lunedì 11 agosto 2014

Se torna a soffiare il vento del califfato

Fino a poco tempo era considerato paranoico chi prendeva sul serio i proclami della nascita di un nuovo califfato che avrebbe riconquistato l’Europa fino a Roma. Oggi rischia di far la figura della talpa chi non vede la concreta realizzazione di quel disegno. Esiste ormai un nuovo califfato non virtuale ma ancorato su un territorio, che si espande con una potenza militare inattesa, mette in fuga centomila cristiani e quarantamila curdi e distrugge le tracce di qualsiasi altra civiltà. Quei proclami un tempo ritenuti ridicoli riecheggiano dall’Iraq a Londra – dove un imam promette di sgozzare a Trafalgar Square chiunque non si assoggetterà alla Sharia – al Veneto – dove un altro imam incita a uccidere gli ebrei fino all’ultimo. Altri spezzoni del califfato emergono in tutto il Medio Oriente, fino alla Libia, a poca distanza dalle coste italiane e già emergono movimenti in Tunisia che si dichiarano pronti a combattere a fianco dell’esercito del califfato (Isis). Una parola chiara va anche detta sulla guerra di Gaza che ormai solo una talpa potrebbe non rendersi conto che va ben oltre il conflitto israelo-palestinese. Nessuno può mettere in discussione che tale conflitto resti il problema centrale sullo sfondo e che sia legittimamente aperto un ampio ventaglio di opinioni sul modo di risolverlo. Ma la sua riduzione a una questione umanitaria o addirittura a un’aggressione genocida da parte israeliana al popolo palestinese è un’inaccettabile contraffazione della verità che ha trovato espressione in un indegno striscione affisso (e fortunatamente poi rimosso) a Livorno. L’equazione Gaza = Auschwitz proposta da taluno è ridicola e scandalosa al contempo: non risulta che da Auschwitz fosse possibile bombardare le cittadine tedesche circostanti con missili ricevuti dall’esterno o preparare un assalto massiccio di centinaia di terroristi sbucati da tunnel costruiti con sussidi umanitari. Piuttosto occorre dire che nessuno stato sovrano potrebbe tollerare una simile aggressione al suo territorio e che riesca a contrastarlo con qualche efficacia non è una colpa bensì un fatto positivo. Il punto è che la questione israelo-palestinese – su cui entrambe le parti sono chiamate a scelte chiare, coraggiose e anche dolorose – potrà riemergere soltanto quando il campo sarà libero da chi persegue altri obiettivi: una guerra santa condotta con ogni mezzo, incluso il farsi scudo della popolazione civile, nel quadro di un assalto generalizzato che mira sia a imporre l’islam integralista a tutto il mondo musulmano, sia al cuore delle società occidentali. Dovrebbe far riflettere che esso si presenti, a distanza di anni, con forza e pericolosità tanto cresciute da rendere patetico il ricordo di Al Qaeda. E davanti a tutto ciò non vi è altro che debolezza e sbandamento crescenti. Sarebbe da ridere – se non fosse tragico ­– che, mentre mezzo Occidente è impegnato a indurire le punizioni contro chi non è d’accordo con il matrimonio gay, la British Law Society dia istruzioni a notai e avvocati perché accettino i testamenti redatti secondo le regole della Sharia che sono basati sulla condizione di totale subordinazione del coniuge femminile; o che gran parte del mondo musulmano francese abbia votato a destra di fronte alle leggi sul matrimonio e sull’educazione alla cultura del “genere” promosse dal governo socialista. Sono ulteriori manifestazioni di questa tendenza suicida la sostanziale indifferenza con cui sono accolte le persecuzioni dei cristiani (cosa deve succedere di peggio perché si esprima una chiara reazione?) e il dilagare di un nuovo antisemitismo che, ancora una volta, mette alla gogna gli ebrei come responsabili di tutti i mali del mondo e si manifesta in modo inquietante anche nel nostro paese con l’invito al boicottaggio dei negozi gestiti da ebrei.
Di fronte al disastro, l’ex-superpotenza mondiale non trova di meglio che scaricare qualche bomba episodica farfugliando di transazioni diplomatiche con chi non ne vuol sentir neppure parlare. È chiaro che la paralisi statunitense è generata da una sequenza di politiche sbagliate, prodotte dall’incapacità di comprendere anche antropologicamente le dinamiche dei territori coinvolti. Ma gli errori non giustificano il voltarsi dall’altra parte di fronte a un dramma di dimensioni epocali che, più prima che poi, riguarda tutti. E ancor meno è giustificabile la totale irrilevanza dell’Unione europea che tende a cancellare le politiche nazionali per sostituirvi il nulla, come insegnano vicende che riguardano da vicino il nostro paese, ovvero il dramma dell’immigrazione di massa che l’occhiuta eurocrazia ci impone di affrontare con il massimo in quantità e qualità dell’accoglienza per poi offrire un muro di spalle di fronte alla richiesta di delineare una linea politica continentale. E, anche qui, solo una talpa potrebbe non vedere le connessioni tra l’afflusso migratorio e le campagne militari dell’integralismo. È noto che l’irrilevanza europea nella politica estera è conseguenza dell’aver costruito l’intero edificio comunitario sul terreno dell’economia, mettendo il resto in secondo piano. Questa constatazione dovrebbe condurre in tempi rapidissimi a capire che avanti a tutto viene la politica. I califfati bussano imperiosamente alle porte e traggono incoraggiamento dall’ignavia di quello che, piaccia o no, è il loro nemico dichiarato.


(Il Mattino, 10 agosto 2014)

mercoledì 30 luglio 2014

La scuola incapace di premiare il merito

Grande è la confusione sotto i cieli dell’istruzione italiana, il che, contrariamente al pensiero del presidente cinese Mao Tse Tung, non è affatto una buona cosa. Ci riferiamo soprattutto alla questione della valutazione e del merito dove la schizofrenia è tale da raggiungere paradossalmente esiti coerenti. Le cronache annunciano che le promozioni all’esame di maturità sfiorano la totalità, cui però non corrisponde una crescita di qualità: al contrario, prevale la tendenza verso la mediocrità generalizzata. Si leva pronto il coro di chi coglie l’occasione per proporre l’abolizione dell’esame di stato, e anzi di ogni esame, visto che agli esami di terza media le percentuali sono analoghe. Nulla di strano poiché da decenni c’è chi persegue una scuola senza voti ed esami, appiattita su quella che fu sfortunatamente definita la “media minima”. Un persona di buon senso potrebbe chiedersi quale coerenza vi sia nel parlare da mane a sera di valorizzazione del merito e poi cancellare ogni selezione. Una coerenza c’è, se s’identifica il merito con la promozione del “successo formativo garantito”. È la coerenza perversa dell’appiattimento che si avvale di tanti strumenti, come l’identificare ogni cattivo rendimento scolastico come “difficoltà di apprendimento”. La persona di buon senso potrebbe chiedersi che cosa resti in mano all’insegnante se lo si priva del potere di premiare i migliori e penalizzare chi non s’impegna. Ma anche qui dipende da come si pensa la funzione dell’insegnante: un “maestro” nel senso pieno del termine ha bisogno di quel potere, un “facilitatore”, un “animatore”, deve rinunciarvi. A lui spetta il mero compito di promuovere il successo formativo garantito, di applicare fedelmente le innumerevoli prescrizioni ministeriali, di riempire centinaia di moduli, di somministrare e correggere i test, di assolvere la funzione di badante del processo di autoapprendimento. Sbaglierebbe quindi la persona di buon senso a stupirsi che, mentre si cancella la promozione del merito per gli studenti, il tema centrale sia la valutazione dell’insegnante: difatti, l’intenzione è di trasformarlo in un badante. Così non è da stupirsi che l’unica forma seria di valutazione, quella basata su procedimenti ispettivi interni alla categoria, sia trascurata, non solo perché costosa, ma perché corrisponde all’unico modo di concepire la valutazione come un processo di crescita culturale. Prevalgono idee di valutazione basate su tecniche numerico-statistiche e la tentazione di ricorrere agli esiti dei test Invalsi. Anche qui il buon senso suggerisce che valutare un insegnante dagli esiti della sua didattica è assurdo: si rischia di punire chi opera in un contesto difficile e premiare chi opera in un contesto facile. Ma questo non interessa chi non bada alla sostanza ma solo alla forma; tantomeno costui si preoccupa del fatto che i procedimenti statistici che sono alla base dei test Invalsi siano autoreferenziali, in quanto standardizzano a tal punto le visioni delle materie che le abilità valutate dai test Invalsi sono quelle di risolvere i test Invalsi stessi, e nient’altro.
Il peggio è che l’ideologia che sta dietro queste tendenze è manifesta ma avanza in modo caotico, a pezzi e a bocconi, infilandosi tra una sperimentazione e l’altra, col risultato che la scuola italiana è un vestito di Arlecchino. Come se non bastasse, gli “sperimentatori” si accaniscono sempre più, ora mirando alla soppressione degli esami, ora riesumando progetti di ristrutturazione dei cicli pensati quasi vent’anni fa, ora progettando la riduzione dei licei a quattro anni, mentre nell’ultimo anno un corso dovrebbe essere tenuto in altra lingua, non importa se con una drammatica caduta di livello per l’assenza di competenze linguistiche sufficienti; o addirittura pensando di trasformare le scuole in centri sociali.
A ben vedere, la situazione all’università non è diversa. Anche qui si è radicata l’idea del “successo formativo garantito”, per cui un docente che boccia troppo finisce sui giornali. Del resto, cosa direbbe la persona di buon senso leggendo sull’avviso di un corso universitario che «la percentuale prevista di studio dello studente sul totale dell’impegno richiesto è del 65%»? Direbbe che è ridicolo pensare che quella percentuale sia indipendente dalle capacità dello studente. Eppure, i docenti universitari sono talmente assuefatti a un siffatto demenziale linguaggio burocratico da non farci più caso. Si era promesso che l’ultima riforma si sarebbe ispirata al principio della valutazione ex post: fate le scelte che ritenete più opportune e sarete valutati per gli esiti. È accaduto esattamente il contrario, per cui l’università è ridotta a un sistema che agisce in esecuzione delle minuziose direttive dell’onnipotente agenzia di valutazione (Anvur), ispirate da escogitazioni statistiche impermeabili a qualsiasi critica di merito. La situazione ha raggiunto livelli tali da suscitare proteste e l’ammonimento di chi ha avvertito che, di questo passo, sarà la morte della valutazione. Ma non è così: sarà piuttosto la morte dell’università come sistema di didattica e ricerca basato sul fondamentale principio dell’autonomia e in cui resti tempo per pensare alla conoscenza, alla cultura, e non solo alle procedure. L’ultimo disastro attiene al tema della trasmissione generazionale. Tutti sapevano che le gigantesche immissioni ope legis di qualche decennio fa avrebbero prodotto un’imponente ondata di pensionamenti e un pericoloso salto generazionale. La trasmissione delle conoscenze e delle esperienze è un fattore fondamentale in un sistema dell’istruzione, secondo quel delicato equilibrio descritto da Hannah Arendt quando insisteva sulla necessità di preservare una base di “conservatorismo” per fornire ai giovani gli strumenti per il rinnovamento. Ma ora si affaccia un nuovo provvedimento che “rottama” altri docenti approfondendo la rottura generazionale e culturale. Chi si riempie la bocca dei modelli esteri non dice che nelle università statunitensi si può restare fino a novant’anni o essere licenziati a cinquanta. Non si fanno le guerre generazionali nell’ambito della cultura e dell’istruzione.
Vi sarebbe poi da dire qualcosa circa l’ostinazione a non voler ripensare l’accesso alle facoltà di medicina guardando ai modelli esteri, la ripetitiva sceneggiata dei test in cui chi non copia o “collabora” è un fesso. Così, il vero dramma nazionale è sempre l’incapacità di concepire l’autentica promozione del merito. Sarebbe interessante approfondire le radici storiche di tale incapacità, legate a una tradizione dirigista inesauribile che si ripropone ora sotto vesti progressiste ora sotto vesti tecnocratiche. Ma forse anche questo è un tema troppo culturale in tempi in cui è lecito parlare soltanto per cifre e statistiche.


(Il Messaggero e Il Mattino, 30 luglio 2014)

sabato 26 luglio 2014

La vana demagogia dei corsi "globish"

Lungi da noi avercela con Gianna Fregonara ma l’impressione che si lanci a capofitto sulle questioni dell’istruzione con scarsa riflessione e molti pregiudizi – tutti coerenti con la linea del Corriere della Sera – è troppo forte. Fregonara si è già segnalata ripetutamente per una difesa d’ufficio dei test e dei quiz a costo di fare una brutta figura, senza argomenti e semplicemente accusando chi non vuole questa metodologia di selezione di essere “contro il merito e la valutazione”.
La vicenda dei test di selezione per la facoltà di medicina è finita in modo talmente squallido che ci sarebbe da nascondersi per aver difeso questo sistema indecente. Il che non significa che non si possa, e anzi non si debba, selezionare: ma esistono altri sistemi, come quello francese, del tutto rispettabili, che producono una selezione fino all’80% degli iscritti a medicina, che possono essere studiati e imitati.
Niente da fare: o si quizza o si è nemici della valutazione. Un monumento alla discussione razionale.
Oggi, sul Corriere della Sera, Fregonara ci riprova con la faccenda dell’insegnamento in lingua inglese. La vicenda è nota. Alcune istituzioni, come il Politecnico di Milano, non hanno trovato di meglio che cercare una via d’uscita alla marginalità internazionale crescente delle università italiane rendendosi accattivanti con la proposta di insegnare i corsi in inglese.
È il solito corto circuito demagogico per venir fuori da una crisi che ha cause molto gravi e profonde. Tanto per dirne una, il sistema universitario italiano non offre infrastrutture di alloggio agli studenti stranieri, non ha praticamente campus, è carente persino sul piano delle mense e delle aule. Altro che inglese… Basterebbe un minimo di analisi per rendersi conto che la maggioranza degli studenti stranieri che viene in Italia non lo fa di certo per sentirsi parlare in inglese ma, al contrario, per apprendere l’italiano. Non sarebbe il caso di raccogliere le penose-comiche testimonianze di molti docenti costretti a fare lezioni in inglese mentre la stragrande maggioranza del pubblico è costituito da studenti di aree non anglofone, per cui tutto si risolve in una sceneggiata degno di una gag Totò-Peppino?
E poi la stessa Fregonara ammette che l’inglese in gioco è il solito globish, un inglesaccio di terza categoria, spesso pronunciato in modo penoso, consistente di qualche centinaio di parole e intessuto di strutture verbali primitive? Bisognerebbe assistere al patetico sforzo di docenti, costretti dall’istituzione a fare i corsi in globish, che si affannano a tirar via i 45 minuti di una lezione impoverita per rendersi conto di quanto questa trovata dei corsi in inglese sia senza capo né coda.

L’Europa è il continente di lingue strutturate da secoli e che hanno dietro letterature imponenti e di enorme ricchezza linguistica. Che senso ha voler appiattire tutto questo dentro qualche centinaio di parole striminzite? Lo sappiamo, è un problema, è una difficoltà. Ma l’unica via sensata che non si riduca al corto circuito di un impoverimento culturale pezzente, sta nell’accettare l’idea che il giovane studente europeo deve avere una buona conoscenza di due lingue base fondamentali, oltre la propria, il che costituirebbe una base sufficiente per stabilire una possibilità di scambio culturale e scientifico autentico. E quanto agli studenti extra-europei, l’interesse primario per venire a frequentare un’università del continente non può che essere di approfittare dell’immenso deposito culturale accumulato nei secoli. Altrimenti, tanto vale che si rechi direttamente dove l’inglese è lingua madre.

lunedì 21 luglio 2014

RISTRUTTURIAMO LE SCUOLE MA BASTA RIFORME PAZZE

Il presidente del Consiglio dovrebbe guardarsi non solo dalle ostruzioni della burocrazia ma anche dalla irrefrenabile pulsione ideologica – che nel nostro paese ha forti radici, particolarmente a sinistra – a voler lasciare un segno di sé rifacendo il mondo. È facile capire come tale pulsione trovi particolare alimento nei temi della cultura e dell’istruzione.
Uno dei primi annunci di Matteo Renzi è stato un imponente piano di edilizia scolastica che, a quanto sembra, dovrebbe finalmente partire, mettendo in gioco più di un miliardo di risorse e puntando a risolvere vergognose situazioni di sfacelo ben note a insegnanti, dirigenti scolastici e famiglie. Un omaggio alla concretezza e al buon senso, tagliando corto alla tragicommedia dei propositi di riforme universali di un sistema in puro e semplice disfacimento fisico. Ma la diffidenza è d’obbligo pensando alle ristrutturazioni edilizie del passato: quattrini mai spesi, lavori iniziati e interrotti per richieste di aumenti e l’obsolescenza delle opere iniziate, ecc. La scommessa è tutta qui: se l’imponente somma non sarà spesa producendo risultati tangibili entro tempi strettissimi, non solo l’effetto sulla ripresa economica sarà annullato, ma sarà l’ennesima amara constatazione che in questo paese si preferisce chiacchierare e intessere progetti piuttosto che “fare”. È una sfida da far tremare i polsi e che, per essere vinta richiede un impiego di energie da non lasciare spazio ad altro.
Ma è doloroso costatare che c’è chi non si accontenta di questa “bassa cucina” e non rinuncia ai sogni lungamente covati di palingenesi globale dell’istruzione italiana. Così, è emerso un progetto strampalato, che prevede la trasformazione delle scuole in “centri civici” aperti fino a sera, la cui funzione non sarebbe più ristretta all’istruzione (tagliare sull’insegnamento tradizionale è lo sport prediletto dei “riformatori”) ma estesa ad attività “culturali” e “associative”, e all’esercizio di una funzione di assistenza globale sul territorio. Insomma, una sorta di oratori laici, dove parcheggiare i figli tutto il giorno, tra attività teatrali e sportive, e dove assistere il nonno nella dichiarazione dei redditi. In tal modo, si realizzerebbe l’agognata trasformazione dell’insegnante in “facilitatore”, previa la definizione dei suoi orari, generalizzando l’idea già in atto in ambito universitario secondo cui si può quantificare l’impiego di tempo di un insegnante per preparare le lezioni, correggere i compiti o aggiornarsi, trasformando in stolida burocrazia quel che dovrebbe essere materia di un’intelligente valutazione. Non sembra neanche il caso di contestare nel merito un progetto tanto insensato. Per restare alla concretezza, ci si chiede con quali risorse le scuole – dove già si fanno consigli di classe a termosifoni spenti – potrebbero pagare il personale per restare aperte fino a sera, o semplicemente la bolletta per l’illuminazione. Ma, è noto, l’ideologia vola ben alto sopra i gabinetti rotti e la carta igienica mancante. Le proteste hanno fatto rientrare il progetto in una fase di ripensamento, ma in una forma ambigua, dello stile «aspettiamo che si posi il polverone e poi torneremo alla carica».
Ora si apprende che un altro poderoso progetto epocale sta prendendo forma. Riguarderebbe nientemeno che la riforma globale dei cicli scolastici. È evidente che si sta consolidando l’idea di ridurre i licei a 4 anni, con la tecnica efferata di evitare le discussioni di merito e creando il fatto compiuto con le “sperimentazioni”. Ma qui si va oltre, riesumando un progetto di ben 15 anni fa, la riforma dei cicli dell’ex-ministro Berlinguer, che prevedeva un ciclo primario settennale e un altro superiore quinquennale. Sembra che non sia stata assimilata la lezione di quali disastri abbiano compiuto anni di riforme contraddittorie e sgangherate e di esperimenti avventati “in corpore vili” e che non ci si acconci ad affrontare una fase di calma riflessione, limitandosi a rimettere in funzione il funzionamento ordinato del sistema. Invece, questi progetti sembrano alimentati da un vero e proprio odio ideologico della cultura, dell’insegnamento tradizionale, dei percorsi di apprendimento che non siano immediatamente finalizzati al lavoro e che non siano brevi, che culmina nel desiderio compulsivo di distruggere i licei. È davvero triste sentire responsabili politici e ministeriali che invitano a studiare il minor tempo possibile e andare a lavorare quanto prima, stimolando il controcanto di imprese che stampano manifesti in cui da un lato si vede un giovane felice che è caporeparto dopo aver studiato solo tre anni dopo le medie, e dall’altro un precario “sfigato” che vive di stenti dopo aver studiato altri nove anni dopo le medie. Perché alimentare una disgraziata guerra di miserie? L’abbiamo già ricordato invano su queste pagine: l’Italia aveva uno dei migliori sistemi d’istruzione tecnica e professionale del mondo che ha fatto a pezzi. È un obbligo assoluto riqualificarlo ed è ovvio che non è necessario che tutti facciano il liceo e l’università. Ma non si vede perché l’avviamento precoce al lavoro di una fascia di giovani sia in contraddizione col fatto che un’altra fascia studi più a lungo, anche molto a lungo. Come pensare che un paese avanzato possa fare a meno di personale di altissima qualificazione? Ci si rende conto che la tecnologia contemporanea richiede più tempo di studio, più approfondimento? E perché mai non dovrebbe sussistere uno spazio per l’alta formazione culturale di tipo umanistico, senza la quale anche la conoscenza scientifica perde una delle sue principali fonti di alimento?
Sono questioni su cui fermarsi e su cui non fare passi avventati dagli effetti irrimediabili, solo per vedere realizzati vecchi progetti riverniciati da demagogie malamente giustificate dalle esigenze del presente. Per garantirsi quel successo in cui tanta parte dell’elettorato ha investito, il presidente Renzi non dovrebbe solo combattere contro la burocrazia che rischia di annullare il suo programma di edilizia scolastica, ma guardarsi dalle pulsioni ideologiche che cercano di realizzarsi nelle finestre della sua attività di governo.


Il Mattino, 21 luglio 2014

mercoledì 16 luglio 2014

Quel “finto tonto” che si nascondeva nei Salmi

Non si potrebbe elogiare abbastanza il contributo che ha dato la casa editrice Adelphi (con il ruolo fondamentale di Elisabetta Zevi) alla diffusione in Italia della cultura ebraica. Ciò è avvenuto e avviene sia sul terreno della saggistica (basti ricordare i tanti testi kabbalistici e sulla Kabbalah, tra cui saggi fondamentali di Moshe Idel e Gershom Sholem) che sul terreno della narrativa, circa la quale sarebbe troppo lungo fare un elenco di nomi. L’ultima preziosa riscoperta è quella delle opere di Israel Joshua Singer, fratello maggiore di Isaac Bashevis Singer, di questi meno noto ma di qualità narrative per nulla inferiori: casomai è vero il contrario. Di I. J. Singer la Adelphi ha pubblicato La famiglia Karnowski, di cui abbiamo parlato su queste pagine circa un anno fa, e ora un romanzo straordinario, Yoshe Kalb, che fornisce la conferma che il tema che era al centro dei pensieri di I. J. Singer, in modo quasi ossessivo, era quello dell’identità ebraica e dei suoi molteplici volti. Ne La famiglia Karnowski egli aveva esplorato i diversi strati possibili di questa identità quando essa veniva a trovarsi a confronto con il mondo “esterno”: dalla chiusura in sé stessa, ignorando gli eventi esterni in una sorta di arresto del tempo reale; alla soluzione “mista”, e cioè conservare le tradizioni in casa e, all’esterno, comportarsi come un qualsiasi cittadino della nazione di appartenenza; fino a tutte le gradazioni dell’assimilazione che culminano nel rigetto totale dell’ebraicità, nell’“odio di sé”.

Ispirandosi a una storia vera, in Yoshe Kalb (Yoshe il tonto), egli esplora il tema dell’identità ponendosi del tutto all’interno della dimensione di una comunità ebraica che praticamente non ha contatti con l’esterno, o comunque ininfluenti sul corso della sua esistenza: una comunità galiziana austriaca centrata attorno ad alcune grandi “corti” hassidiche, in particolare attorno a quella di uno dei protagonisti del romanzo, Rabbi Melech di Nyesheve. Nella prefazione al romanzo il fratello Isaac ricorda come Israel avesse dichiarato pubblicamente, verso la fine degli anni venti, di non voler scrivere più in yiddish, che considerava “umiliante”, e di aver tentato molte altre lingue, come l’ebraico, il tedesco, il francese, per poi rinunciare non conoscendole abbastanza. Isaac ricorda che il rigetto dello yiddish fu anche motivato dal fanatismo comunista che allora pervadeva gli ambienti yiddish e che era costato a Israel violenti attacchi per essersi permesso di criticare il regime sovietico. Sta di fatto che Israel Singer alla fine decise di tornare allo yiddish e di scrivere questo romanzo che suscitò un grande entusiasmo quando fu pubblicato a puntate sul newyorkese “Jewish Daily Forward” diretto da Abraham Cahan. E sta di fatto che, se lo scrittore aveva ritrovato con gioia la lingua madre come strumento espressivo privilegiato, l’immagine che egli offriva del mondo yiddish nel romanzo era – è – desolante. Se è concessa una battuta un po’ triviale, secondo i criteri del recente discusso libro di Giulio Meotti, Israel Singer meriterebbe un posto d’onore nella rassegna di ebrei odiatori di sé… Battute a parte, non c’è nulla nel mondo della Galizia austriaca descritto da Singer che possa essere inventariato come positivo: un rabbino Melech sovrano prepotente e intollerabilmente volgare di una “corte” popolata di imbroglioni, approfittatori, straccioni e ladri, che nulla caratterizza meglio dei rifiuti e della puzza che la pervadono in ogni angolo; non un rito che non sia contrassegnato da grettezza e volgarità, non un grammo di spiritualità. Né va meglio negli altri villaggi in cui il protagonista si troverà ad errare, fino alla sua sparizione definitiva verso una meta indefinita. È importante rilevare questo aspetto perché è una chiave centrale del romanzo: per il protagonista, a fronte di un mondo bruto e violento, l’unica identità ebraica possibile, e cioè autenticamente dotata di spiritualità, è perdere l’identità personale, o accettare tutte quelle che gli vengono attribuite, e avere come unico fine il rifugiarsi in ogni angolo possibile per recitare i Salmi. Il dramma nasce quando il giovane Nahum viene estirpato dalla sua elegante famiglia che vive al di là della frontiera in Russia, da un padre rabbino intellettuale e da una madre sensibile e raffinata, per piombare in un matrimonio combinato nell’ambiente della “corte” di Nyeveve. Qui inizia l’estraniazione di Nahum fino a che avviene l’incontro magico con la ennesima giovanissima moglie del rabbino Melech che, disgustata del suo vecchio e insopportabile marito, provoca Nahum fino a far scoppiare una scintilla di autentico amore. Ma la storia naufraga subito nella tragica morte di Malka. Inizia così la fuga di Nahum che in un altro villaggio diviene Yoshe il tonto, sposato a forza a Zivyah la figlia idiota dello scaccino, per un assurdo tentativo superstizioso con cui la comunità tenta di placare un’epidemia. Ma Yoshe non ha altra cura che leggere i Salmi ed è estraneo a qualsiasi evento, come un’ebete. Così, a un certo punto fugge di nuovo e torna a Nyeveve dove viene riconosciuto come Nahum ma presto scoperto come Yoshe il tonto. Di fronte allo scandalo della bigamia, ammette di avere tutte e due le identità, o semplicemente di non sapere chi sia, salvo rifugiarsi appena possibile nella lettura dei Salmi. Viene sottoposto a violenze verbali e fisiche di ogni sorta, persino a un tentativo di linciaggio e, alla fine, a un processo condotto da settanta rabbini che non approda a nulla. Tutto è contrassegnato dall’incapacità assoluta di tentare di capirlo come persona. Al “tonto” non resta che riprendere le sue peregrinazioni vestito di cenci, mentre nei villaggi gli vengono chiuse le porte delle sinagoghe al grido di «Demone! Anima morta!». Ma l’unica anima viva, l’unico che ha ricostruito in sé l’identità ebraica nella lettura dei Salmi, è lui, il mendicante sofferente e senza nome.
(Shalom, luglio-agosto 2014)