mercoledì 3 gennaio 2018

Elenonora Fortunato, direttore di orizzonte scuola, intervista Giovanni Carosotti, primo firmatario dell'appello per la scuola pubblica:

«Oggi il paradigma economicistico sembra dover sottomettere alle sue necessità qualsiasi contenuto formativo, e pensare il futuro degli studenti unicamente in base a un loro ipotetico futuro inserimento nelle dinamiche produttive, peraltro sempre in veloce trasformazione e difficilmente prevedibili nel loro sviluppo. Da qui la decisione –a nostro parere foriera di negative conseguenze- di sacrificare i contenuti disciplinari, e più genericamente culturali, a favore della trasmissione di abilità pratico-operative, destinate invece a veloce obsolescenza. In realtà la didattica delle competenze viene promossa nei documenti ministeriali e da alcuni pedagogisti proprio a partire dalla considerazione che la conoscenza sarebbe “inerte” e la competenza “sapere vivo”, ossia con un fine dichiaratamente progressista, omettendo però la sua genesi economicista.
La scuola potrebbe reagire a tutto questo rafforzando la prospettiva storico-politica della sua azione e allontanando l’idea che educare significhi far acquisire un kit di comportamenti e di nozioni tecnico-pratiche facilmente spendibili. E anche ribadendo, come pure le discipline tecnico-scientiche –lungi dall’essere esclusivamente pratico-operative- contribuiscano in sinergia con quelle storico umanistiche alla formazione culturale e civile della persona.
La “crisi della verità” non la si risolve solo con il problem solving (che anzi rappresenta un mascheramento di tale condizione epocale) ma sviluppando il senso critico, valorizzando la capacità di interpretazione e il confronto storiografico sulle diverse tematiche affrontate, insegnando agli allievi che non esiste un unico modo di risolvere i problemi e che, in molti casi, individuarli nella loro complessità e saperli discutere attraverso un confronto critico è molto più importante che risolverli».

Potete leggere l'intervista completa ("Docenti e accademici contro didattica competenze", orizzonte scuola, 2 gennaio 2018)

e rileggere quanto scriveva Giorgio Israel nel 2009 sulle competenze demenziali (trovate anche una delle versioni delle demenziali certificazioni delle competenze che gli insegnanti devono compilare per ogni allievo alla fine dei cicli di istruzione) 
e la sua riflessione sulle competenze pubblicata nel 2011 sulla rivista «Scuola democratica», nonché la controrreplica al direttore Luciano Benadusi.

venerdì 22 dicembre 2017

APPELLO PER LA SCUOLA PUBBLICA

rivolto al Presidente della Repubblica, 
ai Presidenti delle Camere e al Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca


7 temi di cui avvertiamo l'urgenza

per un'idea di Scuola e di Istruzione



1.     Conoscenze vs competenze
2.     Innovazione didattica e tecnologie digitali
3.     Lezione vs attività laboratoriale
4.     Scuola e lavoro
5.     Metrica dell’educazione e della ricerca
6.     Valutazione del singolo, valutazione di sistema
7.     Inclusione e dispersione

Da leggere, pensare e sottoscrivere,
come studente, genitore, insegnante, cittadino

giovedì 8 giugno 2017

Luigi Cremona (1830-1903) e la scienza europea della seconda metà dell'Ottocento – Roma, Università La Sapienza, Sala del Chiostro, via Eudossiana, Martedì 27 giugno 2017

Sarà presentata a Roma, presso la Sala del Chiostro della Facoltà di Ingegneria dell'Università La Sapienza in via Eudossiana, l'edizione, diretta da Giorgio Israel, delle lettere di corrispondenti stranieri di Luigi Cremona conservate presso la Biblioteca Guido Castelnuovo.

Esse testimoniano il ruolo di Cremona, direttore della Scuola degli Ingegneri e Senatore del Regno, e della scienza italiana, nello sviluppo della ricerca europea nel tardo Ottocento.

Appuntamento in via Eudossiana, martedì 27 giugno 2017, ore 16:30. L'ingresso è libero.



sabato 11 febbraio 2017

Infiniti – Una conversazione su scienza, filosofia, religione

Una delle più belle conferenze di Giorgio Israel, presso la Biblioteca Franco Basaglia di Roma il 28 aprile 2005, all'interno del ciclo
“Infiniti – Incontri e conversazioni in biblioteca su scienza, filosofia, arte”
organizzato da Michele Emmer.
Le riprese e il montaggio sono di Alberto Proietti Gaffi, il video è prodotto dalle Biblioteche di Roma.
Il link nel sito Mediateca di Roma non è funzionante.
Potete vedere la conferenza qui

venerdì 30 dicembre 2016

Contro i tentativi di abolire la scuola media

Oggi su Orizzonte scuola interviene Eleonora Fortunato nel dibattito sulla validità della scuola media italiana (la scuola secondaria di primo grado) che è l'argomento del pamphlet pubblicato dal Mulino dove si contrappongo i punti di vista di Cesare Cornoldi e di Giorgio Israel.
Potete leggere questo intervento qui



L’ignoranza sempre più diffusa della storia rende molti inconsapevoli che è in atto una sistematica distruzione del modello universalistico dell’istruzione che l’Europa ha proposto dalla fine del Settecento.
A questo rischio occorre opporre una vigorosa difesa della visione classica, non per questo esente dal dovere di indicare le vie di una necessaria modernizzazione.
Giorgio Israel, in Abolire la scuola media

mercoledì 21 dicembre 2016

Matematica, umanesimo, scuola

Il Corriere di Bologna ha scritto lo scorso 6 dicembre – in occasione della commemorazione di Giorgio alla Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna –

«Alle sorti della scuola italiana era così profondamente legato da non aver mai fatto mancare, negli anni, la sua voce. Critica e tagliente contro quelle che reputava derive economiciste o aziendaliste, ma anche estremamente propositiva... Il  ruolo futuro della scuola, insieme a quello di una matematica che prima che ad applicazioni pratiche può e deve servire per sviluppare il pensiero... a partire da quell'idea così cara a Israel che la scuola dovesse rimanere ancorata a una visione umanistica improntata sulla conoscenza.»

Su questi temi, trovate in libreria l'intervento nel volume Abolire la scuola media? (Il Mulino) e per approfondire la visione culturale complessiva di Giorgio Israel, il saggio Meccanicismo. Trionfi e miserie della visione meccanica del mondo (Zanichelli)

A un anno dalla scomparsa di Giorgio, Orizzonte scuola ha scelto di ricordare qui una sua riflessione del gennaio 2015 sul tema dell'alternanza scuola lavoro.

Di seguito l'articolo sul Resto del Carlino del 6 dicembre 2016


domenica 23 ottobre 2016

A un anno dalla scomparsa di Giorgio


Lo scorso 24 settembre 2016 sul Foglio Nicoletta Tiliacos ha ricordato Giorgio, invitando a leggere i suoi ultimi due libri, il pamphlet Abolire la scuola media? (Il Mulino), in cui si confronta con Cesare Cornoldi (Il Mulino) e il saggio che riprende aspetti fondamentali della sua ricerca e della sua riflessione, Meccanicismo. Trionfi e miserie della visione meccanica del mondo (Zanichelli).
Potete leggere qui




sabato 11 giugno 2016

La matematica e la realtà, finalista del Premio Asimov del Gran Sasso Science Institute (INFN)

La matematica e la realtà. Capire il mondo con i numeri, pubblicato da Carocci, è stato uno dei finalisti del premio Asimov per l'editoria scientifica divulgativa assegnato dal Istituto del Gran Sasso (Centro di studi avanzati del Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).


Questo riconoscimento sarebbe piaciuto enormemente a Giorgio Israel per un motivo principale: è stato assegnato a partire dal giudizio ragionato di 200 studenti di scuole superiori dell'Abruzzo. Le migliori recensioni sono state premiate, e qui trovate le bellissime recensioni di La matematica e la realtà scritte da Ilaria Celeste, Alberto Di Fabrizio, Alessandro Dondarini, Fabio Fattore, Andrada Carla Mischiri Benito Priori.
Ma vi sono anche altri due motivi: Giorgio Israel era appassionato di Asimov, e uno scaffale della sua libreria era dedicato alle opere dell'autore statunitense ordinate maniacalmente (nella cronologia stellare) secondo le indicazioni date dallo stesso Asimov in uno dei suoi libri. Il secondo è che egli amava moltissimo il Gran Sasso.


domenica 22 maggio 2016

MATHEMATICS AND ECONOMICS IN HISTORICAL PERSPECTIVE: A SESSION IN MEMORY OF PROF. GIORGIO ISRAEL

The European Society for the History of Economic Thought — XXe Congrès — Paris 26-28 Mai 2016


Saturday, May 28, 2016, 13:45-15:15
Université Panthéon-Sorbonne
Special Session 9 – Mathematics and economics in historical perspective: demography, general equilibrium, uncertainty.
A session in memory of Prof. Giorgio Israel

Room 11
Chair Bruna Ingrao

Ivan Boldyrev
Steering the Invisible Hand: Normativity and Self-Implementing Technologies in Postwar General Equilibrium Theory
Nicola Giocoli Discussant

Luca Dell’Aglio
Some aspects of E.-E. Duvillard’s work in mathematical demography
Eric Brian Discussant

Eric Brian
Inequality, chance, and fairness
Bruna Ingrao Discussant

martedì 19 aprile 2016

Omaggio a Giorgio Israel di XlaTangente


La rivista Xla Tangente pubblica online un Omaggio a Giorgio Israel con interventi di Aldo Brigaglia e di Michele Emmer, e ricordandolo attraverso uno scritto cui Giorgio teneva molto, la presentazione a una ristampa, pubblicata nel 1992, degli Elementi di geometria di Federigo Enriques e Ugo Amaldi. Rileggere questo libro è stato fondamentale per l'approccio alla geometria elementare di Pensare in matematica (2012).
Potete leggere tutto qui

sabato 12 marzo 2016

Distruggere la dignità degli insegnanti è l'inizio della distruzione della scuola

In un articolo sul Corriere della sera di oggi, 
che si legge qui,
Ernesto Galli della Loggia scrive parole lucide e imprescindibili sull'ultimo contributo del Ministero della Pubblica Istruzione alla scuola italiana, il "Bilancio di competenze" che devono preparare gli insegnanti neoassunti. Essi non devono dedicarsi, grazie alla nuova stabilità raggiunta, a studiare e ad approfondire, a meditare le proprie lezioni e a fare progetti per migliorare sé stessi partecipando a conferenze e corsi scelti con autonomia intellettuale, potendo permettersi forse qualche libro, cinema o mostra in più. Sarebbe un imperdonabile individualismo! Essi si devono sottoporre a un rito la cui logica pare seguire i vecchi principi di una buona confessione (l'esame di coscienza, il dolore dei peccati, il proponimento di non commetterne più, la confessione, la penitenza) e che, nello stesso tempo, come giustamente scrive Galli della Loggia, potrebbe evocare nella sua minuziosità la pratica in uso nei regimi comunisti di far redigere a ogni militante sospetto di qualche infrazione, un rapporto circa il proprio operato, in bilico tra salvezza e condanna. Il tipo di rapporto che si chiede è analizzato da Galli della Loggia alla perfezione: leggiamolo,
per cercare dei resistere e di salvare la scuola.
Qualcosa, insomma, che — se non fosse nota la natura inoffensiva della ministra Giannini — potrebbe ricordare la pratica in uso nei regimi comunisti di far redigere a ogni militante sospetto di qualche infrazione un rapporto minuzioso, il più minuzioso possibile, circa il proprio operato.

Bisogna sapere infatti che da molto tempo la bestia nera del Miur è l’individualismo. Tutto, infatti, deve essere sempre pensato, organizzato, progettato, collettivamente, insieme a qualcun altro, colleghi, organi, genitori, asl, e chi più ne ha più ne metta. Così come tutto deve sempre essere «partecipato»: l’ideologia della scuola italiana è una sorta di permanente soviet casareccio, di consiliarismo «de noantri».

mercoledì 20 gennaio 2016


Giorgio Israel, nel saggio intitolato “Meccanicismo. Trionfo e miserie della visione meccanica del mondo” (appena pubblicato da Zanichelli), esattamente questo criticava: l’idea che la matematica possa sovrastare l’intera esperienza umana. Se i modelli matematici funzionano nella fisica, molti sono i limiti quando si applicano alle scienze sociali. L’ultima crisi economica, imprevedibile a tavolino, sembra confermarlo.

Sabina Minardi, L'Espresso, 12 gennaio 2016

Si può leggere l'intero articolo (”Algoritmo, un dio dietro tutte le cose”) qui

lunedì 18 gennaio 2016

L'interminabile crisi del meccanicismo è ben visibile oggi


Continua a parlare e a far parlare di sé Giorgio Israel, intellettuale di rango che ci ha lasciato pochi mesi fa, con un suo libro postumo, uscito per la Zanichelli in questi giorni: Meccanicismo. Trionfo e miserie della visione meccanica del mondo.

Solo un profondo conoscitore della storia del pensiero scientifico (e non solo) come lui poteva addentrarsi efficacemente nel racconto di una visione del mondo, quella meccanicistica, che tanto ha condizionato e condiziona il dibattito su ciò che è l’essere umano, su che cosa sono i processi biologici, su che cosa sia il cervello. La riduzione dell’universo a macchina, pur meravigliosa, ha avuto come esito inevitabile una lettura della natura e dell’umano in chiave materialistica, di cui pagina dopo pagina, secolo dopo secolo, Israel denuncia contraddizioni e problematiche tuttora irrisolte.
                Lo fa presentandoci e spiegandoci il ricchissimo dibattito e confronto di idee e di domande che si sono sviluppati intorno a questa tematica, in quella che l’autore definisce una “interminabile crisi”: il meccanicismo è un concetto di breve successo che però è riuscito ad arrivare ai nostri giorni, segnandoli pesantemente, e promette di andare oltre.
                I giorni nostri sono quelli in cui, dalle neuroscienze ai criteri di valutazione della ricerca scientifica, l’approccio meccanicistico riduce la complessità del reale a modelli matematici, ad algoritmi che pretendono di essere l’unica chiave di conoscenza. Un tempo, il nostro, in cui si pretende che solo quantificandola in qualche modo la realtà possa essere conoscibile, mentre, per dirla con il filosofo francese Alain Finkielkraut, “tutto il resto è letteratura”: ciò che esula dal linguaggio matematico - intuizione, parola - sono inutili chiacchiere, buone per sfaccendati.
                 E invece, spiega Israel, la matematica ridotta a unico strumento di misura di tutto il reale risulta svuotata della sua potenza speculativa e non riesce neppure ad assolvere al compito minimale della misurazione stessa. Lo dimostra brillantemente egli stesso, per esempio entrando nel merito  di alcuni esperimenti – inadeguati - nell’ambito delle neuroscienze, nei quali si è cercato di capire se ognuno di noi è libero di scegliere o è predeterminato da processi neuronali. Sono stati messi sullo stesso piano fenomeni che coinvolgono l’attività cerebrale, di cui si può quantificare la durata, con processi irriducibili a qualsiasi modello matematico, come la “consapevolezza” e la “decisione”. Si è cercato cioè di individuare il “momento di una decisione” come fosse un tempo misurabile e rappresentabile con un punto su una retta, e non invece un’esperienza personale che può essere solo narrata, e che non ha niente a che fare con scale temporali numerabili.

                  Per Israel, l’esito finale del meccanicismo è l’uomo visto come complessità biofisica di corpo e genoma e neuroni, modificabili: sono, i nostri giorni, quelli del trionfo della tecnoscienza – un termine coniato dall’epistemologo Hottois che Israel stesso ha portato nel dibattito pubblico italiano, e che indica la trasformazione della tecnica, divenuta indipendente dalla ricerca scientifica speculativa e tutta tesa a migliorare performance operative senza approfondirne più di tanto il perché. “Basta che funzioni”, sintetizzerebbe Woody Allen, ma Israel mette in guardia: “Non conosciamo alcuno sviluppo tecnologico importante che non si sia basato su elaborazioni teoriche”, e soprattutto non conosciamo un’umanità che non si chieda il senso della sua esistenza e del mondo che la circonda. Una domanda che non si può misurare.

Assuntina Morresi su Avvenire, 2 gennaio 2016

domenica 6 dicembre 2015

Non solo algoritmi: Salviamoci dall'abuso della matematica

Oggi sul supplemento la Lettura del Corriere della Sera un commento di Michele Emmer al saggio

Zanichelli, 2015


“L'esperienza umana non è riducibile ad algoritmi: l'attacco di Giorgio Israel agli eccessi del meccanicismo” (laLettura, dicembre 2015)

Il supplemento è in vendita durante tutta la settimana al prezzo di 50 centesimi
Altre informazioni sul libro si trovano qui



Dalla quarta di copertina.....

«I processi biologici sono riducibili a moti e la biologia è riducibile alla fisica? I soggetti biologici sono nient’altro che macchine? Il cervello è una macchina e, più in generale, l’uomo è una macchina e quindi non possiede libero arbitrio? Che ne è, di conseguenza, della sfera morale?

                Il termine meccanicismo indica la visione secondo cui ogni fenomeno altro non è che il risultato di moti di corpi, o comunque può essere descritto o spiegato in questi termini. Indica, però, anche la visione secondo cui ogni parte della natura è assimilabile a una macchina o, addirittura, secondo cui l’intero universo non è altro che una gigantesca macchina. L’assimilazione della natura a una o più macchine ha aperto la strada a una visione materialista e quindi a un’identificazione del meccanicismo con il materialismo. E questa relazione ha sollevato una serie di problemi, al contempo teorici e morali, che non cessano di essere oggetto di accanite discussioni.

              L’autore ripercorre con spirito critico i temi, le prospettive, gli approcci metodologici che si sono succeduti nel tempo e che, come profondo conoscitore della disciplina, è spinto a esplorare e a reinterpretare »

lunedì 26 ottobre 2015

Torna in libreria in versione completamente riveduta "La questione ebraica"




       Il pregiudizio antiebraico è una delle più antiche e persistenti manifestazioni di intolleranza, che ha assunto la forma del razzismo nell’epoca moderna. Esso ne è divenuto anche una delle manifestazioni più virulente ed emblematiche: difatti, poiché l’essenza del razzismo consiste nel passare dalla critica (o dall’esaltazione) di aspetti contingenti o legati a singoli individui a un giudizio generale su un intero popolo, esso ha trovato alimento nell’imponente eredità di pregiudizi antiebraici accumulatisi nel corso dei secoli. All’accusa di deicidio si è sostituita quella di voler dominare il mondo attraverso il denaro, fino alla demonizzazione dello Stato di Israele. Oggi, la questione medio-orientale rappresenta la forma contemporanea in cui si ripropone una questione ebraica tuttora irrisolta. Essa ci riguarda tutti perché è una pietra di paragone dell’intolleranza circolante nella società.

         Questo libro è una versione completamente riveduta e aggiornata con molti nuovi materiali della prima edizione del 2002 (Il Mulino). Contiene in appendice un inedito, e cioè la trascrizione di una conferenza tenuta nel febbraio 1946, presso il Centro di Studi Ebraici di Roma diretto da Saul Israel, da uno dei protagonisti dell’insurrezione del Ghetto di Varsavia, il dottor David Wdowinsky.


"fin dalle prime pagine si interroga sull'uso ancora corrente di un termine, “razza”, ormai scartato dalla scienza e gravato dal peso terribile del razzismo nazista, dell'antisemitismo, della Shoah. Un termine che la memoria dello sterminio e gli sviluppi della scienza avrebbero dovuto collocare definitivamente nell'oblio".
Anna Foa (Avvenire)

È in libreria la prima ristampa di "La matematica e la realtà. Capire il mondo con i numeri"





È sempre più diffusa la convinzione che la matematica sia lo strumento principe per analizzare e prevedere ogni aspetto della realtà, e questa visione è diventata tanto influente per il ruolo centrale che la matematica ha assunto negli sviluppi recenti della fisica e della tecnologia. Ma il mondo è matematico? Per rispondere a questa domanda, l’autore spiega con un approccio estremamente semplice come venga usata la matematica nella versione più recente della costruzione di modelli. Traccia poi il percorso storico che ha condotto dall’idea di Galileo che il mondo è scritto in linguaggio matematico fino alla contemporanea modellistica matematica. Infine descrive le problematiche più recenti – tra cui il tema della “ragionevole” o “irragionevole” efficacia della matematica e il ruolo del calcolatore nella ricerca scientifica.

Giorgio Israel (6 marzo 1945 - 25 settembre 2015)



È fiorito il melograno davanti alla finestra dello studio di Giorgio.

Continuerò a inserire in questo blog notizie relative ai libri e al pensiero di Giorgio.
Ana Millán Gasca

sabato 10 ottobre 2015

Un dibattito sulla scuola media italiana nel nuovo libro della serie BiancoNero (Il Mulino, 2015)








«Con la solita verbe polemica scrive del “bambino inventato” e della scuola elementare e del “misfatto  realizzato” [...] chiede di “tornare al buon senso” e parla dell’“ignoranza sempre più diffusa della storia” e della scuola che “diventa un gigantesco carrozzone burocratico”[...] Il punto forte dell'ultimo libro è che “il futuro della scuola italiana sia il futuro che si vuole riservare a quella media”; dei due autori, uno punta alla sua soppressione, e Israel invece alla riqualificazione»

Fabio Isman, Il Messaggero 26 settembre 2015

venerdì 11 settembre 2015

Una recensione del libro "La matematica e la realtà. Capire il mondo con i numeri" (Carocci, 2015) pubblicata sul Sussidiario

Da insegnante di matematica, da diversi anni nella scuola superiore so purtroppo quanto sia in voga l'idea che il
mondo sia matematico e che dunque la matematica sia lo strumento indispensabile per capirlo o per
interpretarlo. Dal mio "purtroppo" si intuisce come non sia particolarmente d'accordo con tali opinioni. Occorre
perciò chiarirsi su due punti: 1. perché tale convinzione è così di moda oggi? 2. qual è il "mondo" in cui la
matematica è efficace?
Il recente libro di Giorgio Israel La matematica e la realtà (Carocci 2015) ci aiuta a rispondere a tali interrogativi
con semplicità e precisione, ricostruendo una storia della scienza spesso mal (mai?) raccontata o addirittura
banalizzata.
L'opera è strutturata in tre capitoli: 1. il primo capitolo propone la classica carrellata di modelli matematici
applicati a fenomeni di evoluzione nel tempo (Malthus, Verhulst, Volterra-Lotka, teoria dei giochi); 2. nel
secondo capitolo si offrono numerosi elementi per rispondere al primo interrogativo, viene ricostruito infatti il
percorso storico che ha portato al determinismo, al riduzionismo meccanicista fino alla modellistica matematica
evidenziandone caratteristiche, somiglianze e diversità; 3. l'ultimo capitolo è sicuramente il più originale e cerca
di rispondere alla seconda domanda che ci siamo posti a proposito dell'efficacia della matematica, oltre a
proporre un prezioso approfondimento sul rapporto tra tale disciplina e il calcolatore.
Non è mia intenzione qui proporre una trattazione esaustiva dei contenuti di questo libro di cui ovviamente
suggerisco la lettura, magari sfruttando ancora qualche giorno di ferie. Vorrei però offrirvi tre spunti — uno per
capitolo — che mi hanno colpito in modo particolare.
Anzitutto nel corso del primo capitolo non va lasciato cadere un approfondimento non banale sul problema del
continuo, qualcosa che farebbe bene anche a tanti autori di libri di testo o di eserciziari pieni di grafici e tabelle
con annesse interpretazioni quantomeno discutibili. Si tratta di un'ampia trattazione dell'esempio
dell'"influenza" più volte citato dal professor Israel nei suoi interventi: il signor Rossi ha la febbre e il suo medico
"coltiva la pretesa di studiare l'andamento generale della temperatura nei malati d'influenza, prega la moglie del
signor Rossi di misurare la temperatura del malato ogni quattro ore, rispettando l'intervallo notturno, e di
annotare i risultati delle misurazioni. La signora Rossi esegue scrupolosamente il compito affidatole e anzi
prepara per il dottore un grafico che raccoglie le misurazioni di più di due giorni. Tuttavia, la signora non si
limita a tracciare l'istogramma, ma congiunge con dei segmenti i punti dell'istogramma, ottenendo la curva della
temperatura. Al di là di quello che potrebbe fare il signor Rossi durante la notte, tutti sanno che la temperatura
umana è soggetta a fluttuazioni frequenti quanto difficilmente prevedibili. L'unica curva indiscutibile sarebbe
quella ottenuta applicando sotto l'ascella del paziente un termometro in permanenza e rilevando in modo
continuo, per quanto consentano i sensi, i dati della temperatura".
L'interpolazione risponde proprio a simili difficoltà, ma ovviamente si tratta di avere dati più "vicini", almeno
ogni mezz'ora. L'utilità scientifica di una simile rilevazione è assolutamente discutibile, ma mi interessa riportare
questa divagazione per intuire quanto sia intricato e delicato il rapporto fra realtà empirica e descrizione
matematica, mentre invece viene troppo spesso banalizzato.
Nel secondo capitolo suggerisco la lettura attenta delle pagine in cui l'autore identifica mirabilmente un "piccolo
imbroglio" del determinismo, servendosi anche delle parole del grande matematico francese Pierre Simon
Laplace che qui non riporterò. Mi limito a sottolineare il contenuto di questo "imbroglio" e la spiegazione che ne
dà Israel: "la scelta di quella rappresentazione matematica è soltanto un riflesso della scelta di descrivere un
processo secondo uno schema deterministico, o meglio secondo l'ipotesi che si tratti di un processo
deterministico. Non significa che il processo sia deterministico «per natura». La matematica restituisce ciò che vi
si è messo dentro ma di per sé non è responsabile di nulla.
Non lasciamoci quindi attrarre minimamente, come invece troppo spesso accade, dal fascino di una visione
magica del potere della matematica. Gli scienziati classici, con un'onestà intellettuale ineguagliata, non
nascondevano le premesse filosofiche su cui poggiavano le loro costruzioni scientifiche". L'imbroglio consiste nel
non avere "il coraggio di ammettere che la scienza poggia e avanza anche sulla base di idee metafisiche e non
soltanto sulla base di dati sperimentali. Il principio del determinismo è un tipico esempio di una miscela di idee
filosofiche e di conoscenze sperimentali: il dosaggio delle due componenti della miscela varia secondo i casi, ma
nessuna delle due è mai assente".
Anche qui è quasi superfluo evidenziare quante volte invece accade di sentire docenti che parlano implicitamente
o esplicitamente del "potere magico della matematica" con la pretesa — tanto di moda — dell'oggettività! Mi
limito a citare un brano da un altro libro di Israel, La natura degli oggetti matematici: "L'idea che 'il mondo è
matematico' è metafisica o teologica. Ogni tentativo di presentarla nei termini dell''oggettività scientifica'
introduce un'insopportabile opacità e la riduce a un mero slogan privo di qualsiasi senso e giustificazione".
Nell'ultimo capitolo si parla, infine, dell'argomento piuttosto noto dell'irragionevole efficacia della matematica,
ma anche della ragionevole inefficacia per la quale rimando alla lettura del paragrafo omonimo del libro o per
maggiori dettagli ad altre pubblicazioni dell'autore sul tema dell'applicazione della matematica a fenomeni
(sociali, economici) in cui intervengono fattori di libera scelta: determinismo e probabilità "appaiono insufficienti
a rappresentare la complessità dei comportamenti soggettivi".
Voglio però soffermarmi su un piccolo ma significativo spazio dato al rapporto tra la matematica e il calcolatore.
Nel testo si trova un brano del celebre fisico-matematico e storico della scienza Clifford A. Truesdell che
sottolinea la priorità dell'uomo sulla macchina, illustrando due tesi fondamentali: a) il calcolatore ha bisogno di
leggi prodotte dalla mente umana sui cui funzionare e sviluppare i suoi calcoli; b) il calcolatore è in grado di
ragionare soltanto su quantità finite, mentre la scienza fornisce leggi valide in un'infinità di casi.
Basterebbe pensare al metodo logico-deduttivo di Euclide e alle prime dimostrazioni geometriche per
comprendere la differenza abissale tra l'essere umano e il calcolatore: quest'ultimo non è in grado neanche di
dimostrare che la somma degli angoli interni di un triangolo è pari a 180°! Certamente il calcolatore può aiutare
ma interviene sempre un istante dopo, in seconda battuta, dopo che la mente umana ha creato le istruzioni
adeguate perché il braccio meccanico possa eseguirle.
"Qual è in realtà il rischio peggiore? Il programma [dei primi sostenitori dell'intelligenza artificiale e dei creatori
della cibernetica] era quello di imitare la mente umana e il suo funzionamento senza trascurare o sottovalutare
alcuna difficoltà. Ma da allora vi sono stati tanti insuccessi e il prodigioso sviluppo dell'informatica non ha
segnato un solo passo in avanti sulla via della creazione della macchina pensante. E allora forse c'è il rischio che
si riaffacci una versione mediocre del meccanicismo e che prevalga la tendenza opposta. Tale tendenza consiste
nel considerare il pensiero come l'emanazione di una serie di processi fisico-chimici. Mente umana e macchina
sarebbero (per decreto) la stessa cosa, almeno in linea di principio. E la tendenza, magari senza rendersene
conto, sarebbe quella di piegare progressivamente il funzionamento della mente umana a quella della macchina,
visto che l'operazione inversa non ha successo…".
A tale proposito è stupendo il contributo — riportato nell'ultimo paragrafo del libro — di Federigo Faggin,
ideatore del primo microchip, che, dopo aver tentato per venti anni di costruire un computer capace di
apprendere da solo e quindi fornito di una forma elementare di consapevolezza, ha dovuto concludere che questo
compito è impossibile e che neppure quel che sappiamo del cervello ci permette di dire cosa sia la consapevolezza
in termini meccanicisti.
Eppure oggi domina lo scientismo, ma anche se ci restringiamo al campo dei fenomeni fisici propriamente detti,
sostenere che non ci sia nulla del mondo che sfugga al potere descrittivo della matematica è un'esagerazione!
"L'approccio scientista si oppone a una visione umanistica che riconosce la specificità degli esseri umani, il fatto
che non sono macchine. Ci piace così poter rileggere le parole di Karl Popper: gli esseri umani sono insostituibili
e, come tali, sono chiaramente molto diversi dalle macchine. Sono capaci di gustare la gioia della vita, ma anche
di soffrire e sanno affrontare la morte con piena consapevolezza".
In Giorgio Israel e nel suo libro non vi è solo una ricostruzione fedele della storia passata, ma anche e soprattutto
un serio invito a una costruzione della storia presente: a tale scopo serve quell'approccio umanistico che
"significa anche salvare la specificità della ricchezza concettuale della matematica nelle sue relazioni con tutte le
altre attività conoscitive umane [per capire a fondo la matematica sono necessarie la filosofia e anche la storia
della matematica stessa e della scienza], anziché impoverirla nel tentativo fallimentare di farle assorbire ogni
aspetto della realtà [come se ogni particolare della realtà potesse essere ridotto unicamente a fattori quantitativi,
senza che essi convivano armoniosamente con gli aspetti irriducibilmente qualitativi]".
Nella mia esperienza di insegnante e di giovane studioso ho potuto scoprire le potenzialità di questo approccio
umanistico e spero che possa essere un'occasione anche per molti altri.

Luigi Regoliosi

sabato 20 giugno 2015

La Buona Scuola è senza circolari

Una quindicina di giorni fa il presidente del Consiglio ha annunciato la volontà di aprire una riflessione che conducesse alla revisione di alcuni aspetti della legge sulla “Buona Scuola”. In realtà, al termine di questo periodo, è emersa invece la decisione di sospendere del tutto la legge, incluso il provvedimento di assunzione dei precari. Tuttavia, a questo colpo di scena pare che potrebbe subentrarne un altro: e cioè la trasformazione della riforma in maxiemendamento su cui porre la fiducia. In attesa che la situazione si chiarisca, sarebbe un vero peccato non cogliere l’occasione di mettere in luce gli aspetti più critici della riforma che richiedono una riflessione meditata. Proviamo a farlo, limitandoci ai più importanti.
La chiave del progetto è di ristrutturare una scuola di matrice statalista sul concetto di autonomia. Questo comporta un cambiamento radicale che pare che molti non abbiano compreso: il giudizio sui rendimenti dell’istituzione non compete più in modo esclusivo al ministero – che dovrebbe attenersi a una funzione di servizio – ma all’istituzione medesima. In sostanza, l’autonomia non è pensabile se non con una precisa strutturazione di un sistema di valutazione rigoroso e trasparente. Sembra che tutti siano d’accordo, anzi uno dei motivi dominanti del testo è il continuo ricorso al termine “valutazione”, come se fosse un’ovvietà, e invece non lo è affatto. Sono anni che in Italia se ne parla senza concludere nulla. Le vie possibili sono due. La prima è affidarsi a metodi quantitativi di carattere statistico, mediante test: non soltanto siamo lontanissimi dall’avere strutture adeguate a un simile approccio ma, nei paesi che l’hanno implementato o a livello europeo e internazionale, è soggetto a crescenti critiche. La seconda via è quella delle ispezioni, non gestite alla vecchia maniera ministeriale, altrimenti sarebbe vano parlare di autonomia. Nel Regno Unito esiste un’istituzione ispettiva esterna e autonoma (Ofsted) che tuttavia è stata duramente criticata per il suo carattere autoreferenziale e senza controlli. L’altra via è quella di una valutazione ispettiva interna al sistema scuola, che coinvolga tutte le componenti, assumendo il principio che sono i pari (con l’aggiunta di qualche istanza superiore) a poter giudicare e aprire così un confronto che sia origine di una crescita culturale; e non istanze esterne, se non da consultare come elementi per la formulazione di un giudizio, e ciò per il motivo che la scuola non è un’impresa basata sulla “customer satisfaction”. Per far questo, occorrerebbe una precisa strutturazione del sistema ispettivo e nulla è stato fatto di serio in questa direzione. Nell’assoluta vaghezza che circonda il termina “valutazione” è inquietante sentir dire che “poi si valuterà” rinviando la definizione di questo intervento a tempi e modi fumosi.
Non è quindi da stupirsi se, in assenza di idee sia pur vaghe di cosa intendere per valutazione, ci si sia appigliati all’idea di trasformare la figura del dirigente scolastico in un valutatore autonomo e autocratico, un punto singolare nel sistema scolastico, dotato di poteri incompatibili con un sistema democratico dove tutto è regolato da pesi e contrappesi. Era inevitabile che una simile scelta suscitasse aspre reazioni. Ad esse è seguito un coacervo di proposte riduttive, di cui l’ultima è la peggiore di tutte. Si tratta di limitare a due turni la presenza di un dirigente in una scuola, che sarà poi trasferito altrove. In tal modo, il dirigente viene gravemente penalizzato (e avrebbe diritto pieno di protestare a sua volta). Che senso ha interrompere per via burocratica l’azione di un ottimo dirigente, spedendolo altrove come “punizione” per il suo operato; e, viceversa, trasferire un cattivo dirigente affinché possa fare più danni? L’unico risultato è danneggiare sia il dirigente che l’istituzione.
Per rendere più accettabile il ruolo attribuito al preside si parla di trasformarlo in “leader educativo” il che implicherebbe meno burocrazia e più attenzione alla vita scolastica. Ma qui siamo fuori della realtà: mai la scuola è stata sommersa come ora da un’invadente, soffocante burocrazia imposta dal ministero attraverso un diluvio di circolari. Tutti sanno che uno dei problemi principali di questo paese è la presenza nei ministeri di un’alta burocrazia che agisce in modo autonomo dalla politica. Forse in nessun ministero come quello dell’istruzione questa autonomia ha raggiunto simili livelli. Chi abbia frequentato anche per poco i corridoi di Viale Trastevere sa che la formula circolante è «i ministri passano, noi restiamo e siamo l’architrave del sistema». Del resto, lo si è visto in questi giorni: mentre la legge non è stata ancora approvata, il ministero ne ha già predisposto le procedure attuative. Ma è ancor più indicativo della situazione guardare al merito di quel che il ministero fa piovere sulle scuole con le sue circolari. Limitiamoci a un solo esempio: la certificazione delle competenze per la scuola primaria e il primo ciclo. Lasciando perdere le elefantiache linee guida, diamo un’occhiata al modello di certificazione. La prima cosa che colpisce è che gli unici livelli di competenza ammessi sono quattro: avanzato, intermedio, base, iniziale. Quest’ultimo significa: «L’alunno/a, se opportunamente guidato/a, svolge compiti semplici in situazioni note». In altri termini, l’insufficienza è abolita per decreto: non esiste chi non possa conseguire un livello “iniziale”. Chi conosca un minimo la cucina del pedagogismo costruttivista sa che una simile bizzarra visione corrisponde all’idea di una scuola imperniata sull’idea del “successo formativo garantito”. Trattasi di una visione discutibile, e mai discussa e approvata formalmente in alcuna sede. È un autentico abuso che essa passi coercitivamente attraverso circolari. Quando poi si passa all’osservazione del merito delle competenze c’è da trasecolare. Tra le competenze sociali e civiche spicca la capacità di «collaborare per la costruzione del bene comune» e l’«osservanza di un sano e corretto stile di vita». Ma chi, e con quale diritto può definire per decreto cosa sia «il bene comune» e un «sano e corretto stile di vita»? Concediamo che il liberalismo espresso nel celebre aforisma di John Stuart Mill – «ciascuno è l’unico autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale» – sia invecchiato. Ma qui siamo fuori da ogni liberalismo, per entrare in un dirigismo che evoca forme di gestione totalitaria degli individui. Che dire poi, quando nelle competenze del primo ciclo si prescrive al soggetto «attenzione per le funzioni pubbliche alle quali partecipa», persino nelle «occasioni rituali nelle comunità che frequenta». In sostanza, il ministero s’impiccia che lo studente osservi rispettosamente il catechismo (cattolico), o altri sistemi rituali se di altra religione… Ogni commento dovrebbe essere superfluo.
Molti altri rilievi possono essere fatti, in particolare per quel che riguarda l’esplicita tendenza a ridurre lo spazio delle discipline tradizionali (matematica, storia, scienze, ecc.) a favore di altre competenze digitali e linguistiche e attività pomeridiane extra-curricolari che dovrebbero essere anche la via privilegiata affinché un insegnante consegua i migliori giudizi.
Ci fermiamo qui perché ce n’è abbastanza per capire che non è ammissibile ristrutturare da cima a fondo la scuola italiana secondo principi discutibili e mai realmente discussi, secondo un’idea inesistente di valutazione e, per giunta, per via di circolari autoritarie.
A questo punto, una scelta ragionevole sarebbe quella di procedere esclusivamente a un decreto per l’assunzione dei precari (visto che l’Europa ce lo chiede perentoriamente) e accantonare tutto il resto, per una approfondita, seria e costruttiva riflessione, gestita dalla politica assieme ai competenti in materia, arrestando una buona volta il diluvio delle circolari che frustra e umilia il lavoro dei migliori insegnanti.


                                                          Giorgio Israel

Ringrazio il direttore del Mattino di avermi chiesto e pubblicato questo articolo, sfilandosi dal clima autocratico che si sta diffondendo nel paese.