martedì 26 giugno 2007

Pure La Fontaine si indigna per la peste umanitarista contro Israele

(da Il Foglio, 26 giugno 2007)

La violazione dei diritti umani si abbatte sul mondo come una peste. Milioni di persone sono private della loro condizione umana e molto spesso della vita da regimi oppressivi, brutali e torturatori che non tollerano alcun dissenso e spesso neppure l’esistenza di persone che manifestano la minima forma di diversità dal paradigma ufficiale, per esempio di essere cristiani in terra islamica.
In questa situazione drammatica, la nuova commissione dell’Onu per i diritti umani, che era chiamata a far dimenticare i “fasti” della sciagurata precedente commissione, ha approvato il suo nuovo ordinamento ed è riuscita a far di peggio. Difatti, da un lato ha fatto una zelante opera di autoassoluzione e sbiancamento generale: Cuba e la Bielorussia sono stati eliminate dalla lista dei paesi sotto osservazione ereditata dalla precedente commissione. Vi sono rimasti, ma in modo molto blando e generico, Birmania, Zimbabwe, Sudan e Nord Corea. Ma, d’altro lato, ha posto sotto i riflettori di sorvegliato speciale un paese soltanto. Indovinate un po’… Israele. Soltanto un paese, il Canada, si è opposto a questa vergogna. Tutti gli altri hanno votato a favore. Il delegato italiano ha dichiarato che «le nuove misure sono largamente positive, anche se alcuni punti sono insoddisfacenti».
Dunque, tutti gli orrori e le ingiustizie del mondo si concentrano solo ed esclusivamente in Israele. C’è bisogno di commento? Ci limiteremmo a proporre una descrizione dei lavori dello Human Rights Council dell’Onu con la parole di una favola di La Fontaine, “Gli animali malati della peste”, di cui offriamo qui la nostra traduzione.

«Un male che spande il terrore,
Male che il cielo nel suo furore
Inventò per punire i crimini della terra.
La peste (poiché occorre chiamarla col suo nome),
Capace di arricchire in un giorno l’Acheronte,
Faceva agli animali la guerra.
Non morivano tutti, ma tutti ne erano colpiti:
Non se ne vedevano intenti
A cercare il sostegno di una vita morente;
Nessun cibo eccitava i loro desideri;
Né i lupi né le volpi spiavano
La dolce e innocente preda;
Le tortorelle fuggivano:
Niente più amore e quindi niente più gioia.
Il leone chiamò a consiglio e disse: “Miei cari amici,
Credo che il cielo abbia permesso
Questa disgrazia a causa dei nostri peccati.
Che il più colpevole di noi
Si sacrifichi ai dardi dell’ira celeste;
Forse otterrà la guarigione di tutti.
La storia ci insegna che in simili disgrazie
Si fanno simili sacrifizi.
Non concediamoci alcuna blandizie: esaminiamo senza indulgenza
Lo stato della nostra coscienza.
Quanto a me, per soddisfare i miei ghiotti appetiti,
Ha divorato molti agnelli.
Cosa mi avevano fatto? nessuna offesa;
Mi è anche successo talvolta di mangiare
Il pastore.
Mi sacrificherò dunque, se è necessario: ma penso
Che è bene che ciascuno si accusi al pari di me;
Perché occorre augurarsi che, secondo giustizia,
Perisca il più colpevole.
Sire, disse la volpe, siete un re troppo buono;
I vostri scrupoli mostrano troppa delicatezza.
Ebbene! mangiare pecore, canaglie, gente spregevole,
È forse un peccato? No, no, voi faceste loro, signore,
Mangiandoli, molto onore;
E quanto al pastore, si può dire
Che era degno di ogni male,
Essendo di quella genìa che sugli animali
Sogna un impero illusorio.
Così disse la volpe tra gli applausi degli adulatori.
Non si osò troppo approfondire
Della tigre, dell’orso, e di altre potenze,
le più imperdonabili offese.
Tutte le persone litigiose, fino ai semplici mastini,
erano, secondo il parere di tutti, dei santarelli.
L’asino venne quando fu il suo turno e disse: Mi sovviene
Che passando in un prato di monaci,
Spinto dalla fame, dall’occasione, dall’erba tenera e, penso,
Mosso anche da qualche diavolo,
Tosai di questo prato la larghezza della mia lingua;
Non ne avevo alcun diritto, visto che occorre parlar chiaro.
A queste parole tutti si sollevarono gridando contro il somaro.
Un lupo, un po’ chierico, dimostrò con la sua arringa
Che occorreva sacrificare quel maledetto animale,
Quel pelato, quel rognoso, da cui venivano tutti i loro mali.
Il suo peccatuccio fu giudicato un caso da forca.
Mangiare l’erba altrui! Che crimine abominevole!
Soltanto la morte poteva
Espiare la sua colpa. Glielo fecero vedere».

Giorgio Israel

1 commento:

massi.gian ha detto...

Trppo letterari, e oltretutto eleganti! Per certa gente, dura d' orecchi e senza cuore, quel linguaggio è incomprensibile, non è triviale.
Gianfranco Massi, Tarquinia