mercoledì 23 maggio 2012

STRAPOTERE TECNICO


Il commento più diffuso di fronte alla nomina di Enrico Bondi – risanatore per eccellenza delle imprese in crisi – a commissario alla revisione della spesa pubblica è stato: il governo dei tecnici si affida a un tecnico, il tecnico dei tecnici che, non potendo fare tutto da solo, si avvarrà di tecnici (i tecnici del tecnico dei tecnici). La battuta fa ridere ma non coglie la sostanza. Bondi è persona di grande competenza ed esperienza nell’ambito dell’impresa, non ha mai sfiorato tematiche politiche. Affidandogli la scelta dei settori in cui tagliare la spesa pubblica si è lanciato un segnale preciso: il paese va visto come un’azienda e i tagli vanno decisi fuori da ogni considerazione politica. Pertanto, poiché il Presidente del Consiglio e i suoi ministri, volenti o nolenti, hanno un ruolo politico, la questione è rimessa a un tecnico assolutamente puro. Così le forze politiche sono avvisate: è inutile proporre considerazioni politiche o sociali perché i tagli si faranno secondo criteri puramente tecnici.
Che una simile scelta funzioni è da vedere, e anzi i primi segnali indicano che difficilmente funzionerà. Ma è interessante l’ideologia che la sottende, e che non è un semplice trucco per mettere a tacere la “pretesa” di decidere quali tagli fare in base a considerazioni sociali, di equità, di rilancio della crescita al fine di stimolare l’occupazione, e quant’altro. È, a sua volta, una precisa scelta politica. Difatti, la tecnocrazia non è mera visione “scientifica”, “oggettiva” della gestione del paese. È un’ideologia basata sull’assunto che il paese è un’“azienda”, l’“azienda Italia”, con tutto il contorno delle formule connesse, come il chiamare “capitale umano” le persone concrete, come se fossero qualcosa di analogo a una pressa o a un telaio, salvo il dettaglio marginale che, anziché essere fatti di metallo o di plastica, sono fatti di carne, ossa e sangue e, en passant, pensano, studiano e lavorano con una mente, hanno sentimenti, aspirazioni e moventi.
Questa ideologia implica che i “valori”, la qualità umana delle persone, i progetti immateriali che ispirano il loro agire, non contano assolutamente niente: contano soltanto i parametri quantitativi che definiscono le caratteristiche economiche del paese. In verità, anche il considerare un’azienda in termini puramente economicistici è riduttivo e persino aberrante. Se è esistito ed è vivo e vegeto il socialismo (come dimostrano le elezioni francesi) e persino il comunismo (come dimostrano le elezioni greche), è per la pretesa di ignorare che i lavoratori sono persone, soggetti umani, e non macchine che possono essere accantonate secondo le convenienze. Tuttavia, la finalità principale, la ragione di esistenza di un’impresa è la produzione e quindi un’impresa in perdita è un non senso. Ma il fine di una società, di una nazione non è la mera produzione di merci, bensì qualcosa di molto più ricco e complesso che è velleitario descrivere con poche parole: diciamo che ne è un aspetto essenziale la condivisione di una comune civiltà. Senza questo aspetto una società è destinata a conflitti devastanti e alla rapida disgregazione. Nell’ideologia dei tecnocrati non c’è posto per i “valori”, per una visione umanistica, che anzi essi guardano con sarcastico sprezzo, come superstizioni del passato. Per questo la visione tecnocratica ed economicistica è un’ideologia che non ha nulla di oggettivo: essa è il risvolto del relativismo più radicale, della riduzione di ogni principio etico e morale a questioni puramente quantitative.
L’ideologia tecnocratica – che guarda al benessere dei bilanci e nel cui mondo non c’è posto per gli uomini – è egemone in Europa, sostenuta dal paese più forte, la Germania, che tramite essa mira a garantire gli standard della propria economia. Essa è andata al potere in paesi politicamente deboli come l’Italia e la Grecia e ha provocato reazioni istituzionali in paesi ancora politicamente strutturati come la Francia e la Spagna. L’ideologia tecnocratico-relativista è miope perché s’illude che le finalità delle persone possano essere ridotte alle regole di bilancio – il che non vuol dire (sia ben chiaro!) che i bilanci non debbano essere tendenzialmente pareggiati, ma che la via per arrivarci dovrebbe passare per scelte politiche e sociali ragionevoli, sostenibili e non riducibili a tecniche aziendali. Il risultato di tale miopia è sotto gli occhi di tutti: la rinascita del socialismo in Francia, e l’esplosione delle forze protestatarie e anti-sistema nei paesi politicamente deboli. La politica in Grecia ha innumerevoli colpe, ma nessun paese può essere trattato come una colonia da mettere in riga con la forza, pena il riemergere impetuoso degli estremismi, comunismo e fascismo. I partiti italiani, esibendo la propria incapacità di governare e di proporre linee di condotta autonome hanno aperto la strada alla tecnocrazia e ai suoi compagni di strada obbligati: l’estremismo e il qualunquismo. Purtroppo estremismo e qualunquismo incanalano la sacrosanta aspirazione alla qualità della vita nella protesta, ovvero verso un’ulteriore distruzione di qualsiasi pensiero forte, dei valori che motivano le iniziative su cui si fonda una società coesa. Anche da una guerra si può uscire bene e l’Italia lo dimostrò. Ma occorre una spinta etica, occorre solidarietà sociale, il desiderio di fare qualcosa di positivo, di migliorare, il che non vuol dire soltanto produrre di più, ma anche, e soprattutto, crescere culturalmente e moralmente.
Le forze politiche che hanno governato il nostro paese dovrebbero cospargersi il capo di cenere per quanto non hanno saputo fare e per quanto hanno fatto (e continuano a fare!) per spianare la strada alla tecnocrazia e stimolare rigurgiti di socialcomunismo e di fascismo. Mi limito a un esempio in un ambito che conosco meglio. La presente legislatura era iniziata con buoni propositi sul terreno dell’istruzione, con l’intento di ridare spazio alla cultura, a quei contenuti dell’insegnamento che sono la sostanza della nostra civiltà, di restituire dignità alla funzione dell’insegnante come rappresentante della società e garante della formazione di giovani italiani preparati e liberi, liberi in quanto istruiti. Per far questo occorreva sottrarre l’istruzione alla mano morta del prepotere sindacale. Il risultato è disastroso. Oggi l’istruzione è sotto due mani morte: sindacati e Confindustria. L’ultimo prodotto dell’inciucio tra un centrodestra e un centrosinistra in crisi è una legge sull’autonomia delle scuole che le pone sotto l’egida di consigli di amministrazione in cui gli insegnanti sono ridotti a comparse in minoranza di fronte a genitori, studenti e “realtà” sociali, produttive, professionali e dei servizi. Insomma, una sintesi aberrante tra l’ideologia aziendalista e il vecchio assemblearismo di sessantottina memoria; un’epitome della tecnocrazia e dell’ideologia collettivista, il cui inevitabile fallimento può lasciare aperta la strada soltanto allo sbocco devastante del ribellismo.
(TEMPI, maggio 2012)

domenica 20 maggio 2012

Un piccolo episodio che suggerisce una piccola riflessione sui test Invalsi


Testimonianza raccolta da amici. Una maestra elementare spiega che ANTICAMENTE per andare a capo, si interrompeva al seguente modo: dal-l'acqua. Ma ora, nella MODERNITA' si può invece andare a capo dopo l'apostrofo, ovvero dall'-acqua… Ah, "nous les modernes" direbbe Finkielkraut…
Questo piccolo episodio suggerisce una piccola riflessione sull'Invalsi. Se i signori di questo ente, invece di impancarsi a "somministrare" (termine che ricorda l'olio di fegato di merluzzo) test pretenziosi sull'interpretazione dei testi letterari o di geometria, si limitassero modestamente, ma più efficacemente, a verificare le capacità (si dice competenze?) ortografiche, grammaticali, sintattiche e di elementare calcolo numerico dei bambini - e diciamo pure dei ragazzi! - non renderebbero davvero un gran servizio alla scuola? Non sarebbe questo il modo più efficace di verificare i "livelli di apprendimento" e anche di "valutare" l'efficacia dell'insegnamento? (non dirò impartito o somministrato, perché l'ex-cathedra appartiene di diritto soltanto a pedagogisti e valutatori).
Credo di aver dato prova di difendere a spada tratta la funzione dell'insegnante, naturalmente di quelli bravi, non di quelli che si nascondono dietro l'ideologia delle competenze per smantellare l'-
ortografia.
E invece di fare qualcosa che serva per una valutazione vera e utile tocca sorbire, oltre ai test di interpretazione letteraria somministrati dall'-
Invalsi, anche le sparate retoriche sulla valutazione oggettiva e ora addirittura dotti articoli di analisi statistica dei dirigenti dell'-
ente.

giovedì 10 maggio 2012

PUNITI GLI INSEGNANTI CHE INSEGNANO


Il Periódico di Andorra informa che una docente della Scuola spagnola dell’infanzia del Principato è stata cacciata per aver insegnato a leggere e a far di conto ai suoi alunni. L’imputazione a suo carico è che bambini di 4 e 5 anni sappiano già leggere, fare somme e sottrazioni e stiano perfino apprendendo a scrivere (il che in India e in molti paesi asiatici è un obbligo). I genitori dei bambini hanno fatto ricorso all’ambasciata spagnola sostenendo che in Spagna sono richiesti minimi educativi ma non è definito alcun massimo. Un ispettore ha respinto il ricorso, confermando la cacciata dell’insegnante. Le si è generosamente concesso di completare il corso di quest’anno a condizione di abbassare il livello dell’insegnamento…
Sarebbe un grave errore accantonare questa vicenda come un episodio folkloristico. Essa è la logica conseguenza di un andazzo che va avanti da anni in gran parte dell’occidente e che mira a trasformare la scuola in una “comunità di apprendimento-intrattenimento” in cui gli insegnanti sono ridotti a “facilitatori”, a fornitori di un servizio di supporto nel quadro di un variegato complesso di attività in cui l’insegnamento disciplinare è l’ultimo degli obbiettivi (se pure lo è) e in cui il primo degli obbiettivi è lo svago e attenersi a standard minimi senza stancare.
Non a caso si è aperta da noi la discussione se diminuire o sopprimere i compiti a casa, sull’onda di un’iniziativa di genitori francesi che, stressati dallo stress dei figli, hanno proclamato che i compiti “fanno male” e impediscono le “attività alternative”. Questo dibattito ha messo in luce la schizofrenia di proclamare come valore assoluto l’“autonomia” scolastica e poi voler definire per decreto se e quanti compiti vanno dati, sottraendo all’insegnante un aspetto importante della sua libertà educativa. Ma questo è niente a fronte dei discorsi surreali sull’insegnamento “capovolto”: niente spiegazioni in classe, si studia a casa con videoregistrazioni e su internet (meglio se in gruppo) e poi a scuola l’insegnante si limita a facilitare l’applicazione delle conoscenze trasformandole in “competenze”. È la scuola vista come “web community” in cui tutto viene costruito “dal basso” con materiali e metodi “accattivanti”. Sembra che da noi tutto ciò piaccia molto al ministro Profumo. Il ministro Fornero si lamenta che i nostri giovani non sappiano leggere, scrivere e far di conto: farebbe bene a rivolgersi al collega di governo. Nell’orgia della trasformazione della scuola del sapere in quella del “saper fare”, dell’insegnante nel senso di Hannah Arendt – «che si qualifica per conoscere il mondo e istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la responsabilità» – non resta nulla. Certo, gli insegnanti non sono tutti santi e impeccabili. Ma non si ripete di volerli sempre più qualificare, esaltare la loro funzione, restituirle dignità? Il modo corretto per farlo sarebbe di trasformarli in dipendenti di terz’ordine doppiamente subordinati al dirigismo ministeriale e alle idiosincrasie dell’“utente”?
È proprio quel che propone la legge sull’autogoverno delle istituzioni scolastiche recentemente approvata dalla commissione istruzione della Camera. Essa è centrata sull’idea di trasformare le scuole in istituzioni “autonome” e legate al territorio, come se questo fosse di per sé un toccasana. Ma l’unica autonomia che questa legge non garantisce, o piuttosto annulla, è quella degli insegnanti. La scuola sarebbe gestita da un consiglio dell’autonomia presieduto da un genitore – scelta bizzarra visto che la componente genitoriale è la più transeunte di tutte. Il consiglio prevede una presenza paritetica di genitori e insegnanti, con l’aggiunta di rappresentanti di «realtà» culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi nonché degli studenti (per le scuole superiori) e quindi mette i docenti in minoranza. Alla funzione docente si riserva la «piena libertà» di programmare e attuare l’attività didattica, ma di fatto la si toglie, subordinandola da un lato alle direttive ministeriali (alle indicazioni, agli standard nazionali, alla certificazione delle competenze e alle innumerevoli prescrizioni) e dall’altro a interessi particolari, in quanto deve attenersi «alle linee educative e culturali della scuola» da negoziare con genitori, studenti e le famose “realtà”.
 Se già la scuola è ridotta a un emporio di attività frammentate è facile immaginare a cosa verrebbe ridotta da questa legge trasversale, frutto di due debolezze politiche che, sorreggendosi a vicenda come due zoppi, hanno realizzato il capolavoro di accoppiare una visione aziendalista con una demagogia assembleare, in salsa di costruttivismo. Se questi sono i capolavori che riescono a partorire le forze politiche allora non c’è da stupirsi se il paese è in mano alla tecnocrazia e al ribellismo protestatario.

(Il Giornale, 9 maggio 2012) 

giovedì 3 maggio 2012

Una replica


Leggo sul “Il Fatto Quotidiano” una replica al mio articolo sull’Europa. Si dice che l’eurocrazia non esiste perché di fatto tutto è deciso da politici nazionali e dai governi nazionali. La prima parte è ovvia. Qualsiasi politico in Europa è “nazionale” - francese, tedesco, italiano, spagnolo, ecc. Bella scoperta... Ma che i politici si distinguano tra quelli “nazionali” e gli eurocrati bisogna essere miopi come una talpa per non vederlo. Soprattutto in Italia, con il presidente del Consiglio che abbiamo... Può darsi un esempio più evidente di eurocrate? È una persona che ha dichiarato che le crisi sono benvenute perché costringono a cessioni di identità nazionale...
Quanto al fatto che le decisioni siano prese dai governi nazionali, beh, ci vuole un bel coraggio a dirlo, nel mezzo di una crisi in cui le decisioni nazionali sono espropriate da quello che “chiede l’Europa”. Si può poi discutere se oggi “quel che chiede l’Europa” coincida in larga misura, o del tutto, con quel che chiede la Germania, ma questo è un altro par di maniche. 
D’altra parte, dire che le politiche dell’istruzione le fanno i governi nazionali, è il colmo. Chissà cosa sono le competenze di Lisbona?... Evidentemente c’è gente che non ha mai messo piede in un ministero e non si rende conto che ormai non si può pronunziare una sola parola senza sentirsi dire: «Lo chiede l’Europa... Occorre che il documento sia conforme alla direttiva europea n. 123456789... Questo documento è inaccettabile perché contraddice Lisbona», ecc. ecc. ecc.
E poi. Chissà chi ha deciso che la pala per la pizza a legna deve essere di metallo? Il governo italiano?
L''' articolista ce l' ha con le identità nazionali. A seguire il suo ragionamento bisognerebbe procedere rapidamente verso un governo mondiale, altrimenti restare nei confini europei farebbe cilecca: non è stata proprio l' Europa ad attentare alle identità di mezzo mondo? Le vie delle utopie sono infinite.
L’articolo - che pure da ragione al mio su vari punti - conclude proponendo che si proceda alla costruzione di una cultura europea, per esempio scrivendo dei libri di storia europei per la scuola... Ci manca soltanto questo. Già i libri di storia di stato "nazionali" sono quanto di più aberrante si possa concepire. Se passiamo ai libri di storia “europei” (scritti da chi? su delega della Presidenza dell’Unione Europea?) siamo alla follia totale. Si parla di un manuale di storia “condiviso”... Condiviso su che basi? Chi deciderà che è condiviso? Un comitato tecnico-culturale comunitario? Van Rompuy? O una versione in salsa europea della Ceka? Il manuale di storia europea ufficialmente condiviso... roba da pazzi...
Non si potrebbe dare un esempio migliore di come questa fasulla e sgangherata costruzione europea abbia fatto perdere la bussola a troppa gente.

martedì 1 maggio 2012

LA MISERIA DI ERASMUS



“Europa, forza gentile” è il titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata.
Oggi, la formula della “forza gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante: bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso.
Dunque, la “forza gentile”, la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più scatenato sinistrismo “liberal”.
Certo, nell’anno in cui uscì il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono, simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese” intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante, poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco – ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione politica era impensabile.
Non si trattava in fondo di inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il “programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche imparando alcune delle lingue principali del continente.
Il mio amico francese enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua (l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza. È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee “portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia, Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue “fondamentali”.
Ma il realismo non è stato, e sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti – l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe legate dalle regole comunitarie.
Basta guardarli quei biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes, di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”. L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”…
Sono ben noti gli effetti grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano.
Prendiamo il caso del programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno, di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada. Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf? Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a Barcellona o a Berlino».
Inutile dire che i giovani europei non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro, e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto “competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006.
Lo abbiamo detto: la via maestra per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità. Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche: infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva, scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la «cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa.
Ricordiamone rapidamente l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4) competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione culturale.
Chiunque può leggere i documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla: parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza – l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale, nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale, scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante dell’identità europea. Nulla di nulla.
Come accade sempre, il vuoto concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il “saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti.
Si è così prodotto un fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e architettoniche.
Questa è la “forza gentile” che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea.
(Il Foglio, 25 aprile 2012)

venerdì 27 aprile 2012

Per il nuovo antisemitismo l'antidoto del presente


Siamo in tempi di dittatura delle statistiche in cui si crede a tutto purché sia espresso in numeri. Quando si legge che il 44% degli italiani sarebbe ostile agli ebrei ci si chiede che cosa s’intenda per “ostilità” e quali domande siano state fatte per arrivare a questa cifra esplosiva. Il numero degli atti di antisemitismo verificatisi in Francia nel 2011 è impressionante, ma occorrerebbe analizzare la natura di questi atti e verificare se non si siano aggregate vicende di importanza diversa. È tuttavia indiscutibile – se solo si pensa alle vicende francesi, al caso Günther Grass, ai segnali provenienti dall’Ungheria – che stia montando in Europa un antisemitismo di proporzioni mai viste da mezzo secolo. Ma il modo con cui si sta affrontando il fenomeno è insoddisfacente.
Tanto per cominciare, sarebbe opportuna una moratoria sulle statistiche per affrontare invece il compito di analizzare i processi sociali e politici che determinano il diffondersi di una rinnovata ostilità contro gli ebrei. Può sembrare una proposta ovvia, ma è un compito che viene per lo più eluso. Come osservò André Neher, la lezione della storia è che gli antisemiti «dispongono di un guardaroba inesauribile: vi trovano la maschera appropriata all’hic et nunc del loro folle ruolo». Ma è proprio l’hic et nunc – il contesto politico e sociale presente – che viene quasi sempre evitato per rifugiarsi dietro la deprecazione del passato. Se era paradossale che negli anni trenta la piccola minoranza ebraica fosse imputata di tutte le disgrazie dell’Europa, ora che questa minoranza è evanescente il paradosso è esplosivo: è l’odio per chi non c’è. La storia passata insegna a ricercare nell’hic et nunc le modalità con cui si ripropone il tentativo di scaricare su una minoranza le colpe di tutti i mali di cui soffre la società. In analogia con quel che accadde negli anni trenta, sta tornando di moda additare gli ebrei come i burattinai della finanza speculativa che provoca la crisi economica e il suo corteo di sofferenze. Ma c’è qualcosa di molto più serio: si tratta della crisi di orientamento delle leadership europee di fronte al declino dell’influenza mondiale del continente e alla sfida che viene dall’altro lato del Mediterraneo, in particolare con il fenomeno dell’immigrazione. L’attentato di Tolosa è il tragico simbolo di questa sfida, la quale invia un segnale preciso: rompete con Israele, abbandonate gli ebrei al loro destino, contrattate le basi di una società multiculturale che contempli zone franche per la legislazione islamica, e avrete la pace. La scelta dell’obbiettivo ebraico punta con perversa lucidità a riaprire la ferita ancora purulenta dell’antisemitismo. Se le classi dirigenti e i ceti culturali influenti in Europa non capiranno che respingere il ricatto equivale a respingere il tentativo di distruggere i fondamenti della democrazia liberale, non saranno soltanto gli ebrei a soffrirne ma l’Europa subirà il secondo colpo distruttivo, dopo quello di mezzo secolo fa.
Questa tematica è in cima all’agenda, ma di grande importanza sono i compiti che spettano a chi vuole combattere il nuovo antisemitismo, e in particolare all’ebraismo europeo. Avanziamo un appello: basta con l’overdose di “memoria”; dimagriamo radicalmente la Giornata della Memoria; nelle scuole si parli dello sterminio degli ebrei durante le ore di storia e si limitino al massimo gli “eventi” (che qualcuno ha chiamato con lapsus freudiano “feste della Shoah”). Si moltiplichino piuttosto le iniziative volte a conoscere la cultura ebraica e a valorizzare tutto ciò che lega profondamente per il passato e per il futuro il mondo ebraico alla civiltà europea. Viceversa, non c’è nulla di tanto insopportabile quanto una presenza che si presenti esclusivamente sotto la veste di vittima il cui ruolo è di suscitare sensi di colpa anche a chi colpe non ha. Non potrò mai dimenticare un “evento” della Giornata della Memoria cui partecipai assieme ad alcuni politici e intellettuali che gareggiarono non per spiegare a duecento adolescenti la vicenda del razzismo nella sua complessità storica, ma per gridare che l’Italia è stato un paese di assassini e di cinici, peggiori dei nazisti, e che questo passato spiega perché l’Italia di oggi sia un paese orrendo. Vedendo i volti turbati dei ragazzi mi chiesi quanti antisemiti erano stati generati da quei comizi. E decisi che, quantomeno per il mio modesto ruolo, d’ora in poi avrei combattuto l’antisemitismo come italiano tra gli italiani, come un italiano ebreo di oggi, e non come testimone di una colpa. La gravità della situazione non consente di insistere su questo devastante errore: poniamovi fine una volta per tutte.
(Avvenire 27 aprile 2012)