venerdì 7 ottobre 2011

UN AUTENTICO SCANDALO


Nel Bestiario Matematico n. 15 ho dato un esempio di un quiz “matematico” demenziale contenuto nella batteria delle cinquemila domande proposte come preselezione per il concorso a dirigente scolastico.
Ma la lettura, sia pure veloce, delle domande riserva sorprese di ogni tipo. Non si tratta soltanto degli errori di stampa, di merito, di date, ecc. Si tratta di molto peggio. In certi casi, si tratta di mancanza di logica elementare.
Per esempio, a una domanda circa le attività alternative all’ora di religione la risposta esatta sarebbe che esse debbono essere garantite dall’istituzione e sarebbe falso dire che «nell’impossibilità di organizzarle gli alunni che ne hanno fatto richiesta possono esserne esonerati». Già, ma se è “impossibile” organizzarle gli alunni ne sono automaticamente esonerati, in quanto queste non esistono!... Dal nulla si è automaticamente e inevitabilmente esonerati… Difatti, in tutte le scuole in cui è impossibile garantire le attività alternative (e sono la maggioranza), gli alunni escono prima o fanno quel che vogliono, cioè sono “esonerati”… Ma chi è il maestro di logica che ha scritto questa roba da Ispettore Clouseau?
E che dire di quest’altra trovata? Nella situazione in cui un insegnante formula la seguente ipotesi di ricerca da indagare: «il rendimento in matematica dipende dall’intelligenza più nei maschi che nelle femmine» la risposta esatta è: «la variabile indipendente è l’intelligenza, la variabile dipendente è il profitto in matematica, la variabile moderatrice è il genere». Inutile dire che le risposte sbagliate sono quelle in cui le variabili dipendente, indipendente e moderatrice sono permutate in modo diverso. Ma la vera questione è: che razza di idea demenziale è definire l’intelligenza una variabile indipendente? Absit iniuria verbis…
Passiamo alla domanda su come deve essere l’ambiente scolastico. Risposta esatta: “pulito, accogliente, sicuro”. Risposta sbagliata: “pulito, salubre, accogliente, sicuro”. Già, perché lo dice la Carta dei servizi scolastici, 1995… Quindi, se il dirigente scolastico predisponesse un ambiente non soltanto pulito, accogliente e sicuro, ma anche salubre commetterebbe un marchiano errore. Roba da cacciarlo. L’ambiente deve essere pulito, accogliente e sicuro, ma può essere insalubre, per esempio umidissimo o appestato di fumi… E se accogliente e pulito include salubre che senso ha definire sbagliata la seconda risposta?...
Passiamo alla valutazione.
Si afferma che in un esercizio valutativo è importante la terzietà del valutatore «per evitare che distorca i risultati a proprio favore». A proprio favore? Ma che scemenza è mai questa? Casomai ci aspettiamo che li distorca in funzione delle proprie idee, nel peggiore dei casi in funzione dei propri pregiudizi. Ma che lo faccia “a proprio favore” è un modo di esprimersi da ignoranti. Lo farà forse per interesse personale, magari per far quattrini? Forse la lingua batte dove il dente duole.
Altra affermazione demenziale:
La valutazione è oggettiva se è pubblica e trasparente mentre sarebbe falso dire che è oggettiva se vi è concordanza di giudizio di due valutatori.
Insomma, questa è l’idea di “oggettivo” di questi signori: basta che io valuti in modo pubblico e trasparente, indipendentemente dal fatto che valuti assolutamente a vanvera e secondo le mie idiosincrasie personali, purché le spiattelli in modo pubblico e trasparente, sono “oggettivo”… No comment.
E poi: Quale forzatura si compie facendo la media tra due voti? Si assume l’esistenza di un’unità di misura definita…..
Magnifico: guarda come casca l’asino… Allora lo sanno che il vero problema nella valutazione è l’assenza di un’unità di misura e che questo introduce un elemento di soggettività ineliminabile!
Esattamente quel che accade nella batteria. Un trionfo di arbitrarietà.
Quel che è più grave è che siamo di fronte a un’orgia di ideologia. Il preside ideale, quello che risponde a tutte le domande, secondo questa “batteria”, è un adepto del più piatto, conformista, ottuso costruttivismo pedagogico. Deve anche aderire nel modo più servile alle più grandi scemenze sui Disturbi Specifici di Apprendimento, e persino essere un cultore delle “opere” dei teorici di questa insigne disciplina.
Roba da regime.
Non a caso, il documento pretende che il futuro dirigente dia risposte preconfezionate a domande epocali su cui ogni opinione dovrebbe essere legittima, per esempio “su quale definizione di cultura, tra le seguenti sia oggi maggiormente condivisa all’interno delle scienze sociali”. Insomma deve sapere cos’è cultura secondo il verbo della burocrazia ministeriale.
E, sempre in tema di cultura, si noti questa perla:
Cosa si intende per subcultura? Un sistema di valori, attitudini, modi di comportamento e stili di vita di un gruppo particolare, che si distingue ma allo stesso tempo è legato alla cultura dominante della società (e non inferiori e retrogradi rispetto alla cultura dominante).
Perfetto, questa è la descrizione della congrega che ha stilato questa raccolta demenziale: un gruppo che esprime un sistema di valori legato alla cultura dominante nel ministero. Per noi – ci duole – resta una “subcultura” nel senso comune del termine.

Concludiamo con qualche domanda. La lista dei cervelloni che hanno redatto questa “batteria” è stata resa pubblica sul sito dell’Indire. E’ qualcosa ma non basta. Prima domanda: quanti quattrini hanno preso queste persone per confezionare questa vergogna? Anche questo deve essere reso pubblico. Seconda domanda: chi e con che criteri ha scelto queste persone? Anche questo va reso noto. Terza e ultima domanda: se la parola valutazione ha un senso non sarebbe il caso che il responsabile di tutto ciò paghi? Questa è roba che fa impallidire il tunnel dei neutrini, perché in quel caso si trattava di un comunicato privo di conseguenze pratiche. Qui è in gioco la scelta di un nutrito gruppo di futuri dirigenti delle scuole italiane.

23 commenti:

Vincenzo Manganaro ha detto...

Gentile professore,
faccio seguito al commento sull'altro post. Anche le domanda sulla valutazione che lei segnala sulla terzietà del valutatore è stata espunta, in un utile soprassalto di resipiscenza; se non erro, anche quella sulla "unità di misura" della valutazione.
Saluti, Vincenzo Manganaro

Giorgio Israel ha detto...

Insisto. Questo non cambia nulla. Casomai quel che rende gravissima la cosa è che, invece di chiedere scusa e dimettersi, si dichiara che tutto ciò è normale. E chi lo dichiara è la stessa persona che giorni fa ha sentenziato che "la scuola nei prossimi anni attraverserà una rivoluzione profondissima. Dalla scuola dell’insegnamento alla scuola per l’apprendimento, dove la didattica laboratoriale si realizza portando il laboratorio in classe e non viceversa”. “Imparare ad utilizzare i nuovi linguaggi creati dalle tecnologie è indispensabile per realizzare un’offerta formativa efficace”. Questo è quel che ci aspetta e sulla base di quali "competenze", è sotto gli occhi di tutti.

Lucio ha detto...

Sentivo voci che il concorso verra' annullato, appunto per la schifezza delle domande. E' possibile?
Lucio Demeio.

Gianfranco Massi ha detto...

Premetto che non sono un avvocato: ma ritengo probabile che la "batteria" possa essere, tra l'altro, inficiata di falso ideologico.

pingiori ha detto...

Professore,
provi a rispondere alla domanda (non espunta) 575, area 6:
la visione di sviluppo di un'istituzione scolastica può essere definita come:
a) l'aspirazione verso un futuro immaginato, una descrizione vivida, appassionata, coinvolgente di quello che sarà il futuro per effetto del raggiungimento degli obiettivi;
b) la dettagliata definizione di piani, budget, progetti e azioni da diffondere e comunicare a tutta l'organizzazione e agli stakeholder esterni;
c) gli scopi istituzionali della scuola, le sue ragioni d'essere come entità giuridica autonoma con un mandato da realizzare;
d) un modello previsionale sulle principali traiettorie di cambiamento che interesseranno la scuola nel futuro secondo alternativi scenari probabilistici.
Saluti
F. Pingiori
P.S. La risposta esatta è la a)

francini ha detto...

Quando (il 1° settembre scorso) scaricai il malloppo dei quesiti, la mia unica reazione sfogliando casualmente fu un senso profondissimo di sconforto. Al punto che nemmeno trovai forza e tempo per un commento pubblico. Sconforto per la modalità bovina, mortificante, avvilente con la quale si pensava di selezionare i futuri presidi, per la sciatteria dei quesiti, per la miriade di errori che trovai pescandone a caso una decina di pagine sparse, per gli innumerevoli refusi tipografici (inequivocabile sintomo di sciatteria e approssimazione). Per la sfrontatezza con cui in molti quesiti si contrabbandava per "esatta" la risposta che doveva essere semplicemente la più cara all'estensore. In molti casi risposte che si riducono a slogan, un tripudio di politicamente corretto che assurge a dogma e criterio distintivo di selezione dei dirigenti. Una vera e propria richiesta di assoggettamento culturale e intellettuale, di sapore vagamante orwelliano: questa è la verità, lo stabiliamo noi, se vuoi dirigere una scuola impara a pensare così e interiorizzala al punto di rispondere a ritmo istantaneo (100 domande in 100 minuti). Un esercizio di conformismo di inaudita spudoratezza.

Non fosse stato per le dimensioni francamente colossali dell'indecenza, temo il bubbone non sarebbe scoppiato. E tutti ci saremmo docilmente assoggettati a questa pagliacciata indecorosa. Conforta un minimo che il caso sia esploso. Ma anche dopo la spuntatura restano decine di quesiti sinceramente opinabilissimi.

E, soprattutto, resta un problema di fondo: una batteria di migliaia di quesiti infarciti di sproloqui sulla qualità, l'efficienza di gestione, la responsabilità dirigenziale, la gestione delle risorse umane, la leadership educativa, il ciclo della performance, l'etica del risultato, l'accountability, e così via managerando... insomma alla fine della fiera è troppo chiedere che qualcuno paghi per la più colossale dimostrazione di sciatteria e inadeguatezza che l'amministrazione scolastica ha esibito nell'ultimo decennio? Altro che tunnel dei neutrini (che comunque non è scherzasse quanto a cialtronaggine)...

Mi sovviene in proposito la domanda n. 206, area 6 (superstite alla decimazione):

"A valle di un’azione di delega
gestionale, di fronte all’Organizzazione, la responsabilità del risultato è:"

Risposta esatta: "del solo delegante".

Bene, se ne traggano le dovute conseguenze. Ci sarà pure un responsabile in questa cucina? Non basta incolpare gli aiuti e i camerieri. Non basta.

Altrimenti l'intera operazione sarà inconfutabilmente una presa in giro gigantesca.
Gli aspiranti presidi dovranno dimostrarsi esperti in toyotismo, taylorismo, lean management e compagnia bella, mentre chi li seleziona è beatamente esentato da ogni minima parvenza di capacità organizzativa? Ma vogliamo scherzare? E l'accountability? Vale solo per gli sfigati?

Giorgio Israel ha detto...

Il responsabile ha un nome e cognome. Li ho praticamente detti prima.

Gino C. ha detto...

Sono perfettamente d'accordo, con lei e naturalmente con Francini. Da aggiungere che: appena uscite le notizie di errori il Ministero ha minimizzato (v. comunicato del 6 settembre), dicendo che gli errori erano marginali e fisiologici (sic!); il presidente del Formez parlava delle polemiche che accompagnano questo concorso come di un déja vu; hanno impiegato oltre un mese a pubblicare le correzioni e persino il modo in cui le hanno pubblicate dimostra un disprezzo totale per chi si sta impegnando a studiare; hanno esposto alla gogna pubblica gli estensori materiali delle domande, senza un minimo di pudore visto che il delegante non è meno responsabile del delegato, in un atto che impegna la Pubblica Amministrazione. Chi dovrebbe rispondere sono Gelmini e i suoi dirigenti, e non gli estensori materiali. Caso mai il Miur potrà chiedere a loro conto in un secondo momento, ma il danno a chi sta tentando questo concorso è tutta opera del Miur e dei dirigenti. Infine, il comunicato con cui il Miur afferma che la formulazione dei quesiti "è stata affidata a un'agenzia esterna" costituisce un infantile scaricabarile, come dire "è stato lui". Veramente siamo nel regime dell'irresponsabilità! Ma la cosa più frustrante è che sembra non ci siano strumenti per far cessare questo scempio, della scuola, della cultura, del semplice rispetto umano! Saluti. Gino C.

Dag ha detto...

Penso che ora sia la corsa al record per il peggior quesito, naturalmente tra quelli ancora in gara. Penso che i criteri per assegnare il premio debbano tenere conto anche della gravità delle conseguenze del mettere in pratica la risposta considerata "esatta". Anzi, ritengo che tale gravità sia elemento preferenziale anche rispetto all'idiozia delle risposte (e delle domande).

Del 5.240 cosa ne pensa(te)?
Domanda: in cosa consiste, secondo il documento (cit.) del 2007 del MIUR, la "prospettiva trasversale" che consente di educare meglio gli alunni alla valorizzazione delle diversità e al rispetto delle differenze?

Risposta esatta, udite, udite: Nel lavorare sugli aspetti cognitivi e relazionali delle discipline, più che sui contenuti.

Tralasciamo l'idiozia della mancata definizione di "aspetto cognitivo di una disciplina": mi starebbe anche bene (barocchismo a parte, sullo stile di coloro che dicono "problematiche" e "tematiche" rispettivamente per "problemi" e "temi"), se si intendesse la conoscenza della disciplina. Ma non illudiamoci, visto che tale aspetto è contrapposto ai "contenuti".
Siamo clementi, e intendiamo proprio come vogliono gli estensori e i loro mandanti.
Ci pensiamo, ad una scuola nella quale i docenti mettono in pratica la risposta esatta 5.240 e i dirigenti li incoraggiano?
Meglio non pensarci.
Preferisco pensare (ottimista? illuso?) che molti candidati al concorso stiano facendo proprio come me in questo momento: studiare le risposte come se fossero scritte in un dialetto ugrofinnico. (Chiaro, facendoci forza per quanto possibile su certe "logiche", sui casi dell'esperienza e sull'immaginare ciò che vogliono sentirsi dire.) Ma stando il più possibile distaccati dai significati. E ben consapevoli che crocettare strumentalmente una risposta non significa aderirvi. E poi, nel caso dovessero vincere, a quel punto usare tutte le possibilità (maggiori che da docenti) per (ri)costruire una scuola Scuola. Come ho accennato in un commento ad un articolo precedente, confidenti nell'appoggio di buona parte delle famiglie, più ragionevoli dei burotecnocrati, per realizzarla.
Un po' di ottimismo e di speranza non guasta.

francini ha detto...

No Dag, difficile essere ottimisti e speranzosi. Magari la tua linea è "ragionevole", forse è l'unica concretamente praticabile. A meno di tirarsene fuori spontaneamente e lasciare il campo a chi non trova nulla di strano in queste nefandezze (che però è forse proprio quel che qualcuno vorrebbe...). Tipica situazione lose-lose, c'è da scegliere tra due mali, o lasciare il campo o mostrare di assoggettarsi e perdere un briciolo di dignità. Non è faccenda da poco, se ci si pensa un attimo.

Il tutto non è poi "troppo" diverso da una sorta di giuramento di regime, tipo quello fascista del '31. Quel che si richiede qui è, di fatto, un similare atto di conformismo. Infatti, all'epoca anche molti antifascisti si sottomisero al giuramento, magari proprio con la speranza di poter così mantenere un margine di manovra autonoma "dall'interno", senza lasciare il campo spontaneamente (proprio questo raccomandò il buon Togliatti). E' ben noto che cosa tutto ciò abbia portato: poco o nulla di buono.

Certo, è un'iperbole, la scala per fortuna è ben diversa. E se non altro in questo caso si è passati dal registro tragico al comico. Ma il conformismo culturale che viene richiesto non è a ben vedere minore. Anzi per certi versi qui è perfino più sottile e pervasivo: non basta un'adesione formale, magari di facciata, serve un'intima conversione, una capillare interiorizzazione dei dogmi proposti, al punto di farsi gesto automatico e ripetuto in rapidissima successione.

Sarebbe bello poter banalizzare tutta questa faccenda all'n-esimo, abituale, caso di inefficienza del baraccone amministrativo. Purtroppo vi è ben di peggio sotto.

Giorgio Israel ha detto...

E' l'unica linea concretamente praticabile. Il vertice dirigenziale del ministero esprime le posizioni che vediamo. E annuncia che: «La scuola nei prossimi anni attraverserà una rivoluzione profondissima. L’innovazione a cui ambisce la Riforma non deve solo essere una legge, ma deve servire per attivare un contagio tra le scuole. Il Ministero può solo innescare i cambiamenti, ma sono le scuole che hanno il compito di determinarlo». Bene, allora la risposta deve essere culturale e capillare e deve tradursi in un sonoro no a questa forma allucinante di prevaricazione da regime totalitario. Si blatera di autonomia e si dice che non bisogna trasmettere contenuti ma metodi e che va distrutta la lezione ex-cathedra: salvo i contenuti e le lezioni ex-cathedra che questi ineffabili signori si ritengono in diritto di impartire. La risposta deve essere un "controcontagio": l'innesco del ministero deve spegnersi nei corridoi di Viale Trastevere.

junco ha detto...

Prof. Israel,
“c'è del metodo in questa follia” dell'apologia del metodo, che trova terreno fertile nel campo scolastico. Il motivo è facile capirlo: i contenuti sono impegnativi, difficili da trasmettere e da recepire, comportano conoscenza, responsabilità, impegno. Spiegare stanca, soprattutto se non si ha un granché da spiegare. Dalla cattedra siamo osservati, giudicati. Gli alunni ormai capiscono se un insegnante sa o non sa, se fa fatica a riempire il vuoto. E allora cosa c'è di meglio che sopperire alle deficienze di contenuto affidandosi a metodologie alternative? Cosa c'è di meglio che togliere la castagna dal fuoco, senza scottarsi le mani, confidando nel metodo? Fate voi, studiate voi, vi dico solo come fare. Il contenuto diventa ingerenza, violenza, plagio. Un preside una volta mi disse ridendo che “plagiavo” i miei alunni. Gli risposi ridendo che il plagio è un reato e che se lo avesse ripetuto una seconda volta lo avrei denunziato. Li plagiavo a Dante, Leopardi e Manzoni. Quel ciuccio.
Non si fa che blaterare di “trasversalità”, e vedo progettualità pianificate per planare dolcemente sul nulla. Chi se ne importa della trasversalità se non sono i saperi ad esser trasversali?
Io ci provo, da anni, ad intervenire trasversalmente con le altre discipline: dite alla professoressa di educazione musicale di farvi ascoltare il Don Giovanni di Mozart. Collega, fallo ascoltare, dal momento che hanno studiato questo mito. Nulla, devono suonare il piffero. E' più importante di Mozart. Questa è una scelta di metodo, in barba ai contenuti della cultura occidentale. Questa è la scuola: quindi, quando giungono indicazioni ministeriali per spazzare via i contenuti dall'orizzonte educativo, è una pacchia.
Ha detto il pianista Ramin Bahrami, che vorrei come ministro della pubblica istruzione:
“Credo che, in un momento così difficile per il mondo, da tutti i punti di vista, a livello economico, a livello anche di valori, che non sono più così chiari, perché gli uomini non sanno quello che vogliono, credo che la musica di Bach, la poesia di Dante Alighieri, le sculture di Michelangelo, siano la solidità per gli Occidentali - e non solo - per poter credere in qualcosa” .
Lo ha detto in un'intervista a Zerotreuno, qui: http://www.youtube.com/watch?v=-ahUXla6KY4

giuseppe39 ha detto...

Gent.mo professore,
ho letto con interesse alcuni dei suoi ultimi scritti. Vi racconto il Vietnam sulla riforma, La scuola dei saperi finiti a quiz e questo ultimo sul concorso per dirigenti. Ho molto apprezzato gli interventi di Dag, francini e l'ultimo di Junco che condivido pienamente. Sono intervenuto in altri siti sopratutto sulla proposta di elezione dei dirigenti per cinque anni. E' una vecchia proposta che, secondo il mio modesto parere, tenuto conto della cultura clientelare di cui è fortemente impregnato il nostro paese, sarebbe un disatro maggiore di quello che si sta attuando oggi con la selezione tramite quiz. CERTO, fra pochi giorni, chi avrà superato i suddetti quiz non saranno, per la stragrande maggioranza docenti che avranno capacità e di relazionarsi con le varie componenti scolastiche che di saper prendere decisioni opportune e fruttuose nell'interesse della scuola. Oggi è segnalato dalla stragrande maggioranza degli interventi che si occupano del suddeto argomento evidenziano che , in molte scuole, la crisi maggiore sta nell'incapacità dei dirigenti di sapersi relazionare e prendere decisioni.
ED ALLORA, dato che il concorso è a livello Regionale perchè non si procedeva, così come si opera nelle industrie quando debbono assumere dirigenti, di far effettuare dei colloqui con esperti valutatori che possano accertare le capacità - RELAZIONALI E DECISIONALI- dei singoli partecipanti. Ho fatto il preside dal 1982-83 al 1988-89 da incaricato e dal 1989-90 al 2009 di ruolo, dopo aver vinto regolare concorso. Pur essendo laureato in matematica ho avuto una avversione nel ricordare le Leggi, i D.L , DPR,le O.M attraveso i numeri, sicuramente non sarei stato capace di supoerare i quiz. E , TUTTAVIA VORREI sottoporle quanto mi ha scritto una giovane e brava docente di Italiano e latino, ancora precaria , dopo aver letto un mio intervento sulla posibilità di una norma che consenta l'elezione dei dirigenti.
"
Caro Preside Moncada,
leggiucchiavo qua e là notizie sulla scuola, nella speranza di trovare chissà quale informazione preziosa sui precari, quando mi sono imbattuta nella lettera che lei ha scritto alla redazione di aetnanet.org.
Non posso che dirle quanto mi ha fatto piacere leggere le sue parole, trovare
- come se stessimo camminando e discorrendo trai corridoi dell'Ettore Majorana di Scordia - quel buon senso che il nostro Paese, di qualunque colore politico, sembra aver perso. Ci sono infinite polemiche, infiniti bisticci, infinite questioni che si perdono tra un'intervista e l'altra, mentre il cittadino medio sente solo di sfuggita quello che sta veramente accadendo.
Mi piace pensare a lei come al preside a cui mi sono tante volte appellata per risolvere una faccenda di cui non sapevo sbrogliare la matassa. Trovarla per caso nella Rete, ad agosto, tra tanto baccano sulla scuola, mi ha fatto davvero piacere e mi ha rincuorata perché so di essere stata fortunata ad averla conosciuta. Leggerla su internet mi ha fatto sorridere perché tra quelle pagine ho immaginato e rivisto il suo volto sempre saggio e sorridente."
Ho voluto introdurre quanto scritto dalla docente , non per piaggeria, ma per voler significare che una verifica delle capacità psico attitudinali, e successivante delle relative prove concorsuali, possa essere più significativa dei QUIZ.
Cosa ne pensa?
Giuseppe Moncada

Giorgio Israel ha detto...

Sono d'accordo. Come scrisse Hannah Arendt, la caratteristiche delle dottrine pedagogiche è la perdita totale del buonsenso.

vanni ha detto...

Egregio Professore, questo ultimo articolo, con i commenti che lo integrano, è fra i più preoccupanti mai letti qui.
Forse affiora dalle circostanze che la prima cosa da fare è misurare oggettivamente i misuratori oggettivi, e porre loro una severa soglia di sufficienza? Ridacchio ma sono piuttosto depresso.
Anche da un'Azienda che segua con rigore un percorso di qualità certificata può uscire - ovviamente - un prodotto industrialmente scadente, se manca un buon progetto.
Il contagio... la rivolta del buon senso e dell'onestà (scusate le parole alla buona, ma se così si esprime pure Hannah Arendt...) potrebbe partire dalla Scuola. Una speranza che nasce da tanti commenti ed un augurio ai tanti commentatori. Ed a noi stessi tutti.
I manager, i manager... ho sguazzato in vari ambienti e so che ce ne sono comunque troppo pochi, mentre pullulano gli impiegatucoli vocazionali (amano definirsi dirigenti e funzionari) il cui obiettivo unico è aggrapparsi alla sedia e da questa trarre per sè lustro e - diamine! - bei soldini. Da che altro trarli del resto... costoro vanno capiti, dovrebbero però essere amorevolmente dispersi. Invece forse si continua ad affinare il setaccio per selezionarli. Con un bel controllo di qualità si può certificare una schifezza, con ragionevole sicurezza di riprodurla con rigorosa affidabilità. Anche la Scuola - grande mammella - si difende in questo davvero alla grande.
Ho ben in mente lo slogan dell'egregio Dag - l'ha scritto da qualche parte - per la sua Scuola:”Liceo XY: una scuola dove si studia”. Ahimè, non è banale e scontato. È anzi già un programma che ispira fiducia.

scuolainsieme ha detto...

Che belle prospettive per la scuola, con queste richieste di competenze per i Dirigenti!
Sarà in buone mani! Complimenti agli esperti in quesiti di selezione. Certo hanno le idee molto chiare...

docente precaria ha detto...

Prof. Israel qualche anno fa si diceva che la riforma Gelmini l'avesse scritta Lei, non so se sia vero e neppure so se, come spesso accade, Lei avesse delle idee che sono state storpiate strada facendo, ma mi sembra che il Ministro non sia cambiato e che lo schifo di questo concorso sia parificabile allo schifo di scuola da Paese del Terzo Mondo, in cui mi trovo a lavorare. E se prima certo le cose non erano "rose e fiori", questa riforma ha accentuato lo schifo, senza sanare neppure una delle assurdità che la caratterizzano (docenti inadatti al mestiere, professori che vagano come monadi che non si relazionionano se non con se stessi e il proprio, solitamente angusto, programma, studenti persi e lasciati, anche fisicamente, in balia di se stessi, ecc. ecc.).
Sorvolo sulla richiesta di attuare una didattica laboratoriale impossibile, perché, fatta bene, richiederebbe molte ore di coprogrammazione (magari a scapito di altre ore inutili a produrre scartoffie), che i docenti, sempre più amareggiati, non hanno alcuna voglia di fare, non ultimo perché non pagati per farle (forse non lo sa, ma saremmo funzionari dello Stato, pagati meno che se pulissimo le scale).... e che sia chiaro io sono per un contratto a tempo pieno, dove posso programmare, tutorare, coprogrammare e tutto il resto, oltre a far lezione, a scuola, con serietà e le valutazioni del caso (purché non valutazioni del mio servilismo verso l'uno o l'altro dirigente, selezionato in modo così intelligente per di più).
Sorvolo anche sul classismo insito nella riforma, che segna una distinzione tra chi viene educato a pensare (Licei), che poi ad un ben povero pensiero si viene educati, e quelli che vengono educati ad eseguire (tecnici e professionali).
Ma ci tengo a dire che la visione che Lei spesso propaganda delle scienze sociali (materie che insegno, da laureata in filosofia teoretica, pluriabilitata, specializzata e masterizzata presso università di un certo prestigio) è veramente una visione ottocentesca, che poco ha a che fare con quello che tali discipline sono oggi. Sembra la critica di un positivista da laboratorio polveroso a qualcosa che non si riesce a capire.
Le assicuro che se la riforma e i quesiti di questo concorso fossero stati scritti da pedagogisti seri, avremmo avuto risultati decisamente migliori, di questo schifo. Le scienze sociali indagano l'uomo senza la pretesa del rigore del metodo matematico-sperimentale (che peraltro tanto rigoroso non è, mi pare lo dicessero anche Popper; Khun e Feyerabend...), ma con una mteodologia in evoluzione che sia rigorosa. E di solito producono frutti alti, come insegno ai miei studenti, sicuramente più alti di quelli prodotti da questo Ministro, che dovrebbe forse andare a nascondersi in un tunnel.
Cordialmente
Lucia (docente precaria da 11 anni)

Giorgio Israel ha detto...

Gentile Lucia, "la" riforma Gelmini non esiste. Esistono molti provvedimenti diversi, che vanno giudicati uno per uno. Tanto meno l'ho scritta io, figurarsi: legga il post successivo a questo. Per il resto, non so di cosa parla, per quanto mi riguarda. Non capisco che cosa intenda per la mia critica alle scienze sociali, che pare confonda con la pedagogia, Ed è assolutamente ridicolo che mi imputi una critica delle scienze sociali secondo un'ottica da positivista "polveroso". Chi ha letto un minimo quello che scrivo sa che sono distante le mille miglia dal positivismo, sono proprio all'opposto, e l'idea che le scienze fisico-matematiche siano un modello di esattezza che contrapporrei alle scienze sociali inesatte la può attribuire a chi la pensa al contrario di me. E lasci perdere Popper, Kuhn e Feyerabend che è come mettere insieme cani e gatti. Lei mi accusa di non capire niente senza neanche essersi data la pena di leggere e di capire quanto dico. Ma quale spirito critico vuole trasmettere ai suoi allievi in questo modo?

docente precaria ha detto...

Guardi, io ho letto alcune cose sue, articoli per lo più, e sempre ho trovato questo livore verso la pedagogia che come scienza della formazione per me è parte integrante delle scienze sociali.
Trovo la sua risposta davvero eccessiva nei toni.
I miei studenti sviluppano uno spirito critico più che accettabile dire, da quel che loro mi raccontano negli anni successivi al diploma e sono piuttosto stimata da dirigenti e colleghi.
Io non mi sarei "illusa" di poter contribuire alla riforma prodotta da un personaggio come quello che guida questo ministero, messo lì per meriti che nulla hanno a che fare, con la competenza didattico educativa. E mi rifiuto di risponderLe nel tono da lei usato con me, perché non è mio costume, né tanto meno mi interessa la polemica sterile. Quindi se si è sentito offeso, mi perdoni e provi a pensare che se Lei come altri non aveste prestato il vostro nome a questa gente, non saremmo in questa situazione.
Ma, certamente, Lei è più che libero di operare ben altre valutazioni.
Detto ciò, un tono meno "baronale", La renderebbe più gradevole.
Con cordialità.
Sempre la prof precaria, che a sentir lei dovrebbe cambiar mestiere.

Giorgio Israel ha detto...

Gentile Prof., lei stigmatizza il mio tono, dichiarandosi superiore ad esso e lo definisce baronale. Ma che tono è mai quello di chi invece di fare una critica definisce una persona come un positivista da laboratorio polveroso che critica qualcosa che "non riesce a capire"? Lei si comporta secondo uno standard che ogni tanto si ripresenta su questo blog. Prima spara insulti - in sostanza mi ha detto non soltanto che non capisco niente, ma addirittura che non riesco a capire - e poi, se uno risponde a tono, si offende e fa la superiore e la vittima assieme, tirando fuori i baroni. La vittima, perché non le ho neppure detto di cambiar mestiere, soltanto di comportarsi in modo critico e riflessivo. Che dire? Che sarebbe assai più gradevole non ricevere messaggi del genere che fanno pensare non che lei debba cambiare mestiere ma che non vorrei per i miei figli un insegnante tanto impulsiva. Rifletta e guardi il suo trave prima di occuparsi delle pagliuzze baronali degli altri.

Giorgio Israel ha detto...

Mi lasci aggiungere che l'idea che la pedagogia sia parte delle scienze sociali - e non delle scienze umane (sfumatura non indifferente), o, soprattutto, stretta parente della filosofia - mi fa rabbrividire e misura per me tutta la dimensione del disastro che queste teorie stanno producendo.

Alessandro Marinelli ha detto...

"classismo insito nella riforma, che segna una distinzione tra chi viene educato a pensare (Licei), che poi ad un ben povero pensiero si viene educati, e quelli che vengono educati ad eseguire (tecnici e professionali)."

Parrebbe che abbia proprio ragione Paola Mastrocola: 'da lì sono partiti e lì sono rimasti'. Se volessi mettermi a spiegare perché mi trovo in totale disaccordo con delle affermazioni del genere non saprei neanche dove cominciare (e certamente non finirei più). Il liceo è la scuola in cui si "pensa" o lo diventerà a breve non appena entrerà a regime la "riforma Gelmini": se ci si crede davvero, auguri. Se non che, tale liceo offre davvero un ben misero "pensiero". Bisognerebbe passare ad una didattica "laboratoriale", "relazionale" e compagnia bella, ossia, tradotto, non fare un tubo dalle 08 alle 13. E poi ci sono le tecniche e le professionali, dove gli studenti vengono programmati per eseguire gli ordini (quali e di chi non è dato sapere). Non passa mai per la testa che materie come elettrotecnica o meccanica possano essere anche molto difficili, o che necessitino di studio approfondito, precisione e attenzione per i dettagli. E poi c' è il grande tormentone: il 'classismo'. Già, perché il liceo è esclusivamente per i rampolli delle famiglie benestanti, mentre la feccia sta bene nel resto dei bassifondi scolastici. Però capita spessissimo che uno studente di famiglia povera trovi interessanti materie come la letteratura, il latino, la matematica o la filosofia e voglia iscriversi ad un liceo. Capita persino il contrario! Non si può che concludere che l' esistenza di due percorsi scolastici, uno per chi desideri una formazione più applicativa con la possibilità di lavorare prima e uno più teorico con l' università come sbocco naturale (almeno in termini estremamente sintetici), in Italia lo chiamiamo 'classismo'.

Ho gradito anche la parte sul rigore del (cosiddetto) metodo "matematico-sperimentale che poi tanto rigoroso non è", nonché quella sui pedagogisti seri che avrebbero dovuto formulare le domande per i quiz. Di nuovo, affidare il compito a matematici, scienziati o umanisti non passa neanche per l' anticamera del cervello. Forse perché sono residui polverosi d' ottocentesca memoria. E intanto gli studenti cinesi studiano ore e ore ogni giorno...

Nautilus ha detto...

Gentile Lucia, lei scrive:
" Sorvolo anche sul classismo insito nella riforma, che segna una distinzione tra chi viene educato a pensare (Licei)...e quelli che vengono educati ad eseguire (tecnici e professionali)."
A mio personalissimo avviso questa è una di quelle idee che chiamo "de sinistra", magari generose nelle intenzioni ma senza veri riscontri nella realtà.
Intanto, chi lo dice che imparare come funzionano i circuiti elettronici o un alternatore o i motori termici o perfino a usare un tornio "non educa a pensare" ma solo ad eseguire? Ho fatto un ITI (di buona qualità, questo sì è importante) e insegno da trent'anni in uno scientifico, e ho scoperto una cosa: pensare è pensare, lo si può saper fare bene o esserne incapaci, a qualunque materia o disciplina lo si applichi.
L'idea che a me pare davvero classista è che soltanto attraverso lo studio di certe materie si possa dotarsi di autonomia di pensiero, altrimenti se ne rimane irreparabilmente fuori, buoni solo per "eseguire".
Se questo è vero per quanto riguarda nozioni e conoscenze, non lo è affatto per quanto credo intenda lei con "educare a pensare".
Si può ingegnarsi a capire come tornire bene un pezzo di metallo e trarne insegnamento e arricchimento personale, si possono leggere Popper e Khun ecc. senza ricavarne null'altro che formule elaborate da altri.
Sempre ammesso che siano giuste, mentre sicuramente un tornio non mente. Estremizzo per spiegarmi meglio.
V'è poi la questione delle inclinazioni personali: a molti ragazzi la teoria pura e lo studio sui libri ripugna, e magari sono attratti dalle realizzazioni pratiche: perchè obbligarli a seguire forzatamente una strada che non sentono? A tormentarli con materie che odiano?
So qual'è l'obiezione : le condizioni di partenza ineguali, guarda caso i figli di laureati vanno al liceo, quelli di diplomati ai tecnici, quelli senza arte nè parte ai professionali. Questi sono i fatti, statisticamente parlando. Qui il discorso diventa lungo, dirò solo che l'"obbligo di liceo" per tutti per me non è la soluzione.