giovedì 11 settembre 2014

La lettera di un insegnante della scuola primaria a Matteo Renzi

LETTERA DI UNA MAESTRA AL PRESIDENTE RENZI

Gentile presidente, il suo progetto è bello, ambizioso e a tratti perfino commovente, ma da insegnante appassionata la supplico di essere più realistico, di fare un passo indietro e di avviare il progetto di ristrutturazione del sistema scolastico dalle fondamenta piuttosto che dal tetto, altrimenti il magnifico castello dei sogni rischia di crollarci addosso. 
Mentre due punti nodali sono meritoriamente presenti nella riforma Giannini (assunzione dei docenti delle Gae e  valorizzazione dell'istruzione tecnico professionale), altri aspetti risultano del tutto ignorati, nonostante rappresentino delle evidenti priorità, in quanto condizioni senza le quali la prefigurazione di un reale cambiamento verso il meglio diventa meramente illusoria. 
Dato che le nostre scuole fatiscenti non saranno rese "belle-sicure-nuove" dopodomani, prima di lasciarsi trasportare dagli incantevoli slanci della fantasia verso un futuro non proprio imminente, ci sarebbero degli interventi più semplici e modesti, ma essenziali a cui pensare in via preliminare:
- Ridurre il numero degli alunni per classe: con le classi-pollaio resta difficile mettere in atto una didattica superqualificata, nonché conservare copiose energie per dedicarsi all'aggiornamento, alle iniziative culturali pomeridiane, alle attività integrative, alla promozione di ricerca e produzione scientifica, alla raccolta e condivisione delle esperienze con le reti scolastiche...Ci vorrebbe la tuta da Wonder Woman...
- Smettere di perseguitarci con le richieste contraddittorie come quella di personalizzare i percorsi di apprendimento adattandoli alle esigenze di ogni alunno (trenta alunni pieni di problematiche, ergo trenta modi diversi di insegnare la stessa cosa, nello stesso momento, nello stesso luogo, con gli stessi inesistenti strumenti, senza neanche l'aiuto di una bidella che li controlla quando vanno al bagno), per poi costringerci a somministrare a tutti gli stessi test di valutazione nazionale.  
- Eliminare del tutto i test Invalsi: sono metacognitivi, non tengono conto della struttura e dell'età mentale dei bambini, a dispetto di quanto si ciancia presuppongono una quantità impressionante di conoscenze e, quel che è peggio, rischiano di rendere la scuola tutta improntata sulla banalità dei quiz in vista della preparazione alle prove. Presidente, non sarà mica l'estensione di queste sciagurate prove il metro con cui lei intenderebbe valutare il nostro merito didattico?
- Per la scuola primaria, tornare ad un orario settimanale degli alunni sufficiente, più produttivo e a misura di bambino: occorre ripristinare il modulo delle 30 ore, oppure istituire l'obbligo di spalmare le 27 ore su 6 giorni in orario antimeridiano, invece che su 5 giorni con rientri pomeridiani.
- Restituire dignità ai contenuti: urge stendere nuovi programmi didattici in cui i contenuti (e non le  fumose competenze) siano chiaramente definiti e adeguatamente ripartiti tra i vari ordini e gradi di scuola, tenendo conto delle diverse età degli alunni.
Oggi nei documenti ministeriali, nei corsi di aggiornamento, nelle guide didattiche, non si fa che parlare fino alla nausea del vago e astratto "imparare ad imparare", per formare "teste ben fatte" piuttosto che "teste piene". Le indicazioni nazionali tratteggiano livelli di competenza così vaghi che obiettivi come "Applicare in situazioni diverse le conoscenze fondamentali relative all'organizzazione morfologica e logico-sintattica della frase"  si può ritrovare tale e quale dalla prima elementare fino all'ultimo anno della secondaria. Frasi come questa sottendono in realtà una grande quantità di conoscenze grammaticali, ovvero tutte. Il fatto, però, che queste ultime non vengano esplicitamente specificate al fine di salvare l'immagine della scuola moderna e antinozionistica, dà luogo ad una grande confusione, per cui non si sa dove l'insegnante della primaria debba arrivare con il percorso di grammatica e dove la scuola media sia tenuta a riprendere le attività. Si finisce così per fare troppo, ingozzando i bambini delle nozioni di cui in realtà sono paradossalmente zeppi i libri e gli eserciziari scolastici, oppure troppo poco, passando la patata bollente al grado di scuola successivo e votandosi alla più allegra e moderna "scuola per progetti", che oggi è libera di dedicarsi al riciclo dei rifiuti, domani alla cucina indiana e dopodomani alle danze di katmandu. 
Con buona pace della lingua italiana, il cui uso attuale è generalmente penoso. E se, come sottolinea  giustamente lei, lo straordinario patrimonio artistico di cui siamo incredibilmente ricchi, contraddistingue la nostra identità di italiani, la lingua di Dante, del bel canto, dei nostri grandi artisti, scrittori,  poeti, filosofi non merita forse la dovuta attenzione? 
-Usare bene i veri esperti assunti dalle Gae per dare il via ad un tempo pieno davvero efficiente, in cui nel pomeriggio vengano insegnate arte, musica, informatica, educazione motoria, sport, inglese, lasciandoci finalmente dedicare la mattina alle discipline fondamentali. Pensi, presidente al fatto che attualmente noi docenti della primaria abbiamo a disposizione 6 ore settimanali da dedicare all'italiano e 4 alla matematica! 
Con la parola "fondamentale" non si intende "di più alta dignità", bensì "attinente alle conoscenze e abilità di base". Riprendendo quanto affermato all'inizio, quando si vuole costruire qualcosa si parte dalle basi, non dalla sommità. 
Questi obiettivi possono sembrare semplici e banali. In futuro, quando il cittadino diventerà un manager, un bravo tecnico, un medico, un esperto artigiano, non si vedranno più, così come non si vedono le fondamenta di un edificio. 
Ma senza di esse la costruzione crolla.
Presidente, ci ascolti, inizi dal principio e non dalla fine. Altrimenti questa volta potrebbe essere davvero la fine.  

Barbara Marcolini (insegnante di scuola primaria)


14 commenti:

Giovanni Tonzig ha detto...

Mille volte d’accordo! Rimettiamo i piedi per terra, torniamo a un realistico buon senso. Giri per le scuole, il premier Renzi, ascolti la voce di chi la scuola la conosce davvero e la ama davvero, perché ci consuma la vita: mandi a quel paese una volta per tutte i personaggi deleteri che da decenni, ben al riparo dalla realtà nel chiuso dei loro uffici, hanno visioni e partoriscono teorie, scaricando sui docenti i loro complessi e le loro frustrazioni. Ma che la piantino una buona volta! Renzi, li mandi per favore a farsi un paio d’anni nelle aule: vedrà che metteranno giudizio! Giovanni Tonzig

daniele ha detto...

Condivido. Intervento molto chiaro.Ho una figlia che quest'anno va in quinta elementare: i nomi delle regioni italiane glieli ho insegnati io. Secondo me, al punto in cui siamo arrivati, sarebbe utile togliere l'obbligo di mandare i figli a scuola (non l'obbligo di istruirli); della serie: si salvi chi può. 

santino ha detto...

Concordo sui contenuti dell'intervento ma dissento profondamente sulla premessa:il progetto di Renzi sulla scuola non è né bello, né ambizioso e neppure commovente.
Finiamola quindi con questa visione infondata secondo cui Matteo Renzi sarebbe animato da buone intenzioni rese vane però con la presentazione del piano "la buona scuola".
La realtà è che il progetto di Renzi ha un solo fine: TAGLIARE LA SPESA PUBBLICA eliminando le progressioni di carriera per il 34% del corpo docente. Questo si chiama agire in MALAFEDE ed è sufficiente a scardinare l'intero progetto. L'analisi fatta nella lettera per il resto è condivisibile. Invito tuttavia l'autrice a confidare meno nella buonafede del premier e del suo governo, buonafede che a mio parere è totalmente assente. Per questo motivo eviterei di scrivergli delle letterine. Cosa ci si può aspettare da chi ha in mente di distruggere la scuola statale? Con simili personaggi non ci può essere alcun dialogo ma solo una lotta senza quartiere contro i loro deliri, unita ad una rivolta culturale che ridicolizzi le follie di questi cialtroni mostrando al mondo tutta la loro inconsistenza intellettuale.

pupipupi ha detto...

Finalmente il buon senso!
Aggiungo: l'eliminazione del sabato scolastico porta a orari disumani, tarati su una società del profitto (week-end consumistico) e non a misura di bambino né di ragazzo. Con la chiusura al sabato degli istituti superiori nei licei e istituti professionali nella mia provincia si fa lezione dalle 7.45 alle 14/15 del pomeriggio. Non è più scuola, è sequestro di persona: che mondo stiamo offrendo ai nostri figli?

pupipupi ha detto...

Per Daniele: non solo ho insegnato io a mio figlio le regioni, gli ho pure fatto leggere Pascoli e Gozzano (assenti nei libri di testo!), i compenso il bambino è stato impegnato in una recita contro lo sfruttamento minorile che ha sottratto ore curricolari. Lui e i suoi compagni sono stati ammaestrati a scuotere il pugno chiuso gridando in inglese "we are free!".

daniele ha detto...

Se interessa è in corso un'indagine sui test invalsi; per dettagli si veda www.matematicamente.it.Qui sotto il link per partecipare all'indagine https://docs.google.com/forms/d/18WRxw1vpF8DjDbk4Tjiu3-nDtnamV6OY2-jauBSrPkM/viewform

Papik.f ha detto...

Come ho già avuto occasione di scrivere, nella mia scuola le obiezioni del tipo di quelle avanzate da Pupipupi rispetto alla settimana corta sono state superate, sia in Collegio dei Docenti sia in Consiglio di Istituto, dalla semplice proiezione di una slide con il diagramma a barre delle assenze nei sei giorni della settimana. La barra del sabato era lunga il doppio delle altre.
Questo non vuol dire che magari l'anno prossimo non si tornerà indietro, chissà. Personalmente, però, ritengo che chi insegna di sabato dovrebbe essere ricevere un'indennità integrativa, poiché non si tratta di un disagio distribuito a rotazione come per il personale sanitario o delle forze dell'ordine: nella scuola (almeno nella secondaria) sono sempre gli stessi quattro gatti a lavorare tutti i sabati dell'anno.
Quello che è certo è anche un mio caro amico che insegna in un celebre Istituto salesiano della stessa zona, sicuramente assai attento alle esigenze dell' "utenza", mi ha detto la stessa cosa: abbiamo chiuso perché al sabato ci trovavamo con le classi semivuote.
Certo si tratta in entrambi i casi di Istituti superiori (i Salesiani hanno anche la media inferiore, però).

Barbara Marcolini ha detto...

Per Santino: usando le parole "bello, ambizioso, commovente" intendevo adottare ironicamente lo stesso stile favolistico ed enfatico con cui Renzi ha gonfiato il testo di riforma. Forse non sono riuscita nello scopo. Volevo inoltre dirle che la mia "letterina" è un tentativo di raggiungere il numero maggiore possibile di insegnanti, contribuendo a rendere manifesto un pensiero che molti condividono, ma che pochi hanno il coraggio di denunciare e difendere. Considerando quanto valgono gli scioperi, se lei ha un'altra proposta più efficace per fare qualcosa di concreto, me le comunichi pure. Non vorrei lasciare nulla di intentato. Barbara Marcolini

Pao ha detto...

pupipupi ha detto...
"Finalmente il buon senso! Aggiungo: l'eliminazione del sabato scolastico porta a orari disumani [..] si fa lezione dalle 7.45 alle 14/15 del pomeriggio. Non è più scuola, è sequestro di persona: che mondo stiamo offrendo ai nostri figli?"

Bello il sabato libero... io ho frequentato il liceo pedagogico (maxisperimentazione Brocca) dal 1990 al 1995 ed avevo 36 ore a settimana SENZA settimana corta: lezioni dalle 8 alle 14 da lunedi a sabato per cinque anni. Che fortuna, eh ? :D

santino ha detto...

Barbara Marcolini, riconosco di aver frainteso il senso del suo incipit. Non avevo colto l'ironia e di questo me ne scuso, anche se sono stato tratto in inganno dal fatto che purtroppo non sono pochi gli italiani che ritengono che questa riforma sia animata da buone intenzioni (e fra questi vi sono anche molti nostri colleghi).
Ad ogni modo, se il fine della sua lettera è quello di spingere sempre più docenti a interessarsi di questa questione, non posso che condividere la sua scelta. Confesso però che personalmente non riuscirei mai a rivolgermi ad un Matteo Renzi, nemmeno in una finzione letteraria. Me lo impedisce il ribrezzo che provo per chi, come il premier in carica, argomenta per mezzo di sofismi, salti logici, forzature e deduzioni palesemente errate.
Sulle strategie di protesta da attuare, io da tempo sostengo che l'unica forma di lotta sensata sarebbe l'astensione di massa dagli scrutini e dagli esami di stato. In Italia non ci dovrebbero essere ammissioni alla classe successiva e attribuzione di titoli di studio fino a quando la politica non si deciderà a investire sulla scuola, ponendo fine ad una lunga stagione di tagli.
So benissimo che non si potrebbe fare perché la legge vieta una simile forma di protesta. Ma si può essere corretti con chi calpesta la Costituzione(in particolare gli articoli 33 e 36)?
Faccio notare poi come le forze dell'ordine, solo per aver minacciato uno sciopero generale (che per loro sarebbe illegale), hanno ottenuto l'impegno dal governo a rivedere il blocco di contratti e scatti.
Forse i docenti svolgono una professione meno importante di quella dei membri delle forze dell'ordine? Se continuiamo a dormire ci ritroveremo nella paradossale situazione di un blocco che interesserà solo certi settori del pubblico impiego, quelli che appaiono più mansueti dinnanzi a chi gli mette i piedi sopra.

Raffaella ha detto...

C’è da chiedersi come mai gli insegnanti non riescono ad attuare l’astensione di massa, a compattarsi per rivendicare i propri diritti come altre categorie a volte riescono a fare. Forse il disagio sentito - ad esempio - dalle forze dell'ordine (non solo economico) è superiore a quello avvertito dai docenti? Oppure è maggiormente diffuso? Forse ci sono troppi insegnanti a cui la situazione tutto sommato va bene così? Chiedo scusa ai docenti che non scioperano perchè frenati dal senso di responsabilità nei confronti dei loro studenti e a tutti quelli che scioperano spinti dallo stesso motivo e/o per far valere i propri sacrosanti diritti, ma ne ho visti troppi in questi 4 anni di primaria di mia figlia a cui invece sta benissimo una professione - benchè insufficientemente retribuita - che abbonda di tutele sindacali, una professione in cui gli eventuali errori nell’immediato passano pressochè inosservati, una professione in cui un certo tipo di impegno (per preparare le lezioni, per aggiornarsi, per correggere i compiti ecc) resta a discrezione del singolo e non è soggetto ad alcun controllo, una professione in cui la mattina si può galleggiare nella mediocrità e il pomeriggio dedicarsi alle attività più gratificanti. Un poliziotto che in strada sbaglia di sanzionare un’infrazione, o peggio si trova impreparato in una situazione di pericolo, percepisce subito gli esiti dei suoi errori (proteste, ricorsi, rischi per la propria l’incolumità). L’insegnante che non fa quasi nulla tutto l’anno perché troppo impegnato nella carriera politica (insegnante di matematica di mia figlia in terza elementare, tanto per fare un esempio concreto), può tranquillamente prendersi un periodo di aspettativa per svolgere il suo mandato di sindaco, dopo essersi dedicato anima e corpo alla campagna elettorale durante tutto l’anno precedente (mentre insegnava) . Figurarsi quanto interessa a uno così, che non si è mai curato se i propri allievi stavano anche due settimane senza aprire il quaderno, di scioperare per una giusta causa. Chiedo ancora scusa per l’eccessivo tono polemico, soprattutto perché percepisco che i docenti che frequentano questo blog non hanno nulla a che spartire con colleghi del genere. Dovremmo essere noi famiglie ad affiancare gli insegnanti nella protesta, allora sì che si farebbe la differenza, ma la maggior parte di noi o è troppo ignorante, o non se ne interessa; la minoranza che resta, quando prende coraggio a va a protestare dai presidi, ben presto si ritira di buon ordine sopraffatta dal più totale senso di impotenza.

santino ha detto...

Raffaella, io non credo che la differenza fra gli insegnanti e i poliziotti stia nel fatto che i secondi percepiscono subito gli esiti dei suoi errori.
Anche nella polizia c'è chi galleggia e i metodi per farlo in tutta tranquillità ci sono.
La differenza ha invece ragioni di tipo sociologico.
I docenti italiani per natura, studi e tradizione hanno una scarsa dimestichezza con le lotte di qualsiasi tipo. A questo si aggiunge il fatto che la professione è altamente femminilizzata. Lungi da me offendere le donne, sia chiaro. Quello che voglio osservare è semplicemente che spesso lo stipendio da insegnante non è la principale fonte di reddito della famiglia e che comunque le docenti donne tendono ad accontentarsi di uno stipendio basso a patto però che non venga scalfita la flessibilità di una professione che consente di svolgere a casa gran parte del lavoro.
Ci sono poi aspetti che riguardano sia gli uomini che le donne: ci sono insegnanti che esercitano la libera professione per i quali la docenza è solo un'integrazione del reddito. Ci sono quelli che hanno passato la giovinezza a studiare con profitto, senza grilli per la testa. Sono docenti preparati, che dedicano anima e corpo al proprio lavoro, ma che per natura non sono portati ad alzare la voce di fronte alle ingiustizie o anche solo a polemizzare contro le tante cialtronate ministeriali (BES,Clil, programmazione per competenze,...).

Barbara Marcolini ha detto...

Concordo su alcune affermazioni fatte da Santino e Raffaella negli ultimi commenti. A scuola siamo in netta maggioranza donne e sulle donne grava un peso sociale, culturale, educativo di cui è difficile liberarsi. Per millenni il "secondo sesso" è stato educato ad avere sfiducia in se stesso, a compiacere gli altri per essere accettato, a reprimere rabbia e aggressività, a mostrarsi remissivo e docile. Piene di insicurezze, resistenze, paure, le donne si concepiscono sole, divise, in nemica competizione. Preferiscono strade secondarie e indirette per la difesa personale e spesso ciò che è sotterraneo e obliquo non tarda a diventare subdolo e velenoso.
La libertà di ricostruirci un destino diverso è emersa ieri e noi non sappiamo ancora chi siamo davvero, mentre la schiavitù è durata per troppo, troppo tempo, schiacciandoci dentro un destino soffocante. Non voglio giustificare, perché adesso sarebbe proprio venuto il momento di unirci e tirare fuori la nostra identità. Anzi, sono divorata dalla rabbia quando nei collegi docenti se una ha il coraggio di parlare e denunciare le cose come stanno, una parte sta zitta e ti appoggia solo una volta fuori dalla sala, un'altra parte ti osteggia apertamente, anche se non crede ad una parola di quello che sta dicendo, così, solo perché tu non emerga troppo. Ma è anche vero che questo accade nelle situazioni pubbliche, nelle riunioni, mentre in privato, nella realtà quotidiana è tutto diverso. E' solo grazie a noi, alla nostra sensibilità, alla nostra ostinata buona volontà che un sistema scolastico ormai al collasso è sopravvissuto fino ad ora.
Quindi, vedete, lo sciopero nella scuola non può essere pensato come uno strumento efficace, almeno per il momento, perché non sarà mai uno sciopero di massa. Noi non siamo un gruppo.
Per questo ho scritto una lettera che, invece, intendeva contribuire nel suo piccolo (magari molto piccolo, lo riconosco) a rendere più cosciente qualcuno che ha solo paura di esporsi. Le mediocri e le invidiose non si sveglieranno subito, ma se quelle timorose prendessero forza e facessero sentire la loro voce corale, potrebbero smuovere qualcosa e trascinare anche tutte le altre.

Andrea Viceré ha detto...

Bella lettera, davvero ricca di spunti del tutto condivisibili.
Mi ha colpito in particolare la sottolineatura dell'importanza di classi più piccole.
Ho constatato con uno dei miei figli la differenza fra una scuola media (pubblica) in cui erano in 28 e un liceo (privato) in cui sono in 18; i ragazzi semplicemente sono seguiti meglio, c'è maggiore equilibrio fra il tempo dedicato alla spiegazione, al lavoro in classe e all'interrogazione.
Aggiungo che una classe più piccola rende accettabile anche un orario compresso su cinque giorni, perché le dinamiche di gruppo sono più semplici, i docenti riescono più facilmente a mantenere il controllo della situazione e l'atmosfera è in generale più serena.