domenica 26 marzo 2006

NON ESISTE IL BELLO DELL'EUGENETICA

pubblicato su Il Foglio il 21 marzo 2006


Dopo aver ricordato la celebre frase di John Stuart Mill secondo cui «ciascuno è l’unico e autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale», Giulio Giorello ha osservato: «il che equivale a dire che gli interessi di ciascuno vanno definiti nei termini delle sue preferenze personali e non nei termini di ciò che qualcun altro pensa che sia un “bene per lui”» (Corriere Magazine, 2 marzo 2006). Non si potrebbe dir meglio. Per questo l’eugenetica è una dottrina illiberale: essa sostituisce la libertà dell’individuo di curare la propria salute come meglio crede (magari trascurandola) con l’obbligo di seguire prescrizioni generali che impongono di adeguarsi a una nozione di salute valida per tutti.
In tempi recenti questa frase è stata usata, nel dibattito sulla bioetica, per affermare che è meglio che la collettività non si impicci di stabilire regole, lasciando ai singoli la libertà di scegliere come meglio credono. Ma questo argomento è insostenibile. Giorello traduce bene il senso della frase di Mill parlando di “preferenze”. D’altra parte, i principi della convivenza associata non possono fondarsi soltanto sulla soddisfazione delle preferenze individuali: nessun procedimento di ottimizzazione di tali preferenze può produrre principi come “non uccidere”. Non è conveniente ignorare il sistematico fallimento degli innumerevoli tentativi di dedurre matematicamente l’etica e la morale dalla teoria utilitaristica. È quindi all’interno dei principi morali e della “visione del mondo” dominanti in una società che ha senso la cura massima delle preferenze personali e la raccomandazione di Stuart Mill.
L’eugenetica non è frutto né di principi etici o morali né delle preferenze personali dell’individuo. Trattasi di una dottrina ispirata a una prescrizione tipicamente collettiva: promuovere il “miglioramento” della specie umana o di una particolare razza o etnia, la sua rigenerazione o addirittura la sua riprogettazione. Confondere un simile progetto con il perseguimento individuale di ciò che si ritiene meglio per sé è una mistificazione. L’eugenetica è un prodotto di un’idea nefasta del pensiero occidentale e che è alla radice delle sue tragedie totalitarie e razziste: l’idea della ricostruzione dalle fondamenta dell’individuo e della società, un ideale di “palingenesi” che rifiuta l’umanità per quel che è nella sua concretezza storica e pretende di rifare il (mal)creato dalle fondamenta. È un ideale che nasce dal divorzio tra etica, morale e scienza e attribuisce a quest’ultima la missione impossibile di ricostruire uomo e società su basi “razionali”: la scienza assume in toto la funzione sociale, mentre le prime due vengono relegate nella sfera delle opzioni individuali. Ma la scienza non ha le spalle così forti da sopportare un simile compito e lo si è visto dagli effetti tragicomici – comici per la loro miseria intellettuale, tragici per la loro concretezza – di una simile pretesa, fino ai più recenti presuntuosi manifesti pseudoscientifici di “riprogettazione” dell’uomo.
Non ci si può stancare di ripetere che quanto detto non ha nulla a che fare con una critica della scienza, ma piuttosto con una critica dell’ideologia che pretende di attribuire alla scienza un simile progetto paranoico, quell’ideologia detta “scientismo”. Chi vuole impedire di ragionare su tale questione e lancia su chi osa farlo l’anatema di “nemico” della scienza e di oscurantista, se non è una persona intellettualmente debole, è un irrazionalista nel pieno senso del termine. Al contrario, è di straordinario interesse indagare i percorsi storici dell’ideale palingenetico di cui si diceva, le sue interazioni con l’ideologia scientista e la manifestazione che esso ha avuto con l’eugenetica. Una simile indagine non mira a screditare la scienza: al contrario, essa ne difende l’onore. Non è invece un buon servizio reso alla scienza presentare certe manifestazioni di delirio scientista come “scienza” e far credere che esistano forme di eugenetica moderna che mirerebbero alla salute individuale e al massimo benessere possibile senza alcuna pretesa di assoggettare il singolo a un progetto di ristrutturazione della specie: se così fosse l’eugenetica sarebbe soltanto medicina e, come tale, non avrebbe ragione di esistere. Ma così non è, e lo sa bene chiunque conosca la fenomenologia delle coercizioni e pressioni psicologiche pesanti che vengono esercitate su chi non si assoggetta alle prescrizioni diagnostiche in tema di procreazione, e la campagna tesa a suscitare sensi di colpa in chi si renderebbe responsabile di mettere al mondo individui “difettosi”. È l’ideologia così bene descritta da Gregory Stock, che propone “operazioni di marketing mirate” in modo che la riproduzione tradizionale venga considerata socialmente come “antiquata” e “irresponsabile”.
È quindi importante studiare la storia dell’eugenetica. Sotto questo profilo, l’affermazione contenuta nel recente libro di Francesco Cassata “Molti, sani e forti” (Bollati Boringhieri) – «L’eugenetica è oggi in Italia uno degli esempi più ricorrenti di quell’uso pubblico della storia che avvelena il dibattito pubblico e culturale del paese» – se fatta allo specchio, sarebbe una manifestazione di autoironia da Guinness dei primati. Purtroppo, l’autore – che, manco a dirlo, ce l’ha con i critici delle biotecnologie della procreazione assistita, accusati di strumentalismo e ignoranza – non possiede questa dote, visto che dichiara seriamente di aver svolto le sue ricerche nella speranza «indubbiamente illusoria» che «le scelte della politica possano maturare in un contesto di maggiore consapevolezza della prospettiva storica». Il fatto è che il contenuto del libro esibisce una totale discrasia tra il racconto storico – che sviluppa ricerche precedenti in modo corretto anche se viziato dall’ingenua propensione ad accumulare in quantità materiali e pagine – e l’intento sopra enunciato. Chi voglia ricavare indicazioni per maturare una scelta politica dovrebbe fare un triplo salto mortale perché dalla montagna di Cassata non esce neppure un topolino. Eppure l’intento ideologico c’è: è ribadito nella quarta di copertina – «il sogno laico del miglioramento della specie umana fra crisi e continuità» – ed è stato riassunto da Simonetta Fiori su La Repubblica (24 febbraio) con lo slogan «l’eugenetica non è una scienza reazionaria come in tanti pensano».
La tesi che dovrebbe discendere dal discorso storico – al prezzo di sforzi meritevoli di un’ernia – può essere così riassunta: l’eugenetica è una scienza, è stata ed è una cosa seria, anzi nasce dal nobile e ineccepibile sogno “laico” di migliorare la specie umana, e tutto è andato per il verso giusto quando è stata promossa da menti “laiche” e autenticamente scientifiche; il guaio è nato quando è caduta in mano ai reazionari delle varie risme, fascisti, nazisti e religiosi bigotti, come il cattolico Luigi Gedda. Il guaio è che il pilastro di questo discorso è di cartapesta: l’eugenetica non è una scienza, se vogliamo ancora attribuire qualche senso all’oggettività scientifica e non vogliamo allinearci alla tesi del carattere totalmente ideologico di ogni costruzione scientifica. Capiamo bene quanto sia difficile per chi si sente “profano” (nel senso latino “pro fanum”, che sta fuori del tempio) prendersela con i numi sacri della scienza e osare di pensare che menti eccelse abbiano potuto costruire castelli di fandonie ispirati soltanto da intenti ideologici. È più facile prendersela con un Gedda, mentre davanti a Karl Pearson, fondatore della statistica moderna, ballano i pantaloni. Eppure Pearson (il progressista Pearson che cambiò il suo nome da Carl a Karl in omaggio a Marx) non s’imbrattò poco quando esaltò la politica razziale di Hitler. Ma qui non è possibile tracciare una fenomenologia del razzismo degli scienziati eugenetisti, di destra e di sinistra, progressisti e reazionari, uniti nella lotta. Il fatto è che quella deriva era naturale perché la premessa era fradicia alla base. Il concetto di razza, o di stirpe o altri analoghi, non è un concetto scientifico, o comunque suscettibile di una qualsiasi definizione che non sia vuota, contraddittoria o tautologica. Sappiamo bene che tanti concetti scientifici sono imperfettamente definiti. La meccanica newtoniana è stata bandita per un secolo dall’insegnamento perché accusata di reintrodurre con il concetto di forza le “cause occulte”. Tuttavia, malgrado la sua vaghezza e il suo antropomorfismo, la nozione di forza può essere ben definita, quanto meno in termini dimensionali, il che ne fa un concetto perfettamente maneggevole e persino misurabile. E via con gli esempi. Ma chi può onestamente sostenere che si possa dare una qualsiasi definizione ragionevole e dotata di un minimo di base oggettiva del concetto di razza? E che essa sia una definizione, e non un conglomerato di pregiudizi e la proiezione di un intento, quello di dimostrare la superiorità del proprio “gruppo” umano di appartenenza e la necessità di mantenere e promuovere tale superiorità? Il fatto che menti di prim’ordine e in buona fede abbiano partecipato alla costruzione di questa pseudoscienza nella convinzione di far scienza non dimostra che essa avesse la stessa dignità della meccanica newtoniana. Lo storico della chimica Giulio Provenzal, persona onesta, seria e preparata, anche dopo essere stato estromesso in quanto ebreo dall’Università italiana, continuò a patrocinare la causa della superiorità scientifica della razza italica... Forse la sua autorevolezza dimostra che quella causa aveva un fondamento scientifico?
Ben venga quindi una storia seria dell’eugenetica, che metta al loro posto tutti i tasselli, che non confonda i risultati oggettivi con l’ideologia, la scienza con i progetti politici, e che analizzi con cura e senza pregiudizi le interazioni tra questi vari aspetti. Ma senza pregiudizi, senza gabellare per vera l’immagine di una costruzione nobile e progressiva, deturpata da fascisti e preti, e che, se lasciata libera dall’intrusione degli “oscurantisti”, riserverebbe all’umanità il paradiso di una rigenerazione globale. Che brutti scherzi gioca la strumentalità politica! Essa spinge lo scientista sulle spiagge del suo nemico più odiato, il sociologo della scienza postmoderno, quello che predica che nulla ha carattere oggettivo, che la teoria del calore vale quanto la teoria del flogisto, la chimica di Lavoisier quanto l’alchimia, e la genetica quanto l’eugenetica... (Peraltro non saremo noi a mettere sullo stesso piano l’innocua alchimia e il paranoico sogno di ricostruire l’umanità).
Tanto è vero che il discorso sull’eugenetica ha poco a che fare con un discorso sulla “scienza”, che è certamente possibile fare una storia della meccanica e dell’astronomia senza riferimenti alla realtà politica sottostante, ma è semplicemente impossibile fare un discorso sull’eugenetica senza parlare di politica. È persino possibile pensare a una storia della teoria economica scritta in forma “asettica”, mentre una storia dell’eugenetica che non faccia riferimento alle ideologie razziali è impensabile. Per questo il discorso scivola inevitabilmente sul terreno della storiografia politica e libri come quello di Cassata tengono un piede nella tematica delle politiche razziali nella storia italiana. Non è quindi fuori tema dedicare alcune considerazioni ai recenti sviluppi della storiografia italiana sul tema delle politiche razziali del fascismo. Non prima però di aver fatto un’osservazione. Cosa spinge un giovane studioso, che ha davanti a sé l’opportunità di dedicare molti anni a ricerche approfondite, tali da condurre a conclusioni equilibrate e meditate, a gettare invece i propri primi studi prematuramente in pasto a una rissa politica, e per giunta con tono arrogante e credendo di avere i titoli per assegnare i voti a chiunque abbia scritto prima di lui? Quel che spinge a ciò è proprio l’uso pubblico e “avvelenato” della storia, denunciato dallo stesso Cassata e di cui egli è vittima. È lo strumentalismo politico di una certa accademia che spinge i giovani studiosi alla ricerca militante. E poi ci si chiede da dove venga la decadenza delle università e della cultura italiane.
Veniamo ora alla storiografia sulle politiche razziali del fascismo, che, per lungo tempo, ha avuto come riferimento quasi esclusivo il fondamentale testo di Renzo De Felice “Gli ebrei italiani sotto il fascismo”. In questo approccio aveva poco spazio il mondo della cultura e nessuno spazio il mondo della scienza, né sotto il profilo delle teorie “scientifiche” della razza, né sotto quello del ruolo attivo e passivo della comunità scientifica. Ciò era, in parte, conseguenza della tesi di De Felice (parzialmente corretta nella biografia di Mussolini) secondo cui l’adesione del fascismo alle politiche antiebraiche era conseguenza del patto d’acciaio e quindi era una concessione politica nei confronti del Führer. Il primo tentativo di introdurre la tematica scientifica fu fatto da me in un convegno promosso nel 1988 dall’allora presidente della Camera dei deputati Nilde Iotti. I temi toccati erano quelli degli effetti delle leggi razziali sulla comunità scientifica e quello dell’esistenza di una teorizzazione razziale specifica del fascismo e ben diversa da quella nazista per la presenza di correnti di tipo “spiritualistico” che si rifacevano a un’idea di razza in certo senso più vicina a quella odierna di etnia. In un articolo del 1994, Mauro Raspanti descrisse in modo più articolato e preciso il panorama dei “razzismi del fascismo”, che sviluppai ulteriormente con Pietro Nastasi (nel libro “Scienza e razza nell’Italia fascista”), assieme a una ricostruzione dettagliata delle vicende del cosiddetto “Manifesto degli scienziati razzisti”, che evidenziavano lo scontro tra le correnti “spiritualistiche (di Nicola Pende ed altri) e quelle “biologistiche”, con il netto prevalere delle prime, almeno fino al 1941. Veniva chiaramente alla luce che il fascismo aveva avuto una “sua” politica demografico-eugenetico-razziale che si era articolata in correnti diverse e talora contrapposte, alcune vicine a quelle germaniche, altre di impronta originale e che avevano avuto un peso maggiore nel determinare le politiche del regime. Proprio per il carattere non puramente biologistico del razzismo fascista, esso presentava problemi di analisi storiografica molto più complessi del caso nazista; ferma restando la tesi di De Felice, e cioé che l’antisemitismo non è mai stato un elemento “costitutivo” dell’ideologia fascista, come lo è stato invece di quella nazista.
In una prima fase, a queste tesi è stata riservata una variegata accoglienza. In primo luogo, un certo fastidio per l’invasione di campo da parte di “storici della scienza” estranei all’ambiente dei “titolari”, gli storici politici. È curioso rilevare la persistenza di queste forme di crocianesimo fuori tempo massimo: in ambiente anglosassone l’interazione con gli storici della scienza è considerata naturale, ma da noi è ancora un fatto perturbante. Ricordo con divertimento un dibattito su questi temi in cui il moderatore, leggendo sui suoi appunti che doveva presentarmi come “storico della scienza”, non poté trattenersi dall’esplodere nel microfono con un «ma lei che ci fa qui?». Vi fu poi il rimprovero di pretesi “banali errori”, che – scambiando la pazienza con dabbenaggine – è stato reiterato come un ritornello, e a cui sarà data risposta nelle sedi opportune: ogni ricreazione prima o poi finisce. L’unica critica seria sottolineava il rischio che la nostra interpretazione facesse discendere in modo deterministico dagli studi e dalle politiche eugenetiche l’adozione di politiche razziste (in particolare antiebraiche). È infatti noto che lo sviluppo di politiche eugenetiche (anche assai coercitive) si è avuto in paesi democratici che non si sono mai sognati di adottare politiche razziste. Di qui il richiamo a non pensare a una sorta di “piano inclinato” che avrebbe condotto dall’eugenetica alle politiche della razza (in particolare antiebraiche). In realtà, la nostra interpretazione era ben diversa ed escludeva esplicitamente e nettamente ogni teoria del “piano inclinato”. Essa sosteneva che l’eugenetica, per la sua motivazione essenzialmente razziale (il che si tende spesso a dimenticare) creava un clima favorevole allo sviluppo di ideologie razziste. Pertanto, ove si verificasse la concomitanza di altri fattori, come la presenza di tradizioni di intolleranza verso determinati gruppi e soprattutto scelte di carattere politico, si poteva creare una miscela nefasta suscettibile di deflagrare. L’eugenetica era soprattutto pericolosa perché forniva l’argomentazione teorica e “scientifica” per giustificare l’adesione a politiche razziali e quindi creava consenso soprattutto nei ceti intellettuali. Nel caso italiano, era evidente come l’eugenetica avesse giocato un ruolo del genere, e le politiche razziali avessero avuto una radice autoctona legata alla svolta imperiale del 1936, e le cui caratteristiche peculiari potevano essere comprese soltanto tenendo conto delle elaborazioni nazionali in tema di demografia, di antropologia e di eugenetica.
Questa tesi “mediana” – il razzismo fascista non è stato importato, ma ha avuto radici e sviluppi autoctoni, è stato qualcosa di più grave e strutturale di quanto si è ritenuto per lungo tempo, ma comunque qualcosa di assai diverso e più “blando” del razzismo germanico – non è piaciuta a chi credeva di scorgervi un tentativo di aggravare le colpe del fascismo. Da qualche tempo essa infastidisce invece una storiografia che vi scorge la colpa opposta e mira a liquidare definitivamente l’interpretazione defeliciana ed ogni altra interpretazione “equilibrata”. Allo scopo essa cerca di seppellire la tematica dei “razzismi del fascismo” mediante due tesi radicali: (a) il razzismo fascista era puramente biologistico e indistinguibile da quello nazista; (b) Mussolini e il fascismo erano costituzionalmente antisemiti, né più né meno come Hitler e il nazismo. Non ci occuperemo della seconda tesi – sostenuta nel libro di Giorgio Fabre “Mussolini razzista” – che è a dir poco fragile. Non basta accumulare notizie: parafrasando Henri Poincaré, la storia non è un cumulo di fatti come una casa non è un cumulo di pietre. Occorre interpretare. E che questo libro abbia difficoltà interpretative lo dice già il titolo e il sottotitolo: “Mussolini razzista” è una tesi fondata, ma da essa non discende affatto Mussolini “antisemita”. Se non sono chiare neppure queste distinzioni è difficile iniziare a discutere nel merito.
Per quanto riguarda la prima tesi, ci limiteremo a richiamare un recente articolo di Michele Sarfatti (L’Unità, 5 marzo) in cui si dice che «la legislazione antiebraica italiana […] era diretta contro tutte le persone che rientravano nella definizione di “razza ebraica”, ed essa definiva di “razza ebraica” ogni persona nata da due genitori di “razza ebraica”, anche quando era di religione cristiana. Il principio “biologico” fu applicato anche alle persone di religione ebraica nate da due genitori di “razza ariana”: esse furono sempre classificate di “razza ariana”. Insomma, qualsiasi scelta religiosa o culturale avesse compiuto, una persona non poteva cambiare ciò che gli era stato trasmesso automaticamente dai genitori. Questo è indubitabilmente “razzismo biologico” e non “razzismo spirituale”. Va aggiunto che alcuni commentatori dettero a questa impostazione “biologica” una mano di vernice “spirituale”; questa però concerneva l’immagine del razzismo fascista e non la sua essenza».
Qui la logica non soccorre. La “definizione” riferita da Sarfatti è ridicolmente tautologica, poiché definisce di razza ebraica chi è di razza ebraica… Né potrebbe essere altrimenti perché, come ci si rifiuta caparbiamente di capire, il concetto di razza non ha fondamento scientifico. Lo stesso Hitler non riuscì a ottenere dai suoi illustri genetisti una soddisfacente definizione biologica di razza. Tuttavia un razzismo che possa dirsi autenticamente biologico deve far ricorso esclusivamente a nozioni di carattere fisico, per quanto sgangherato possa essere il risultato. Ogni riferimento a nozioni di carattere mentale, spirituale, culturale ecc. non può aver posto in una concezione biologica del razzismo: esso darebbe luogo a un razzismo di tipo “spiritualistico”, in cui i fattori biologici si combinano con fattori di carattere mentale e culturale. (Dovrebbe essere superfluo dire che quel caratterizza un siffatto razzismo è l’associazione dei vari fattori anziché la riduzione al solo fattore biologico, e non certo l’esclusione del fattore biologico). Ora se ci si ferma alla pseudo-definizione citata da Sarfatti sembra che il razzismo fascista sia puramente biologico. Ma così non è, e per rendersene conto non ci si deve limitare a leggere quel che fa comodo. Dice la “Dichiarazione sulla razza” al punto c) che è “di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica”, ma al d) prescrive che “non è di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto e professa altra religione all’infuori dell’ebraica”. E questo sarebbe razzismo biologico? Come può definirsi biologico un razzismo che “lava” dall’ebraismo chi, pur avendo metà di sangue ebraico, non professa la religione ebraica? Insomma, sia in c) che in d) la religione gioca un ruolo determinante. Per non parlare poi della “discriminazione”, ovvero di quel provvedimento che “ripuliva” quegli ebrei che si erano distinti in atti di grande valore per la patria. Non è quindi vero che, per il fascismo, le scelte religiose o culturali di una persona non potevano cambiare ciò che gli era stato trasmesso automaticamente dai genitori.
Del resto, a replicare anticipatamente a Sarfatti ci aveva pensato Nicola Pende nel 1940 quando aveva esaltato «l’alto intelletto scientifico del Duce» che «ritiene che è lo spirito delle varie stirpi eterogenee a noi che sopratutto occorre tener presente, e quindi è lo spirito ebraico che sopratutto può nuocere alla vita della nostra razza anche indipendentemente da incroci di sangue». È per questo – aggiungeva Pende – che «anche pochi semiti bastano a inquinare tutta la vita spirituale di una nazione». E così spiegava «la grande generosità delle leggi fasciste che risparmiano ogni ostracismo a quei rari casi di ebrei che hanno dato prove lampanti che il loro spirito erasi omogeneizzato in tutto e per tutto con lo spirito della patria italiana».
L’ultima trincea consisterà nel dire che queste erano le parole ininfluenti di un «commentatore», una «mano di vernice spirituale». Peccato che si sia dimostrato, carte alla mano, che fu la linea di Pende e dei verniciatori a prevalere su quella dei biologisti alla Guido Landra, il redattore del Manifesto degli scienziati razzisti. Al punto che Landra fu buttato fuori dal Minculpop e sostituito come capo dell’Ufficio Razza dallo “spiritualista” Visco, e rischiò di perdere persino lo stipendio. Peccato che il Consiglio Superiore della Demorazza avesse riscritto da capo a piedi il Manifesto in senso “spiritualistico”. Appiattendo tutto il razzismo fascista sulla versione puramente biologistica se ne perde la complessità. È come se si distruggesse un intero spaccato storico di grande interesse e si cancellasse un acceso dibattito realmente avvenuto tra i vari razzismi del fascismo.
Tutte queste cose sono state dette, inutilmente. Perché non contano fatti e documenti, non interessa discutere per approfondire la comprensione storica. Conta conseguire un obbiettivo politico-ideologico: (1) cancellare ogni zona “grigia” dal fascismo e, a tal fine, sparare su di esso l’accusa suprema di razzismo nazista e di antisemitismo strutturale; (2) salvare la “scienza” eugenetica, separandola dai discorsi razziali di cui sarebbero responsabili soltanto i “reazionari”.
Giorni fa ho assistito alla presentazione di un film che circolerà presto nelle scuole romane e che illustra – correttamente – la vicenda della scienza italiana nel periodo razziale. Finisce con il consueto ammonimento a ricordare affinché la storia non si ripeta. Esso è pronunziato sull’immagine di uomini dietro le sbarre di un Centro di Permanenza Temporaneo per immigrati clandestini. Alle mie proteste che era folle associare Auschwitz a un CPT si è risposto che assolutizzavo la Shoah. Ho risposto che, al contrario, ero pronto a comparazioni ragionevoli, ad esempio con il Gulag, ma non a quelle assurde. Mi è stato fatto osservare che il Gulag era a un livello di gravità minore della Shoah.
Ecco allora la graduatoria. Nel girone più basso dell’Inferno stanno il nazismo, il fascismo e il CPT di Lampedusa. In Purgatorio sta il Gulag. In Paradiso splende la nuova eugenetica, scienza laica della redenzione dell’umanità.


Giorgio Israel

martedì 28 febbraio 2006

VECCHIO FÜHRER NUOVI FURORI

Il Foglio – 28 febbraio 2006


Distruggendo Israele, il poligono islamista vorrebbe risolvere la “questione ebraica” lasciata a metà da Hitler


In un discorso tenuto al Reichstag il 30 gennaio 1939, Adolf Hitler proclamò di voler essere ancora una volta profeta: «se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse riuscire, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma, al contrario, la distruzione della razza giudaica in Europa». L’impostazione del discorso era “pacifista”. Il Führer insisteva sull’anelito dei popoli alla pace, troppe volte frustrato dalle tendenze guerrafondaie del giudaismo internazionale, sulla scia di quanto aveva scritto nel Mein Kampf, dove aveva osservato che, se si fossero uccisi in tempo quei 10-15.000 ebrei che avevano scatenato la Prima guerra mondiale, si sarebbero risparmiate milioni di vite e, in particolare, un milione di vite tedesche.
Il Presidente iraniano Ahmadinejad deve essere un attento studioso della storia europea e del progetto hitleriano di soluzione della questione ebraica, visto che egli ripercorre fedelmente atti e discorsi del Führer. Egli ha compreso che il segreto del successo della propaganda hitleriana è consistito nell’aver mascherato un progetto di mero sterminio con la saltuaria proclamazione di intenti pacifici e di riscatto del popolo tedesco, di aver identificato l’entità da distruggere (il giudaismo) con il male (la volontà di dominio del mondo attraverso la guerra) e il nemico con delle marionette manovrate dal giudaismo. Ahmadinejad ha compreso che le radici velenose da cui è nata l’autodistruzione dell’Europa sono ancora vive e che, affinché da esse risorga la pianta malefica, basta ripercorrere il sentiero del Führer senza troppe varianti: risvegliare le pulsioni suicide dei milioni di “odiatori di sé”, quelle masse “pacifiste” che vedono nell’Occidente il solo colpevole di tutti i mali; dar forza a quei governanti tanto pusillanimi quanto vanitosi, che desiderano soltanto scendere la scaletta di un aereo con un ombrello in mano e sventolando il foglietto della resa di Monaco nell’altra, per ottenere l’applauso delle folle dei pacifisti-odiatori di sé; suscitare i mai spenti sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei affinché sia identificato in loro l’unico ostacolo al raggiungimento della pace, il mostro sanguinario che mira a distruggere la felicità universale.
Come Hitler, Ahmadinejad parla di pace e di diritti conculcati del popolo iraniano e delle masse islamiche. Come Hitler, scarica sulle spalle del giudaismo mondiale e dei suoi accoliti (il Piccolo Satana e il Grande Satana) ogni colpa: persino la devastazione della moschea sciita di Samarra sarebbe stata «commissionata da un gruppo di sionisti e di occupanti mancati». Come Hitler, Ahmadinejad ammonisce che se i “criminali” osassero scatenare una guerra, Israele sarebbe ridotto nello stato di coma in cui giace il suo premier Sharon: insomma il risultato sarebbe la soluzione finale del problema ebraico in Palestina. E fa leva sull’anelito alla pace degli europei (e sui rigurgiti negazionisti circolanti) per indurli a sbarazzarsi di ogni scrupolo nei confronti dell’unico ostacolo a un armonioso rapporto tra Europa e mondo islamico, liberandosi del senso di colpa per uno sterminio di massa degli ebrei che non sarebbe mai avvenuto o avrebbe avuto una portata insignificante rispetto alle colpe del giudaismo medesimo.
Naturalmente Ahmadinejad non è l’unico interprete di questa visione. Essa è ormai patrimonio del mondo variegato dell’estremismo islamico. Ad esempio, è istruttivo osservare come un puntuale riferimento al discorso di Hitler citato all’inizio si trovi nel noto sito Radio Islam, che lo presenta – nel contesto di un’“analisi” dei “miti fondatori della politica israeliana” – come una testimonianza delle ragioni di Hitler e, in definitiva, del suo moderatismo rispetto ai ben peggiori misfatti di cui si è reso capace l’Occidente. Peraltro, quel mondo variegato ha superato di gran lunga il Führer nella capacità di dissimulazione, consistente nel porgere quel minimo di moderazione che fornisca ai candidati dhimmi l’alibi per ignorare i discorsi veri, quelli in cui vengono espressi gli intenti autentici (come i pacifisti degli anni trenta si appigliavano a qualche sporadica dichiarazione pacifista di Hitler per ignorare il Mein Kampf e la realtà dei fatti).
Insomma, l’integralismo islamico ha imparato ad usare la memoria storica come strumento per gestire il presente. Mentre l’Europa delle giornate della memoria è incapace (o si rifiuta) di trarre lezioni dalla sua stessa storia ed erge un muro tra passato e presente.
Come è possibile dimenticare che anche Hitler avanzò da una tregua all’altra, da una “hudna” all’altra? Come è possibile dimenticare che l’Europa accettava supinamente ogni proposta di hudna, in attesa della prossima prova di forza, scendendo di gradino in gradino nella fossa della tragedia? Eppure, nei giorni della “memoria”, ci si batte il petto chiedendosi cosa non si è fatto per fermare il mostro. “Perché non è stata bombardata Auschwitz?” è la domanda sconsolata, dietro cui ghigna una compiaciuta accusa nei confronti dei detestati anglo-americani. Ci si batte il petto declamando “mai più”, mentre sotto i nostri occhi si concretizza un “ancora una volta”. L’estremismo islamico vince una prova di forza dopo l’altra, e ogni gradino asceso è inframezzato da una hudna, che viene accolta con sollievo gridando: «Dialogo, dialogo, dialogo. Dialogo ad ogni costo». Ma “a qualsiasi costo” è la parola d’ordine degli imbecilli. Nulla si fa a qualsiasi costo, né la guerra, né la pace, né la tregua. Quel signore con l’ombrello e il foglietto di Monaco in mano proclamava di aver ottenuto “con onore” la “pace per il nostro tempo”: l’aveva ottenuta “a qualsiasi costo” e proprio per questo – come gli disse Churchill – avrebbe ottenuto soltanto il disonore e la guerra.
Chi non metta la testa nel sabbia non può non scorgere le chiare intenzioni del nemico che sta di fronte.
Prendiamo il caso di Hamas. Hamas ha detto in tutti i modi cosa vuole: distruggere Israele nel quadro di una lotta globale in cui esso è un vertice del poligono infernale costituito dall’Iran, dalla Siria, da Hezbollah e da Al Qaeda. Chi non vuole vedere questa intenzione può essere soltanto uno sciocco o in malafede. Non è forse essa scritta a chiare lettere nella carta di Hamas? Non bastano le innumerevoli rappresentazioni cartografiche in cui la Palestina si estende dal mare al Giordano? Non bastano le innumerevoli dichiarazioni, tra cui spicca il recente e truculento discorso del leader di Hamas Meshaal in cui annuncia che «prima di morire, Israele dovrà subire umiliazioni e degradazioni» e invita, con paranoia tipicamente hitleriana, l’Occidente ad abbandonare Israele a sé stesso, perché è suo interesse prosternarsi di fronte alla nazione islamica che «domani si siederà sul trono del mondo»? No, non basta. Alla richiesta del Quartetto di riconoscere il diritto di Israele all’esistenza, Hamas ha risposto di non poter smettere di lottare fino a che persiste l’occupazione: sembra una risposta fuori tema, ma è chiarissima ove soltanto si ricordi che per Hamas, l’occupazione “è” Israele.
Nessuna di queste evidenze basta, e ci si appiglia all’offerta di una hudna o a una vaga disponibilità a riconoscere Israele espressa dal nuovo premier palestinese Haniyeh al Washington Post, mettendo in ombra che costui, appena rientrato a Gaza ha smentito ogni disponibilità, con tecnica consumata. Grandi menti politologiche impartiscono lezioni circa il fatto che la concretezza del governare non potrà non condurre Hamas sul terreno del realismo. Come se il potere avesse fatto rinsavire Hitler… Tanta ottusità avrà purtroppo i suoi effetti concreti: se Hamas coglierà il frutto dei suoi adescamenti verbali, la hudna servirà a preparare la tappa successiva di un’agenda sanguinosa.
Da come si profila la situazione sembra che ricada quasi totalmente sulle spalle di Israele la responsabilità di sventare un simile sviluppo, tragico per l’Occidente non meno che per Israele. È stupefacente constatare in che modo abissalmente diverso si presentino le cose dal punto di visuale israeliano e da quello europeo. In Europa si continua a coltivare l’immagine di un Israele cattivo, implacabile, vendicativo, intransigente. Laggiù, al contrario, il governo è criticato per la sua eccessiva moderazione. In Europa si protesta per i provvedimenti presi dal governo israeliano, tra cui la sospensione del trasferimento dei fondi doganali all’autorità palestinese, e non si dice che il governo israeliano fa di tutto perché il flusso raggiunga comunque la popolazione attraverso le organizzazioni umanitarie – evitare di darli direttamente in mano ad Hamas non è il minimo? – persino con l’avvallo del “superfalco” Netanyahu. In Europa non si dice che il flusso dei lavoratori palestinesi non è stato interrotto, e che anche per questo il governo è accusato di debolezza; si straparla degli attacchi delle truppe israeliane cui gli “attivisti” palestinesi avrebbero risposto con tiri non meglio qualificati. Il contrario è vero: si tratta di risposte contro i lanci di missili Kassam da Gaza che rischiano sempre più di colpire la centrale elettrica di Ashqelon, da cui dipende metà di Israele, o industrie chimiche nella stessa zona del paese la cui deflagrazione potrebbe determinare una tragedia di proporzioni colossali. I critici del governo israeliano lamentano che queste risposte si riducano spesso a tiri dimostrativi di artiglieria in zone disabitate. Come che sia, è evidente che Israele, lungi dall’essere il mostro di cattiveria di cui si parla, esita a fare quel che è legittimo secondo il diritto internazionale: rispondere militarmente, anche attraverso un attacco massiccio, a un’aggressione che potrebbe avere conseguenze devastanti. In Europa pochi ricordano che Israele ha subito, nel corso del 2005, ben 2990 attacchi terroristici e che, dopo la vittoria elettorale di Hamas, i circa cinquanta allarmi mensili per attentati kamikaze sono passati a settantacinque, mentre è stato sventato addirittura un attacco al mortaio sul quartiere di Gilo a Gerusalemme.
Di nulla di tutto ciò si parla e, al contrario, pullulano personaggi (cialtroni o in malafede, poco importa) che proclamano l’inesistenza di un problema di sicurezza per Israele. Ma tutto ciò è poca cosa di fronte al fatto che, in spregio al più elementare buon senso, la vittoria elettorale di Hamas ha scatenato un rovesciamento di atteggiamento nei confronti di Israele che, dalla blanda benevolenza dei mesi successivi al ritiro da Gaza, è tornato alla consueta ostilità, se non peggio. È stato facile profeta chi aveva previsto che il ritiro da Gaza andava valutato sulla base della sua efficacia sul terreno e della sua equanimità e non per la ricaduta positiva di immagine che avrebbe avuto per Israele: il pregiudizio non può essere scalfito e il fatto nuovo è che a denunciare tale pregiudizio si rischia la querela.
Per qualche breve mese abbiamo assistito a un cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele. Sharon da macellaio era divenuto il De Gaulle israeliano e qualcuno si era persino spinto a compatire i coloni che avevano dovuto abbandonare le loro case di Gaza. Era la forza delle cose, che sembrava andare verso la pace, a dettare questi sentimenti magnanimi. Ma è bastata la vittoria elettorale di Hamas a ribaltare la situazione e a far riemergere le posizioni consuete. Si è ricominciato a incolpare Israele di tutto, persino di essere responsabile della vittoria elettorale di Hamas: persino il merito del ritiro da Gaza è stato rimesso in discussione. E, con il sostegno del solito manipolo di intellettuali annidati nelle università di mezzo mondo, è ricominciata la recitazione del vecchio stolido mantra: Israele deve ritirarsi, qualsiasi cosa accada deve ritirarsi. Prima si deve ritirare, e senza condizioni, sulla linea del 1967, ovviamente abbattendo il muro (anche se ha salvato innumerevoli vite). Vedrete, dicono, Hamas rinsavirà. E comunque, se Hamas chiederà altro, per esempio tutta Gerusalemme, bisognerà pensarci. Se Hamas chiederà il rientro di milioni di palestinesi sul suolo di Israele bisognerà discutere. A prendere sul serio il mantra di questi signori sarebbe il caso che gli israeliani rimettano in cantiere Exodus.
Guardando al panorama italiano, l’aspetto più inquietante di questo repentino cambiamento di atteggiamento è che esso segna un evidente successo di Hamas: l’aver posto di nuovo sul terreno la questione del diritto di Israele ad esistere, che sembrava risolta definitivamente in senso positivo. Sembrava una faccenda conclusa e invece il tormentone ricomincia: Israele stato “artificiale”, Israele stato fondato sul “sopruso”, sul “razzismo”, sul “colonialismo”, sull’“espropriazione”, e via dicendo. Si dirà che questa ripresa del tormentone è opera di pochi estremisti, ed è pur vero che le voci che si sono levate in tal senso appartengono alle ali estreme dello schieramento politico. Ma gli estremisti rialzano la testa quando sentono che il clima lo consente. Nel centro-destra si attende una parola finale circa l’esclusione assoluta di un manipolo di negazionisti della peggior specie e si debbono registrare dichiarazioni avvilenti circa l’opportunità di trattare con Hamas. Nel centro-sinistra si manifesta una situazione confusa e a dir poco inquietante. L’aver escluso Ferrando dalle liste elettorali di Rifondazione Comunista è un depistaggio più che un chiarimento, se restano in lista personaggi come Francesco Caruso (che ha dichiarato la sua simpatia per Hamas e i kamikaze) e Alì Rashid, che ancora qualche giorno fa ha definito Sharon un criminale di guerra. L’onorevole Diliberto è segretario di un partito dell’Unione, non è uno che passa di là per caso. Egli è stato uno degli organizzatori di una manifestazione in cui sono stati gridati slogan efferati e in cui sono state bruciate bandiere israeliane e americane. Dice di non sentirsi responsabile di questi misfatti e di condannarli, ma in tal modo dimentica un principio fondamentale del vecchio PCI di cui pure è un nostalgico ammiratore: chi proclama e organizza una manifestazione è politicamente responsabile della medesima. Difatti, il vecchio PCI controllava le manifestazioni con un robusto servizio d’ordine che allontanava energicamente chi deviava dalla linea politica decisa; e, se non si sentiva certo di poter esercitare tale controllo, vi rinunciava. Ha quindi perfettamente ragione chi ha invitato Diliberto a chiedere scusa anziché querelare Yasha Reibman per aver espresso una legittima opinione. Peraltro, quando si va a braccetto con il leader di una forza (Hezbollah) che ha nel suo programma la distruzione lo stato d’Israele, non si può pretendere di essere esenti da critiche. Romano Prodi assicura circa l’assoluta trasparenza di comportamento di tutte le forze politiche dell’Unione. Se è così, spieghi le candidature di Caruso e di Rashid, convinca Diliberto a ritirare la querela e a scusarsi, inviti Dini a non intrecciare legami d’amorosi sensi con la diplomazia iraniana, e così via. Altrimenti, le parole stanno a zero.
E ciò non basta perché bisognerebbe volgere lo sguardo ben più in alto degli esempi precedenti. Che dire dell’intervista messa in rete da Massimo D’Alema un paio di settimane fa? La stampa ha attirato l’attenzione sulla dichiarazione di D’Alema secondo cui «Hamas non è il nazismo» che, alla luce di quanto abbiamo fin qui osservato, è a dir poco sconcertante. Ma occorrebbe ascoltare l’intervista nella sua interezza per constatare come sia più che fondata l’inquietudine di Yasha Reibman circa la prospettiva di avere un tale ministro degli esteri. È facile immaginare quale correzione della politica estera italiana configuri D’Alema, a giudicare dall’astio totale con cui guarda a Israele – la scelta di Israele è quella della violenza, la sua politica è semplicemente “disumana” – a cui non concede nulla, neppure il diritto di chiamarsi “popolo della diaspora”, che trasferisce ai palestinesi; cui invece è tutto perdonato, e di cui ogni atto è giustificato, perché bisogna capire le ragioni dell’odio. In un’ora d’intervista non una parola è stata spesa per deprecare il rifiuto aprioristico d’Israele, l’odiosa campagna razzista che pullula nei mezzi d’informazione arabi e islamici e nei libri di testo palestinesi, l’uso infame di tutto l’arsenale della propaganda antisemita classica, aggiornato con l’invenzione delle accuse più trucide e fantasiose, come quella recentemente messa in giro dal governo siriano secondo cui l’influenza aviaria sarebbe stata prodotta artificialmente da Israele, o la recente “analisi” della televisione iraniana circa la natura dei “cartoons” di Tom e Jerry, con cui l’ebraica (sic!) Walt Disney vorrebbe ripulire l’immagine dei “topi ebrei”. Non una parola... Se soltanto D’Alema – che si vanta di conoscere la realtà sul campo – fosse minimamente aperto a capire Israele, si renderebbe conto che proprio quella è una società multietnica che riesce giorno dopo giorno a realizzare la composizione delle differenze attorno a sentimenti condivisi, che quella è una società che realizza quotidianamente la dissoluzione delle divisioni etniche, difendendosi soltanto da chi pervicacemente nega il suo diritto all’esistenza. Se soltanto D’Alema fosse sensibile a quella realtà, condannerebbe aspramente coloro che, nel suo schieramento, parlano di paese “razzista”. E che dire della violenza antiamericana che pervade tutta l’intervista? Gli USA non conoscerebbero altro metodo che imporre la loro civiltà con i marines, e altra politica che la «violenza di stato». Affermazione a dir poco sconcertante nella bocca di un europeo, del cittadino di un continente che ha inventato il colonialismo e il razzismo. D’Alema si è reso conto della scivolata, visto che ha osservato che, certo, l’Europa ha partorito Auschwitz, ma «proprio per questo» avrebbe appreso la lezione e avrebbe introdotto come tratto originale della propria democrazia il rifiuto della violenza di stato. Di qui la «superiorità» dell’Europa sugli USA. Ma non si doveva evitare di parlare di civiltà “superiori”? Come sempre, la toppa è peggiore del buco.
Tornando al panorama europeo – della civiltà “superiore” – chiediamoci: come dovrebbe valutarlo un estremista islamico il cui scopo dichiarato è lo sgretolamento dell’identità del continente? Dovrebbe valutarlo come una catena di successi. Dopo l’attentato di Madrid, la Spagna si è defilata dall’Iraq chiudendosi dietro il “muro” di Ceuta e Melilla, mentre magnati arabi comprano mezza Andalusia. Il governo inglese ha reagito con ben maggiore dignità all’attentato di Londra, ma ha commesso lo svarione solenne di assumere come consigliere Tariq Ramadan. Dopo l’uccisione di Theo van Gogh la morsa della paura stringe l’Olanda più di prima. Si è avuta la rivolta delle periferie parigine. E, in una sequenza tutt’altro che casuale si sono accavallati altri eventi dirompenti: la campagna forsennata e pretestuosa sulle caricature danesi; la vittoria elettorale di Hamas; il dilagare di una nuova campagna anti-israeliana e antiebraica che punta direttamente su tematiche negazioniste della Shoah; e infine la barbara uccisione, previa tortura di un mese, del giovane ebreo francese Ilan Halimi da parte di un gruppo nel cui covo sono state scoperte carte che riconducono a un gruppo dedito alla raccolta di fondi per le “vittime” palestinesi, ovvero per le famiglie dei kamikaze, e di cui sono provate le relazioni con gruppi presenti nella consulta islamica riconosciuta dal governo francese. Sequenza non casuale e pretestuosa, dicevamo, perché è ormai noto che le celebri vignette erano state pubblicate dal giornale egiziano Al Fager il 17 ottobre 2005 senza che ciò destasse il minimo scandalo.
Ogni volta che l’aggressione è salita di un gradino, un gradino è stato sceso nella scala dell’umiliazione e dell’ignavia. Persino il direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Islamiche ed ex-mufti di Marsiglia, Soheib Bencheikh ha definito (Le Monde, 9 febbraio) la reazione di tante organizzazioni e regimi musulmani «al di là del surrealismo», ha definito assurda la richiesta di scuse ai governi e l’aggressione contro un paese «tranquillo e pacifico» come la Danimarca, e ha condannato questa ondata isterica come contraria ai principi di ogni religione degna di essere considerata tale oltre che della libertà di espressione. E invece, politici e uomini d’informazione europei si sono precipitati in massa a scusarsi, a prosternarsi nella moschea più vicina. Sono gli stessi che non hanno detto una parola di fronte alle dissacrazioni del cristianesimo, alle stragi di cristiani, alle innumerevoli vignette offensive dell’ebraismo, alle campagne antisemite nutrite della peggiore blasfemia, che perdonano ogni atto del genere se a compierlo è un estremista islamico, giustificano le campagne di boicottaggio nei confronti di Israele e le bandiere bruciate in nome dei “diritti” del popolo palestinese. Se esiste una logica a questo mondo, il direttore di Liberazione, che ebbe a dire che coloro che protestavano per lo scempio delle sinagoghe da parte palestinese dopo il ritiro da Gaza erano “razzisti”, si sarebbe dovuto presentare da tempo a chiedere scusa in una sinagoga. Questo sarebbe il trattamento di favore riservato agli ebrei e a Israele, questa sarebbe la lezione storica ricavata dalla Shoah?
Qui torniamo alla profezia di Hitler di cui parlavamo all’inizio. Perché, se la profezia principale di Hitler (la realizzazione del Reich millenario) è fallita, alcune altre si sono purtroppo avverate. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, le autorità germaniche stimavano la consistenza ebraica in Europa (inclusa l’URSS) in poco meno di undici milioni. Oggi tale consistenza è ridotta a circa due milioni. La questione ebraica europea è stata effettivamente quasi completamente “risolta”, secondo gli auspici del Führer. La questione ebraica mondiale è stata così “risolta” per un terzo, essendosi concentrati i due restanti terzi negli USA e in Israele. In attesa di fare i conti con il Grande Satana, il poligono dell’estremismo islamico, con portavoce il presidente iraniano, ha ripreso il programma hitleriano proponendosi di realizzarne il secondo terzo con la distruzione di Israele.
Sarebbe desiderabile poter distinguere tra questione ebraica e questione israeliana, perché ciò segnerebbe, più o meno, la fine dell’antisemitismo. Ma se questa distinzione era difficile prima, ora il presidente Ahmadinejad e i suoi alleati si incaricano quotidianamente di avvertirci che essa è impossibile. La questione ebraica oggi è la questione israeliana. È perfettamente inutile, al riguardo, riesumare la solita litania circa il fatto che la difesa di Israele non implica la condivisione di ogni singolo atto dei suoi governi. Ovvio, ma secondario. Perché il vero problema che abbiamo di fronte oggi è che il progetto del secondo atto della Shoah è chiaramente indicato nella distruzione dello stato di Israele, ed è contro questo progetto che occorre battersi senza quartiere.
Per quasi duemila anni la storia dell’ebraismo è stata prioritariamente intrecciata con la storia d’Europa, nel bene e nel male. Ed è per questo che è perfettamente sensato parlare di “radici giudaico-cristiane” della civiltà europea, accanto a quelle greco-romane. Oggi l’ebraismo rischia di uscire definitivamente dalla storia d’Europa, se l’Europa rinnega i legami storici profondissimi che dovrebbero legarla a Israele e se lascia che il suo ebraismo residuale venga terrorizzato, dissolto e disperso.
Voltare le spalle a Israele, voltare le spalle al problema ebraico, quello “attuale”, non sarebbe soltanto un atto atroce nei confronti degli ebrei, non sarebbe soltanto lavarsi le mani del tentativo di proseguire la soluzione finale, ma sarebbe un atto suicida. Difatti, la Shoah non è stata una faccenda degli ebrei, ma una tragedia dell’Europa: il compimento dello sterminio razziale è stata una separazione dell’Europa dai principi migliori della sua tradizione morale e civile, quelli che erano frutto, per l’appunto, della tradizione giudaico-cristiana. Un’Europa che – dopo quel che è successo mezzo secolo fa – non comprendesse la portata della posta in gioco, compirebbe il secondo e irreparabile atto della propria autodistruzione.
È difficile non vedere che le comunità ebraiche europee e le loro istituzioni sono spossate dalla continua lotta contro l’antisemitismo mai spento e anzi ora rinfocolato dall’aggressione dell’estremismo islamico, e che sono intimorite. Il loro futuro dipende dalla loro capacità di essere coscienza critica e testimone di quanto rischia di avvenire. Gli ebrei d’Europa – e d’Italia – non possono non apprezzare lo sforzo per la conservazione della memoria del loro martirio. Ma non possono accettare che la compassione per gli ebrei morti sia un alibi per odiare liberamente quelli vivi e per chiudere gli occhi di fronte alla nuova spaventosa minaccia. Dopo decenni di resistenze è ormai diffusa l’accettazione dell’idea dell’unicità della Shoah. Troppa grazia, vien da dire. Soprattutto se questa accettazione è suggerita dal poco limpido intento di declassare altre stragi, come quelle del Gulag. E francamente inaccettabile se è un modo di declassare la questione ebraica attuale ad “altra” cosa, persino a qualcosa in cui la parte degli ebrei è invertita e trasformata in quella dei persecutori. Nessun ebreo che abbia un minimo di dignità, in quanto tale e in quanto cittadino consapevole e leale del proprio paese e del continente, può accettare di essere messo sotto protezione in una riserva indiana a condizione di abbandonare Israele al proprio destino o persino di rinnegarlo. Quegli ebrei che accettassero una simile condizione o che si accodassero al grido del “dialogo ad ogni costo” si assumerebbero una grave responsabilità anche nei confronti del destino dello stesso ebraismo europeo. A quest’ultimo si richiede quindi, in questi frangenti, un grande atto di coraggio e di dignità.
Hitler è stato abbastanza buon profeta rispetto all’obbiettivo di sradicare la presenza ebraica dall’Europa. Ma proprio le modalità e gli effetti della “soluzione” hitleriana e il ripresentarsi sulla scena dei prosecutori dichiarati di quel progetto, fanno della questione ebraica, oggi israeliana, la principale pietra di paragone della capacità dell’Europa di riprendere il proprio cammino recuperando i propri migliori valori e rifiutando di lasciarsi ridurre in stato di schiavitù. Nessun cittadino europeo può sfuggire a questa sfida. Altrimenti, la resa dell’Europa di fronte a coloro che hanno dichiarato una guerra di civiltà contro l’Occidente sarà segnata non soltanto dalla totale separazione dei destini dell’Europa e di Israele, ma dalla dissoluzione di quel che resta dell’ebraismo europeo.


Giorgio Israel

giovedì 9 febbraio 2006

Quelli che dicono: “Non disegnare il volto di Dio invano”

C’è qualcosa di straordinariamente ipocrita nelle reazioni violentissime alle famose vignette pubblicate in Danimarca sul profeta Mohammad. Un osservatore sceso da un altro pianeta crederebbe che questa sia la prima volta che qualcuno osa fare satira su temi religiosi, oppure che ciò accada raramente, ma susciti sistematicamente reazioni di sdegno corale in un mondo che è profondamente devoto. Resterebbe stupito nell’apprendere che poco tempo fa un signore è venuto a dire, nel corso di una ascoltatissima trasmissione della televisione italiana, che il crocefisso è un ripugnante cadaverino appeso, senza che nessuno scendesse per strada, senza che le autorità religiose cristiane protestassero in modo più che flebile, mentre è accaduto che molti difendessero quelli parole in nome della libertà di espressione. Che dire poi della religione ebraica? Il nostro extraterrestre, girando per emeroteche, biblioteche, librerie si troverebbe di fronte a uno sterminato campionario di ingiurie blasfeme, per lo più ad opera di quel mondo islamico che scende in piazza a protestare contro le vignette, e dei suoi alleati in Occidente. Costoro si stracciano le vesti – e promettono di stracciare i “nemici” ben più che le loro vesti (abbiamo visto in televisione troppi cartelli esaltanti Bin Laden, gli attentati alle Torri Gemelle e la sorte di Theo van Gogh) – dichiarando che quelle vignette, pubblicate in Danimarca e riprese da molti altri giornali europei, feriscono i sentimenti religiosi e il rispetto di ciò che è sacro per un musulmano. Non si mette in discussione – si dice – la legittimità della satira politica: quel che è inaccettabile è ferire i sentimenti religiosi dell’Islam, profanare ciò che per l’Islam è più sacro. A chi ha osservato che in tanti paesi islamici viene condotta una forsennata campagna razzista antiebraica è stato replicato ancora una volta che trattasi soltanto di satira politica, che riguarda gli israeliani, tutt’al più gli ebrei, e non la religione ebraica.
Un piccolo florilegio di esempi – per lo più tratto dal volume di Joël e Dan Kotek, Au nom de l’antisionisme, Paris, Complexe, 2003 – permette di vedere quanto sia falsa questa dichiarazione di innocenza. Molti altri esempi si potrebbero dare, ma ci limitiamo ad pochi significativi, che – se tanto dà tanto – avrebbero dovuto suscitare un’ondata di proteste e di sdegno almeno paragonabile a quella cui stiamo assistendo.
Che cosa sia la Bibbia ebraica lo spiegava la vignetta di un quotidiano del Kuwait: sembra un libro, ma è soltanto un contenitore di pugnali, bombe e pistole. Che si tratti della Bibbia ebraica viene ricordato ai distratti apponendo sulla copertina sia il candelabro a sette braccia che la stella di David.

Un giornale libanese riservava una sorte analoga al Talmud, che appare soltanto come il contenitore di un fucile con cui un cecchino nascosto trucida un povero palestinese.

Che i testi sacri ebraici siano un oggetto diabolico è tema ricorrente, come si vede da un'altra vignetta pubblicata in Egitto nel 1992, in cui il forcone del diavolo è il candelabro a sette braccia (la Menorah) cui è appesa la Bibbia.

Non sono dissacranti e blasfeme nei confronti dell’ebraismo simili “satire”? Che dire allora della vignetta pubblicata da Al Ahram Weekly on line (Al Ahram è il massimo quotidiano governativo in Egitto) in cui il razzismo viene addirittura indicato come il contenuto delle tavole della legge? Un rabbino mostra difatti la scritta razzismo incisa sulle tavole di pietra.
Un’ampia casistica di offese alla religione ebraica e ai suoi testi può essere trovata nei manuali scolastici palestinesi, lautamente finanziati con i fondi dell’Unione Europea: anche qui ci limitiamo all’aspetto strettamente religioso. (Consigliamo in merito la lettura del libro di Y. Manor, Les manuels scolaires palestiniens, Une génération sacrifiée, Paris, Berg, 2003). Vi si parla del Talmud come di un libro di odio e di sangue, di cui si riportano brani inventati che appaiono tratti di peso dai Protocolli dei Savi di Sion. «Coloro che non sono ebrei, sono porci cui Dio ha dato forma umana in modo da farli servire gli ebrei» (“Storia degli Arabi e del mondo moderno”, livello 12, ANP, Ramallah). Ma non soltanto il Talmud, bensì anche la Torah sarebbe un manuale che insegna agli ebrei come meglio odiare e sterminare i loro avversari (Ibidem). In molti di questi testi si ripropone agli allievi il quesito di come gli ebrei ritengono di “spegnere la luce di Allah” e si “dimostra” che gli ebrei erano addirittura nemici dei profeti e di Dio. Inoltre, la tematica del deicidio è ripresa in “Educazione Islamica” (livello 4, seconda parte, ANP, Ramallah), dove si afferma che Allah inviò Gesù come Messaggero, gli ebrei cercarono di ucciderlo, ma Allah lo salvò…
Non si vorrà certo dire che il tema del deicidio non sia particolarmente offensivo e atroce per gli ebrei: esso è alle radici di una persecuzione bimillenaria nei loro confronti basata su una tematica teologica. Ebbene, quel tema è un luogo comune della campagna antiebraica nel mondo islamico, e ha trovato ampia eco nella satira occidentale, e di certo non si tratta di satira politica: perché mai altrimenti tirare in ballo l’uccisione di Gesù Cristo? Gli esempi sono tanti che non si sa da dove iniziare. Ci limitiamo a pochi casi emblematici.
La vignetta palestinese di Al-Istiqlal è talmente efferata da non aver bisogno di commenti.

La vicenda dell’occupazione della Chiesa della Natività a Betlemme ha dato la stura a “satire” del genere. Una vignetta di Arabia.com del 7 aprile 2002 presenta quello che è ormai un classico – il soldato israeliano che trucida di nuovo Gesù – e che è stato ripresentato in tutte le salse e infinite volte, per esempio dal nostro Forattini (anzi, visto che la vignetta di Forattini è apparsa il 3 aprile si potrebbe ritenere che sia servita di modello).


E ancora negli stessi giorni, il 6 aprile, con scarsa fantasia un giornale fiammingo pubblica una vignetta analoga: i Palestinesi barricati nella chiesa della Natività dicono di trovarsi bene là dentro e Cristo risponde: «Non mi parlate degli ebrei» (come se lui non lo fosse stato: ignoranti, oltre che blasfemi).

Potemmo continuare a lungo sulla sterminata vignettistica antiebraica e ferocemente offensiva della religione che dilaga nei paesi islamici. Ci limiteremo invece a due soli esempi tratti dalla satira europea filopalestinese.
Il primo esempio riguarda il dileggio feroce del precetto ebraico di nutrirsi secondo i principi della kasherut. In una vignetta di Libération del 2001, Arafat osserva i corpi squartati esposti dal macellaio Sharon e commenta: «Non è neppure kasher». Si tratta peraltro di una vignetta che ne copia, anche qui con scarsa fantasia, una francese degli anni quaranta, dovuta a Ralph Soupault, un comunista seguace di una corrente di antisemitismo sociale.


La vignetta di Web.matin.com del 2001 si riferisce alle proteste legate al tentativo di mettere sotto accusa in Belgio Sharon per crimini di guerra. Essa recita: «Il Belgio è divenuto un nemico. Giudicare un macellaio non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo». E, per darne una prova, il vignettista fa ben più che dell’antisemitismo: scantona sul terreno religioso e dileggia la pratica ebraica della circoncisione…

Ancor più volgare è la vignetta di Cuore che ripropone la solita efferata leggenda dei quattromila impiegati ebrei che sarebbero stati assenti dalle Torri Gemelle il giorno in cui furono abbattute, a riprova che si sarebbe trattato di una congiura ebraica. Cosa dicono gli ebrei rappresentati nel solito modo caratteristico della vignettistica antisemita da che mondo è mondo? Non siamo andati al lavoro perché “si doveva circoncidere il pupo”… E il commento è: «Circoincidenze, eh?».


A questo punto, pochi commenti finali. Non saremo certamente noi a giustificare un simile genere di satira. Ma è un conto è condannarla, combatterla, persino procedere contro di essa per vie legali, altra cosa è chiedere la limitazione della libertà di stampa. Malgrado il carattere efferato di molte di quelle vignette “satiriche” e il loro evidente carattere blasfemo per un ebreo credente, vi sono state proteste, anche energiche, ma nessuno si è sognato di mettere in atto iniziative di questo tipo: chiedere conto e scuse al Presidente della Repubblica Italiana delle vignette dei giornali italiani; chiedere conto e scuse ai Presidenti greci o danesi delle vignette sui loro giornali; invitare i proprietari dei giornali a cacciare i loro direttori; assaltare le ambasciate dei paesi arabi e islamici in Europa o negli Stati Uniti; chiedere scuse ufficiali a tutti i Presidenti o capi politici dei paesi arabi o islamici in cui sono state pubblicate quelle vignette; chiedere scuse ufficiali da parte della Lega Araba; chiedere scuse ufficiali a tutte le autorità religiose del mondo islamico o la recitazione di un “mea culpa”. Eppure, nel caso del mondo islamico, simili richieste avrebbero avuto fondamento, perché è difficile negare che la stampa, in molti di quei paesi, sia sottoposta a uno stretto controllo di regime, o addirittura dica ciò che il regime vuole.
Ebbene, tutto ciò non è avvenuto, e le proteste hanno distinto i ruoli e gli ambiti, in ossequio a una visione liberale e sulla base dei principi più elementari della convivenza democratica. È lecito deplorare un vignettista o un umorista, è possibile querelarlo, è più che ragionevole chiedere che si scusi, ma il principio della libertà di opinione e della indipendenza dei poteri e della libertà della stampa è intangibile. In Francia, l’umorista Dieudonné, autore di tirate antisemite di violenza inaudita, è al centro di aspre polemiche e di denunce, ma nessuno si è sognato di chiedere al Presidente Chirac di presentare le scuse per l’esistenza di questo individuo. Il giorno in cui venisse accettato il principio che il potere esecutivo può intervenire sull’esercizio della stampa e sulle libertà fondamentali, sarebbe la morte della democrazia liberale, che è una delle più grandi conquiste dell’Occidente.
Dispiace constatare che, nelle discussioni di questi giorni si stia facendo strada una confusione inaccettabile da parte di parecchie autorità religiose. Sembra che la difesa del principio della libertà di stampa e secondo cui l’esecutivo non può avere il diritto di limitare le libertà, implichi l’accettazione del contenuto delle vignette, la complicità nei confronti di chi dileggia la religione. Un simile atteggiamento dimostra insensibilità nei confronti del valore dei principi dello stato liberale e da adito all’accusa di non capire che la messa in discussione di questi principi implica una visione teocratica dello stato, la stessa che vediamo all’opera in certi paesi islamici con esiti tragici.
Dispiace constatare che, a livello politico, siano state fatte dichiarazioni che non hanno alcun senso se non quello del tentativo di placare e compiacere per mere ragioni di opportunità. Il Dipartimento di Stato americano ha emesso una condanna delle vignette del tutto condivisibile in quanto al loro contenuto, ma che non si capisce come possa promanare da un’autorità istituzionale, soprattutto in un paese in cui la satira anche più dissacrante non ha mai conosciuto limiti, se non quelli dell’azione legale a posteriori.
Le reazioni caotiche e contraddittorie che si stanno manifestando in Occidente, scompongono i fronti e creano schieramenti inediti. La ragione di questa grande confusione sono state bene spiegate da André Glucksmann: la religiosità non c’entra nulla o almeno non dovrebbe entrarci: “ci sono religiosi tolleranti, e atei che muoiono di paura, pronti a piegarsi di fronte al ricatto”. E, come ha detto Glucksmann, quel che molti non capiscono o fanno finta di non capire – per paura o per l’errato calcolo di poter così difendere meglio la propria religiosità – è che “se cediamo si introduce la sharìa in Europa”. Quelle autorità religiose, cristiane ed ebraiche, che credono di poter restaurare un maggior rispetto per le loro religioni, e per la religione in generale, accodandosi all’offensiva islamica, cadono in un trabocchetto e compiono un tragico errore. Essi dimenticano che l’Islam integralista non ha alcuna intenzione di difendere la libertà religiosa, tantomeno quella delle altre fedi religiose, bensì soltanto l’intangibilità e la supremazia della propria. Essi trascurano che non è così che si difende l’Islam tollerante, poiché gli islamici “tolleranti” che si accodano a questa offensiva lo sono a parole, e sono in realtà dei campioni del doppio linguaggio.
Per quanto riguarda i musulmani che vivono fuori o dentro l’Occidente occorrerebbe ricordare due cose.
La prima è che non si ha il diritto morale di scatenare una campagna di queste dimensioni contro una satira ritenuta offensiva, quando non soltanto non si dice una parola contro la satira violentemente blasfema e offensiva nei confronti di altre religioni, come quella ebraica, che dilaga nel mondo islamico; ma addirittura la si giustifica. Chi si impanca a chiedere scuse ai governi, e addirittura al Papa, e si straccia le vesti per i sentimenti offesi dovrebbe, in primo luogo, per rendersi minimamente credibile, deplorare espressioni come quelle contenute negli esempi che abbiamo dato sopra. Al contrario, esse vengono comunemente giustificate come legittime espressioni della sofferenza del popolo palestinese per la “criminalità” ebraico-israeliana. Pertanto, una campagna che si accompagna alla giustificazione di analoghi atti offensivi compiuti contro altre religioni è la prova di quanto dicevamo sopra: e cioè di un’intenzione integralista e di una volontà di sopraffazione.
La seconda è che in Occidente si vive sulla base dei principi sopra ricordati, e che il rispetto a questi principi è dovuto quanto è lecito difendere con i mezzi offerti dalla legge il rispetto dei propri sentimenti. Fare causa a chi si ritiene ci abbia offeso è legittimo – naturalmente ricorrendo alla magistratura e non emettendo fatwe o incitando al delitto –, chiedere interventi dei governi a limitazione della libertà di stampa, assaltare ambasciate o ritirare gli ambasciatori è una vergogna.
Noi che viviamo in Occidente dobbiamo fare alcune riflessioni. Quel che sta accadendo è l’ennesima prova di una dichiarazione di guerra, “guerra di civiltà”. Una cosa odiosa, la “guerra di civiltà”, ma ancora una volta dobbiamo chiederci chi la stia dichiarando e conducendo. Ha ragione Magdi Allam: siamo a un tornante decisivo. Se si cede sui principi fondanti della democrazia liberale, è finita. È già troppo che delle autorità istituzionali abbiano chiesto scusa. È indecente che un finanziere franco-egiziano abbia licenziato il direttore di un giornale. Dobbiamo chiederci cosa abbiano in mente i numerosi musulmani residenti in Europa che, in questi giorni, si spendono a giustificare e difendere questa campagna. Fanno così perché non hanno capito e assimilato i principi fondanti delle nostre democrazia? In tal caso, dovremmo stimolarli fermamente a cercare di comprenderli, assimilarli e rispettarli. Tanti immigrati – come fu il caso della mia famiglia – sono venuti in Europa perché erano attratti dai suoi ideali e dai suoi principi di vita, ne sono divenuti fautori ed hanno seguito le sue leggi scrupolosamente. Altrimenti, avrebbero potuto, e dovuto, restare dov’erano. Se, invece, costoro agiscono così perché hanno capito benissimo qual è la posta in gioco, e pertanto parlano con un doppio linguaggio – cioè vogliono vedere fino a che punto le nostre società sono capaci di difendere i principi su cui sono fondate, e provocare un cedimento che le spinga parecchi gradini in basso, verso il loro disfacimento e il loro asservimento – allora il discorso cambia. Perché saremmo allora al tornante decisivo di cui parla Magdi Allam. E che può essere l’inizio di una disgregazione senza rimedio, soprattutto se il mondo religioso occidentale confonde la difesa della propria causa e della lotta contro l’irreligiosità e il relativismo morale con la lotta contro le vignette, e contribuisce così a distruggere le basi della società in cui vive accodandosi, magari senza neppure rendersene conto, a una deriva integralista. Se questi impulsi suicidi non prevalgono, potremmo sperare di trovarci di fronte al manifestarsi dell’errore tipico di tutte le ideologie totalitarie: le quali alla fine hanno sempre fallito per eccesso di presunzione e di prepotenza.

Giorgio Israel

mercoledì 18 gennaio 2006

Ebrei e sinistra: una risposta a Clara Sereni

È ora che si discolpi Golia


Da qualche tempo provo l’impulso a rigurgitare ricordi. Mi si perdoni il verbo volgare, ma è proprio quello che descrive perfettamente la situazione. Ad esempio, mi è successo recentemente, a proposito di un dibattito sulla rivista “Primato”. Ho visto giustificare con supponenza una marmaglia di opportunisti che, dopo essersi sporcata con le peggiori compromissioni nella politica razziale fascista, era stata lavata alla candeggina dall’amnistia togliattiana, quindi assurta a gotha dell’intellettualità e di nuovo oggi esaltata come crema della cultura italiana. E mi è tornata in mente la memoria di tante persone di ben altra levatura intellettuale massacrate da quei personaggi e dal cinismo con cui è stata traghettata la classe dirigente di questo paese. I ricordi possono stare fermi sul fondo in nome del sano desiderio di vivere nel presente e per il futuro. Ma se qualcuno ti ripropone una menzogna che, per giunta, offende di nuovo gli offesi, allora i ricordi rigurgitano. Così mi è tornato in mente il caso di un illustre professore intellettuale antifascista e comunista che non trovò di meglio che assolvere l’ex Capo dell’Ufficio Razza del Minculpop col dire che era tanto bravo a trovar soldi.
Quello era un piccolo campione di ricordi assopiti. Ne usciranno fuori altri? Dopo aver letto l’intervento di Clara Sereni su L’Unità – “La colpa di essere Ebrea” – temo proprio che non soltanto ciò possa accadere, ma che ciò debba accadere, per una sorta di dovere civile ed etico.
Ho molta simpatia per Clara Sereni, anche se non la conosco di persona. Ci accomunano non soltanto la generazione e il tipo di esperienze, ma ricordi comuni. Mio padre era grande amico di Enrico Sereni, suo zio, e della sua famiglia che frequentava assiduamente da giovane, e tante tante volte ho sentito racconti da lui al riguardo. Ricordo, ad esempio, quando mi raccontava di Emilio Sereni che, da molto giovane e prima di diventare fervente comunista, era non soltanto sionista ma credente, girava per casa con la kippà e il libro di preghiere in mano. Evoco questo ricordo perché porta al tema che è al centro dell’intervento di Clara Sereni: la difficoltà di conciliare un’identità ebraica con una militanza comunista. È un problema che hanno vissuto tutti i dirigenti comunisti che non hanno accettato di sopprimere totalmente ogni legame con la loro identità ebraica, come fu il caso di Umberto Terracini. Nella mia modesta esperienza l’ho vissuto anch’io per lunghi anni ed è chiaro che Clara Sereni lo vive ancora e con tormento.
Nel suo intervento Clara Sereni denuncia due episodi che l’hanno ferita – e quanto duramente è facile capire da come ne parla! – l’uno pubblico e l’altro privato: essere stata presentata a una tavola rotonda della CGIL come “ebrea e scrittrice” e l’aver dovuto ascoltare, durante un pranzo di compleanno di amici di sinistra, espressioni di vero e proprio pregiudizio antiebraico.
Capisco il suo turbamento e le esprimo la mia solidarietà. Ma mi chiedo: delle due l’una, o il livello di pregiudizio antiebraico ha raggiunto nella sinistra livelli esplosivi, oppure Clara Sereni è in stato di catalessi da qualche decennio. Precisamente dal 1967, da quasi quarant’anni.
Non dico che già prima non vi fossero aspetti a dir poco equivoci nell’atteggiamento del movimento comunista nei confronti della questione ebraica. Al contrario, tutto nasce di lì. Valga per tutti il silenzio attorno alle politiche razziali fasciste, attorno alla “congiura dei medici ebrei” inventata da Stalin o la complicità nel caso Slansky. Anzi, il recente dibattito sull’amnistia togliattiana mi induce a ritenere che vi sia un terreno ancora tutto da scavare. Ma è innegabile che, fino al 1967 – alla Guerra dei Sei Giorni e alla rottura totale dell’URSS nei confronti di Israele – aveva prevalso un linguaggio, a suo modo, “politically correct”. Quando, nel 1967, inviammo in molti a L’Unità una lettera di protesta per la scelta israeliana, la risposta privata del direttore Maurizio Ferrara fu dura e negativa, e tuttavia, anche oggi, non mi è dato leggervi una sbavatura fuori dal terreno prettamente politico.
Da quel momento le cose iniziarono a prendere una piega sempre più brutta. Lasciamo perdere l’analisi storico-politica e consentiamoci un piccolo rigurgito, il ricordo di un episodio analogo a quello narrato da Clara Sereni. Era la fine degli anni settanta, ed ero in vacanza nel paesino di Ginostra (isola di Stromboli), che ero fra i primissimi ad aver scoperto, portandovi gruppi di amici di sinistra, che poi si ampliarono esponenzialmente fino a trasformarlo in un affollato luogo di vacanza militante. Scenario: una cena di una ventina di ragazzi sessantottini sul terrazzo di una tipica casetta cubica bianca, nel buio illuminato da qualche lampada a petrolio. A un certo punto, tra una chiacchiera e l’altra, un “compagno” toscano prorompe in un’invettiva violentissima contro gli ebrei: capitalisti, sanguisughe, imperialisti, assassini del proletariato, e chi più ne ha più ne metta. Reagisco indignato, definendo il suo linguaggio come fascista e razzista, certo di trovare ampia solidarietà, e… sorpresa… mi trovo nell’isolamento più assoluto. Nessuno mi difende, nemmeno i più cari amici. Anzi, la mia reazione viene condannata come spropositata. Alla fine, scornato e umiliato, abbandono polemicamente la compagnia e vado via da solo, sul sentiero buio con la torcia, seguito soltanto dalla mia fidanzata, verso la nostra casetta, dove più tardi vengo raggiunto dagli amici. Costoro non trovano di meglio che sottopormi a un processo tra la psicanalisi e la politica, mettendo sotto accusa il mio attaccamento “morboso” alle radici ebraiche che non mi permette di assumere il necessario “distacco”, e di ammettere con “oggettiva serenità” le colpe che gli ebrei indiscutibilmente hanno sullo scenario del mondo. Cerco disperatamente la solidarietà di un giovane “compagno” tedesco che risponde freddamente: «Noi tedeschi abbiamo fatto cose troppo brutte agli ebrei perché io possa dire liberamente quel che penso». Coro trionfale: «Hai visto!».
Potrei raccontare tanti altri episodi del genere, pranzi e cene come quelle di Clara Sereni, a suon di «Come mai voi ebrei siete quasi tutti commercianti?». Sarà per un’altra volta. Per ora mi limito a dire che l’episodio di cui sopra mi servì a capire una volta per tutte una cosa: che potevo scegliere di restare nella sinistra comunista o uscirne ma, qualsiasi cosa avessi fatto, ai razzisti e agli antisemiti occorreva rispondere soltanto con un calcio – ovviamente verbale – nei denti e, se non basta, nel sedere. È l’unica pedagogia che può svegliare la coscienza di coloro che sono in buona fede. Ed è l’unico modo di salvare la propria dignità e integrità, la verità e la giustizia. Quel che certamente avevo appreso è che non è possibile lasciarsi colpevolizzare, subire la richiesta inaudita di dover fare un atto di discolpa. L’ha capito questo Clara Sereni? Non pare, visto che dice: «come tante altre volte, ho dovuto, come ebrea, fare il mio “Radames, discolpati”». “Tante” altre volte? L’ha fatto tante altre volte, e l’ha rifatto ancora questa volta senza trovare innaturale assoggettarsi a un simile infame ricatto?
Per parte mia, il decennio abbondante di militanza comunista che seguì all’episodio ginostriano – e che fu tutt’altro che facile – terminò proprio quando venne l’epoca delle richieste pubbliche di discolpa. Se ne ricorda, Clara Sereni? Fu l’epoca della guerra del Libano, nel 1982, quando a sinistra si chiedeva e richiedeva a gran voce agli ebrei di tutto il mondo di dissociarsi da Israele e di ottenere un salvacondotto di rispettabilità attraverso una condanna del governo Begin. Rosellina Balbi denunciò con forza questa intollerabile pretesa in un memorabile articolo su La Repubblica: “Davide discolpati”. Altro che Radames… Fu un periodo cupo. Le umilianti giaculatorie di un certo numero di ebrei di sinistra non servivano a placare le arroganti richieste di dissociazione. E a forza di fomentare l’odio venne l’evento nefando: nel corso di un corteo dei tre sindacati confederali venne deposta una bara davanti al Tempio maggiore di Roma. E, infine, in questo clima di sordida ostilità, il terrorismo palestinese prese il coraggio di compiere l’assalto armato al Tempio che vide l’uccisione del piccolo Stefano Taché.
A ventiquattro anni di distanza ancora Clara Sereni non ha assimilato quella lezione e accetta di sottoporsi alla pratica umiliante della “discolpa”? Occorre forse rispiegare perché non dovrebbe? Non discuto il suo legittimo diritto di continuare ad essere comunista e di difendere l’attualità di Marx (il che mi fa venire in mente quanto diceva nel 1989 il mio amico scrittore Alberto Lecco: «Il comunismo è finito? Vedrete… Comincia adesso…). Non discuto la legittimità dei suoi giudizi su Israele e sulla questione palestinese. Siamo su posizioni diversissime, ma questo è irrilevante. Appunto: che c’entra? Perché mai, per conquistarmi il diritto a non essere afflitto da tirate antisemite, debbo fare una fede di professione comunista, antisionista, filopalestinese e dimostrare di essere un “ebreo buono”? Insomma, perché, per non essere colpito dal razzismo, debbo legittimare il razzismo? Non si rende conto Clara Sereni che questo è esattamente l’atteggiamento umiliato e umiliante che assunsero gli ebrei “camerati” del gruppo torinese de La Nostra Bandiera negli anni trenta, che, con le loro sviscerate professioni di fede fascista (peraltro perfettamente sincere!) speravano di esorcizzare il montante antisemitismo del regime e persino le leggi razziali? Perché Clara Sereni si sottopone a questi avvilenti ricatti tipici di ogni forma di totalitarismo? Non si rende conto che, se c’è ancora gente che non si vergogna di chiedere queste discolpe, e non si avvilisce a vederle fare, aveva ben ragione Alberto Lecco: il comunismo, quello stalinista cattivo, è vivo ed è fra di noi.
A ventiquattro anni dalla campagna “Davide, discolpati”, Clara Sereni, invece di continuare a sottoporsi al ricatto, a “giustificarsi di essere ebrea”, a lasciarsi brutalizzare neanche più nelle vesti di David ma in quelle di Radames, dovrebbe intimare ai Golia razzisti: discolpatevi voi della vostra infamia, e vergognatevi, se ne siete capaci.
Tutto il suo intervento è intriso di patetiche illusioni. Si può davvero credere di ammorbidire i cattivi ripetendo la solita giaculatoria anti-sharoniana (“la politica del governo Berlusconi ha spiaccicato ebrei e Italia sulla politica di Sharon”). Che senso ha, mentre mezzo mondo ha fatto ammenda dei luoghi comuni su Sharon, continuare con la tiritera su Sharon boia? E perché mai la mossa di apertura verso Israele del ministro degli esteri Fini sarebbe stata efficace ma “scorrettissima”? Dove sta la scorrettezza? Nel non essere rimasto fedele a un’ortodossia fascista? Perché bisogna dire delle cose senza senso per non lasciar dubbi sulla propria ortodossia di sinistra?
Infine, forse l’illusione più patetica è tentare di convincere la sinistra a voler bene agli ebrei, per non regalarli alla destra e perdere le elezioni. Gli ebrei sono quattro gatti, ammette Clara Sereni, ma le elezioni si vinceranno per pochi voti, e quelli ebraici potrebbero essere decisivi. Ora, posto che su 30.000 ebrei non sono pochi quelli che voteranno per il centro-destra, quale sarebbe lo spostamento possibile:1000 o 1500 voti? E la sinistra, se non ci sta a voler bene agli ebrei per intima convinzione, dovrebbe mostrarsi benevola per l’opportunità di non perdere quel migliaio di voti? Me le immagino le sghignazzate dei commensali antisemiti di Clara Sereni… Peraltro, dopo aver fatto ricorso a un simile argomento, l’unica risorsa disponibile sarebbe mettersi in ginocchio e supplicare piangendo.
Capisco perfettamente l’ansia di Clara Sereni di perdere il rapporto con la sinistra, il suo attaccamento alla sua identità progressista. Ma la domanda è: qual è il modo più costruttivo e dignitoso per mantenere un rapporto autentico e realmente proficuo con quel mondo?
Per rispondere vorrei tornare a quel lontano 1982. Dopo la deposizione della bara davanti al Tempio maggiore di Roma, lo scandalo che ne seguì fu aggravato dalla reticenza delle dirigenze sindacali e, in particolare, dall’atteggiamento a dir poco ambiguo dell’allora segretario della CGIL Luciano Lama. Per me e per tanti altri fu la goccia che fece traboccare il vaso. Scrissi una lettera di sette pagine contro Lama che, in tutto o in parte, fu pubblicata da parecchi giornali e, con altri, promossi un appello che fu pubblicato su Repubblica col titolo “Lama e gli ebrei”. Ciò mi costò l’ostracismo di tanti ex-compagni. L’avviso venne da alto loco e fu perentorio: se non si ritira la lettera e l’appello la rottura è totale. Ancor oggi c’è gente che attraversa la strada se mi vede arrivare sullo stesso marciapiede. E appena qualche anno fa, quando raccontai queste vicende nel libro “La questione ebraica oggi”, venne fuori qualche maggiordomo della memoria di Lama a sostenere che quel che dicevo era falso, che Lama si era al contrario adoperato a condannare l’atto della deposizione della bara, che non aveva mai detto nulla di lontanamente equivoco. Insomma, ero io il fazioso, il rissoso e il calunniatore e il povero Lama era il crociato in difesa degli ebrei. Da non potersi credere. Riandai a leggermi l’appello pubblicato su La Repubblica pensando di essere ormai in preda all’Alzheimer. Diceva una cosa durissima: che il commento di Lama era «reticente e tale da offrire copertura [sic!] a quanti si sono resi responsabili di quegli atti», che erano definiti senza mezzi termini «neonazisti» e non accidentali bensì «pensati e organizzati». E sapete quali firme c’erano in calce a quell’appello? Fra le altre, quelle di noti proto-berlusconiani come Massimo Cacciari, Aniello Coppola, Giacomo Marramao, Claudio Pavone, Mario Pirani, Beniamino Placido, Luigi Spaventa. Eppure, nel 2002, ero diventato io l’unico cattivo e fazioso. Una tecnica arcinota e collaudata, quella della demonizzazione e dell’isolamento del reprobo, codificata dall’immortale maestro Josif Vissarionovic Dugasvili.
Ciò detto, ho forse perso qualcosa agendo in questo modo? Non credo proprio. Che perdita è mai quella della finta amicizia di gente di quella fatta? Era meglio non perdere il saluto dell’allora segretario della sezione universitaria del PCI (che ancora fa finta di non conoscermi) oppure sentirsi riconoscere pubblicamente da Piero Fassino che la mia “furia iconoclasta” è servita a stimolare riflessioni utili e costruttive? Era meglio tenersi buoni gli intellettuali che parlano di razza ebraica, o stabilire un dialogo fertile e costruttivo con persone come Giuseppe Caldarola e Umberto Ranieri? Esiste e cresce una sinistra aperta, attenta e senza pregiudizi sulla questione israeliana e sulla questione ebraica. Con questa bisogna parlare e non amareggiarsi i pranzi con la gentaglia: esistono pur sempre le porte per andarsene e ottimi ristoranti. Cara Clara Sereni, chi cova i pregiudizi di cui lei racconta non è certamente una persona “per bene” e, se è “di sinistra”, non cambia nulla: a destra e a sinistra i razzisti sono la stessa pasta di mascalzoni.
So bene quanto certi percorsi siano difficili e tortuosi. Sono l’ultimo a pretendere di giudicare, tanto meno di condannare. Ma ogni percorso nel deserto deve prima o poi finire nella terra promessa. Che è quella in cui si vive con una coscienza libera e, tra il partito-che-rappresenta-il-destino-storico e la verità, si sceglie la verità.

Giorgio Israel

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Questo è l'intervento di Clara Sereni su L'Unità del 16 gennaio 2006:

La colpa di essere Ebrea
di Clara Sereni

C'è una gran voglia di semplificare, nel mondo. 
Anche nel nostro mondo, il mondo della sinistra che in altri tempi aveva
assunto il paradigma della complessità come strategia per interpretare la
realtà e modificarla.

La caduta delle ideologie ci ha privato delle griglie di lettura che (nel
bene e nel male) a lungo ci hanno indicato la via.
Per prendere posizione nei confronti di avvenimenti via via più articolati e
ricchi di addentellati abbiamo ogni volta poco tempo: poco tempo per
pensare, per riflettere, per collegare gli eventi, per ripensare la storia.
Poco tempo per discernere, nella marea di informazioni da cui siamo
sommersi, quelle attendibili, importanti, utili. Gli avversari ci incalzano,
spesso con brutalità, e allora scattano l'arroccamento, l'autodifesa
istintiva e cieca, la scelta della prima soluzione disponibile.
Ho in mente tanti degli eventi di questi giorni, evidentemente, e l'amarezza
preoccupata riguarda più aspetti della scena politica. Se ho deciso di
intervenire, però, è perché con questi aspetti di semplificazione mi sono
scontrata due volte, nell'arco di pochi giorni, rimanendone ferita,
umiliata, e soprattutto preoccupata: e se ne parlo non è perché voglio
riscattarmi da «un'offesa», non è per ragioni personali, ma proprio perché
penso si tratti di qualcosa che va oltre, e che per questo deve preoccupare
non solo me.

Due situazioni diverse, una privata e una pubblica. Nella prima un pranzo
di compleanno, tutta gente di sinistra e per bene, su questo non ho il
minimo dubbio mi sono trovata di fronte a tutti i più banali pregiudizi
nei confronti degli ebrei: la lobby ebraica che governa le banche mondiali,
gli ebrei che sono più intelligenti delle altre «razze», la chiusura a chi
non nasce ebreo perché non ci si può convertire, la nascita dello Stato
d'Israele per volontà imperialistica esclusiva degli Stati Uniti, e
quant'altro. Tutte quelle cose che spererei chi mi legge conoscesse bene, ma
se le scrivo è perché non è che poi ne sia tanto sicura. Come corollario, la
dichiarazione del mio interlocutore che, come ogni uomo di sinistra che si
rispetti, di fronte alla contrapposizione fra oppressi e oppressori, cioè
fra palestinesi e israeliani, la scelta non poteva essere che a favore degli
oppressi. Contro gli oppressori.

Come tante altre volte, ho dovuto, da ebrea, fare il mio «Radames
discolpati». Ho dovuto precisare che sono in disaccordo con la quasi
totalità della politica del governo di Israele, anche rispetto alle modalità
del ritiro da Gaza. Ho dovuto ricordare che sono comunista malgrado
l'ammainabandiera sul Cremlino, nel senso che il mio bisogno di giustizia
sociale e di riscatto degli umili e degli oppressi non si è esaurito nel
1989. Ho ribattuto, ho fornito informazioni e precisazioni. Ho spiegato e
rispiegato che non si aiuta il popolo palestinese, e la costituzione di uno
suo Stato degno di questo nome, facendo pendere dalla sua parte la bilancia
della sofferenza: se facciamo i conti di chi soffre di più, di chi patisce
maggiormente per i propri sradicamenti, la gara è a perdere. Gli ebrei sono
stati sradicati dall'Europa, i palestinesi dalla Palestina, ma anche i
coloni che oggi lasciano (per ottime ragioni!) gli insediamenti, sono a loro
volta degli sradicati. Le ragioni degli uni non sono necessariamente o del
tutto i torti degli altri: in quanto esseri umani, singoli, persone. Persone
che hanno sofferto e continuano a soffrire. Ho detto che le emozioni non
aiutano nessuno a sciogliere nodi che sono complessi: ci vuole la politica,
cioè una razionalità accorta, attenta, in grado di soccorrere gli uni e gli
altri in un cammino per tutti difficile. Questo è il compito che l'Italia,
l'Europa, il centrosinistra potrebbero proficuamente svolgere: portare la
ragione là dove i sentimenti rischiano di travolgere ogni possibilità di
soluzione.

In tutte queste argomentazioni, gli altri commensali mi hanno sostenuto,
hanno integrato le informazioni che fornivo, insomma li ho sentiti accanto a
me in quel tenere insieme la complessità che costa tanta fatica.
È stata una lunga discussione, a conclusione della quale il mio
interlocutore era attraversato da qualche dubbio, da qualche resipiscenza. E
questo mi aveva un po' consolato della durezza dello scontro, dell'ignoranza
sostanzialmente razzista con cui avevo avuto a che fare. Del resto, non sono
di quelli che vedono in ogni critica allo Stato di Israele un atto di
antisemitismo, visto anche che io per prima lo critico, e mi ero messa in
qualche modo tranquilla: benché le critiche delle lettere all'Unità
all'articolo «informativo» di Furio Colombo sul boicottaggio ad Israele, in
misura eccessiva astiose veementi e chiuse in trincea, mi avessero lasciato
un amaro in bocca non del tutto smaltito.
Poi mi hanno chiamata a partecipare ad una tavola rotonda sulla guerra e la
pace nell'era della globalizzazione, in uno dei tanti congressi sindacali
nei quali si celebra in questi giorni il centenario della Cgil. Sapevo che
il tema Israele-Palestina sarebbe stato affrontato, mi interessava in realtà
parlare anche di molte altre cose.

Inutile dire quanto valore io attribuisca alla Cgil, che considero fra
l'altro una delle ultime scuole-quadri rimasta alla sinistra: un luogo di
pensiero, oltreché di azione. Inutile dire, anche, che il fatto di essere
invitata in quell'occasione mi aveva lusingato non poco.
Solo che poi, al momento di essere chiamata sul palco, di me hanno detto:
«Clara Sereni, ebrea e scrittrice». Non mi era mai capitato, di essere
presentata così: il turbamento è stato forte. Quando è stato il mio turno,
ho parlato del disagio che provavo, ricollegandolo anche ad un antico e
spiacevole episodio capitatomi anche quella volta in ambito Cgil, in
quel caso nazionale. Sulla questione Israele-Palestina ho insistito, ancora
una volta, sulla necessità di non pesare le sofferenze, di non schierarsi,
ma invece di affiancare i due popoli nel cammino difficilissimo per avere
ciascuno un proprio Stato con pari dignità.

Ho avuto un applauso di sostegno dalla platea, che certamente mi ha
rinfrancato. La tavola rotonda è proseguita, fra l'altro con l'intervento
del rappresentante dell'Autorità Nazionale Palestinese, che ha detto alcune
palesi inesattezze (non dico bugie, ma ci eravamo molto vicini) sulla
questione. E poi si è parlato di molte altre cose.
Tranne il dirigente confederale, che ha liquidato la faccenda dicendo che i
cretini ci sono anche dentro la Cgil, nessuno fra coloro che sedeva alla
tavola rotonda (tutti di sinistra e perbene, senza il minimo dubbio) ha
sentito il bisogno di far rimarcare quanto razzismo profondo ci fosse in
quella definizione che di me era stata data. Nessuno ha messo un qualche
puntino sulle «i» della Storia, presentata in modo così palesemente e
capziosamente impreciso. Nessuno mi ha sostenuto nella richiesta di più
politica, e meno «tifo», rispetto alla questione due popoli/due Stati. Così,
alla fine, il suggerimento forte uscito dall'incontro è stato: schieratevi,
prendete partito, non state tanto lì a sottilizzare. Gli ebrei sono
colpevoli, il popolo palestinese vincerà.
Alla fine, in privato, il segretario provinciale della CGIL mi ha chiesto
scusa, e di questo gli sono grata: ma nessuna voce si è levata pubblicamente
anche soltanto a commentare l'errore, e questo è il punto che considero
grave di tutta la vicenda.
Ne traggo alcune considerazioni, che vi propongo:

1) l'ignoranza regna sovrana, nel senso che sono proprio troppi coloro che
ignorano, non sanno, vanno avanti a orecchio. Qualcosa andrebbe fatto, forse
anche da questo giornale, per mettere organicamente in fila una serie di
informazioni, per imporre la complessità contro le semplificazioni,
inevitabilmente perverse quando toccano temi fortemente sensibili.

2) Il rifiuto della complessità, e il conseguente arroccamento in posizioni
preconcette, non è problema che riguardi soltanto la vicenda
israelo-palestinese: anzi questa è per certi aspetti più circoscrivibile.
Affrontarla potrebbe costituire anche un esempio di scuola per cominciare a
guardare dentro altre questioni, con un'apertura, una disponibilità, una
intelligenza diverse.

3) Apertura, disponibilità, intelligenza sono le precondizioni per
cominciare a costruire i punti di vista nuovi di cui la sinistra e l'intero
Paese hanno drammaticamente bisogno: Marx, a mio avviso, non va
assolutamente messo in soffitta, ma è indubbio che urgono strumenti teorici
nuovi, in grado di interpretare un mondo per il quale le antiche categorie
possono fornire risposte soltanto parziali.

4) La politica del governo Berlusconi, e in particolare quella del ministro
degli esteri Gianfranco Fini, in un sol colpo (scorrettissimo quanto
efficace) ha cancellato le ferite inferte dal fascismo, ha fatto sentire
agli ebrei che il governo era «dalla loro parte», ha spiaccicato ebrei ed
Italia sulla politica di Sharon, confermando il pregiudizio «di sinistra»
secondo il quale, fra palestinesi ed ebrei, la scelta non può essere che a
favore degli uni e contro gli altri. La destra ha scelto Israele e «di
conseguenza» gli ebrei. Gli ebrei italiani sono circa 30.000: pochi,
pochissimi, e anche questa è una nozione che non molti hanno chiara in
mente. Le prossime elezioni si giocheranno probabilmente sui piccoli numeri.
Vogliamo consegnare 30.000 voti alla destra?

5) Personalmente, alla destra non mi consegno di sicuro. Ma vorrei non
dovermi più giustificare di essere ebrea.
Vorrei non dovermi discolpare delle mie opinioni. Vorrei che la mia
specificità di ebrea, insieme alle altre (donna, comunista, madre
handicappata, intellettuale), trovasse un'accoglienza più competente nella
casa comune della sinistra, e non sentirmi mai più ospite, certe volte
gradita e certe volte no.

lunedì 9 gennaio 2006

Un commento al botta e risposta con Messori

La mia risposta a Messori è stata improntata a massima cortesia e ha tralasciato i punti più scabrosi e inaccettabili del suo intervento sul Foglio.
Forse nel residuo filo di speranza non dico di un ravvedimento ma almeno di un confronto nel segno della verità. Magari persino nella speranza che accettasse di rendere pubblico il nostro carteggio.
Come prevedibile, nulla di tutto ciò.
Allora, è bene sottolineare alcuni punti del suo intervento per mettere bene in chiaro con chi abbiamo a che fare.

1)Dice Messori, in relazione alla famosa frase di Bergson: "Sono stato ricoperto da insulti, con il professor Giorgio Israel a capofila: non mi si contestava l’autenticità (inoppugnabile) della citazione, ma che l’avessi riprodotta nella sua interezza. Cose da non fare, e basta: pena accuse infamanti e contumelie." Non soltanto - come ho già detto - è assolutamente falso che io l'abbia ricoperto di insulti: ho, al contrario, tentato di convincerlo con la massima disponibilità, come dimostrerebbe il carteggio se soltanto Messori avesse la condiscendenza di renderlo pubblico. Ma è assolutamente falso che io abbia detto che che non si doveva riprodurre la citazione nella sua interezza. Sfido Messori a dimostrare come e quando io avrei detto o scritto una frase simile. Insomma, è un'autentica calunnia.
Aggiunge il nostro: "colpevolizzato da ogni parte, finii io stesso per chiedermi se la rivelazione di quelle parole “scandalose“ fosse davvero opportuna". No, diciamo piuttosto che egli finì con l'ammettere di aver detto parole maldestre e sbagliate e chiese persino aiuto per venir fuori dal guaio in cui si era cacciato. Io gli proposi di pubblicare parte della nostra corrispondenza, ed egli preferì fare un intervento molto ma molto più ambiguo sulla rivista Jesus, in cui comunque una qualche rettifica la faceva.

2) Dice Messori che io l'avrei coperto di insulti per la sua "trouvaille" concernente il caso Mortara. Falso anche questo. Diciamo piuttosto che tra me e lui si sviluppò una polemica di merito sull'interpretazione del caso Mortara. Ai lettori il giudizio circa la maggiore fondatezza dei rispettivi argomenti. Ma anche qui, cosa c'entrano gli insulti e chi ne ha mai fatti? Provi a dimostrarlo Messori, se può, altrimenti taccia.

3) Il terzo episodio è inventato di sana pianta. Non so neppure quale sia l'articolo e la rivista su cui Messori l'ha pubblicato. Quale sarebbe la mia risposta carica di "contumelie". Forse l'avrà fatto Gad Lerner, io no di certo.

4) Il quarto episodio è pure totalmente inventato. Non ho la minima idea di quale sia la trasmissione cui Messori allude, e francamente non mi è stato dato di vederlo in TV da tempo immemorabile. Certo, c'è stata la polemica sulle conversioni forzate sul Corriere della Sera nel gennaio 2005, ma in quella occasione ho polemizzato con altre persone, e della trasmissione di Messori, con tutto il rispetto, non mi sono mai occupato. A meno che Messori non alluda a una trasmissione a Porta a Porta che non ho visto ma di cui mi venne riferito in cui diede una esilarante interpretazione del termine "perfidi judaei". Chi ritrovi il mio commento a quell'interpretazione sul sito Informazione Corretta constaterà che ho certamente preso in giro il latinorum di Messori, ma se l'ironia è insulto e contumelia, allora Messori ha bisogno di un ripasso di italiano, non soltanto di latino.

5) Per finire, la polemica con Messori sull'Inquisizione l'ho fatta sul Foglio. E in quel caso, sì, ho attaccato duramente Messori, non certamente con insulti, è una cosa che non ho mai fatto, nessuno potrà mai dimostrare il contrario. E quell'attacco duro lo ripeterei. Perché parlare di una storiografia che avrebbe restituito una storia diversa dell'Inquisizione è una vergogna: storiografia negazionista è l'unico modo con cui può essere definita. Come è negazionista dire che l'Inquisizione è stata una sorta di istituzione benefica che ha prodotto si e no qualche decina di vittime. Per simili affermazioni Messori dovrebbe vergognarsi. Ma come potrebbe conoscere la vergogna una persona che è capace di raccontare storie come quelle di cui abbiamo appena parlato?

In conclusione: ancora una volta un bel tacer non fu mai scritto.

Botta e risposta con Messori

Il Foglio – 3 gennaio 2006

Caro Direttore,
lasci che, approfittando del torpore semifestivo, Le racconti qualche piccolo aneddoto curioso.
Cominciando, ad esempio dal “Testamento morale“ di Henri Bergson, ebreo, premio Nobel, accademico di Francia, uno dei maggiori filosofi del Novecento. Approssimandosi alla morte , sopravvenuta nel 1941, nel 1938, a cinque anni dall’ascesa di Hitler, Bergson scriveva: «Le mie riflessioni mi hanno portato sempre di più verso il cattolicesimo, dove vedo la realizzazione completa del giudaismo. Mi sarei convertito, se non avessi visto prepararsi da anni (in gran parte, ahimè !, per colpa di un certo numero di ebrei interamente sprovvisti di senso morale) la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo. Ho voluto restare tra coloro che saranno domani dei perseguitati. Ma spero che un prete cattolico vorrà, se il cardinale arcivescovo di Parigi lo autorizza, venire a dire delle preghiere alle mie esequie>>.
E’ un testo ben conosciuto in Francia ma quasi del tutto ignorato in Italia dove, le poche volte in cui è stato riprodotto, si è provveduto spesso a censurarlo, omettendo quanto Bergson ha messo tra parentesi su quella che egli, ebreo, chiama <> di <>. Mi è capitato, un paio di anni fa, di citarlo sul Corriere della Sera. Sono stato ricoperto da insulti, con il professor Giorgio Israel a capofila: non mi si contestava l’autenticità (inoppugnabile) della citazione, ma che l’avessi riprodotta nella sua interezza. Cose da non fare, e basta: pena accuse infamanti e contumelie. Tanto che , colpevolizzato da ogni parte, finii io stesso per chiedermi se la rivelazione di quelle parole “scandalose“ fosse davvero opportuna. Ma era forse colpa mia se Bergson le aveva vergate?
Qualche tempo dopo, pubblicavo da Mondadori una trouvaille non insignificante: in un archivio romano avevo rintracciato le memorie manoscritte e inedite di Edgardo Mortara, il bambino ebreo che fu sottratto da Pio IX alla sua famiglia perchè –battezzato segretamente in punto di morte dalla fantesca– secondo il diritto sia civile che canonico doveva essere allevato cristianamente sino alla maggiore età. Il “caso Mortara“ fu usato come un randello contro la Chiesa e ancora di recente lo si è tirato in campo per cercare di impedire la beatificazione di Pio IX. Quando Giovanni Paolo II si recò, ed era la prima volta per un papa, nella sinagoga di Roma, gli ebrei che lo accolsero gli ricordarono l’affaire come segno inespiabile dell’infamia cattolica. I molti che si sono occupati e si occupano di Mortara parlano di lui sempre e solo come il <> ma dimenticano gli 83 anni che sono seguiti: il “rapito“ volle farsi religioso, diventò un ardente missionario cristiano, morì novantenne, benedicendo per l’ennesima volta Pio IX e la serva che lo aveva battezzato, rammaricandosi soltanto che i suoi parenti non avessero voluto seguirlo sulla strada del Vangelo. Il manoscritto che ho ritrovato e che ho pubblicato per la prima volta, è un inno di gratitudine commossa al papa e alla Chiesa ed un duro atto di accusa verso coloro –Cavour, Napoleone III, massoni, protestanti, comunità ebraiche del Vecchio e Nuovo Mondo– che strumentalizzarono il caso di cui fu protagonista l’autore di quelle memorie.
Ancora una volta Giorgio Israel ed altri non vollero confrontarsi con un testo autentico ma mi copersero – prima ancora di leggere -di accuse infamanti e di contumelie. Dunque, uno storico che si imbatte in un importante documento inedito non dovrebbe pubblicarlo se i contenuti non sono secondo le attese di un gruppo?
Per passare a un terzo aneddoto: in una rubrica che tengo su un mensile, mi capitò di ricordare, en passant, che l’emancipazione ottocentesca degli israeliti fu accolta da molti, ovviamente, con sollievo ma suscitò anche inquietudini in una larga fascia dell’ebraismo, preoccupato per assimilazioni, matrimoni misti, perdita di identità. La “nostalgia del ghetto“ è un fenomeno ben provato e ben noto agli storici. Del resto, sin dai tempi precristiani, gli ebrei della Diaspora scelsero di vivere tra loro, in quartieri separati dai “gentili“ . In ogni caso, la Roma pontificia fu la sola capitale, in Europa, nella quale nel quale il ghetto non fu mai svuotato perché gli ebrei non furono mai espulsi e da Roma non emigrarono neanche quando i correligionari si rifugiavano nelle Americhe a navi intere. Ma cose simili sembrano far parte, essa pure, delle constatazioni che, pur oggettive, non si possono fare. Dunque, da Giorgio Israel, e altri (tra essi, Gad Lerner, addirittura sulla prima pagina de la Repubblica) ne ricavai il frutto consueto: accuse infamanti e contumelie .
Un quarto episodio: in un dibattito televisivo, avvertii che bisogna distinguere con cura, come esigono giustizia e verità: l’indubbio antigiudaismo cristiano fu cosa sola religiosa e nulla aveva a che fare con l’antisemitismo razziale, che è cosa tutta moderna, darwiniana (il nazismo fu una forma radicale di darwinismo, una ideologia della modernità atea e postcristiana, alla pari del comunismo). Insomma, i Padri della Chiesa non vanno messi nel mazzo di Adolf Hitler. Da Giorgio Israel e da altri, accuse infamanti e contumelie.
Per finire (a causa dello spazio, non della serie degli aneddoti, ben più numerosi) un quinto episodio. In un articolo ricordavo ciò che ogni storico aggiornato conosce: la ricerca moderna ha smontato buona parte della “leggenda nera“ sulla Inquisizione, ridimensionando drasticamente il numero delle vittime e riconoscendo che quei tribunali seguivano regole e concedevano garanzie ben superiori a quelle della contemporanea giustizia laica. In ogni caso, lo studioso degno del nome non deve cadere nell’anacronismo e deve cercare di comprendere le motivazioni dei protagonisti della storia, inquadrandoli nel loro tempo: humanas actiones intelligere! Altrimenti, che dire della inquisizione ebraica che scomunicò e perseguitò Baruch Spinoza, rammaricandosi che la legge dei Paesi Bassi le impedisse misure più radicali? Citavo anche il laicisssimo, l’anticlericale Luigi Firpo (mio maestro, tra l’altro, all’università di Torino) che scrisse, e mi ripetè più volte, che avrebbe preferito di gran lunga comparire davanti a un inquisitore domenicano che al giudice imparruccato di qualunque reame. Citazione insospettabile; ma, ancora una volta, da Israel e amici, accuse infamanti e contumelie.
Vedo ora (il Foglio di sabato scorso) che Israel sintetizza alcuni di questi temi per mettermi tra coloro che, come l’ebreo Harold Bloom, <> e mi invita ironicamente a un pic nic con Fernando Savater (con il quale, però, ho avuto una dura polemica sulle colonne del Corriere, giusto su argomenti religiosi: in questo il mio interlocutore è distratto). Ora: è logico, è comprensibile che Israel abbia bisogno di sbozzarsi la sagoma di alcuni “cattivi“ per far risaltare le virtù dei “buoni“, i cristiani, cioè, che accettano senza discutere ogni vulgata corrente e rinunciano a ogni tentativo di capire, di spiegare, se necessario di replicare. Credenti che sembrano immemori del motto crociano: << La storia non ha mai da essere giustiziera ma sempre giustificatrice>>. Se la ricerca di verità, anche difficili, è istigazione all’odio, se il confronto con testi autentici e con fatti provati è criminogeno, se il dire e scrivere quanto emerge dagli archivi è riprovevole: ebbene, se è così non intendo rammaricarmi degli insulti.
Lo dico con rammarico: Giorgio Israel ed io non ci conosciamo personalmente, mai ci è stato dato di incontrarci. Amici comuni mi parlano di lui con simpatia: e non ho difficoltà alcuna a credere loro. Se questo incontro ci sarà, come mi auguro, forse questo eccellente docente- cui, tra l’altro, va la mia stima per le sue cose, che ho letto con interesse e frutto, a metà come sono tra umanesimo e scienza, scritte con competenza e al contempo con una passione che mi è simpatetica– potrà rendersi conto che, da un cattolico come me (e siamo la maggioranza: creda a me, che conosco il milieu ), un ebreo ha da temere una cosa soltanto. Ciò che lo minaccia non sarà mai altro che l’invito a confrontarsi, con franchezza fraterna, su quel tema del messianismo che per Israel –e in questo concordo in pieno con lui- è il tema cruciale: è Gesù il Cristo annunciato dai Profeti o occorre attendere un altro? Non è questo, parola di vangelo, il dovere primario di ogni cristiano? Eppure, Israel mi ha diagnosticato -anche sull’ultimo numero di Shalom, la rivista ebraica- una <> nevrotica e pericolosa perchè cercherei di <>. Le auspicate discussioni a tu per tu con Israel saranno innaffiate, per quanto mi riguarda, da bottiglie di buon vino rosso, di cui sono estimatore e consumatore: la sola cosa che mi riesca difficile perdonare a Israel è che mi sospetti di essere persino un tristo astemio! Bacco, Tabacco e (a suo tempo) Venere ridurranno pure l’uomo “in cenere” ma mi sono cari e familiari: come dice il cardinal Biffi, la fede non significa rinunciare a nessun tortellino della vita ma gustarlo ancor di più, pensando a quelli che mangeremo in eterno.
In ogni caso, un auspicio. Che il confronto, se ha da esserci, avvenga sui fatti e sugli argomenti e non sul pregiudizio che sia un pericoloso avversario chi cerca una verità che non appare in linea con quella stabilita e autorizzata una volta per tutte. Tanto per dire : nessuno tra coloro che mi hanno aggredito con epiteti pesanti si è confrontato con l’autobiografia di Mortara, che volle divenire Padre Pio Maria in onore di Pio IX e della Madonna. Gli insulti erano motivati solo dalla decisione di pubblicarla, per giunta presso un editore come Mondadori che le ha assicurato una vasta diffusione. Attenzione –lo dico con affetto preoccupato- a non dare il sospetto di una “polizia del pensiero“: conoscendo le traversie troppo spesso tragiche del giudaismo, comprendo e rispetto una suscettibilità che non può però spingersi a considerare come nemica, e dunque da tacitare, ogni voce dialettica. Penso, ad esempio, a quanto avvenuto con un amico di Israele (al pari, almeno, di me) come Sergio Romano. Penso a certe leggi di un’Europa, libera in tutto, ma non nella possibilità per gli storici -fossero pure irritanti e persino faziosi- di indagare su momenti essenziali della storia del Continente. Per tornare a un caso specifico, è davvero giustificato che Giorgio Israel si sia liberato del memoriale Mortara, che imporrebbe di riconsiderare tutta la vicenda, con un aggettivo e un sostantivo: <> ? Un po’ poco, mi pare, come dialogo con l’esperienza di un uomo generoso che, nato ebreo, morì come Canonico Regolare Lateranense in odore di santità e che scrisse perchè fosse ascoltata anche la sua voce, dopo che tanti avevano parlato di lui solo per usarlo, rifiutando di rispettare le libere scelte cui era stato fedele per una lunghissima vita.
Grazie, caro Direttore, dell’ospitalità. E buon anno.

Vittorio Messori


Il Foglio – 4 gennaio 2006

Vittorio Messori è persona molto audace o che confida troppo nell’amnesia altrui. Sostiene di non avermi mai conosciuto, di aver sentito parlare di me da amici comuni, di auspicare un incontro e un dialogo, che io l’avrei sempre e soltanto ricoperto di contumelie e, a riprova, cita il caso di un suo articolo del 2001 sul Corriere della Sera in cui proponeva una frase di Henri Bergson come una pista per spiegare la Shoah. Quell’articolo suscitò reazioni sdegnate, fra cui quella di Claudio Magris. Al contrario, fra Messori e il sottoscritto – che egli non ha mai conosciuto – si sviluppò una corrispondenza che ho sottomano. Per dare un’idea quantitativa della mia disponibilità al dialogo, dirò che consta di 50401 battute, salvo altre lettere e telefonate.
Se Messori acconsente a pubblicarla (magari in rete) si potrà constatare quanto egli abbia apprezzato le mie critiche, che lo avevano fatto riflettere sulle sue frasi maldestre, dichiarando la sua amicizia nei miei confronti, della persona che non ha mai conosciuto. Frattanto, il Corriere pubblicava una sua lettera che ribadiva puntigliosamente le tesi dell’articolo su Bergson. Alle mie proteste, Messori dichiarò di averla scritta prima che io l’avessi fatto riflettere. Pubblicò quindi un articolo sulla rivista Jesus in cui ritornava sulla questione, limitandosi a dire che io gli avevo fornito una pista interpretativa.
Quindi, a dialogare apertamente e civilmente con Messori ci ho provato, eccome. Del resto, i lettori del Foglio sanno che non sono certamente un difensore dell’intangibilità degli ebrei, e che ho criticato – attirandomi non poche ostilità – il mito dell’unicità della Shoah. E proprio su queste pagine ho sostenuto polemiche con Messori (21 e 26 febbraio 2004 e 25 febbraio 2005), dure quanto si vuole, ma sui contenuti e senza contumelie. Non dice il vero quindi Messori quando pretende che io avrei liquidato i suoi argomenti sul caso Mortara con mere invettive. È lui piuttosto a esibire un’assoluta impenetrabilità agli argomenti altrui e a non vedere le travi nei suoi occhi. Chi provi a farlo, constaterà che dialogare con Messori è come sbattere la testa contro un muro di pietra. Mi sono dovuto progressivamente arrendere alla constatazione che Messori nutre un interesse spasmodico per gli ebrei che lo porta sempre e comunque a rivalutare i peggiori stereotipi e a giustificare (o “spiegare”) l’ingiustificabile, persino i processi dell’Inquisizione o le tirate antisemite di padre Ballerini su “Civiltà Cattolica”. E mi sono reso conto che Messori compie queste operazioni con un metodo che con la storiografia ha poco a che fare: spigola notizie disparate, seleziona una frase qua e là e ne ricava costruzioni senza fondamento, ma che magari portano a trovar prove del complotto dei “Protocolli” nel Talmud. (E che cos’è, di grazia, l’“inquisizione ebraica”?)
Un anno fa ho scritto sul Foglio un articolo dal titolo “Ebrei e cattolici smettano di ferirsi a colpi di passato”. È una cosa a cui credo profondamente. Non bisogna lasciarsi afferrare indefinitamente per i piedi dal passato. Tantomeno penso che si debba chiedere ai discendenti di chi ti ha fatto un torto di vivere in stato di eterna prostrazione. Ma, per favore, si aiuti un poco a coltivare simili sentimenti. È un aiuto sbatterti in faccia un’interpretazione storica che nega fino alla più totale sfida dell’evidenza qualsiasi responsabilità cristiana nell’antisemitismo? Quando, per la prima volta, scesi dall’aereo a Berlino ero molto emozionato perché calcavo la terra del paese in cui era stata distrutta la mia famiglia. Era un congresso internazionale scientifico, e nell’atrio incontrai un’esposizione dedicata al dramma dell’emigrazione degli scienziati ebrei tedeschi con l’avvento del nazismo. Mi fece così bene che, in quei giorni, circolavo per le vie di Berlino come se fosse casa mia, con un sentimento di riconciliazione profonda. Era bastato poco. Ma quali sentimenti avrei provato se mi fossi trovato di fronte ad affermazioni negazioniste o minimizzatrici? Invece Messori, con le sue minimizzazioni dell’Inquisizione, è capace di farti tornare un rigurgito di rabbia per la violenza subita, nel lontano 1492, dalla famiglia originaria della Spagna.
Un ultimo esempio. Nel suo libro sul caso Mortara, Messori ha parlato dell’Alliance Israélite Universelle. Chiunque conosca un minimo di storia seria sa che questa organizzazione s’inscriveva nella linea dei diritti dell’uomo del 1789 e mirava a organizzare il giudaismo su una base universalistica, ispirata ai principi illuministici di libertà, uguaglianza e laicità. I fondatori ritenevano che il progresso morale degli ebrei potesse conseguirsi attraverso la diffusione dell’istruzione fin nei territori più perduti e difatti venne creata una grande rete scolastica mondiale. Ebbene, per Messori, l’AIU sarebbe stata «la prima organizzazione ebraica di autodifesa in prospettiva mondiale», e non di autodifesa generica, ma propriamente militare. Insomma, un’organizzazione che preparava «incursioni» che erano «quasi una prefigurazione degli omicidi mirati dell’esercito israeliano»…
Non ho nulla contro i militari o i servizi di sicurezza, figurarsi. Ma sarebbe ragionevole affermare che l’ordine dei francescani è un reparto di teste di cuoio? Che dire? In questo caso, soltanto che, come pronipote del fondatore in Oriente dell’AIU, il rabbino Judah Nehama, spirito illuminato e tollerante, mi sento semplicemente offeso. Continui pure Messori a tirarci per i piedi con il passato, ma poi non si lamenti se il dialogo con lui è impossibile.


Giorgio Israel