sabato 13 febbraio 2010

Un nuovo libro in uscita


Vi fareste curare dal dottor House?

Non visita i pazienti, privilegia l’analisi e i test. Ritiene l’uomo una macchina da riparare ma rischia di perdere informazioni utili. Meglio l’approccio basato sulla persona proposto da Giorgio Israel
di Alessandro Gnocchi
Vorreste essere curati dal dottor House? Cioè da un genio a tutti gli effetti, il quale però teorizza l’inutilità di incontrarvi, tanto basta il metodo analitico supportato da un numero consistente di test, e quando decide di incontrarvi è solo per smascherare le vostre eventuali menzogne? O preferireste la dottoressa Cameron, ex «apprendista» del dottor House, che ha scelto il pronto soccorso e la pratica clinica, privilegiando il contatto col paziente?
Il che si può tradurre in questi termini, tagliando con l’accetta una materia in realtà densa di sfumature: meglio un approccio tutto scientifico o umanistico alla medicina? Giorgio Israel, docente di Storia della matematica presso l’Università di Roma «La Sapienza», non ha dubbi e infatti ha scritto Per una medicina umanistica. Apologia di una medicina che curi i malati come persone (Lindau, pagg. 98, euro 12; in uscita il 18 febbraio). Scelta di campo chiarissima. Meglio precisare subito che l’autore non rifiuta in toto l’approccio del dottor House e non ne mette in discussione i pregi. Tuttavia ne segnala i limiti e soprattutto collega gli uni e gli altri alla mentalità dominante, mettendo in luce le ricadute indesiderabili di una certa concezione della scienza.
Attraverso la riflessione sullo statuto della medicina, Israel prosegue il discorso già affrontato in altre sue opere sulla immagine oggi prevalente della scienza, quella meccanicista, e sulla svalutazione di tutte le attività intellettuali che non esibiscano, almeno all’apparenza, un fondamento di «verità oggettiva» (dove «verità oggettiva» deve «intendersi ciò che è garantito dal metodo delle “scienze esatte” a loro volta rappresentate dal modello delle scienze fisico-matematiche»).
Anche la medicina, soprattutto negli ultimi sviluppi tecno-genetici, si è incamminata lungo questa strada. Cosa che implica mettere da parte il singolo, il paziente, le sue impressioni soggettive ed enfatizzare tutto ciò che è «oggettivo». Vale a dire il fascicolo degli esami di laboratorio, le radiografie, le ecografie, le Tac, i test genetici: quello che disegna «in modo sempre più approfondito e minuzioso la geografia fisiopatologica del nostro corpo». Sia chiaro: quel pacco di carte è un trionfo della medicina occidentale. Ma non sempre è una «chiave incantata» per risolvere ogni problema.
Il medico infatti non dovrebbe rinunciare a guardare il paziente negli occhi. Non è una questione di compassione o bontà o sentimentalismo. L’abolizione del vissuto del malato è un errore a livello razionale. La pratica clinica può arrivare dove non arrivano gli esami o almeno integrarli saggiamente. Essa considera il modo in cui il paziente vive il suo stato, il suo «sentirsi malato», fattore che tra l’altro può influenzare anche i parametri «oggettivi». Se si sottrae a questo confronto, il dottore perde una grande quantità di informazioni.
Poi, naturalmente, ci sono le ricadute culturali della situazione descritta da Israel, molto ampie. Mano a mano che la medicina si trasforma in scienza esatta, si sviluppa una nuova immagine di uomo sempre più simile a una macchina. Il naturale è artificiale e viceversa. Basta dare un’occhiata fuori dalla finestra per verificare rapidamente quanto questa idea si sia imposta anche a livello popolare grazie alla tecnologia, in particolare quella digitale. Dal cervello macchina al cervello software, da scaricare in rete in un futuro che alcuni immaginano prossimo, la strada è tracciata e in molti la stanno percorrendo anche e soprattutto nella comunità scientifica. Questa visione, scrive Israel, porta dritto alla dissoluzione dell’identità e dell’individuo.
Se l’uomo è una macchina, la malattia è ciò che non rispetta i parametri del normale funzionamento, e la morte è la rottura definitiva. Ma «la macchina resta un oggetto la cui totalità è la somma delle parti», mentre l’uomo «non è un aggregato semplice di parti». Per essere una disciplina completa, la medicina deve per forza essere «qualcosa di più di una scienza puramente oggettiva» perché si occupa «di qualcosa che è molto di più di un mero oggetto materiale, di un uomo-macchina da riparare».
In fondo, è questo il rovello del dottor House, materialista tutto d’un pezzo spesso in preda a un dubbio di fondo (esemplare la quinta serie della fiction, con House sdoppiato causa schizofrenia incipiente): e se il materialismo tanto ostentato fosse solo una menzogna per non fare i conti con se stessi e per proteggersi da quello che non si sa spiegare o non si vuole ammettere perché ci fa soffrire orribilmente come i rapporti umani?
«Il Giornale» del 12 febbraio 2010



9 commenti:

Gianfranco Massi ha detto...

Domanda: è una scienza la medicina?
O è un sofisticato manuale per meccanici altamente specializzati? Un manuale sempre in elaborazione.
massi.gian

Andrea Cortis ha detto...

Per Massi: troppo facile rispondere alla sua provocazione. Ne' l'uno ne' l'altro. Perche' un manuale implica l'esistenza nell'ordine di (1) un "progettista", (2) una "blue print", e (3) un "prototipo funzionante".

Preferisco pensare alla medicina come alla libera improvvisazione sul testo di una "tragedia".

Gianfranco Massi ha detto...

Va benissimo. Anzi meglio.
Lasciando lo scherzo, la medicina è - o dovrebbe essere - la cura del dolore fisico (e purtroppo non solo fisico) dell'uomo. Ma l' uomo non è solo anatomia e fisiologia. E questo, come spiega il professor Israel,non può essere ignorato. O peggio negato.
Sono davvero ansioso di leggere il libro.
Massi

Francesco Rotondi ha detto...

Tutto giusto tranne, a mio avviso, l'interpretazione del dottor House.

L'approccio di House al paziente è assolutamente clinico. Non fa la diagnosi brillante basandosi soltanto sulla radiografia o sugli esami di laboratorio ma guardando negli occhi il malato, ascoltandolo e scrutandolo dentro e fuori.

La psicologia del personaggio televisivo è molto più complessa e sofferta di quanto possa sembrare.
Un cinico solo apparente, nella sostanza un idealista, con un senso etico talmente forte da fargli detestare la "medicina difensiva" intesa come quel fardello di inutili e dannose pratiche diagnostiche che servono solo a tutelare noi medici davanti al giudice ma che non aiutano il malato.
E mi sembra, per la verità, che in chiusura dell'articolo questa interpretazione di un personaggio sofferente e sofferto tenda ad emergere.
Non si spiegherebbe altrimenti il fascino mediatico del doctor House se Hugh Laurie avesse impersonato solo un medico banalmnete cinico e materialista.

Giorgio Israel ha detto...

Francamente non ho mai visto una sola puntata di questo serial, e ora me ne è venuta la voglia... Se non altro per curiosità, e per capire se l'accostamento (che evidentemente non è mio) è poco pertinente come dice Francesco Rotondi.

Cloe ha detto...

forse cado nella trappola di chi critica la scienza per 'aridità' o nella confusione di chi sostanzialmente ne sa troppo poco, ma a volte ho l'impressione che gli aspetti 'negativi' delle scienze non siano che la manifestazione sulla superficie di contraddizioni alle basi una struttura: il delegare il giuduzio -per necessità di logica o ??- alle forme della ragione occidentale, quell'sercizio di separare, quantizzare e quantificare... l'analisi che è la forza dell'intelletto, e lo strumento logico che permette lo sviluppo delle conoscenze, la demolizione dei medievalismi... non credo che il demone sia il formalismo anche se nel numero e nella definizione -di malattia, norma - molte dimensioni di una realtà complessa come l'essere umano si appiattiscono; semmai il formalismo è la barriera trasparente dietro cui si poò scegliere se nascondersi nell'ipocrisia, e l'ipocrisia e l'anonimato individualista è la vera malattia della società o perlo meno la sindrome latente perchè tanti sono i modi ed i pretesti per tenersi lontani

il palcoscenico della scienza (anche) medica può lasciare spiragli perchè tale ..'problema' si faccia vedere - che sia una questione solo relazionale o addirittura culturale (se ciò che l'esercizio analitico non può cogliere è la dimensione della complessità emergente- ed allora è una debolezza, limitazione del pensiero che non può appropriarsi di forme diverse di 'sapere') - si capisce perchè l'antiintelletualismo trova terreno per germogliare - e si cerca l'origine dei problemi nella 'razionalità scientifica'

senza dubbio in medicina il rapporto umano è ciò che compensa le apparenti indecidibilità del quadro clinico e i buchi di ciò che non si può dare per certo - e in medicina le certezze sono poche se non lo scopo:tutelare la vita

spero lei veda un senso o possa chiarificare questi dubbi amletici

francesca caneva ha detto...

Su House sono d'accordo con Francesco Rotondi, forse è un po' ingeneroso chiamarlo in causa come esempio di cinismo.

L'anno scorso è stato pubblicato da Cantagalli un libriccino interessante, di Carlo Valerio Bellieni e Andrea Bechi, "Dr House MD. Follia e fascino di un cult-movie": ne risulta un personaggio certamente non buono, assai disinvolto quanto a deontologia, ma singolarmente attento ai temi forti della vita e del suo senso.

Per paradosso, un Dr House addirittura religioso, nel senso di uno che si fa interpellare dal mistero.

Caroli ha detto...

Risposta telegrafica: no. Tanto che mi ha operato (venti giorni fa) uno staff pilotato da un medico amico, che era già intervenuto per un'altra mia patologia, tempo addietro.

Mindrive ha detto...

Egregio professor Israel. L'ho conosciuta attraverso i suoi libri e, naturalmente, acquisterò anche questa sua ultima fatica.
Innanzi tutto grazie! Mancava un lavoro che affrontasse questa spinosa questione. Lei ha avuto un coraggio ha dedicare un testo su questa questione che sta davvero a cuore.
Ho una sorella medico in un grande policlinico romano, 110 e lode e tesi sperimentale pubblicata. Già prima di laurearsi, mia sorella, era delusa dal fatto che non si desse importanza al lato clinico che per lei è il perno della scienza medica, dove ruota tutto il lavoro di un medico e dove un medico deve attingere per la sua importante missione. Tant'è vero che lei ha considerato la figura del dott. House in parte sviante.
Ma c'è un'altra questione che è urgente: quello delle competenze, che forse non è tanto sentito nei grossi policlinici universitari, ma che nelle piccole realtà di provincia, le assicuro, mi creda, può portare a serie conseguenze. Parlo per esperienza personale. Mi spiego. Assodato che un medico deve attingere tutto dalla clinica, sua via maestra, un medico non deve lavarsi le mani quando c'è qualcosa che esce dalla sua specializzazione. Non può accadere di, se operato e l'intervento al femore è andato benissimo, ma sto male tanto da rischiare di morire, sentirsi dire: '...mi dispiace, io sono un ortopedico e come ortopedico le dico che l'intervento è andato benissimo. Se lei non sta bene coi bronchi e non respira cercherò di contattare un'internista'! Che non arriverà mai! Ora io mi chiedo: ma ogni medico non ha compiuto un corso di studi generale? E in un reparto serio non si sanno i rischi di certi interventi ed effetti collaterali? anche questo, a mio modesto avviso, è il sintomo della piega di rendere la medicina una scienza esatta! Forse mi sbaglio. Mia sorella diceva che nella scienza medica due più due raramente fa quattro!