sillogismo
sgangherato, persone serie che vogliono discutere seriamente come parassiti che
non vogliono farsi valutare. Altrimenti, non dà soltanto prova di meritare una
bocciatura nelle “competenze” di ragionamento, ma di essere ispirata da una
visione ostile alla discussione aperta e libera; senza la quale parlare di
valutazione è una presa in giro, o uno stile da regime.
domenica 4 maggio 2014
LA SCUOLA DELL'INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO
Un ragazzino di 13 anni mi dice di detestare la letteratura. Il suo
sguardo scettico mentre gli vanto la bellezza dei classici e gli parlo della
Divina Commedia mi spinge a una sfida temeraria: «Te ne leggo un canto». Procedo
temerariamente, aspettandomi sbadigli e il rigetto finale condito del tipico insofferente
sarcasmo adolescenziale. E invece funziona. Tanto funziona che il ragazzino mi
chiede se non potremmo fare altri incontri e continuare, e poi chiede: «Ma
perché a scuola non ci fanno leggere testi così? Guarda invece cosa mi è
toccato in questi giorni». È un brano di Gino Strada sugli “effetti collaterali
delle guerre”. Lo leggo tutto e non ha niente di letterariamente valido: è una
predica ideologica noiosa scritta in modesto italiano. Colgo l’occasione per sfogliare
l’antologia del ragazzino: c’è da restare a bocca aperta. Al brano di Strada
seguono due pagine di “competenze di lettura” dove l’alunno deve mostrare di
aver capito il testo apponendo crocette nelle caselle giuste. Seguono pagine di
indottrinamento sotto il titolo “che cosa succede nei paesi dove c’è la guerra”;
poi ancora competenze di lettura e scrittura “contro la guerra”, per finire con
una pagina incredibile. Contiene una serie di immagini, per lo più banali o
stucchevoli, come quella di un gruppo di bambini a cavalcioni su un cannone, e prescrive
il seguente compito: «osserva i cartelli contro la guerra, poi scrivi per
ognuno una frase-slogan»… Come la dobbiamo chiamare? Competenza di
manifestazione di piazza?
È finita qui? Niente affatto. Seguono le “competenze grammaticali”, in
cui l’alunno è invitato a mostrare di saper far uso della locuzione “sarebbe meglio”:
riempi lo spazio con i puntini nella frase «Invece di fare la guerra, sarebbe
meglio…», e così via. Seguono le “competenze di cittadinanza attiva”, in cui
l’alunno deve dar prova di aver assimilato i concetti di conflitto, guerra e
pace, costruendo una “mappa concettuale” sul tema. E, come se non bastasse,
l’acme di un tormentone di decine di pagine è una “verifica di fine unità” e…
una prova Invalsi.
Non capisco in base a quale diritto la scuola pretenda di indottrinare i
ragazzi all’idea che tutte le guerre siano egualmente sporche. Dovrei forse
accettare che i miei figli considerino la guerra di liberazione dal
nazifascismo – grazie alla quale sono potuti venire al mondo – alla stregua
della guerra scatenata dalle armate hitleriane? Non saprei immaginare una
prepotenza più oscena. Ma andiamo avanti.
Ometto di fare un elenco completo degli autori che popolano l’antologia,
per non offendere nessuno, anche se credo che né Jovanotti né Luciano Violante
abbiano mai compreso nelle loro aspirazioni quella di competere con Tolstoj e
Pirandello. Consiglio di sfogliare alcune delle antologie che circolano nelle
nostre scuole per constatare che ormai questa è la concezione della letteratura
che le ispira. E pongo alcune semplici domande. Qualcuno può davvero seriamente
pensare che questo sia un modo valido per instillare l’interesse per la
letteratura, per la lettura, per la scrittura? Non è giunto il momento di
interrogarsi seriamente sulla deriva che sta prendendo la funzione
istituzionale dell’istruzione?
L’attuale dibattito sulla vicenda della lettura del romanzo di Melania
Mazzucco in un liceo romano è tutto centrato attorno al dilemma se sia giusto o
no scegliere dei testi adatti a combattere le discriminazioni basate
sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere o se tale scelta sia mera
pornografia. Pare che per molti, inclusi alcuni dirigenti scolastici e
insegnanti, la funzione della scuola sia ormai meramente ideologica. Si dirà
che Melania Mazzucco è una vera scrittrice a differenza di Strada ma, la vera
questione è se, a fronte del panorama sterminato di letteratura di livello
indiscutibilmente alto, e con cui si potrebbero riempire decine di antologie,
si preferisce cancellare Leopardi a vantaggio di testi il cui unico
indiscutibile merito è di avere una funzione ideologica. Le denunce legali, che
finiranno puntualmente nel nulla, sono un’azione senza senso. È più appropriato
denunciare (in termini non legali) la deriva di una scuola che sta rinunciando all’educazione
al bello, e la guarda con sarcasmo come se fosse orpello di altri tempi; che rinuncia
ad appassionare i ragazzi al piacere di leggere prose e poesie di valore
universale, a discuterli in classe senza questionari di competenze e senza
pagine pieni di imbecilli quesiti a crocette; lasciando che la determinazione
di posizioni su temi come il sesso, la famiglia, la guerra o l’ambiente, sia
conseguenza della formazione libera di una personalità strutturata sull’amore
per la conoscenza, la cultura, la bellezza artistica in tutte le sue forme. La
scuola non dovrebbe impicciarsi di imbastire “lotte” contro questo o quello, di
educare a pensare in questo o quel modo, di insegnare a compilare cartelli da
portare in piazza, selezionando la letteratura su questi criteri. Perché, così
facendo, la sua funzione educativa si trasforma in ciò che vi è di più brutto:
l’indottrinamento ideologico. Brutto e diseducativo, perché è caratteristico
delle società totalitarie e come tale stimola le peggiori forme di intolleranza.
Non potrò mai dimenticare che, all’indomani della caduta del Muro di
Berlino, Alberto Lecco, un grande romanziere dimenticato – dal cui capolavoro
“Anteguerra” si potrebbero trarre brani antologici ben più validi di quelli che
vengono propinati – fece questo commento: «Il comunismo finito? Comincia solo
adesso…». Aveva ragione. Il comunismo dei soviet, dei comitati centrali e delle
commissioni centrali di controllo è finito da un pezzo. Ma il comunismo come
costruttivismo sociale, come aspirazione a una società basata sull’indottrinamento
ideologico, è più vivo che mai, metastatizzato nella forma del “politicamente
corretto” che, sotto la veste di una bontà ipocrita e falsa, propina incessantemente
le prescrizioni soffocanti di un conformismo sociale costruito a tavolino, in
cui non c’è più spazio per il libero sviluppo della personalità.
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