lunedì 12 marzo 2012

LO SCIPPO DEL LIBERO ARBITRIO


Gran parte della storia dell’umanità si è ispirata a una visione dualistica che distingue tra la sfera naturale e la sfera mentale e spirituale. È una visione che ha permeato la struttura del sistema della conoscenza, già nel mondo pagano. Il pensiero di Aristotele è articolato nella considerazione della fisica, della metafisica, della logica, dell’etica e dell’estetica, e non mira a ridurre l’una all’altra. Anche la distinzione medioevale tra “trivio” e “quadrivio”, pur non riconducibile direttamente a quel dualismo, riflette la distinzione tra saperi “scientifici” e saperi “letterari”, senza ordinarli gerarchicamente. Una siffatta gerarchia venne invece introdotta da Galileo quando additò l’Iliade e l’Orlando Furioso come opere di fantasia in cui la verità di quel che vi è scritto è la cosa meno importante. L’attribuzione di un valore di verità alle sole scienze naturali, e la negazione di un valore di conoscenza razionale all’esplorazione letteraria dell’animo umano, riflettono l’entusiasmo suscitato dagli straordinari successi delle scienze fisico-matematiche. Ma, nonostante tutto, siamo ben lontani dalla negazione del dualismo. Per i grandi fondatori della scienza moderna – come Galileo, Descartes, Newton, Leibniz, Keplero – non è in discussione che esista una sfera naturale, esplorata con successo dal metodo matematico-sperimentale, e una sfera spirituale che è dominio della filosofia, della religione, della letteratura e dell’arte. Il monismo materialista ha lontani antecedenti, ma il suo pieno ingresso sulla scena avviene con le teorie settecentesche dell’uomo-macchina di Lamettrie e con la medicina materialista di Cabanis. Si trattò di una parentesi perché il pensiero dominante dell’Ottocento fu prevalentemente dualista. Anche un matematico come Cauchy sosteneva che non bisognava «ostentare le scienze matematiche al di là del loro dominio» e non ci si doveva illudere «che si possa affrontare la storia con delle formule, e sanzionare la morale con dei teoremi». Sono frasi in cui traspare una tensione. La sortita del materialismo settecentesco, se pur in momentanea ritirata, aveva aperto una ferita insanabile. Era di fatto solo una tregua. Agli inizi del Novecento si ripresentò un riduzionismo materialista più agguerrito che mai che trasformò la distinzione tra le due sfere del pensiero in una condizione di conflitto permanente.
Circa mezzo secolo fa, il termine “le due culture” fu coniato da C. P. Snow nell’omonimo saggio in cui denunciava l’incomprensione crescente tra scienziati e umanisti: «trent’anni fa le due culture non si rivolgevano la parola, ma almeno si sorridevano freddamente. Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce». Allo scienziato che condanna come una perdita di tempo la lettura di un romanzo, si oppone la sprezzante vanteria dell’umanista di non saper fare neppure una moltiplicazione. Tuttavia il conflitto non si pone in termini astrattamente equivalenti. Non esiste un tentativo riduzionista delle scienze umane. Esiste invece un riduzionismo naturalistico sempre più pervasivo. L’unico progetto in campo è quello che mira a superare il dualismo tra le due culture riducendo l’una all’altra, riassorbendo la sfera umana entro la sfera naturale, riducendo l’uomo a fisica e biologia. Tutto il complesso delle scienze umane consolidato nei secoli deve essere riscritto nel linguaggio delle scienze naturali, ed eventualmente matematico. In attesa che il progetto si realizzi quel complesso è messo in mora, come privo di valore e interesse.
La problematica conoscitiva si salda strettamente con una tematica metafisica: difatti, il progetto riduzionistico non è scientifico, bensì metafisico. L’obbiettivo non è più quello di studiare la natura, bensì di dimostrare che tutto si riduce a processi materiali. Gli sviluppi contemporanei della scienza ne forniscono la conferma più evidente. In un periodo in cui la fisica conosce una stasi, il ruolo di “big science” è assunto dalla biologia, o meglio dalla genetica e dalle neuroscienze; che si ripartiscono in due filoni: uno di direttamente tecnologico e l’altro volto a “dimostrare” l’assunto metafisico di cui si diceva. La dimensione teorica della biologia – già di per sé esile, perché non esiste una biologia teorica analoga alla fisica teorica – è sparita e si è trasformata in una metafisica materialistica che gioca il ruolo di supporto teorico della pratica manipolativa. Come ha osservato Gilbert Hottois, caratteristica della tecnoscienza è l’abbandono dell’approccio “logoteorico” della scienza classica, a favore dell’operatività. Eppure mai come ora la tecnoscienza ambisce a dare risposte metafisiche, proprio mentre predica la fine della filosofia. In realtà, vuole sostituirsi ad essa e fornire risposte alle classiche domande della filosofia gabellandole come risultati scientifici.
Lo scopo è di dissolvere la questione antropologica naturalizzando la sfera umana, riducendo l’uomo a un complesso biofisico contingente e modificabile nel genoma e nel cervello. La natura simbolica dell’uomo sparisce e viene ridotta ad altro, a processi materiali: la mente è cervello e null’altro; l’essere è genoma e null’altro; la sfera simbolica è un prodotto tecnobiofisico; la vita e la morte sono l’accensione e lo spegnimento di una macchina; l’uomo-macchina è interamente manipolabile. Con la questione antropologica è dissolta la questione morale, ridotta a una questione di conformazioni neuronali. La religione viene dissolta nella neuroteologia.
Si potrebbe obiettare che tutto ciò sarebbe legittimo se fosse scientificamente dimostrabile; se la scienza contemporanea avesse realizzato il miracolo di trasformare i classici problemi della metafisica in problemi scientifici risolubili in termini positivi.
Proprio su questo occorre misurarsi senza reticenze. I “risultati” che sosterrebbero queste “scoperte” offrono un panorama di edifici pieni di crepe e la cui stabilità è a dir poco precaria. Non sono in discussione i singoli risultati sperimentali bensì le deduzioni arbitrarie che ne vengono tratte. Quale risultato sperimentale avvalla la tesi secondo cui «tutto è genetico»? Come osservò il biologo Henri Atlan, proprio il successo (pur fortunoso) della clonazione ha demolito conclusivamente quella tesi. Eppure essa viene riproposta come un truismo, tanto che è divenuta un luogo comune.
Consideriamo tre esempi relativi all’ossessione dominante nell’ambito delle ricerche neuronali e genetiche: dimostrare che il libero arbitrio non esiste.
Esiste un ampio filone di ricerche in tal senso che può essere rappresentato dal libro Mind Time di Benjamin Libet. Si tratta di esperimenti volti a dimostrare che l’esperienza soggettiva della libertà è un’illusione e che le nostre azioni sono prodotte da processi cerebrali inconsci che agiscono prima che noi si sia consapevoli delle nostre intenzioni. Tali esperimenti consistono nel misurare l’attività elettrica cerebrale che si manifesterebbe in concomitanza con l’assunzione di una decisione e nel confrontare l’istante d’inizio di tale attività cerebrale con il momento in cui la decisione viene presa, segnalato dal soggetto mediante la pressione su un bottone, o con un atto analogo. Si sarebbe mostrato che l’attività cerebrale ha inizio prima della pressione del bottone: lo scarto varia tra qualche millisecondo e un decimo di secondo. I ricercatori più scrupolosi, rendendosi conto che un simile esile scarto potrebbe rientrare negli errori di misura, hanno seguito un’altra via: fare una ricerca e uno studio delle aree del cervello che «predeterminano le intenzioni consapevoli», misurarne l’attività con tecniche di risonanza magnetica individuando l’inizio della «fase preparatoria della decisione». In tal caso, lo scarto salirebbe ad alcuni secondi.
Non è difficile vedere i vizi di questa procedura. In primo luogo, dare per scontato che esistano aree che «predeterminano» le intenzioni consapevoli indica che la tesi dell’inesistenza del libero arbitrio viene data per dimostrata prima di averlo fatto, anzi viene usata per dimostrarla. Inoltre, è chiaro che è improprio chiedere a una persona di annunciare l’istante in cui egli assume una decisione per confrontarlo con un istante di natura totalmente diversa: quello in cui ha inizio una vaga «attività preparatoria» nel corso della quale viene elaborata la decisione: è evidente che il momento in cui rifletto se uscire o no di casa viene prima del momento in cui decido di uscire. Ma c’è un vizio ancor più grave. Da un lato si misurano grandezze fisiche, osservabili misurabili con apparecchi di laboratorio: intensità di correnti, flussi sanguigni. Dall’altro lato si ha a che fare con qualcosa di diverso, ovvero con un rapporto con cui il soggetto dichiara l’esistenza di uno stato mentale: “premo il bottone o indico una lettera, e così informo di aver compiuto la scelta”. È qualcosa di analogo ai rapporti verbali (un “racconto”) in cui il soggetto descrive quel che prova soggettivamente. È del tutto arbitrario considerarlo come la determinazione esatta dell’istante temporale della presa di decisione, analoga alla misurazione diretta con un apparecchio. Qui vengono identificate cose diversissime: un rapporto dichiarativo e uno stato mentale. Per controllare la coincidenza della “dichiarazione” con lo stato mentale occorrerebbe penetrare direttamente in questo. Ma il rapporto dichiarativo può essere verificato soltanto con altri rapporti dichiarativi, in un’impossibile regressione all’infinito verso il “foro interiore” della persona senza che sia possibile mettere in atto qualcosa di simile alla misurazione diretta di una corrente elettrica. Pertanto mettere a confronto quelle due “misurazioni” del tempo è un grave errore metodologico indotto dalla pressione dell’assunto metafisico.
Una situazione analoga si presenta nella teoria dei neuroni specchio, che M. Jacoboni nel suo Neuroni specchio definisce come gli elementi neurali determinanti per il comportamento sociale. Anche qui l’identificazione di aree che si attivano nei rapporti sociali e nelle situazioni di “empatia” non autorizza a considerarle come un fattore causale, come il fattore materiale che «colma il divario tra il sé e l’altro». Soprattutto se si ammette che «sembra esservi nel cervello, oltre al sistema dei neuroni specchio, un altro sistema neurale, il sistema della condizione di default, implicato sia con il sé sia con l’altro, nel quale il sé e l’altro sono interdipendenti». Mentre i neuroni specchio hanno a che fare con gli aspetti fisici del sé e dell’altro, il sistema della condizione di default dovrebbe «concernere aspetti più astratti della relazioni tra il sé e l’altro: i loro rispettivi ruoli nella società o comunità cui appartengono».
In attesa di capire di cosa si tratti, l’indimostrata riduzione dell’empatia a neurobiologia deve far fronte al problema del perché talora l’empatia non si manifesti e vi siano piuttosto manifestazioni di insofferenza persino atroci. S’invoca allora l’ipotesi che gli stessi meccanismi che provocano l’empatia diano luogo alla violenza imitativa. La legislazione dovrebbe tenerne conto e modellarsi sui codici sociali descritti dalla neurobiologia. Si lamenta al riguardo che il riconoscimento del ruolo di guida della scienza nell’etica pubblica sia ostacolato dai pregiudizi, in particolare dalla credenza nel libero arbitrio, così svelando che il vero obbiettivo è quello di distruggere questo “pregiudizio” e non di attenersi a risultati positivamente dimostrati. Sorge inoltre il problema di come dovrebbe avvenire la riorganizzazione sociale basata sull’accettazione ufficiale del determinismo biologico.
Un indizio lo fornisce il nostro terzo esempio. Esso è dato da una serie di ricerche sui ratti effettuate dal neuroscienziato statunitense Jean Decety. Egli ha constatato che un ratto cui viene offerto un pezzo di cioccolato davanti a un suo simile imprigionato preferisce spesso liberarlo e dividere con lui il cioccolato anziché comportarsi in modo egoistico. Massimo Piattelli Palmarini riferisce che, secondo Decety, i circuiti cerebrali coinvolti in questi processi sono gli stessi che nell’uomo e così gli ormoni legati all’attivazione di questi circuiti. Il neurofilosofo Peter Singer si è posto allora il problema del manifestarsi di casi reali opposti, e cioè di persone totalmente indifferenti al dolore altrui. Sarebbe un buon motivo per concludere che il libero arbitrio esiste… E invece no. Dando ancora una volta per scontato quel che andrebbe dimostrato, e cioè che l’empatia sia un processo cerebrale, determinato da una struttura neuronale (con meccanismi non univoci o meccanismi sconosciuti, visto che essa può esservi o no), Singer si chiede se non sia possibile fabbricare una pillola dell’empatia che la susciti in chi ne è sprovvisto. Siamo di fronte alla patente alleanza tra metafisica materialista e tecnoscienza manipolatoria.
Piattelli Palmarini si ribella di fronte a questa deriva e denuncia la presenza di una «crescente neuromania» e «genetomania», aggiungendo che non è bene assumere «un atteggiamento scientista e potenzialmente manipolatore»: «il libero arbitrio è un peso ma dobbiamo sopportarlo».
Non credo che il libero arbitrio sia un peso da sopportare. Penso, al contrario, che sia ciò che rappresenta il fattore distintivo (e nobile) dell’uomo. Ma la pressione del riduzionismo scientista è tale che termini come “libero arbitrio”, “libertà”, “persona” e “dignità della persona” sono visti come relitti di un passato oscurantista. Eppure la fragilità di queste costruzioni pseudoscientifiche non giustifica alcuna soggezione nei loro confronti e tantomeno l’accettare che tutta la conoscenza venga assoggettata al prefisso “neuro-”. È vergognoso dirsi spiritualisti? In verità, per un religioso, che crede in un Dio creatore diverso da un Giove tonante, e che crede che l’uomo porti in sé una scintilla dello spirito divino, non dirsi tale è negare sé stesso. E non esistono scoperte scientifiche che dimostrino la metafisica materialista. Occorre avere il coraggio di dirlo. Anche per il bene della scienza.
(L'Osservatore Romano, 4 marzo 2012)

33 commenti:

Claudio Mancini ha detto...

Ricordo solo come la negazione del libero arbitrio sia operativa da tempo nella scuola dove la responsabilità del singolo alunno quasi non esiste più. Questo grazie anche a molti cattolici che animati da una carità menomata della verità non si accorgono dei guasti che producono.

Il discorso proposto dal prof è veramente profondo. Io, semplificando brutalmente, vedo nella cultura anglo – americana la grande fucina della metafisica materialista che cerca, sin dalle sue origini, di instaurare un palingenetico NOVUS ORDO SECLORUM, come si può leggere sulla banconota da un dollaro. Tutto ciò alla luce di una fede (IN GOD WE TRUST) in una divinità a propria misura che avvalla le decisioni (ANNUIT COEPTIS) e ricorda molto il tragico GOTT MIT UNS. Vacciniamoci e prendiamo le distanze!

Gianfranco Massi ha detto...

Quando gli esperimenti immaginabili non sono più realizzabili, allora in questa scienza neuronale non c’è più nulla da scoprire né da dedurre.Si può solo negare “scientificamente” ogni deduzione ulteriore. Ciò non accade invece nella scienza fisico – matematica. Se Eratostene avesse applicato lo stesso metodo, come avrebbe potuto tracciare la mappa dell’Europa dopo avere misurato il raggio della sfera Terra?

Pat Z ha detto...

E' sorprendente come oggi queste novità entrino nella scuola alla velocità della luce: giusto qualche giorno fa sono stata informata da alcuni miei alunni che - sotto la guida della collega di biologia - avrebbero preso parte a non so quale fase territoriale delle olimpiadi delle neuroscienze! Ho chiesto loro spiegazioni ma confesso di non essere riuscita a capire in cosa consistesse il cimento.
Certo, una volta ci voleva una quarantina d'anni prima che le ultime acquisizioni della critica e della ricerca facessero capolino nelle scuole: era una cosa un po' frustrante. Ma adesso che invece siamo così al passo coi tempi, mi viene il dubbio che le novità con cui entriamo in contatto non meritassero anch'esse di essere lasciate a "decantare" per quarant'anni...

Luigi Sammartino ha detto...

Io sono uno di quelli che al libero arbitrio non ci crede, se per libero arbitrio si intende la facoltá assolutamente autonoma da ogni tipo di condizionamento, di adoperarsi per il bene e per il male morale.
E sono pure uno di quelli che crede che genetica, psico-biologia, educazione e contesto socio-culturale abbiano un impatto profondo. Questo non vuol dire che siamo dei robot schiavi della nostra genetica e del nostro ambiente, ma nemmeno il contrario, che siamo puri spiriti totalmente svincolati dalla nostra carne e liberi di scegliere al di lá dei nostri istinti e dei nostri limiti.
Sono anche uno di quelli che crede che l'empatia sia una caratteristica che alcuni individui hanno in maniera piú marcata degli altri e che questa condizioni profondamente il nosstro comportamento morale.
Detto questo, la ricerca di un modello rigoroso - "cibernetico" - del nostro comportamento e delle nostre facoltá mentali (anche morali) é al momento zoppicante. Ci sono troppe scuole di pensiero e troppi filoni interpretativi.
Peró io sono dell'opinione che questo modello prima o poi arriverá, anche se magari ci vorranno anocora 1000 anni di ricerca.

Giorgio Israel ha detto...

Ovviamente questo non è il libero arbitrio ma una sua parodia con la quale il discorso è ridicolizzato e chiuso. Nessuno si sogna di parlare di "assoluta" libertà da ogni condizionamento, ecc. In un contesto evidente di condizionamenti di ogni tipo sono o no le nostre decisioni frutto di una libera determinazione, oppure tali scelte sono pure apparenze, essendo tutto determinato da processi meccanici inconsci? Lei crede di aver "deciso" di inviare un commento, in realtà non ha deciso nulla e tutto era già scritto, per cui è semplicemente avvenuto quel che doveva avvenire, come un tazza di caffè lasciata a sé stessa si porta a temperatura ambiente. Io sono convinto che pur tra mille condizionamenti - economici, familiari, di lavoro, di salute, culturali, ecc. – alla fine "scelgo" liberamente dove andare in vacanza. Altrimenti lo scenario del mondo sarebbe una grottesca pièce teatrale in cui ognuno fa finta di decidere di fare qualcosa e in realtà è una marionetta agitata da processi che non conosce e non controlla. Come diceva Aristotele, l'unica soluzione coerente, se uno crede a questo, è porsi immobile, senza far nulla, e senza parlare con nessuno, senza neppure muovere il dito per trasmettere segnali al prossimo, come faceva Cratilo.

Gianfranco Massi ha detto...

Certo che le mie decisioni,come quelle di ogni individuo, sono influenzate dall'ambiente - o,meglio,da altri -. Ma il decision maker resto sempre io, incominciando dalla scelta dei "consiglieri". Il sgnor Sammartino obietterà che la scuola e i compagni non li ho scelti io, ma questo è un altro discorso che esula da quello degli scientisti. Almeno spero|!

Daniela ha detto...

Scusate ma credevo che il libero arbitrio fosse un concetto morale: ad esempio innumerevoli volte ogni giorno posso scegliere se rubare o non rubare. Ritengo che la banalizzazione del concetto di libero arbitrio sia iniziata molti decenni fa, quando "liberta' di scelta" ha iniziato a descrivere eventi quali recarsi al supermercato per acquistare uno shampoo, per giunta vantando la "liberta' di scelta" del fortunato consumatore occidentale che ha di fronte interi scaffali.

Giorgio Israel ha detto...

Lo vada a dire a Libet & co. Comunque, che vuol dire? Che esiste il libero arbitrio in senso morale e non nel senso dell'acquisto dello shampoo? È evidente che se non esiste la libertà di scelta se scrivere o no questo commento non esiste neppure la libertà di scelta morale. Senza contare che distinguere tra gli atti che non hanno implicazioni morali e quelli che le hanno è a dir poco complesso. Non sarebbe il caso di essere meno sicuri di sé in tema di definizioni filosofiche?

Grazia Dei ha detto...

Se interpreto correttamente le parole di Claudio Mancini, nella scuola, diventata troppo buonista per colpa dei cattolici, non verrebbe riconosciuto il libero arbitrio agli alunni, cioè la capacità di decidere autonomamente se studiare o no, se rispettare le regole o no e in definitiva non li si metterebbe abbastanza davanti alle conseguenze delle proprie scelte. Ho capito bene?

Se è quel che intendeva dire, a Claudio Mancini vorrei dire che i buonisti sono più spesso i non cattolici dei cattolici professi, perché sono spesso imbevuti di sociologismi vari.
Mi sembra poi ovvio che la capacità di esercitare il libero arbitrio in età evolutiva sia molto limitata e non so quanti adulti responsabili sarebbero diventati tali senza dei tutori (genitori, insegnanti e, perché no?, parroci).

Daniela ha detto...

Nel mio caso non c'e' molto libero arbitrio quando scelgo uno shampoo, sono consapevole che la mia decisione e' presa da altri - ad esempio la gestione del supermercato e le promozioni della settimana - e pesantemente influenzata da eventi contingenti (dove faccio la spesa, quale flacone attrae la mia attenzione, quale ho gia' acquistato): non leggo neanche la lista degli ingredienti. Penso che i modelli tipo Changeux descriverebbero bene la mia scelta, anzi per quanto mi riguarda, eliminerei del tutto il libero arbitrio e manderei un robot a fare la spesa. Certo alcune persone hanno allergie o problemi dermatologici, ma per loro, gli shampoo non sono tutti uguali e il mio esempio non e' adeguato.
Viceversa, ci sono circostanze che mi forzerebbero a rubare o almeno a valutarne l'opportunita', ma - visto che sono convinta che rubare non e' equivalente a non rubare - e visto che mi considero responsabile delle mie azioni, se non altro di fronte a me stessa - valuto le opzioni disponibili e le confronto. Cosi' come farei per l'acquisto di una casa, che non ha intrinsecamente implicazioni morali (do' per scontato che non ci siano questioni relative al costruttore o altro) ma e' un passo importante che influenza la nostra vita, quindi le decisioni successive. Se mi trasferisco in Sudan e mi faccio costruire una villa coi miei soldi, e' probabile che dovro' assumere vigilanza armata e dare loro istruzioni. Giusto pensarci prima e soppesare bene, magari anche confrontandomi con altri e chiedendo consiglio. Lo shampoo, sinceramente, ho altro a cui pensare.

Algo Carè ha detto...

Anche chi crede nel libero arbitrio non farà fatica, credo, ad ammettere che non è impossibile ridursi ad "una marionetta agitata da processi che non conosce e non controlla". Si segua qualche controdecalogo, il quarto potere farà il resto.

A volte viene il dubbio che i monisti materialisti cedano alla tentazione di semplificarsi la vita agendo, in oscure combutte col principe di questo mondo, sulla realtà da modellare anziché sul modello. Se è difficile descrivere coi teoremini lo spirito, non pare impossibile riuscire ad asfissiarlo, di modo che così rimpicciolito l'uomo possa aderire con bell'agio ad un'insieme sparuto di formule chiuse. O no?

PS
I neuroni specchi m'impongono di confessare che questo messaggio è in realtà un pretesto per ringraziare finalmente il Professore per i suoi contributi in questo spazio.

Attento ha detto...

Il saggio del prof. Snow deve essere veramente stato "epocale".

E' il punto di partenza del capitolo "Le due culture" nella bella opera "Noi, moderni" di Alain Finkielkraut. Quel capitolo ha molti punti in comune con questo articolo anche se gli approcci sono, mò davvero, l'uno molto letterario, l'altro più "scientifico".

Nello spazio più generoso del libro il filosofo francese ha avuto la possibilità di continuare il ragionamento passando a trattare di letteratura, spiegando che essa non può essere considerata pura "estetica" ma che é fonte di "conoscenza" dei territori difficilmente esplorabili con la mentalità ogico-matematica.

Lo fa anche citando il famoso "L'arte del romanzo" di Milan Kundera.

Non ho l'ardire di sintetizzare l'illuminante accostamento accostamento di Cervantes a Cartesio come iniziatore della modernità però vale la pena di citarlo:

"Mentre Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l'universo e il suo ordine di valori, separato il bene dal male e dato un senso ad ogni cosa. Don Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo. Questo, in assenza del Giudice supremo, apparve all'improvviso in una temibile ambiguità; l'unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative, che gli uomini si spartirono fra loro. Nacque così il mondo dei Tempi moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello."

E altrettanto illuminante é il commento sui grandi scrittori che, a vario titolo, hanno saputo raccontare l'assurdità del '900:

"Perché la Germania ieri, e oggi la Russia, vogliono dominare il mondo? Per essere più ricche? Più felici? No. L'aggressività della forza è totalmente disinteressata, immotivata, la forza vuole solo il proprio volere; è l'irrazionale puro.
Kafka e Hašek ci mettono dunque di fronte a questo immenso paradosso: nel corso dei Tempi moderni, la ragione cartesiana ha corroso uno dopo l'altro tutti i valori ereditati dal Medioevo. Ma nel momento della vittoria totale della ragione sarà l'irrazionale puro (la forza che vuole solo il proprio volere) a impadronirsi della scena del mondo, perché non ci sarà più alcun sistema di valori comunemente accettato in grado di opporsi ad esso."

Claudio Mancini ha detto...

Nella scuola c’è la tendenza talvolta perniciosa di ricondurre la valutazione di un alunno ad elementi estranei ai criteri interni alle discipline. Se uno va male è perché poverino …, ma anche chi va bene è perché vive in contesto che favorisce … . Una certa sensibilità cattolica dice: “gli alunni sono persone non oggetti, dobbiamo tenere in considerazione anche la complessità della psicologia, ecc.” Verissimo! Ma poi si finisce per dimenticare che di questa o quell’altra disciplina l’alunno non sa nulla e si è costretti quasi a barare per giustificare certe promozioni. Questo atteggiamento finisce anche nel mondo del lavoro dove chi lamenta disgrazie trova più audience di chi lavora in silenzio.

Ma tornando al tema proposto, in particolare alla questione delle due culture, ricordo un bellissimo intervento del matematico Laurent Lafforgue, dove si critica quella sensibilità cattolica che vede nell’oggettività qualcosa di disumano. Si può leggere qui http://www.tracce.it/?id=266&id2=297&id_n=14798 ma è meglio l’originale francese http://www.ihes.fr/~lafforgue/textes/MathematiquesPersonneHumaine.pdf

Nautilus ha detto...

Questa poi! Non mi pareva possibile ma ho trovato la ricerca cui si riferisce il prof. Israel! Due ratti son capaci di essere solidali fra loro come e più degli esseri umani...come si spiega? Sembra da escludere la presenza dell'anima, e anche il libero arbitrio, trattandosi di miserabili topacci, sembrerebbe un'ipotesi azzardata.
E allora? Sarà forse un automatismo di questa specie, che a quel che mi pare di ricordare è dotata di grande spirito di sopravvivenza collettiva. Se così è, mi parrebbe una prova dell'esistenza di comportamenti altruistici innescati non da una scelta morale, ma dalla necessità genetica di preservare il proprio simile come parte della comunità topesca.
E' anche vero che per ottenere questo risultato i due ratti si fan convivere nella stessa gabbia, il che crea presumibilmente dei legami individuali.
Ora, che gli animali sian capaci di provare affetto e quindi empatia perfino fra specie diverse se si accorgono che l'altro è in stato di necessità è sotto gli occhi di tutti, resta da stabilire se questo sia determinato da dei meccanismi neuronali e motivazionali sconosciuti o...da non si riesce nemmeno a immaginare cosa.
Se sono dei meccanismi, non mi pare del tutto peregrina l'idea di poter riuscire ad attivarli, anche se non mi sembra affatto augurabile; trasformeremmo gli esseri viventi in burattini di carne. Se lo fa la Natura passi...ma se vi si sostituisse un agente intelligente sarebbe orrendo.


Cara Daniela, vedessi quanto tempo ci mette il sottoscritto a scegliere uno shampoo al supermercato ti convinceresti che il libero arbitrio esiste...ed è pure pesante da portare.

Caro Attento, non per contraddirti ogni volta (quando ho tempo ti rispondo nel post precedente) tanto più che chi scrive è Finkielkraut...ma quando la ragione non dominava la scena come ora e i sistemi di valori erano saldissimi, chi c'era che si opponeva vittoriosamente alla "forza che voleva solo il proprio potere"? Prima della Germania e della Russia non è esistito nessuno che voleva dominare il mondo? Non so, Roma, la Spagna, l'Inghilterra, Napoleone, tanto per citarne qualcuno.

Attento ha detto...

Quello che rende un po' ridicole le discussioni nei blog é la seriosa disinvoltura con cui si pongono quesiti che abbracciano gran parte della storia universale e della filosofia occidentale.

Si rischia di fare la figura di Totò e Peppino alle prese con la scrittura di una missiva (punto, due punti e punto e vigola! meglio abbondare!).

Quindi non mi azzardo nemmeno a partecipare al vasto programma di dibattito proposto da Nautilus.

Più semplicemente mi compiaccio con lui perché mi sembra che abbia scoperto l'esistenza di un filo conduttore che lega le varie epoche storiche. Se seguirà questa traccia a ritroso va i finire che riconoscerà di trovarsi nel libro della Genesi, davanti ad un albero, buon per lui.

In ogni caso, con il permesso del professore, consiglierei a Nautilus la lettura di "Liberarsi dei demoni" (almeno i primi capitoli). Sottolineare bene i punti in cui trattasi di "mito della palingenesi sociale realizzabile applicando le conoscenze scientifiche". Sono tematiche che non hanno niente a che fare con la storia pre-moderna (e neanche con Napoleone).

Ripresentarsi dopo la lettura, l'allievo é capace e di buon carattere, può raggiungere la sufficienza.

Luigi Sammartino ha detto...

Il fatto è che quando decido dove andare in vacanza oppure quale prodotto commerciale acquistare, l'impatto emotivo è moderato.

Se qualcuno però mi mette una pistola in mano e mi dice: "uccidi quest'uomo e ti darò 100 milioni di euro!!" io non mi sento libero di decidere proprio per niente. Non gli dico di no per un atto della mia volontà. I cento milioni di euro mi piacerebbe tanto averli!! Ma solo il pensiero di puntare una pistola addosso a qualcuno mi trema la mano!!
Forse sto ridicolizzando il problema e di questo le chiedo scusa. Ma se mi trovo a commettere un atto estremamente brutale, come un omicidio o uno stupro, o anche semplicemente approfittare di un povero vecchietto per estorcergli del denaro, io non mi sento libero di decidere....perché andrei in tachicardia ancor prima di cominciare.
Ma altre persone ci riescono benissimo. Anzi, provano un estremo piacere nell'infliggere dolore e sofferenza verso poveri innocenti che non si possono in alcun modo difendere.

Nemmeno al cinema riesco a sopportare scene dove la violenza e la tortura la fanno da padrone. Mentre molti miei conoscenti si divertono da morire.

Quando ero in Francia un collega francese ci raccontñ di aver affogato il giorno prima sei cuccioli di gatto. Io e il mio collega italiano ne fummo inorriditi. Il mio collega disse "la prossima volta dalli a me che gli cerco io una casa o un padrone che li accudisca!!". Il collega francese ci guardò incredulo e anche un po' ironico. Certamente lui si sentiva libero di scegliere di uccidere sei cuccioli. Io non me ne sento libero affatto...proprio non ci riesco!!!

Raffaella ha detto...

Ratti capaci di “comportamenti umani”.
E che dire di quegli umani allevati da animali (oltre 50 casi di ragazzi selvaggi registrati negli ultimi due secoli), che assumono caratteristiche mentali e atteggiamenti corporei simili a quelli della specie d’adozione? Come quel ragazzino ritrovato nei boschi francesi dell’Aveyron, che mordeva e graffiava e, chiuso in una stanza, andava avanti e indietro come un animale in gabbia. O le due bambine ritrovate in una tana di lupi, che camminavano a quattro zampe, mangiavano carne cruda annusando e lappando senza mai prendere il cibo con le mani. O ancora il bird-boy, che cresciuto in una stanza insieme a decine di uccellini in gabbia era incapace di parlare, ma emetteva cinguettii.
Esempi questi di quanto l’uomo sia plasmabile e modificabile dall’educazione e dall’ambiente, tanto da chiedersi in che misura questi condizionamenti, unitamente al corredo genetico, lascino spazio al libero arbitrio.
Personalmente preferisco la cosiddetta teoria “del cane al guinzaglio”, secondo cui tutte le entità (noi compresi) hanno un guinzaglio, più o meno lungo, in mano alle forze sistemiche.

vanni ha detto...

L'egregio Attento 3/15/2012 11:53:00 PM ci ha in pochissime efficaci parole ricondotti al centro del problema: ci troviamo “...nel libro della Genesi, davanti ad un albero... “. È proprio intorno alla conoscenza, al bene e al male che abbiamo espresso con una certa passione le nostre diversamente profonde opinioni, sotto questo e sotto tanti altri post.
Non so se ho ben inteso, non capisco come la gentilissima Raffaella 3/16/2012 02:00:00 AM consideri l'educazione e l'istruzione. Pare che le veda quale strumento di controllo, piuttosto che un aiuto per esercitatre libertà e giudizio consapevole. Sempre le due facce contrapposte della medaglia.
(Recuperando il tono scherzoso dello shampoo, vorrei domandare se fra le forze sistemiche ci siano gli uomini di marketing - loro forse liberi e con il guinzaglio in mano? - che tanto potere e condizionamento esercitano sul nostro libero arbitrio. Sul blog del professor Israel si è accennato più volte al marketing: in particolare ricordo con piacere l'articolo di un matematico di presumibile origine indiana - Ramanathan – che con toni lievi riusciva a catalizzare la riflessione, parlando di marketing per la “vendita” della matematica).

Nautilus ha detto...

Caro Attento, mi pare di non aver capito quasi nulla di quel che hai scritto, ma sarà colpa mia.
Mi soffermerò perciò solo su una tua definizione: "seriosa disinvoltura" che mi è più chiara. In effetti sì, la preferisco alla "seriosa profondità", che spesso le è inferiore, nonostante la paludata apparenza.
Libro per libro del prof. Israel, io ti consiglio quello sui nemici della scienza laddove si narra di come il sommo filosofo Benedetto Croce intendesse le scienze naturali e la matematica. Almeno riguardo a tali questioni il sommo fa la figura del cretino.
Così ho pensato io quando ho letto le sue idee riportate nel libro, ma pure il prof. Israel se non ricordo male parla di "ridicole baggianate" e anche peggio. Eppure, si tratta del più reputato filosofo italiano dell'era moderna, maestro di pensiero di tanti intellettuali successivi.
Come può un uomo, un pensatore così poderoso dire delle cretinate? Può Attento, può benissimo.
E come lui lo possono tutti i Finkielkraut e i papi e i Marx di questa Terra, non illuderti.
Ricordo da giovane lessi il libretto rosso di Mao: mi sembrò un cumulo di scemenze. Ma ero un ragazzo, lui era Mao, tutti lo sventolavano, mi convinsi che lo scemo ero io, lo rilessi, vi trovai perle di saggezza...morale: sempre quando si cerca si trova.
Naturalmente Mao a parte c'è pieno di grandi uomini dal cui pensiero un microbo come me trae ispirazione e insegnamento...non prima però d'averlo sottoposto a vaglio critico, modesto quanto vuoi ma per me necessario se non sufficiente.
Ti farò un esempio recente: grazie alla tua citazione ieri sono andato a vedere chi fosse Finkielkraut e spigolando sono incappato in questo brano:
-Così si esprime il grande fisico Erwin Schrödinger: «considero la scienza una parte essenziale del nostro sforzo di rispondere a quel grande problema filosofico che comprende tutti gli altri [...] : chi siamo noi? E di più; considero questo non soltanto uno degli scopi, ma lo scopo della scienza, quello solo che conta»-
Con tutto il rispetto per Schrodinger...quello sarebbe lo scopo della scienza, ammesso ce n'abbia mai uno oltre soddisfare la nostra curiosità? Lo sarà per lui, a me però questa sembra una sciocchezza madornale, lo posso dire o debbo rimanere tramortito da cotanto nome? Certo prima di dirlo trattandosi di lui l'ho riletto 10 volte e cercato di capire ma alla fine la conclusione è rimasta.
Con tutto ciò può aver ragione lui, può aver ragione Finkielkraut, il papa e perfino tu Attento...solo, come dice Bronson a Henry Fonda in "C'era una volta il West" :"Rischi(amo) di non saperlo mai.."

Raffaella ha detto...

Tutt’altro Vanni. Non intendevo “plasmabile” nel senso di controllabile o manipolabile, solo evidenziare quanto sia corto il “guinzaglio” di quegli esseri umani nati e cresciuti in povertà fisica ed intellettuale, giungendo ai casi estremi dei “ragazzi selvaggi”.
Istruzione ed educazione sono invece indispensabili per esplorare i confini (ambientali, sociali, biologici, economici) che limitano la nostra libertà.
Ci aiutano ad accettare quelli che pensiamo essere per noi giusti o invalicabili (mi piacerebbe suonare il pianoforte, ma a 40 anni il mio cervello – in assenza di un imprecisabile ma consistente numero di ore giornaliere da poter dedicare all’esercizio - riesce con grande difficoltà ad orientarsi simultaneamente e velocemente fra le note in chiave di basso e in chiave di violino, come fanno invece bambini di 6-7 anni).
Ci aiutano a demolire confini che non vogliamo accettare (ad esempio cercare di cambiare posto di lavoro se non ci sentiamo sufficientemente gratificati).
Ci aiutano a sentirci più liberi (perché disponiamo di un maggior numero di alternative, perciò di un “guinzaglio più lungo”) e responsabili delle nostre azioni (se mia figlia esce da casa lasciando la luce accesa non incolperò certo i suoi neuroni, ma l’educazione che non le ho fornito).
Ci aiutano ad essere consapevoli dei limiti stessi della conoscenza umana, dandoci l’ebbrezza, illusoria o meno che sia, di sentirci un po’ artefici del nostro destino.
Educazione ed istruzione ci aiutano perfino a non sentire affatto la mancanza del sottofondo della tv accesa, dell’ultimo modello di i-phone e di tutti i videogiochi che rimbambiscono il cervello dei nostri figli, alla faccia degli uomini di marketing.

Attento ha detto...

Si, Nautilus non hai capito niente di quello che volevo dire, ma non é una critica, può darsi che sia io a non sapermi spiegare.

Dovresti però ricordarti stai partecipando ad un blog il cui "proprietario" si é sforzato non poco per fornirci degli elementi per inquadrare il problema del cosidetto "scientismo" contemporanee e della linea di continuità fra questo e i totalitarismi del '900. Quindi, se non altro perché non si può pretendere che qualcuno faccia un pessimo bignamino per riassumere i "fondamentali", dovresti darti per inteso che una risposta autorevole a certe tue osservazioni c'é e, magari, potresti partire da quella piuttosto che uscire con certi quesiti sull'essenza della storia universale.

Prima di lanciarsi su qualsiasi argomento é buona regola leggere, leggere, leggere. Libri, non abstract. E ottima pratica sarebbe quella di procedere per citazioni, intendendo con questa la ripresa di concetti proposti da autori che sono stati letti con attenzione.

Invece, mi sembra che tu consideri la citazione un modo per farsi attribuire una autorevolezza che non si ha e, invece di prenderla come uno stimolo di lettura, parte il click su google alla ricerca di qualsiasi cosa per smontarla e, vai con il copia incolla da wikipedia!

Per il solo fatto di essere "connessi" con tutte le fonti, ci si arroga il diritto di liquidare in 2 minuti tale tal'altro personaggio perché, tanto, con Internet siamo tutti sullo stesso piano.

Hai fornito un altro esempio di "seriosa disinvoltura".

E' il contrario della Cultura che, come il web, é anche un sistema di "rimandi" ma i "link" di questo sistema costano ore di letture, e non la semplice pressione del tasto destro del mouse.

Papik.f ha detto...

Sulla questione c'è un commento di Giacomo Rizzolatti: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/pillola-della-moralita estremamente critico con Piattelli Palmarini. Seguo l'autore finché mette in dubbio l'attendibilità del'esperimento e le illazioni di Singer, meno quando entra negli aspetti filosofico-morali. "Per uno scienziato un effetto senza causa non esiste. Il nostro comportamento è sempre determinato da una causa e questa nel caso del 'libero arbitrio' non può che risiedere nel nostro sistema nervoso". Non mi è del tutto chiaro se l'autore usi questa frase come espressione di una sua convinzione o la riferisca a quella che lui considera un'errata analisi di Piattelli Palmarini. Mi sembra però che sia vera la prima ipotesi e allora mi chiedo da quando un'affermazione del tipo "non può che risiedere" sia diventata una dimostrazione scientifica.

Giorgio Israel ha detto...

Che non possa esistere un effetto senza causa non lo hanno detto né pensato per primi gli scienziati, bensì i filosofi e, in particolare, un certo Leibniz. Si potrebbe anche osservare che esiste pure una filosofia della contigenza non causalista che ha ispirato e ispira larga parte del pensiero scientifico, ma chiaramente Rizzolatti è causalista alla maniera di Laplace. Quanto al fatto che "la causa non può non risiedere nel sistema nervoso" è evidentemente un asserto dogmatico privo di qualsiasi valore se non come espressione di una fede personale. Bergson avrebbe risposto che «l'esistenza di cui siamo più certi e che conosciamo meglio è incontestabilmente la nostra perché di tutti gli altri oggetti abbiamo nozioni esteriori e superficiali, mentre percepiamo noi stessi interiormente, profondamente». Il sistema nervoso è un "oggetto esterno" di cui abbiamo una conoscenza esteriore, superficiale e possibilmente anche di cui non abbiamo conoscenza. Difatti, è perfettamente possibile pensare senza sapere di avere un sistema nervoso (come hanno fatto i più grandi filosofi e scienziati della storia, da Platone a Euclide). Mentre la coscienza è un dato immediato e indiscutibile. Pertanto, anche se non è una dimostrazione, è molto più ragionevole dire che il libero arbitrio non può che risiedere nella nostra coscienza soggettiva.

Nautilus ha detto...

Caro Attento, mi cominci a scocciare, sia detto molto molto amichevolmente. Mi riferisco ai tuoi ripetuti inviti a “leggere” e ad abbandonare il copincollo di wikipedia, modi eleganti(?) per dare dell’incolto a qualcuno.
Ma lasciamo perdere queste sciocchezze e cerchiamo di conversare serenamente, se ne hai voglia e capacità.
Dunque, citare un libro o un link per condividerne con altri il contenuto è cosa buona e saggia, diverso invece è usarne come mezzo per avvalorare le proprie tesi. Questo secondo uso per me è valido solo se si riferisce a una qualche verità minimamente accertata, non se riporta un' opinione o una teoria, per quanto prestigioso ne sia l' autore. Allora anche l'ignorante (nel senso che ignora) riconquista la sua libertà di pensiero e di parola e può dissentire. Se poi non è all'altezza verrà facilmente messo a tacere.
Per dire, io non mi sognerei mai di discutere col prof.Israel di storia della scienza o di matematica se non con lo spirito di colui che non sa verso colui che sa, ma per questioni più opinabili (o le cose in cui sono esperto io) per quanto possa stimarlo discuto sì, non l'ho certo eletto a mio inappellabile guru.
C'è un esempio palmare proprio nello scambio Papik-Israel qui sopra: l'espressione di Rizzolatti:
"il 'libero arbitrio' non può che risiedere nel nostro sistema nervoso" non richiede d'aver letto un milione di libri per essere confutata, basta la logica e l'onestà intellettuale: per quanto io sia ateo (o forse per questo) non mi sfugge che, anche se per me molto probabile, si tratta di un'assunto indimostrato e in fin dei conti quindi un atto di fede come ritengono sia Papik che Israel.
Per tornare a Finkielkraut mi limitavo a mettere in dubbio la sua teoria sotto forma di domanda, aspettandomi chiarimenti e controdeduzioni.
Tu hai risposto che la questione è troppo complicata per essere trattata in poche righe con uno sprovveduto in materia. Il che va benissimo.
Ma c'è un ma.
Allora tu hai proposto una complessa teoria, che evidentemente condividi, dando per scontato che i lettori debbano accettarla così com'è perchè troppo difficile da spiegare, quindi non è più una teoria, ma una sentenza indiscutibile: è così e basta.

Giorgio Israel ha detto...

Per carità, qui non ci sono guru di alcun tipo... la sola parola mi fa orrore... Quanto all'affermazione di Rizzolatti non è che sia indimostrata, è che è indimostrabile nei termini scientifici "positivi" che gli scientisti ritengono siano l'unica forma di ragionamento valido.

Lucio ha detto...

Se posso aggiungere qualcosa all'ignoranza ... confesso che non sapevo chi fosse Finkielkraut e me lo sono andato a guardare su Wikipedia ed altre sorgenti simili. Mi incuriosisce, ma il tempo per leggere un suo libro dove lo trovo? Ne ho gia' tanti altri che aspettano, ...

Cordialmente,
Lucio Demeio

Attento ha detto...

L'insegnamento da trarre da questi scambi é che se ami un autore meglio non citarlo se poi finisci a trovarti in polemica con qualcuno.

Alla fine ottieni il risultato opposto, il tuo interlocutore lo metterà nella lista di quelli che non leggerà mai o, come ha fatto Nautilus, gli metterà in bocca parole non sue. Ho cercato la sua citazione ma l'ho trovata solo in un discorso del presbitero e teologo Julian Carron (bravissima persona peraltro) - per dire l'effetto combinato di google e del copia incolla.

Spero che in ambito accademico le cose vadano in modo diverso. Nel senso che dovrebbe essere scontato che la citazione é funzionale allo sviluppo dell'argomentazione.

Alla fine, anche in una polemica accesa, dovrebbe stimolare la curiosità dell'interlocutore (salvo, come dice Demeio, incontrare dei limiti fisici di tempo).

Nel discorso fra "signori nessuno", come me, che intervengonog in mancanza di un uditorio "reale" che se li rifili, la citazione é presa invece come atto ostile e tocca la suscettibilità dell'interlocutore che può considerarla come una messa in mora della propria ignoranza.

In ogni caso ammetto che nel citare metto un po' di passione di troppo. Accade perché, rispetto ad alcuni testi, più che interesse intellettuale sento proprio dell'affetto e questo non consente il dovuto distacco "raziocinante".

Giuro che non farò mai più citazioni!

Salvo quest'ultima:

"Dalle molte preoccupazioni vengono i sogni
e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto.... esiste un tempo per tacere e un tempo per parlare....Le molte parole aumentano la delusione e quale vantaggio v'è per l'uomo?... Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento..."

Non ne svelerò la fonte a chi non la conosca già perché é quella che amo di più e, spero che, prima o poi, sarà scoperta con meraviglia.

vanni ha detto...

Egregio Professore, ci sono circostanze in cui si vuole e si deve dire - almeno. Resta l'imbarazzo che ogni parola appaia inadeguata. Qualora lei lo ritenga confacente, passino attraverso il suo blog il mio pensiero e la mia vicinanza. Più - senza invadenza - la mia amicizia. Giovanni Stefanelli.

Giorgio Israel ha detto...

Grazie

Nautilus ha detto...

Attento per me la faccenda finiva qui ma mi accorgo che hai preso un granchio, la frase riportata dal discorso di Carron ho scritto chiaro che era di Schrodinger. Non c'entrava nulla Finkielkraut nè avevo comunque intenzione di denigrarlo in alcun modo. E nemmeno uno come Schrodinger se è per questo, ci mancherebbe pure.

Attento ha detto...

Caro Nautilus, ora che me lo hai spiegato capisco che del tuo discorso sulla validità delle citazioni non ho capito niente.

Salvo che é difficile sostenere, dopo aver "spigolato" su google una frase fuori contesto, che un grande fisico ha detto "una sciocchezza madornale", e poi dichiarare che non lo si voleva "denigrare".

In realtà un piccolissimo sfregio lo hai fatto, a cuor leggero, da provetto internauta.

Comunque, visto che tu non capisci i miei discorsi e io non capisco i tuoi, non credi che sarebbe meglio non commentarci a vicenda? Almeno per un po'?

Più che della tua "scocciatura" temo quella del professore....

Grazie

Nautilus ha detto...

Va bene Attento, però la nostra controversia non mi pareva tanto complicata, in sintesi io ritengo che anche giganti del pensiero possano (limitatamente, è chiaro) aver affermato "madornali sciocchezze" e siano criticabili, e ne conosco molti esempi, tu invece mi pare lo escluda o comunque pensi che dei pigmei come noi non siano in grado di dirlo in nessun caso. Bene, normalissima divergenza di opinioni.
Viste le cose in questa chiave la denigrazione non c'entra nulla, e internet non c'entra ugualmente, come i libri è solo un mezzo per informarsi, e infatti tu l'hai usata per conoscere la fonte del mio esempio.

Pippo Pippa ha detto...

“La scienza non può stabilire dei fini e tanto meno inculcarli negli esseri umani; la scienza, al più, può fornire i mezzi con i quali raggiungere certi fini. Ma i fini stessi sono concepiti da persone con alti ideali etici […]. La scienza può solo accertare ciò che è, ma non ciò che dovrebbe essere, ed al di fuori del suo ambito restano necessari i giudizi di valore di ogni genere”
Albert Einstein