mercoledì 27 maggio 2009

Il merito in cattedra per salvare la scuola

Il grido d’allarme dei presidi italiani sul “merito negato” a scuola («Vietato premiare, vietato punire: noi presidi frustrati») ha offerto un’altra vivida pennellata di una realtà che ci perseguita quotidianamente e che si riassume in una frase inquietante: «chi tocca i fili del merito nella scuola muore». È una situazione tanto grave che i principali attori – insegnanti, presidi, famiglie, sindacati, associazioni professionali – dovrebbero sentirsi chiamati a rispettare il precetto più violato: badare in modo primario all’interesse generale mettendo in secondo piano quello personale o del gruppo che si vuol rappresentare.
Delineare come possa essere riportato al centro della scuola il principio del merito richiederebbe di entrare in questioni anche normative delicate e complesse. Tuttavia, ci si può limitare a enunciare alcuni punti generali che gravitano attorno a due questioni: autonomia e valutazione.
Nessuno può mettere in discussione il valore del principio dell’autonomia e sognare assurdi ritorni centralisti. Ma sarebbe poco responsabile non vedere certe direzioni sbagliate che ha preso l’applicazione dell’autonomia. Dei guasti prodotti in ambito universitario si è molto parlato. Nel caso della scuola il giusto principio che un istituto possieda libertà di organizzazione e di proposta didattica è deragliata nell’idea che l’istituto sia un’azienda in lotta con altre per affermarsi in una contesa commerciale. Ne è derivata una corsa al ribasso, ovvero a chi offre condizioni migliori all’“utenza” (la famiglia) accelerandone la propensione a farsi sindacato dei figli. È vano parlare di merito se si dimentica che l’istruzione è una funzione educativa sociale che ha parametri suoi propri. In parole povere, cosa significhi sapere la matematica non si definisce in funzione della “soddisfazione dell’utente” che, in tal caso, non potrebbe che essere la pretesa di ottenere il miglior voto col minimo sforzo possibile. Connesso a questo errore è quello di pensare al preside come a un “manager” che gestisce la scuola in base a meri criteri di efficienza e di successo nella concorrenza. Il preside deve essere e restare un insegnante partecipe fino in fondo della funzione educativa e deve valutare il successo dell’istituto rispetto a un unico obbiettivo: far acquisire agli allievi una buona istruzione e un buon metodo di studio.
La preside Carla Sbrana del Liceo Classico “Giulio Cesare” di Roma lamenta giustamente l’impossibilità di premiare il merito dei docenti e di dover subire «estenuanti trattative con la rappresentanza sindacale interna» per distribuire i soldi del fondo incentivante a chi, in fin dei conti, non ha tanto insegnato meglio, quanto ha fatto un “progetto” in più. L’emergenza dovrebbe suggerire di sospendere per un congruo periodo – e di non riattivare se non dopo un accurato ripensamento – il sistema perverso dei “progetti” speciali che non soltanto ostacolano il premio del merito effettivo, ma relegano sempre più ai margini i contenuti centrali dell’insegnamento riducendo la scuola a un caravanserraglio delle iniziative più disparate e spesso di dubbio valore culturale. Oltre a essere il carburante di un sistema clientelare, i “progetti” alimentano l’ideologia secondo cui occorre smantellare l’assetto disciplinare nella scuola. Pochi sanno che c’è chi predica un’ideologia “olistica” secondo cui non debbono esistere più né le discipline, tutte integrate in un polpettone di conoscenze-competenze, né ore dedicate a specifiche materie. Niente più campanella oraria. Ogni mattina, la “comunità educante” si dovrebbe aggregare attorno a tematiche liberamente scelte: in un angolo un gruppo studia la rivoluzione francese, in un altro si studia l’algebra, in un altro si fa musica. Fortunatamente questo paese dei balocchi non si è ancora imposto legislativamente ma i suoi fautori vedono nei “progetti” il cavallo di Troia della disgregazione della struttura scolastica per conoscenze e discipline. Le cattive interpretazioni del giusto concetto di autonomia si riflettono anche nell’abuso dei piani di offerta formativa fino a contrabbandare attraverso lo sperimentalismo didattico nozioni prive di qualsiasi serio fondamento. Il tutto viene giustificato dall’idea che la scuola è un laboratorio, un perpetuo cantiere in ristrutturazione. Quando ti si dice che la decisione di insegnare una bestialità come la “legge dissociativa dell’addizione” dipende dalla decisione dell’interclasse siamo a un passo dalla follia di attribuire all’interclasse la delibera se il teorema di Pitagora sia giusto oppure no. Dovrebbe essere chiaro che l’autonomia didattica può essere tanto maggiore quanto più i contenuti dell’insegnamento sono definiti sulla base di standard rigorosi e culturalmente seri.
Questo discorso porta naturalmente a quello della valutazione. Anche qui i fraintendimenti del senso dell’autonomia hanno prodotto guasti, facendo addirittura credere che la scuola possa gestire il processo di formazione degli insegnanti da sola, come se un medico non fosse in primo luogo un laureato in medicina e un professore di filosofia un laureato in lettere e filosofia. La sacrosanta esigenza di formare insegnanti non soltanto forniti di conoscenze adeguate ma dotati, attraverso l’esperienza sul campo, di capacità didattiche, pedagogiche e relazionali, non significa pensarli come una corporazione di artigiani. Né si può pensare che gli insegnanti sia esenti da ogni valutazione. Anche qui non è possibile entrare nei dettagli, ma è difficile contestare il principio generale che la carriera degli insegnanti debba articolarsi in livelli da raggiungere sulla base di verifiche di merito. Al riguardo, occorre guardarsi da due idee parimenti sbagliate: quella di affidare interamente il processo di reclutamento e di valutazione alla figura isolata del preside, che può essere soggetto a pressioni clientelari o peggio; quella di costruire un processo di valutazione interamente basato su parametri quantitativi e su algoritmi, magari applicati meccanicamente da un preside manager, addirittura non insegnante o da “esperti scolastici” che non hanno mai insegnato per un’ora. Sono troppo evidenti i disastri provocati da questi pessimi sistemi di valutazione pretesamente oggettivi e, avendo spazio, potrei darne esempi clamorosi. Ritengo che il processo di valutazione debba farsi mediante sistemi di ispezioni condotte da commissioni miste di docenti di altri istituti, docenti in pensione, dal preside e da ispettori ministeriali.
Concludo con un’altra osservazione generale. Il nostro sistema dell’istruzione – sia universitario che scolastico – è un sistema profondamente ingessato in quanto è basato sul principio della staticità e inamovibilità nelle varie posizioni. Chi entra in una scuola tende a restarvi per tutta la vita per insegnare sempre le stesse cose e allo stesso modo, chi fa il preside lo farà per tutta la vita, chi assume una volta una funzione qualsivoglia è spinto a farsela riconoscere come funzione professionale a vita. È in qualche modo la controfaccia del problema del precariato. Ma un conto è la giusta aspirazione a un posto di lavoro stabile, altro conto è l’idea che questo posto diventi la poltrona su cui si resta seduti per tutta la vita. Occorre che il sistema promuova una dinamica di carriera, stimoli l’assunzione di funzioni diverse, e imponga la riqualificazione continua. Insegnare significa anche studiare per tutta la vita, migliorarsi continuamente per migliorare gli altri. Il merito e la conquista di livelli sempre più elevati, debbono essere la stella polare per ogni attore della scuola: insegnanti, studenti e famiglie.
(Il Messaggero, 27 maggio 2009)

27 commenti:

Caroli ha detto...

Il discorso del preside - manager che non ha mai insegnato un'ora mi ha fatto riandare con la mente a quanto mi dicevano amici medici romagnoli - fatto confermato anche da un cugino, pure lui medico, romano - secondo cui responsabili delle unità sanitarie locali sono personaggi che potrebbero parimenti vendere bottoni o fare i cassieri in un luna park. Gente che non ha mai visto una sala operatoria o un ambulatorio. E tutti questi amici parlavano di questi personaggi con le stesse espressioni, talora anche colorite, sentite da altri amici, questa volta insegnanti, sui loro presidi. E che dire dei presidi (oggi, pomposamente, "dirigenti scolastici") che avevano, come unica referenza di insegnamento, quella all'asilo infantile? Ho presenti alcuni tristi casi.

Alessandro ha detto...

Notiziola ANSA molto interessante... Notate che "il disastro della scuola italiana", secondo gli autorevoli pedagoghi, è stato causato dal ministro Gelmini...

cliccare qui per leggere la notizia dal sito ANSA.it"Meritocrazia" per alcuni è veramente una parolaccia.
Molto meglio "demagogia"...

agapetòs ha detto...

Ma ce lo immaginiamo il pandemonio che farebbero i nostri sinistri-pedagogisti se fossero smantellati i progetti?
Ma intanto, perché non abolire il valore legale del titolo di studio? Il valore sostanziale non è più garantito, tanto vale fare un'operazione di verità, creando magari esami esterni al ciclo di studi, che certifichino un livello standard di conoscenze. Anche qui però, mi immagino già le strida...

Giorgio Israel ha detto...

Quello che nessuno dice ad alta voce ma molti sottovoce è che l'abolizione del valore legale dei titoli di studio è praticamente impossibile. Bisognerebbe rivisitare metà della legislazione italiana, tutte quelle centinaia e centinaia di leggi e disposizioni che dipendono dal valore legale. Si tratta forse della riforma più complessa tra tutte quelle che potrebbero essere fatte in Italia. E, se non si riesce a fare riforme più semplici, figuriamoci questa... Chiudere i progetti sarebbe infinitamente più semplici. E quanto al pandemonio... Soltanto per quel poco che è stato fatto sono già caduti in depressione.

Lucio ha detto...

Mi trovo d'accordo con molto di quello che il prof. Israel ha scritto sul post.
Abolire il valore legale del titolo di studio sarebbe un passo molto auspicabile, anche se davvero difficile da realizzare. A livello universitario aggiungerei anche l'eliminazione sei settori scientifico-disciplinari. Pure questo una chimera, visto quant'e' radicato questo sistema nella mentalita' dei docenti. Vedo invece, nel post, un'apertura verso la chiamata diretta, sia a livello scuola sia a livello universita'. Ma, certamente, non delegando tutta la responsabilita' al preside, ma (come succede in altri paesi) ad una commissione opportunamente istituita, forse solo interna, forse (ancor meglio) con la partecipazione anche di docenti di altre scuole (o addirittura prof. universitari).

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Giorgio Israel ha detto...

Sono d'accordo. L'abolizione dei settori scientifico-disciplinari sarebbe una gran cosa, una vera rivoluzione per l'università, comunque infinitamente più fattibile dell'abolizione del valore legale (che - la cosa mi irrita assai - tutti dicono ad alta voce di volere, e a bassa voce dicono essere impossibile).
Per la chiamata diretta, siamo chiari. In presenza di un processo di abilitazione serio, con tanto di prove (concorsi, li si chiami come si vuole, ma di valore nazionale), si può fare. Si pensa di farlo per l'università, fare le liste di idoneità nazionali su cui le università chiamano, come succede in Francia. Non è proibitivo pensarlo per la scuola. MA... MA... la scuola non è la stessa cosa. Un istituto scolastico è un ente piccolo e indifeso rispetto a un'università anche di modeste dimensioni. Non mi riferisco neppure ai rischi clientelari nell'assunzione diretta da parte del preside - comunque PRESIDE insegnante, e mai MANAGER - ma al rischio che le liste di chiamata le faccia la malavita organizzata. Lo voglio vedere il preside di certe scuole in certe zone che dice di no alla lista che gli perviene - magari stilata sulla base delle mazzette pagate dagli interessati. Chi gliela ripaga la macchina bruciata? Quindi una commissione non soltanto interna, ma composta dal preside, da membri interni, da docenti esterni, da un ispettore del ministero o USR che sia e da un docente universitario.
E poi lancio una pesante "provocazione": ma perché deve esistere la professione di preside a vita? Forse che il preside di facoltà o il direttore di dipartimento è a vita. Basta con la fossilizzazione. Fare il preside sia una funzione temporanea e un titolo acquisito da mettere in curriculum. Rotazione, rotazione e rotazione. Esercitare funzioni diverse è un bene, si acquisiscono esperienze che si poi si portano in altri contesti.

Lucio ha detto...

Lo voglio vedere il preside di certe scuole in certe zone che dice di no alla lista che gli perviene - magari stilata sulla base delle mazzette pagate dagli interessati.
Si, pero' qui entriamo in un capitolo diverso, quella della corruzione, della mafia (lei non cita esplicitamente questa parola, ma perche' non farlo?) e della malavita organizzata. Capitolo che purtroppo investe altri settori della vita sociale ben piu' pesantemente che la scuola ...

E poi lancio una pesante "provocazione": ma perché deve esistere la professione di preside a vita? Forse che il preside di facoltà o il direttore di dipartimento è a vita.
Assolutamente si. E cosi' come un preside di facolta', un rettore o un direttore di dipartimento sono cariche elettive (oltre che a termine), perche' non rendere elettivi anche i presidi delle scuole? Ah, fatta la domanda e trovata la risposta: perche' nelle scuole i docenti di ruolo sono troppo pochi, e quelli "mobili" forse non ha senso che votino.

Lucio Demeio.

Giorgio Israel ha detto...

1) Ma chi diamine ha paura di pronunciare la parola mafia? C'è anche la ndrangheta, la sacra corona unita e la camorra. E varie altre forme di malavita al nord. E poi il problema c'è, che apra un altro capitolo non toglie che la questione ci sia. Mica bisogna avere il cervello a compartimento stagno.
2) No la risposta non è quella. Provare a chiedere cosa ne pensano le associazioni dei presidi. Peraltro, il problema è che la tendenza va in senso opposto. Ovvero di introdurre il rettore e il preside di facoltà di mestiere. Perciò "assolutamente sì" ma siamo in pochi a crederlo, a cominciare dai sindacati.

Nautilus ha detto...

Per quanto riguarda l'abolizione dei progetti: assolutamente sì.
Il loro funzionamento, i tanti difetti e i dubbi pregi sono proprio quelli descritti dal prof.Israel.
Per quanto riguarda la valutazione:
"sistemi di ispezioni condotte da commissioni miste di docenti di altri istituti, docenti in pensione, dal preside e da ispettori ministeriali."
Sì, forse sarebbe meglio della valutazione da parte del preside o di quella basata su parametri quantitativi, ma anche così non si sa quanto sarebbe affidabile.
In realtà chi sa a perfezione quanto valga un insegnante sono coloro che ci stanno tutti i giorni insieme, cioè gli studenti. In secundis, i colleghi.
Si potrebbe costruire una valutazione basata su queste due componenti? Se si potesse (e magari è impossibile, non so) sarebbe la più vicina alla realtà.

Alessandro, per quanto riguarda la Gelmini: per ora ha prodotto essenzialmente tagli di spesa e una certa confusione e contradditorietà nelle direttive. I primi possono essere valutati positivamente o no a seconda che si considerassero sprechi o risorse, la seconda no.
Per il resto, vedremo.
La battuta che chi protesta "non sa dirigere" mi pare del tutto fuori luogo.

Giorgio Israel ha detto...

Non sono assolutamente d'accordo sulla valutazione da parte degli studenti. Se penso a quanto ero in grado di capire e valutare quando ero studente... La cultura e il sapere con la democrazia non c'entrano niente e volercela far entrare porta soltanto a fare demagogia. Chi valuta deve essere sempre qualcuno che ne sa ed ha esperienza almeno quanto te. Per questo sono assolutamente contrario alla valutazione affidata ai "tecnici".

Lucio ha detto...

Un chiarimento sulla mafia: non intendevo dire che lei avesse paura di menzionarla, e la mia frase non aveva il benche' minimo accento critico o polemico. Ed a parte questo, non credo sia una questione di avere il cervello "a compartimenti stagni"; ognuno fa il suo dovere e combatte in quel settore dove lavora ed opera, ma uno sguardo piu' generale non guasta mai.

La valutazione da parte degli studenti ha i suoi pro ed i suoi contro. I contro li ha gia' espressi lei, e sono quasi inattaccabili; ma, detta molto sinteticamente, chi meglio di colui che ascolta sa se l'oratore lo fa addormentare sulla sedia invece di interessarlo all'argomento?

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Nautilus ha detto...

"Se penso a quanto ero in grado di capire e valutare quando ero studente..."

Gent. professore, non sa come mi stupisce questa affermazione.
Alle medie inferiori e superiori ho sempre saputo con assoluta certezza e una buona dose di precisione quali erano gli ins. bravi, quelli nella media e quelli scadenti. E a distanza di tanti anni e conoscenza non ho cambiato idea, semmai insegnando ho potuto capire ancora di più le difficoltà che dovevano superare e apprezzare di più quelli che son riusciti a darmi qualcosa che valeva davvero.
Si parla tanto di corsi di formazione post-laurea,come se l'aspirante insegnante venisse dalla Luna e non avesse invece passato quasi tre lustri di fronte a una cattedra, provando sulla propria pelle ogni giorno la validità o meno di chi gli faceva lezione.
Personalmente la mia formazione l'ho ricevuta sui banchi di scuola: i primi giorni d'insegnamento, digiuno di esperienza, non ho fatto altro che riferirmi ai migliori esempi fra quanti avevo incontrato sul mio cammino scolastico.
Ancora più importante, da molti altri avevo imparato come NON si insegna, cercando di evitare per quanto nelle mie forze il difetto peggiore di un docente, citato da Lucio: far addormentare la classe anzichè interessarla. Puoi essere supercompetente, se non t’ascoltano è inutile.
Le posso anche assicurare che le mie sensazioni erano condivise dai miei compagni, ma poi che parlo a fare, sono sicuro che anche lei ha fatto queste esperienze, così comuni a tutti gli studenti.
Tutto ciò, spero sia chiarissimo, con la "democrazia" non c'entra nulla, non si tratta di chieder l'opinione degli studenti in nome di un principio, ma perché secondo me sono i più esperti di tutti sul conto dei propri insegnanti, alla lunga è difficilissimo imbrogliarli.
Che poi sia un metodo che può diventare un’arma letale nelle loro mani e quindi sia in pratica inattuabile, è un altro discorso.

Barbara ha detto...

Se il principio dell’autonomia non può essere messo in discussione, se un ritorno centralista sarebbe un sogno, allora non capisco come sarà possibile ricomporre il puzzle.
L’autonomia ha guidato la scuola verso due direzioni:
1) La negazione del valore di un patrimonio culturale comune e il frantumarsi delle finalità educative e dei percorsi in forme di localismo, giustificate dalla necessità di difendere e valorizzare il patrimonio culturale, artistico e storico del territorio, giustificazione che in realtà nasconde ragioni inconfessabili. Ecco allora il moltiplicarsi dei progetti sul tamburello sardo, le orecchiette alla pugliese, le olive all’ascolana, la mazurca... Lo scorso anno ero in quinta elementare e mi volevano imporre un progetto-concorso su alcuni personaggi della città, nemmeno tanto famosi. Non si trattava tanto di studiarne le biografie, cosa che, oltre a risultare inadatta e forzata per un bambino di dieci anni, non interessa sostanzialmente a nessuno. Il punto era, invece, fare ricerche, realizzare cartelloni e plastici, allestire una piccola mostra, lavoro vano che richiede il tempo di circa un mese e mezzo. Per dedicarmi ad un aspetto marginale della mia città, ero costretta a togliere tanto tempo alla geografia. Dovevo decidere quale parte dell’Italia eliminare: il nord, il sud o il centro? Insomma, quali delle regioni italiane non era degna di essere conosciuta? Mi sono testardamente opposta e rifiutata. Pago ogni giorno le conseguenze del mio inaccettabile comportamento.
2) Il contemporaneo imporsi di un mega polpettone di nome multiculturalismo-rispetto-del-diverso, in cui tutte le tradizioni, i costumi, le culture, le religioni hanno diritto di cittadinanza, tranne il nostro. Basta leggere un libro di testo delle elementari: ci sono poesie cinesi, feste musulmane, piatti africani... Ma guai a nominare il Bambin Gesù o a riportare una poesia di Pascoli o Leopardi. E, chiaramente, abbondano i progetti sull’accoglienza, le abitudini dei rom, la valorizzazione dell’altro e temi generici, sempre affrontati in modo squisitamente ideologico, come “la cattedra itinerante della pace”.

Leali per Tossicia ha detto...

A mio avviso, la scuola dovrebbe tornare ad essere un fattore di promozione sociale, in modo che i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi [economici], possano raggiungere i gradi piu` alti degli studi [e contribuire al progresso sociale, al bene pubblico, al buon funzionamento della nostra democrazia].

Ma questa idea di societa` [dove i singoli hanno ambizioni da raggiungere attraverso lo studio e il lavoro onesto] e di scuola [fattore in tutto questo virtuoso processo] non c'e` piu`.

L'idea di societa` che si dispiega davanti ai nostri occhi e` ben diversa, e quella di scuola ne e' il riflesso.

Le cose che Lei ha raccontato su questo blog, riguardo i progetti (dis)educativi proposti nel Regno Unito, confermano queste riflessioni.

Barbara ha detto...

Riguardo alla valutazione dei docenti, se si comincia dalla fine piuttosto che dal principio, si rischia di combinarla veramente grossa. Credo che ci siano delle priorità da affrontare secondo un ordine cronologico:
- impedire la scuola-progettificio;
- ridisegnare l’impianto programmatico, riportando in auge alcuni contenuti irrinunciabili;
- solo dopo pensare alla valutazione. Se no, in mezzo a questa giungla, cosa diamine verrà valutato? Inoltre, bisogna tener presente che quello del docente è un lavoro molto particolare, complesso, delicato, non facilmente misurabile. Si possono valutare le conoscenze possedute, e questo è essenziale, ma senza dubbio non è tutto, in particolare in una scuola come quella elementare.

IL LAICISTA ha detto...

Sono d'accordo praticamente su tutto, ma in particolar modo su i seguenti punti:

"L’emergenza dovrebbe suggerire di sospendere per un congruo periodo – e di non riattivare se non dopo un accurato ripensamento – il sistema perverso dei “progetti” speciali che non soltanto ostacolano il premio del merito effettivo, ma relegano sempre più ai margini i contenuti centrali dell’insegnamento riducendo la scuola a un caravanserraglio delle iniziative più disparate e spesso di dubbio valore culturale."

"Vietato premiare, vietato punire..."

La verità di queste due citazioni la verifico da anni praticamente tutti i giorni, pagandone il prezzo sia dal punto di vista della preparazione (si fa per dire) dei miei ragazzi sia dal punto della loro formazione.
Vedere la scuola che premia chi non studia e impedisce agli altri alunni di farlo è una pena enorme.

Mi fermo qui perché l'amarezza mi fa desistere dall'andare avanti e poi parlare dei fatti personali non è elegante, si dice.

Continui così.

P.S.:
per quanto a volte le sue idee non mi trovino consenziente, devo dire che le sue posizioni sulla scuola mi paiono il miglior antidoto contro la deriva lassista che pervade tutta (o quasi) la nostra società.

Lucio ha detto...

Sinceramente credo che la situazione con i progetti sia molto diversificata da scuola a scuola, da preside a preside, forse da regione a regione, non so. A leggere i commenti di Barbara e di qualcun altro, non mi ci ritrovo proprio. La mia esperienza di genitore (il mio secondo ed ultimo figlio fa ora la 5. elementare, quindi siamo quasi fuori) non e' stata cosi' brutta. I progetti c'erano e ci sono, ma sono in gran parte relegati alle ore di rientro nei pomeriggi, o, se fatti in orario curricolare, non tolgono un grande spazio all'insegnamento delle materie piu' importanti. Mettendo assieme i percorsi di entrambi i figli, e quindi anche dell'esperienza del mio maggiore alle Medie, ho visto cose molto interessanti. Ore di laboratorio dedicate alla logica, alla matematica (con l'uso di Cabri', per chi lo conosce), alla poesia, alla musica o al giornalismo. Non mi pare poi cosi' male. E senza bisogno di tagliare qualche regione. Certo, c'e' stato anche un "piccoli chef", che se non altro ha insegnato qualche rudimento di cucina a qualche bambino. Ma tutto nell'orario "non-curricolare".

Se c'e' pero' un progetto che taglierei subito, e che reputo un'idiozia assoluta, e' "Ali per volare". Chi lo conosce, sa di cosa parlo.

Mi associo invece al commento di Nautilus sul come si insegna ad insegnare: ricordando il tempo passato sui banchi, e seguendo l'esempio di quei docenti che ci hanno trasmesso qualcosa, magari adattandolo al nostro stile personale.

Cordialmente,
Lucio Demeio.

terminus ha detto...

Prima di tutto anche io sono daccordo sul fatto che prima di tutto bisognerebbe azzerare la scuola-progettificio, quella che molte volte la trasforma in agenzia di viaggi (di istruzione???) oppure in circolo ricreativo oratoriale. Poi è indispensabile la riforma dei programmi e solo dopo avviare la valutazione (indispensabile) del docente.
Ho sempre chiesto al DS e non solo io di ritornare a fare l'insegnante in classe, perchè quella è la mia professione.

saluti Antonello Tinti

Gianfranco Massi ha detto...

Intervengo in questo interessante dibattito soltanto per sottolineare la mia condivisione con Caroli sul preside/manager Sono l' ultimo ad avercela con i manager, io stesso scelsi questa professione anziché quella dellì insegnante, che pure mi attraeva.
Non posso tollerare che un preside, per valere, debba essere manager. Cioè "a man who gets risult through other peaple", secondo la definizione dei tanti corsi di "gestione delle risorse"umane e materiali.
L' idea del preside/manager potrebbe essere stata partorita in uno dei tanti "egghead meeting" dei tanti conulenti descritti nel libro del professore Israel, insieme a tante altre americanate. Comunque la ritengo Un' idea contraria alle più nobili tradizioni della Scuola.

Caroli ha detto...

Grazie, Massi. E un preside-manager ex insegnante di asilo in un liceo scientifico è anche peggio del peggio che si possa immaginare.

A proposito dei "progettifici", dico che neppure un ufficio progetti aziendale (ho una vasta esperienza in materia) è pensabile come tale. Non si arriverebbe da nessuna parte, e la redditività del lavoro andrebbe a pallino, in una con le motivazioni della malcapitata gente costretta a starci dentro.

Barbara ha detto...

La scuola progettificio, non solo non ci porta da nessuna parte, ma siccome è entrata a far parte del vasto regno dell'apparenza, diventa un diabolico motore che genera invidie, gelosie, pietose liti da pollaio.
Una volta le maestre si mettevano in competizione per dimostrare di essere le più brave a preparare gli alunni. Facevano a gara per insegnare meglio a scrivere, a leggere, a studiare.
Oggi, invece, ci si becca per il plastico più sensazionale, per l'idea più originale, per la tecnica grafica più sbalorditiva.
Sembra incredibile, ma la nostra scuola è scesa davvero tanto in basso.

vanni ha detto...

Un commento arrendevole e poco impegnato: cercherò di scivolare via, perché vedo che su questo blog tira una gran brutta aria per i cosiddetti manager, sui quali piombano "niet" in lettere maiuscole (e non solo qui: ho letto ultimamente un fondo di Marcello Veneziani che faceva a brani l'idea della gestione - gestione è parola che non mi è mai piaciuta - manageriale degli istituti scolastici; ma faceva a brani anche gli attuali presidi-dirigenti con la loro conduzione). Quindi vedrò di non insistere sull'importanza della qualità delle persone e sulla chiarezza degli obbiettivi da perseguire, anche perché temo che l'accettazione di mere figure manageriali potrebbe spalancare le porte al malcostume politico e clientelare.
Mi rimarrà per sempre la curiosità di sapere che cosa avrebbe potuto combinare un Enrico Bondi nel rettorato di qualche Università, magari non a Siena a caccia di soldi, ma – che so – alla Sapienza di Roma , dove ci sono anche ottimi docenti.
E prima di ritirarmi per sempre nella mia frustrazione, se mi è consentita una ignobile e provocatoria curiosità, inoffensiva però, mi chiedo pure: che potrebbero combinare per esempio Caroli e Massi, fuor di dubbio entrambi in odore di qualche managerialità, messi alla frusta alla guida - tanto per farsi le ossa - di qualche istituto primario o secondario? Chissà... meglio di un pedagogista?

Lucio ha detto...

Forse la questione del preside-manager si puo' risolvere con un piccolo compromesso o, se volete, con un pronunciamento salomonico.

Non c'e' dubbio che un preside di un istituto scolastico di qualunque livello, dall'asilo (non si chiama preside, vabbe', passatemela) alla facolta' universitaria DEVE avere doti di bravo amministratore. Deve saper gestire un ente pubblico, mi pare fuor di dubbio.

Ma e' anche vero che un bravo amministratore o un bravo manager deve conoscere a fondo finalita' e meccanismi dell'ente che si trova ad amministrare. Nella fattispecie, deve avere esperienza scolastica, intendo fatta da insegnante.

E' un po' come il direttore di un'orchestra sinfonica o il direttore artistico di un teatro: deve saper gestire, ma deve anche conoscere la musica e, possibilmente, saper suonare piu' di uno strumento.

Cordialmente,
Lucio Demeio.

chia ha detto...

Professore ci sono novità sulle nuove classi di insegnamento? Spero non sia vero l'accorpamento dei laureati in chimica e biologia nell'insegnamento delle famose scienze integrate che sono rimaste nei piani di studio. Che merito ci potrebbe mai essere nell'essersi laureati in chimica e nell'insegnare biologia o geografia astronomica e viceversa nell'essersi laureati in biologia e nell'insegnare chimica?. Le scienze integrate sono ormai ovunque a parte il liceo tecnologico. Questo significa che la battaglia contro le scienze naturali e scienze integrate è stata persa e ci ritroveremo ad avere prof laureati in una disciplina che ne insegnano un'altra e diversissima (come lo sono biologia e chimica)? Poi dopo non ci si lamenti dell'ignoranza degli studenti (non dei professori che semplicemente sarebbero costretti ad insegnare una materia che non è la loro).

Caroli ha detto...

Vanni, io non sono un manager, per fortuna. Sono un ingegnere progettista elettrico, con trascorsi nella progettazione meccanica (ha presente la Lamborghini Gallardo? Ma sì, quel bolide di 5 litri di cilindrata, 10 cilindri, eccetera eccetera? Ebbene, tra le tante crape che ci hanno cacciato dentro qualcosa, c'è anche la mia). E con un trascorso, peraltro piuttosto bello, da insegnante di elettronica/telecomunicazioni in un ITIS. E basta. Cioè, non basta, ho fatto altre cose. Ma non sono un manager nel senso che si dà normalmente a quella parola. Per fortuna. E non ho ambizioni di presiedere alcuna scuola. Per fortuna (ovviamente di insegnanti e studenti: mi conosco, mi conosco: sono oramai più di 50 anni che devo sopportarmi...).

Caroli ha detto...

Un'ultima cosa, sempre per Vanni: se sono "in odore" di managerialità, per cortesia, si turi il naso, che lo faccio anch'io.

junco ha detto...

Prof. Israel, c'è speranza che la futura scuola del merito non somigli a quella pensata dal Direttore della Fondazione Giovanni Agnelli?

“A quali principi ispirarsi per fare crescere gli stipendi dei docenti in modo non indifferenziato? Uno ovvio, ma disatteso in Italia, è dare più soldi a chi, oltre al solo insegnamento, si assume responsabilità di gestione quotidiana di una scuola o il coordinamento di specifici progetti. Oggi ciò avviene in misura irrisoria”. [...]
“A chi spetta il premio retributivo assegnato in base al «valore aggiunto»? Al singolo insegnante o a tutti i docenti di una scuola che realizza buoni e misurabili progressi? Noi crediamo che il progresso scolastico sia innanzitutto frutto di un lavoro di squadra”.
(Andrea Gavosto, “Corriere della Sera”, 29 giugno 2009).

Per chi insegna davvero, queste sono proposte che demotivano l'impegno. Già da anni, vediamo analfabeti progettisti e coordinatori di progetti, che disertano le aule (dove non sanno che fare) e si beccano un bel po' di soldini, come premio al nulla. Mentre chi lavora nelle aule, sotto il profilo retributivo, fa la figura del fesso.
Il “lavoro di squadra”, poi, è quanto di più retorico e aziendal-sindacalistico si possa evocare. Gli insegnanti che formano, che educano, sono individui, non fanno parte di nessuna squadra. A meno che i docenti non facciano parte di quella squadra che gestisce i meravigliosi “progetti” educativi. E il gatto si morde la coda. Viziosissimo circolo.