domenica 30 marzo 2014

L'università senza autonomia è finita

Scriveva Pino Aprile sul Mattino che il meccanismo premiale delle università aiuta chi va bene ad andar meglio e chi va male ad andar peggio: «criterio discutibile…». Troppo buono. Ricorda piuttosto il criterio inventato da un detenuto del Gulag, Naftali Frenkel, che ne divenne uno dei capi e organizzatori per il merito di aver reso efficiente il sistema: più si lavora e più si mangia. Così i più deboli erano rapidamente eliminati, producendo risparmi e i più forti divenivano più produttivi: un principio di massimizzazione del rendimento e minimizzazione dei costi. Il problema è ovviamente che cosa s’intende per “debole” e “forte” nel caso delle università. E qui va detto che se i criteri sono quelli proposti come “oggettivi” c’è da ridere se non fosse da piangere. La valutazione della qualità della ricerca e del reclutamento secondo i criteri e le sciagurate mediane dell’Anvur sarebbe un criterio “oggettivo”? Sarebbe un criterio sensato la capacità di attrarre finanziamenti? Se questo è un criterio, si svegli chi è ancora tanto ingenuo da promuovere programmi di ricerca su tematiche umanistiche o di scienza di base, quelli che richiedono solo libri, carta e penna: sarà duramente bastonato come inefficiente rispetto ai furbacchioni che gettano nella pattumiera ciò che sa di obsoleta cultura e stabiliscono fruttuosi accordi con qualche locale impresa di piastrelle che vuole ottimizzare il funzionamento dei forni di cottura. Lungi da noi disprezzare le attività applicate ma è il caso di ricordare il “modello” di ristrutturazione dell’università che da più parti (influenti) viene proposto senza infingimenti, ma che troppi non vogliono vedere per non soffrire: sfoltire il sistema universitario chiudendo le sedi modeste secondo i criteri “oggettivi” della VQR (Valutazione della qualità della ricerca); trasformare (attraverso una martellante campagna “culturale”) in verità l’idea che ricerca sia sinonimo di innovazione tecnologica, per cui si fa ricerca se si collabora attivamente con le imprese del territorio circostante, per cui la ricerca teorica può sopravvivere solo come nicchia la cui esistenza è giustificata dalla produttività dei settori “tecnologici”; ristrutturare tutto il sistema sul modello bocconiano, considerato come l’università ideale per il paese.
Quando si parte dal dato, scontato come un truismo, del “gap” qualitativo tra università del nord e università del sud non si ricorda mai che tale “gap” risulta da parametri valutativi che si rifanno ai criteri sopradetti. Questo non vuol dire che le università del sud siano il regno della ricerca di base e della cultura umanistica, né che non ve ne siano di indecorose – come sono indecorose certe università del nord che esibiscono come perline corsi in inglese maccheronico. È però indubbio che la tradizione culturale e universitaria meridionale non è sottosviluppo ed è altrettanto indubbio che essa ha sempre coltivato una particolare attenzione per le scienze umane, le discipline storico-filosofiche e un approccio teoretico alla scienza. Quando il matematico Luigi Cremona, uno dei fondatori delle università politecniche e ingegneristiche nell’Italia unitaria cercò i riferimenti culturali per un modello di insegnamento scientifico, gettò alle ortiche con disprezzo la manualistica “settentrionale” e imposta dall’occupante austriaco, trovando un riferimento di eccellenza nella tradizione matematica napoletana che purtroppo – scriveva – «conosciamo poco, tanto è separata da noi, più della Cina». Quando leggiamo gli esiti di certe statistiche basate su test standardizzati (concernenti sia la scuola che l’università) occorre chiedersi se questo “gap” esista davvero e comunque nei termini che si pretende.
Il problema è il solito: l’uso di standard definiti secondo criteri che, nella migliore delle ipotesi, si rifanno a modelli culturali astratti, nella peggiore a modelli individuati come quelli ottimali da “nutrire”. Il guaio è che l’intero sistema universitario è stato assoggettato a una gestione tecnocratica esogena che ha annullato ogni forma di autonomia. Quando era in discussione la riforma Gelmini vi furono grandi polemiche e dissensi ma si prometteva che la valutazione sarebbe stata ex post e che non sarebbe stata consentita una burocratizzazione centralista del sistema. Invece, tra modifiche varie e soprattutto mediante decine di decreti attuativi – memento per il presidente Renzi nella sua lotta contro la burocrazia – la riforma è diventata un mostro centralista che ruota attorno all’autorità ipertrofica e incontrollata dell’Anvur. Per questo, quando si dice che il problema del sistema universitario meridionale sono le classi dirigenti e che esso deve pensare a salvarsi da solo, si compie un doppio occultamento della verità. In primo luogo, si lascia credere che il nord si stia salvando, mentre questa salvezza è soltanto l’adesione supina al modello descritto in precedenza, che garantisce la soddisfazione di certi parametri e occulta un profondo declino culturale. In secondo luogo, non si dice che è l’intera università italiana a essere piombata in una crisi drammatica di cui non si vede la via d’uscita. Perché è stato ucciso l’unico fondamento che permette l’esistenza di una classe dirigente di qualità: l’autonomia universitaria. Per comprendere quanto sia importante questo fondamento occorre leggere il recente libro di Paolo Prodi, “Università dentro e fuori” (Il Mulino), uno dei pochi scritti che si cimenti su questi temi in termini culturali e non miseramente tecnici; e che ricorda come «il venir meno dell’autonomia universitaria costituisce un fattore di crisi della coscienza occidentale, dei principi fondamentali che sono alla base del moderno Stato di diritto e della stessa democrazia». Senza autonomia non esiste responsabilità, ma soltanto la terra bruciata di docenti-funzionari, passivi esecutori delle direttive di mostruosi apparati buro-tecnocratici degni di un paese totalitario. Senza responsabilità non è possibile alcuna autentica classe dirigente, ovvero capace di elaborare progetti, di difenderli culturalmente fino in fondo, confrontandosi in campo aperto, sottoponendo a valutazione (ex post!) le sue scelte e pagando i prezzi di quelle sbagliate. Ma i criteri di qualità non li possono definire tecnostrutture esterne fuori controllo e istituzionalmente irresponsabili. Se si deve parlare di responsabilità, è il momento di mettere sotto i riflettori quelle dei centri politici, imprenditoriali e delle tecnostrutture che hanno governato il sistema dell’istruzione dietro le quinte riducendolo in questo stato. E se si vuole avviare un difficilissimo processo di rinascita di tutta l’università (tutta, nord, centro e sud assieme) occorre restituire all’università l’autonomia che – per dirla ancora con Prodi – ne ha fatto storicamente uno dei centri del costituzionalismo occidentale come sede del potere critico.
(Il Mattino, domenica 30 marzo 2014)

2 commenti:

Alessandro Pecoraro ha detto...

È un problema di sistema, il professore ha fatto bene a sottolineare anche le ripercussioni in campo democratico. I bocconiani pretendono il pluralismo e la concorrenza in economia ma gli viene un certo raffreddore quando il pluralismo lo si vuole portare nella cultura e nell'università. Lo si vede negli apparati europei dove l'indirizzo comunitario è sempre stato quello liberista, ma il potere politico europeo è incentrato nelle commissioni e non nel parlamento. Si correrebbe il rischio di doversi confrontare in un ambiente plurale e autonomo.

Unknown ha detto...

Quello degli ultimi anni è davvero un bilancio sconfortante per l'Università:
nel numero dei posti per la futura classe docente;
per le risorse in generale;
per il modo in cui sempre meno persone prendono le decisioni che coinvolgono tutti;
per i pappagalli tecnotrofici che propinano i loro micidiali algoritmi.
Non l'amore per lo studio e la ricerca, non la cura per la didattica e gli studenti, bensì carte, riforme, discussioni interminabili, lotte intestine per la spartizione delle risorse e colleghi indecenti che approvano tutto questo ...