martedì 17 settembre 2013

Svuotare il guardaroba del razzista


Una storiografia mediocre (e comunque dura a morire) sul tema delle politiche antiebraiche del fascismo identifica la loro origine in una scelta di mera opportunità di alleanza col nazismo o, all'opposto, in un sentimento antisemita che sarebbe stato connaturale al fascismo (e al pensiero dello stesso Mussolini) fin dalle origini. Si dimentica, in tal modo, che il tema della razza, e del primato della razza italica, è stato un tema costitutivo dell'ideologia fascista, anche quando Mussolini respingeva esplicitamente, e con disprezzo, le teorie antisemite di "oltralpe". E si dimentica che il primo atto legislativo razziale del fascismo non fu rivolto contro gli ebrei bensì contro le popolazioni autoctone dei territori africani annessi all'Impero. Il rapporto diretto, per la prima volta, con una popolazione di razza diversa e "inferiore" suggeriva di evitare commistioni che avrebbero contaminato la razza "superiore". Era inevitabilmente coerente con questa scelta quella di colpire la minoranza ebraica. La matrice delle politiche antiebraiche del fascismo fu quindi in primo luogo razziale, anche se nello specifico era inevitabile che si nutrisse dell'enorme arsenale dei pregiudizi e degli stereotipi antiebraici consolidati nei secoli. Non diversamente, il razzismo antiafricano si nutrì dei classici stereotipi del "negro", che si ritrovano purtroppo in uno dei capisaldi del razionalismo illuminato moderno, l'Encyclopédie (brutti, viziosi, disonesti, vendicativi e bugiardi). In un celebre numero de "La Difesa della razza"  gli stereotipi delle due "razze" erano rappresentati sinteticamente nelle due teste affiancate dell'ebreo e del negro, con i connotati "tipici", naso adunco e capelli lanosi. Pertanto, quel che più conta – il nucleo duro del problema – è il razzismo e non lo stereotipo: per parafrasare André Neher, i protagonisti del razzismo «dispongono di un guardaroba inesauribile: vi trovano la maschera appropriata all'hic et nunc del loro folle ruolo».
Queste considerazioni ci sembrano particolarmente appropriate in relazione alla vicenda di cui è stata vittima il ministro Cécile Kyenge: ancora una volta il razzismo ha attinto a un guardaroba molto ben fornito, anche se ha fatto ricorso a uno stereotipo consunto, quello del negro simile a una scimmia. Di questo episodio (accompagnato da altri analoghi) ci debbono preoccupare diversi aspetti. In primo luogo, che si tratta di una manifestazione indiscutibilmente razzista, e quando il razzismo scende in campo finisce col colpire a destra e a manca, come la storia insegna. Non a caso, anche l'ostilità anti-israeliana che alligna in diverse forze politiche si nutre sempre di più, e sempre più spudoratamente, di stereotipi antiebraici. In secondo luogo, preoccupa il fatto che affermare che si tratti di autentico razzismo non è banale, visto il numero elevato di tentativi di derubricare quegli episodi a semplici manifestazioni di cattivo gusto. In terzo luogo, che troppe persone, dalle più disparate sponde politiche hanno ripreso la battuta, con variazioni sul tema, senza alcuna vergogna. Si configura una situazione in cui gli anticorpi del razzismo sembrano essersi gravemente indeboliti. Il quarto motivo di inquietudine sono i tentativi di strumentalizzare questa vicenda per farne un viatico delle tesi del ministro Kyenge, quasi che non accettare la discutibilissima proposta dello "jus soli" sia una manifestazione di razzismo: l'ennesimo scacco alla ragione. Ma c'è un ulteriore motivo di preoccupazione ed è relativo ai modi confusi e inefficaci con cui si tenta di contrastare questa situazione. Non sarà certo una valanga di parole, di ammonimenti e di retorica a servire a qualcosa; e neppure il ricorso a leggi e sanzioni. La censura contro le manifestazioni verbali o scritte non è mai servita e non servirà mai a nulla – ancor più oggi quando la rete offre una miriade di canali incontrollabili – se non a colpire nel mucchio la libertà di espressione. Occorre cambiare qualcosa di profondo nelle coscienze e a ciò può servire soltanto la formazione culturale ed etica. Quanti sanno che il razzismo ha purtroppo radici profonde che sono state alimentate non soltanto dai miti romantici ottocenteschi ma anche, e assai, dal razionalismo scientifico illuminista, che ha contribuito a creare la nefasta antropologia fisica che continua ad alimentarsi di elucubrazioni pseudoscientifiche che giustificano con la genetica pretese forme di superiorità mentale di certi gruppi o ceti? Quanti sanno che, purtroppo, il razzismo non è un'ideologia esclusivamente reazionaria, ma che ha attecchito come una gramigna dappertutto se anche Karl Marx arrivò a scrivere frasi indecenti come quella secondo cui Ferdinand Lassalle era «il più barbaro di tutti i giudei di Polonia», perché «la forma della sua testa e dei suoi capelli dimostra che egli discende dai Negri che si sono uniti alla truppa di Mosé nell'esodo dall'Egitto»?
Un dovere primario, prima di affogarsi in altri fiumi di retorica e baloccarsi con leggi inutili se non controproducenti, sarebbe di insegnare a scuola, come parte di una formazione razionale ancor prima che etica, che il concetto di razza è inconsistente scientificamente e di illustrarne la storia come esempio di come si possa fabbricare una giustificazione pseudoscientifica di un'aberrazione morale sanguinaria. Ma per far questo ci vorrebbe una scuola che parli ancora di cultura e di valori, che sappia far conoscere criticamente la storia e la scienza, e non un sistema di addestramento alla soluzione di quiz e di "misurazione" delle "competenze" del "capitale umano".
(Shalom, settembre 2013)

7 commenti:

F.P.Barbieri ha detto...

E' forse anche piu' significativo il fatto che il fascismo crebbe fin dal 1919 nell'odio degli slavi, e in particolare degli sventurati cittadini di quella che l'Italia invento' come "Venezia Giulia" e che non era mai stata in qualunque modo italiana o italofona. Mi riferisco non all'Istria o alle citta' di Gorizia a Fiume, storicamente italiane, ma all'interno carsico e montano, oggi annesso alla repubblica di Slovenia, contro cui la violenza fascista fu immediata e continua, e che, da parte sua, reagi' con un potente movimento terroristico che duro' fino al 1927. Come i tedeschi del Sudtirolo, costoro erano stati trascinati a forza in un'Italia in cui non si riconoscevano per il semplice e ridicolo motivo che si trovavano al di qua dello spartiacque. L'odio razziale tra slavi e italiani duro' fino alle foibe, e non e' un caso che gli slavi fossero anche il terzo bersaglio, oltre a ebrei e negri, delle dottrine razziali naziste.

Simone ha detto...

Gant.mo prof. Israel,
qualche anno fa un'insegnante di Italiano mia collega si ritrovò a dover correggere e valutare un tema dal contenuto fortemente omofobo (non si trattava di mere prese di posizione circa il riconoscimento giuridico da dare alle unioni fra persone dello stesso sesso, sulle quali ovviamente è legittimo che vi siano posizioni differenti - nell'elaborato in questione venivano espressi sentimenti di odio e disprezzo verso gli omosessuali, uniti all'auspicio di discriminazioni di ogni tipo nei loro confronti).
La collega, parlando della cosa con gli altri insegnanti, motivò il voto negativo attribuito allo studente spiegando che lei come docente era tenuta a veicolare certi valori, che ovviamente erano in forte contrasto con quelli espressi in quel tema.

Non è certo mia abitudine intromettermi nelle valutazioni dei colleghi, specie quando insegnano materie differenti dalle mie. Non potei però fare a meno di osservare che, a mio parere, avrebbe dovuto motivare il voto negativo con la mancanza di logica e di razionalità nell'esposizione di certe tesi.
Come vede prof. Israel, emerge spesso questa idea della scuola vista come un sistema per divulgare una morale o un'ideologia di stato e non (o non solo) come un luogo in cui fare dell'istruzione.
Idea che personalmente mi terrorizza, perché la scuola che fa dell'educazione morale mi fa pensare al fascismo, in cui i maestri e i professori erano tenuti per legge a insegnare la "cultura fascista" o la "mistica fascista".
La vera laicità è quella di una scuola che non fornisce indirizzi morali di alcun tipo, ma che insegni agli studenti ad argomentare in maniera logica. Le stupidaggini razziste, xenofobe o omofobe vanno sanzionate non perché contravvengono ad una legge morale, ma perché non hanno alcun fondamento razionale. Sono illogiche ed antiscientifiche e quindi qualsiasi tesi basata su queste idee è, ipso facto, infondata.
Mi pare che questo sia il modo migliore per smontare certi deliri. Ma per favore liberiamoci dell'assurda idea secondo cui l'insegnante debba farsi propugnatore di una morale di stato, qualunque essa sia.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa al riguardo.
La ringrazio anticipatamente.

Giorgio Israel ha detto...

Condivido e non faccio altro che dirlo: la scuola "etica" è un'aberrazione di tipo totalitario. La scuola deve insegnare a ragionare e soprattutto fornire conoscenze e cultura con cui poi ognuno fa quel che vuole e sceglie quel che vuole. L'omofobia va contrastata ma la legge in discussione è una cosa folle, aberrante e pericolosissima. Basti dire che io, per aver espresso un'opinione contraria al matrimonio gay, pur dichiarando a chiarissime note che l'omofobia va contrastata, sono stato accusato pubblicamente di omofobia. E non c'è stato nulla da fare. Peraltro se lei frequenta appena questo blog sa che la mia battaglia principale è contro una scuola che trasmette un'ideologia di stato. Figurarsi...

Grazia Dei ha detto...

Credo che fra poco a me e a altri colleghi (non tantissimi per la verità) verrà chiesto di giustificarci e ravvederci se continueremo a spiegare "che la foglie sono verdi d'estate" (G.K. Chesterton) ecc. e lo stato etico sia già da un pezzo fra noi.
Ma, proprio per ciò mi chiedo se sia possibile insegnare a ragionare senza selezionare i contenuti adatti allo scopo e senza quindi fare una scelta "educativa". Siamo sicuri che ciò che per noi è moralmente disgustoso sia anche per forza illogico? Non abbiamo avuto miriadi di esempi in tutto il corso della storia di opinioni aberranti dal punto di vista morale a loro modo logiche? Si può partire da premesse sbagliate perché antiumane e svilupparle in modo diabolicamente logico. Non portano gli uomini alla felicità, è vero, infatti non si prefiggono questo scopo.
Al posto di quella professoressa avrei valutato la coerenza delle argomentazioni e la correttezza formale e lessicale, ma credo che avrei anche tentato di considerare l'intento provocatorio, comune a una certa età, e non avrei abboccato sanzionando le idee con un voto negativo, semmai avrei raccolto la sfida a discuterne.

Alessandro Pecoraro ha detto...

Io sinceramente non ci ho capito niente, i contrari dicono che limita la libertà di opinione, i favorevoli dicono che così come è scritta è una legge proteggi-omofobi. Certo è che conosco molte persone che vivono il terrore di mostrare la loro omosessualità e i recenti aumenti di suicidi di ragazzi mi spaventano. Un problema di omofobia è indubbio che ci sia.

paolo casuscelli ha detto...

Gentile prof. Israel,
indubbiamente, l'idea di una “scuola etica” è un'aberrazione che, fino a quando non ho letto “la carta della laicità” di Peillon, passata dal ministro nelle scuole francesi, mi sembrava un po' astratta. Sono ancora abituato a pensare alla scuola italiana come a un'istituzione che fa da sfondo all'azione educativa di soggetti, gli insegnanti, che hanno, dovrebbero avere, delle responsabilità nei confronti degli alunni. E' in questa responsabilità soggettiva, piuttosto che nell'istituzione, che sono comprese le questioni etiche, imprescindibili nella formazione degli alunni.
Da insegnante di italiano, se mi occupo della comunicazione, come posso astrarre dagli aspetti etici che caratterizzano, per esempio, facebook, tra chiacchiericcio, perdita di tempo e sovraesposizione del personale? Non è una questione etica, sulla quale un insegnante si trova a dover combattere contro abitudini epocali, lassismo o compiacenza dei genitori, interessi di mercato? E se non ci pensa un insegnante, chi ci dovrebbe pensare?
O se, più semplicemente, un ragazzino fa la spia, che altro modo ho di intervenire che non implichi una questione relazionale di ordine etico?
So bene che le questioni etiche nell'insegnamento siano un rischio (c'è il matto, il bigotto, il trasgressivo etc.), ma sono un rischio che è necessario affrontare. E' il rischio di quella dimensione soggettiva dell'insegnamento a cui non è possibile contrapporre, come Lei sostiene , l'alternativa di un'inesistente, tranquillizzante, scientifica oggettività.

paolo casuscelli ha detto...

Certamente non è possibile una valutazione, attraverso il voto, dell'eticità di un alunno, ci mancherebbe altro. Mi riferisco alla questione del tema del ragazzino omofobo. Il voto non c'entra, nell'insegnamento ci sono aspetti dell'atto educativo che non sono codificabili, con gran dispetto dell'invalsi. Ma sarebbe assurdo che, a partire da un tema da cui traspaia omofobia, non si articolasse un dialogo formativo (come osserva giustamente Grazia Dei).
Porto l' esempio di una mia esperienza recente. Un alunno di terza media legge in classe la sua relazione su una delle letture estive affidate: “La storia di Delitto e castigo” raccontata da Abraham B. Yehoshua. L'alunno articola un discorso, in maniera corretta e coerentemente, sostenendo di non aver provato nei confronti di Raskòlnikov un vero e proprio sentimento di sdegno per l'omicidio della vecchia usuraia. La vecchia è malvagia, dice, approfitta vergognosamente della miseria altrui, e il ragazzino sostiene di non provare pietà per lei. Il discorso fila, la forma è corretta e c'è, evidentemente, una logica. Che fare? Considerare che l'elaborato è corretto, assegnare un voto e andare avanti? Ma non ci penso neanche. Dovrei non intervenire su una questione etica e lasciare che un ragazzino cresca, diventi uomo, con questa visione della giustizia umana?
Anzi, proprio a partire da questa relazione, modifico la mia programmazione mentale e anticipo quel Dostoevskij che in genere arriva verso la fine dell'anno scolastico. Leggo il discorso dello starec Zosima “Si può essere giudici dei propri simili? Della fede fino all'ultimo”, e le pagine di “Memorie da una casa di morti” su Gazin e la dignità dell'essere umano che viene dalla somiglianza con Dio, anche quando la somiglianza, come dice D., “è offuscata”.
D'altro canto, come si potrebbe leggere Dostoevskij (o Manzoni, o Dante...) escludendo l'etica? E che senso avrebbe leggere i classici senza ricondurre la lettura a un'esperienza etica personale?
Credo che ogni insegnante faccia in modo che quello che vale per le sue letture valga pure per i suoi alunni. Anche questo non è codificabile, ma forse è la sola maniera di trasmettere.