lunedì 12 luglio 2010

La nuova civiltà delle macchine


Alexandre Koyré descriveva così la storia dell’atteggiamento dei filosofi (nell’accezione più larga del termine) nei confronti della tecnica e delle macchine: «La curva descritta da questi atteggiamenti è molto curiosa e può riassumersi nel modo seguente: essa va dalla rassegnazione senza speranza (antichità), alla speranza entusiasta (epoca moderna), per tornare alla rassegnazione disperata (epoca contemporanea). Si deve aggiungere però che il filosofo antico si rassegna all’assenza della macchina, mentre il contemporaneo è costretto a rassegnarsi alla sua presenza».
Queste parole furono scritte sessant’anni fa ed oggi la situazione appare alquanto mutata. Difatti, si è costituito un vasto fronte di persone che non soltanto non sono disperatamente rassegnate alla presenza delle macchine ma convivono felicemente con esse, e vedono nello sviluppo della tecnoscienza – la tendenza a relegare la conoscenza scientifica in posizione subordinata rispetto alla tecnologia – un fatto altamente positivo. Sull’altro fronte prevalgono i pessimisti, coloro che vedono lo sviluppo tecnologico come fonte di catastrofi ambientali, mentre restano in posizione marginale i “razionalisti” che, pur rifiutando atteggiamenti antiscientifici, criticano la deriva tecnoscientifica e propugnano una nuova alleanza tra scienza e umanesimo. Sono gli eredi della critica di Husserl alla «mera scienza di fatti» che «può soltanto creare meri uomini di fatto».
Non è sorprendente che in una rivista che si chiama “Nuova civiltà delle macchine” – e che inaugura una nuova fase della sua vita con un impegnativo numero su “Cifre, icone e macchine” – la posizione catastrofista e disperata non trovi spazio. È più sorprendente che le altre due posizioni – quella trionfalista e quella di “critica razionale”, tanto per intenderci – si presentino nelle stesse proporzioni che hanno nei media di massa, o forse in proporzioni ancor più sfavorevoli per la seconda. In sostanza, a parte un articolo di Evandro Agazzi dal titolo “Può scoppiare la pace tra scienza e umanesimo?”, il resto è un peana alla tecnoscienza e alle macchine raramente sfiorato da dubbi critici.
Agazzi inizia chiedendosi perché l’Europa debba farsi carico di ricomporre quelle realtà culturali che è d’uso chiamare “scienza” e “umanesimo”. La risposta è husserliana: perché l’Europa ha espresso una civiltà a vocazione filosofica ed è quindi soltanto entro tale vocazione che può pensarsi una ricomposizione tra l’ideale di una conoscenza scientifica che guida il progresso tecnologico e la centralità dei valori umani. Agazzi si guarda dal ricordare quanto scriveva Husserl in quei tragici anni trenta, riferendosi a «quell’acceso bisogno di sapere, quello zelo per la riforma dell’educazione e delle complessive forme sociali e politiche di esistenza dell’umanità»: «Una testimonianza perenne di questo spirito è costituita dallo splendido inno Alla gioia di Schiller e Beethoven. Oggigiorno quest’inno non può che suscitare in noi dolorosi sentimenti. È impensabile un contrasto maggiore con la nostra attuale situazione».
Oggi Alla gioia è l’inno dell’Unione Europea ma il contrasto tra quegli ideali e il politicamente corretto delle burocrazie comunitarie suscita sentimenti ancor più dolorosi. Tuttavia, è giusto non rassegnarsi. Né Agazzi si fa illusioni. Anzi, egli denunzia l’aggravarsi della separazione tra le “due culture” di cui vede un riflesso nella crisi dei sistemi dell’istruzione. Vanamente – egli osserva – si tenta di superare tale crisi con proposte di “svecchiamento” consistenti nel propinare un dosaggio più elevato di scienza: «più matematica, più fisica, più scienze naturali, più informatica, più scienze economico-sociali, con drastico ridimensionamento delle letterature, della storia, della filosofia». È una scelta illusoria perché non tiene conto di un processo che va avanti da un secolo e che sta subendo un’accelerazione crescente: l’appannarsi del valore conoscitivo della scienza, sempre più vista come un’attività meramente pratica. Pertanto un’overdose di istruzione scientifica non eleva il livello culturale dell’istruzione ma paradossalmente rischia di ottenere l’effetto opposto e di essere dannoso per il diffondersi di una “cultura” scientifica nel senso pieno del termine.
Non è possibile seguire l’analisi di Agazzi, che troviamo condivisibile, soprattutto quando indica nell’enfasi nella funzione conoscitiva della scienza la via d’uscita dalla crisi e dalla divaricazione crescente tra scienza e umanesimo: «L’Europa e l’Occidente che, in un certo senso, recano la responsabilità (che non va confusa con una colpa) di aver generalizzato il modello di vita tecnoscientifico a tutto il pianeta hanno ora anche la responsabilità di rendere questo modello compatibile con le esigenze di umanesimo insopprimibili oggi non meno che in passato per ogni tipo di civiltà…».
Anche non condividendolo riga per riga questo saggio avrebbe potuto figurare come introduzione di un numero volto a inaugurare una riflessione critica – né apologetica né catastrofista – sul macchinismo e sulla tecnoscienza contemporanei. Invece esso figura dopo un nutrito gruppo di saggi tutti ispirati a una visione trionfalistica la cui diversità da una visione critica può essere così apprezzata: mentre la seconda può essere più o meno condivisibile ma offre materia di discussione in quanto prodotto di riflessione razionale sui fatti, la prima sfocia sul terreno delle prospettive avveniristiche, per non dire della fantascienza, il che è certamente suggestivo ma mal si presta a una discussione.
Vittorio Marchis ci spiega che le icone e i simboli dei computer e dei telefoni palmari hanno innescato una rivoluzione “irreversibile” che condurrà all’avverarsi di un mito: la costituzione di una lingua globale. Può darsi. Chissà. L’autore dichiara che non sta a lui provare se questa “profezia” sia o no “frutto di fantasia”. Non spetta però neppure al lettore.
Umberto Bottazzini parla di una rivoluzione nel modo di fare matematica determinata dall’intervento massiccio dei computer. Tuttavia, se ciò è indiscutibile per quel che riguarda l’analisi numerica, per il resto l’unico riferimento è alla dimostrazione del teorema dei quattro colori, ormai vecchia di 35 anni, mentre gli ultimi anni hanno visto una clamorosa rivincita della matematica mentale con la dimostrazione del teorema di Fermat da parte di Wiles e della congettura di Poincaré da parte di Perelman.
Sorprende che un intellettuale attento e versatile come Giuseppe O. Longo, capace di coniugare la sua profonda cultura scientifica con una inesauribile vena letteraria e romanzesca, si lasci affascinare dalla sirena della futurologia. Egli osserva che la storia della scienza occidentale è un lungo tentativo di trasferire le conoscenze dalla modalità emotivo-affettiva a quella disincarnata della parola, e vede nell’espandersi della tecnologia della comunicazione un ritorno alla sfera affettiva sotto la forma di messaggi non verbali, musica, immagini. Le tecnologie digitali audiovisive solleciterebbero le reazioni psicofisiche ridimensionando la centralità della parola scritta. «Le parole non bastano: allora immagini, suoni, colori, fluttuazioni, smarrimenti sensoriali». Già, ma a sentir questo, viene in mente di andare sulla riva del mare o di salire su un sentiero di montagna tra alberi, rocce e vento. Per non dire di tanti altri smarrimenti sensoriali che non troverei allettante vivere su uno schermo, per giunta al prezzo di rinunziare alla magìa della parola scritta e parlata che Longo coltiva con tanta passione.
Con il saggio di Silvano Tagliagambe sulla “scuola e le macchine”, si misura l’abisso tra una concezione tecnologico-metodologica dell’istruzione e quella culturale-umanistica proposta da Agazzi. Tagliagambe riprende un decalogo proposto da un analista di politiche scolastiche della Banca mondiale che dovrebbe caratterizzare le Ict (acronimo dato per ovvio, alzi la mano chi non sa che si tratta di Information and Communication Technology). 1) I telefoni cellulari come strumento di apprendimento. 2) Grappoli di computer in rete. 3) Un computer per studente. 4) L’apprendimento si fa ovunque. 5) Importanza del gioco collettivo on line su Internet. 6) La personalizzazione dell’insegnamento. 7) La riorganizzazione degli spazi pedagogici (la vecchia aula sarà presto una reliquia del passato). 8) Ausiliari didattici. 9) Valutazione con misurazioni oggettive. 10) L’insegnante dovrà trasformarsi in specialista delle “gestione dell’istruzione”, un aiutante dello studente, anche se il futuro in merito, si ammette, è poco chiaro. Dopo aver assimilato questo decalogo e una tabella descrivente i LOM (notoriamente Learning Object Metadata), sorge spontanea la domanda: a che pro questa baracca metodologica? per insegnare (pardon, insegnare/apprendere) cosa? quali contenuti? a quali fini? La risposta, in verità la conosciamo: con un sorriso condiscendente ci si spiegherà che l’intero sistema della conoscenza va riorganizzato per diventare semplicemente un grande “repository” di materiali didattici, un «crocevia intelligente» a disposizione di chi se ne voglia servire. Insomma, un enorme Wikipedia. Chi si attardi a porsi domande sui contenuti e sui fini è un povero ritardato.
Siamo ben consapevoli del fatto che quando si ha dietro di sé la Banda Mondiale e la burocrazia europea si è vincenti sul breve periodo. Ma alla lunga, e forse anche sul medio periodo, si è perdenti, come lo è chiunque non abbia fiducia nelle persone ma soltanto nelle metodologie. Siamo ancora in molti a condividere testardamente le parole di Dante e a recitarle a costo di essere trattati da vecchi tromboni: «Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza».

(in versione ridotta su Il Foglio, 6 luglio 2010)

28 commenti:

Gianfranco Massi ha detto...

Bellissimo questo interessante excursus sulla nuova civiltà(delle macchine), come la planata rapida di un gabbiano sul mare sconfinato del pensiero umanistico.
Il fatto è che, al momento, non si è data una risposta praticabile al consumismo divorante che ci attanaglia. E intanto un immenso giacimento petrolifero sta riversandosi dalle viscere del sottosuolo oceanico sulle coste del Golfo. Obama ha sospeso i progetti off shore dell' Alaska, ma poi?
Le popolazioni rifiutano il nucleare e tutto ciò che potrebbe esplodere(rigassificatori)o inquinare (termovalorizzatori). Ma intanto corrono ad acquistare nuovi condizionatori, cioè le macchine più "efficaci" per degradare l'energia disponibile (quella della rete elettrica)e donarci "la curva del benessere".

Alessandro Marinelli ha detto...

anche io ritengo che le tematiche affrontate nell' articolo siano interessantissime, ma le dirò che non condivido molto il suo pensiero (o almeno quello che credo sia il suo pensiero stando al suo commento). Il fatto è che siamo noi i maggiori responsabili del "consumismo divorante che ci attanaglia". Basta constatare che ore e ore di pubblicità su tv, internet e giornali non sono sufficienti a costringerci ad aprire in continuazione il portafoglio per qualsiasi cosa (non ancora, almeno). Quindi la "risposta praticabile" che vorrebbe lei può darsela ognuno di noi con un atteggiamento più sobrio (e anche più etico) nella gestione delle proprie finanze. Non si capisce perché la colpa debba sempre essere degli altri o del "sistema che ormai è così e ci ha schiavizzati". Qualche esempio? Personalmente ho tre paia di scarpe in tutto e un guardaroba che comprende anche cose di 10 anni fa, mangio raramente fuori e spendo solo per un' attività sportiva (300 euro circa all' anno) e per i libri (quando non posso trovarli nelle biblioteche o scaricarli da internet). Ebbene, posso garantirle che non mi hanno ancora arrestato né hanno fatto irruzione a casa mia agenti delle multinazionali per portarmi a spasso e costringermi a comprare a più non posso. Insomma, come si fa a ritenere impropria ogni visione esclusivamente meccanicistica dell' uomo e contemporaneamente a dare al "consumismo" la colpa dell' odierno spendi e spandi delle persone, come se fossero tutti automi perfettamente programmabili da ogni sorta di manipolatori sena scrupoli? Poi ci si stupisce delle ridicole trovate dell' euroburocrate di turno o della proposta di Sarkozy per l' adozione di un nuovo parametro di sviluppo economico, la Felicità Interna Lorda. La verità è che le persone hanno in testa qualcosa di neanche lontanamente paragonabile a una macchina; sarebbe bene che ogni tanto se ne ricordassero...

vanni ha detto...

Comprendo bene che i precedenti illustri (si veda http://www.youtube.com/watch?v=ln8FFxTZKrA) gràvano con tutto il loro peso, certo è curioso vedere come zampillino i decaloghi (dico: mai ennaloghi o endecaloghi, o - in omaggio alla concisione - pentaloghi; niente da fare, proprio sempre e precisamente decaloghi), allorchè ci si imbarca a dettare delle regole. Va bene che facciamo di conto in base dieci, ma ad un malpensante potrebbe balenare il sospetto che si fa presto a montarsi la testa.

vanni ha detto...

Comprendo bene che i precedenti illustri (si veda http://www.youtube.com/watch?v=ln8FFxTZKrA) gràvano con tutto il loro peso, certo è curioso vedere come zampillino i decaloghi (dico: mai ennaloghi o endecaloghi, o - in omaggio alla concisione - pentaloghi; niente da fare, proprio sempre e precisamente decaloghi), allorchè ci si imbarca a dettare delle regole. Va bene che facciamo di conto in base dieci, ma ad un malpensante potrebbe balenare il sospetto che si fa presto a montarsi la testa.

Giorgio Israel ha detto...

Certo che lei ha ragione, caro Marinelli, e soggettivamente io sono dalla parte sua e mi comporto come lei. Né credo a sistemi o grandi vecchi che ci determinano la vita. Ce l'ho con persone ed entità molto determinate. Per esempio, quelli che delirano della scuola fatta con i cellulari e di una nuova ortografia plasmata sugli sms. Perché poi su queste basi si fanno scelte molto precise, si comprano migliaia di lavagne interattive e si predica addirittura che a scuola si deve andare con lo smartphone e lavorare con quello. E la futurologia non la considero altro che alla stregua della fantascienza, con l'aggravante che non è divertente come Asimov. Certo, le persone in testa hanno qualcosa di assai diverso da una macchina. Debbono ricordarselo. Ma c'è chi da mane a sera tenta di lavare loro il cervello con la tesi opposto. E io me la prendo con questi. Punto.

Alessandro Marinelli ha detto...

Egr. prof. Israel,
anzitutto volevo puntualizzare che il mio era un commento in risposta all' intervento del sig. Massi; per quanto riguarda l' articolo penso che abbia perfettamente ragione. Come potrei darle torto, del resto, quando proprio oggi ho avuto la sfortuna di incappare in un delirante articolo sull' ultima rivoluzione didattica che sarebbe scoppiata nelle scuole di mezzo mondo? Cito testualmente: "dalla Corea agli USA: l’uso di robot come insegnanti". Ha letto benissimo: L' USO DI ROBOT COME INSEGNANTI! Se vuole le passo il link, ma secondo me questa farebbe meglio a lasciarla perdere. Ci guadagnerà in buon umore e distensione di nervi. Pure sono assolutamente concorde con lei sul fatto che ci siano persone per le quali è perso ogni minuto trascorso senza umiliare il buonsenso e divulgare il "verbo" (il che è tutt' uno). Anzi, lei è stato proprio tra quelli che mi hanno fatto aprire gli occhi in tal senso.

Gianfranco Massi ha detto...

Col mio modesto intervento,caro Marinelli, volevo soltanto sottolineare la vacuità delle futurologie a fronte della drammaticità dei fatti attuali. Da una parte l'impotenza evidente di una avanzatissima tecnologia come quella dell' estrazione petrolifera off shore a controllare l'enorme pressione del lago di petrolio sottostante il Golfo. Dall'altra l'incoerenza collettiva di noi tutti, cittadini di democrazie pur esse avanzatissime, che ci impedisce di esercitare le scelte razionali per una pacifica convivenza.

Alessandro Marinelli ha detto...

Egr. Massi,
su quella che chiama "vacuità delle futurologie la penso come lei". Oggi accade ormai ad ogni pié sospinto di sentirsi dire per filo e per segno cosa accadrà in futuro. Basti pensare al catastrofismo ambientalista (ogni volta puntualmente smentito), ai panegirici sul totale controllo di tutti gli aspetti della propria personalità tramite la conoscenza delle funzioni di ogni singolo gene: gelosia, rabbia, invidia, timidezza, ecc. Tutto ciò indica secondo me che il futuro, semplicemente, non lo conosce nessuno (e c' è poco da sorprendersi). Poi, a proposito dell' impotenza della tecnologia dell' estrazione petrolifera sottomarina, io penso che questa tragica vicenda mostri il lato più autenticamente umano della tecnologia (anche se spesso si tenta di non considerarlo): l' errore. Quella della tecnologia è la storia di alcuni grandi trionfi, certo, ma anche e soprattutto di una lunga lista di fallimenti e tragedie dai quali abbiamo dovuto imparare dolorose e importanti lezioni. Tutta la tecnologia si è evoluta fondamentalmente a partire dagli sbagli, spesso clamorosi, e dalle loro fatali conseguenze. Si pensi a Chernobyl (servì anche a migliorare la sicurezza dei reattori), alla tragedia dell' Hindenburg (contribuì a intensificare la ricerca sui velivoli a motore). Oggi nelle case abbiamo illuminazione elettrica e riscaldamento a gas, ma prima di arrivare a questo quante abitazioni sono state ridotte in cenere con tutto ciò che contenevano (persone comprese)? Come mi fece notare una volta mio padre, oggi ammiriamo antichi edifici romani e medioevali, ma quanti crolli e tragedie sono state necessarie nel corso dei secoli per permettere a queste strutture di stare ancora in piedi? Guardiamo anche ai lati positivi (Dio sa se ne abbiamo bisogno): l' incidente nel Golfo del Messico servirà anche a cambiare totalmente tutte le normative e gli standard di sicurezza in materia di trivellazione oceanica. E' così che si migliora, sbagliando, pagando e imparando la lezione. Una scelta non è irrazionale solo perché comporta degli svantaggi e ha dei difetti. La perfezione non è di questo mondo.

Alessandro Marinelli ha detto...

Egr. Massi,
su quella che chiama "vacuità delle futurologie la penso come lei". Oggi accade ormai ad ogni pié sospinto di sentirsi dire per filo e per segno cosa accadrà in futuro. Basti pensare al catastrofismo ambientalista (ogni volta puntualmente smentito), ai panegirici sul totale controllo di tutti gli aspetti della propria personalità tramite la conoscenza delle funzioni di ogni singolo gene: gelosia, rabbia, invidia, timidezza, ecc. Tutto ciò indica secondo me che il futuro, semplicemente, non lo conosce nessuno (e c' è poco da sorprendersi). Poi, a proposito dell' impotenza della tecnologia dell' estrazione petrolifera sottomarina, io penso che questa tragica vicenda mostri il lato più autenticamente umano della tecnologia (anche se spesso si tenta di non considerarlo): l' errore. Quella della tecnologia è la storia di alcuni grandi trionfi, certo, ma anche e soprattutto di una lunga lista di fallimenti e tragedie dai quali abbiamo dovuto imparare dolorose e importanti lezioni. Tutta la tecnologia si è evoluta fondamentalmente a partire dagli sbagli, spesso clamorosi, e dalle loro fatali conseguenze. Si pensi a Chernobyl (servì anche a migliorare la sicurezza dei reattori), alla tragedia dell' Hindenburg (contribuì a intensificare la ricerca sui velivoli a motore). Oggi nelle case abbiamo illuminazione elettrica e riscaldamento a gas, ma prima di arrivare a questo quante abitazioni sono state ridotte in cenere con tutto ciò che contenevano (persone comprese)? Come mi fece notare una volta mio padre, oggi ammiriamo antichi edifici romani e medioevali, ma quanti crolli e tragedie sono state necessarie nel corso dei secoli per permettere a queste strutture di stare ancora in piedi? Guardiamo anche ai lati positivi (Dio sa se ne abbiamo bisogno): l' incidente nel Golfo del Messico servirà anche a cambiare totalmente tutte le normative e gli standard di sicurezza in materia di trivellazione oceanica. E' così che si migliora, sbagliando, pagando e imparando la lezione. Una scelta non è irrazionale solo perché comporta degli svantaggi e ha dei difetti. La perfezione non è di questo mondo.

scuolainsieme ha detto...

Le Ict (badate bene, non Tic, troppo provinciale) immediate e invitanti, alle quali noi insegnanti ci siamo accostati per allenare l’uso della lingua e sollecitare la pratica della comunicazione tra gli alunni, rischiano di diventare aride se le separiamo dalla sfera umana. Non dobbiamo ridurre, infatti, i nostri ragazzi a tecnici della comunicazione, ma piuttosto mantenerli vivi creatori della parola che sa parlare con l’anima, ossia trasmettere un’informazione o destare un’emozione in una forma che rispecchi la persona e non il modello. E allora, ecco che, al di là dei decaloghi (nonostante negli anni scorsi andasse di moda proporre il calcolo multibase, siamo tornati alla fissità della base dieci e quindi niente pentaloghi per Vanni), freddi e retorici, c’è la creatività dell’insegnante che sa bene che cosa proporre agli alunni per arricchire, anche con l’uso delle Tic (ahimé, mi è sfuggito), la loro umanità.
Coccinella.

UmbertaMesina ha detto...

Tutto il mio appoggio e il mio affetto ai vecchi tromboni danteschi.

D'altra parte sono dantesca anch'io, benché non vecchia.

Umberta

dia ha detto...

stavo leggendo con grande interesse i commenti al post del professor Israel, e mi sono fermata al secondo, quello di Alessandro Marinelli. Prima di proseguire la lettura volevo fare la ola, accendere la fiammella dell'accendino come fanno ai concerti, attaccare con la vuvuzela.
Sottoscrivo al 100 per cento.

saluti,
diana

dia ha detto...

stavo leggendo con grande interesse i commenti al post del professor Israel, e mi sono fermata al secondo, quello di Alessandro Marinelli. Prima di proseguire la lettura volevo fare la ola, accendere la fiammella dell'accendino come fanno ai concerti, attaccare con la vuvuzela.
Sottoscrivo al 100 per cento.

saluti,
diana

dia ha detto...

un modo che mi è sembrato intelligente di usare le nuove tecnologie nel campo dell'educazione/istruzione è quello su cui lavora da anni il cognitivista indiano Sugata Mitra, a partire dal suo primo esperimento ( "A hole in the wall"), per arrivare alle nonne inglesi che leggono favole via skype ai bambini delle scuole pubbliche elementari di Hyderabad, per migliorare la loro pronuncia dell'inglese (che li aiuterà a trovare posti di lavoro migliori in seguito).

Per informazioni si può googlare "Sugata Mitra" in inglese e italiano, o leggere qui:
http://www.sciencedaily.com/releases/2009/03/090303102731.htm
saluti
diana

Myosotis ha detto...

Triste destino quello dei "futurologi". In un campo diverso da quello dell'articolo in questione, quello demografico-economico, il prof. Gotti Tedeschi, prestigioso banchiere internazionale (non della "Banda Mondiale", bellissimo lapsus del prof. Israel) ha scritto un interessante articolo in cui afferma che “I modelli di crescita economica classici [...] sono tutti centrati sulla crescita della popolazione”. Invece, passò la linea di Malthus (aumento della popolazione = fame). Non tutti gli economisti la pensavano così. “Ma vinsero altri maestri di pensiero. Così, “non solo i Paesi poveri (si pensi a Cina, India, Brasile)” sono diventati ricchi, ma quelli ricchi stanno diventando poveri. “A fine anni ’60 all’università di Stanford si rilanciò la teoria malthusiana del c.d. boom demografico (…). Qualche anno dopo, un’altra prestigiosa università americana, il Mit di Boston, con il famoso documento sui limiti dello sviluppo, sostenuto dal Club di Roma”, profetizzò «decine di milioni di morti per fame soprattutto (pensate) in Cina e in India”. Un “profeta di detta dottrina (il biologo Paul Erlich) si fece sterilizzare in pubblico”. Ma “nel 2002 l’Onu, nel Rapporto Popolazione Ambiente”, trova che “tra il 1900 e il 2000 la popolazione mondiale cresce, sì, di 4 volte, ma il Pil mondiale cresce di ben 40 volte”. Conclusione: “Le previsioni migliori le hanno fatte gli scrittori di fantascienza, come J. Verne o H. G. Wells, piuttosto che gli scienziati malthusiani”. Ma stiamo certi che nonostante le solenni cantonate del passato, i futurologi continueranno imperterriti a prevedere il futuro. Che per nostra fortuna non si avvererà. Questo, però, non ci metterà al riparo dai danni dei politici creduloni: ricordiamoci del futurologo Marx e dei suoi seguaci Lenin e Stalin.

junco ha detto...

Chiarissimo prof. Israel,
ho letto del Piano nazionale per la qualità e il merito presentato giovedì dal ministro Gelmini con Roger Abravanel. Qui: http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_15/scuola-test-gelmini_c93044e4-9039-11df-b54a-00144f02aabe.shtml
L'Invalsi diventa sempre più inva(l)sivo. L'ideologia delle competenze, sempre più insinuante. I luoghi comuni sempre più arroganti. Il mercato dei libri di test prende sempre più il sopravvento sui libri di testo.
Si stanno impegnando perché “la scuola del futuro” insegni “come pensare e non cosa pensare”, dando per scontato che il “come” sia meglio del “cosa”.
Provo a immaginare quel che potrà diventare, in futuro, l'insegnamento in un'epoca sospettosa verso i contenuti, e intravedo deserti. E paradossi da incubo kafkiano:
Professore condannato perché trasmetteva il proprio sapere.
Altro che meritocrazia: questa è la via per premiare i burocrati della scuola e penalizzare coloro che intendono il sapere come trasmissione. E i progettisti, sempre al lavoro sul nulla, vedono rimpolparsi i premi dell'albero della cuccagna merito-buro-cratica.

Giorgio Israel ha detto...

Il PQM è uno sciocchezza senza fine e l'ho già scritto in un articolo di un paio di mesi fa. La scuola deve insegnare come si pensa e non cosa…. Vedi risposta sul prossimo numero di Tempi.
Abravanel non capisce niente di istruzione e anche di cultura. L'unica preparazione che ha sono 35 anni come consulente della McKinsey.
Che dire? Le Indicazioni nazionali sono anti-competenze e il decreto sulla formazione iniziale pure. Il PQM ne è invece l'apogeo. Mancano solo le "competenze della vita" di cui, a dire di Abravanel noi italiani saremmo digiuni…
L'Invalsi non è poi tanto male. Se agisse secondo le idee di Abravanel ne vedremmo delle belle.
Un passo avanti e uno indietro, uno a destra e uno a sinistra.

junco ha detto...

Professore,
“l'invalsi non è poi tanto male”? Io suppongo che lei non non abbia mai avuto il tempo, né forse la voglia, di leggere le domande, e valutare il modo in cui sono poste, dei test che vengono somministrati agli alunni della scuola media. Per questi test ottengono un voto, che fa media con altre prove e con il voto di ammissione. Lo scorso anno ho fatto un'analisi delle prove che sono state somministrate. Se vuole, può leggerla qui: http://iancura.splinder.com/ .
Ora, l'Invalsi questo fa: formula domande (e dà risposte). Se vengono poste domande incongruenti, non è vero che “l'Invalsi non è poi tanto male”. Se, invece, le domande ( e le risposte) sono tutte corrette, allora sono io che non capisco. Però, qualcuno me lo dovrebbe dimostrare.

Più su, parlavo di mercato. Sa che quest'anno le scuole medie sono state invase da agenti librari (rappresentanti) che propinavano libri di preparazione alle prove Invalsi? E molti insegnanti, preoccupati, li facevano acquistare ai ragazzi. I test diventavano quasi materia di studio. Nelle classi si studiavano test per fare i test. Più pazzia di così non si può. O, forse, tutto questo rientra nella logica, perversa, dell'insegnare “come pensare e non cosa pensare”.

Giorgio Israel ha detto...

So soltanto che c'è chi sostiene che l'Invalsi è troppo morbido e, se prevalessero certe tendenze, quel che si sta facendo ora parrà acqua di rose. Questo è certo.
Ciò detto, è vero che non ho avuto il tempo di leggere in dettaglio le domande ecc. Mi interessa certamente molto leggere la sua analisi e può star certo che appena troverò il tempo - purtroppo non si riesce a restare impegnato su duecento fronti - farò il migliore uso di queste analisi. Quello che dice dell'invasione di agenti librari è davvero preoccupante.

dia ha detto...

Nelle classi si studiavano test per fare i test.

Sì, Israel ne parlava proprio giorni fa anche nel post sui Parametri e The Wire.
d

francini ha detto...

Junco ... hai molte ragioni e condivido in buona sostanza le tue riserve. E' temibile lo scivolamento verso la pratica dell'addestramento al test. Esso ha però diverse ragioni, e non è un esito inevitabile dell'esistenza stessa del test. Il test, di per se (supponiamo che sia ben formulato), ambirebbe a sondare il raggiungimento di un certo livello di preparazione, valutandolo in base a criteri non dipendenti dal singolo docente (il che, si badi, non è sinonimo di "criteri oggettivi"). Questo può avere un senso, sotto vari punti di vista: statistico, di sistema, come riferimento indicativo per i docenti, etc. Si è infatti persa ogni salda condivisione dei metri di giudizio, ogni senso comune sul significato da attribuire alle diverse valutazioni, e si assiste al fiorire delle più disparate modalità di giudicare. Una prova nazionale con un quadro univoco di valutazione può favorire una più chiara condivisione dei paletti di valutazione.

Sul "come" i test sono formulati, sui loro contenuti, su cosa può sottendere questo "come", non entro. Sarebbe un discorso lungo. Un discorso che prima o poi bisognerà però aprire alla luce del sole: un elemento di questo genere, che tenderà ad acquisire valore strategico nel pilotaggio del sistema "dalla coda", non potrà essere sottratto all'infinito alla discussione pubblica o passare per mera tecnicalità quasi autoevidente.

Ma ciò che mi viene da domandarmi è: per quale ragione la presenza del test dovrebbe implicare una proliferazione di test nella pratica didattica? Si pensa di prepararsi meglio al test svolgendo un'infinità di prove che del test replicano l'aspetto esteriore? O piuttosto, si tratta di avvicinarsi alla preparazione che il test cerca di valutare?

Naturalmente, molto dipende da come il test stesso è organizzato. Se è ben fatto, sarà poco ripetitivo negli anni (se nopn per quegli aspetti che, consapevolmente, si deciderà di rendere ricorrenti...). Il solo addestramento al test stesso non basterà di per sé a migliorare la resa nel test (se non grazie al fatto di favorire l'occasione di studiare e di imparare le cose che vanno imparate, di per sé non disdicevole).

Preoccupa che molti studenti e molti insegnanti non vedano altra via che fare esperienza di un'infinità di esemplari del test, quasi si trattasse di esorcizzarlo. Quasi si trattasse di recitare un copione e non di applicare un semplice strumento di integrazione delle valutazioni.

junco ha detto...

Gentile Francini,
cerco di andare al sodo e di non abusare dell'ospitalità del prof. Israel.
Se il test Invalsi servisse solo per una statistica, cioè per ottenere un quadro molto generico dell' istruzione nel Paese: niente in contrario. Ma serve? C'è bisogno di (spendere soldi, occupare il poco tempo scolastico, instaurare una prassi pedagogica per...) questo?
Pensa davvero che un insegnante che fa seriamente il proprio lavoro debba avere dai test un “riferimento indicativo”? Io non ci credo.
I test stanno diventando, a poco a poco, un criterio per la valutazione dell'alunno. Lo scorso anno, nella definizione del voto finale, per il voto Invalsi si stabiliva una percentuale di incidenza sulla media matematica con le altre prove. Quest'anno, il voto dell'Invalsi ha fatto interamente media con le altre prove (creando situazioni, a mio avviso, di piccole ingiustizie). Nella mia classe, ad esempio, i voti Invalsi hanno alzato la media a molti alunni. Sciocchezze, ma insomma: perché se un alunno merita un 8 di ammissione, con l'Invalsi deve uscire con 9? Un 9 che fa sballare quei parametri di giustizia, rispetto agli altri alunni, che solo il loro insegnante è in grado di valutare. In futuro, quanto potrebbe pesare l'Invalsi nella valutazione?
Non c'è prova Invalsi che con i suoi puntini possa valutare quale sia il livello di conoscenza che ha acquisito un alunno in grado di spiegare o meno come nell'Innominato attecchisca il germe della compassione. Questo esempio, che per alcuni può essere irrilevante, per me è importante e significativo, nell'ambito dell'educazione formativa. Chi valuta con questi parametri non può accettare la logica del puntino e della media numerica.
La regola della media numerica per il voto finale è, dietro la pretesa obiettività, quanto di più iniquo e deresponsabilizzante, per gli insegnanti, si possa immaginare. Oramai, se non ci si attiene alla media numerica, scattano ricorsi e rimbrotti ministeriali. Poi, sulla parcellizzazione del voto, in alcuni licei, i miei ex alunni mi raccontano storie che hanno il sapore della barzelletta.
Su “come” i test vengono formulati non entra: e invece bisogna entrarci. Di questo si tratta, non è una quisquilia. Sul come e sul chi, sull'autorevolezza di chi li formula. Sui testi che vengono scelti per valutare il livello di comprensione. E qui non posso entrare io nel merito, per lo spazio.
Lei dice giustamente: “Preoccupa che molti studenti e molti insegnanti non vedano altra via che fare esperienza di un'infinità di esemplari del test, quasi si trattasse di esorcizzarlo. Quasi si trattasse di recitare un copione e non di applicare un semplice strumento di integrazione delle valutazioni”.
Ma la realtà scolastica non me la invento io, e il mercato neppure. Nella mia scuola tutti gli insegnanti di Lettere hanno fatto acquistare i libri propedeutici all'Invalsi. Un mio alunno, poverino, ci ha provato. Mi ha chiesto: “Ma noi non li compriamo?”. “Sì”, gli ho detto, “prendete il diario, vi detto il titolo. Titolo: per domani, ripassare tutte le proposizioni subordinate e tutte le poesie di Leopardi studiate. Sia questo il vostro sudore, non altro”.
Ma, per la verità, due orette le ho usate, durante l'anno, di preparazione specifica all'Invalsi. Per spiegare che le domande possono essere formulate in maniera ambigua e dare consigli su come “difendersi” dall'ambiguità, come ho potuto.
Un saluto cordiale.

scuolainsieme ha detto...

Ho letto sul sito del Ministero della P. I. il comunicato stampa del 15 Luglio circa il Piano Nazionale Qualità e Merito. Non voglio ora commentarlo, perché il discorso sarebbe troppo lungo e del resto qui è già stato fatto con chiara analisi, ma vorrei soltanto dire che l'affermazione "Non è importante dunque quanto tempo gli studenti trascorrono a scuola, ma come investono il proprio tempo tra i banchi." mi rattrista, perché mi pare di intendere una sfiducia in quello che è il lavoro degli insegnanti; inoltre, la continuazione "E’ evidente dunque che l’unica strada percorribile è migliorare la qualità del sistema, attraverso meccanismi di valutazione oggettiva" mi sembra che dia un valore eccessivo alla valutazione oggettiva stessa e al nesso tra questa e il miglioramento della qualità del sistema.
Coccinella.

Giorgio Israel ha detto...

Ribadisco che, a mio avviso, il PQM merita soltanto la valutazione del ragioner Fantozzi alla Corazzata Potemkin

Giorgio Israel ha detto...
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vanni ha detto...

Insomma, egregio Marinelli e colleghi, l'equilibrio governa il mondo: se l'obbiettivo della cibernetica più avanzata è l'umanizzazione dei robot, vorremo sorprenderci o impermalirci qualora l'ultima frontiera della didattica e dell'istruzione fosse la robotizzazione dell'insegnante?

Gianfranco Massi ha detto...

Premessa:Non sono insegnante. Ma voglio dire che l'idea dell' insegnante robot è ridicola, perchè il robot non potrà mai essere umano. I primi a deriderlo sarebbero gli stessi ragazzi (o bambini) della classe.
A meno che si pensi all'insegnante come un trainer aziendale per addestrare sul posto di lavoro i nuovi assunti. In questo caso addestratori robot andrebbero bnenissimo, anzi, in qualche caso sono già impiegati utilmente.

Nautilus ha detto...

Sulle prove Invalsi c'è qui:

http://leonardo.blogspot.com/2010/07/gli-esami-non-iniziano-mai.html

l'opinione (favorevole) di un insegnante delle medie inferiori.
Un piccolo stralcio:
"Noi le odiamo, le prove Invalsi... Noi odiamo le prove Invalsi in quanto prove. Verifiche.
E a noi le verifiche non piacciono. Siamo convinti che non servano a nulla, con la loro finta oggettività. E infatti gli studenti bravi (quelli che noi abbiamo sempre considerato bravi) a volte le sbagliano. Allora diciamo che si sono emozionati. Invece quelli che non valgono un granché (abbiamo sempre pensato che non valessero un granché) magari le fanno bene. Avranno copiato. Da chi non si sa, visto che i più bravi han sbagliato tutto. Però è impossibile che abbiano capito qualcosa di più degli altri. Come facciamo a saperlo? Beh, ma è ovvio, li conosciamo...E poi qualche volta li interroghiamo, e non rispondono come vogliamo. Su questo si basa la scuola italiana: sull'Interrogazione. Un insegnante “che ti conosce” ti fa certe domande e ti valuta per le risposte. È sempre andata così, e funziona bene, no? No. Non funziona bene per niente."

Ho letto quanto riporta Junco come esempio di alcune domande, effettivamente è roba da brivido, però mi pare fisiologico che qualche domanda con risposte chiuse possa essere ambigua o malposta o fuorviante: càpita anche in buoni testi di fisica, basta questo a decretare che i test sono da evitare?
Molto più serio mi pare il pericolo che ci si addestri al superamento dei test anzichè tendere alla comprensione profonda della materia