venerdì 22 agosto 2008

Berlinguer insiste

In una lettera al Corriere della Sera l’ex-ministro Luigi Berlinguer ha illustrato cosa è per lui la “nuova scuola”: rigore e coinvolgimento. È un bel passo in avanti se si pensa che, in periodo elettorale, egli definì chi parlava di rigore (come i firmatari dell’appello del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità) “relitti del passato, tagliati fuori dalla storia”, “laudatores temporis acti”, una “casta” legata a un “cultura morta e deduttivistica”. Si tratta di vedere se questa adesione al rigore è convinta o è una concessione, vista l’aria che tira e in attesa di tempi “migliori”. La lettura della lettera avvalora la seconda interpretazione. Dice Berlinguer che «fra i tanti problemi della vita scolastica c’è anche una questione di rispetto delle regole». Non ci siamo proprio: la vita scolastica non inizia neppure a esistere senza il rispetto delle regole. Ma a Berlinguer preme soltanto scagliarsi contro i “laudatores temporis acti” che vorrebbero risolvere la questione con il solo rigore che occorre accompagnare al coinvolgimento. D’accordo, purché si dica chiaramente che il rispetto delle regole si impone somministrando sanzioni quando esse vengono violate e che la scuola è il luogo dove si inizia ad apprendere questo principio fin da piccoli. Invece essa è un luogo diseducativo se ammette la prassi immorale per cui chi non studia va avanti al pari di chi studia. Quindi l’adesione al rigore si misura con l’accettazione piena della decisione del ministro Gelmini di ripristinare il controllo autunnale del rendimento dello studente.
Se il richiamo di Berlinguer al rigore non è formale egli dovrebbe pronunziarsi a favore del sacrosanto ripristino del voto in condotta voluto dal ministro Gelmini e dissociarsi dal coro indecente che parla di “scuola di polizia” e di “reazione”. È difficile che lo faccia visto che si ostina a giustificare l’abolizione che egli fece del 7 in condotta con la motivazione che la “prassi” lo aveva cancellato nei fatti. Come se la “prassi” sia di per sé una cosa santa e non possa essere una degenerazione scellerata. Ed è difficile che lo faccia visto che si ostina a difendere il suo “Statuto delle studentesse e degli studenti” (anche se lo rinomina diplomaticamente “Statuto dei diritti e dei doveri studenteschi”) che ridusse a vaghe possibilità le sanzioni insistendo in modo demagogico sui diritti.
Se queste vengono riproposte come le regole su cui dovrebbe fondarsi «la scuola, l’education fatta da una comunità educante», non ci siamo proprio. “Education” sembra molto moderno e “internazionale”, ma fa venire in mente la celebre canzone di Carosone, «Tu vuò fà l’americano» che avvertiva: «tu vuoi bere whisky and soda, poi te siente disturbà». Il fatto è che l’education o comunità educante – basata sulla pedagogia dell’autoapprendimento creativo – comincia a “disturbare” anche gli americani… Sarebbe quindi prudente evitare di assumere questa indigesta bevanda che sempre più è identificata come causa di crisi laddove è stata propinata, per fortuna ancora in dosi limitate. Dice Berlinguer che in Italia «la lezione ex-cathedra resta il metodo dominante, sparito quasi ovunque nei Paesi evoluti». Ricevo messaggi esterrefatti di persone che scrivono: “Ma di che parla? Ho studiato in mezzo mondo e ho visto sempre e solo lezioni ex-cathedra…». L’aspetto comico della faccenda è che i critici della «inossidabile lezione frontale», i pedagogisti dell’autoapprendimento e della trasformazione dell’insegnante in facilitatore, di cui Berlinguer è il profeta, non fanno che tenere lezioni frontali che più frontali non si può. Beninteso, sono lezioni frontali per spiegare che le lezioni frontali sono un abominio ed è certamente tale nobile missione che concede a loro soltanto il diritto di tenerle. Così come consente a Berlinguer di imputare a tale oscena istituzione la «criminale cancellazione dell’arte praticata, la creatività».
Ebbene, abbiamo capito benissimo cosa intende Berlinguer col bizzarro termine di “arte praticata”. È la prassi della “comunità educante” in cui un gruppo decide autonomamente di studiare un pezzo di storia, un altro si riunisce a studiare la geografia del terzo mondo, un altro ancora le equazioni di primo grado (ma non quelle di secondo perché sono reazionarie), un altro studia musica battendo le pentole e senza imparare le note perché è repressivo. Insomma, il paese dei balocchi o comunità diseducante. Coinvolgere lo studente è assolutamente necessario. Ma chi crede che la scienza si apprenda pasticciando “creativamente” nei laboratori senza supporto di teoria, non ha capito nulla della scienza e prepara soltanto un’altra catastrofe per la scuola. Il coinvolgimento attivo dello studente ha senso soltanto su una solida base disciplinare.
Lo stato della scuola non ammette pasticci e confusioni. Non è accettabile che venga riproposta, indorando la pillola col richiamo di facciata al rigore, la ricetta culturalmente e pedagogicamente fallimentare che domina la scuola italiana da un trentennio e l’ha condotta nel presente stato catastrofico, e che oltretutto è in crisi e sotto accusa dovunque è stata messa in opera.
(pubblicato su Libero)

3 commenti:

Pietro Pagliardini ha detto...

Gent.mo professore
il suo sforzo di cercare di convincere Berlinguer è ammirevole ma temo inutile. Cosa ci si può aspettare da chi pensa, o dice di pensare, che l'insegnante sia un facilitatore, uno capace di tirare fuori dai ragazzi le conoscenze che, evidentemente, egli pensa che abbiano già dentro, proveniente dall'Iperuranio. L'arte maieutica intanto appartiene a pochi e poi non si tira fuori ciò che non c'è, prima ci va messo qualcosa.
Ma in realtà mi sembra che qui parlare nel merito serva a poco, qui siamo nella più pura ideologia, condita con uno psicologismo esasperato che ha già distrutto la scuola ma, purtroppo, mi sembra si sia insinuato in tutta la nostra società, non solo italiana in verità, e stia minando alla base la realtà dei rapporti che l'uomo ha con il mondo esterno. Non c'è TG in cui non vengano citati gli psicologi almeno una volta e, più disgrazie raccontano, più psicologi ci sono.
Sembra quasi che le disgrazie avvengano per aiutare gli psicologi o, meglio, che si parli di tante disgrazie, che sono sempre avvenute, proprio per favorire gli psicologi.
Tutti i fatti vengono sempre e comunque rappresentati come traumi, stress, ansia a cominciare dalle previsioni del tempo, figuriamoci nelle varie sciagure, e infine nella scuola. L'altro giorno ho sentito di una maestra che avrebbe dato uno schiaffo ad un alunno. Ora io non dico che bisogna tornare agli schiaffi ma il tono indignato, di disprezzo con cui i fatti venivano presentati la dice lunga su un clima. Ma è una notizia da TG nazionale? Mi posso immaginare gli psicologi che saranno intervenuti e che avranno realmente traumatizzato il bambino.
Qualche piccolo segnala positivo mi pare si cominci ad intravederlo con il Ministro Gelmini, ma sono passi timidi, in punta di piedi mentre per scalfire quel coacervo di interessi corporativi diffusi (ma anche un corpo docente ormai senza bussola) che è la scuola occorrerebbe una sferzata. Ma questo non è il paese delle decisioni forti e d'altronde, i migliori ministri di questo governo hanno radici socialiste. Per carità, sono bravi, ma il socialismo è in crisi profonda ovunque e dunque come è possibile che questo frutto tardivo dia risultati proprio da noi!
Vorrei sentire Berlusconi dire che prossimo autunno dovranno essere affrontate due priorità: la giustizia e la scuola.
Rimarrò deluso.
Saluti
Pietro Pagliardini

Filippo ha detto...

Caro Professore Israel,
appena il Corriere pubblicò l'intervento di Berlinguer, mi permisi di inviare questa lettera al giornale che pubblicai anche sul mio blog (www.salveprof.splinder.com).
La riproduco qui sotto.
Cordiali saluti
Gennaro Lubrano Di Diego

...all'ex Ministro dell'Istruzione Luigi Berlinguer che, oggi dalle colonne del "Corriere della Sera", commentando i provvedimenti del Ministro Gelmini relativi alla reintroduzione del voto in condotta ai fini della valutazione degli studenti, svolge il suo bel compitino "progressista" e molto politically correct, vorrei, da insegnante che vive, con entusiasmo indomito, la sua professione ma che cionondimeno conosce la condizione disastrosa dell'educazione nella scuola - aggravatasi anche per effetto di riforme che portano la sua firma - rivolgere alcune considerazioni.
Innanzitutto, il tono dell'intervento dell'ex Ministro è piccato, livoroso ed esso sì provinciale, con quella smania di tradurre in inglese - education - anche termini che suonano molto più chiari e comprensibili nel nostro "arcaico" italiano; e con quell'attitudine polemica incline a squalificare preventivamente opinioni critiche sullo stato attuale della scuola, definendole "apocalittiche" e nostalgiche del bel tempo che fu.
Venendo al merito, sarà senz'altro vero che i fattori che conducono una parte dei giovani a nutrire insofferenza e distacco rispetto a regole e valori sono molteplici e complessi. Ma proprio perciò perchè impancarsi ad acritici difensori di una malintesa modernità se tra quei fattori qualcuno in mezzo a noi inserisce anche il collasso del principio di autorità e la destrutturazione integrale del valore della tradizione indotte da un cultura malamente permissiva ed equivocamente libertaria?
D'altronde, a differenza dell'ex Ministro, noi che siamo legati al valore del passato e della tradizione, proprio per ciò sappiamo che solo se riusciamo ad impossessarci di essi, cogliendone la complessità e cioè i fattori vitali ma anche i limiti e gli elementi regressivi, possiamo andare incontro al futuro con tranquillità di coscienza e consapevolezza critica.
Pertanto, disconoscere gli effetti nefasti che la cultura del '68 e i suoi cascami hanno prodotto sull'educazione e sulla scuola oppure fare il pesce in barile o anche sollevare un pietoso e pretestuoso "benaltrismo" per evitare di fare i conti con quel passato, non aiutano a predisporre gli strumenti culturali per invertire la rotta e mettere la nostra scuola sui binari giusti.
L'ex Ministro Berlinguer, inoltre, nella sua furia polemica contro i "laudatores temporis acti", si lascia sfuggire un'affermazione enorme, in base alla quale mentre il mondo cambia " l'impianto didattico " nelle scuole sarebbe rimasto immutato, assegnando alla lezione frontale la responsabilità di aver "criminalmente cancellato l'arte praticata, la creatività".
Eh no, caro Ministro, qui, molto più della retorica che pure lei diffonde sull' "apprendimento stimolante" e "sulla revisione epistemologico-curriculare" (il devastante, cioè, metodologismo senza contenuti), si evidenzia la sua scarsa conoscenza dello stato comatoso in cui versa la scuola italiana e la sua lontananza siderale dalla concreta realtà di una didattica ridotta al simulacro di se stessa. Infatti, se un cancro si è incuneato - anche per effetto delle sue riforme, soprattutto quella dell'autonomia, concepita e praticata in modo bislacco e dilettantesco - nella didattica e nelle aule dove si fa concreta esperienza dell'educare, questo non si chiama lezione frontale ma sperimentalismo dilettantesco ed eclettico, dimentico della necessaria, naturale ed ineliminabile asimmetria dell'esperienza pedagogica, dove il rispetto che si deve allo studente e alle fasi della sua crescita non dovrebbe mai equivocamente tradursi - come spesso invece avviene - in una riduzione della funzione dell'insegnante a facilitatore di un risibile autoapprendimento, nel quale si tende sempre più a nascondere quella necessaria "fatica del concetto" che è strutturalmente connessa all'acquisizione di conoscenze e, attraverso esse, ad una o più proposte di senso per la vita. Con quali effetti disastrosi sulla formazione umana dei ragazzi si può ben immaginare.
Pertanto, la polemica contro la didattica calata dall'alto è da parte dell'ex Ministro intempestiva ed incongrua rispetto agli esiti nefasti di un didatticismo confuso e velleitario che, millantando creatività dal basso ed enfatizzando gli elementi della partecipazione e del coinvolgimento, ha introdotto pratiche educative o meglio diseducative i cui risultati sono certificati dai Rapporti OCSE-PISA e che hanno oscurato il fatto elementare che - come rileva Claudio Giunta in "L'assedio del presente" - "per prendere la parola occorre, prima di tutto, averne diritto, diritto non giuridico bensì morale e intellettuale". E tutto ciò si guadagna attraverso prima la fatica e poi il piacere dello studio.
Ancora, l'ex Ministro Berlinguer, per motivare il suo "nuovismo pedagogico" e la sua polemica contro i nostalgici, ci ricorda che oggi, a differenza di un tempo, "il 70% dell'informazione che i ragazzi ricevono proviene dall'esterno". Anche questa affermazione si presta ad equivoci.
Se, infatti, il 70% dell'informazione viene ai ragazzi dall'esterno, noi nelle scuole che cosa dovremmo industriarci a fare? A imbellettare con qualche giochetto didattico, travestito di paroloni inglesi, un servizio che per lo più ci viene dalla società? Ad assecondare, facilitandone la comprensione ai ragazzi, quelle conoscenze veicolate dai media? Ad agire come assistenti sociali e familiari che lavorano in suppleanza di una famiglia sfasciata? A mediare, stando attenti che i ragazzi non incontrino fatica e sudore, la cultura dominante che induce il disprezzo per il lavoro e il sacrificio?
Insomma, che cosa ha in testa l'ex Ministro quando ci ricorda questo dato, quasi a richiamare i docenti ad una sorta di metànoia educativa indotta dai tempi?
Da quel dato, per quanto mi riguarda, invece, si potrebbero ricavare conclusioni diverse. E cioè, proprio perchè l'alluvione di informazioni nella società della comunicazione è tanta, alla scuola spetterebbe il dovere di educare i ragazzi alla loro selezione, organizzazione e padronanza critica. Ma ciò comporta un surplus di serietà e di rigore nell'approccio didattico e non un melenso "embrasson nous" nel quale viene mano qualsiasi funzione di trasmissione e di problematizzazione critica dei saperi.
Infine, vorrei dire all'ex Ministro che tanto mena le lodi del suo "Statuto dei diritti e dei doveri degli studenti", che, forse, se avesse prestato più attenzione allo specifico dell'educazione e non avesse ideologicamente concepito gli studenti e la loro formazione come un ceto, una categoria da opporre ad una contro-parte, forse oggi non sarebbe così infastidito dalla meritoria reintroduzione del voto di condotta ai fini della valutazione degli studenti.
P.S.
Un'ultima cosa va detta al caro ex Ministro Berlinguer, quasi a sgomberare il campo dalla volontà di apporre etichette preconfezionate sulle posizioni altrui.
Il sottoscritto, arcaico insegnante, che ha prodotto questo pezzo, forse degno agli occhi suoi dell'ultimo degli "apocalittici", è un elettore del PD.
Non le dice niente questo?

Giorgio Israel ha detto...

D'accordo. Ma io non ci penso neppure a convincere Berlinguer, figuriamoci. Ho altro da fare. Dico la mia per chi ha voglia di capire.