mercoledì 7 settembre 2005

Su darwinismo ed evoluzionismo

Ho ricevuto alcuni commenti all'articolo pubblicato sul Foglio di ieri che mostrano sorpresa circa l'affermazione che già un secolo fa il darwinismo fosse una teoria in crisi nella comunità scientifica.
Naturalmente si potrebbero dare molti riferimenti bibliografici per illustrare quanto fosse vivace la polemica e quanto fossero stati smontati interi capisaldi del darwinismo. Del darwinismo, si badi bene, non necessariamente dell'evoluzionismo.
Ma forse, ancora più emblematico del clima - tanto più perché relativo a un periodo in cui la teoria sintetica dell'evoluzione si era costituita - è il carteggio di un noto biologo e zoologo italiano - certamente in sintonia con il clima dell'epoca e tutt'altro che eterodosso (al contrario!) e certamente non creazionista... -, Umberto D'Ancona. D'Ancona era genero del celebre matematico Vito Volterra con cui collaborava in ricerche di biologia matematica. Ed ecco cosa scriveva la suocero in alcune lettere degli anni trenta: che dirsi darwinista era antiscientifico, che l'evoluzionismo restava soltanto come un'ipotesi di lavoro, e che anche la teoria delle mutazioni (base della teoria sintetica) non era in grado di dimostrare la teoria darwiniana.

Da una lettera inviata il 23 febbraio 1935:

In merito all'evoluzione non credo che oggi nessuno zoologo possa obbiettivamente dire di essere darwinista. Oramai questa è una fase superata. Si può essere evoluzionista, ma non più darwinista.
In quanto poi all'evoluzione essa è entrata su un terreno obbiettivo di sperimentazione e soltanto su quest'ultimo si può discutere. Effettivamente i risultati finora non sono molto promettenti, per cui lo scetticismo della maggior parte degli zoologi è ben giustificato.
Si può riconoscere però che l'evoluzione è sempre l'unica ipotesi plausibile di cui noi disponiamo e che fino a che non abbiamo di meglio dobbiamo ammetterla come ipotesi di lavoro.
Ma non più. Certamente si andrà avanti e si formuleranno nuove ipotesi più aderenti ai fatti. Probabilmente l'evoluzione ritornerà sotto altra forma. Ma non credo sotto la forma darwiniana perché sarebbe un ritorno indietro.
In ogni modo non si può dire d'essere darwinista o no; tale espressione sarebbe antiscientifica. È soltanto sul terreno sperimentale che si può discutere e questo è molto diverso da quello che era ai tempi di Darwin.


Da una lettera inviata il 28 febbraio 1935:

Non che io voglia discutere gli enormi meriti di Darwin, che è stato veramente geniale nella sua teoria e che ha portato il più grande contributo che mai sia stato dato alle ricerche zoologiche. Indubbiamente delle sue ricerche, oltre allo stimolo che hanno dato, molto rimane ancora, fra altro nel caso specifico la teoria della lotta per l'esistenza nei suoi riguardi all'economia della natura. Ma che la lotta per l'esistenza abbia importanza per l'evoluzione non ci crede più nessuno. Non ci crederebbe più nemmeno Darwin se vivesse.


Da una lettera inviata il 1° maggio 1936:

In Inghilterra poi, un po' anche per ragione di sentimentalismo nazionale, prendono ancora le parole di Darwin come fatti sicuri.
Invece bisogna riconoscere che dal 1859 a oggi, per merito di Darwin anzitutto, le conoscenze zoologiche hanno fatto grandissimi progressi. Quanto allora sembrava sicuramente documentato oggi non ci sembra più così sicuro. Perciò dobbiamo cercare prove nuove, fatti nuovi. Non si può quindi riesumare la teoria darwiniana senza appoggiarla su fatti nuovi. I fatti vecchi sono stati esaurientemente esaminati e discussi. Di fatti nuovi però finora non se ne vedono.
Al momento attuale l'ultima evoluzione che abbia avuto una sicura dimostrazione sperimentale è quella delle mutazioni. Ma queste non dimostrano l'evoluzione darwiniana.

3 commenti:

Attento ha detto...

Anche io ho letto l'articolo, che ho trovato veramente stimolante e illuminante. La sua affermazione che la "teoria darwiniana in senso stretto è morta e seppellita da ormai da cent’anni" è, per un non specialista come me, quasi sbalorditiva. Non intendo discuterla, sia per la fiducia che ho maturato verso di lei nella consuetudine alla lettura dei suoi articoli, sia per ammissione di ignoranza. Ma come posso spiegare e spiegarmi la mia ignoranza? Cosa è avvenuto nella storia della divulgazione scientifica della teoria darwiniana (almeno quella accessibile al grande pubblico di cui io faccio parte)? Mi sembra che non è stata neanche lasciata sospettare una così lapidaria sentenza. Credevo che il problema fosse quello di una teoria "che non richiede il ricorso a Dio per essere dimostrata" che molti voglio trasformare in una ideologia "che nega l'esistenza di Dio".

con stima e un po' di confusione

Giuseppe Romiti

Giorgio Israel ha detto...

Naturalmente io ho parlato di teoria darwiniana "in senso stretto". E in tal senso, bastano i commenti di D'Ancona che ho riportato - ma se ne potrebbero riportare tanti altri - a dar conto della crisi in cui si trovava questa teoria. Poi la si è fatta rinascere incollandone alcune delle idee di base con la teoria delle mutazioni. Ma dei tentativi esplicativi di Darwin non è rimasto nulla. Questo dal punto di vista del rigore storico, di cui spesso alla divulgazione ed anche agli scienziati professionali non importa nulla, per cui si è continuato a chiamare darwinismo una teoria dell'evoluzione che differisce da quella di Darwin su aspetti fondamentali. Tuttavia, anche nella nuova versione la teoria evoluzionistica è tutt'altro che al riparo da critiche. Anzi, è in fallo su punti cruciali. La bibliografia è sterminata. Basta andare su Amazon e iniziare dai volumi di Michael Denton e poi vedere quanti libri critici sono usciti in materia, scritti da scienziati e non da teologi o fondamentalisti cristiani creazionisti (poi ci sono anche quelli). Perciò è una menzogna parlare di una teoria scientifica convalidata a fronte della quale c'è la reazione creazionista e fondamentalista. Molti dei critici della teoria dell'evoluzione (presente, quella darwiniana originale è impresentabile) non sono religiosi ed entrano profondamente nella tematica scientifica. E non vale l'argomento che nessuno abbia saputo opporre una teoria alternativa. Soprattutto perché la teoria dell'evoluzione non è come la meccanica classica, che funziona egregiamente nel caso macroscopico e a basse velocità, e in questo contesto non è in contraddizione con la teoria della relatività: qui siamo in presenza di una teoria che non spiega e basta. Sarebbe più onesto ammettere che il tema è così drammaticamente difficile (il più difficile: nientemeno che le origini della vita e delle specie) che ancora ne sappiamo poco o nulla e possediamo soltanto ipotesi largamente intrise di metafisica (spiritualista o materialista-atea), com'è inevitabile dato l'argomento.

Attento ha detto...

La ringrazio per la risposta.
Ho avviato una ricerca bibliografica che mi ha dato la possibilità di constatare che il dibattito sulla teoria dell'evoluzione è più ampio di quello che immaginavo. Ho trovato diverse fonti (poche delle quali in italiano) che rivendicano una dignità scientifica per teorie che ipotizzano l'esistenza di un "disegno intelligente" nella Natura. L'aspetto che ignoravo è che sono proposti a sostegno di queste teorie argomenti scientifici e non filosofico-religiosi: le evidenze paleontologiche, il richiamo ai primi due principi della termodinamica, la confutazione delle ipotesi sulla formazione degli apparati "complessi" (occhio, orecchio, ecc.). Potrebbe essere un bella disputa fra addetti ai lavori dalla quale potrebbe trovare giovamento la nostra conoscenza.
Peccato che questo confronto è rovinato da fondamentalismi di vario tipo.
La contatto nuovamente proprio per sottoporle un esempio molto evidente di assolutismo, per comprendere il quale non è necessario essere "addetti ai lavori".
In questi giorni nelle principali edicole di tutt'Italia è presente il nuovo numero della rivista MicroMega intitolato "La natura umana" (il minuscolo non è mio). Sono rimasto colpito dall'articolo così titolato e sottotitolato: "L'HOMO SAPIENS E IL SUO FRATELLO SCIMPANZE' - L'antropologia molecolare afferma: uomo e scimpanze' sono uguali al 98,4 - 99,4 per cento, e tale scimmia andrebbe inserita nel nostro stesso genere. Il che implica che non siamo più l'unica specie sopravvissuta di un'antica linea evolutiva, ma condividiamo questo destino con gli scimpanze'" (autori: Biondi e Rickards).
Alcuni estratti: "...Ma è solo l'evoluzione che spiega la vita e solo l'evoluzione le e' necessaria. Creazione ed evoluzione sono quindi in conflitto permanente.." notevoli sono gli sviluppi del ragionamento e le conclusioni "...siccome noi siamo il frutto esclusivo dell'evoluzione, e quindi della natura, ogni nostra sostanza e ogni nostro atto sono naturali...Quello che siamo stati in grado di fare, quello che siamo in grado di fare e quello che saremo in grado di fare - e ciò che fanno gli altri animali - non è "contro natura", dal momento che l'evoluzione e quindi la natura ci hanno messo nelle condizioni di poterlo fare, ma non è detto che tutto quello che si può fare, e che sarebbe naturale fare, lo si debba fare. Solo, si dovrebbe sempre avere a mente che il concetto "contro natura" è semplicemente estraneo all'evoluzione e alla natura: si potrebbe dire che non è affatto un concetto scientifico".
Ma se per questi signori la "vita" è così ben racchiusa in una teoria "scientifica" perchè cercare fuori della scienza il criterio per stabilire cosa si può fare e cosa non si deve fare? Allora, se niente è "contro natura", se il "bene" e "male" non hanno significato per la scienza, lasciamo che tutte le multiformi e fantasiose espressioni della cattiveria umana possano avere libero corso.
Grazie per l'attenzione.