domenica 9 novembre 2008

Merito, responsabilità, rigore

Finalmente c’è chi comincia a comprendere la coerenza del ministro Gelmini. “Una prova di coraggio” ha scritto il Corriere della Sera a proposito del decreto sull’università: senza arroganza, tenendo aperto il dialogo ma senza rinviare alle calende greche e senza curarsi dei consigli di coloro che, da ogni parte, spingevano per lasciar perdere in attesa di tempi migliori.
Si era detto che la scuola e le università italiane erano state sottoposte a troppi stress per poter tirare loro addosso in pochi mesi nuove riforme globali. E così ha fatto Mariastella Gelmini, iniziando con pochi, ristretti ma significativi provvedimenti riservati alla scuola. Era importante che fosse significativa e chiara la loro direzione. La direzione era quella di un appello promosso prima delle elezioni dal Gruppo di Firenze, sottoscritto da una quindicina di professori universitari e fatto proprio dal ministro: merito, rigore, responsabilità. Tre parole semplici ma piene di significato, se erano bastate a far saltare i nervi ad alcuni sindacalisti e a qualche ex-ministro che erano trascesi all’insulto. Il famoso decreto Gelmini sulla scuola iniziava a percorrere questo cammino su tre questioni circoscritte ma importanti: voto in condotta, voti in pagella e maestro prevalente. Quest’ultima scelta – non ci stancheremo di ripeterlo – rompe con la consuetudine più che trentennale di usare la scuola come ammortizzatore sociale e risponde a una visione pedagogica più che corretta. Apriti cielo. In mancanza di argomenti seri si è messa in piedi una campagna di controinformazione demagogica che ha confuso tutto concentrando l’attenzione sui tagli introdotti dalla legge 133, ovvero dalla pre-finanziaria, che però riguardavano l’università. Ogni tentativo di far capire che sull’università non si era ancora deciso nulla è stato vano.
Siccome nel nostro paese circolano molte qualità meno quella della perseveranza e della determinazione, si è cominciato a invitare insistentemente la Gelmini a tirare i remi in barca e tirare a campare (che poi, contrariamente a quel che fu detto, è la via maestra per tirare le cuoia). Sembrava che un po’ di fracasso in piazza fosse bastato a dissolvere i flebili spiriti thatcheriani circolanti, a far dimenticare che chi conta sono gli elettori e che le decisioni difficili e di indirizzo si prendono a inizio legislatura senza badare a qualche punto di gradimento in meno.
Il decreto sull’università di ieri è stata una risposta esemplare. Pochi punti, ma di significato chiarissimo. I concorsi banditi all’inizio dell’anno con la deroga della doppia idoneità – esempio preclaro dei guasti che produce il consociativismo! – non possono essere bloccati, ma il decreto cambia almeno il meccanismo di formazione delle commissioni introducendo una meccanismo aleatorio che scombina consistentemente i piani e le cordate con cui si decidono a priori i vincitori. Da un lato i tagli previsti dalla finanziaria sono confermati, e ciò costituisce un persistente richiamo al senso di responsabilità delle università che sono chiamate energicamente a fare la loro parte tagliando lauree e corsi inutili e magari anche sedi. D’altra parte s’inizia a dare un senso preciso ai tagli: il blocco del turn over viene ridotto al 50%, a condizione che il ricambio di docenti venga fatto in favore dei giovani e viene stanziato un fondo per borse di studio per gli studenti più meritevoli. Insomma, largo ai giovani, ma non in quanto tali, bensì in quanto giovani meritevoli. Le borse non debbono essere un sostegno di stato per parcheggiare nell’università. Il ricambio dei docenti deve avvenire a favore dei migliori, non per un ringiovanimento fine a se stesso. Infine, i fondi di dotazione delle università non saranno tagliati in modo indiscriminato bensì favorendo quelle più virtuose sul piano finanziario, didattico e scientifico e penalizzando le altre.
In conclusione, il messaggio è lo stesso: merito, rigore, responsabilità. È da augurarsi che venga inteso e che si capisca che, se pure l’esigenza di operare tagli è inderogabile, qui non si sta tagliando a casaccio ma lo si sta facendo con criteri chiari e coerenti. Sarà difficile che la ragione prevalga in chi vuol mantenere in piazza il “movimento”. Si sono sentite alcune reazioni sindacali di soddisfazione perché il governo avrebbe finalmente accettato di dialogare (un modo come un altro per esibire una vittoria) ma che ribadiscono che nel merito tutto è da discutere, a cominciare dal maestro prevalente… Insomma, il gioco delle tre carte: prima si teneva acceso il fuoco sotto la scuola col pretesto dell’università, ora si tenterà di tenere acceso il fuoco sotto l’università parlando di scuola. Il giochetto non dovrebbe avere futuro, visto il diffondersi di valutazioni responsabili da parte di chi ha a cuore l’istruzione e non obbiettivi di conservazione di poteri o privilegi consolidati; a meno che il “movimento” non venga alimentato da moventi che con i problemi dell’istruzione non hanno nulla a che fare, come lascia temere quel che è accaduto a Roma ieri.
È coerente con questi provvedimenti parziali il rinvio a un disegno di legge generale della riforma complessiva del sistema – e ciò vale sia per l’università che per la scuola – in una prospettiva di confronto e di discussione aperta che però – si badi bene – non si configura come il confronto tra governo da un lato e, dall’altro, opposizione, sindacati e rappresentanze di docenti e studenti. Sulle questioni di fondo vi sono divergenze che tagliano trasversalmente questi blocchi. Su come intendere l’autonomia esistono punti di vista molto diversi all’interno dei vari schieramenti. Il problema dei meccanismi concorsuali – tendenza a procedure sempre più localistiche o liste nazionali di idonei al cui interno assumere – è molto complesso e di soluzione non facile. La questione della valutazione è delicatissima e divide chi crede ciecamente in tecniche scientifiche oggettive da coloro che privilegiano il fattore umano e qualitativo nel giudizio. Ancor più delicato è il problema dei contenuti degli insegnamenti: il fronte di coloro che predicano un insegnamento “olistico” – si parla di inventare per la scuola una sorta di supermateria scientifica che le unifichi tutte in un grande frullato al fine di preparare “competenze” utili nelle applicazioni – vede insieme ambienti imprenditoriali molto sensibili alle loro esigenze e poco a quella della formazione culturale e i soliti pedagogisti del pensiero “complesso”.
Si vedrà. Tutto ciò è demandato giustamente a un dibattito più ampio. Quel che conta è l’aver indicato chiaramente, con il metodo pragmatico e costruttivo dei provvedimenti parziali ma incisivi, i binari su cui si deve comunque procedere: merito, responsabilità e rigore.
(Libero, 8 novembre 2008)

48 commenti:

Riccardo ha detto...

Io non capisco bene tutte queste manifestazioni a favore dell'università, quando il problema è concentrato prevalentemente sulla scuola.
Come non capisco come possano scioperare i dipendendti dell'Alitalia, società sull'orlo e forse oltre il baratro del fallimento.

rosamaria ha detto...

Non si preoccupi, Riccardo, in Italia c'è un'altra persona che ha espresso i suoi stessi dubbi.
Per ora è in buona compagnia.

Giorgio Israel ha detto...

E chi è? Non mi dica che è Berlusconi...

francesco ha detto...

Caro professor Israel,

mi permetta di iniziare con un grazie di cuore per la sua instancabile attività a favore di un ripristino dei contenuti disciplinari come centro della formazione sia dei nuovi docenti che degli studenti. Il grazie viene da un insegnante di matematica e fisica nelle superiori al quale piacerebbe tanto concentrarsi sulle proprie materie senza soccombere sotto l’onda dilagante dell’insopportabile pedagogismo. Ma non entro nella questione, perché le scrivo per altri motivi. Ho letto che lei presiede una commissione volta a definire le modalità di formazione dei nuovi docenti.
Mi sono immediatamente chiesto: a che può mai servire quella che potrebbe essere un’ennesima operazione di restyling facciale se non si affianca ad essa una netta determinazione a bloccare i meccanismi che innescano il precariato?
Sono entrato in ruolo con il concorso ordinario del 1999, senza nemmeno fare una sola ora di supplenza. Ancora non so se fu un miracolo (in parte lo fu di certo) od una meravigliosa prova di come in uno stato democratico un (allora) ventottenne disoccupato potesse entrare in una stanza con in mano la sola penna ed uscirne con un posto di lavoro. Non conoscevo gli esaminatori, non avevo nessuna raccomandazione, non avevo fatto nessuna interminabile anticamera da precario, ma mi ero dedicato all’unica cosa che sapevo fare: tanto, tanto studio.
Al concorso ordinario si affiancò una sessione riservata di abilitazione, a favore dei precari di lungo corso. Ebbene, quello stesso anno, 1999, partì pure la SSIS, e sembrava che si fosse imboccata quantomeno la giusta direzione, pur con tutte le limitazioni imposte da una situazione caotica dove, quale che sia la decisione che si prende, si calpesta comunque un qualche interesse (legittimo o meno che sia).
Capii che le cose non stavano andando nel verso giusto già nel 2001, nel 2002 e poi nel 2006. Il ministero, su incessante pressione dei sindacati, bandiva allegramente ben altre tre sessioni riservate di abilitazione, con grande disappunto dei “sissini” e di alcuni dei loro docenti. Ingenuamente pensavo che si stessero offrendo nuove opportunità a quei precari di lunga data, che non si erano abilitati con la sanatoria del 1999,. Non era così: le sessioni riservate erano aperte soprattutto a chi aveva almeno 360 giorni di abilitazione. Precari freschi, nuovi di zecca, gente sulla trentina. E da dove mai erano spuntati costoro se dal 1999 ad oggi l’ingresso nella scuola sarebbe dovuto passare solo per la SSIS, che aveva un numero di posti blindato?
La risposta era: dalla “fabbrica dei sogni”, la graduatoria d’istituto di terza fascia. Si perché parallelamente alla SSIS era sempre stato possibile fare domanda di supplenza da non-abilitati, rendendosi disponibili per le supplenze brevi, quelle di competenza dei capi d’istituto. E’ così che, di settimana in settimana, ora in una scuola, ora in un’altra, ogni due-tre anni molti accumulano i 360 giorni richiesti per la sanatoria.
Per molto tempo, sonnecchiando, ho pensato che non ci fosse niente di male: se gli abilitati non bastano a coprire le vacanze temporanee, certo che bisogna chiamare i non-abilitati, beninteso una volta esaurita la graduatoria degli abilitati. Ma poi mi sono svegliato di soprassalto. Gli abilitati non bastano a coprire la richiesta di supplenze? L’oceano sterminato di persone tra i trenta ed i cinquant’anni che possono fregiarsi del titolo di abilitazione non basta a soddisfare la richiesta? Alla SSIS non si sono fatti forse bene i conti sul fabbisogno della scuola? Questa risposta suona senz’altro paradossale, e difatti la spiegazione delle supplenze dei non-abilitati va cercata altrove, nel micidiale meccanismo delle 20 scuole.
Il nodo è questo: per le supplenze brevi, tutti, abilitati e non, possono inoltrare domanda solo a 20 delle scuole della provincia di appartenenza. In questo modo la graduatoria d’istituto di ogni classe di concorso non credo conti più di una settantina di abilitati. Certo, non appena un docente di ruolo si ammala, vengono contattati uno per uno, ma per esperienza so che, specie nella seconda parte dell’anno scolastico non è raro il caso che siano tutti già impegnati. E così si passa a spuntare i nomi della mitica terza fascia, quella dei non-abilitati. E gli altri settecento (si, 700) docenti abilitati della stessa provincia, vengono tranquillamente scavalcati .Scavalcati da chi non ha titolo ad insegnare, solo perché per puro caso non hanno inserito fra le loro 20 scuole quelle dove si sono ammalati gli insegnanti della loro disciplina.
I non-abilitati sono giovani, spesso non hanno superato il test d’ingresso alla SSIS, qualcuno è in attesa della prossima sanatoria. Precari nuovi di zecca da immettere nel circuito per una via che trovo profondamente ingiusta e lesiva di un diritto elementare. Mi sono chiesto a chi giovasse mai un meccanismo d’innesco del precariato così fuori controllo, e per giunta così ingiusto e cervellotico: basterebbe attingere ad un’unica graduatoria provinciale per non violare i diritti di nessuno.
Temo che gli unici beneficiari siano i sindacati, che nel 1999 non vollero perdere il controllo del reclutamento nella scuola demandandolo per intero alla SSIS. Se così fosse, allora sarebbero proprio quelle organizzazioni che con la voce protestano contro il precariato, ma nei fatti lo hanno alimentato, con lo scopo di non veder ridurre la mole di lavoratori che li supporta.
Quanti precari in meno avrebbe la scuola oggi, se dal 1999, il sindacato non avesse surrettiziamente pressato a favore di un reclutamento parallelo, antimeritocratico e del tutto incontrollabile?
E perché mai il ministro, invece di chiudere la SSIS non ha bloccato l’accesso alle cattedre dei
non-abilitati? E’ come chiudere il portone lasciando aperte tutte le porte di servizio.
Se posso permettermi, professore, finché non saranno eliminati i meccanismi atipici di reclutamento come il sistema delle 20 scuole, sarà inutile qualunque suo sforzo per elaborare una formazione dei docenti, che risulterebbe soltanto una bella intonacata sulla facciata di un edificio il cui retro è pieno di crepe attraverso le quali entra chiunque.

Cordialmente
Francesco Poli

Giorgio Israel ha detto...

Può darsi che non serva a niente. Ci è stato chiesto di disegnare un percorso di formazione serio e questo faremo, con rigore. Poi il controllo politico non ci appartiene. Ma questo non significa che si faccia da paravento a nulla e nessuno. Mi sono già preso abbastanza insulti e persino la richiesta da parte di alcuni semianalfabeti di rendere conto dei miei titoli accademici perché sia chiaro cosa penso di certe prassi scellerate.

rosamaria ha detto...

No, Professore, è la ministra (adn kronos, 17 ottobre 2008)

Giorgio Israel ha detto...

Bene, aveva ragione. E, soprattutto non è lei soltanto a dirlo, ma ormai tantissime persone e non poche dell'opposizione. Ha letto gli interventi di Pirani su La Repubblica, di Palombelli sul Riformista, di Sartori sul Corriere? Ecc. Ecc. La compagnia è sempre più nutrita.

massimo ha detto...

Gentile professore, sono sempre il massimo "rompiscatole" del latino...Volevo sapere se e quando noi neo-laureati sapremo in che direzione investire le nostre risorse riguardo al futuro, dato che ora sono bloccate al palo; vale a dire quando potremo avere notizie circa il nuovo percorso che giunge all'abilitazione all'insegnamento. Non chiedo lumi su quali saranno i criteri di una nuova scuola di specializzazione o di un concorso: so benissimo che al momento non potrebbe darne. Vorrei solo un ragguaglio sulla tempistica. Siamo in tanti ad aspettare. Ci sarà qualche notizia prima dell'approvazione della finanziaria, come si era detto? Oppure dovremo attendere l'anno prossimo? Grazie mille.

Giorgio Israel ha detto...

Non è un segreto (perché è nel decreto di nomina) che il Gruppo di lavoro da me presieduto ha come termine la fine di questo mese. Ora, è chiaro che di fronte a una tematica così complessa e delicata qualche giorno in più può essere indispensabile. Ma mi spingo a dire che per Natale il "regalo" dovrebbe arrivare.

feynman ha detto...

la compagnia sarà pur nutrita ma la questione è la seguente: coi tagli INDISCRIMINATI attuati sinora nella scuola media superiore ci state fornendo classi prime e seconde composte da 28-29-30 alunni. Quel che la fninanziaria estiva ci prepara per i prossimi anni peggiorerà ancor di più la situazione (coi tagli di personale docente e non docente). Vi rendete conto o no dalle parti del ministero che questo è un problema gravissimo segnalato da TUTTI gli insegnanti di scuola media superiore? Come si può fare buona didattica in una classe di prima o seconda superiore composta da 30 alunni? Ci vogliono investimenti mirati, non tagli indiscriminati. E bisogna ascoltare chi nella scuola ci lavora.

anna ha detto...

Caro Professore,
c'è qualche speranza che gli "assi culturali" del biennio unitario, pieni di obbiettivi deliranti, vengano eliminati dal Ministro prima che possano dare il colpo di grazia alla già agonizzante scuola media superiore? Si andrà ad una revisione dei faraonici OSA previsti dalla riforma Moratti ed ereditati pari pari dalla precedente gestione Berlinguer?

Giorgio Israel ha detto...

Le pare facile? Quella è legge dello stato e può essere abrogata soltanto da un'altra legge. Cambiare l'"opera2 di un paio di decenni richiede una lunga marcia. Pazienza e soprattutto determinazione. Richiede soprattutto che gli insegnanti continuino a fare il mestiere di insegnante a dispetto di tutto, e non i "facilitatori".

agapetos ha detto...

A Feynman: l'introduzione dei cosiddetti "debiti formativi" ha devastato la scuola molto più dell'incremento del numero di studenti per classe.
Onore a Fioroni che ha eliminato questa vergogna.
Vogliamo dire che l'attuale governo punta soprattutto a risparmiare? diciamolo pure, ed io sono d'accordo. Però certe ramanzine, fatte da partiti che in passato hanno approvato le riforme più sfasciste, proprio non le accetto.

Giorgio Israel ha detto...

Conviene leggere l'ottima intervista del ministro Gelmini su La Repubblica: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-7/interv-gelmini/interv-gelmini.html

MrTree ha detto...

Che pena. Quanto spreco di neuroni profuso in opinioni così palesemente partigiane e ingiuste. Quand'è l'ultima volta che l'emerito professore ha davvero parlato faccia a faccia, senza filtri, con qualcuno sotto i 20 anni? Intendendo 'giovani' meritevoli o meno meritevoli. O ancora meglio, con un universitario che non sia un suo 'sottoposto', studente o dottorando o ricercatore? La vecchiaia è tremendamente colpevole quando si dimentica di come ragionano e di cosa vogliono le menti giovani, considerandole sempre facile preda delle strumentalizzazioni politiche. Dietro la protesta banalmente deprecata non ci sono solo i soliti profittatori del pubblico impiego, ma anche giovani in difficoltà in un paese come l'Italia, che non si sentono tutelati da una riforma scolastica/universitaria come quella di questo governo.
E scrivo questo cose da giovane, da insegnante, da dottorando e da uomo non affiliato o simpatizzante verso alcun partito politico.

S.B.

Giorgio Israel ha detto...

Caro "giovane insegnante dottorando" lei che ne sa di me e dei miei rapporti con i "giovani"? Quanto è squallida la "gioventù" che si rende impermeabile agli argomenti dei "vecchi" rifugiandosi nella categoria della contrapposizione "vecchi-giovani"... Sarebbe stato più dignitoso rispondere nel merito, con argomenti, invece di sindacare con parole avvilenti la mia "vecchiaia" dietro lo schermo di MrTree S.B. Senza orrore di se, avrebbe detto Petrolini.

Riccardo ha detto...

Buongiorno,

forse mrtree aka S.B. è iscritto a al corso Comportamento Del Cavallo (Corso di laurea in Scienze E Tecniche Equine) dell'Università degli studi di Parma e si sente minacciato dalla riforma universitaria, essendo l'unico iscritto al corso.

feynman ha detto...

ricordo ad agapetos che gli esami a settembre sono stati aboliti dal primo governo Berlusconi. Ministro D'Onofrio. E che sono 14 anni che nella scuola ne diciamo peste e corna. Non è questione di partiti politici, è questione di dare alla scuola le giuste risorse. Se agapetos è contento di insegnare in classi da 30 e, con la deroga, fino a 33 alunni di scuola superiore buon per lui. Studenti, famiglie, colleghi non sono certo contenti.

MrTree ha detto...

Ha ragione. Non so nulla del suo rapporto diretto con i giovani. Tiravo a indovinare, ma non mi pare di aver colpito troppo lontano dal segno.
Se il problema è l'anonimato, non ho nessun problema a scrivere che mi chiamo Stefano e che di cognome faccio Bonchi. Sono un egregio signor nessuno. MrTree è uno pseudonimo, non uno schermo; immagino siate tutti familiari con il termine, vero?

No, non sono l'unico iscritto a un corso di laurea pazzesco come quello (forse ironicamente) citato da Riccardo. Nessuno qui, me incluso, giustifica le aberrazioni dell'università italiana o certi abusi di un 'potere' pubblico troppo spesso maneggiato dalle persone sbagliate. Ma un conto è correggere, e un conto è rischiare di distruggere. Merito, rigore e responsabilità secondo me si coniugano male con altre parole come "università-fondazione", "riduzione di fondi pubblici", "scuola privata". Il mio intervento, volutamente dai toni caustici, a me sembrava nel merito, eccome.

E comunque "sé", accompagnato dal proprio orrore o senza, si scrive con l'accento. Lei non è forse "un paranoico della parola", come citato nel suo profilo?

Infine due parole solo per ricordarle che chi ha un blog, anche se moderato, si espone per forza alle critiche, ai commenti, al dissenso. Altrimenti per quale motivo scriverebbe attraverso uno strumento simile?

Appunto, per quale motivo?

rosamaria ha detto...

debiti, esami di riparazione... e chi più ne ha più ne metta. Se tutto si facesse nel migliore dei modi la sostanza non cambierebbe. D'Onofrio avrebbe voluto che gli stessi insegnanti si facessero carico della "riparazione"; ma, si sa, tra il dire e il fare....

Giorgio Israel ha detto...

Critiche e dissensi ne trova quanti vuole su questo blog. Quali critiche conteneva il suo precedente intervento? Nessuna. Salvo alcune illazioni spiacevoli circa i miei rapporti con i giovani. È stato pubblicato e quindi di cosa si lamenta? Oltre a dire quello che le pare vuol avere anche il diritto di non ricevere risposta? Ha tirato a indovinare e dice di non aver colpito lontano dal segno. E cosa glielo lascia credere? Lei dice che merito, rigore e responsabilità si coniugano male con università-fondazione, ecc. È una sua rispettabile opinione, come lo è quella opposta (che non è necessariamente la mia). Definire le opinioni diverse dalla sua come manifestazioni di una vecchiaia tremendamente colpevole di non saper parlare con i giovani non è un argomento ma soltanto una volgarità inammissibile in chi pretende anche di insegnare agli altri.

agapetos ha detto...

Sì, lo so bene che è stato il centrodestra a proporre quella vergogna, ed il centrosinistra ad abolirla.
Nella scuola siamo stati in tanti a dir peste e corna dei debiti, ma non mi risulta che i sindacati siano scesi in piazza.
Non dico di essere contento di insegnare in classi numerose. Ma le difficoltà che ciò mi crea sono infinitamente minori rispetto ad altre per cui nessun sindacato è sceso in piazza.
E' più che legittimo criticare l'operato di qualsiasi governo, e ci mancherebbe altro, ma chiamare questo "distruzione della scuola", quando poi questa distruzione è stata già compiuta o avallata dagli stessi signori... è altrettanto legittimo, ma ha la stessa serietà della frase: "nella scuola non ci sono fannulloni".

Luigi Sammartino ha detto...

Non ho ben capito in cosa consiste questa riforma dell'università nel senso di fare di queste delle "fondazioni". Se qualcuno mi può aiutare a capire meglio di cosa si tratta mi fa una gran cortesia.

Tuttavia anche io sono estremamente scettico ad un inserimento del privato nel sistema scolastico e universitario, soprattutto in un paese come l'Italia dove il sistema di imprese è in generale di livello tecnico e scientifico molto basso.

Io penso anche che una comparazione tra sistemi scolastici e universitari diversi andrebbe fatta anche andando a "ficcanasare" nei "panni sporchi" di altri paesi.

Infatti, anche il sistema universitario tra i migliori del mondo, e cioè Harvard, ha le sue storture.

http://guide.supereva.it/ironia/interventi/2006/08/266918.shtml

http://www.llm-guide.com/board/29767

E certamente colpisce pure il fatto che le università americane accolgano così benevolmente gli studiosi europei (almeno così appare in certi programmi televisivi). Forse anche perché in casa loro non li sanno formare ed è più semplice importare quelli europei più istruiti.

Ripeto, io sono personalmente contrario a processi di privatizzazione - anche parziale - dell'università, soprattutto in un paese come l'Italia le cui imprese private (medio-piccole) non sanno cosa farsene né di scienza né di tecnologia ... figuriamoci poi della cultura umanistica. Io ho avuto dirigenti con la terza media, se la cosa può interessare!!

Ad esempio, in tutte le società di informatica in cui ho lavorato io - e ripeto in tutte - le conoscenze necessarie e sufficienti per lavorare con profitto si possono costruire attraverso un semplice corso di sei mesi (i corsi finanziati dalle Regioni, per esempio). Persino un Perito Industriale è eccessivamente preparato, figuriamoci un fisico o un ingegnere.

Io personalmente di tutto quello che ho studiato a scuola (Matematica fino alle equazioni differenziali e alle trasformate di Laplace, Calcolo delle Probabilità, Teoria dei Sistemi, Programmazione logica e ricorsiva, ecc. ecc.) non ci ho fatto praticamente niente. Mi han fatto studiare persino i sistemi esperti e la IA i miei professori!! Alle società private queste cose non interessano perché non servono al "business".

Io sono più per cercare di rendere efficiente la struttura pubblica lasciandola pubblica, anche se lo so che l'istruzione pubblica funziona male. Ma io credo che in Italia l'istruzione funziona male proprio perché il nostro sistema economico non ha alcun bisogno di personale preparato e qualificato dalle nostre scuole e università.

Scusate se faccio il marxista, ma in fondo sono i rapporti di produzione che determinano poi la mentalità. E dato che il sistema industriale italiano è a bassa qualifica anche il sistema di istruzione fa acqua. Infatti 20 anni fa quando l'industria italiana andava meglio e produceva tecnologia, anche le scuole erano più esigenti e rigorose. Ora che il grosso della domanda di personale è a basso livello di scolarizzazione e i posti migliori se li prendono quelli che hanno ovviamente le spinte giuste, è ovvio che anche il sistema di istruzione abbia perso credibilità.

Privatizzare anche parzialmente le università secondo me peggiorerebbe soltanto.

Saluti.
Luigi Sammartino.

Fabio ha detto...

Ecco un articolo dell'Economist sui provvedimenti di queste settimane. Un po' a sorpresa difende il ministro.

Higher education in Italy - A case for change.

Giorgio Israel ha detto...

Ma perché a sorpresa? Soltanto perché qui dilagano le bugie.

Luigi Sammartino ha detto...

Professore, mi voglia perdonare la provocazione. Ma lo stesso Economist si è espresso favorevolmente a favore dell'abolizione del latino nelle scuole.

Fabio ha detto...

A sorpresa perché il giornale ha fama di essere uno dei primi detrattori dei governi Berlusconi all'estero (soprannominato "Ecommunist" da alcuni).

Lucio ha detto...

E certamente colpisce pure il fatto che le università americane accolgano così benevolmente gli studiosi europei (almeno così appare in certi programmi televisivi). Forse anche perché in casa loro non li sanno formare ed è più semplice importare quelli europei più istruiti.

Questa teoria, che ho gia' sentito tante volte, secondo la quale le universita' e gli istituti di ricerca americani vanno a caccia di cervelli negli altri paesi perche' il loro sistema educativo non riesce a formarli bene come altrove e', a mio avviso, semplicemente falsa. La ragione, invece, e' perche' le universita' americane non guardano la tua provenienza ma solo quello che sai fare, o il tuo record accademico, o il tuo voto nei test che hai dovuto superare. Allora, trovando sicuramente persone valide (quanto le loro) al di fuori dell'America, non si fanno problemi a "reclutarle", senza frapporre barriere nazionalistiche come facciamo noi (in Europa in generale, ed in Italia forse di piu'). Anzi, offrendo condizioni migliori sia dal punto di vista economico che da quello delle strutture e dei mezzi per far ricerca e per studiare. Per non parlare dell'indipendenza scientifica, che qui da noi puoi raggiungere, forse, a cinquant'anni, quando ormai la tua fase produttiva migliore e' passata.

Cordialmente,
Lucio Demeio

Caroli ha detto...

Un paio di commenti:
Mrtree: è libero di dire quello che vuole: per me (al di là degli insulsi insulti) si è parlato addosso.

Luigi Sammartino: ma dove ha lavorato? Io ricordo con gratitudine un'Azienda di Bogliasco (Ge) dove eravamo tutti laureati (e ci è servito, lo studio fatto, eccome!), azienda dalla quale mi sono separato con la morte nel cuore, sia per ragioni umane che per ragioni professionali, e comunque solo per ragioni di famiglia, quattrocento chilometri da casa essendo troppi. Le università private? Basta andare in quelle che ci sono (Bocconi, Urbino, Cattolica) per rendersi conto di un'eccellente qualità.

La critica alle fondazioni, infine. In che senso viene posta? Perché molte strutture altamente benemerite (Marcello Candia, ad esempio) sono fondazioni. Vorrei capire.

Luigi Sammartino ha detto...

Rispondo al prof. Demeio.

Quanto lei sostiene è giustissimo. Il sistema di reclutamento dei ricercatori è, negli USA, basato sulle capacità e conoscenze. Ed è vero pure che non vi è alcun pregiudizio riguardante la nazione di origine del ricercatore.
Questa però non è una confutazione di quanto ho detto io, anzi semmai una conferma. Infatti, se il sitema educativo americano fosse efficiente quanto quello europeo, allora dovremmo avere un numero maggiore di ricercatori americani nei dipartimenti americani, tenuto almeno conto del fatto che gli americani non hanno oltretutto l'ostacolo della lingua straniera.
Invece, nonostante una potenziale posizione di vantaggio dei laureati americani, alla fine sono gli stranieri quelli che occupano la maggioranza dei posti di ricerca nelle università statunitensi.
Per quale motivo accade questo? Proprio perché i sistemi di reclutamento sono rigorosi e per fare ricerca devi essere preparato davvero. E e gli americani falliscono la selezione.

E così accade per esempio che Paolo Minero, ricercatore in teoria dell'informazione a Berkley, racconta di avere colleghi provenienti da tutto il mondo, tranne che statunitensi.

Del resto quello di importare figure di alto profilo dall'estero è una scelta politica che gli americani hanno appreso proprio a partire dal progetto per la costruzione della bomba atomica.

Rispondo a Caroli.
Io ho lavorato in società "importanti" quali Ericsson Telecomunicazioni e ho conosciuto anche società quali Nortel e Nokia (perché molti miei colleghi sono andati a lavorare là...tutti Periti Industriali)
Ho lavorato poi in società tra le più importanti nell'ambito della IT, sia in Italia che all'estero. L'ultimo progetto l'ho fatto a Parigi per Accenture. Tutto quello che ho fatto in queste aziende l'ho fatto col mio modestissimo diploma di Perito Industriale.

In più di 16 anni di esperienza, una sola volta ho fatto un programma Object Oriented con visite di alberi n-ari (ma perché l'ho voluto fare io..per non annoiarmi troppo).

Ho lavorato due anni in Francia. Su un progetto ho lavorato a fianco a un PhD...ma facevamo le stesse cose, lui col suo titolo di dottore di ricerca e io sempre col mio diplomino (credo però che la mia laurea in Filosofia sia stata comunque riconosciuta per quel ruolo).
In Francia però c'è una differenza importante. Se non hai una laurea non avrai mai un ruolo di manager, seppure puoi ambire a ruoli di moderata responsabilità. Ad esempio, in una società di Sophia Antipolis fu assunto un matematico che dopo un periodo di gavetta è andato a lavorare a fianco del direttore dei progetti IT. Stessa cosa per gli ingegneri. Dopo un periodo di tempo crescono di livello e hanno ruoli sempre più importanti. Se non hai la laurea in Francia questo è impossibile!!!

In Italia ho avuto dirigenti e amministratori delegati in buona parte non laureati. E alcuni persino con la terza media.
Del resto in Italia abbiamo avuto anche ministri delle finanze con la terza media. E poi si discute tanto che la scuola non ha credibilità o di quale riforma sia meglio adottare.
Io partirei dal solito approccio marxista: creiamo prima un'economia che valorizzi le competenze tecniche e scientifiche e poi pensiamo alla scuola.

Cordiali Saluti.
Luigi Sammartino

Giorgio Israel ha detto...

Il "solito" approccio marxista... Si è visto cosa ha prodotto... Dio ce ne scampi e liberi. Bisogna pure prendere atto dei risultati, che diamine...

Luigi Sammartino ha detto...

Marx diceva che solo nei paesi con un un sistema industriale avanzato come la Germania si poteva ambire alla rivoluzione comunista. Poi Lenin ha invertito il discorso...e il comunismo è nato in un paese latifondista e feudale qual era la Russia. E così si è passati dall'aristocrazia latifondista alla nomenklatura comunista.

Però che il sistema di produzione influenzi almeno in parte le mentalità o "coscienze collettive" io trovo che sia vero, seppure, ripeto, solo in parte e con le dovute precauzioni. Ad esempio, trovo poco discutibile che in Europa il femminismo abbia ottenuto quello che ha ottenuto proprio grazie al fatto che durante la prima guerra mondiale (e ancor di più durante la seconda) erano le donne quelle che producevano in fabbrica, sia le armi che tutto il resto. Dopo la fine della seconda guerra mondiale le donne avevano oramai un tale ruolo d'importanza nel sistema produttivo che tornare indietro non si poteva più.

Stesso discorso per la scuola. Quanto conta la formazione generale nel sistema produttivo italiano? Secondo me molto poco.

Saluti.
Luigi Sammartino.

Lucio ha detto...

Rispondo a Luigi Sammartino. Sinceramente non credo che ...
alla fine sono gli stranieri quelli che occupano la maggioranza dei posti di ricerca nelle università statunitensi. Accade senz'altro in alcuni luoghi di ricerca (accademici e non accademici, alcuni anche prestigiosi) ma non me la sentirei di generalizzare troppo. Piu' che basarci sul racconto di qualcuno, dovremmo avere sotto mano una statistica piu' ampia. Anzi, se qualcuno dovesse conoscere una fonte dove trovare questi dati, mi piacerebbe saperlo.
Poi attenzione: negli ambienti accademici e di ricerca americani ci sono molti "stranieri" che hanno pero' conseguito il Ph.D. negli Stati Uniti (e spesso anche il Master's); quelli come li cataloghiamo?

Lucio ha detto...

... chiedo scusa: ho premuto "pubblica" invece di premere "anteprima", continuo qui ...

Volevo aggiungere anche un commento sulla questione del marxismo. I regimi totalitari dell'Europa dell'Est (URSS e paesi del blocco comunista) avevano messo in piedi dei sistemi scolastici di grande valore; certo, si doveva studiare anche il marxismo, il che si accorda appunto con l'aggettivo "totalitari" di cui sopra. Ma la preparazione che ricevevano i giovani in tutti gli stadi del sistema educativo era vasta e profonda. Per quel che vedo (ne ho esperienza a livello familiare), il livello del sistema scolastico e' rimasto ancor oggi molto alto. Ma non credo che sia il risultato del sistema economico comunista (di cui esiste ormai ben poca traccia perfino in Russia), quanto piuttosto di scelte politiche nei confronti dell'educazione.

Cordialmente,
Lucio Demeio

Luigi Sammartino ha detto...

Rispondo al prof. Demeio.

Il numero di ricercatori negli USA è di circa 1.300.000. Ogni anno gli USA rilasciano circa 200.000 visti a ricercatori stranieri. E dato che uno non fa il ricercatore negli USA per un anno solo, tenuto conto di quelli che entrano e di quelli che se ne vanno, penso che si possa stimare un buon 50% di posizioni straniere.
A tal proposito, credo che questo articolo sia attedibile.

http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=5058


Segnalo inoltre un altro articolo, da cui si evince chiaramente che il blocco dei visti di ingresso imposto da Bush sta mettendo in ginocchio la ricerca americana. Credo che questa sia un'altra prova del peso della partecipazione straniera.

Ecco l'articolo:

http://www.newsfood.com/?location=Italiano&item=6104

Un'ultima cosa. Io non sono un comunista e nemmeno un marxista. Del marxismo respingo molto, soprattutto l'idea di "rivoluzione". Le rivoluzioni sono sempre deleterie e anzi producono l'effetto esattamente contrario a quello auspicato.
Il marxismo ha però il merito di riconoscere un nesso tra economia e strutture sociali. Credo che questo sia un elemento delle filosofia marxista che debba essere valorizzato, seppure, ripeto, debba anche essere preso con le pinze. Ad esempio alcuni storici sostengono che in Inghilterra avvenne proprio il contrario, e cioè fu la trasformazione delle strutture sociali a determinare quella economica.
Ad ogni modo, io credo comunque che un sistema economico basato su un basso tasso di scolarizzazione sia di impedimento a qualunque riforma seria della scuola italiana. E, in effetti, de-industializzazione e de-scolarizzazione sono andate di pari passo in Italia.

Cordiali Saluti.
Luigi Sammartino.

Lucio ha detto...

Per Luigi Sammartino:

Si, si, ha assolutamente ragione. Tra sistema scolastico-educativo e strutture sociali ed economiche c'e' evidentemente un rapporto dinamico; nessuno dei due determina l'altro (in senso assoluto) ma, per cosi' dire, si determinano a vicenda. Cio' non toglie che in particolari periodi storici e luoghi geografici la relazione vada piu' in una direzione che nell'altra.

Il discorso - ed il giudizio - sul marxismo in generale e' davvero molto complesso e non lo si puo' sintetizzare con quattro commenti su un blog. E' ovvio che di aspetti positivi ce ne sono stati (ed anche tanti), e pure di influssi positivi sulle nostre strutture sociali. Questa e' una ragione (e solo una delle ragioni), ad esempio, per diversificare il giudizio sul comunismo da quello sul nazismo e sul fascismo, che hanno portato solo distruzione.

Cordialmente,
Lucio Demeio

Lucio ha detto...

Sempre per Luigi Sammartino:

Ho visitato i due siti da lei segnalati, ma sono semplicemente articoli di giornale (on-line) e non dati statistici sul numero di accademici nelle universita' o di staff members negli istituti di ricerca. Provero' a scartabellare in rete.

Lucio Demeio

agapetos ha detto...

Noto che ancora resiste questa distinzione tra un comunismo "buono" ed un nazi-fascismo "cattivo".
Il comunismo ha avuto un influsso benefico sulle nostre strutture sociali? Il nostro destino politico è stato stabilito a Yalta e nelle elezioni del 1948. Altrimenti avremmo avuto gli stessi "benefici" che hanno avuto i paesi del Patto di Varsavia.
Se poi in Italia le classi lavoratrici hanno avuto miglioramenti di condizioni sociali, questo è stato possibile perché l'Italia è rimasta una democrazia, cosa che non sarebbe avvenuta se fosse diventata un paese dal "socialismo reale".
La maggiore differenza tra nazi-fascismo e comunismo è, a mio avviso, che il primo si svela ben presto per quel che è, mentre il secondo si ammanta di motivazioni "umanitarie" e "messianiche" con cui vengono offuscate le menzogne che stanno alla base. Non penso sia un caso che il Terzo Reich sia durato dodici anni e l'URSS più di ottanta, e partiti formalmente comunisti sono ancora al potere in diversi paesi.

Lucio ha detto...

Per agapetos:

La questione dell'anticomunismo ed antifascismo e' gia' stata sollevata in un altro Post su questo stesso Blog a fine settembre. Avevo preparato un commento a tal proposito, ma ne era venuta fuori una riflessione troppo lunga per essere ospitata qui, e non l'avevo mandata. Approfitto dell'occasione per pubblicarla sul mio blog, che peraltro e' in disuso e contiene solo un paio di vecchi "Post". Se "agapetos" o chiunque altro lo desiderasse, compreso ovviamente il Prof. Israel, possiamo continuare la discussione in quel luogo. Oppure rimanere qui.

Cordialmente,
Lucio Demeio

Giorgio Israel ha detto...

Penso sia più opportuno riattivare il suo blog su questo tema...

Barbara ha detto...

Qualche giorno fa in sede di consiglio di interclasse, come previsto tra i punti dell'ordine del giorno, ho dovuto illustrare ai rappresentanti dei genitori le principali novità normative introdotte dalla legge Gelmini. Ero proprio curiosa di assistere alle reazioni. Ebbene: le famiglie hanno apertamente espresso parere positivo e perfino soddisfazione verso i provvedimenti ministeriali. Nel voto in condotta, nell'applicazione delle sanzioni disciplinari, nel ritorno alla valutazione espressa in decimi essi hanno visto degli strumenti utili a ristabilire la chiarezza, l'ordine e la serietà. La "colpa" non è stata mia: mi sono serenamente e professionalmente mantenuta super partes limitandomi a chiarire senza commentare. La cosa incredibile è che i docenti colleghi si sono quasi dovuti difendere di fronte alla loro posizione, cercando di arrabattare qualcuno dei controargomenti sbandierati durante gli scioperi, i quali tuttavia in quella sede risultavano strani e incomprensibili: forse roba da esperti o più verosimilmente idee sganciate dalla realtà concreta e dal buon senso?

Giorgio Israel ha detto...

Good news!....

Luigi Sammartino ha detto...

Sul voto in condotta e sulle alte misure sono assolutamente d'accordo.

Il problema sta nei tagli di spesa, piuttosto alti. Sono questi che danno l'angoscia a quanti, soprattutto se precari, temono di rimanere disoccupati. Come si può non comprendere il loro disagio?

Da qui però a giustificare certe manifestazioni di protesta (l'uso dei bambini, o addirittura il fare delle analogie con la deportazione degli Ebrei), ce ne corre. Quel modo di protestare disonora chi lo fa. Inoltre un insegnante deve evitare di fare uso del folclore per protestare, altrimenti non è un uomo di cultura ma un cafone.

Rimane però il sospetto, la paura che alla fine non si lavori davvero per il miglioramento della scuola. Spero che il ministro Gelmini lavori davvero per una scuola fondata sull'uguaglianza e sulle pari opportunità tra tutti i cittadini. Spero cioè che i tagli non li debbano pagare quelli che appartengono alle fasce sociali più basse.

Siamo tutti d'accordo che deve essere premiato il merito. Ma come intende procedere praticamente il ministro? Qual è il suo programma in tal senso? Io personalmente non lo conosco.

Grazie.
Luigi Sammartino.

Lucio ha detto...

Forse semplicemente perche' il punto dolens non e' tanto il decreto Gelmini, quanto i tagli di Tremonti ... (quant'era? OTTO miliardiin cinque anni?)

Cordialmente,
Lucio Demeio

chiaguglie ha detto...

Professor Israel, ho letto proprio ieri una bozza (non definitiva) del riordino degli istituti tecnici. Secondo questa bozza Pubblicata da Gilda Venezia http://www.gildavenezia.it/ ), verrà istituita una materia chiamata "scienze integrate-chimica e fisica" nel biennio degli istituti e con a disposizione solo 6 ore in tutto alla settimana (mentre ora, Chimica + fisica (separate) hanno 7 ore in tutto). Ora, spero davvero che non si vada verso un accorpamento di materie così diverse e magari verso il loro insegnamento da parte "tuttologi". Questo andrebbe davvero verso un decadimento della scienza proprio in una riforma che vorrebbe portare più scienza alle superiori. Inoltre capisco che forse ci saranno esuberi di insegnanti di ruolo, ma spero che non si utilizzino accorpamenti di materie per utilizzarli, andando a danneggiare i nuovi insegnanti che si vorrebbero inserire e si vedrebbero occupati il posto nelle materie di competenza da chi si è laureato in altre materie ma è di ruolo. Sarebbe una nuova protezione dei diritti di chi li ha già a discapito di chi non ha alcuna protezione tranne la propria competenza. Posso chiederle cosa ne pensa di questi quadri orari, fino a che punto sono attendibili e se davvero si andrà verso l'accorpamento delle materie scientifiche?

Giorgio Israel ha detto...

Di una materia che accorpi tutte le scienze in un monoblocco penso tutto il male del mondo. Non ho letto la bozza, mi auguro che non si prenda un simile indirizzo nefasto.

Caroli ha detto...

Sammartino,
Per prassi personale io non rispondo mai, o quasi mai. Ma posso assicurare che le aziende dove ho svolto in passato e svolgo le mie consulenze sono tali che guardano, per così dire, dall'alto in basso le aziende da Lei citate. Il che non significa nulla, d'accordo. Ma dove sono ora (multinazionale americana) i diplomati in ufficio tecnico sono due in tutto, uno in via di laurea perché sufficientemente giovane.

Luigi Sammartino ha detto...

Cairoli.
Io, al contrario di lei, per prassi rispondo sempre, e dunque le rispondo anche ora.
Mi fa piacere leggere che la sua esperienza sia diversa dalla mia, e anzi mi auguro di essermi veramente sbagliato.

La saluto cordialmente.
Luigi Sammartino.