martedì 19 aprile 2011

LA SCUOLA "PROGRESSISTA". SENZA VOTI, LIBRI E PROF

Con una postilla interpretativa marxiana...

Dopo il successo di pubblico del libro di Paola Mastrocola (“Togliamo il disturbo”) sembra diffondersi sempre di più la consapevolezza che, per arginare il disastro della scuola, occorra battere con decisione la via del rigore, della serietà e della qualità degli studi, della restituzione all’insegnante di tutto il prestigio della sua funzione, soprattutto per ridare al paese speranze nel futuro, che soltanto una gioventù preparata, colta e capace può rendere concrete. Si può dunque sperare che le forze che hanno propugnato con tutti i mezzi l’ideologia del “non studio” siano in ritirata? Ecco una bella illusione. Al contrario. Nei laboratori del pedagogismo “progressista” – che trova peraltro alleati anche a destra e si avvale di agganci in talune associazioni professionali, taluni sindacati e in settori dell’amministrazione – si almanaccano ricette ancor più “avanzate” e “rivoluzionarie”; si procede con l’ostinazione delle termiti e con la sordità a qualsiasi obiezione tipica di chi si sente investito di una missione sacra.
Si vuole un assaggio delle ricette che vengono apprestate in questi laboratori? Basta rifarsi a un riferimento esemplare che circola in questi ambienti, il decalogo dell’analista di politiche scolastiche Robert Hawkins. Vediamo quale immagine della scuola del futuro ne emerge, tanto per avere un’idea dei modi con cui dovrebbero studiare (si fa per dire) i nostri figli.
Cominciamo dall’ambiente fisico. Gli studenti vanno a scuola. Entrano in un’aula? Niente affatto. Tutti i muri sono abbattuti e la scuola è diventata un “open space”. Qua e là vi sono tavoli con apparati tecnologici, in modo che gli studenti si aggreghino per fare delle “attività”. Un gruppetto decide di fare una ricerca un argomento di storia, un altro di approfondire a scelta un argomento di ecologia, qualcuno vuole fare da solo. Stiamo scherzando? Niente affatto. Il grande “progresso” è che non devono esistere più “programmi” scolastici, né libri, né tantomeno insegnanti che rappresentino la fonte della conoscenza. La scuola (ma è in discussione se debba ancora chiamarsi così) deve trasformarsi in uno spazio di costruzione autonoma delle proprie conoscenze e competenze. Insomma, bando alla deleteria “trasmissione” della cultura del passato. I giovani ricostruiscono da soli o in gruppo le conoscenze. I libri non servono, anzi sono l’immagine di un’orrida cultura impositiva, trasmissiva, autoritaria, ex-cathedra. I ragazzi, dotati di mezzi informatici, mettono in rete le loro esperienze didattiche, costruite sfruttando quelle già depositate da altri studenti. La cultura, la conoscenza, le biblioteche, i libri, sono sostituiti dal “repository” delle esperienze didattiche “autonome”. Quale ruolo resta all’insegnante in questo processo? Soltanto quello di “specialista della gestione dell’istruzione”, un “facilitatore” che aiuta gli studenti a cercare le informazioni, una sorta di animatore culturale del genere degli animatori delle feste di compleanno dei bambini; tanto che è in discussione se nel futuro la figura dell’insegnante servirà ancora.
Ho sentito più di un manager o dirigente di sezioni di ricerca di aziende lamentarsi degli inconvenienti dell’“open space”, degli ostacoli che frappone a pensare, riflettere, progettare. Ma, per questi ideologi, l’“open space” deve essere introdotto proprio nel luogo deputato allo studio. Ma qui sta l’equivoco: parlare di studio è roba da vecchi arnesi della cultura. Un punto centrale del decalogo è che la scuola deve basarsi sulla centralità del “giocare”, il “giocare serio” su Internet che permetterebbe di far crescere le interazioni sociali e addirittura il senso civico. Insomma, la scuola non serve a studiare ma è soprattutto un luogo di socializzazione. Del resto, non è da questi laboratori ideologici che è uscita l’esilarante affermazione secondo cui il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica del Novecento?
Quindi, esperienze didattiche autonome, apprendimento giocoso che si fa ovunque, da soli, da compagno a compagno, o a gruppi, pescando in rete quel che serve con l’eventuale aiuto del gestore-facilitatore. Qui nasce il capitolo “strumenti” che vede il ruolo centrale della tecnologia informatica. Se qualcuno crede che tutto si riduca a dotare gli studenti di “tablet” per non portare a scuola carichi di libri, è rimasto alla preistoria. Quali libri? Qui si parla di un sapere diffuso costruito raccattando di tutto in rete con ogni mezzo. Quindi, anche i computer e le reti di computer connessi in rete sono importanti ma non si proiettano nel futuro didattico, che ha il nome di telefono cellulare, di smartphone. Scuola sarà sinonimo di smartphone. Del resto, già ora c’è chi dice che gli editori farebbero bene a non mettere figure nei libri, tanto lo studente munito di smartphone (genitori, preparatevi all’acquisto) su suggerimento del facilitatore scaricherà dalla rete le figure richieste, che si tratti del teorema di Pitagora o del Mosé di Michelangelo.
Un ultimo capitolo riguarda la valutazione. Niente più voti, ma soltanto valutazioni formative completamente automatizzate, e un “portfolio” che illustra le competenze acquisite, eventualmente anche un portfolio di gruppo (sarà da ridere quando verrà presentato al datore di lavoro).
Qualsiasi persona ragionevole capisce quale insulto all’intelligenza rappresenti l’idea forsennata di sostituire la cultura accumulatasi in qualche millennio di storia con il “repository” delle esperienze didattiche di adolescenti. Qualsiasi persona con i piedi per terra, chiunque abbia mai visto in vita sua un bambino o un ragazzo, si figura quale colossale buffonata, quale circo, quale farsa produrrebbero inevitabilmente ricette del genere, che possono uscire soltanto dalla cucina del più astratto fanatismo ideologico.
La mattina si entra a “scuola” a orari variabili, personalizzati. «Papà, oggi entro alle 12, perché ho concordato a quell’ora una ricerca transdisciplinare sulla questione energetica con Franco ed Elena; prima vado a fare un “gioco serio” in rete». «Ci dà una mano, facilitatore? Vorremmo fare una ricerca sul conflitto d’interessi». «Ma non vi sembra che da tempo non fate nulla di matematica?». «La matematica è antisociale e comunque le equazioni di secondo grado no, sono repressive». «Facilitatore, ho saputo che in Spagna hanno avviato un progetto scolastico sulla masturbazione detto “La felicità nelle tue mani” [verissimo, N.d.R.]. Io e Francesco vorremmo studiarlo  e approfondirlo». «Ora vi aiuto a trovarlo in rete». «A me non mi si scarica la foto di Einstein, mi si è impallato l’i-phone». Non vi va di studiare la fisica? Nessun problema: non ci sono programmi. C’è chiasso nell’open space? Niente da fare. Non esiste voto di condotta. Del resto, le urla sono una modalità di socializzazione, come il bullismo.
Bene, non possiamo abusare dello spazio del giornale e offendere la fantasia del lettore che certamente immaginerà da solo scenari ancor più surreali e divertenti, si fa per dire. Si chiederà chi propugna queste cose. Non vogliamo far torto a nessuno, prendendocela con l’uno piuttosto che con un altro. Del resto, basta andare in rete (magari con lo smartphone…) per rendersi conto di quanto pulluli questa ideologia. Questa è la scuola che si vorrebbe costruire per far impallidire le descrizioni dell’attuale degrado proposte da Paola Mastrocola. Questo è il medioevo prossimo venturo che si vorrebbe riservare al paese.

Giorgio Israel

(Il Giornale, 18 aprile 2011)
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Open space e attività autogestite liberamente? Una reminiscenza marxiana:



«E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.»
K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 24

Inutile dire che tutto il "piccolo" problema sta in quel «la società regola la produzione generale». La "regolazione" è un fatto cruciale, altrimenti se tutti una mattina decidono di andare a pescare… E come può una società avanzata sopravvivere senza specializzazione? E chi "regolerà"? La "società"? Chi è la società? La "società" non è un soggetto, se non si affronta e risolve il problema della rappresentanza.
Si è visto com'è finita questa "regolazione": con la dittatura del Partito, la polizia politica, la collettivizzazione forzata, le distribuzioni forzate di popolazioni, e il Gulag.
E a scuola? Ci sono diversi possibili sbocchi: dal ritorno del più bieco autoritarismo, alla dittatura dei bulli (scenari compatibili), allo sfacelo. Mentre la società (non comunista) si "difende" creando scuole private strutturate sul vecchio modello e riservate ai ricchi, mentre i poveri vanno nel Gulag scolastico.
Sarà un caso che idee simili vengono proposte da personaggi che in anni non tanto lontani difendevano a spada tratta il modello sovietico?

18 commenti:

Papik.f ha detto...

Davvero centrata e anche un pochino agghiacciante la citazione da Marx ed Engels. Ma un articolo di alcune settimane fa sulla Domenica del Sole 24 Ore (mi pare fosse di Massarenti) mi ha fatto anche riflettere su un’altra fonte ideologica. Vi si auspicava l’era dell’apprendimento in rete da parte dei nativi digitali come l’atteso inverarsi dell’idea di scuola-esperienza di Dewey. E allora ho compreso – forse un po’ in ritardo – che alla radice di tutto vi è una concezione di estremo empirismo ideologico. Se si apprende attraverso l’esperienza e soltanto attraverso di essa, se la mente del fanciullo è una tabula rasa alla Locke, allora ogni nozione trasmessa da insegnanti o testi può solo inquinare il processo di apprendimento. Quindi evviva l’era dei nativi digitali nella quale gli alunni ne sanno più dei professori.
Ma qualcuno che abbia provato concretamente a far impiegare a un supposto “nativo digitale” un software per lo svolgimento di un compito, anche non troppo complesso, non si trova mai tra questi sperimentatori a chiacchiere? Esempio dal mio campo: generare graficamente un parallelepipedo per estrusione di un rettangolo. Alcuni cafoncelli di provincia potrebbero ritenere che l’alunno debba conoscere il concetto di rettangolo, quindi “a monte” almeno quelli di punto, segmento, angolo retto eccetera, oltre a qualche elemento almeno intuitivo di un sistema di riferimento nel piano e nello spazio; o almeno, che tutto ciò possa essere utile perché egli si renda conto di quello che sta facendo. E magari qualche sventurato e disinformato docente potrebbe penare non poco per far comprendere agli alunni i principi operativi del software e la logica dei principali comandi.
Giammai: il nativo digitale ne sa di più dell’insegnante per principio; dunque messo davanti al computer, dopo le opportune ricerche in rete, attraverso un fertile lavoro di gruppo svolto in proficua collaborazione con i suoi compagni, non si limiterà a svolgere compiti così banali come l’estrusione di un parallelepipedo (né passerà il tempo curiosando sul sito di qualche pornostar), bensì giungerà autonomamente a produrre spontaneamente volumetrie armoniose e complesse che neanche Gehry e Calatrava messi insieme (infatti i due infelici non sono nativi digitali, né tampoco lo era il povero Borromini, che doveva limitarsi – ahilui – a banalità come la chiesa della Sapienza).
Consiglierei a certi esperti una cura intensiva di Popper, perché se questi avesse ragione, vorrebbe dire che attraverso la mera induzione non è possibile apprendere alcunché e che il loro concetto di scuola porterà sì alla tabula rasa, ma come punto di arrivo anziché di partenza. Ma forse Sir Karl era un cafoncello di provincia anche lui.

Giorgio Israel ha detto...

Certo, sono i marxisti orfani del comunismo che si rifugiano sotto le ali di Dewey per far rivivere il loro inveterato costruttivismo. Complimenti per il commento davvero azzeccato.

epsilondelta ha detto...

Devo convenire con Papik.f sul fatto che i cosiddetti nativi digitali non sono poi così esperti: se si cerca di far usare loro in maniera intelligente il computer, non se ne ricava niente. Mi sono accorta di essere in realtà molto più veloce di loro, ma io non sono una nativa digitale. Ho cominciato a usare il computer dopo la laurea e scrivo solamente dopo aver pensato e progettato a tavolino ciò che devo attuare. È questa la grande differenza tra i nativi digitali e quelli che non lo sono (non tutti): lo sviluppo del pensiero che può avvenire solamente studiando ore e ore sui libri, cercando di capire un teorema o traducendo una versione di greco o latino o leggendo Manzoni o Dante. Un’ altra considerazione, sempre relativa al post di Papik.f: mio figlio, fine quinta elementare, ha appena iniziato la geometria. Poiché mi sono lamentata a lungo di questo fatto, che per me sconcertante, mio figlio si è sentito in dovere di chiederne il motivo all’insegnante, la quale ha risposto che, alle medie faranno da capo tutta la geometria, mentre danno per scontate le operazioni con i numeri decimali……………

sarah ha detto...

È vero: questi ministri marxisti-leninisti al potere da tanti anni e con maggioranze granitiche stanno proprio rovinando la scuola e la nostra bella gioventù.

Gianfranco Massi ha detto...

Ma si, accontentiamoli tutti questi ragazzi che pretendono una scuola divertente.
Ha precisamente colpito nel segno la prof Paola Mastrocola: la c−scuola, “in cui lo studente entra, gira, esperisce, scegliendo di volta in volta che corso o stage o modulo seguire, creandosi il proprio personalissimo percorso, dopo il quale verrà valutato e certificato in base ai crediti e ai livelli di apprendimento.”
Ma a questa scuola sicuramente verranno affiancate altre scuole, oltre alla w−scuola e alla k−scuola pensate da Mastrocola. Saranno le Accademie militari e civili, nelle quali la regola sarà semplice, e accettata fin dall’ ingresso, “o si studia o si è espulsi”.
Sempre sperando che non si arrivi a “costringere” chi può a emigrare all’estero. Ma ritengo che sarà più probabile che molte iscrizioni saranno di ragazzi che arrivano in Italia per frequentare le scuole della antica tradizione italiana.
Ma ovviamente le scuole serie saranno rare e scomode, oltre ad essere costose: esattamente come ai tempi del dopoguerra, quando le famiglie facevano dei sacrifici per mandare i ragazzi a studiare in”collegio”.

vanni ha detto...

La citazione di Marx e Engels mi sembra una cosa così giulivamente fanciullesca da non credere che sia sortita da sotto un pelo delle loro severe e concettose barbe.
Mi è frullato poi in mente Pinocchio, con il paese dei balocchi e gli asini predestinati alla frusta. Roba vecchia. Certo ho delle idee rudimentali sulla Scuola e i suoi problemi. Leggendo con assiduità questo blog mi sono fatto in verità una idea assai buona della “solidità” intellettuale di tanti insegnanti, della loro apertura alle novità senza rinunciare a critica e confronti, ed alla fine e più di tutto del loro entusiasmo - sacrosanto! - per la propria missione.
C'è poi da pensare che “a monte” - e con quale peso! - ci sono le famiglie con la loro opinione. Possibile che i genitori si lascino corrivamente convincere che la presente e ventura acquisizione della conoscenza sia ormai ben assoggettata all'intreccio (un po' deresponsabilizzante e un po' giocoso per tutti?) delle novità metodologiche e tecnologiche, ponendo in secondo piano - miserello e aleatorio - impegno e qualità personali di chi studia e di chi insegna? Forse troppi sono distratti, forse sono poco esigenti e pensano che tutto sommato pesi il pezzo di carta e non la qualità della Scuola. Ci sarà tempo eventualmente “dopo” - quando si sarà più belli e più freschi - di imparare ciò che serve e conta davvero. (ci si intenda: il pezzo di carta nudo e crudo aveva il suo bel peso anche nell'età dell'oro, quando ero giovane).
Ricordo il mio tempo scolastico, e le sgobbate alle quali mi sono piegato, patite con l'allegra disinvoltura della acerba e ben infingarda età. Sono convinto che nel tempo corrente tante fatiche fisiche di una volta sul lavoro vengano alleviate, e mi piace pensare che le cose andranno sempre più rapidamente in questo senso. Ma sarà giunto ora anche il tempo nel quale non soltanto le possibilità di studio si sono ampliate, ma vengono pure alleviate le tante fatiche della mente per imparare? Che fregatura per me, vuoi vedere che sono nato una cinquantina di anni e fischia troppo presto? Ma non c'è una nuova didattica della terza età ed una geragogìa per ripristinare antiche potenzialità, un viagra della mente e della memoria?

Lidia ha detto...

Lidia ha detto...
Prof. Israel cosa ne pensa dell'abolizione del valore del titolo di studio?
E della sostituzione delle scuole superiori professionali con corsi privati gestiti da privati con denaro dello Stato?
Non fa parte di un progetto destrutturante della scuola insieme al pedagogese che ha descritto?
Sono un'insegnante preoccupata.
Grazie.

Lidia ha detto...

Prof. Israel cosa ne pensa dell'abolizione del valore del titolo di studio e della sostituzione delle scuole superiori professionali con corsi privati finanziati con denaro pubblico?
Insieme al pedagogese da lei descritto simili propagante non sono configuarabili con un progetto di demolizione della scuola pubblica italiana?
Sono un'insegnante preoccupata.

silvano ha detto...

Gentile Professor Israel,
sono un po' perplesso sul suo articolo. Mi piacerebbe muoverle alcune critiche, ma vorrei prima avere qualche chiarimento sui seguenti punti:

1) Robert Hawkins è “Sr. Education Specialist in the World Bank with a focus on science and technology as well as the role of technology in education”?
https://blogs.worldbank.org/edutech/team/robert-hawkins

2) Quello che lei chiama il suo “decalogo” è la lista "10 Global Trends in ICT and Education" in questo post, tratti da un blog della Banca Mondiale?
http://blogs.worldbank.org/edutech/10-global-trends-in-ict-and-education

3) Quando Lei parla di “open space”, si riferisce al punto 7, e in particolare alle parole”individual spaces for students and teachers, and smaller open learning spaces for project-based learning are increasingly emphasized” ?

4) Quando parla di “portfolio di gruppo”, si riferisce alle parole, nel punto 9: “Tools are increasingly available to students to gather their work together in a kind of online portfolio”?

5) Da quale punto, tra i 10, trae la parola “repository”, e l'idea che “I ragazzi, dotati di mezzi informatici, mettono in rete le loro esperienze didattiche, costruite sfruttando quelle già depositate da altri studenti”?

Confidando in una sua esauriente risposta, La ringrazio in anticipo.

Cordiali saluti,

Silvano Baggio

federica ha detto...

segnalo www.senzazaino.it, da vedere per riflettere...

Giorgio Israel ha detto...

Al Sig. Baggio.
Credo che sia chiaro che l'intento del mio articolo è di criticare un vasto network di esperti scolastici, pedagogisti, funzionari, ecc. che sostengono le tesi che ho esposto in forme più o meno estreme, talora meno, talora ancor più estreme. Ho scelto come approccio giornalistico (non potevo scrivere un saggio) quello di prendere spunto da quello che da costoro è indicato come il decalogo di riferimento e che ovviamente viene interpretato in modi più o meno spinti. Difatti la parola "repository" è largamente usata in questa letteratura e trova spunto in vari punti del documento di Hawkins.
Le consiglio di esplorare, magari in rete, e di rendersi conto che l'idea dell'open space è non soltanto diffusa ma viene propagandata con immagini e col riferimento a progetti di architetti.
Pertanto il mio riferimento al documento di Hawkins è funzionale alla critica di questa "corrente", il che non significa - ripeto - che esso esprima il peggio che viene detto al riguardo. Ma, di certo, penso fermamente che esso sia espressione della mentalità di un tecnocrate che ha un'idea deteriore di cosa sia l'insegnamento e l'apprendimento, diciamo pure il prodotto di un ignorante che non capisce cosa sia la cultura e, in fondo, la disprezza. E il fatto che il futuro dell'istruzione debba essere delineato da simili menti, la dice lunga sulla miseria dei tempi che viviamo.

Giorgio Israel ha detto...

Alla sig. Lidia. Certo, che sono d'accordo. Ma non vede che c'è un fronte di pedagogisti, esperti scolastici e tecnocrati sostenuti da un certo fronte confindustriale che mira a tutte queste cose e che si cerca di volta in volta i referenti politici in modo trasversale?

silvano ha detto...

Gentile Prof Israel,
La ringrazio dei chiarimenti.

L'intento di “criticare un vasto network di esperti scolastici, pedagogisti, funzionari, ecc” è chiaro e condivisibile, ma meno chiaro mi risulta da chi sia costituito questo “vasto network”, e non sono nemmeno molto chiare le tesi che tale network sosterrebbe. Certamente mi metterò a “esplorare in rete” come mi suggerisce, ma intanto vorrei avanzare le mie perplessità sull'articolo: secondo me il riferimento a Hawkins rischia di non essere molto “funzionale” alle critiche che lei esprime.

L'“approccio giornalistico” è rispettabilissimo. Le confesso però che mi sarebbe piaciuto almeno un riferimento (per es. l'indirizzo web) al testo di cui l'articolo si occupa. Comunque, dopo averlo trovato e letto (non lo conoscevo, e nemmeno conoscevo Hawkins), vorrei sottolineare alcune delle discrepanze tra il documento e il modo in cui viene presentato. Penso che ciò sia utile anche ad altri lettori del suo articolo.

-Il titolo esatto del post di Hawkins è “10 Global Trends in ICT and education”: l'accento cade su ICT (Information and Communication Technology: tecnologia dell'informazione e della comunicazione). Non sono quindi 10 tendenze nell'istruzione (in tutti i suoi aspetti), ma nella tecnologia (dell'inf e della com) applicata all'istruzione. Non dovrebbe dunque stupire che nella lista non si parli di programmi, condotta, libri etc: sono argomenti fuori tema (nulla dice che non siano ritenuti importanti o non debbano esserci proprio). Inoltre non si tratta di 10 comandamenti (“decalogo”; “Per qualcuno si dovrebbe studiare così” è scritto accanto al riassunto dei 10 punti, nel Giornale) o di “ricette”, ma di previsioni (a volte azzardate) sulla base di osservazioni sulla situazione attuale della tecnologia in uso nell'istruzione.
-Il concetto di “open space” (nel senso architettonico di “vasto locale senza pareti”) non compare nel documento di Hawkins. Piuttosto, si parla di “smaller open learning spaces” (“spazi di apprendimento più ristretti” rispetto all'aula tradizionale) per gruppi meno numerosi (in modo da poter affiancare alla didattica d'aula una didattica individualizzata, collaborativa etc).
-Non c'è nessuno spunto nel documento di Hawkins che richiami il concetto di “repository” (nel senso di un deposito di esperienze dei ragazzi che dovrebbe soppiantare “la cultura, la conoscenza, le biblioteche”), né quello di “portfolio di gruppo”. La valutazione (di cui si parla nel punto 9) non è “completamente automatizzata”. Sono automatici alcuni degli strumenti per raccogliere i dati che permettono la valutazione formativa (che è compiuta dal docente).

Queste osservazioni non vogliono essere una difesa di Hawkins o delle “tesi” che emergono dal documento, ma un tentativo di capire il contenuto di tale documento, che certo si può discutere e criticare, a patto di non fraintenderlo troppo.

Cordiali saluti,

Silvano Baggio

Giorgio Israel ha detto...

Mi permetta, ma non vorrei essere stato troppo "generoso". Lo stile è giornalistico perché è rivolto a un giornale. La lettura che ho fatto del testo non lo è stata e le sue osservazioni circa la mancanza di riferimenti, come indirizzo web, titolo esatto, ecc. sanno di correzioni scolastiche che penso dovrebbero trovare un altro destinatario. La sua lettura invece - sia detto senza la minima iattanza - risente invece di una mancanza totale di informazione del dibattito sulla scuola. Il credere che nel testo non si parli di voti, condotta, ecc. in quanto "fuori tema" è molto ingenuo: lei non sa che chi è ispirato a visioni come quella considera assolutamente scontato che nella scuola la valutazione con voti, la valutazione di condotta ecc. siano residui del passato che non meritano neppure di essere discussi. Non a caso, tutti coloro che si rifanno al documento di Hawkins lo interpretano esattamente nel senso che ho descritto io e non certamente nel suo. E poi legga attentamente: si parla di smaller "open" learning spaces, ovvero di una struttura a tavolini per gruppi ristretti, persino per due persone o uno soltanto. Anche il suo credere che la valutazione sia compiuta dal docente è assolutamente fuorviante: nelle concezioni della didattica dell'autoformazione cui appartiene il documento di Hawkins la valutazione deve essere "oggettiva", e quindi il docente non ci deve entrare per niente.
I documenti non si leggono in modo formale e astratto, bensì inserendoli in un contesto che bisogna conoscere, per interpretarli al modo giusto. E il contesto lei non lo conosce. Niente di male: ma, la prego cortesemente, si astenga dal fare la lezione. Non ha di fronte un bambino di quarta elementare.

Gianfranco Massi ha detto...

Mi permetta di aggiungere, professore, che a codesto Mr. Hawkplundatins
la figura che noi, tradizionalisti "gerologi", appelliamo come "docente" è totalmente estranea. Semmai "facilitatore"!

Gianfranco Massi ha detto...

Mi permetta di aggiungere, professore, che a codesto Mr. Hawkins
la figura che noi, tradizionalisti "gerologi", appelliamo come "docente" è totalmente estranea. Semmai "facilitatore"?
PS.:Chiedo scusa del refuso.

4/23/2011 05:21:00 PM

Giorgio Israel ha detto...

E a chi ancora non è consapevole (o gira la testa dall'altra parte) di quel che si sta confezionando in certe cucine consiglio la lettura di:
http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/adi/XoopsAdi/modules/PDdownloads/singlefile.php?cid=20&lid=840
e di: S. Tagliagambe, "La scuola e le macchine", in La Nuova Civiltà delle Macchine, 1, 2010.
Buona Pasqua.

Vincenzo Manganaro ha detto...

Credo sia utile anche la lettura di alcuni degli articoli collegati al sito indicato dal professore, che lui certamente conosce ma che credo sconosciuti ai più (come mi pare evidente da qualche intervento). Non casualmente, l'ADI trova ospitalità nel sito della mia città, la cui Università è un centro di elaborazione di alcune teorie pedagogiche che hanno influenzato per esempio le Indicazioni Nazionali del Ministro Fioroni (penso al professor Frabboni, tra i tanti). In uno di questi articoli (N. Bottani) si legge per esempio che "Per Mike Smith quel che cambia è il concetto di proprietà della conoscenza: questa è un patrimonio aperto, accessibile a tutti, ovunque, 24 ore su 24, sull’istante. La conoscenza non è più un patrimonio esclusivo ma condiviso da tutti. Non occorre più attendere la spiegazione o l’iniziazione di un insegnante specialista per accedervi e nemmeno passare degli esami per fruirne".
Penso sia necessario interrogarsi su quel che intendiamo a questo punto per "conoscenza" e da quali canali vi si accede; ma in molte situazioni mi pare di cogliere una sorta di "descolarizzazione" della società occidentale non troppo dissimile a quella che sosteneva Ivan Illich non troppi anni fa, fatte salve le differenze di contesto.
Cordialità, Vincenzo Manganaro