mercoledì 18 febbraio 2015

Chi distrugge il Liceo classico distrugge la scuola

È con malcelata soddisfazione che diversi organi d’informazione hanno salutato la caduta di iscrizioni al Liceo classico. Ci auguriamo che il futuro dia loro torto e che il “De profundis” sia prematuro, ma è inutile negare che la caduta c’è e la gioia che suscita in taluni è quanto di più irresponsabile si possa immaginare.
Circa un mese fa la fisica Fabiola Gianotti – la cui nomina a direttore del Cern di Ginevra è stata giustamente salutata come un trionfo della scienza italiana – ha ricordato la sua provenienza dal Liceo classico e di come proprio in quel contesto fosse stata trafitta dal desiderio di dedicarsi alla fisica; come il grande Federigo Enriques che disse di aver scelto di dedicarsi alla matematica «per un’infezione filosofica liceale». Gianotti ha osservato: «Spesso mi si dice: “tu hai fatto il liceo classico, musica e poi hai cambiato”, come se la fisica fosse tutt’altra cosa rispetto alle materie umanistiche o all’arte». E non solo ha difeso l’importanza della formazione umanistica, ma ha messo in discussione uno dei dogmi di questi poveri tempi, e cioè che un giovane debba scegliere che lavoro fare prima che sia possibile, affermando che la formazione di menti plastiche e capaci di adattarsi a contesti diversi deriva dal considerare il periodo scolastico come una fase della vita in cui ci si dedica a capire sé stessi, le proprie aspirazioni e le proprie capacità con calma, senza il timore di cambiare. Queste cose le sa non solo qualsiasi persona di formazione umanistica, ma qualsiasi scienziato che non sia un “idiot savant” che si fa valere più per il rispetto di alcuni insensati parametri di valutazione che per la qualità del proprio lavoro.
Come si sia arrivati a questo – a mettere all’angolo un liceo che ci è stato invidiato da mezzo mondo – richiederebbe un libro. Sta di fatto che abbiamo realizzato un capolavoro: a distanza di poco più di mezzo secolo da un celebre pamphlet di Charles Snow che stigmatizzava la contrapposizione tra le “due culture” – umanistica e scientifica – abbiamo fatto un luogo comune di tale contrapposizione. L’autentica motivazione di tale misfatto è quella che va nel senso opposto auspicato da Fabiola Gianotti. È una visione economicistica insofferente delle perdite di tempo. Basta con i lunghi “parcheggi”, tagliamo la durata della scuola, eliminiamo le materie che non “servono” (latino, greco, filosofia), costringiamo i ragazzi a scegliere quel che faranno nella vita il prima possibile, meno letteratura che sia possibile (fino al recente demenziale progetto di insegnare una materia in inglese alle elementari), tanta informatica e così via. Su questo fronte la scuola berlusconiana delle tre “i” (internet, inglese, impresa”) ha vinto su tutta la linea, divenendo un punto di riferimento politicamente trasversale. La scuola deve essere un mero luogo di formazione di addetti all’impresa e, visto che l’Italia ormai non ha quasi più grande impresa ad alto contenuto scientifico-tecnologico, è facile intendere quale sia il modesto livello che si richiede. Nel contesto di una simile visione il liceo classico è un corpo estraneo da eliminare.
È evidente che se questo è il trasparente intento – anticulturale, antiscientifico, mosso da interessi di un’evidenza testimoniata dal dispendio di risorse in convegni, incontri, pubblicazioni, iniziative di ogni sorta promossi dal mondo imprenditoriale – per realizzarlo occorre convincere la gente con argomenti che abbiano un’apparenza di dignità culturale, meno brutali dei proclami della categoria più di recente interessata all’istruzione, i cosiddetti “economisti della scuola” che passano direttamente all’insulto nei confronti degli studi umanistici visti come la fonte di tutti i mali del paese. Per fare qualcosa di meno brutale si trova sempre qualcuno disposto alla bisogna: il mondo della cultura è fatto così. Per anni si è martellato in ogni sede che la scienza nasce dalla pratica, che la teoria è secondaria e roba da perditempo. Come se è in laboratorio che Newton ha formulato la legge di gravitazione universale o Einstein la relatività. «Come se nel dialogo tra teoria ed esperienza la parola fosse per prima ai fatti. Nel procedere della scienza è sempre la teoria ad avere la prima parola. I dati sperimentali assumono significato soltanto in funzione di questa teoria» (François Jacob, uno dei padri della biologia molecolare contemporanea). Invece si è fatto di tutto perché passasse nel senso comune che apprendere la scienza a scuola è entrare in laboratorio e pasticciare in libertà senza basi teoriche. Così si è anche svalutato il liceo scientifico, ridotto a scuola dei saperi tecnico-pratici, lontani dalle astruse e inutili fumosità della teoria, spaccando così anche in quell’ambito cultura umanistica e scientifica e dando a bere a famiglie e ragazzi che frequentando il liceo scientifico si apprende un mestiere pronto ad essere esercitato nell’impresa. Figuriamoci quale spazio resta al liceo classico in una simile visione. Esso è il ricettacolo di ogni male, del disprezzo per la scienza. È vano dire che molte delle migliori menti di scienziati e tecnologi italiani sono usciti da quel segmento scolastico. Si risponde deprecando l’autore di tutti i mali, Giovanni Gentile, il nemico della scienza, occultando il suo rapporto con gli scienziati dell’epoca e la qualità della sezione scientifica della Enciclopedia Treccani, e occultando che i veri guai dell’istruzione italiana sono iniziati dopo il suo corto soggiorno al ministero, fino alla disastrosa opera di Bottai perpetuata da suoi seguaci che hanno controllato le leve del potere per lunghi anni nel dopoguerra. Niente da fare. Un ex-ministro è riuscito a rendere senso comune il sinonimo “liceo classico = scuola gentiliana”, fino a dichiarare che la salvezza dell’istruzione italiana consisterebbe nel «cacciare senza pietà» tutti i “gentiliani” che ancora la infestano.
Avevamo un’eccellente formazione tecnica e professionale, da cui sono usciti tecnologi e scienziati “puri” di prim’ordine e siamo riusciti a distruggerla facendone un cattivo liceo, dove vanno coloro che hanno paura di studiare troppo. Ora stiamo riuscendo a completare l’opera di distruzione del settore liceale, portando all’estinzione il liceo classico e svalutando il liceo scientifico, presentato come luogo dove non si perde tempo in fumisterie inutili. Stiamo educando ragazzi che ti dicono che sono interessanti soltanto le cose su cui si può dire qualcosa di indiscutibilmente vero, come se la scienza fosse un deposito di verità assolute, come se porsi dei problemi, anche insolubili, non sia spesso la cosa importante, come se la matematica fosse nient’altro che “problem solving”. Sarà difficile estrarre qualcosa da questo cumulo di macerie, soprattutto se i medici restano gli stessi. E se addirittura propongono la loro ricetta per salvare il classico, “depurandolo” di un eccesso di teoria. D’altra parte, scrivemmo circa un anno fa su queste pagine: «se muore il liceo classico, muore il paese». Questa morte segnalerebbe il disinteresse totale per la nostra identità culturale e storica, per una visione ampia e integrata della cultura umanistica e della scientifica, per una visione culturale della scienza. Che per molti queste siano chiacchiere degne soltanto di derisione lo sappiamo benissimo. Bisogna vedere se poi, di fronte a generazioni che non sanno nulla di storia, educate a deridere la filosofia e gli studi classici e a credere che tutto si risolva con internet, inglese e impresa, ci sarà tanto da ridere.


(Il Mattino, 18 febbraio 2015)

46 commenti:

Roberto Buffagni ha detto...

In effetti,professore, nessun commento è possibile. Tremendo vedere questo trionfo della barbarie idiota, e avere dei figli.

Francesco Paolo Magno ha detto...

L'inscindibilità di pratica e teoria è un'acquisizione costante della nostra vita quotidiana, a cominciare dagli aspetti più elementari. Esco, per acquistare cibi (attività pratica ), perchè so (teoria) che per vivere occorre mangiare. Non c'è momento della nostra vita, in cui sia possibile individuare la presenza della sola teoria, o quella della sola pratica. Il LICEO CLASSICO non può, e NON DEVE SCOMPARIRE, perchè esso, con i suoi studi, affina e rende taglienti, PRODUTTIVE le funzioni mentali dei giovani. Fornirò alcuni esempi, che confermano questa mia affermazione. Lo studio delle lingue antiche ( Latino e Greco), con gli esercizi di traduzione che l'accompagnano, affina la funzione discriminatrice della mente umana e la sua funzione olistica, quella, cioè, di collegare in un'unica visione le singole parti di un TUTTO. In un testo latino trovo "UT", e, con l'esercizio della traduzione, affino la mia capacità discriminatrice, perchè devo capire se esso ha significato finale, o consecutivo. La stessa funzione discriminatrice è affinata,quando devo tradurre la congiunzione "CUM". La traduzione di un testo mi abitua anche a collegare i singoli termini di una frase : se c'è un genitivo, devo scoprire da quale parola dipenda.La stessa funzione di aggregazione e di collegamento è affinata, quando per tradurre devo scoprire con quale termine sia collegato un determinato complemento, o un determinato avverbio. Anche gli esercizi di traduzione dal Greco affinano la capacità discriminatrice, e quella sintetica, o di collegamento. La traduzione dal Latino e dal Greco rendono l'alunno capace di un pensiero organico, senza vuoti, o smagliature , o incongruenze. Il liceo classico rende la mente dei giovani capace di PENSARE IN MODO CORRETTO. Da qui la necessità che nel Liceo classico si continuino a studiare la lingua latina e la lingua greca. La capacità di pensare in modo rigoroso è il più grande strumento dell'UOMO.

Prof. Massimo Rossi ha detto...

Caro prof. Israel, il suo articolo mi offre un barlume di luce in queste tenebre profonde che l'ignoranza e la superficialità hanno creato nel nostro Paese. E mi pare molto significativo il fatto che sia proprio Lei, un illustre scienziato e matematico, a ribadire l'importanza delle discipline umanistiche e del Liceo Classico per la formazione dei nostri giovani. Di questo argomento ho parlato anch'io sul mio blog (all'url: http://profrossi.wordpress.com), senza aver letto il suo articolo ma giungendo a conclusioni simili alle sue. Apprezzo quindi ad ammiro la sua aperta visione di ciò che dovrebbe essere la scuola nel nostro Paese, una scuola che superi finalmente l'antica dicotomia tra le due culture umanistica e scientifica. Purtroppo i nostri sono tempi bui, in cui l'edonismo e l'ideologia del "tutto e subito" hanno preso il sopravvento, e la classe politica, per i suoi interessi, sta cercando di creare una generazione di automi capaci solo di strisciare il dito sullo schermo di un tablet e di biascicare qualcosa in inglese. Ma non perdiamoci d'animo, anche perché, quando si è toccato il fondo, non si può che risalire.
Prof. Massimo Rossi - Montepulciano (Siena)

Grazia Dei ha detto...

Gentile prof. Israel, vorrei sapere se con la frase "E se addirittura propongono la loro ricetta per salvare il classico, “depurandolo” di un eccesso di teoria" alludeva al cosiddetto liceo classico europeo.
All'unico liceo classico della mia piccola città, presso cui ho appena iscritto mio figlio, è stata concessa l'istituzione del suddetto corso di studi appena due giorni prima della scadenza dei termini per la presentazione delle domande. E' pertanto probabile che verremo invitati a considerare anche quell'opzione per cui sto cercando di capire se possa essere una valida alternativa al corso tradizionale o sia invece uno specchietto per le allodole.
Grazie, confido nel parere suo e dei suoi lettori.

Nautilus ha detto...

"Invece si è fatto di tutto perché passasse nel senso comune che apprendere la scienza a scuola è entrare in laboratorio e pasticciare in libertà senza basi teoriche."
Bene professore, allora sarà lieto di sapere che il "mio" laboratorio di fisica di un liceo scientifico è andato in malora. Nessuno più entra in quelle sale a "pasticciare", nessuno sa più utilizzare gli strumenti anzi non sa nemmeno cosa sono quegli aggeggi astrusi, pericolo cessato.
Il ministero ha deciso che un laboratorio in un liceo è un optional troppo costoso da mantenere (un insegnante addetto) tanto diciamo la verità, la fisica si fa meglio in classe senza tante perdite di tempo, un'ora intera per verificare una formuletta che in cinque minuti si può spiegare sulla lavagna.
E invece è proprio in laboratorio che si capisce "davvero" la fisica, perchè la formuletta la possiamo vedere all'opera, non solo ma subire l'influenza di altri fenomeni naturali che sulla lavagna non si vedono, non solo ma si incrementa la componente essenziale dell'insegnamento: l'interesse dei ragazzi.
La fisica inoltre è riconosciuta materia di difficile comprensione, abbiamo uno strumento validissimo per diminuire questa difficoltà e lo usiamo poco e male.
Nonostante queste considerazioni sono in realtà d'accordo con lei: un laboratorio didattico va utilizzato con metodi e strategie precise, buttarvi una classe a giocare al piccolo fisico sperando magari che trovino le relazioni giuste da soli è una sciocchezza, confusione pura.
Quel che volevo dire è che non c'è molto da preoccuparsi, il senso comune alimentato dalla propaganda può credere quel che vuole, in laboratorio i ragazzi non ci vengono portati granchè, nè a pasticciare nè a imparare veramente.

pupipupi ha detto...

Professore, le cose che ha scritto Lei avrei voluto scriverle io, che ormai insegno linguistica a ragazzi che non sanno cosa sia un caso grammaticale. Vivo momenti di profonda amarezza per questa lotta alla cultura, lotta stupida e inutile, che a nulla di buono porterà se non a rendere ancora più basso il livello di chi affronta l'università senza basi adeguate. Quanto allo scientifico, è stupefacente il numero di coloro che lo scelgono senza amare la matematica, ma solo perché è percepito come scuola 'generalista' (e spesso su spinta dei genitori). Non so davvero da dove si potrebbe iniziare a invertire il trend, se lo stesso ministero mira a farci diventare cuochi o loquaci angloispanici.
L'opinione pubblica è da decenni sotto anestesia mediatica; il ministero è teleguidato da una cricca filoamericana che sta annientando l'Europa.

Raffaella ha detto...

Cara Grazia Dei, se posso rendermi un po’ utile, alcuni commenti sul liceo classico europeo, tra cui anche uno del Prof. Israel, li può trovare nel post dello scorso maggio “L'Europa si salva valorizzando le identità e le culture nazionali”.

Flo ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Grazia Dei ha detto...

Grazie davvero per la segnalazione, Raffaella. Quella discussione mi era sfuggita e invece mi è stato molto utile leggerla. Ora mii sento più tranquilla riguardo alla decisione presa.

Grazia Dei ha detto...

Grazie davvero per la segnalazione, Raffaella. Quella discussione mi era sfuggita e invece mi è stato molto utile leggerla. Ora mii sento più tranquilla riguardo alla decisione presa.

Flo ha detto...

Trovo interessante questo studio http://www.jean-jaures.org/Publications/Etudes/Le-descenseur-social.-Enquete-sur-les-milieux-populaires

pupipupi ha detto...

Viviamo nell'impero americano, che è un impero di società private. Il modello scolastico più funzionale è quello che azzera l'uomo, preparandolo a essere un fedele consumatore: esisto in quanto sono una potenzialità di spesa. Tutto il resto è solo misera foglia di fico per coprire la verità di una élite che si è interamente data a questo modello. Non esiste alcuna altre giustificazione per quello che sta accadendo.

Raffaella ha detto...

Grazia Dei, mi fa piacere Le sia stata utile questa segnalazione...che ho eliminato per errore. Io il dubbio ce l'ho ancora, ma manca ancora qualche anno prima della decisione.

Luigi Sammartino ha detto...

Forse sbaglio, ma io credo ancora che la cultura umanistica abbia una funzione civilizzatrice. E la civiltà è alla base di una sana democrazia. Rimuovere la cultura umanistica dalle scuole equivale al ritorno alla barbarie.

Teo ha detto...

Comunque siamo rimasti davvero gli ultimi in Europa. Ieri nel liceo dove insegno, il "Dante Alighieri", si è tenuto il primo Certamen Europaeum da noi organizzato:
http://www.liceodantealighieri.it/sites/default/files/news/PIEGHEVOLE%20programma%20certamen.pdf
Tra i concorrenti, c'erano due ragazzi che sono venuti dal Wilhelsmgymnasium di Monaco di Baviera, con il quale stiamo organizzando un gemellaggio. Ebbene, questi due studenti hanno smesso di studiare greco dopo tre anni: negli ultimi due anni continuano il latino e l'inglese a livello più approfondito. Viceversa, altri loro compagni continuano greco ma negli ultimi tre anni sostituiscono il latino con l'italiano (incredibile ma vero). E si consideri che sono due "eccellenze" e frequentano uno dei licei più tradizionali che ci sia in Germania, dove comunque cominciano il latino all'altezza della nostra prima media. Ma negli ultimi anni le lingue classiche tendono a diventare (almeno una) opzionali, sicché possono non portare una delle due alla maturità. Si può immaginare come saranno gli altri licei...Il collega tedesco mi ha detto semplicemente comunque segue: da loro ogni anno si formano circa 4 classi dove si studia greco antico (più o meno come le nostre quarte ginnasio), per un totale di circa 80 studenti. Poi arrivano al capolinea, ossia alla maturità, non più di 20 che studiano ancora greco. Negli altri licei dove invece il greco è totalmente facoltativo, il tasso di rinunce è più basso, in termini relativi, ma in termini assoluti i numeri sono esigui: ossia, di solito cominciano in 20 a studiare greco e arrivano in 10 (gli altri optano per francese).
In compenso studiano le materie scientifiche, soprattutto matematica, a livelli che noi ci sogniamo. E anche con le lingue straniere le imparano in media meglio di noi.

Flo ha detto...

Teo, probabilmente non conosce la scuola francese. Non abbiamo nulla da imparare dai cugini, almeno per quanto riguarda la scuola dell'obbligo.

Stefano Di Brazzano ha detto...

Purtroppo sembra che il liceo classico abbia molti nemici anche al suo stesso interno, e pure tra i docenti di lingue antiche.
All'inizio di quest'anno nel mio liceo è stato sottoscritto da una cinquantina di colleghi un documento critico verso le proposte di Renzi. Nel preambolo si menzionava la legge di iniziativa popolare come una valida alternativa degna della più alta attenzione (più o meno le parole erano queste). Per chi non lo sapesse questa legge prevede un biennio unico esteso su 36 ore settimanali, nelle quali solo 6 ore sarebbero diversificate per indirizzi, cui seguirebbe un triennio differenziato in 5 macroaree. Ognuno capisce che con un simile inquadramento nel biennio ci sarebbe tutt'al più lo spazio per un paio di ore di latino mentre il greco non potrebbe che essere del tutto assente. Ognuno inoltre capisce quale senso possa avere ridurre lo studio del latino e del greco a 3 soli anni: si imparerebbe soltanto la grammatica senza poi avere il tempo di leggere gli autori, il che è la premessa per la soppressione tout court di queste materie. Questa menzione fu ciò che m'impedì di sottoscrivere il documento, che per il resto era condivisibile in diverse sue parti. Ora sono andato a rivederlo e ho scoperto che tra i firmatari ci sono anche cinque dei miei sette colleghi di latino e greco. A questo punto mi domando con chi io abbia a che fare. Tra di essi ci sono persone che, avendo cominciato con l'insegnare lettere in altri ordini di scuole, han fatto per anni e anni domanda di passaggio di cattedra perché volevano insegnare latino e greco. Ora questi stessi dichiarano di considerare degna della più alta considerazione una proposta di legge che contempla de facto la soppressione del liceo classico e dei suoi insegnamenti caratterizzanti. Dove sta la coerenza? Qual è la statura umana e - uso una parola che odio - etica di questi colleghi?

Roberto Buffagni ha detto...

Mt. 0,45: quella di un pollo medio.

Danilo Fossati ha detto...

I vandali che ci governano sono i primi vandali materiali e spirituali. Come possono voler fermare gli altri?
Lasciano anche impunemente entrare nelle nostre case: “Furti nelle case, aumento record. Ne viene svaligiata una ogni 2 minuti”.
Avanti cosi’, anche sugli altri aspetti della convivenza.
( http://www.corriere.it/cronache/15_febbraio_21/aumento-record-furti-svaligiata-casa-ogni-due-minuti-4d3516b8-b9b4-11e4-ab78-eaaa5a462975.shtml ).

paolo mazzocchini ha detto...

Concordo pienamente con le parole di Israel, ma temo che resti poca speranza - di fronte alla cecità grettamente economicistica e filo-confindustriale dei nostri governi - di salvare un tipo di scuola che propone ancora una formazione culturale e critica autonoma da interessi esterni e immediati.
Altre mie considerazioni sull'argomento nel mio blog: https://paolomazzocchini.wordpress.com/2015/02/18/perche-salvare-il-liceo-classico/

Giorgio Israel ha detto...

Anch'io sono pessimista, ma cos'altro si può fare se non difendere le idee che si reputano giuste?

Francesco Paolo Magno ha detto...

Carissimo PAOLO MAZZOCCHINI e carissimo GIORGIO ISRAEL, essere pessimisti, a proposito di un qualsiasi aspetto delle nostra vita, non è un atteggiamento corretto, nè aiuta a rovesciare la situazione esistente. Ci sono due ragioni, che si oppongono ad ogni previsione pessimistica : a) il futuro MAI è predeterminato, perchè sul suo presentarsi pesano INFINITI elementi, che è impossibile conoscere; b)nel processo della storia umana avviene sempre un passaggio dalla IRRAGIONEVOLEZZA alla RAGIONEVOLEZZA, perchè il CERVELLO UMANO continua ad esistere anche nei periodi della più grandi BUFERE. I comportamenti irragionevoli si avvitano su se stessi, traballano, e cedono il posto a comportamenti, che sono meno irragionevoli, cioè più ragionevoli di quelli, che scompaiono. Le aspettative pessimistiche sono sempre smentite dal procedere della storia umana. Nel PASSATO abbiamo avuto tante epoche nere e infauste, ma esse hanno lasciato sempre il posto ad epoche meno dolorose e più ragionevoli. Lo studio delle lingue classiche e delle loro civiltà NON SCOMPARIRA' DALLE SCUOLE DEL NOSTRO PAESE !

Francesco Spisani ha detto...

Gentile Professore, non entro (volutamente) nel merito della polemica "liceo classico sì/liceo classico no" perché ho constatato che in rete produce nella migliore delle ipotesi polverone e basta (e per fortuna che il suo blog è moderato, perché altrove spesso fioccano espressioni poco rispettose). Voglio invece farle una domanda: conosce l'International Baccalaureate? e se sì, cosa ne pensa? Grazie e a rileggerla.

Giorgio Israel ha detto...

No, mi informerò. Grazie

Francesco Paolo Magno ha detto...

Carissimo FRANCESCO SPISANI, la sopravvivenza, anzi il RAFFORZAMENTO del Liceo classico è un' ESIGENZA INELIMINABILE per chi ama la cultura europea. E' inimmaginabile una cultura europea, che ignori l'eredità, lasciata dai filosofi, dai tragediografi, dai lirici, dagli scienziati, dai filologi e grammatici, dai poeti epici, dagli storici della Grecia antica. E' inimmaginabile, altresì, una cultura europea, che ignori l'eredità, lasciata dalla commedia di Plauto e Terenzio, dall'epos scientifico di Lucrezio, da Catullo, dagli storici Livio e Tacito,.....Gli uomini politici e di Governo, nella cui testa frulla l'idea di sopprimere il Liceo classico, o anche solamente quella di ridimensionarlo verso il basso, sono persone, prive di una solida base culturale. Alla balordaggine di queste persone dobbiamo opporci con muso duro. Non sono interlocutori, con i quali sia utile è produttivo ragionare, perchè sono persone ignoranti. Chi non ha assorbito, e fatta sua l'eredità della cultura classica è una persona senza spessore : "UNUS MULTORUM", un componente del "GREGGE" dei POLLOI'.

bhrihskwobhloukstroy ha detto...

Non avrai altro dio all'infuori del web;
impedirai ai giovani di conoscere le proprie radici culturali;
sostituirai il sapere con la visione di programmi;
farai credere che non esiste la storia;
valuterai le persone con i test a crocette.

Francesco Spisani ha detto...

Egregio sig. bhrih... eccetera (mi scusi, ma non sono riuscito a copiare tutto), prima di demonizzare il web, faccia un giretto, diciamo, qui:

http://www.perseus.tufts.edu/hopper/text?doc=Perseus%3Atext%3A1999.01.0173%3Atext%3DPhaedrus%3Asection%3D275b

e mi dica, prima di internet, quante persone avevano accesso a qualcosa di lontanamente simile. Poi, va da sé che uno strumento val quanto l'uso che se ne fa. Cordialità

Francesca D'Antona ha detto...

il primo commento di Francesco Paolo Magno mi colpisce, perché solo pochi giorni fa ho meditato in modo meno articolato gli stessi concetti. Vengo dal Liceo Classico di 50 anni fa. Mi sono laureata in Fisica (ne La Sapienza, dove ancora insegnavano Martinelli, Amaldi, e perfino Enrico Persico) in breve tempo, e poi anche in Matematica (un po' per scherzo). Ho fatto per 40 anni l'astronomo. Ora faccio ancora ricerca da pensionata, mentre mi occupo dei miei nipotini, e lavoro anche con giovani dottorandi e post-doc. Ed è palese come ancora quelle versioni di latino di cui non ricordo una virgola, e quelle di greco -di cui ricordo solo i lirici a memoria- abbiano lasciato, a me e a molti colleghi con lo stesso percorso, la capacità di "fare ricerca" guardando tutti i dettagli di un problema, e la sua visione d'insieme, e non ritenendomi soddisfatta finché la logica dell'impostazione, i criteri dell'analisi, le sue conseguenze e i risultati non mostrano una coerenza globale.Vedo con un certo timore che questo manca a colleghi giovani anche molto dotati, e non posso che attribuirlo alla decadenza del pensiero critico nella scuola italiana.

www.educazioneglobale.com ha detto...

Seguendo il ragionamento emerso tra i vari commenti sembra sempre che ci si fermi alla dicotomia Liceo Classico si o Liceo Classico no. E’ possibile che non si riesca mai ad immaginare una scuola diversa?
Perché bisogna sempre confondere la conoscenza dei classici con la conoscenza delle lingue in cui sono stati scritti?
Forse “Guerra e Pace”, la Recherche, Le affinità elettive, Cime Tempestose i racconti di Borges li leggiamo TUTTI nelle lingue in cui sono stati scritti?
La massa degli studenti italiani può ben leggere Catullo, Aristotele o Socrate in traduzione, lasciando a chi vorrà studiare latino, greco antico o sanscrito all'università la scelta di studiare anche le lingue in cui hanno scritto le loro opere, nell'ambito di una scuola superiore in cui ci sia la possibilità di scegliere - almeno in parte - il proprio corso di studi, proprio come nell'International Baccalaureate che cita Francesco Spisani e che sembra essere, al momento, il modello di istruzione più completo che vi sia (trovatemi un altro corso di studi dove si affronti il tema della “teoria della conoscenza” a 17 anni…).
La scuola superiore dovrebbe essere unica ma dovrebbe articolarsi in materie di base e materie opzionali. Dopo un biennio comune di discipline di base, lo studente di 16 anni dovrebbe poter scegliere una parte del suo curriculum, dando più spazio a certe materie e meno ad altre.
Si dovrebbero mantenere alcune materie di base e altre opzionali, ad esempio corsi che approfondiscano aspetti artistici, musicali o particolari periodi della letteratura ma anche inserire la tematica economico-giuridico.
E’ sulle materie opzionali che si può recuperare anche il greco antico, invece di spingere centinaia di studenti ad affrontarlo nell’ambito del liceo classico. Ed è anche tra le materie opzionali che si possono offrire discipline che preparano ad una attività professionale e, quindi, con molte ore di laboratorio o tirocinio.
La didattica degli ultimi due anni di secondaria di secondo grado supererebbe dunque lo schema “stesse materie allo stesso livello” per tutti coloro che hanno la stessa età. Niente più classi scolastiche, bensì gruppi di apprendimento definiti da livelli. Come funziona? E’ semplice. Per ogni materia c’è un livello di base, che tutti devono raggiungere, e uno o più livelli più avanzati. Ad esempio, tutti devono seguire il corso di matematica 1 e 2 ma solo chi è appassionato fa anche matematica 3 o 4. Per le materie che lo studente ha scelto come minoritarie, o che ha scelto di fare ad un livello inferiore, deve quindi essere stabilito il livello di competenza minima, ad esempio: uno studente decide di fare storia solo fino al livello 2, che è il requisito minimo, e matematica fino al livello 4, o il contrario.
Una scuola superiore del genere costa molto, ma è molto formativa e seleziona anche l’accesso all’università. Fermo restando che chi avesse una vocazione tardiva per una materia che non ha affrontato a livello superiore nel corso del liceo, può sostenerne l’esame in un secondo momento (come fanno gli inglesi con gli A levels) . Per chi fosse interessato di questo approccio ne ho scritto qui
http://www.educazioneglobale.com/2014/04/i-programmi-dei-licei-non-e-ora-di-cambiare/

Elisabetta

Giorgio Israel ha detto...

Non si offenda ma questo genere di visione lo conosco bene, l'ho criticato numerose volte e lo considero senza alcun fondamento. Mi limito a dire che mi colpisce questo formalismo a etichette. Che cosa c'è dentro Matematica 1 e 2 che sarebbe essenziale mentre 3 e 4 sarebbe riservato agli appassionati? Bisognerebbe avrebbe prima avere il coraggio e la competenza di riempire di contenuti queste etichette. E che vuol dire Storia 2 e non oltre? Che si studia soltanto un pezzo di storia passata (quale e perché) o si studia soltanto un'infarinatura generale di tutta la storia e con che metodo? Un corso di studi dove si affronti la teoria della conoscenza a 17 anni? Ma si sa di cosa si sta parlando? Teoria della conoscenza, ovvero epistemologia è parte della filosofia e quindi ogni studente liceale studia la teoria della conoscenza studiando filosofia, cioè nel modo più serio.... e anche prima del 17 anni... A meno che uno non pensi che la filosofia vada sostituita con una sua parte, l'epistemologia, il che quanto meno si dovrebbe avere il coraggio di motivare. So che qualcuno lo crede. Francamente, lo considero una via di mezzo tra un cialtrone e un ignorante. Non sono insulti rivolti a lei, ma a lei rivolgo un invito: un po' più di modestia, soprattutto se si viene sul blog di un professore di matematica a parlare come cosa ovvia di Matematica 1, 2, 3, 4.....

Massimiliano ha detto...

Classico si classico no era un tema ampiamente dibattuto già ai tempi dei miei studi, trenta e passa anni fa. In realtà già allora erano evidenti un paio di situazioni. Innanzitutto gli studi classici non facevano male, e alla fine si rivelavano equivalenti (a meno di situazioni specifiche non rilevanti in questo contesto) a quelli tecnici o scientifici: si poteva semmai discutere sull’efficacia formativa del latino e del greco, confrontabili con lo stato dell’arte già a livello liceale, mentre materie come matematica e fisica (ma all'epoca nemmeno storia o filosofia) non lo sono. Come conseguenza, il liceo classico aveva perso, ammettendo l’avesse mai avuta in tempi moderni, la funzione di formazione delle élite, assunta ormai da istituti privati in grado di fornire un percorso di studi agevolato che al tempo stesso mantenesse qualche prestigio ma che soprattutto non intralciasse con le materie disciplinari chi fosse già predestinato a qualche alta posizione (modello montiano, per intendersi). Ora, smantellare gli studi classici ha probabilmente le stesse conseguenze che smantellare quelli scientifici (a livello sociale c’è bisogno di gente preparata negli uni o negli altri, ma non tanta, forse un po’ più nei secondi, ma non molto di più, e la forza lavoro disponibile nel campo è di gran lunga superiore al fabbisogno), i primi soffrono però di una difesa che con i suoi toni deamicisiani si rivela più dannosa di un’accusa. I burocrati e pedagogisti ministeriali hanno vittoria facile nel classificare gli accorati ma vaghi richiami alle antiche radici culturali come consuete laudationes temporis acti. L’affermazione che la società odierna sia basata sulla scienza e sulla statistica, per esempio, è accattivante e di sapore futuristico, anche se di scarsa utilità pratica, e deriva dalla confusione tra la conoscenza della tecnologia (di solito soddisfacente solo a livello universitario) con quella delle dinamiche sociali del suo utilizzo (usare WhatsApp ha un livello di complessità paragonabile a spedire una raccomandata). Ma la difesa degli studi classici manca anche di questo lato accattivante.
Come non addetto ai lavori, ovviamente non ho né il tempo né lo scopo di sviluppare un’argomentazione strutturata in questa difesa, e non sono nemmeno sicuro abbia senso, ma purtroppo devo rilevare che anche gli addetti hanno un approccio alquanto disorganizzato e destrutturato, di contro le pianificazioni ministeriali, altrettanto vacue nei loro fondamenti, struttura e organizzazione ne hanno in abbondanza. Al momento sembra quindi inevitabile che gli studi umanistici vengano progressivamente relegati in posizione marginale, ma in realtà è un destino di tutti gli studi specifici, teorici o pratici, poco inquadrabili nello sviluppo dei vantaggi e dei privilegi di una classe di burocrati, molto più a proprio agio in schemi di impostazione pedagogica, psicologica e sociologica.

Francesco Paolo Magno ha detto...

Replico all'intervento di ELISABETTA. Affidare ai ragazzi la scelta delle discipline da studiate negli Istituti di istruzione pubblica sarebbe un PROVVEDIMENTO INSENSATO.Tutti sappiamo che i giovani, proprio per la loro età, hanno un limitato senso di responsabilità e un patrimonio culturale, che non consente loro di fare le scelte meno dannose. Nessuno può negare che gli adulti, proprio per la loro età, vedono più lontano dei giovani. Ai giovani tocca il compito di scegliere, fuori dall'ambito della Scuola, certe attività e certi impegni, che prediligono (oggi gli adulti, con il loro comportamento, influenzano i giovani, e li inducono a coltivare attività dissipanti). Elisabetta non si rende conto che lo studio delle lingue classiche è fondamentale, perchè AFFINA LA FUNZIONALITA' DEL PENSIERO, rendendolo capace di ANALISI e di SINTESI, cioè di DISCRIMINARE (DISTINGUERE) e COLLEGARE TRA LORO GLI ELEMENTI, CHE SONO A NOI ESTERNI. Come anni fa chiarì RAFFAELE LA PORTA sulla rivista "SCUOLA E CITTA' ", l'estesa disoccupazione giovanile non dipende dal fatto che la Scuola non dà agli allievi una ATTREZZATURA PROFESSIONALE.E' il MECCANISMO DELL'ATTUALE SISTEMA PRODUTTIVO, CHE GENERA UNA CONTINUA, CRESCENTE DISOCCUPAZIONE. La necessità di non soccombere alla concorrenza costringe gli imprenditori a sostituire continuamente con il lavoro delle macchine il lavoro degli uomini : da qui il flusso, ininterrotto e crescente, della disoccupazione.

Francesco Paolo Magno ha detto...

Carissimo Massimiliano, la PAIDEIA del Liceo classico ha ancora lunga vita, perchè è una PAIDEIA, per nulla settoriale.La cultura, trasmessa da questa PAIDEIA, è caratterizzata da una circolarità disciplinare, quale hanno avuto i migliori dotti di tutti i tempi. La cecità e la decadenza, che catterizzano i nostri giorni, fanno credere ad alcuni che la migliore cultura sia quella specialistica e settoriale. In realtà la cultura o è circolare, universale, leonardesca, oppure non è CULTURA, ma INFORMAZIONE SETTORIALE, SPECIALISTICA. I fautori della PAIDEIA CLASSICA attribuiscono maggior valore al TUTTO, e non alle SINGOLE PARTI. L'assimilazione del TUTTO comprende l'assimilazione delle SINGOLE PARTI, mentre l'assimilazione delle SINGOLE PARTI non comprende l'assimilazione del TUTTO.

Massimiliano ha detto...

Egregio Francesco Paolo Magno, ho letto con interesse il suo intervento, ma temo (non me ne voglia) che gli argomenti a cui si riconduce siano rappresentativi della sindrome da tempus actum a cui accennavo.
Piaccia o meno, sia cosa cattiva o no, la logica che sottintende l’offerta formativa è ispirata da un mercato che in questo momento è insensibile all’idea di una paideia classica, e anche se concorda genericamente sull’importanza di un «tutto», di una «completezza», di una «cultura leonardesca», definizioni comunque vaghe, non è disposto a includervi spontaneamente, almeno senza argomentazioni più strutturate, discipline come greco e latino. A livello aneddotico, posso ricordare che due o tre anni fa nella città dove ho vissuto da ragazzo si annunciò l’attivazione nel liceo scientifico di una sezione sperimentale senza latino a favore di ulteriori ore di materie scientifiche. Le domande di iscrizione saturarono immediatamente la disponibilità e le proteste degli esclusi furono tante e tali che alla fine vennero attivate quattro sezioni del corso.
Più in generale viviamo in una società che propone un modello diverso che propone molti esempi sull’importanza di competenze … extracurricolari… per il conseguimento del successo non solo in politica, ma perfino nell’arte e nella scienza, e esempi in senso contrario, come il riferimento a Fabiola Gianotti accennato dal professore nell’articolo, nel migliore dei casi dimostrano che un’educazione tradizionale non interdice diversi sviluppi di carriera, ma da lì a mostrare o semplicemente a suggerire che possa giocare qualche ruolo la distanza è molto lunga e progressivamente crescente, con l’onere di percorrerla a carico dei propositori. In realtà al momento si potrebbe mettere in dubbio la reale utilità di una seria preparazione in qualsiasi campo (sempre tranne per i soliti pochi casi statisticamente non significativi, prometto di non ripeterlo), e l’educazione classica è un corollario: anche volendo riconoscere l’importanza di internet, impresa, inglese , mi sembrano ambiti altrettanto trascurati quanto quelli tradizionali.
Inoltre una suddivisione tra cultura e informazione settoriale appare (i.e. IMHO) improponibile in questa forma (che non credo farebbe bella figura in POF), senza un impegno di definizione che invece mi sembra eluso. Poi auguro anche io lunga vita alla paideia del Liceo classico, se non altro per motivi affettivi, ma l’impressione è che l’unica cosa che la mantenga ai livelli attuali di diffusione sia l’inerzia della pesante macchina organizzativa, che ha tempi di variazione dell’ordine del ricambio generazionale, ma che sta procedendo: mia madre ha iniziato il latino in prima media e l’ha studiato obbligatoriamente fino alla terza, io sono stato tra gli ultimi studenti di scuola media che l’ha iniziato in seconda e studiato in terza come materia facoltativa, ora lo si inizia al liceo e ci sono classi dello scientifico che l’hanno abolito, l’estrapolazione è abbastanza facile.

Roberto Buffagni ha detto...

Gentile Massimiliano,
se Lei vuole dire che la richiesta degli utenti e la cultura dominante nei media e nel ceto dirigente del greco e del latino, come in generale del liceo borghese, della paideia, della civiltà europea e della tradizione culturale italiana, non sanno che farsene, sfonda una porta spalancata e scopre l'acqua tiepida.
Il punto però mi pare questo: che per fare una riforma della scuola, sarebbe quantomeno opportuno definire a che cosa serve la scuola, cioè a dire che cosa della nostra tradizione culturale è necessario tramandare, che cosa no, e perchè. Così avverrebbe anche se ci domandassimo come riformare le Forze Armate: se non individuiamo qual è il nemico contro il quale difenderci, è pura perdita di tempo parlare di forniture militari, armamento, addestramento, esercito di leva o professionale, etc.
Quel che brilla per la sua assenza, nelle proposte di riforma scolastica di questo governo e dei precedenti, è non solo una risposta sensata ai suddetti interrogativi, ma la posizione preliminare delle domande strategiche preliminari.
Se uno vuole riformare la scuola basandosi sulla richiesta degli utenti, cioè in sintesi su una specie di sondaggio d'opinione in vista del lancio di un nuovo prodotto,fa una scemenza catastrofica che pagheranno svariate generazioni a venire, perchè la scuola NON è un corso preparatorio all'ingresso nel mercato del lavoro: un rapporto tra le due cose evidentemente c'è, ma non è diretto, non è prevedibile con esattezza, e non è nemmeno la cosa principale, visto che la formazione scolastica influisce direttamente sulla formazione della identità personale e nazionale, sulla lingua e sulla cultura di una nazione, e in generale sulla coesione sociale di una comunità, la cui durata si misura con i secoli e non con le trimestrali di cassa o con i forecast economici di medio periodo. Quindi bene riformare la scuola, ma cominciamo a porre le domande giuste, cioè le domande strategiche, e poi dibattiamo seriamente. Altrimenti, per forza che ci si attacca come mitili a quel che resta della riforma Gentile: la quale, con tutti i suoi limiti e i suoi anni, ha il pregio inestimabile di essere stata elaborata da un pensatore di alto livello che si è posto le domande nel modo corretto prima di dare la sua risposta. Meglio delle rovine con un capo e una coda di un prefabbricato che oggi splende di vernice fresca e domani va rottamato.

Nautilus ha detto...

Gent. Buffagni, avendo apprezzato il suo post, perchè non propone intanto lei qualche domanda "giusta"? Qualche meta strategica?
Giustissimi i suoi rilievi, mi pare che sia proprio l'incertezza "verso dove" vogliamo andare con le cosiddette riforme che ha creato lo stallo attuale. Ero piccino che si parlava di "riformare" la scuola (virgolette non a caso).
Cos'era che non andava nella scuola che ho purtroppo (per l'età) frequentato, ante-riforme? C'era davvero bisogno di riformarla?
Quel che doveva fare, lo faceva. A qualunque livello e indirizzo i ragazzi ne uscivano forniti di quel che si pretendeva da loro, fossero le elementari, le medie o le superiori, l'istruzione tecnica, scientifica, classica o professionale.
Non faccio il laudatores temporis acti..era così e basta.
Per gli allievi non era una passeggiata: prima del '68 l'autorità vi regnava indiscussa, quindi anche l'insegnante più mediocre (ce n'erano parecchi anche allora) era in grado di ottenere qualche risultato con la pura forza dei cattivi voti e delle bocciature: o bevevi o affogavi.
(Neanche però per i docenti eran tutte rose e fiori: alcuni li ho visti tremare davanti al preside.)
Ma il progresso non si ferma per definizione, sarà essenzialmente per questo che si sono tentate nuove strade. Son servite a qualcosa?
La risposta è sotto i nostri occhi.
Cos'altro tentare e perchè? Buffagni dica :)
Leggevo le proposte di Elisabetta riguardanti i programmi (che, insieme al reclutamento degli insegnanti mi sembrano l'unico possibile obiettivo di una riforma)..l'intenzione mi pare buona anche se di non facile realizzazione. Lette le critiche del prof. Israel che ne saprà molto più di me ma non mi sembrerebbe impossibile concentrare nozioni e soprattutto concetti essenziali di matematica in due anni: la geometria analitica si fa al professionale come ai tecnici come ai licei scientifici, però a tre livelli diversi e con impegno diverso. Non dovrebbe essere impossibile poi approfondire negli eventuali due anni successivi. Lo stesso per una lingua straniera.
Avendo insegnato in una privata per il recupero degli anni (2 in 1) qualcosa ho dovuto inventarmi.
Per altre materie invece sembra non ci sia niente da fare: greco e latino o li fai bene o non servono a nulla (come già mi pare succeda): un'infarinatura d'inglese può comunque rivelarsi utile e fornire una base, col latino sarebbe solo tempo buttato.

Francesco Paolo Magno ha detto...

Carissimo Nautilus, dall'insegnamento del Latino traggono uno stimolo anche gli allievi, che non ottengono voti di sufficienza. Il cervello dell'alunno, che studia la lingua latina, è sottoposto a sollecitazioni, che lasciano il loro segno. E questo segno alimenta e promuove l'AFFINAMENTO delle funzioni mentali.

Nautilus ha detto...

"Laudator" accidenti a 'un rileggere, vabbè che il latino è lontano..

Roberto Buffagni ha detto...

Gentile Nautilus,
la ringrazio per l'apprezzamento. Qualche ideuzza la potrei anche avere, ma 1) non sono un pensatore di prim'ordine come fu, ad esempio, Gentile 2) proporre un abbozzo di riforma della scuola in un commento richiede doti di sintesi prodigiose.
Mi limito a suggerire qualche domanda:
a)della tradizione culturale italiana va tramandato anzitutto quel che le è peculiare e la contraddistingue, o ciò che in essa è più compatibile con le culture oggi dominanti in Europa e nel mondo (le anglosassoni)?
b) la scuola italiana deve anzitutto proporsi il compito di formare cittadini in grado di esercitare la sovranità politica, o lavoratori in grado di inserirsi facilmente nel mercato del lavoro?
c)la scuola italiana deve ordinarsi intorno a un asse culturale diacronico o sincronico? In altri termini, nell'asse culturale della scuola italiana è determinante o no, il ruolo della storia? (Lo fu, per esempio, nella riforma Gentile, che per asse culturale scelse la filosofia insegnata come storia della filosofia).
d) l'ordine o gli ordini di scuola preposti alla formazione delle élites italiane devono privilegiare l'educazione al pensiero creativo o l'educazione alla gestione tecnica dei problemi e all'ingegneria sociale?

E qui mi fermo, direi che basta e avanza.

Francesco Paolo Magno ha detto...

Con domande, chiare e lineari, ROBERTO BUFFAGNI ci indica quali POSSANO E DEBBANO essere il corpo e l'anima della Scuola Italiana, OGGI. Quanti amiamo il sapere e la civiltà abbiamo l'obbligo di RINGRAZIARLO.

Nautilus ha detto...

Caro Francesco Paolo una premessa: ho fatto il latino solo tre anni alle medie (ancorchè l'insegnante fosse tanto brava quanto carog...esigente), per il resto studi tecnici.
Immagino quindi di non avere l'esperienza necessaria per parlare della sua utilità. Però in tutti gli anni trascorsi nella scuola la famosa domanda se il latino serva o no è stata ricorrente nei colloqui con amici e colleghi, e l'unica risposta che potevo dare riguardava esclusivamente la mia esperienza personale: nei tre anni delle medie quale materia era stata più formativa?
Non la matematica, della quale non capivo nulla. Non l'italiano, che ho imparato da solo leggendo e rileggendo Salgari, Verne o London. Non l'inglese, ridotto da noi allo studio della semplice grammatica. Non la storia, un'ammucchiata di chi fece cosa e quando, i perchè a più tardi.
Va ammesso, l'unica materia che mi ha costretto a spremere le meningi è stato proprio il latino: le stramaledette traduzioni dall'italiano hanno costituito, almeno per me, "sollecitazioni" come dice lei alquanto estreme.
Che poi questi sforzi sian serviti nel prosieguo non son certo: è vero che pure nelle materie tecniche andavan meglio quelli che avevan fatto latino rispetto agli altri ma ciò non prova nulla, erano già i migliori in partenza.
Sono abbastanza sicuro però che la sua eventuale efficacia sia dovuta proprio al rigore e precisione richiesti dalla mia persec...insegnante, un latinorum all'acqua di rose non mi sarebbe servito più delle altre materie, con l'aggravante di non possedere alcun altro tipo di utilità.
Questa opinione troverebbe una conferma in colleghi sfiduciati che lo insegnano sempre più svogliatamente a ragazzi sempre meno motivati.
Ovviamente può aver ragione lei, un solo caso non fa certo statistica:) Saluti.

Nautilus ha detto...

Beh caro Buffagni magari non sarà Gentile:) ma per un modesto assistente di laboratorio qual sono con solo un po' d'amore per la didattica e la formazione dei ragazzi le questioni da lei poste sono molto interessanti e davvero mi piacerebbe venissero approfondite.
Se poi penso che pur dando le risposte a domande di tale momento saremmo solo all'inizio, perché poi ci toccherebbe il "come", capisco che una sintesi sia impossibile.

Forse per deformazione professionale ho una risposta a tutti i problemi: lo studio della fisica, meglio in laboratorio, ecco la risposta.
Formativa, creativa, tecnica, propedeutica per qualunque tipo di lavoro...chi ne sa risolvere i problemi non si può spaventare di nulla...più fisica per tutti insomma!
E che Gentile si rivolti pure nella tomba!
Ovviamente scherzo, c'è un piiccolo conflitto d'interessi.

Francesco Paolo Magno ha detto...

Carissimo Nautilus e carissimo Buffagni, mi suscita un grandissimo piacere il fatto che lo studio del Latino e del Greco sia diventato oggetto di attenzione appassionata. Io desidero aggiungere una considerazione : sulla motivazione, o demotivazione degli alunni nei confronti dello studio di qualsiasi disciplina pesa l'influenza della società. Oggi la società non ha un interesse profondo per il SAPERE.

vanni ha detto...

Egregio Professore, giovedì 16 aprile, in tarda serata, alla fine di una trasmissione intitolata “Virus”, l’intervistato Alessandro Benetton - non so se un tempo egli pure studente della Bocconi, come alcuni dispensatori di saggezza - ha spezzato una lancia a favore della istruzione classica, asserendo che essa conferisce alla mente una “flessibilità e rotondità” che risultano utili nell’affrontare le sfide e la variabilità del presente; citando anche, in tono discorsivo, l’esempio di una topmanager di una grande azienda degli Stati Uniti, ora anche politica di spicco, con studi in Storia Medievale. E’ vero che stiamo parlando ora di dirigenti, ad ogni livello; ma ce ne servono di sicuro. (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4510ce36-72c4-4c37-b9bf-9c6a88853494.html).
Alessandro Benetton - si sa, ma lo dico - è rampollo di una notissima famiglia di imprenditori, certamente uno che odora poco o nulla di polvere del passato.

dante_01 ha detto...

Buongiorno, mi scuso perché arrivo sulla discussione dopo mesi...probabilmente il mio commento non avrà seguito, e capisco il perché...fino a 10' non conoscevo Lei né il Suo blog, arrivo da Goofynomics del Prof. Bagnai, un ex-allievo del classico di prim'ordine, a giudicare dalle frequenti citazioni latine e greche da lui riportate. Purtroppo non ho fatto il classico e sebbene possa affermare comunque di essere una persona di buona cultura - a dire di chi mi conosce, almeno - in fatto di latino e greco mi limito a citazioni di uso comune, che peraltro vedo che spesso non sono comprese e devo spiegarle...Ma vorrei dire che mi pare un po' riduttivo come fanno alcuni dare degli ignoranti senza speranza a coloro che non hanno frequentato questa scuola. La cultura di una persona si fa anche dopo la scuola, ne sono in piccolo un esempio - ma so che è un argomento che è meglio non portare. Se l'indice di cultura è anche dato da conoscere lingue straniere, ne conosco quattro (bene o male), ed anche qui avendole apprese a scuola basilarmente (due) e totalmente in proprio altre due. Ma girando l'Europa mi difendo bene, vorrei osare dire meglio di molti ex-alunni del Classico (certo non meglio del prof. Bagnai, che parla perfettamente tre lingue, col beneficio d'inventario della quarta in cui non l'ho visto all'opera che saltuariamente - tipo ai tempi del mitico "Hidalgo de la Sierra"!). Amo la storia e ho letto diversi libri su tutte le epoche e le nazioni (anche qui: accetto confronti). La grammatica la conosco bene, parlo di quella italiana, il che mi ha favorito nell'apprendimento delle lingue straniere. Ma sono un "vile" esponente di una scuola tecnica, addirittura un oscuro perito aziendale poi laureato nell'immonda economia (e commercio, si diceva ai miei tempi) e che è passato addirittura alla libera professione dopo anni trascorsi a lavorare in azienda (non mi aspetto nessuna simpatia su questo blog per questo!). Ecco tutto, sentivo solo il bisogno di difendere le mie origini non "nobili" (scolasticamente parlando) ed inviterei quindi i lettori del blog nella loro appassionata difesa del liceo classico a non voler denigrare "in re ipsa" (se si dice così) la scelta degli istituti tecnici. L'importante per me è che gli insegnanti diffondano la voglia di sapere alle giovani generazioni, che purtroppo vedo che ne avrebbero sempre più bisogno....

Francesca D'Antona ha detto...

caro Dante_01, mi trovo a leggere il suo commento e vorrei darle -in parte- ragione: io vengo dal Classico, e ne ho riconosciuto sopra i meriti indubbi. Mio marito ha fatto l'Istituto tecnico, ed ha una cultura enormemente migliore della mia, anche a livello letterario (uno di quelli che sanno Dante a memoria, e non solo, anche il Belli, Gozzano e molto altro). Il latino l'ha studiato anche lui solo alle medie, ma ne sa ben più di un liceale moderno. Ecco, questo è il punto: la scuola *di una volta* era molto diversa dall'attuale, e si usciva dalle medie in grado di scrivere un testo discreto per contenuti, e con ortografia e sintassi perfetta. Il problema non è solo classico-sì, classico-no ma avere una scuola di un livello buono per tutti gli indirizzi. E per fare questo bisogna ripartire dalle elementari.