martedì 19 settembre 2006

Scuse? Troppo poco. Un bel gesto di sottomissione e torniamo a farci i fatti nostri. La strategia di Luzzatto

Il Foglio - martedì 19 settembre 2006


Sono rimasto allibito – e non da solo – leggendo l’intervista rilasciata da Amos Luzzatto alla Repubblica (17 settembre) sotto il titolo “Le scuse non sono sufficienti, occorre un segnale diverso”. Si tratta delle scuse che il Papa deve porgere all’Islam e che, secondo Luzzatto, non bastano: occorre di più, un gesto di “apertura” verso l’Islam. Cosa vorrà mai dire? Convertirsi?
Una persona che conservi intatta la libertà di pensare, o che semplicemente sia libera, non può non fare una constatazione: la reazione ad affermazioni ritenute offensive, in quanto avrebbero asserito il carattere intrinsecamente violento della religione islamica, è stata di una brutalità smisurata, con minacce di distruzione, di morte, e assortita di violenze effettivamente esercitate (attacchi a chiese e persino l’omicidio di una suora), grotteschi ritiri di ambasciatori e affermazioni integraliste deliranti (“la religione musulmana è la sola bella, e tutto il mondo si dovrà convertire all’Islam”). Un simile scenario riporta alla memoria la reazione seguita alla vicenda delle vignette su Maometto: un mondo islamico che produce senza ritegno un’iconografia altamente offensiva dei simboli religiosi e dei libri sacri del cristianesimo e dell’ebraismo, mostrò di ritenere che soltanto la religione musulmana debba essere rispettata. Oggi, lo spettacolo tragicomico degli “offesi” che dimostrano con la loro reazione la fondatezza dell’imputazione, avrebbe dovuto suggerire a chiunque conservi un minimo di spirito libero di non chiedere al Papa di scusarsi.
Potremmo chiudere qui. Ma forse qualche soffio di razionalità circola ancora, per quanto reso flebile dal terrore, e quindi possiamo tentare qualche ulteriore riflessione. Qual era, in fin dei conti, il senso del discorso del Papa a Ratisbona?
Sono proprio le “scuse” del Papa – che, fortunatamente, non sono scuse, bensì una puntuale precisazione – a indicare l’intento di quel discorso. «Sono rammaricato – ha detto Benedetto XVI – per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso all'Università di Ratisbona, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani». Quindi: rammarico “per le reazioni”, e precisazione che la citazione è stata “ritenuta” offensivo in quanto erroneamente considerata espressione del pensiero del Papa; e riaffermazione della volontà di dialogo, “nel rispetto reciproco” – “reciproco”, è un aggettivo che va sottolineato.
Sono anni che il cardinale e ora Papa Ratzinger si adopera a rimuovere le radici più profonde dell’odio, che affondano nel terreno teologico. Nessuna dichiarazione irenista e di buona volontà può bastare se non si mette mano con cautela e coraggio alla sorgente profonda delle incomprensioni e dell’odio. Secondo Luzzatto bisogna restare sul terreno politico, perché questo riserva possibilità di compromesso, mentre «quando si passa a un confronto di carattere ideologico o teologico le possibilità di soluzione diventano esilissime». Ma così non si vede che la questione si gioca sul terreno religioso. Far finta che difficoltà che nascono su questo terreno possano essere “cortocircuitate” sul terreno politico, è una forma di mediocre pragmatismo. Evidentemente, Luzzatto, sebbene si fregi del titolo di ex-presidente delle comunità ebraiche italiane, non crede che il fattore religioso abbia rilevanza o, peggio, ritiene che sia un fattore negativo che occorre evitare come la peste, per non impantanarsi in una palude in cui non esistono vie d’uscita. Ma una simile visione, pur se legittima, è assolutamente irrealistica se rigetta l’obbiettivo di combattere a viso aperto l’integralismo di chi ha come scopo esplicito quello di piegare il mondo intero alla fede musulmana. Paradossalmente, la logica di Luzzatto esclude, in quanto “pericoloso”, il confronto franco e razionale, e lascia aperte soltanto due alternative: la guerra totale oppure l’assoggettamento, ovvero la “dhimmitudine”. Constatiamo che egli indica al Papa la seconda, invitandolo a piegarsi alla sopraffazione e cancellando dall’orizzonte il principio della libertà di pensiero e di espressione.
Ma torniamo alla linea di approfondimento teologico seguita da Ratzinger. Per quanto riguarda il secolare tema dei rapporti ebraico-cristiani, egli è andato al di là delle pur importantissime dichiarazioni di fratellanza per abbordare le questioni teologiche che ostacolano un dialogo rispettoso delle fedi e concezioni rispettive, senza indulgere al sincretismo. Il documento della Pontificia Commissio Biblica su “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana” (2001) rappresenta, a mio avviso, uno dei più profondi e costruttivi contributi all’esame dei passaggi attraverso cui una lettura tendenziosa dei Vangeli ha portato alla diffusione di sentimenti antiebraici. Chi scrive non è sospettabile di indulgenza nei confronti dell’antisemitismo cristiano. Ma è proprio lo sguardo non indulgente che consente di apprezzare i passi avanti compiuti e che, pur nella consapevolezza degli ostacoli da rimuovere, permette di dire che, sì, è possibile, anche sul terreno difficile – ma non aggirabile – della teologia, stabilire un terreno di dialogo e di comprensione. Del resto, le religioni ebraica e cristiana sono basate sull’idea che i testi sacri sono “rivelati” ma espressi nella parola umana, e quindi assoggettati all’interpretazione. Il “commento” è la via maestra per il confronto delle differenze nel reciproco rispetto.
La scelta di Benedetto XVI è di perseguire sul terreno del confronto teologico la sconfitta dell’intolleranza e dell’idea insana che la “verità” che si ritiene possedere possa essere affermata con la violenza e con la guerra santa. Il cristianesimo ha peccato su questo piano ma è altrettanto chiaro che, da quasi mezzo secolo, la Chiesa Cattolica si è avviata sulla strada di un coraggioso riconoscimento di questi errori e della revisione delle interpretazioni teologiche che hanno alimentato le tragedie del passato. Perché mai l’Islam dovrebbe essere esente da un simile processo di revisione proprio mentre dal suo seno si levano così forti propositi aggressivi basati su motivazioni religiose? Il discorso del Papa a Ratisbona ha affrontato il tema delle radici teologiche del concetto di guerra santa nell’Islam, con dotte citazioni che non implicavano l’adesione alla lettera della frase di Manuele II Paleologo, ma mettevano sul tappeto “la” questione. Un mondo islamico tollerante e aperto al dialogo avrebbe dovuto cogliere questo discorso come un’occasione di riflessione e di confronto. Abbiamo invece assistito a un’esplosione di minacce e violenze, in forme disonorevoli per chi le ha pronunciate e messe in atto.
È curioso. Per duemila anni gli ebrei hanno visto attaccata la loro religione nelle forme più truculente. Eppure nessuno ha mai pensato di rispondere con la minaccia di morte nei confronti di coloro che denigravano la religione ebraica. Al contrario. Quando non si trattava di accuse volgari – magari sfocianti nella solita tematica del deicidio – ma di critiche, esse venivano discusse, confutate e magari ribaltate razionalmente. È forse illegittimo difendere propria fede e criticare i principi dell’altra, fino a che si resta entro i giusti limiti della critica rispettosa?
Si pensi alla celebre disputa di Barcellona (1263) tra il rabbino Moshe ben Nachman (Nachmanide) e il predicatore cristiano Pablo Christiani. Rileggerla è istruttivo, perché Nachmanide vi sosteneva le ragioni della fede ebraica e confutava i principi del cristianesimo in modo assai fermo e pungente. Nella disputa, Christiani non si accontentò di replicare. Accusò Nachmanide di aver offeso la fede cristiana, e scatenò un’ondata di terrore, imponendo la conversione forzata a masse di spettatori della disputa. Questi venivano arruolati per contestare violentemente Nachmanide, fino a creare un clima di violenza tale che il confronto si concluse con l’esilio del rabbino in Palestina. Se pensiamo alle frasi “offensive” con cui Nachmanide negava la divinità di Cristo e contestava la “falsità” dei dogmi della religione cristiana, e seguiamo la logica di Luzzatto, Nachmanide avrebbe dovuto chiedere scusa alla Chiesa, all’Inquisizione, e anzi le scuse non sarebbero bastate. Avrebbe dovuto aprire un dialogo politico…
Per secoli, il cristianesimo ha rimproverato all’ebraismo di non aver assimilato l’idea della carità ed è stato ricambiato – penso, per restare a tempi recenti, agli scritti del rabbino Elia Benamozegh, noto anche come il “Platone dell’ebraismo italiano” – con l’accusa di ignorare l’idea della giustizia. Non trovo nulla di male in simili reciproche contestazioni, fino a che sono condotte sul terreno della dottrina e del confronto civile delle opinioni. I guai iniziano quando queste contestazioni degenerano sul terreno della denigrazione e dell’incitamento all’odio e, infine, sul terreno della persecuzione. L’ebraismo è stato vittima di tale degenerazione per duemila anni, e lo è ancora – religione di scimmie e porci, secondo una locuzione corrente in quegli ambienti che, secondo Luzzatto, dovrebbero ricevere le scuse, e qualcosa di più delle scuse, del Papa. È quindi con profondo imbarazzo che si assiste al fatto che un intellettuale ebreo, che si proclama laico e si fregia del titolo di ex-presidente delle comunità ebraiche italiane, si schieri dalla parte del fanatismo e dell’intolleranza.

Giorgio Israel

11 commenti:

genseki ha detto...

Questo discorso sarebbe maggiormente condivisibile se il papa fosse un proefessore di Filosofia di Università di provincia e non, invece, il papa.
Effettivmente le argomentazioni della lezione di Ratisbona non sono affatto banali: il rapporto tra filosofia e cristianesimo viene posto in una dimensione di necessitá storica e speculativa articolata con chiarezza. Il rapporto dell'islam con il Logos Greco è, forse, risolto con una semplificazione un po' sbrigativa. Ma ci sarebbe spazio per discuterla. Appunto. Il fatto è che il papa non è un professorino di filosofia e, quindi nell'esemplificare come la violenza scaturisca da una cattiva interpretazione del nesso fede-ragione avrebe potuto essere un poco più equilibrato. L'Islam non è certo l'unica religione che abbia fatto o faccia uso di violenza! In relazione poi al suo articolo precedentemente apparso sul Foglio vorrei dire che la relazione tra Al-Ghazali e i filosofi (esemplificata nel suo Tahaful) è probabilmente quella da lei descritta ma che questo non eaurisce il problema. Anche in Europa a perdere sono stati Sigeri, Boezio di Dacia e anche Abelardo e a vincere Bernardo e Stafano Tempier!
Tuttavia la ragione tecnoscientifica ha finito per prevalere. In altri modi e per altre ragioni.

Nessie ha detto...

Sig. genseki, se anche il Papa si fosse limitato a fare il buon Pastore e non il fine teologo e filosofo che è, si sarebbe trovato comunque un pretesto per dare fuoco alle polveri. E'una pia illusione quella di ammansire il mondo islamico. In principio c'erano i versetti satanici di Rushdie; poi i vestiti della Maison Chanel sul corpetto di Claudia Schiffer, poi i libri della Fallaci, poi quelli di Magdi Allam, poi le vignette danesi. Ora il discorso accademico del Papa a Regensburg.
Mi dispiace che anche nel mondo ebraico ci siano persone che si schierano oggettivamente dalla parte del fanatismo e dell'intolleranza come Luzzatto. Ma oggi assistiamo a una malattia tipicamente occidentale che si chiama "fascinazione per la brutalità". Si fanno le pulci alle persone miti , ai dotti come a Papa Benedetto, mentre si trascurano gli elefanti inferociti che stanno per travolgerci.

genseki ha detto...

Sig. Nessie, se si ragiona così non c'è più spazio per argomentare.
Si parla di fatti: una conferenza, le reazioni che ha suscitato e così via. Se lei, come pare dice che qualsiasi fatto avrebbe comunque suscitato il medesimo effetto, ebbè, allora è inutile parlare o tacere. Si può solo gridare o picchiare i pugni. Io credo che parole diverse suscitino effetti diversi così come atti diversi conducano a conseqguenze diversi. Suvvia il momdo non è ancora immerso nella notte indifferenziata dell'odio in cui tutte le idee sono bige!

Nessie ha detto...

Sig.Genseki,
io non ce l'ho mica con lei?!
Rimane il fatto che i paesi musulmani perseguono "una politica" per la quale LORO possono agire come vogliono (e spesso anche in territorio non islamico) e noi non possiamo fare un bel nulla.
Io la penso come Daniel Pipes secondo il quale, l'abilità dei musulmani è quella di imporre le norme islamiche anche all'0ccidente, una strada, questa che ci condurrà fatalmente verso l'imposizione della "sharia".
Se continuamo a farci le pulci tra di noi, l'avranno vinta loro. Questo penso.
Quanto alla notte dove tutte le vacche sono nere, beh, sarò pessimista, ma mi pare che questa notte sia già iniziata. C'è chi vuole accorgersene e chi no.

genseki ha detto...

Sig Nessie,
Beh, non volevo dare l'impressione di averla presa sul personale, se così le è sembrato me ne scuso. Io credo che l'Islam sia il campo di battaglia e nonil nemico.
Cordialmente
gebnseki

Nessie ha detto...

Genseki,
io purtroppo invece penso che sia il nemico. Non a caso illustri opinionisti ed esperti americani lo chiamano il III Totalitarismo: il primo fu il Nazifascismo, il secondo il Comunismo e il terzo è questo qua.
Ogni volta che chiniamo il capo ai nostri carnefici, se ne va un po' della nostra civiltà , dei nostri valori e capisaldi. Ogni volta che accettiamo il primo principio della legge islamica che limita la nostra libertà d'espressione, saremo costretti a subire anche quelli successivi.
Comunque il prof. Israel si consoli: così come esistono ebrei "collaborazionisti", anche noi cattolici abbiamo cattolici dhimmmi e collaborazionisti.
Anzi, no: non c'è da consolarsi affatto!

Attento ha detto...

Io continuo a sperare che l'Islam sia il "campo di battaglia" e non il "nemico". E' però un dato di fatto che il nemico con cui ci scontriamo in questo campo di battaglia, le leadership fanatiche e manipolatorie, ha ottenuto quello che voleva.
Piuttosto che parlare del tema "scandaloso" del rapporto tra religione e fede, ci costringono ad avvitarci in discussioni legate alla "opportunità" ed all'"equilibrio" di affermazioni che sono comunque "vere" anzi "stra-vere".
Gioiamo invece del fatto che il Papa ha rifiutato le costrizioni del politicamente corretto segnando l'unica strada giusta per un dialogo con l'Islam che non sia tragica una presa in giro: discutere la Fede alla luce della Ragione.

Nessie ha detto...

D'accordo con te, Attento, circa le conclusioni sul Papa. Per il resto, invece, a' da passà a ' nuttata. :-)

sara mangani ha detto...

Gentile Prof. Israel,
al contrario di lei, io sono rimasta allibita alla vista delle dichiarazioni con cui gli esponenti delle varie comunità ebraiche prendevano le distanze dalla posizione espressa da Luzzatto. Affermare che quella posizione sia schierata al fianco del fanatismo e dell'intolleranza mi sembra poco corretto perché riguarda solo marginalmente l'Islam e si concentra invece sul modo in cui la Chiesa continua a determinare le modalità, la qualità e le finalità del dialogo interreligioso: un modo scorretto, strutturalmente scorretto, nel senso che la scorrettezza è porprio nelle leggi di necessità del dialogo interreligioso. Negli esempi riportati lei dimentica sempre di dire che gli unici a volere il dialogo interreligioso sono i cattolici (i cristiani) e sono sempre stati loro. Quella del dialogo sulla religione ( e già quest'ultima parola tradisce che non può essere una cosa ebraica) a me non risulta sia affatto un'esigenza ebraica. Gli ebrei nei secoli ci sono stati costretti al 'dialogo'dai cristiani secondo modalità e finalità che sono sempre inesorabilmente state riducibili ad un'unica cosa: la conversione e l'evangelizzazione. Tolto questo scopo il idalogo interreligioso decade, si sgretola perchè non ha nessuna motivazione intrinseca: i riti di un popolo non possono essere trasferiti, non possono essere oggetto di curiosità fine a se stessa. I popoli scambiano di tutto, trecento miliardi di cose ma non i riti, non la spiritualità che è vissuta separatamente e non può essere oggetto di trattativa, anche se questo è quello che i cristiani hanno preteso per secoli dagli ebrei di volta in volta: con l'accusa del deicidio, con l'accusa di essere intrinsecamente violenti, con l'accusa di essere separati e contro il dialogo, con l'accusa dell'omicidio rituale che sta per 'i vostri riti sono violenti e barbari' ecc..
Allora la pretesa di entrare nel merito di ciò che è sacro per gli altri e valutarlo in relazione a se stessi i cristiani l'hanno sempre avuta ma è scorretta e non può essere accettata. Per ricondurmi al caso delle vignette che lei ha giustamente chiamato in causa perché attinente, anche da un punto di vista ebraico, fare oggetto di scherno i riti e la spiritualità altrui è proibito, dunque le vignette sono, dal punto di vista ebraico proibite.

Non posso trattenermi ancora e la saluto.
Grazie per lo spazio di discussione offerto.
Sara

Attento ha detto...

Gentile signora Sara, credo che lei non abbia torto nel giudicare impossibile un dialogo dei Popoli che abbia per oggetto le loro Religioni.

Non credo però che questo sia il processo che Benedetto XVI sta tentando si avviare. Baget Bozzo cerca di interpretarlo oggi 25/9 sulla Stampa:

"...il dialogo con l'Islam non riguarda la religione ma lo Stato politico e civile della religione cioè il tema della libertà. Il dialogo verte sulla libertà religiosa nei paesi musulmani, non sulle diverse dottrine del Cristianesimo e dell'Islam. L'idea di un dialogo delle religioni sul piano delle dottrine è un’impresa impossibile, così come è sviante l'idea di una piattaforma dottrinale panreligiosa o panmorale, come quella tentata da Hans Küng..."

Giorgio Israel ha detto...

Gentile Sara Mangani,
la ringrazio per la sua lettera cortese, di cui però non condivido praticamente nulla. Lei (e anche il sig."attento") confondete il dialogo con il sincretismo o l'assimilazione, o ancora con la conversione. Il comportamento passato della Chiesa nei confronti degli ebrei non aveva nulla a che fare con il dialogo, bensì con la sopraffazione o il tentativo di praticare la conversione forzata. Proprio in tal caso il dialogo non c'è! C'è l'intolleranza! Sembra che per lei dialogo significhi semplicemente avere un rapporto, e che rapporto sia sinonimo di violenza... D'altra parte, persino in presenza dell'intolleranza il dialogo c'è stato e come. Come ha osservato Scholem il risultato si vede nel cambiamento che si è prodotto storicamente nelle rispettive concezioni teologiche e morali.
L'idea di un popolo che fa da contenitore ermetico di una visione spirituale e religiosa che non ne fuoriesce è assurda e fuori dalla realtà. Il liquido esce fuori dal recipiente per quanti sforzi si facciano per trattenerlo come se fosse cosa propria.
Sembra che lei pensi a una società divisa in gruppi ("popoli") ognuno dei quali si fa i fatti suoi e non interagisce con gli altri. E' il prodotto peggiore del multiculturalismo: cioé la società comunitarista, che è il terreno di cultura dell'odio.
Peraltro, mi lasci dire che lei ha una concezione dell'ebraismo rispettabile ma che non è LA verità dell'ebraismo. Personalmente, e non sono affatto solo, non la condivido, la considero chiusa e fortemente riduttiva e considero pernicioso dire che cosa è ebraico e che cosa non lo è in tono assertivo e dogmatico.
Inoltre trovo assurdo ridurre la religione ai riti, per cui i riti non si possono scambiare... La religione è anche etica, morale, spiritualità, teologia, e tante altre cose che hanno valore universale e si scambiano e come.
(Peraltro, a proposito di riti, si è mai resa conto di quanto i riti cristiani siano eredi di quelli ebraici?).
Infine, il senso della frase di Baget Bozzo lo condivido, nel senso detto sopra, cioé che i propositi sincretistici e di creazione di panreligioni sono privi di prospettive, ma è chiaro che pochi come questo Papa sono contrari al sincretismo. Tuttavia, il sacrosanto rifiuto del sincretismo non esclude il dialogo, un confronto di posizioni che giunga a interpretazioni teologiche che (ciascuna nel proprio campo) recidano i fondamenti dell'intolleranza.
Per quanto riguarda Luzzatto, la questione assai concreta è che il Papa è stato attaccato in modo inaudito, con minacce persino fisiche, per aver legittimamente espresso un'opinione. Invece di battersi per il principio della libertà di espressione, come dovrebbe peraltro fare un laico degno di questo nome, Luzzatto si è schierato con il fondamentalismo islamico. Una cosa vergognosa che fa arrossire di aver avuto un simile presidente dell'UCEI. Occorre riflettere al fatto che tanta parte dell'ebraismo italiano l'abbia sentita così.