mercoledì 23 maggio 2012
STRAPOTERE TECNICO
Il commento più diffuso di fronte alla nomina di Enrico
Bondi – risanatore per eccellenza delle imprese in crisi – a commissario alla
revisione della spesa pubblica è stato: il governo dei tecnici si affida a un tecnico,
il tecnico dei tecnici che, non potendo fare tutto da solo, si avvarrà di
tecnici (i tecnici del tecnico dei tecnici). La battuta fa ridere ma non coglie
la sostanza. Bondi è persona di grande competenza ed esperienza nell’ambito
dell’impresa, non ha mai sfiorato tematiche politiche. Affidandogli la scelta
dei settori in cui tagliare la spesa pubblica si è lanciato un segnale preciso:
il paese va visto come un’azienda e i tagli vanno decisi fuori da ogni
considerazione politica. Pertanto, poiché il Presidente del Consiglio e i suoi
ministri, volenti o nolenti, hanno un ruolo politico, la questione è rimessa a
un tecnico assolutamente puro. Così le forze politiche sono avvisate: è inutile
proporre considerazioni politiche o sociali perché i tagli si faranno secondo
criteri puramente tecnici.
Che una simile scelta funzioni è da vedere, e anzi i primi
segnali indicano che difficilmente funzionerà. Ma è interessante l’ideologia
che la sottende, e che non è un semplice trucco per mettere a tacere la
“pretesa” di decidere quali tagli fare in base a considerazioni sociali, di
equità, di rilancio della crescita al fine di stimolare l’occupazione, e
quant’altro. È, a sua volta, una precisa scelta politica. Difatti, la
tecnocrazia non è mera visione “scientifica”, “oggettiva” della gestione del paese.
È un’ideologia basata sull’assunto che il paese è un’“azienda”, l’“azienda
Italia”, con tutto il contorno delle formule connesse, come il chiamare “capitale
umano” le persone concrete, come se fossero qualcosa di analogo a una pressa o a
un telaio, salvo il dettaglio marginale che, anziché essere fatti di metallo o
di plastica, sono fatti di carne, ossa e sangue e, en passant, pensano, studiano e lavorano con una mente, hanno
sentimenti, aspirazioni e moventi.
Questa ideologia implica che i “valori”, la qualità umana
delle persone, i progetti immateriali che ispirano il loro agire, non contano
assolutamente niente: contano soltanto i parametri quantitativi che definiscono
le caratteristiche economiche del paese. In verità, anche il considerare
un’azienda in termini puramente economicistici è riduttivo e persino aberrante.
Se è esistito ed è vivo e vegeto il socialismo (come dimostrano le elezioni
francesi) e persino il comunismo (come dimostrano le elezioni greche), è per la
pretesa di ignorare che i lavoratori sono persone, soggetti umani, e non
macchine che possono essere accantonate secondo le convenienze. Tuttavia, la
finalità principale, la ragione di esistenza di un’impresa è la produzione e
quindi un’impresa in perdita è un non senso. Ma il fine di una società, di una
nazione non è la mera produzione di merci, bensì qualcosa di molto più ricco e
complesso che è velleitario descrivere con poche parole: diciamo che ne è un aspetto
essenziale la condivisione di una comune civiltà. Senza questo aspetto una
società è destinata a conflitti devastanti e alla rapida disgregazione. Nell’ideologia
dei tecnocrati non c’è posto per i “valori”, per una visione umanistica, che
anzi essi guardano con sarcastico sprezzo, come superstizioni del passato. Per
questo la visione tecnocratica ed economicistica è un’ideologia che non ha
nulla di oggettivo: essa è il risvolto del relativismo più radicale, della riduzione
di ogni principio etico e morale a questioni puramente quantitative.
L’ideologia tecnocratica – che guarda al benessere dei
bilanci e nel cui mondo non c’è posto per gli uomini – è egemone in Europa,
sostenuta dal paese più forte, la Germania, che tramite essa mira a garantire
gli standard della propria economia. Essa è andata al potere in paesi
politicamente deboli come l’Italia e la Grecia e ha provocato reazioni istituzionali
in paesi ancora politicamente strutturati come la Francia e la Spagna. L’ideologia
tecnocratico-relativista è miope perché s’illude che le finalità delle persone
possano essere ridotte alle regole di bilancio – il che non vuol dire (sia ben
chiaro!) che i bilanci non debbano essere tendenzialmente pareggiati, ma che la
via per arrivarci dovrebbe passare per scelte politiche e sociali ragionevoli,
sostenibili e non riducibili a tecniche aziendali. Il risultato di tale miopia
è sotto gli occhi di tutti: la rinascita del socialismo in Francia, e
l’esplosione delle forze protestatarie e anti-sistema nei paesi politicamente
deboli. La politica in Grecia ha innumerevoli colpe, ma nessun paese può essere
trattato come una colonia da mettere in riga con la forza, pena il riemergere
impetuoso degli estremismi, comunismo e fascismo. I partiti italiani, esibendo
la propria incapacità di governare e di proporre linee di condotta autonome
hanno aperto la strada alla tecnocrazia e ai suoi compagni di strada obbligati:
l’estremismo e il qualunquismo. Purtroppo estremismo e qualunquismo incanalano la
sacrosanta aspirazione alla qualità della vita nella protesta, ovvero verso
un’ulteriore distruzione di qualsiasi pensiero forte, dei valori che motivano
le iniziative su cui si fonda una società coesa. Anche da una guerra si può
uscire bene e l’Italia lo dimostrò. Ma occorre una spinta etica, occorre
solidarietà sociale, il desiderio di fare qualcosa di positivo, di migliorare, il
che non vuol dire soltanto produrre di più, ma anche, e soprattutto, crescere
culturalmente e moralmente.
Le forze politiche che hanno governato il nostro paese
dovrebbero cospargersi il capo di cenere per quanto non hanno saputo fare e per
quanto hanno fatto (e continuano a fare!) per spianare la strada alla
tecnocrazia e stimolare rigurgiti di socialcomunismo e di fascismo. Mi limito a
un esempio in un ambito che conosco meglio. La presente legislatura era
iniziata con buoni propositi sul terreno dell’istruzione, con l’intento di
ridare spazio alla cultura, a quei contenuti dell’insegnamento che sono la
sostanza della nostra civiltà, di restituire dignità alla funzione
dell’insegnante come rappresentante della società e garante della formazione di
giovani italiani preparati e liberi, liberi in quanto istruiti. Per far questo
occorreva sottrarre l’istruzione alla mano morta del prepotere sindacale. Il
risultato è disastroso. Oggi l’istruzione è sotto due mani morte: sindacati e Confindustria.
L’ultimo prodotto dell’inciucio tra un centrodestra e un centrosinistra in
crisi è una legge sull’autonomia delle scuole che le pone sotto l’egida di
consigli di amministrazione in cui gli insegnanti sono ridotti a comparse in
minoranza di fronte a genitori, studenti e “realtà” sociali, produttive,
professionali e dei servizi. Insomma, una sintesi aberrante tra l’ideologia aziendalista
e il vecchio assemblearismo di sessantottina memoria; un’epitome della
tecnocrazia e dell’ideologia collettivista, il cui inevitabile fallimento può
lasciare aperta la strada soltanto allo sbocco devastante del ribellismo.
(TEMPI, maggio 2012)
domenica 20 maggio 2012
Un piccolo episodio che suggerisce una piccola riflessione sui test Invalsi
Testimonianza raccolta da amici. Una maestra elementare spiega che ANTICAMENTE per andare a capo, si interrompeva al seguente modo: dal-l'acqua. Ma ora, nella MODERNITA' si può invece andare a capo dopo l'apostrofo, ovvero dall'-acqua… Ah, "nous les modernes" direbbe Finkielkraut…
Questo piccolo episodio suggerisce una piccola riflessione sull'Invalsi. Se i signori di questo ente, invece di impancarsi a "somministrare" (termine che ricorda l'olio di fegato di merluzzo) test pretenziosi sull'interpretazione dei testi letterari o di geometria, si limitassero modestamente, ma più efficacemente, a verificare le capacità (si dice competenze?) ortografiche, grammaticali, sintattiche e di elementare calcolo numerico dei bambini - e diciamo pure dei ragazzi! - non renderebbero davvero un gran servizio alla scuola? Non sarebbe questo il modo più efficace di verificare i "livelli di apprendimento" e anche di "valutare" l'efficacia dell'insegnamento? (non dirò impartito o somministrato, perché l'ex-cathedra appartiene di diritto soltanto a pedagogisti e valutatori).
Credo di aver dato prova di difendere a spada tratta la funzione dell'insegnante, naturalmente di quelli bravi, non di quelli che si nascondono dietro l'ideologia delle competenze per smantellare l'-
ortografia.
E invece di fare qualcosa che serva per una valutazione vera e utile tocca sorbire, oltre ai test di interpretazione letteraria somministrati dall'-
Invalsi, anche le sparate retoriche sulla valutazione oggettiva e ora addirittura dotti articoli di analisi statistica dei dirigenti dell'-
ente.
giovedì 10 maggio 2012
PUNITI GLI INSEGNANTI CHE INSEGNANO
Il Periódico di Andorra informa che una docente della Scuola
spagnola dell’infanzia del Principato è stata cacciata per aver insegnato a
leggere e a far di conto ai suoi alunni. L’imputazione a suo carico è che bambini
di 4 e 5 anni sappiano già leggere,
fare somme e sottrazioni e stiano perfino
apprendendo a scrivere (il che in India e in molti paesi asiatici è un obbligo).
I genitori dei bambini hanno fatto ricorso all’ambasciata spagnola sostenendo
che in Spagna sono richiesti minimi educativi ma non è definito alcun massimo.
Un ispettore ha respinto il ricorso, confermando la cacciata dell’insegnante. Le
si è generosamente concesso di completare il corso di quest’anno a condizione
di abbassare il livello dell’insegnamento…
Sarebbe un grave errore accantonare questa vicenda come un
episodio folkloristico. Essa è la logica conseguenza di un andazzo che va
avanti da anni in gran parte dell’occidente e che mira a trasformare la scuola
in una “comunità di apprendimento-intrattenimento” in cui gli insegnanti sono
ridotti a “facilitatori”, a fornitori di un servizio di supporto nel quadro di
un variegato complesso di attività in cui l’insegnamento disciplinare è
l’ultimo degli obbiettivi (se pure lo è) e in cui il primo degli obbiettivi è lo
svago e attenersi a standard minimi senza stancare.
Non a caso si è aperta da noi la discussione se diminuire o
sopprimere i compiti a casa, sull’onda di un’iniziativa di genitori francesi che,
stressati dallo stress dei figli, hanno proclamato che i compiti “fanno male” e
impediscono le “attività alternative”. Questo dibattito ha messo in luce la
schizofrenia di proclamare come valore assoluto l’“autonomia” scolastica e poi
voler definire per decreto se e quanti compiti vanno dati, sottraendo
all’insegnante un aspetto importante della sua libertà educativa. Ma questo è
niente a fronte dei discorsi surreali sull’insegnamento “capovolto”: niente
spiegazioni in classe, si studia a casa con videoregistrazioni e su internet (meglio
se in gruppo) e poi a scuola l’insegnante si limita a facilitare l’applicazione
delle conoscenze trasformandole in “competenze”. È la scuola vista come “web
community” in cui tutto viene costruito “dal basso” con materiali e metodi
“accattivanti”. Sembra che da noi tutto ciò piaccia molto al ministro Profumo.
Il ministro Fornero si lamenta che i nostri giovani non sappiano leggere,
scrivere e far di conto: farebbe bene a rivolgersi al collega di governo. Nell’orgia
della trasformazione della scuola del sapere in quella del “saper fare”, dell’insegnante
nel senso di Hannah Arendt – «che si qualifica per conoscere il mondo e
istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si
assume la responsabilità» – non resta nulla. Certo, gli insegnanti non sono
tutti santi e impeccabili. Ma non si ripete di volerli sempre più qualificare,
esaltare la loro funzione, restituirle dignità? Il modo corretto per farlo sarebbe
di trasformarli in dipendenti di terz’ordine doppiamente subordinati al
dirigismo ministeriale e alle idiosincrasie dell’“utente”?
È proprio quel che propone la legge sull’autogoverno delle
istituzioni scolastiche recentemente approvata dalla commissione istruzione
della Camera. Essa è centrata sull’idea di trasformare le scuole in istituzioni
“autonome” e legate al territorio, come se questo fosse di per sé un toccasana.
Ma l’unica autonomia che questa legge non garantisce, o piuttosto annulla, è
quella degli insegnanti. La scuola sarebbe gestita da un consiglio
dell’autonomia presieduto da un genitore – scelta bizzarra visto che la
componente genitoriale è la più transeunte di tutte. Il consiglio prevede una
presenza paritetica di genitori e insegnanti, con l’aggiunta di rappresentanti
di «realtà» culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi nonché
degli studenti (per le scuole superiori) e quindi mette i docenti in minoranza.
Alla funzione docente si riserva la «piena libertà» di programmare e attuare l’attività
didattica, ma di fatto la si toglie, subordinandola da un lato alle direttive
ministeriali (alle indicazioni, agli standard nazionali, alla certificazione
delle competenze e alle innumerevoli prescrizioni) e dall’altro a interessi
particolari, in quanto deve attenersi «alle linee educative e culturali della
scuola» da negoziare con genitori, studenti e le famose “realtà”.
Se già la scuola è
ridotta a un emporio di attività frammentate è facile immaginare a cosa
verrebbe ridotta da questa legge trasversale, frutto di due debolezze politiche
che, sorreggendosi a vicenda come due zoppi, hanno realizzato il capolavoro di
accoppiare una visione aziendalista con una demagogia assembleare, in salsa di
costruttivismo. Se questi sono i capolavori che riescono a partorire le forze
politiche allora non c’è da stupirsi se il paese è in mano alla tecnocrazia e
al ribellismo protestatario.
(Il Giornale, 9 maggio 2012)
giovedì 3 maggio 2012
Una replica
Leggo sul “Il Fatto Quotidiano” una replica al mio articolo sull’Europa. Si dice che l’eurocrazia non esiste perché di fatto tutto è deciso da politici nazionali e dai governi nazionali. La prima parte è ovvia. Qualsiasi politico in Europa è “nazionale” - francese, tedesco, italiano, spagnolo, ecc. Bella scoperta... Ma che i politici si distinguano tra quelli “nazionali” e gli eurocrati bisogna essere miopi come una talpa per non vederlo. Soprattutto in Italia, con il presidente del Consiglio che abbiamo... Può darsi un esempio più evidente di eurocrate? È una persona che ha dichiarato che le crisi sono benvenute perché costringono a cessioni di identità nazionale...
Quanto al fatto che le decisioni siano prese dai governi nazionali, beh, ci vuole un bel coraggio a dirlo, nel mezzo di una crisi in cui le decisioni nazionali sono espropriate da quello che “chiede l’Europa”. Si può poi discutere se oggi “quel che chiede l’Europa” coincida in larga misura, o del tutto, con quel che chiede la Germania, ma questo è un altro par di maniche.
D’altra parte, dire che le politiche dell’istruzione le fanno i governi nazionali, è il colmo. Chissà cosa sono le competenze di Lisbona?... Evidentemente c’è gente che non ha mai messo piede in un ministero e non si rende conto che ormai non si può pronunziare una sola parola senza sentirsi dire: «Lo chiede l’Europa... Occorre che il documento sia conforme alla direttiva europea n. 123456789... Questo documento è inaccettabile perché contraddice Lisbona», ecc. ecc. ecc.
E poi. Chissà chi ha deciso che la pala per la pizza a legna deve essere di metallo? Il governo italiano?
L''' articolista ce l' ha con le identità nazionali. A seguire il suo ragionamento bisognerebbe procedere rapidamente verso un governo mondiale, altrimenti restare nei confini europei farebbe cilecca: non è stata proprio l' Europa ad attentare alle identità di mezzo mondo? Le vie delle utopie sono infinite.
L''' articolista ce l' ha con le identità nazionali. A seguire il suo ragionamento bisognerebbe procedere rapidamente verso un governo mondiale, altrimenti restare nei confini europei farebbe cilecca: non è stata proprio l' Europa ad attentare alle identità di mezzo mondo? Le vie delle utopie sono infinite.
L’articolo - che pure da ragione al mio su vari punti - conclude proponendo che si proceda alla costruzione di una cultura europea, per esempio scrivendo dei libri di storia europei per la scuola... Ci manca soltanto questo. Già i libri di storia di stato "nazionali" sono quanto di più aberrante si possa concepire. Se passiamo ai libri di storia “europei” (scritti da chi? su delega della Presidenza dell’Unione Europea?) siamo alla follia totale. Si parla di un manuale di storia “condiviso”... Condiviso su che basi? Chi deciderà che è condiviso? Un comitato tecnico-culturale comunitario? Van Rompuy? O una versione in salsa europea della Ceka? Il manuale di storia europea ufficialmente condiviso... roba da pazzi...
Non si potrebbe dare un esempio migliore di come questa fasulla e sgangherata costruzione europea abbia fatto perdere la bussola a troppa gente.
martedì 1 maggio 2012
LA MISERIA DI ERASMUS
“Europa, forza gentile” è il
titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa
in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la
ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il
ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti
nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del
diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con
l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata.
Oggi, la formula della “forza
gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando
alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea
Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di
indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare
novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la
proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante:
bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di
Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini
italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso.
Dunque, la “forza gentile”,
la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente
corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più
scatenato sinistrismo “liberal”.
Certo, nell’anno in cui uscì
il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi
ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e
filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il
mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata
in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura
di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono,
simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra
la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese”
intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta
dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante,
poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La
chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la
persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica
favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco
– ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera
unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che
doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione
politica era impensabile.
Non si trattava in fondo di
inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica
della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei
periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica
l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure
le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di
tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa
comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di
élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più
complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima
dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il
“programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da
un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere
loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche
imparando alcune delle lingue principali del continente.
Il mio amico francese
enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua
(l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a
garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva
acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso
tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere
realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni
tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites
dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare
nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una
élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la
capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni
occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere
realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti
importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne
di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza.
È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le
altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee
“portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande
maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia,
Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue
“fondamentali”.
Ma il realismo non è stato, e
sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia
il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In
fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco
per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle
monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era
condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di
cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei
Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti
– l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna
che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe
legate dalle regole comunitarie.
Basta guardarli quei
biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che
raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei
grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia
avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di
pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero
di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di
musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin
dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes,
di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio
non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”.
L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione
piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e
che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I
biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con
l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi
architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su
cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle
contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”…
Sono ben noti gli effetti
grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di
traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle
combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori
che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto
delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il
suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi
culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si
possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di
parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i
principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita
quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel
peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben
rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del
metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la
pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa
che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente
misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta
non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano.
Prendiamo il caso del
programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva
conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi
aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi
della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del
programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle
classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno,
di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus
di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo
per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando
risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno
studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella
loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se
non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in
difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato
perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della
matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a
cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli
in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del
paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada.
Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf?
Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un
corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a
Barcellona o a Berlino».
Inutile dire che i giovani europei
non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro,
e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un
esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a
sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento
del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto
“competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006.
Lo abbiamo detto: la via maestra
per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come
base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare
nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità.
Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe
richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di
tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era
il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche:
infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la
mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa
è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva,
scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto
competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e
attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la
«cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome
occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in
conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa.
Ricordiamone rapidamente
l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue
straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4)
competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche;
7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione
culturale.
Chiunque può leggere i
documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla:
parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per
esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero
matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul
lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le
competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e
costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza –
l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce
alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee,
esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale,
nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è
faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale,
scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante
dell’identità europea. Nulla di nulla.
Come accade sempre, il vuoto
concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È
proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e
si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a
costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e
a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito
eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a
mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano
indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il
“saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e
di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti.
Si è così prodotto un
fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si
è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura
europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora
persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli
artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e
architettoniche.
Questa è la “forza gentile”
che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le
culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità
culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e
intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito
di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch
buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea.
(Il Foglio, 25 aprile 2012)
venerdì 27 aprile 2012
Per il nuovo antisemitismo l'antidoto del presente
Siamo in tempi di dittatura delle statistiche in cui si
crede a tutto purché sia espresso in numeri. Quando si legge che il 44% degli
italiani sarebbe ostile agli ebrei ci si chiede che cosa s’intenda per
“ostilità” e quali domande siano state fatte per arrivare a questa cifra
esplosiva. Il numero degli atti di antisemitismo verificatisi in Francia nel 2011
è impressionante, ma occorrerebbe analizzare la natura di questi atti e
verificare se non si siano aggregate vicende di importanza diversa. È tuttavia
indiscutibile – se solo si pensa alle vicende francesi, al caso Günther Grass, ai
segnali provenienti dall’Ungheria – che stia montando in Europa un antisemitismo
di proporzioni mai viste da mezzo secolo. Ma il modo con cui si sta affrontando
il fenomeno è insoddisfacente.
Tanto per cominciare, sarebbe opportuna una moratoria sulle
statistiche per affrontare invece il compito di analizzare i processi sociali e
politici che determinano il diffondersi di una rinnovata ostilità contro gli
ebrei. Può sembrare una proposta ovvia, ma è un compito che viene per lo più
eluso. Come osservò André Neher, la lezione della storia è che gli antisemiti
«dispongono di un guardaroba inesauribile: vi trovano la maschera appropriata
all’hic et nunc del loro folle
ruolo». Ma è proprio l’hic et nunc – il
contesto politico e sociale presente – che viene quasi sempre evitato per
rifugiarsi dietro la deprecazione del passato. Se era paradossale che negli
anni trenta la piccola minoranza ebraica fosse imputata di tutte le disgrazie
dell’Europa, ora che questa minoranza è evanescente il paradosso è esplosivo: è
l’odio per chi non c’è. La storia passata insegna a ricercare nell’hic et nunc le modalità con cui si
ripropone il tentativo di scaricare su una minoranza le colpe di tutti i mali
di cui soffre la società. In analogia con quel che accadde negli anni trenta, sta
tornando di moda additare gli ebrei come i burattinai della finanza speculativa
che provoca la crisi economica e il suo corteo di sofferenze. Ma c’è qualcosa
di molto più serio: si tratta della crisi di orientamento delle leadership
europee di fronte al declino dell’influenza mondiale del continente e alla
sfida che viene dall’altro lato del Mediterraneo, in particolare con il
fenomeno dell’immigrazione. L’attentato di Tolosa è il tragico simbolo di
questa sfida, la quale invia un segnale preciso: rompete con Israele,
abbandonate gli ebrei al loro destino, contrattate le basi di una società
multiculturale che contempli zone franche per la legislazione islamica, e
avrete la pace. La scelta dell’obbiettivo ebraico punta con perversa lucidità a
riaprire la ferita ancora purulenta dell’antisemitismo. Se le classi dirigenti
e i ceti culturali influenti in Europa non capiranno che respingere il ricatto equivale
a respingere il tentativo di distruggere i fondamenti della democrazia
liberale, non saranno soltanto gli ebrei a soffrirne ma l’Europa subirà il
secondo colpo distruttivo, dopo quello di mezzo secolo fa.
Questa tematica è in cima all’agenda, ma di grande
importanza sono i compiti che spettano a chi vuole combattere il nuovo
antisemitismo, e in particolare all’ebraismo europeo. Avanziamo un appello:
basta con l’overdose di “memoria”; dimagriamo radicalmente la Giornata della
Memoria; nelle scuole si parli dello sterminio degli ebrei durante le ore di
storia e si limitino al massimo gli “eventi” (che qualcuno ha chiamato con
lapsus freudiano “feste della Shoah”). Si moltiplichino piuttosto le iniziative
volte a conoscere la cultura ebraica e a valorizzare tutto ciò che lega
profondamente per il passato e per il futuro il mondo ebraico alla civiltà
europea. Viceversa, non c’è nulla di tanto insopportabile quanto una presenza
che si presenti esclusivamente sotto la veste di vittima il cui ruolo è di
suscitare sensi di colpa anche a chi colpe non ha. Non potrò mai dimenticare un
“evento” della Giornata della Memoria cui partecipai assieme ad alcuni politici
e intellettuali che gareggiarono non per spiegare a duecento adolescenti la
vicenda del razzismo nella sua complessità storica, ma per gridare che l’Italia
è stato un paese di assassini e di cinici, peggiori dei nazisti, e che questo passato
spiega perché l’Italia di oggi sia un paese orrendo. Vedendo i volti turbati
dei ragazzi mi chiesi quanti antisemiti erano stati generati da quei comizi. E
decisi che, quantomeno per il mio modesto ruolo, d’ora in poi avrei combattuto
l’antisemitismo come italiano tra gli italiani, come un italiano ebreo di oggi,
e non come testimone di una colpa. La gravità della situazione non consente di insistere
su questo devastante errore: poniamovi fine una volta per tutte.
(Avvenire 27 aprile 2012)
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