sabato 7 marzo 2015

L’istruzione senza risorse e le priorità da ridefinire


L’unica cosa chiara della vicenda della riforma della “buona scuola” è che quella che era stata indicata fin dai primi giorni del governo Renzi come una delle priorità assolute sta passando in seconda, terza o quarta linea. Sarebbe facile parlare di una sconfitta dei propositi decisionisti e dell’ottimismo che li ispirava, ma forse, a mente fredda, sarebbe meglio considerare questi passi indietro come una necessaria resa al buon senso e al realismo. Quando una problematica è stata resa troppo complicata – al punto che qualcuno considera addirittura la scuola italiana come irriformabile – credere di poterne uscir fuori con il metodo del taglio dei nodi gordiani, è un’illusione. Per anni – diciamo pure per decenni – la scuola italiana è stata sottoposta a una valanga di interventi parziali, di “sperimentazioni” avventate e anche da riforme complessive, come quella Moratti, il cui impianto fortemente ideologico ha suscitato tante critiche e diffidenze da non farle mai diventare operative, con il solito sistema di bloccarne i decreti attuativi.
Frattanto, i problemi non hanno fatto che aggravarsi e incancrenirsi, in un va e vieni di decisioni dettate da pressioni corporative e da interessi elettorali, spesso in contraddizione tra loro a seconda dell’avvicendarsi dei governi, in particolare per quel che riguarda il problema  del precariato, con la chiusura e la riapertura delle graduatorie che hanno gonfiato a dismisura e mai svuotato secondo un piano organico il serbatoio degli “aventi diritto”. E tutto ciò è avvenuto mentre l’unico punto fermo dello scenario è stata la quantità decrescente delle risorse dedicate al sistema dell’istruzione (inclusa l’università) a livelli di penuria che hanno pochi riferimenti all’estero. In queste condizioni, pensare di risolvere tutto d’un colpo, con le modeste risorse disponibili, o addirittura a risorse ancora decrescenti, era ed è una pia illusione. Qualcuno nel governo aveva avventatamente motivato il ricorso al decreto legge d’urgenza come un modo per non cacciarsi nella “palude” del parlamento. Ora si parla di voler mostrare una maggiore attenzione per questa “palude”, ma sarebbe meglio riconoscere che imboccando la linea delle riforme radicali significherebbe cascare dentro una palude ben più pericolosa e capace di inghiottire i più esperti esploratori. Di fronte a un terreno ridotto a sabbie mobili la scelta più saggia è procedere a piccoli passi, sondando il terreno, seguendo un piano preciso (soprattutto se si ritiene di avere di fronte a sé un tempo di governo abbastanza lungo) e chiamando i vari attori a un atteggiamento responsabile che accetti di contemperare le varie esigenze.
Pensare di risolvere il problema dei precari d’un sol colpo è velleitario: ci permettiamo di dubitare che persino al ministero non abbiano un’idea del tutto precisa dei numeri e dei vari “diritti”. Inoltre – teniamo sempre sullo sfondo la questione delle risorse fisse o decrescenti – scegliere questa via significa chiudere la porta ai giovani per i prossimi dieci e venti anni, costruendo una scuola di insegnanti anziani, in barba agli slogan giovanilisti. Sette anni fa, quando si procedette a una profonda revisione del processo di formazione degli insegnanti (con il TFA, Tirocinio Formativo Attivo), la prospettiva che sembrava ineludibile, anche se avrebbe creato scontentezze da tutti i lati, era un immissione graduale dei precari assieme a una immissione numericamente pari di nuove leve. Poi si è fatto di tutto per scassare e rendere ridicolo il nuovo sistema senza affrontare in modo organico e metodico il problema delle graduatorie, e ora ci ritroviamo daccapo. Non sarebbe meglio prendere atto che non esiste alcuna altra via ragionevole.
Anche senza prendere posizione sul tema del finanziamento delle scuole paritarie è fin troppo facile osservare che in una situazione di carenza di risorse – che vede scuole il cui tetto cade a pezzi, con i bagni rotti e senza i quattrini per la carta igienica – spostarne a favore delle scuole paritarie rischia di attizzare una polemica devastante che alla fine sfocerà in un conflitto tra laici e cattolici di cui non v’è affatto bisogno. È ben vero che le scuole paritarie hanno in certi casi un ruolo di supplenza, ma questo accade soprattutto a livello delle scuole dell’infanzia e delle primarie per cui, non aumentare o addirittura diminuire – tramite il proposito sconsiderato di tagliare di un anno i licei – significa lasciare andare allo sbando le scuole superiori, ancora prevalentemente statali. Insomma, molti propositi possono essere eccellenti, ma se non vi sono risorse e se, addirittura, si mette in opera una cosmetica che nasconde malamente altri tagli, è meglio guardare la realtà in faccia, essere sinceri, dire che i quattrini non ci sono – o non si vogliono dare – per l’istruzione e definire una scala di priorità.
Lo stesso discorso vale per i numerosi altri temi affrontati dal progetto della “buona scuola”. Anche qui tralasciamo di entrare nel merito di certi propositi che, a nostro avviso, sono largamente discutibili: non basta parlare di “merito” perché ciò sia necessariamente un bene, se la promozione e la verifica del merito sono mal congegnate e rischiano di dar luogo a fenomeni clientelari. Il punto – ancora una volta – è un buon sistema di valutazione costa, e non poco e tanto più viene realizzato con i fichi secchi tanto più si adatta soltanto a nozze di infima categoria. Nessuno vuole nascondere l’esistenza di strati di docenti mal preparati e poco disposti ad aggiornarsi e a impegnarsi: ma l’impegno deve consistere nel mostrare buone competenze nell’insegnamento delle materie di base che qualificano una buona scuola, come la matematica, l’italiano, le scienze, la storia, e non nel mascherare l’incompetenza dietro un attivismo nel promuovere i cosiddetti “progetti” che spesso consistono nel trasformare una lezione di storia o geografia in una chiacchierata a ruota libera su temi di attualità.
Un discorso analogo vale per l’insegnamento delle lingue straniere e in particolare dell’inglese. Tutti sanno che abbiamo pochi insegnanti di inglese davvero competenti (per non dire delle altre lingue). Qual è allora il senso, anziché di adoperarsi a potenziare questa che è la vera priorità lanciare il progetto dell’insegnamento in lingua inglese di una materia nell’ultimo anno delle superiori per poi ammettere che non esiste personale adatto a farlo, e trasferire il proposito al quarto e quinto anno delle elementari? È un modo di procedere che assomiglia troppo allo smercio di perline per incantare gli sprovveduti. Potremmo aprire un discorso analogo sull’edilizia scolastica, lanciata con gran rullo di tamburi e da tempo ferma al palo.
Sarebbe quindi importante per il bene del paese, della sua scuola (e anche per la salute del governo) cogliere l’occasione di questo passo indietro per una riflessione ispirata al realismo e al buon senso che parta da una chiarezza estrema sul punto cruciale: quali risorse si vogliono mettere nella scuola? E di qui passare alla definizione di una scala di priorità.


(Il Messaggero e Il Mattino, 4 marzo 2015)

22 commenti:

Prof. Massimo Rossi ha detto...

Egr. prof. Israel, lei ha trattato molti argomenti con grande lucidità e buon senso. Io mi riprometto di dire la mia opinione su un aspetto particolare della millantata riforma scolastica del governo Renzi, quella cioè che riguarda l'assunzione dei precari. A me che vivo nella scuola come docente da 35 anni pare un assurdo assumere un numero elevatissimo di persone quando i posti liberi non ci sono. Cosa dovrebbero fare questi nuovi insegnanti privi di una cattedra? Fare le supplenze? Ma se le supplenze in una determinata scuola o provincia non ci sono, o ce ne sono poche rispetto al numero dei docenti del cosiddetto "organico funzionale", che faranno costoro? Staranno nelle sale docenti a leggere il giornale mentre noi docenti anziani dovremo continuare a faticare con l'attività di lezione frontale, la correzione degli elaborati e tutto il resto? A me questa pare una sciocchezza enorme, così come mi pare un assurdo, nel momento in cui si parla di riqualificazione del sistema dell'istruzione, assumere tutte queste persone senza prima averle sottoposte ad un serio accertamento delle loro conoscenze e delle loro attitudini didattiche. L'aver prestato servizio per un periodo più o meno lungo di tempo non mi pare un titolo sufficiente per pretendere l'assunzione in ruolo; anche perché al momento in cui queste persone hanno firmato contratti a tempo determinato, sapevano bene che si trattava di un impiego temporaneo, che non può dare diritto, di per sé, a ricoprire un ruolo così delicato.
Penso inoltre un'altra cosa, che cioè azzerare il precariato, in un sistema scolastico come quello italiano, sia una pura illusione: se manca un docente dal servizio, non è possibile fare come accade in qualsiasi altro ufficio pubblico o privato, dove uno sportello può essere chiuso ed il lavoro di quel dipendente può essere suddiviso tra i colleghi. Nella scuola, se manca un docente di matematica, deve essere sostituito da un altro docente di matematica, altrimenti viene meno il diritto allo studio degli alunni. Così è inevitabile la nomina di un supplente, che poi, dopo un certo periodo di servizio, pretenderà di essere assunto in ruolo. Questa procedura è inevitabile, ed è quindi un'enorme sciocchezza l'annunciata volontà di eliminare il precariato così, con un colpo di spugna. I miracoli non sono di questa terra, né tantomeno può farli un governo che sembra intendersi molto poco di come funziona da noi il sistema scolastico.

Danilo Fossati ha detto...

"Chi vuol fare l'angelo fa la bestia" dice Pascal. Cosi' e' anche quando si trascurano, ignorano, stravolgono i presupposti validi, le risorse fondamentali per far funzionare la scuola. Mi domando pero' se non sia anche peggio. Noi siamo esseri di cultura. Ma per come le istituzioni non solo non garantiscono la democrazia ma la tradiscono, per come perseguono la distruzione della scuola si vede l'intento di imprigionarci nei nostri limiti, di respingerci indietro dalla gamma dei possibili a cui abbiamo accesso. Alla fine, non possiamo approfittare della nostra liberta' perche' privi di strumenti anche spirituali, di consapevolezza, di cultura. Ma ecco il peggio: niente e' piu' difficile di liberare schiavi che si crdono liberi. E a noi, purtroppo, hanno fatto credere e crediamo di essere liberi.

Francesca D'Antona ha detto...

l'idea che mi son fatta ascoltando e leggendo i recenti comunicati buona scuola -un po' come andare su sentieri di montagna, che il panorama cambia improvvisamente girando un angolo del sentiero- è che il Ministro (pardon, la Ministra) Giannini e il suo entourage avessero in testa di prendere una parte dei nuovi assunti e trasformarli nei famosi insegnanti di scienze in inglese nella classe quarta e quinta elementare. Proprio perché si chiedevano perfino loro che cavolo dovessero fare i nuovi assunti. Già indipendentemente l'una dall'altra, penso che sia scienze che inglese siano insegnate in maniera molto approssivamente dalle maestre (qualcuno mi dice che nel programma di scienze si spiega 4 o 5 volte il ciclo dell'acqua, anche alle medie... e non che non ci sarebbe altro da fare), vengono i brividi a pensare alle due competenze messe assieme: è come nelle probabilità, si fa il prodotto delle competenze, ciascuna minore di 1.
Per i nuovi assunti delle elementari, io avrei un'idea ovviamente inaccettabile. Non sembra chiaro a nessuno, ma il degrado dell'insegnamento elementare potrebbe dipendere molto semplicemente dall'introduzione del tempo pieno. Tenere i bambini a scuola per 8 ore tutti i giorni è servito a dare lavoro a un certo numero di insegnanti in più, all'epoca della riforma, ed è un vantaggio notevole per le madri lavoratrici. Però distrugge la didattica, perché la maggior parte dei bambini non è in grado di fare nulla dall'ora della mensa (12.30?) fino almeno alle 15, quindi diciamo che si guadagna un'ora al giorno di didattica. Inoltre, le ore del pomeriggio valgono come quelle del mattino, e sono "equamente" distribuite tra gli insegnanti (che hanno tutti pari dignità). Quindi capita che ci siano classi in cui matematica si fa principalmente il pomeriggio, grande vantaggio per scendere ancora nelle graduatorie europee ecc. Inoltre, un bambino che torni a casa alle 4.30, dopo OTTO ore passate dentro una scuola, non è in grado di fare alcun compito, quindi ci si può addestrare al lavoro individuale solo il sabato o la domenica, con grande scocciatura dei genitori. Ma che senso ha? Il problema delle donne lavoratrici non è avere la scuola a tempo pieno, ma avere il doposcuola di altri tempi: lezioni frontali la mattina, come nel buon tempo che fu, e ripasso guidato il pomeriggio, con parte di compiti individuali, e anche la possibilità di aiutare in modo personalizzato qualche ragazzino rimasto indietro.
Ovviamente, se l'insegnante di "educazione motoria" ha la stessa dignità dell'insegnante di italiano o di matematica e scienze, questo non è possibile. Ma se si assumono a tempo indeterminato questi che non hanno fatto un concorso, forse il loro contratto può prevedere che siano insegnanti pomeridiani di doposcuola... e si potrebbe cominciare una nuova, moderna sperimentazione di ritorno a criteri di insegnamento che sono andati bene per formare generazioni e generazioni di grandi uomini e donne italiani.

Francesca D'Antona ha detto...

non vorrei esagerare con cose ovvie, ma preciso quanto ho scritto nel commento precedente: non è vero che le ore di insegnamento "vero" nella scuola elementare a tempo pieno siano 4 (mattina) più 1 (ora del pomeriggio in cui i bambini recuperano l'attenzione). In realtà sono ridotte a circa 2 della mattina, quelle nella quali si fa insegnamento vero (italiano, matematica, storia, scienze) e non corollari inutili di contorno -sempre perché gli insegnanti hanno tutti pari dignità.

santino ha detto...

Una sentenza della Corte Europea ha condannato l'Italia per la reiterazione dei contratti a tempo determinato oltre i tre anni. In questo contesto la stabilizzazione dei precari diventa un atto dovuto. Il problema è che si vorrebbe realizzare l'operazione a costo zero, finanziando le maggiori spese con tagli di pari importo effettuati all'interno della scuola stessa. Nelle intenzioni del governo Renzi ciò verrebbe realizzato attraverso due passaggi:
a) blocco degli stipendi e degli scatti dei docenti fino al 2018 e introduzione, a partire da tale data, di un sistema fintamente meritocratico che in realtà ha come unico obiettivo quello di ridurre le retribuzione degli insegnanti.
b) assegnare gran parte dei nuovi assunti come "tappabuchi" in quello che pomposamente viene definito "organico funzionale", abolendo così le supplenze.
La pretesa è velleitaria in quanto l'assenza di un docente è un evento aleatorio e, in quanto tale, non prevedibile a priori. Se, ad esempio, alla rete di scuole X venissero assegnati in organico funzionale due insegnanti di matematica e i docenti da sostituire dovessero risultare essere tre, come si procede? Si lasciano delle classi scoperte?

Come se non bastasse tutto ciò, la scuola è diventato un luogo dove si pretende che i docenti propagandino l'ideologia pedagogica dominante (e molti di loro ubbidiscono tacendo).
Vogliamo parlare delle infinite discussioni inutili sulla triade "conoscenze-competenze-capacità" nel pietoso tentativo di scindere ciò che nella tradizione scientifica e filosofica è sempre stato un tutt'uno?
O delle tecnologie digitali che sono viste come un dogma e non come uno strumento fra i tanti da adottare a discrezione dell'insegnante?
Stendiamo poi un velo pietoso sui corsi di aggiornamento: BES, didattica per competenze e amenità varie la fanno da padroni, quasi impossibile trovare corsi realmente utili da un punto di vista culturale e didattico.
Molti insegnanti si stanno precipitando già da ora a iscriversi anche ai corsi più insignificanti, perché tutto questo farà "merito" e senza merito non si potrà ambire quell'elemosina di 20 € mensili (così facendo il mercato dei corsi avrà un consistente incremento).
In questo contesto il Clil diventa la ciliegina sulla torta del delirio. Quasi nessun docente possiede le necessarie competenze linguistiche per poterlo fare decorosamente, eppure il MIUR consiglia di farlo partire ugualmente. Non può ancora renderlo obbligatorio visto che i docenti non sono stati formati per mancanza di soldi, ma i presidi premono per accogliere la raccomandazione ministeriale. E molti docenti ubbidiscono tacendo perché pensano che anche questo possa costituire "merito".
Questa è la realtà, professore.
Ai deliri del MIUR e della politica si affiancano le meschinità di molti insegnanti che finiscono per porsi come le vestali del politicamente corretto. Perdere la dignità per 20 € al mese, è questa la triste realtà...

santino ha detto...

Prof. Massimo Rossi,
sono pienamente d'accordo con Lei quando afferma che non ha senso assumere dei docenti per utilizzarli come tappabuchi.
Se ha letto il mio precedente intervento capirà pure che trovo indegno finanziare le maggiori spese dovute a tale operazione con tagli di pari in porto da effettuare all'interno della scuola stessa.
Credo però che abbia analizzato in maniera un po' superficiale la questione del precariato, esprimendo giudizi sui docenti inclusi nelle graduatorie che denotano una conoscenza parziale (e quindi non corretta) della complessità del fenomeno.
Le graduatorie a esaurimento hanno una composizione tutt'altro che omogenea, essendovi inclusi:
a) gli idonei dei concorsi ordinari del 1990 e del 1999;
b) gli abilitati dei nove cicli ssis banditi annualmente dal 1999 al 2007;
c) gli abilitati con il concorso riservato del 2001 (erano richiesti i 360 giorni di servizio);
d) gli abilitati con i corsi abilitanti ex legge 143/2004 (anche per questi erano richiesti i 360 giorni di servizio).

A questi si aggiungono i precari della II fascia di istituto, costituita da
a) abilitati col tfa;
b) abilitati col PAS (erano richiesti i tre anni di servizio).

Si tratta, come vede, di procedure fra loro assai differenti per requisiti di accesso, durata, impegno e selettività.
Affermare, come fa Lei, che tutti costoro pretendono di essere immessi in ruolo in virtù del mero servizio non è corretto e, soprattutto, non è rispettoso di chi, come gli abilitati ssis e tfa, hanno avuto accesso al percorso previo superamento di una procedura concorsuale per titoli ed esami i cui posti banditi erano determinati annualmente dal MIUR sulla base del fabbisogno di docenti.
È chiaro che la parallela attivazione di percorsi riservati destinati ai possessori di determinati requisiti di servizio, i tagli operati dalla riforma Gelmini, il continuo innalzamento del numero medio di alunni per classe e il rallentamento del turn-over dovuto all'entrata in vigore della riforma Fornero hanno fatto saltare tutte le previsioni.
Non mi pare nemmeno corretto proporre di verifica della preparazione dei precari, non solo perché per gran parte di essi essa è stata già più volte testata, ma soprattutto perché ci si dimentica che il doppio canale (concorso/graduatorie) esiste dagli anni '70 e buona parte dei docenti attualmente in ruolo hanno usufruito di corsi/concorsi riservati ai possessori dei classici 360 giorni di servizio.

p.s.
A scanso di equivoci, sono un docente di ruolo da diversi anni. Non sono intervenuto quindi per fare la difesa d'ufficio della mia "parrocchia" ma per chiarire alcuni aspetti del reclutamento dei docenti che, purtroppo, sono ignoti anche a molti colleghi.

Grazia Dei ha detto...

Santino, "E molti docenti ubbidiscono tacendo perché pensano che anche questo possa costituire "merito"." Direi anche che molti docenti tacciono perché "ha da passà a nuttata". Sono in servizio dal 2001, senza un'ora di preruolo e per concorso, e da allora ho già visto la riforma Moratti, subito modificata con le indicazioni nazionali di Fioroni, poi quella della Gelmini. Ogni intervento, strombazzato come risolutivo di mali e problemi, si è impantanato ed è stato sostanzialmente dimenticato, per fortuna della scuola. Ora assistiamo ai conati dell'ennesima riforma che pesta l'acqua nel mortaio. Stare sotto e aspettare che passi anche questa mi sembra sia una strategia efficace e poco faticosa.

pupipupi ha detto...

Le attuali priorità:
promuovere giochi 'gender' negli asili, con bambini che devono far finta di non sapere se sono maschi o femmine;
abolire la letteratura italiana dai libri;
ridicolizzare la geografia;
far finta che l'Europa non si sia costruita, fra l'altro, su un'identità classica;
insegnare il darwinismo a otto anni;
riempire i libri di matematica di quiz e giochini interattivi.

Papik.f ha detto...

E' molto utile il prospetto riassuntivo di Santino, perché illustra una situazione ignota a molti e certamente, in larga misura, anche a me.
Questo consente agli opinionisti dell'editoria mainstream di reiterare continuamente la falsa affermazione per la quale si intenderebbe immettere in ruolo una massa di precari che non hanno mai affrontato un concorso.
In realtà, in questa presunta massa ci sono una quantità di situazioni diverse, compresi moltissimi che di concorso ne hanno superato anche più di uno, e altri che hanno seguito formazioni specifiche, pur se di serietà e qualità ampiamente variabile.
Preciso che anch'io, come Grazia Dei, sono entrato direttamente per concorso senza neanche un giorno di precariato (anche se molto prima di lei, ohimè), quindi non parlo pro domo mea, ma trovo comunque intollerabile questa generalizzazione, sia perché è scorretta nei confronti di questi colleghi, sia perché si continua, così, a screditare l'intera categoria dei docenti.
Un altro dato che non si riesce a reperire, peraltro, è quello riguardante il numero effettivo di docenti coinvolti dalla sentenza della Corte Europea, che quindi vanno stabilizzati comunque. Giorni fa in una discussione su Facebook emergevano numeri variabili, a seconda delle opinioni dei diversi partecipanti, dai poco più di mille ai quasi centomila.
C'è qualcuno in grado di indicare dove trovare una stima attendibile?

santino ha detto...

Grazia Dei, la riforma Berlinguer e la riforma Moratti non sono mai state attuate perché bloccate dai successivi governi poco prima della loro entrata in vigore.
Fioroni non fece alcuna riforma, ma si limitò a ritocchi che non incisero sugli ordinamenti.
La riforma Gelmini, con annesso clil, invece è entrata in vigore nel 2010 fra l'apatia di un corpo docente convinto che anche essa sarebbe stata presto dimenticata. Idem con le prove Invalsi, che a forza di aspettare che tutto passasse, sono diventate parte integrante dell'esame di terza media e presto verranno introdotte anche nell'esame di stato delle scuole secondarie superiori.
Abbiamo aspettato che tutto passasse anche con la "didattica per competenze" - il risultato è che oggi - alla faccia della libertà di insegnamento - non possiamo presentare una griglia di valutazione che non si articoli secondo la sacra triade "conoscenze-competenze-capacità".
Che dire dei BES? Sarebbe bastato che i consigli di classe si fossero rifiutati di individuarli - e invece no - ci siamo prostituiti anche in quell'occasione.
È mai possibile che non riusciamo nemmeno a bloccare clil, ancor più che non è ancora obbligatorio?
O anche in questa occasione vogliamo attendere, con rassegnazione, il corso degli eventi, nella vana speranza che si tratti della solita moda passeggera?

pupipupi ha detto...

Beh, guardi, all'università ci siamo prostituiti in modo tale che la scuola al confronto è un paradiso di vergini. Abbiamo permesso la formazione di commissioni che spiano i siti dei docenti, abolito le facoltà, abolito i registri cartacei, abolito il libretto degli studenti, stabilito il numero di pagine che una tesi non deve superare (abolito peraltro anche il nome 'tesi' per le triennali), introdotto materie come 'etica animale' ... non so se devo continuare.

Raffaella ha detto...

Appoggio quanto sostiene Santino, data la nostra esperienza. A forza di insegnanti apatici e rassegnati, alla fine, nostro malgrado e non senza sacrificio, abbiamo dovuto trasferire nostra figlia nella scuola paritaria (in quarta primaria). Siamo contentissimi, è tutta un'altra musica. Ad un costo che, tutto sommato, molte famiglie, disponibili a qualche rinuncia, potrebbero affrontare.
Preside attento e sempre presente (il primo degli insegnanti per conoscenze e autorevolezza), insegnanti che non danno per scontato il posto di lavoro, bidelli che possono riprendere e segnalare i bambini che per dispetto o divertimento fanno la pipì nel vasetto dello scopino, docenti di inglese e di musica che conoscono e sanno insegnare inglese e musica, insegnamento della geografia come si deve, niente schede a crocette, tanti temi e poesie a memoria, nessun progetto inutile ecc. ecc.
Questo non vuole essere un elogio alla paritaria, riporto solo la nostra esperienza: una scuola essenziale, senza lussi, che per tanti aspetti somiglia moltissimo alla scuola pubblica di qualche decennio fa e che preferisco di gran lunga a quella di adesso.

Raffaella ha detto...

Appoggio quanto sostiene Santino, data la nostra esperienza. A forza di insegnanti apatici e rassegnati, alla fine, nostro malgrado e non senza sacrificio, abbiamo dovuto trasferire nostra figlia nella scuola paritaria (in quarta primaria). Siamo contentissimi, è tutta un'altra musica. Ad un costo che, tutto sommato, molte famiglie, disponibili a qualche rinuncia, potrebbero affrontare.
Preside attento e sempre presente (il primo degli insegnanti per conoscenze e autorevolezza), insegnanti che non danno per scontato il posto di lavoro, bidelli che possono riprendere e segnalare i bambini che per dispetto o divertimento fanno la pipì nel vasetto dello scopino, docenti di inglese e di musica che conoscono e sanno insegnare inglese e musica, insegnamento della geografia come si deve, niente schede a crocette, tanti temi e poesie a memoria, nessun progetto inutile ecc. ecc.
Questo non vuole essere un elogio alla paritaria, riporto solo la nostra esperienza: una scuola essenziale, senza lussi, che per tanti aspetti somiglia moltissimo alla scuola pubblica di qualche decennio fa e che preferisco di gran lunga a quella di adesso.

Grazia Dei ha detto...

Santino, mi sono accorta sono adesso della sua risposta. Le poche volte che ho convintamente scioperato, cercando di convncere altri a far lo stesso, è stato contro i test invalsi. Ero ancora nell'anno di prova quando, in uno dei miei primi collegi docenti, ho contrastato con successo la dirigente che, più realista del re, senza alcun obbligo e senza poter retribuire i docenti, pretendeva di imporre loro la novità dei tutor e il portfolio. Nella mia scuola per ora di BES non se ne vede l'ombra, funziona una LIM ogni due, continuiamo imperterriti a insegnare Italiano, Matematica, Storia, Geografia ecc. e a dimenticare le Educazioni, inoltre le bidelle sgridano gli alunni che si attardano in bagno. Quanto alle parole d'ordine conoscenze, abilità e competenze (da noi si dice così) non ci hanno mai impensierito: mettiamo un po' di voti su un moduletto appositamente predisposto e via!
Insomma, sano gattopardismo o resistenza passiva.
Sono d'accordo che ci vorrebbe maggiore determinazione nel respingere certi assalti. ma bisognerebbe essere decisi e coesi e invece non lo siamo. Per esempio, la dematerializzazione (che ipocrisia) è passata senza colpo ferire nella mia scuola. Non si vedono più circolari cartacee, in compenso ogni docente deve spulciarsi decine di mail ogni giorno, quasi sempre da casa propria con i mezzi acquistati personalmente, con la linea pagata ecc. In compenso finora siamo riusciti a evitare il registro elettronico.
Per i test invalsi ho l'impressione che rispetto agli anni in cui non incidevano nella valutazione finale, si stia diffondendo la tendenza a addomesticarli (forse è per questo che nell'ultimo anno, mi pare, i punteggi medi dei risultati sono migliorati) ed è giusto così perché la valutazione degli alunni spetta solo a noi.

Roberto Buffagni ha detto...

Una differenza così tra realtà e propaganda s'era vista, negli ultimi secoli, solo nei paesi del Patto di Varsavia. €URSS.

lucyrrus ha detto...

Credo, alla luce della mia pluridecennale esperienza organizzativa aziendale, che chi vuole far rientrare la scuola in condizioni accettabili, non abbia la più pallida cognizione di organizzazione.
Occorrerebbe che il Ministro si avvalesse di persone con curriculum specifico degno di rispetto.
Per quanto attiene i precari non riesco proprio a capire dove sta il problema .
Se a titolo d'esempio i numeri mi dicono che , nei prossimi dieci anni avro bisogno di X docenti, faccio un concorso per X e non per un numero illimitato.
Diversamente , come avviene per le FFAA, avro tanti Generali e Ammiragli quanti ne schiera l' Esercito e la Marina degli USA

Papik.f ha detto...

La questione dei precari, gentile lucyrrus, è semplicissima. Nascono dalla necessità di sostituire gli insegnanti assenti, poiché gli alunni non possono restare da soli o perdere un particolare insegnamento per un periodo medio-lungo (anzi, fino a qualche anno fa, neanche per uno breve).
Di conseguenza, se un insegnante si ammala per un periodo superiore ai quindici giorni, cosa che credo possa capitare anche con l'organizzazione più ferrea, occorre assumere un docente a tempo, cioè un precario. Naturalmente sarebbe possibile studiare altre soluzioni, ma questo è quanto si è fatto finora.
I numeri relativi ai docenti di cui si avrà bisogno, inoltre, oscillano fortemente da un anno all'altro, almeno per le scuole superiori, poiché in alcuni anni molti studenti preferiscono iscriversi a certi indirizzi e magari l'anno successivo consistenti preferenze si spostano verso altri tipi di scuola e un insegnante, per dire, di spagnolo in un liceo linguistico non può l'anno successivo insegnare progettazione architettonica in un artistico, o viceversa.
A questo si deve aggiungere la percentuale dei non promossi, che varia anch'essa fortemente da un anno all'altro e rende ancora più difficile determinare quale sia l'esatta esigenza di personale per l'anno successivo, figuriamoci a distanza di qualche anno.
Per quanto riguarda l'aspetto dei concorsi, comunque, lei ha ragione, poiché un numero di posti disponibili approssimativo sarebbe comunque prevedibile, riducendo, anche se mai eliminando, il fenomeno. Il fatto è che per molti anni si sono indetti concorsi che conferivano contemporaneamente l'abilitazione a insegnare una certa materia e l'accesso ai posti di insegnamento. Quindi, chi intendeva abilitarsi, doveva parteciparvi e conseguentemente, ipso facto (era qui il grave errore, o forse il voluto inghippo) si trovava inserito nelle graduatorie per l'accesso al posto; stando in queste graduatorie, rientrava tra quelli assumibili per le sostituzioni degli assenti di cui sopra. Iniziando così a lavorare a tempo determinato e ritenendo (a torto o a ragione) di maturare un diritto.

Andrea Viceré ha detto...

Gentile Prof. Israel,

vorrei esprimere una considerazione sulle scuole paritarie. Ho un figlio in un liceo paritario, e ho scelto di iscriverlo in quella scuola, anche a costo di rilevanti sacrifici, perché non ho voluto che finisse in una classe di 30 o più alunni.
Il costo della retta non è neppure deducibile dalle tasse: a me questa pare una grave stortura.
L'usuale obiezione che mi viene opposta è che lo Stato mi offre un servizio, quindi se non voglio usufruirne, sono affari miei. Ma in molti altri settori non è così, ad esempio nella sanità esistono anche i soggetti privati convenzionati con lo Stato, ad esempio molti centri di riabilitazione e cura per disabili, senza i quali la situazione di tante famiglie sarebbe terribile.
E poi, anche in assenza di convenzioni, cure dentistiche o specialistiche, ausili medici, sono tutti deducibili o detraibili dalle tasse, anche in assenza di convenzioni.
Cosa c'è allora di speciale nella scuola, che impedisce di considerare gli istituti paritari come dei soggetti alla pari, o almeno non pesantemente svantaggiati?
Perché si invocano spesso i benefici della concorrenza, ma non si accetta il principio che questa può essere benefica anche nel settore dell'istruzione?
Non c'è dietro tutto questo semplicemente una ideologia ottocentesca che considera vitale per lo Stato, novello leviatano, il controllo delle giovani menti?
Sono il primo a riconoscere che una forte scuola pubblica è garanzia di democrazia ed è il primo e più importante fattore di uguaglianza e di ascesa sociale.
Sono favorevole a un forte, stretto controllo dei programmi e della docenza nelle scuole paritarie.
E Lei ha ragione, non bisogna spostare le risorse destinate alla scuola pubblica per favorire le paritarie.
Tuttavia in un paese nel quale non c'è appalto il cui costo non raddoppi o triplichi, e in cui lo stipendio mensile di un consigliere regionale basta a pagare due o tre volte la retta in un'università statale americana, mi sembra che le risorse per riequilibrare il trattamento delle scuole paritarie, e per rafforzare quelle pubbliche, possano essere trovate, senza danno per i cittadini.

La ringrazio

Andrea Viceré

daniele ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Giorgio Israel ha detto...

Perché questa è l'esatta dizione di un celebre verso della Divina Commedia. Cos'altro vorrebbe leggere?

daniele ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Alessandra D'Amico ha detto...

Che ne pensate della disabilità e delle liste infinite riguardo a adhd, dsa, dop....e dei tagli al sostegno assolutamente irrazionali?