Il 4 ottobre 2007 il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza un documento dal titolo “I pericoli del creazionismo nell’ambito dell’educazione”, che condanna le teorie creazioniste, includendovi le teorie del “disegno intelligente”. Il tono è particolarmente acceso: si manifesta preoccupazione per i “possibili effetti deleteri” che queste teorie possono avere sul sistema dell’istruzione e addirittura per le “conseguenze che potrebbero avere per le nostre democrazie”. Secondo il Consiglio d’Europa “se non stiamo attenti, il creazionismo potrebbe divenire una minaccia per i diritti umani”.
Il documento ha sollevato reazioni di segno opposto. Di particolare interesse ci sembra il commento di Massimo Piattelli Palmarini (Corriere della Sera del 16 ottobre), in quanto, pur partendo da posizioni equilibrate e da talune affermazioni interessanti, arriva a salutare come “razionale e liberatoria” la delibera. Piattelli Palmarini non si profonde in un peana della teoria dell’evoluzione, a differenza dei darwinisti professionali. Anzi, sostiene – con notevole coraggio, dati i tempi che corrono – che “la dottrina darwiniana tradizionale fa acqua da molte parti”. Cita l’illustre genetista americano Gregory C. Gibson, che su Nature ha parlato della “concezione emergente che la selezione naturale è solo uno dei fattori dell’ordine biologico, e forse nemmeno il più importante”. Secondo Piattelli Palmarini il vero approccio scientifico consiste nell’offrire nella scuola una visione complessa dell’evoluzione del vivente, e “non il tradizionale fumetto darwiniano”. Fin qui potremmo sottoscrivere parola per parola. Anzi, potremmo aggiungere che, per quanta acqua faccia la teoria dell’evoluzione, ciò non basta a motivare un ritorno al creazionismo. Secondo Piattelli Palmarini attenersi al “caricaturale” fumetto darwiniano significa “non fare tesoro della saggia risoluzione del Parlamento europeo”. Ma è proprio certo che sia questo lo spirito che ha animato quel consesso?
L’assunto del ragionamento di Piattelli Palmarini è che la scienza avrebbe stipulato con la società un “contratto implicito” consistente nello “spiegare i fenomeni della natura, vita compresa, in termini accessibili all’intelligenza umana, senza invocare fattori esterni alla natura stessa”. Ne deduce la necessità di mantenere una barriera impenetrabile tra scienza e credenze non naturalistiche, in particolare tra scienza e religione: l’una non si deve immischiare delle seconde e viceversa. Ma, per quanto possa si provare simpatia per la tirata d’orecchie che egli fa a Richards Dawkins, Daniel Dennett e Piergiorgio Odifreddi (“improvvisato teologo”) non mi pare che si possa seguirlo in questa distinzione rigida, tanto meno nell’ammettere l’esistenza di quel “contratto implicito”. Il contratto non è stato mai scritto perché quella barriera, se è mai esistita, è stata un colabrodo e, soprattutto, un colabrodo in continuo movimento. Chi conosca un minimo la storia della scienza sa che definire i confini esatti tra scienza e non-scienza è impossibile, a meno che non si assuma come “scienza” il suo stato attuale e tutto il resto, o quel che precede, venga vagliato alla luce di questa pietra di paragone. È la posizione “cumulativa” che tanto efficacemente ha demolito Thomas Kuhn quarant’anni fa. Dimenticare quella lezione non è una buona idea.
Prendiamo proprio il caso al centro di questa discussione. Secoli di biologia creazionista – e quindi intrisa di visioni teologiche – sono stati secoli di non-scienza? Eppure, questa non-scienza ci ha lasciato in eredità una grande mole di conoscenze “positive”, quantomeno in termini di classificazione, senza la quale sarebbe stato impossibile allo stesso Darwin pensare la teoria dell’evoluzione. Nessuna persona seria potrà sostenere che l’idea della fissità delle specie non abbia un’ispirazione teologica. La teologia creazionista è stata il motore metafisico della ricerca scientifica dei naturalisti pre-evoluzionisti, come la metafisica del “matematismo” (ovvero l’idea che il mondo è matematico) ha guidato la ricerca dei fondatori della fisica-matematica moderna. La scienza non può fare a meno di una metafisica influente, anzi parte da essa, a differenza di una scienza di tipo aristotelico, come osservava Alexandre Koyré, ammonendo di non dimenticare questo fatto essenziale. In realtà, nel sostenere che la scienza ha soltanto bisogno di osservazione e confronto con i fatti empirici si assume una metafisica ancora più pesante: il positivismo mascherato da anti-metafisica.
La scienza non evolve in una sorta di tubo sotto vuoto, isolata dal resto del mondo. Essa è intrisa di preconcetti metafisici, di visioni del mondo, di teologie, di filosofie di vario tipo. Nel suo percorso storico, associa sovente vecchi risultati con interpretazioni del mondo nuove e magari contrapposte a quelle precedenti. È arduo sostenere che il darwinismo non possieda una sua metafisica influente: basta sentire cosa predicano da mane a sera i darwinisti professionali. Sono questioni complesse che non dovrebbero essere trattate in un organismo politico-istituzionale. Ad esempio, mentre l’ipotesi creazionista si associa a un’idea di fissità delle specie, le teorie del disegno intelligente sono interpretazioni filosofiche ed eventualmente teologiche che possono associarsi a una teoria evolutiva. Pertanto, quando il Parlamento europeo ha associato nella condanna creazionismo e disegno intelligente non ha soltanto messo nero su bianco una sciocchezza ma ha anche esibito il presupposto ideologico fazioso che dettava la sua presa di posizione.
Piattelli Palmarini ha scritto un articolo corredato di osservazioni coraggiose e ispirate a un autentico spirito critico. Si è invece rinchiuso in una visione angusta e inesistente della scienza, come qualcosa di separato dal resto del pensiero e che si svolgerebbe in una purezza incontaminata, e ne è stato indotto a valutare positivamente un documento scandaloso. Dovrebbe essere inutile ripetere che qui non è in gioco la rivalutazione del creazionismo. Qui è in gioco la libertà di pensiero, il fatto elementare che le contese filosofiche, scientifiche, culturali si fanno fuori dalle aule parlamentari e dai tribunali e non si risolvono votando. La teoria dell’evoluzione non dovrebbe avere bisogno di un voto per reggersi in piedi. Tanto più è scandaloso arrivare addirittura a parlare di minacce per le democrazie e per i diritti umani. Qualcuno può forse asserire seriamente che secoli di creazionismo hanno messo in pericolo i diritti umani ed hanno ostacolato la formazione delle democrazie? Se si volesse entrare nella logica aberrante del Parlamento europeo occorrerebbe osservare che, piuttosto, è stato nel secolo del darwinismo che il nazifascismo e il comunismo hanno celebrato i loro lugubri trionfi.
Le persone autenticamente libere dovrebbero rinviare al mittente questo scandaloso e avvilente documento che mostra da dove vengano i veri pericoli per la libertà di pensiero, per la cultura e per la scienza.
Giorgio Israel
(pubblicato sul Foglio del 24 ottobre)
Tra le legittime critiche che si possono muovere a questo articolo, prego soltanto non venga mossa quella illegittima: che sarei un creazionista alla maniera degli evangelici americani. Tra l'altro, non apprezzo neppure la maggior parte della letteratura del cosiddetto "disegno intelligente", che considero una forma di riduzionismo grossolano. È un argomento molto interessante e delicato di cui bisognerebbe occuparsi seriamente, invece di fare guerre di "religione".
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante Alighieri)
domenica 28 ottobre 2007
venerdì 19 ottobre 2007
Sulla scuola la politica cede alla piazza e sbaglia strada
Una classe politica degna di questo nome deve possedere due qualità: saper capire che cosa si muove nella società e avere il coraggio di decisioni anche impopolari. Quel che è accaduto ieri in Senato merito alla scuola e alla faccenda dei cosiddetti esami di riparazione autunnali dimostra che queste due qualità sono merce rara nel nostro paese.
Chi conosca un minimo gli umori circolanti nel nostro paese sa che da molto tempo cresce il desiderio che nella scuola ritorni rigore e serietà e che vengano smantellate certe deliranti riforme degli ultimi quindici anni. Sa anche che questo desiderio è cresciuto a dismisura nell’ultimo anno, anche in relazione al diffondersi del bullismo a scuola, che il crollo di autorità degli insegnanti – largamente dovuto anche all’impossibilità di sanzionare il cattivo rendimento scolastico – non riesce a frenare. Basta leggere le lettere inviate ai giornali e parlare in giro, per rendersi conto che la stragrande maggioranza degli insegnanti, la stragrande maggioranza delle famiglie e anche un consistente numero di studenti ha accolto con favore i pur timidi provvedimenti del ministro Fioroni, incluso quello teso a compiere una verifica dei debiti formativi entro l’anno e non ogni due anni. Casomai, Fioroni andrebbe stimolato ad essere più coraggioso e incalzato ad affrontare anche una profonda revisione dei contenuti dell’insegnamento. Che poi ci sia chi si oppone, è ovvio. Ed è altrettanto ovvio che si tratta delle minoranze più vocianti, tanto vocianti da far credere a chi non ha capito nulla della situazione, che si tratti della maggioranza.
Dar retta alle manifestazioni studentesche di questi giorni non significa soltanto non aver capito niente, ma anche non avere il coraggio che si richiede ad una classe politica degna di questo nome, la quale non dovrebbe esitare a fare quel che è giusto anche di fronte alle proteste, soprattutto tenendo conto che una scuola la cui organizzazione viene decisa dagli studenti è morta e sepolta.
Il senatore Calderoli – pronto a esibire rigore e fermezza estrema quando si tratta di questioni padane o di immigrazione – ha sbagliato tre volte: ha mostrato di cedere miseramente di fronte alle sgangherate richieste della piazza; ha dimostrato di non avere il polso della situazione, perché se crede di conquistare un po’ di voti di famiglie che non hanno il senso del dovere perderà molti più voti di altre famiglie e di insegnanti; e infine non ha capito il merito della questione, perché il provvedimento di Fioroni non ripristina gli esami autunnali, che richiedevano la formazione di commissioni, bensì accorcia i tempi di verifica del recupero dei debiti formativi e cerca di porre rimedio allo scandalo immorale di studenti che non fanno nulla e vanno avanti lo stesso.
Se poi è proprio questo cui mirava Calderoli, e cioè stoppare il provvedimento di Fioroni, per lisciare il pelo ai nullafacenti, agli asini, ai bulli e alle loro irresponsabili famiglie – come risulterebbe dalla sua dichiarazione tesa a restituire “tranquillità ai nostri ragazzi” – ha fatto il peggio del peggio in nome di un misero vantaggio di popolarità che peraltro non incasserà mai. In cambio, ha vibrato una picconata micidiale alla scuola, lanciando un segnale che va in direzione opposta al recupero di rigore, di serietà, di disciplina e di efficacia.
Quel che è stato sconvolgente è l’immagine di un Senato che si è accodato quasi tutto a una simile sconsiderata iniziativa, probabilmente sempre per la paura della piazza, per insipienza e incomprensione della realtà.
Arrivano molte telefonate sconsolate. Qualcuno si chiedeva anche in quale paese civile si potrebbe emigrare. Si continui pure così, ma poi non ci si lamenti se il vento della sfiducia e dell’antipolitica s’ingrosserà sempre di più.
(L'Occidentale, 18 ottobre 2007)
Chi conosca un minimo gli umori circolanti nel nostro paese sa che da molto tempo cresce il desiderio che nella scuola ritorni rigore e serietà e che vengano smantellate certe deliranti riforme degli ultimi quindici anni. Sa anche che questo desiderio è cresciuto a dismisura nell’ultimo anno, anche in relazione al diffondersi del bullismo a scuola, che il crollo di autorità degli insegnanti – largamente dovuto anche all’impossibilità di sanzionare il cattivo rendimento scolastico – non riesce a frenare. Basta leggere le lettere inviate ai giornali e parlare in giro, per rendersi conto che la stragrande maggioranza degli insegnanti, la stragrande maggioranza delle famiglie e anche un consistente numero di studenti ha accolto con favore i pur timidi provvedimenti del ministro Fioroni, incluso quello teso a compiere una verifica dei debiti formativi entro l’anno e non ogni due anni. Casomai, Fioroni andrebbe stimolato ad essere più coraggioso e incalzato ad affrontare anche una profonda revisione dei contenuti dell’insegnamento. Che poi ci sia chi si oppone, è ovvio. Ed è altrettanto ovvio che si tratta delle minoranze più vocianti, tanto vocianti da far credere a chi non ha capito nulla della situazione, che si tratti della maggioranza.
Dar retta alle manifestazioni studentesche di questi giorni non significa soltanto non aver capito niente, ma anche non avere il coraggio che si richiede ad una classe politica degna di questo nome, la quale non dovrebbe esitare a fare quel che è giusto anche di fronte alle proteste, soprattutto tenendo conto che una scuola la cui organizzazione viene decisa dagli studenti è morta e sepolta.
Il senatore Calderoli – pronto a esibire rigore e fermezza estrema quando si tratta di questioni padane o di immigrazione – ha sbagliato tre volte: ha mostrato di cedere miseramente di fronte alle sgangherate richieste della piazza; ha dimostrato di non avere il polso della situazione, perché se crede di conquistare un po’ di voti di famiglie che non hanno il senso del dovere perderà molti più voti di altre famiglie e di insegnanti; e infine non ha capito il merito della questione, perché il provvedimento di Fioroni non ripristina gli esami autunnali, che richiedevano la formazione di commissioni, bensì accorcia i tempi di verifica del recupero dei debiti formativi e cerca di porre rimedio allo scandalo immorale di studenti che non fanno nulla e vanno avanti lo stesso.
Se poi è proprio questo cui mirava Calderoli, e cioè stoppare il provvedimento di Fioroni, per lisciare il pelo ai nullafacenti, agli asini, ai bulli e alle loro irresponsabili famiglie – come risulterebbe dalla sua dichiarazione tesa a restituire “tranquillità ai nostri ragazzi” – ha fatto il peggio del peggio in nome di un misero vantaggio di popolarità che peraltro non incasserà mai. In cambio, ha vibrato una picconata micidiale alla scuola, lanciando un segnale che va in direzione opposta al recupero di rigore, di serietà, di disciplina e di efficacia.
Quel che è stato sconvolgente è l’immagine di un Senato che si è accodato quasi tutto a una simile sconsiderata iniziativa, probabilmente sempre per la paura della piazza, per insipienza e incomprensione della realtà.
Arrivano molte telefonate sconsolate. Qualcuno si chiedeva anche in quale paese civile si potrebbe emigrare. Si continui pure così, ma poi non ci si lamenti se il vento della sfiducia e dell’antipolitica s’ingrosserà sempre di più.
(L'Occidentale, 18 ottobre 2007)
martedì 9 ottobre 2007
Il pantano della politica italiana
Michele Salvati ha sollevato un dibattito molto interessante sul Corriere della Sera, sostenendo, in sostanza, che il problema fondamentale del Partito democratico sia continuare sulla linea degli accordi e dei compromessi con la sinistra radicale, oppure evitare alleanze che forse possono condurre alla vittoria elettorale ma che condannano all’ingovernabilità. Nell’attuale situazione, è quanto dire: «È meglio perdere da soli o in compagnia?». Ha risposto Marco Follini che la seconda scelta è quella giusta: «prima i contenuti e poi gli schieramenti, prima le idee riformiste e poi la compagnia (rigorosamente riformista anch’essa». Secondo Follini non è neppure detto che così si perda, se si accetta di rischiare credendo alla sfida. Tuttavia, l’intervento di Nicola Rossi ha messo il dito sulla piaga dicendo, in buona sostanza, che se la linea riformista non si afferma davvero, se non è profondamente condivisa all’interno dello stesso Partito democratico, l’alternativa posta è fallace. La consapevolezza della vera natura delle sfide da affrontare «è solitamente la conseguenza di battaglie senza quartiere, culturali prima ancora che politiche, combattute all’interno dei singoli schieramenti, associate alla convinzione che un sistema bipolare vive dello scontro trasparente tra i poli, ma soffoca se allo sconto sulle issues si sostituisce la pura e semplice negazione dell’avversario».
Rossi ha messo il dito sulla piaga. Perché il dato dell’omogeneità all’interno dello stesso Partito democratico è tutt’altro che scontato. Al contrario, l’immagine è quella di una disomogeneità che riproduce, in forme appena attenuate, la stessa disomogeneità che caratterizza l’attuale coalizione di governo. Non è un caso che il Pd si sia scelto un segretario di mediazione come Veltroni: perché, al di là delle affermazioni di principio, Veltroni è l’uomo della mediazione per eccellenza, che tenta di tenere assieme tutto e il contrario di tutto con gli equilibrismi più arditi. Ciò non si riflette soltanto nella scelta delle personalità di punta del Pd, che spesso stanno assieme come il diavolo e l’acqua santa, ma nell’impossibilità di dire che cosa voglia il Pd su tutti i temi cruciali: politica economica, politica estera, questioni etiche posti dagli sviluppi tecnoscientifici, politiche dell’istruzione e della ricerca scientifica. Il Pd non ha seguito il percorso del partito di Sarkozy, che è stato da quest’ultimo riplasmato da cima a fondo attraverso una dura e tenace battaglia politica, che ha lasciato emergere una linea chiara, talmente chiara da poter essere polo di attrazione persino per alcuni settori dell’opposizione socialista.
Il guaio è che questa situazione affligge anche il centro-destra. Al di là di un generico riferimento all’abbattimento delle imposte non si capisce bene quale politica economica verrebbe perseguita. Prospettare alleanze con personalità come Lamberto Dini apre inquietanti domande circa la futura politica estera del centro-destra, se solo si ricordano i viaggi in Siria e le dichiarazioni di quest’ultimo sulla crisi mediorientale e sull’Iran. Sulla politica scolastica la confusione è totale.Il centro-destra è generalmente più sensibile ai temi di bioetica, ma non poche personalità al suo interno professano posizioni che si spingono fino al laicismo.
Il richiamo di Nicola Rossi a battaglie culturali “senza quartiere”, prima ancora che politiche, che conducano a scelte consapevoli all’interno degli schieramenti, è quanto mai opportuno, perché se non si perverrà a un simile livello di chiarezza il paese non uscirà mai fuori dalla crisi che lo attanaglia.
Rossi ha messo il dito sulla piaga. Perché il dato dell’omogeneità all’interno dello stesso Partito democratico è tutt’altro che scontato. Al contrario, l’immagine è quella di una disomogeneità che riproduce, in forme appena attenuate, la stessa disomogeneità che caratterizza l’attuale coalizione di governo. Non è un caso che il Pd si sia scelto un segretario di mediazione come Veltroni: perché, al di là delle affermazioni di principio, Veltroni è l’uomo della mediazione per eccellenza, che tenta di tenere assieme tutto e il contrario di tutto con gli equilibrismi più arditi. Ciò non si riflette soltanto nella scelta delle personalità di punta del Pd, che spesso stanno assieme come il diavolo e l’acqua santa, ma nell’impossibilità di dire che cosa voglia il Pd su tutti i temi cruciali: politica economica, politica estera, questioni etiche posti dagli sviluppi tecnoscientifici, politiche dell’istruzione e della ricerca scientifica. Il Pd non ha seguito il percorso del partito di Sarkozy, che è stato da quest’ultimo riplasmato da cima a fondo attraverso una dura e tenace battaglia politica, che ha lasciato emergere una linea chiara, talmente chiara da poter essere polo di attrazione persino per alcuni settori dell’opposizione socialista.
Il guaio è che questa situazione affligge anche il centro-destra. Al di là di un generico riferimento all’abbattimento delle imposte non si capisce bene quale politica economica verrebbe perseguita. Prospettare alleanze con personalità come Lamberto Dini apre inquietanti domande circa la futura politica estera del centro-destra, se solo si ricordano i viaggi in Siria e le dichiarazioni di quest’ultimo sulla crisi mediorientale e sull’Iran. Sulla politica scolastica la confusione è totale.Il centro-destra è generalmente più sensibile ai temi di bioetica, ma non poche personalità al suo interno professano posizioni che si spingono fino al laicismo.
Il richiamo di Nicola Rossi a battaglie culturali “senza quartiere”, prima ancora che politiche, che conducano a scelte consapevoli all’interno degli schieramenti, è quanto mai opportuno, perché se non si perverrà a un simile livello di chiarezza il paese non uscirà mai fuori dalla crisi che lo attanaglia.
venerdì 28 settembre 2007
Lettera al direttore de Il Foglio sul "diritto" a entrare in ritardo a scuola
Signor Direttore,
giustamente Il Foglio definisce "imperdibili" le dichiarazioni di Roberto Tavani, assessore municipale alla cultura, circa la battaglia sul diritto a entrare in ritardo al Liceo Mamiani. Allora non perdiamoci neppure quelle di "Giacomo", rappresentante dimissionario al Consiglio d'Istituto, secondo cui “il preside non ha capito che ciò che più fa imbestialire gli studenti è un proprio un provvedimento che interferisce sulla sfera personale". Una filosofia davvero interessante. L'orario di ingresso a scuola sarebbe una faccenda che attiene alla sfera personale... A pensarci bene, ogni orario - degli uffici, dei treni, degli aerei, delle fabbriche, degli ospedali, ecc. ecc. - interferisce nelle sfere personali. Perciò - sempre per dirla con l'imperdibile Tavani - bisogna "elaborare un confronto" perché "dare un aut aut è solo perdente". Proviamo a ristrutturare il paese su queste basi e vediamo che bordello perdente ne viene fuori. D'altra parte è la filosofia "I care" de "la legalità è un diritto". Uno (come il preside del Mamiani) ha il diritto di chiedere il rispetto della legalità. Gli altri la rispetteranno, se gli garba. Se non gli garba, bisognerà elaborare un confronto. Doveri da applicare sotto forma di aut aut? Mai! Sarebbe un'orrida interferenza nella sfera personale, che diamine.
giustamente Il Foglio definisce "imperdibili" le dichiarazioni di Roberto Tavani, assessore municipale alla cultura, circa la battaglia sul diritto a entrare in ritardo al Liceo Mamiani. Allora non perdiamoci neppure quelle di "Giacomo", rappresentante dimissionario al Consiglio d'Istituto, secondo cui “il preside non ha capito che ciò che più fa imbestialire gli studenti è un proprio un provvedimento che interferisce sulla sfera personale". Una filosofia davvero interessante. L'orario di ingresso a scuola sarebbe una faccenda che attiene alla sfera personale... A pensarci bene, ogni orario - degli uffici, dei treni, degli aerei, delle fabbriche, degli ospedali, ecc. ecc. - interferisce nelle sfere personali. Perciò - sempre per dirla con l'imperdibile Tavani - bisogna "elaborare un confronto" perché "dare un aut aut è solo perdente". Proviamo a ristrutturare il paese su queste basi e vediamo che bordello perdente ne viene fuori. D'altra parte è la filosofia "I care" de "la legalità è un diritto". Uno (come il preside del Mamiani) ha il diritto di chiedere il rispetto della legalità. Gli altri la rispetteranno, se gli garba. Se non gli garba, bisognerà elaborare un confronto. Doveri da applicare sotto forma di aut aut? Mai! Sarebbe un'orrida interferenza nella sfera personale, che diamine.
domenica 16 settembre 2007
E adesso scopriamo che pure il grande Habermas non si porta più
(Il Foglio - sabato 15 settembre 2007)
La relazione tenuta da Jürgen Habermas a Roma su “La rinascita della religione: una sfida per l’autocomprensione laica della modernità?” suscita una riflessione. Prima o poi occorrerà ammettere che più di un secolo di sociologia “scientifica” inspirata al modello delle scienze esatte ha lasciato poche acquisizioni e molti detriti. Ciò emerge anche dalla relazione di Habermas, per esempio quando osserva che «la debolezza della teoria della secolarizzazione è dovuta a inferenze affrettate che tradiscono un uso impreciso dei concetti di “secolarizzazione” e di “modernizzazione”». Perché parlare di “imprecisione” e non di uso astorico? Il concetto di precisione si addice a definizioni relative a oggetti aventi caratteristiche di invariabilità, non a fenomeni, addirittura soggettivi, dipendenti dal tempo storico. In tal caso, il tentativo di dare definizioni “precise” è vano. Habermas ricorda i tre cardini su cui poggia la tesi della secolarizzazione risalente a Durkheim e Weber: il progresso della scienza e della tecnologia promuove una visione antropocentrica e umanistica del mondo inconciliabile con le visioni teocentriche; la differenziazione funzionale dei sottosistemi sociali dissolve la funzione pubblica delle religioni; la crescita di benessere e di sicurezza esistenziale elimina il bisogno di fede in un potere più “alto”. Ma questa tesi era soprattutto una credenza dei padri della sociologia scientifica che non ha corrisposto agli sviluppi storici successivi. Che il progresso scientifico e tecnologico implichi di per sé antropocentrismo e umanesimo poteva essere creduto nel periodo trionfale del positivismo. Oggi quest’idea si scontra con i fatti: il prevalere del meccanicismo spinge in una direzione antiumanistica e per nulla antropocentrica. Così, l’idea che la diffusione del benessere dissolva l’esigenza di trascendenza era un “wishful thinking”, pesantemente smentito dalla storia del Novecento: l’insoddisfazione per la società del benessere non ha ricondotto alle religioni tradizionali, ma è stata convogliata entro altre correnti di forza inaudita.
L’analisi dei padri della sociologia non può essere considerata fuori dalla storia, come se dovessimo discutere delle equazioni di Maxwell. Vi è certamente stato un processo di secolarizzazione nel senso sopradetto. Ma occorre chiedersi se lo spazio sottratto alle religioni sia stato riempito dalla razionalità illuministica o positivistica o, piuttosto, l’esigenza di assoluto non si sia incanalata in altre direzioni, e altri attori abbiano occupato la scena. È stupefacente che si possa sviluppare un’analisi di questi temi escludendone i più ingombranti protagonisti del Novecento: i totalitarismi. Appare molto più significativa la categoria di “teologie sostitutive” introdotta da George Steiner. Secondo tale visione il vuoto lasciato libero dalle religioni è stato riempito da teologie sostitutive, sistemi “mitopoietici” che offrono risposte alle problematiche tipiche del pensiero religioso: visioni totalizzanti ed escatologiche che rispondono ad aneliti messianici; la sostituzione dei testi sacri con testi canonici, nuove “tavole della legge”; il conseguente conflitto fra ortodossia ed eresia; la costituzione di linguaggi e riti formati da metafore, simboli, gesti, scenari aventi un valore d’identificazione. Queste caratteristiche si ritrovano tutte nei movimenti totalitari del Novecento e poco hanno a che fare con il razionalismo secolare, anche se ne ereditano lo scientismo, piegato però a una prospettiva escatologica che, pur dicendosi terrena, è talmente fuori dalla storia reale da rivelare il suo carattere di surrogato dell’esigenza frustrata di trascendenza e di redenzione.
Tanto è inverosimile un’analisi delle relazioni tra secolarismo e religiosità in Europa senza riferimento ai totalitarismi, quanto lo è discutere le condizioni presenti dell’Europa senza occuparsi di cosa stia accadendo nel vuoto lasciato libero dal comunismo. A nostro avviso, l’esigenza di palingenesi messianica del comunismo, privata di prospettive concrete, dei suoi “libri sacri” e dei suoi simboli identificativi, li ha sostituiti con una visione ridotta al mito salvifico della tecnoscienza, in quanto capace di redimere la società e di ricostruire scientificamente l’uomo, depurandolo dagli errori inerenti alla sua “imperfetta” costituzione naturale. Ed ecco che un altro mito escatologico novecentesco, l’eugenetica, si riaffaccia nei panni di un ideale di progresso. Questo bisogno inesausto di escatologia spiega perchè tanti orfani del marxismo siano in prima linea nel lanciare la singolare formula della scienza come “religione della ragione”. E spiega il paradosso per cui il bersaglio della critica storico-scientifica delle religioni sono cristianesimo ed ebraismo e i loro libri sacri mentre si presta un deferente omaggio al Corano, e si manifesta comprensione nei confronti del fondamentalismo islamico. Simili manifestazioni hanno poco a che fare con il secolarismo e con la laicità. Giustamente si parla di “laicismo” – ne ha parlato Habermas suscitando fastidio – ovvero dell’erigere l’antireligiosità a fede, rinunciando alla tolleranza voltairiana in favore dell’intransigenza delle teologie sostitutive.
Non sorprende che un discorso moderato e aperto sulla ragione – un’autentica difesa della razionalità – venga oggi in Europa soprattutto dal vilipeso ceppo giudaico-cristiano. Il discorso di Benedetto XVI a Regensburg ha destato scandalo perché ha proposto una nuova alleanza tra ragione e religione in opposizione alla visione della fede come alternativa alla ragione o della ragione eretta a fede. Come parlare di secolarismo tollerante europeo, se la “religione della ragione” respinge questa mano tesa e preferisce mostrare comprensione nei confronti di chi predica la supremazia assoluta della fede?
Nella sua relazione Habermas propone una critica del laicismo in quanto capace di provocare conflitti altrettanto profondi di quelli tra fedi religiose ostili. Egli identifica il laicismo come devianza da una condizione ideale di coesistenza tra visioni contrastanti, derivante dall’accettazione di un minimo comun denominatore di regole – una condizione che individua come ipotesi controfattuale. Crediamo poco all’uso di ragionamenti controfattuali nelle scienze sociali. Le scienze fisico-matematiche ricorrono a ragionamenti controfattuali in quanto l’essenza del loro metodo è immergere il reale in un immaginario controllato. Ma non esiste un virtuale nella sfera sociale e per questo una sociologia teorica è impossibile. Pertanto, lo schema utilizzato da Habermas, ricorrendo all’idea di equilibrio, che ha dato sempre cattivi risultati nelle scienze umane, non corrisponde a situazioni realistiche e praticabili. Ma questo è un altro discorso. Qui ci interessa sottolineare che, anche a partire da un siffatto approccio, Habermas perviene a conclusioni nette sul pregiudizio che una visione laicista può portare alla tolleranza.
Tuttavia, la parte più interessante del testo di Habermas è dove egli, scendendo sul terreno storico, critica «la presa di posizione polemica dell’Illuminismo nei confronti del potere temporale della religione», che «tende ad oscurare il fatto che il pensiero postmetafisico si è appropriato criticamente di contenuti della tradizione giudaico-cristiana non meno importanti dell’eredità della metafisica greca». Egli sottolinea che «i concetti moderni della persona individuale e della forza individuante di una storia di vita traggono le loro connotazioni di unicità, insostituibilità e soggettività o interiorità dalla nozione biblica di una vita vissuta sotto lo sguardo divino». «La morale laica dell’eguale rispetto per ciascuno» ha un carattere di imperativo categorico perché «mantiene una traccia della trascendenza intramondana dalla prospettiva divina del Giudizio Universale». Si potrebbe aggiungere che questo apporto è stato determinante anche sul terreno della razionalità scientifica: la formazione della scienza europea ha avuto come attori principali “teologi laici” che ne hanno fondato i concetti sulla base di riflessioni teologiche sull’infinito, lo spazio, il tempo e il rapporto tra matematica e realtà.
È bastato che Habermas ponesse la domanda «intorno a che cosa la ragione secolare possa apprendere dall’acquisire coscienza del suo rapporto genealogico con l’eredità giudaico-cristiana» per destare fastidio in molti commentatori. Si è tentato di far credere che il suo intervento sia stato «una sfida alle tesi di Papa Ratzinger». Al contrario. Per Habermas, la ragione laica deve «astenersi dal valutare la razionalità o irrazionalità della religione in quanto tale»: un richiamo che incontra le tesi di Benedetto XVI. E quando conclude dicendo che il «riserbo cognitivo» di un «agnosticismo riflessivo» «può soltanto operare a favore di quelle religioni che a loro volta hanno imparato a riconoscere la democrazia, il pluralismo religioso e l’autorità laica della scienza», egli fa l’affermazione più imbarazzante per chi ha voluto presentare il suo intervento come un’apologia della ragione laica europea in quanto sola capace di gestire l’incontro delle civiltà. Provatevi a chiedere quali sono quelle religioni: la risposta l’ha data poco prima Habermas, più chiaramente non si potrebbe.
La relazione tenuta da Jürgen Habermas a Roma su “La rinascita della religione: una sfida per l’autocomprensione laica della modernità?” suscita una riflessione. Prima o poi occorrerà ammettere che più di un secolo di sociologia “scientifica” inspirata al modello delle scienze esatte ha lasciato poche acquisizioni e molti detriti. Ciò emerge anche dalla relazione di Habermas, per esempio quando osserva che «la debolezza della teoria della secolarizzazione è dovuta a inferenze affrettate che tradiscono un uso impreciso dei concetti di “secolarizzazione” e di “modernizzazione”». Perché parlare di “imprecisione” e non di uso astorico? Il concetto di precisione si addice a definizioni relative a oggetti aventi caratteristiche di invariabilità, non a fenomeni, addirittura soggettivi, dipendenti dal tempo storico. In tal caso, il tentativo di dare definizioni “precise” è vano. Habermas ricorda i tre cardini su cui poggia la tesi della secolarizzazione risalente a Durkheim e Weber: il progresso della scienza e della tecnologia promuove una visione antropocentrica e umanistica del mondo inconciliabile con le visioni teocentriche; la differenziazione funzionale dei sottosistemi sociali dissolve la funzione pubblica delle religioni; la crescita di benessere e di sicurezza esistenziale elimina il bisogno di fede in un potere più “alto”. Ma questa tesi era soprattutto una credenza dei padri della sociologia scientifica che non ha corrisposto agli sviluppi storici successivi. Che il progresso scientifico e tecnologico implichi di per sé antropocentrismo e umanesimo poteva essere creduto nel periodo trionfale del positivismo. Oggi quest’idea si scontra con i fatti: il prevalere del meccanicismo spinge in una direzione antiumanistica e per nulla antropocentrica. Così, l’idea che la diffusione del benessere dissolva l’esigenza di trascendenza era un “wishful thinking”, pesantemente smentito dalla storia del Novecento: l’insoddisfazione per la società del benessere non ha ricondotto alle religioni tradizionali, ma è stata convogliata entro altre correnti di forza inaudita.
L’analisi dei padri della sociologia non può essere considerata fuori dalla storia, come se dovessimo discutere delle equazioni di Maxwell. Vi è certamente stato un processo di secolarizzazione nel senso sopradetto. Ma occorre chiedersi se lo spazio sottratto alle religioni sia stato riempito dalla razionalità illuministica o positivistica o, piuttosto, l’esigenza di assoluto non si sia incanalata in altre direzioni, e altri attori abbiano occupato la scena. È stupefacente che si possa sviluppare un’analisi di questi temi escludendone i più ingombranti protagonisti del Novecento: i totalitarismi. Appare molto più significativa la categoria di “teologie sostitutive” introdotta da George Steiner. Secondo tale visione il vuoto lasciato libero dalle religioni è stato riempito da teologie sostitutive, sistemi “mitopoietici” che offrono risposte alle problematiche tipiche del pensiero religioso: visioni totalizzanti ed escatologiche che rispondono ad aneliti messianici; la sostituzione dei testi sacri con testi canonici, nuove “tavole della legge”; il conseguente conflitto fra ortodossia ed eresia; la costituzione di linguaggi e riti formati da metafore, simboli, gesti, scenari aventi un valore d’identificazione. Queste caratteristiche si ritrovano tutte nei movimenti totalitari del Novecento e poco hanno a che fare con il razionalismo secolare, anche se ne ereditano lo scientismo, piegato però a una prospettiva escatologica che, pur dicendosi terrena, è talmente fuori dalla storia reale da rivelare il suo carattere di surrogato dell’esigenza frustrata di trascendenza e di redenzione.
Tanto è inverosimile un’analisi delle relazioni tra secolarismo e religiosità in Europa senza riferimento ai totalitarismi, quanto lo è discutere le condizioni presenti dell’Europa senza occuparsi di cosa stia accadendo nel vuoto lasciato libero dal comunismo. A nostro avviso, l’esigenza di palingenesi messianica del comunismo, privata di prospettive concrete, dei suoi “libri sacri” e dei suoi simboli identificativi, li ha sostituiti con una visione ridotta al mito salvifico della tecnoscienza, in quanto capace di redimere la società e di ricostruire scientificamente l’uomo, depurandolo dagli errori inerenti alla sua “imperfetta” costituzione naturale. Ed ecco che un altro mito escatologico novecentesco, l’eugenetica, si riaffaccia nei panni di un ideale di progresso. Questo bisogno inesausto di escatologia spiega perchè tanti orfani del marxismo siano in prima linea nel lanciare la singolare formula della scienza come “religione della ragione”. E spiega il paradosso per cui il bersaglio della critica storico-scientifica delle religioni sono cristianesimo ed ebraismo e i loro libri sacri mentre si presta un deferente omaggio al Corano, e si manifesta comprensione nei confronti del fondamentalismo islamico. Simili manifestazioni hanno poco a che fare con il secolarismo e con la laicità. Giustamente si parla di “laicismo” – ne ha parlato Habermas suscitando fastidio – ovvero dell’erigere l’antireligiosità a fede, rinunciando alla tolleranza voltairiana in favore dell’intransigenza delle teologie sostitutive.
Non sorprende che un discorso moderato e aperto sulla ragione – un’autentica difesa della razionalità – venga oggi in Europa soprattutto dal vilipeso ceppo giudaico-cristiano. Il discorso di Benedetto XVI a Regensburg ha destato scandalo perché ha proposto una nuova alleanza tra ragione e religione in opposizione alla visione della fede come alternativa alla ragione o della ragione eretta a fede. Come parlare di secolarismo tollerante europeo, se la “religione della ragione” respinge questa mano tesa e preferisce mostrare comprensione nei confronti di chi predica la supremazia assoluta della fede?
Nella sua relazione Habermas propone una critica del laicismo in quanto capace di provocare conflitti altrettanto profondi di quelli tra fedi religiose ostili. Egli identifica il laicismo come devianza da una condizione ideale di coesistenza tra visioni contrastanti, derivante dall’accettazione di un minimo comun denominatore di regole – una condizione che individua come ipotesi controfattuale. Crediamo poco all’uso di ragionamenti controfattuali nelle scienze sociali. Le scienze fisico-matematiche ricorrono a ragionamenti controfattuali in quanto l’essenza del loro metodo è immergere il reale in un immaginario controllato. Ma non esiste un virtuale nella sfera sociale e per questo una sociologia teorica è impossibile. Pertanto, lo schema utilizzato da Habermas, ricorrendo all’idea di equilibrio, che ha dato sempre cattivi risultati nelle scienze umane, non corrisponde a situazioni realistiche e praticabili. Ma questo è un altro discorso. Qui ci interessa sottolineare che, anche a partire da un siffatto approccio, Habermas perviene a conclusioni nette sul pregiudizio che una visione laicista può portare alla tolleranza.
Tuttavia, la parte più interessante del testo di Habermas è dove egli, scendendo sul terreno storico, critica «la presa di posizione polemica dell’Illuminismo nei confronti del potere temporale della religione», che «tende ad oscurare il fatto che il pensiero postmetafisico si è appropriato criticamente di contenuti della tradizione giudaico-cristiana non meno importanti dell’eredità della metafisica greca». Egli sottolinea che «i concetti moderni della persona individuale e della forza individuante di una storia di vita traggono le loro connotazioni di unicità, insostituibilità e soggettività o interiorità dalla nozione biblica di una vita vissuta sotto lo sguardo divino». «La morale laica dell’eguale rispetto per ciascuno» ha un carattere di imperativo categorico perché «mantiene una traccia della trascendenza intramondana dalla prospettiva divina del Giudizio Universale». Si potrebbe aggiungere che questo apporto è stato determinante anche sul terreno della razionalità scientifica: la formazione della scienza europea ha avuto come attori principali “teologi laici” che ne hanno fondato i concetti sulla base di riflessioni teologiche sull’infinito, lo spazio, il tempo e il rapporto tra matematica e realtà.
È bastato che Habermas ponesse la domanda «intorno a che cosa la ragione secolare possa apprendere dall’acquisire coscienza del suo rapporto genealogico con l’eredità giudaico-cristiana» per destare fastidio in molti commentatori. Si è tentato di far credere che il suo intervento sia stato «una sfida alle tesi di Papa Ratzinger». Al contrario. Per Habermas, la ragione laica deve «astenersi dal valutare la razionalità o irrazionalità della religione in quanto tale»: un richiamo che incontra le tesi di Benedetto XVI. E quando conclude dicendo che il «riserbo cognitivo» di un «agnosticismo riflessivo» «può soltanto operare a favore di quelle religioni che a loro volta hanno imparato a riconoscere la democrazia, il pluralismo religioso e l’autorità laica della scienza», egli fa l’affermazione più imbarazzante per chi ha voluto presentare il suo intervento come un’apologia della ragione laica europea in quanto sola capace di gestire l’incontro delle civiltà. Provatevi a chiedere quali sono quelle religioni: la risposta l’ha data poco prima Habermas, più chiaramente non si potrebbe.
giovedì 6 settembre 2007
Viva le tabelline di Fioroni, ora ci liberi dal pedagogismo democratico
Soltanto qualche mese fa il professor Odifreddi elogiava l’introduzione del calcolo numerico mentale negli asili francesi dicendo che, in tal modo, i bambini avrebbero smesso di credere a Babbo Natale e a Gesù. Ora, di fronte alle indicazioni del ministro Fioroni tese a ridare spazio alle tabelline e alle competenze specifiche rovescia la sua posizione e parla di “restaurazione”, in singolare consonanza anche verbale con alcuni esponenti del centro destra che parlano di visione “passatista” e “impositiva”. Dunque, lo slogan sessantottino dell’insegnamento disciplinare “oppressivo” e “impositivo” risorge a destra, fianco a fianco con la rivalutazione odifreddiana della metodologia: non conta quello che apprendi ma come lo apprendi. Difatti, il “matematico impertinente” è soprattutto preoccupato che i bambini siano sottratti al mondo delle favole e della religione e si deve essere convinto che la scienza in sé non basti allo scopo e che forse è meglio ricorrere alla metodologia.
Simili confusioni mentali e stupefacenti convergenze hanno due possibili spiegazioni. O siamo di fronte a persone che non hanno mai visto un bambino in vita loro, non hanno mai messo piede in una scuola e non hanno la minima idea di come si insegni la matematica, per esempio nelle elementari (e forse questo è il caso di Odifreddi). Oppure, siamo di fronte al tentativo di conservare a tutti i costi il primato del pedagogismo, ovvero della scuola come “laboratorio del processo di apprendimento”, alla teoria dell’allievo “al centro del sistema”, che costruisce da solo i suoi saperi, con l’ausilio di un insegnante visto come animatore culturale – del genere degli animatori delle feste di compleanno dei bambini. Insomma, è il tentativo di difendere la scuola come territorio della metodologia pura, scienza dei nullatenenti e scienza del nulla.
Facciamo chiarezza una volta per tutte. Chi scrive non ha nulla contro la pedagogia, disciplina rispettabilissima, né contro la metodologia. Se non altro per essere stato per anni direttore di un centro di ricerche in metodologia delle scienze… In quegli anni facemmo interessanti cicli di seminari in cui si analizzava, ad esempio, la metodologia della modellistica matematica nell’ingegneria industriale e gestionale dal punto di vista storico ed epistemologico. Cose certamente utili e istruttive anche per chi fa ricerca sul campo. Ma va detto chiaramente che, se qualcuno di noi fosse entrato in un centro di ricerca a dire “dovete fare così e così”, o addirittura fosse stato preposto istituzionalmente a esercitare un siffatto potere, avrebbe meritato di essere messo alla porta con un elegante calcio nei posteriori. Conoscere la storia della pedagogia, analizzare e confrontare varie scelte nei processi d’insegnamento, è di un’importanza indiscutibile che soltanto un stolto potrebbe sottovalutare. Ma si passa il segno quando si pretende che è nel contesto di questa disciplina che debbono essere definiti i metodi e i contenuti dell’insegnamento e che il docente deve ridursi a semplice passacarte delle determinazioni della corporazione dei pedagogisti e di una tuttologia che pretende di metter bocca imperativamente su tutto.
Purtroppo questo è avvenuto nell’ultimo trentennio. La pedagogia è stata pensata come una “iperdisciplina” e “metadisciplina” che presiede alla regolazione di tutte le altre, il cui ruolo sarebbe addirittura sostitutivo dell’interazione disciplinare. Il pedagogismo è stato un fenomeno sviluppatosi soprattutto sul fronte “progressista” e “di sinistra” ma non deve stupire affatto che esso sia riuscito ad allargarsi ad un fronte più ampio e trasversale, come constatiamo ora. Difatti, cosa vi è di più attraente, comodo e gratificante sul piano del potere di una metadisciplina che, poiché comanda e dirige tutte le altre, si sottrae automaticamente ad ogni forma di controllo? Non a caso il prepotere del pedagogismo si è accompagnato a quello della docimologia, o scienza “oggettiva” della valutazione. L’aspetto delirante è che i paradigmi centrali di tale prepotere – e cioè che l’educazione sia una questione di metodologie didattiche e che possa esistere una scienza “oggettiva” della valutazione avente lo stesso rigore delle scienze esatte – tanto sono opinabili quanto sono stati invece presentati come verità al di sopra di qualsiasi possibile discussione o contestazione. Perché mai i “valutatori” debbono saper valutare meglio degli insegnanti e non si possono mettere in discussione sul terreno disciplinare certe loro assurde teorie? Perché una nozione (che reputo legittimamente ridicola) come quella di “misurazione della cultura” può essere tranquillamente enunciata in una zona metadisciplinare? E perché certe dottrine pedagogiche non possono essere vagliate sulla base dei loro esiti sul terreno disciplinare? Questa autoreferenzialità, abilmente insediatasi in alcune zone politico-amministrative, ha creato una casta di intoccabili che ha progressivamente espropriato gli insegnanti della loro funzione educativa e della funzione valutativa, riducendoli a semplici esecutori delle scelte decise nelle “commissioni”.
Peraltro, poiché queste scelte sono state il frutto delle idee di tuttologi privi di competenze specifiche, o dotati talora di competenze modeste, i risultati sono disastrosi e sono sotto gli occhi di tutti. Non vi è qui lo spazio per diffondersi nel merito. Ma sarei pronto a una sfida, documenti alla mano, per mostrare nel dettaglio quale scempio sia stato compiuto dell’insegnamento della matematica fin dalle elementari, riducendola a una disciplina altra da sé; nonché dello scempio compiuto dell’insegnamento della storia – ridotta a borborigmi sul tema dell’irreversibilità del tempo – e della geografia – ridotta a ossessive elucubrazioni sul tema astratto della spazialità.
Ben venga quindi questo passo del ministro Fioroni, in direzione della reintroduzione dei contenuti della matematica propriamente detta, incluso il coltivare le capacità di calcolo mentale, della grammatica, della geografia intesa come apprendimento dei luoghi dello spazio reale e della storia come narrazione di eventi realmente accaduti. Purché non si tratti di una semplice mossa polemica di natura politica a cui, dopo gli annunci, non segua nulla; o, peggio, segua qualche nuova commissione controllata di nuovo dalla stessa ideologia e dalle stesse persone che ci hanno portato al disastro. Come ha scritto il matematico francese (e Fields Medal) Laurent Lafforgue, «tutte queste persone hanno oggi uno scopo soltanto: scaricare le loro responsabilità e quindi mascherare con tutti i mezzi la realtà del disastro». Che prendano un po’ di riposo non potrà che far bene a tutti.
Nel nostro paese, sembra che tutti abbiano paura di pronunziare la parola “indietro” e che sia indecente non andare comunque “avanti”, verso il sol dell’avvenire, costi anche il precipitare in una scarpata. E tutti si riempiono la bocca di Sarkozy, ma non guardano a quale sia il nucleo del messaggio che – di nuovo, proprio oggi – egli manda sul tema dell’educazione e della scuola. È la rottura col “pedagogismo democratico”, figlio del sessantotto. Se si capirà che questa è la posta in gioco, qualcosa potrà cambiare. Altrimenti sarà il solito chiacchiericcio di “politique politicienne” mentre le termiti continueranno a fare il loro lavoro.
(Il Foglio, 6 settembre 2007)
Simili confusioni mentali e stupefacenti convergenze hanno due possibili spiegazioni. O siamo di fronte a persone che non hanno mai visto un bambino in vita loro, non hanno mai messo piede in una scuola e non hanno la minima idea di come si insegni la matematica, per esempio nelle elementari (e forse questo è il caso di Odifreddi). Oppure, siamo di fronte al tentativo di conservare a tutti i costi il primato del pedagogismo, ovvero della scuola come “laboratorio del processo di apprendimento”, alla teoria dell’allievo “al centro del sistema”, che costruisce da solo i suoi saperi, con l’ausilio di un insegnante visto come animatore culturale – del genere degli animatori delle feste di compleanno dei bambini. Insomma, è il tentativo di difendere la scuola come territorio della metodologia pura, scienza dei nullatenenti e scienza del nulla.
Facciamo chiarezza una volta per tutte. Chi scrive non ha nulla contro la pedagogia, disciplina rispettabilissima, né contro la metodologia. Se non altro per essere stato per anni direttore di un centro di ricerche in metodologia delle scienze… In quegli anni facemmo interessanti cicli di seminari in cui si analizzava, ad esempio, la metodologia della modellistica matematica nell’ingegneria industriale e gestionale dal punto di vista storico ed epistemologico. Cose certamente utili e istruttive anche per chi fa ricerca sul campo. Ma va detto chiaramente che, se qualcuno di noi fosse entrato in un centro di ricerca a dire “dovete fare così e così”, o addirittura fosse stato preposto istituzionalmente a esercitare un siffatto potere, avrebbe meritato di essere messo alla porta con un elegante calcio nei posteriori. Conoscere la storia della pedagogia, analizzare e confrontare varie scelte nei processi d’insegnamento, è di un’importanza indiscutibile che soltanto un stolto potrebbe sottovalutare. Ma si passa il segno quando si pretende che è nel contesto di questa disciplina che debbono essere definiti i metodi e i contenuti dell’insegnamento e che il docente deve ridursi a semplice passacarte delle determinazioni della corporazione dei pedagogisti e di una tuttologia che pretende di metter bocca imperativamente su tutto.
Purtroppo questo è avvenuto nell’ultimo trentennio. La pedagogia è stata pensata come una “iperdisciplina” e “metadisciplina” che presiede alla regolazione di tutte le altre, il cui ruolo sarebbe addirittura sostitutivo dell’interazione disciplinare. Il pedagogismo è stato un fenomeno sviluppatosi soprattutto sul fronte “progressista” e “di sinistra” ma non deve stupire affatto che esso sia riuscito ad allargarsi ad un fronte più ampio e trasversale, come constatiamo ora. Difatti, cosa vi è di più attraente, comodo e gratificante sul piano del potere di una metadisciplina che, poiché comanda e dirige tutte le altre, si sottrae automaticamente ad ogni forma di controllo? Non a caso il prepotere del pedagogismo si è accompagnato a quello della docimologia, o scienza “oggettiva” della valutazione. L’aspetto delirante è che i paradigmi centrali di tale prepotere – e cioè che l’educazione sia una questione di metodologie didattiche e che possa esistere una scienza “oggettiva” della valutazione avente lo stesso rigore delle scienze esatte – tanto sono opinabili quanto sono stati invece presentati come verità al di sopra di qualsiasi possibile discussione o contestazione. Perché mai i “valutatori” debbono saper valutare meglio degli insegnanti e non si possono mettere in discussione sul terreno disciplinare certe loro assurde teorie? Perché una nozione (che reputo legittimamente ridicola) come quella di “misurazione della cultura” può essere tranquillamente enunciata in una zona metadisciplinare? E perché certe dottrine pedagogiche non possono essere vagliate sulla base dei loro esiti sul terreno disciplinare? Questa autoreferenzialità, abilmente insediatasi in alcune zone politico-amministrative, ha creato una casta di intoccabili che ha progressivamente espropriato gli insegnanti della loro funzione educativa e della funzione valutativa, riducendoli a semplici esecutori delle scelte decise nelle “commissioni”.
Peraltro, poiché queste scelte sono state il frutto delle idee di tuttologi privi di competenze specifiche, o dotati talora di competenze modeste, i risultati sono disastrosi e sono sotto gli occhi di tutti. Non vi è qui lo spazio per diffondersi nel merito. Ma sarei pronto a una sfida, documenti alla mano, per mostrare nel dettaglio quale scempio sia stato compiuto dell’insegnamento della matematica fin dalle elementari, riducendola a una disciplina altra da sé; nonché dello scempio compiuto dell’insegnamento della storia – ridotta a borborigmi sul tema dell’irreversibilità del tempo – e della geografia – ridotta a ossessive elucubrazioni sul tema astratto della spazialità.
Ben venga quindi questo passo del ministro Fioroni, in direzione della reintroduzione dei contenuti della matematica propriamente detta, incluso il coltivare le capacità di calcolo mentale, della grammatica, della geografia intesa come apprendimento dei luoghi dello spazio reale e della storia come narrazione di eventi realmente accaduti. Purché non si tratti di una semplice mossa polemica di natura politica a cui, dopo gli annunci, non segua nulla; o, peggio, segua qualche nuova commissione controllata di nuovo dalla stessa ideologia e dalle stesse persone che ci hanno portato al disastro. Come ha scritto il matematico francese (e Fields Medal) Laurent Lafforgue, «tutte queste persone hanno oggi uno scopo soltanto: scaricare le loro responsabilità e quindi mascherare con tutti i mezzi la realtà del disastro». Che prendano un po’ di riposo non potrà che far bene a tutti.
Nel nostro paese, sembra che tutti abbiano paura di pronunziare la parola “indietro” e che sia indecente non andare comunque “avanti”, verso il sol dell’avvenire, costi anche il precipitare in una scarpata. E tutti si riempiono la bocca di Sarkozy, ma non guardano a quale sia il nucleo del messaggio che – di nuovo, proprio oggi – egli manda sul tema dell’educazione e della scuola. È la rottura col “pedagogismo democratico”, figlio del sessantotto. Se si capirà che questa è la posta in gioco, qualcosa potrà cambiare. Altrimenti sarà il solito chiacchiericcio di “politique politicienne” mentre le termiti continueranno a fare il loro lavoro.
(Il Foglio, 6 settembre 2007)
martedì 4 settembre 2007
«Viva i cani, abbasso la cacca». Ecco il programma di Veltroni per l’Italia
È duro rientrare a Roma dopo aver trascorso le vacanze in località in cui è difficile scovare un pezzetto di carta per terra; in cui non esistono cestini per strada perché la spazzatura si raccoglie a casa e i turisti se la debbono portare via se non hanno un luogo (albergo o affittacamere) dove depositarla; in cui sulle strade carrozzabili si incontra spesso un signore che spazza con la scopa i bordi, casomai ci fosse una foglia secca di troppo. Che tristezza tornare a Roma, la lercia… L’anno scorso decidemmo con mia moglie che la soluzione più indolore era rientrare in città a testa alta. Ma, si badi bene, non in senso morale, ma in senso strettamente fisico. Guardando verso l’alto, o al massimo diritto davanti a te, vedi splendidi monumenti, bellissime chiese, cupole e campanili, l’inconfondibile colore dei pini che si assortisce perfettamente con quello delle rovine antiche. Insomma, Roma è una splendida città, non c’è che dire. Basta non guardare in basso. Però questo si può fare tutt’al più in automobile. A piedi, prima o poi bisogna guardare per terra, altrimenti si fa la fine di Talete. La leggenda dice che cadde in una buca perché camminava osservando il cielo. A Roma si è certi di finire più prosaicamente su una cacca di cane, magari dentro una buca.
Un paio di anni fa il “formidabile” sindaco di Roma Walter Veltroni decise di lanciare una campagna contro lo scempio che affligge i marciapiedi di Roma e lo fece dando una testimonianza del suo stile inconfondibile: fece affiggere sui muri della città un manifesto con la scritta “Viva i cani, abbasso la cacca”… È facile immaginare il successo di questa (non gratuita) iniziativa: neanche i più accaniti coprofili osarono uscire allo scoperto con dei cartelli inneggianti alla cacca. Però, cosa strana, i marciapiedi rimasero come prima. Quanto alle multe, neanche a parlarne! Veltroni “risolve” tutto con il consenso. Perché, come ha spiegato la sua ammiratrice Dacia Maraini, se non funziona il metodo del consenso, vuol dire che non c’è niente da fare. Insomma, se i padroni dei cani non si rassegnano ad essere civili, rassegnatevi a nuotare nella merda.
Dicevo che tornando a Roma dalle vacanze è bene guardare davanti o in alto. Ma senza esagerare. L’ideale è essere miopi e non mettere gli occhiali per percepire la fantastica geometria delle forme architettoniche sul cielo o le macchie di colore dei parchi senza guardare troppo i dettagli. Altrimenti, si rischia di vedere un signore che esce con una busta di plastica da un cespuglio: là dietro c’è un “villaggio” abusivo, con tanto di bagno all’aperto. D’altra parte, senza occhiali rischiate di farvi scippare da qualche turba di zingarelle o di incespicare sulle migliaia di tappeti o di bancarelle di fortuna che vendono di tutto, senza pagare le tasse naturalmente: il che è giusto, visto che i commercianti sono evasori fiscali.
Il centro ridotto a una movida ininterrotta in cui il diritto al sonno è definitivamente abolito, a un tappeto di spazzatura e bottiglie entro una nuvola di cattivi odori. Luoghi splendidi come Piazza Navona o Piazza di Spagna ridotti peggio di un suq, perché i suq sono luoghi di confusione ma ben organizzati al confronto. Feste, balli, urla, bottiglie spaccate, partite di pallone in piazza, cinema all’aperto dovunque anche all’università (dove poi si rubano i computer nelle facoltà), il tutto contrabbandato come cultura. A questo è ridotta la città eterna. Se questo è il modello con cui si intende rimettere in sesto il paese, stiamo freschi. Non basterà guardare in alto. Ci vorrà un pallone aerostatico.
Giorgio Israel (Tempi, 30 agosto 2007)
Un paio di anni fa il “formidabile” sindaco di Roma Walter Veltroni decise di lanciare una campagna contro lo scempio che affligge i marciapiedi di Roma e lo fece dando una testimonianza del suo stile inconfondibile: fece affiggere sui muri della città un manifesto con la scritta “Viva i cani, abbasso la cacca”… È facile immaginare il successo di questa (non gratuita) iniziativa: neanche i più accaniti coprofili osarono uscire allo scoperto con dei cartelli inneggianti alla cacca. Però, cosa strana, i marciapiedi rimasero come prima. Quanto alle multe, neanche a parlarne! Veltroni “risolve” tutto con il consenso. Perché, come ha spiegato la sua ammiratrice Dacia Maraini, se non funziona il metodo del consenso, vuol dire che non c’è niente da fare. Insomma, se i padroni dei cani non si rassegnano ad essere civili, rassegnatevi a nuotare nella merda.
Dicevo che tornando a Roma dalle vacanze è bene guardare davanti o in alto. Ma senza esagerare. L’ideale è essere miopi e non mettere gli occhiali per percepire la fantastica geometria delle forme architettoniche sul cielo o le macchie di colore dei parchi senza guardare troppo i dettagli. Altrimenti, si rischia di vedere un signore che esce con una busta di plastica da un cespuglio: là dietro c’è un “villaggio” abusivo, con tanto di bagno all’aperto. D’altra parte, senza occhiali rischiate di farvi scippare da qualche turba di zingarelle o di incespicare sulle migliaia di tappeti o di bancarelle di fortuna che vendono di tutto, senza pagare le tasse naturalmente: il che è giusto, visto che i commercianti sono evasori fiscali.
Il centro ridotto a una movida ininterrotta in cui il diritto al sonno è definitivamente abolito, a un tappeto di spazzatura e bottiglie entro una nuvola di cattivi odori. Luoghi splendidi come Piazza Navona o Piazza di Spagna ridotti peggio di un suq, perché i suq sono luoghi di confusione ma ben organizzati al confronto. Feste, balli, urla, bottiglie spaccate, partite di pallone in piazza, cinema all’aperto dovunque anche all’università (dove poi si rubano i computer nelle facoltà), il tutto contrabbandato come cultura. A questo è ridotta la città eterna. Se questo è il modello con cui si intende rimettere in sesto il paese, stiamo freschi. Non basterà guardare in alto. Ci vorrà un pallone aerostatico.
Giorgio Israel (Tempi, 30 agosto 2007)
MATEMATICAMENTE ASINI
A me è stato insegnato che se, percorrendo una traccia in montagna, si finisce sul ciglio di un burrone è meglio tornare indietro. Pertanto, non trovo scandaloso che il ministro Fioroni, trovandosi invischiato nel pantano creato da quei baggiani che danno da credere che possa esistere una scienza oggettiva della valutazione (docimologia) sul modello delle scienze fisico-matematiche, voglia ripristinare in qualche forma gli esami di riparazione autunnali. Dispiace che Valentina Aprea cada vittima del fascino discreto dell’“avanti!” a tutti i costi, e dica che «è la prima volta nella storia che si sperimenta non un’innovazione ma una restaurazione». Ma quando mai? Dopo il 1968, in Francia, la leadership della matematica cavalcò l’ondata rinnovatrice proponendo una radicale riforma dell’insegnamento della matematica: “Abbasso Euclide!” fu il proclama, via la vecchia geometria per far spazio alle “mathématiques modernes”, formali e astratte. La rivoluzione vinse ma dopo alcuni anni ci si rese conto del disastro: ragazzi che conoscevano gli elementi della teoria degli insiemi e dei gruppi non erano in grado di risolvere un’equazione algebrica di primo grado. E allora, indietro tutta, per rimettere sugli scudi il vecchio Euclide. Per giunta, pochi mesi fa, rendendosi conto che non bastava, si è deciso di introdurre il calcolo numerico mentale negli asili, fra le proteste dei sindacati.
Eppure, in Francia, il malcontento è forte, perché nelle pieghe di questi cambiamenti si sono insinuati i pedagogisti “progressisti”, come ha denunciato vivacemente il matematico Laurent Lafforgue, che interverrà al prossimo Meeting di Rimini. Egli ha denunciato le «politiche ispirate da un’ideologia che non attribuisce valore al sapere», bensì «a teorie pedagogiche deliranti», alla «teoria dell’allievo “al centro del sistema” e che deve “costruire lui stesso i suoi saperi”».
Da noi però tutti sono soggetti al fascino discreto del pedagogismo progressista. Testardamente continuiamo ad affidarci agli stessi medici che hanno condotto al disastro, seguendo il principio: se 3 grammi di antibiotico non producono miglioramenti prendine 6, se la febbre aumenta prendine 12, se aumenta ancora prendine 24, e così via. Molto razionale.
Questo antibiotico, questi medici sono gli pseudoscienziati della pedagogia, della valutazione “oggettiva” e della “didattica” – termine infelice che andrebbe abolito per decreto per “restaurare” quello di “insegnamento”; i quali, se producono guasti in Francia, in Italia pare che siano una casta di intoccabili di cui nessuna formazione politica riesce a fare a meno. È deprimente quindi che ai propositi di Fioroni – accusato di aver interrotto «misure virtuose di recupero» – si risponda a colpi di Larsa (Laboratori di recupero, sviluppo e apprendimento) e di valutazioni dell’Invalsi da sovrapporre a quelle dei professori interni. Qui, da trent’anni, di virtuoso si vede ben poco e si rischia di finire direttamente nel burrone continuando a incaponirsi negli stessi errori: svilire ulteriormente la figura dell’insegnante, ridotto a passacarte delle prescrizioni dei “didatti” e soggetto alla supervalutazione dei docimologi (che chissà perché valuterebbero meglio); continuare con l’ossessione dei “laboratori”, altro termine di cui andrebbe proscritto l’uso, salvo che in fisica, in chimica e in biologia, perché riflette la nefasta visione della scuola come terreno di sperimentazione delle teorie degli scienziati del nulla anziché come luogo in cui si apprende.
E poi vi è l’idea, di stampo sovietico, secondo cui la scuola deve garantire a tutti lo stesso risultato. In pochi riescono a sottrarsi al mantra “de sinistra” per cui, se uno dice a uno studente che il suo rendimento è insufficiente, è un «fallimento della scuola» e che se uno è ignorante a giugno e preparato a settembre è la «certificazione dell’inutilità della scuola». Non passa neppure per la testa di questi pozzi di sapienza che esistono anche i nullafacenti che, nell’assenza totale di sanzioni, possono fare impunemente quel più gli garba, tanto vanno avanti lo stesso (il che induce i volenterosi a chiedersi: «Ma chi me lo fa fare di studiare?»). Nessuna soluzione sensata può trascurare l’esistenza dei nullafacenti e i modi efficaci di sanzionarli. Altrimenti, ci si risparmino i discorsi sul valore del merito, pilastro della società, “vinca il migliore” e altri fumi di retorica.
Ma soprattutto: c’è davvero qualcuno che pensa seriamente che la catastrofe in cui si trova il sistema scolastico italiano si possa risolvere con tecniche di gestione, col managerialismo, cianciando l’insensata formula della “scuola come impresa”, senza mai parlare di contenuti, e delegandone la definizione alla corporazione degli scienziati del nulla? In Italia, un autentico dibattito sui contenuti dell’insegnamento non c’è da decenni, salvo ripetere che bisognava sostituire la riforma di Gentile, una delle migliori riforme scolastiche del Novecento, come riconoscono quasi tutti, sottovoce per non farsi sbertucciare dal pedagogismo progressista. Certo, qualcosa occorreva pur cambiare, salvo che affidare questo compito a personaggi di dubbie capacità.
Veniamo al caso della matematica che ha occupato le prime pagine dei giornali. La stragrande maggioranza dei matematici italiani professa un supremo disprezzo per la didattica della matematica, di cui sopprimerebbe senza rimpianti il settore disciplinare universitario. Eppure, ha preferito, pur di non farsi distrarre dagli interessi e dalle ricerche preferiti, delegare ai “didatti” il compito ingrato di occuparsi dei progetti di riforma che si succedono da un trentennio. Poi, ogni tanto, c’è qualcuno che salta su inorridito. Ricordo un collega che si levò scandalizzato per lamentare che i suoi figli, al termine del liceo, non sapevano quasi far di conto e chiedere come si era potuti giungere a tanto. O quei colleghi che, dopo aver udito da un mio intervento come venivano introdotti certi concetti geometrici nella scuola, si guardarono stupefatti chiedendosi: «Come è potuto succedere tutto questo, perché la nostra comunità non ne ha mai discusso e dove eravamo?». Già, cari colleghi, dove eravamo?
Da noi non ha corso lo stile ghigliottinesco della Francia. Così, da trent’anni un’orda di metodiche e silenziose termiti demolisce pezzo a pezzo un sistema di insegnamento della matematica che, oltre ai difetti, aveva indiscutibili pregi. Gentile o non Gentile, era un sistema cui aveva contribuito un grande matematico e filosofo come Federigo Enriques, i cui testi scolastici hanno formato generazioni di italiani. La storia di questa demolizione non è roba da poche pagine – ne dirò qualcosa in un libro in preparazione – ma chiunque può ricostruirla leggendo i programmi di riforma dagli anni ’80 in poi. Non è senza un brivido che si rileggono oggi i sinistri propositi enunciati nel DPR del 1985. L’insegnamento della matematica – si diceva – richiede l’acquisizione di concetti e strutture astratte ma «la vasta esperienza compiuta ha dimostrato che non è possibile giungere all’astrazione matematica senza percorrere un lungo itinerario che collega l’osservazione della realtà, l’attività di matematizzazione, la risoluzione dei problemi, la conquista dei primi livelli di formalizzazione. La più recente ricerca didattica, attraverso un’attenta analisi dei processi cognitivi in cui si articola l’apprendimento della matematica, ne ha rilevato la grande complessità, la gradualità di crescita e linee di sviluppo non univoche». Gli scienziati del nulla, dopo aver vantato le loro “ricerche” e aver enunciato una serie di sciocchezze (ma chi può dire seriamente che la matematica derivi dall’osservazione della realtà?) e di parole vuote (che senso ha parlare genericamente di attività di matematizzazione?), annunciano una sensazionale scoperta: il processo che va dall’osservazione della realtà alle prime formalizzazioni è lungo, molto lungo e l’apprendimento della matematica – pensate un po’ – è “complesso”, cresce in modo “graduale” e – bel problema – non è “univoco”. Insomma, per arrivare dalla vista di una pietra a un’equazione bisogna aspettare tanto e poi tanto, andarci piano e seguire percorsi differenziati (una scuola a testa?). Il guaio è che questa pensata (che, per lo sforzo, sarà costata la calvizie ai suoi autori) è stata presa sul serio: dopo trent’anni stiamo ancora qui, fermi all’inizio del “lungo itinerario”. Sembrava ragionevole fare un passo oltre Euclide e acquisire almeno la geometria cartesiana. Invece, abbiamo ricominciato daccapo da Aristotele e dopo trent’anni siamo ancora fermi lì. E non crediate che lo dica per scherzo.
Che le termiti del pedagogismo democratico abbiamo lavorato a fondo, lo compresi il giorno in cui udii una maestra di scuola materna mostrare trionfante lo scarabocchio di un bambino: «Guardi come emerge la corporeità spaziale, come si esprime la topologia del sopra e del sotto, del davanti e del dietro». Non osai dire che la topologia non c’entrava un fico secco, tanto poco appariva intimidita dalla presenza di un professore di matematica: da qualche parte doveva aver tratto la sicumera per fare un uso di quel termine di cui non capiva un acca. Incuriosito, ho constatato il dilagare delle idiozie sulla topologia e la spazialità fin dalla scuola materna: il marcio inizia dalla base e per questo è devastante. Quando mio figlio mi disse che aveva avuto la prima lezione di geografia (in prima elementare) credetti che gli avessero messo davanti un mappamondo. Che ingenuità! Non sapevo che l’umanità era uscita dalle caverne. Gli avevano chiesto di disegnare quel che vedeva dalla finestra: disegnò il muro della mensa. Poi, gli proposero la figura di un piatto con una mela da cui usciva un verme. Doveva dire se il verme era dentro o fuori la mela, la mela sopra o sotto il piatto, ecc. Ma che c’entra con la geografia? direte. Non siate trogloditi! Studiare geografia significa assimilare la “spazialità”, capire il sotto e il sopra, il dentro e il fuori – così come studiare la storia significa assimilare la temporalità, e non parlare degli antichi Romani, come si faceva ai tempi di Checco e Nina. Sono cose difficili che richiedono un lungo approfondimento: il tormentone dura per quasi tutte le elementari e quando si parlerà di geografia in senso tradizionale sarà per definire in termini generali cos’è un deserto o una tundra. Così la geometria ha invaso la geografia e l’ha svuotata di concretezza. In cambio, la geometria è stata svuotata di astrazione e ridotta a esperienza concreta della spazialità: proprio quel livello in cui non è pensabile la matematica… Dicono i programmi che ci si introduce allo studio della geometria apprendendo che cos’è la «collocazione di oggetti in un ambiente, avendo come riferimento se stessi, persone, oggetti». Ma definire la spazialità mediante la collocazione di oggetti è coerente, più che con la nozione moderna di spazio, con quella di “luogo” aristotelico in cui lo spazio è soltanto l’aggregato di corpi materiali. L’insistenza sull’esplorazione soggettiva della spazialità potrebbe far pensare che i nostri teorici siano fenomenologi husserliani. Troppo onore. Husserl avrebbe spiegato loro che, per tale via, non si arriva mai alla concezione dello spazio come un contenitore vuoto definito indipendentemente da ogni presenza soggettiva, che è caratteristica della matematica moderna.
È istruttivo leggere la definizione che si da della matematica nelle “pagelle” delle elementari – ma c’è bisogno di definire una materia in una pagella? – in conformità ai programmi ministeriali. Nella scuola primaria la matematica consiste nell’«osservare oggetti e fenomeni e individuare grandezze misurabili, effettuare misure con strumenti elementari e classificare oggetti in base a una proprietà, raccogliere dati e informazioni e saperli organizzare». Tutte cose che con la matematica non c’entrano un fico secco, neanche in un’ipotetica fase intuitiva preliminare e che, casomai, definiscono l’oggetto della fisica. Come può funzionare una scuola in cui chi definisce materie e programmi ha un’idea della matematica che lo rende meritevole di un cappello d’asino?
È dalle elementari che inizia il disastro. Il resto è un corollario: migliaia di studenti fermi sul “lungo itinerario”, mentre avrebbero potuto – senza concedere nulla ai furori delle “mathématiques modernes” – accedere rapidamente all’astrazione e al calcolo come decine di generazioni prima di loro. Dicono che i bambini hanno bisogno di concretezza e, per insegnargli a contare, li bombardano di insiemi di mele e fiori. Ma chi abbia visto un bambino in vita sua sa con quanta facilità possa passare dal contare con gli oggetti al calcolo mentale e quanto ciò lo diverta. Posto di fronte al compito di aggiungere 2 a 2 e così via, costruendo la successione 2, 4, 6, 8, … mio figlio si arrestava a 20. «Perché mai?» ho chiesto. «Perché, la maestra ha detto che, in prima, oltre al 20 non si va». Difatti, “studiavano” soltanto due o tre numeri al mese… L’ho invitato a infischiarsene e allora non finiva più, anzi ha posto una bella domanda: «Esistono “tutti” i numeri?». Fate la prova e vedrete se per un bambino qualsiasi sia più gratificante cincischiare per anni sul “sotto” e il “sopra” o mostrare di conoscere la tavola pitagorica.
Secondo Giulio Giorello la colpa è di coloro che nei talk show si vantano di non saper contare. È vero che si tratta di uno snobismo stucchevole, ma che dire di quei fessi che fanno credere che si possano scrivere le equazioni dell’amore o calcolare gli indici di felicità? Dice Giorello che bisogna rendere la matematica più appetibile non riducendola a un’arida sequenza di teoremi. S’informi dei programmi. Più terra terra di così… Del resto, i pedagogisti democratici ci hanno pensato a rendere la matematica appetibile seconda la formula zapaterista della “matematica del cittadino”. Nella riforma del 2004 è dato leggere la seguente impagabile prosa: «Un obbiettivo specifico di apprendimento di matematica è, e deve essere sempre, allo stesso tempo, non solo ricco di risonanze di natura linguistica, storica, espressiva, estetica, motoria, sociale, morale e religiosa, ma anche lievitare comportamenti personali adeguati alla Convivenza civile». Scusate la rozzezza, ma che vuol dire? Che, d’ora in poi, mentre si risolve un’equazione differenziale si deve far ginnastica, pregare o pagare le tasse, e viceversa? Intanto i prodotti di queste trombonate sono persone che conoscono soltanto la matematica che serve a supplire all’italiano che non conoscono: + al posto di “più” e x al posto di “per”.
Secondo Odifreddi, la colpa è, manco a dirlo, della Chiesa. Dovrebbe chiedersi se non sia anche colpa sua, quando lascia credere che la matematica serva a distruggere la religione e il capitalismo e, a tal fine, propala di tutto. Come quando scrisse che von Neumann aveva formulato un modello matematico per massimizzare il numero dei morti a Hiroshima. Gli contestai che era una panzana e mi rispose di averla presa da un libro e che, se era una balla, non era colpa sua, le fonti c’erano: esempio preclaro di rigore scientifico. Odifreddi ha molti seguaci ma molti altri dicono che se la matematica conduce a quel modo di pensare allora è una disciplina odiosa. Da qualunque parte lo si guardi il risultato è pessimo. E sbagliano quei matematici che chiudono un occhio perché credono che l’importante sia che si faccia pubblicità alla matematica, non importa come.
Lasciamo perdere gli snob dei talk show, la Chiesa e i nemici della scienza in agguato e guardiamo alle vere responsabilità: in primo luogo a quelle di chi da trent’anni sta demolendo il sistema dell’istruzione per “sperimentare” teorie pedagogiche sgangherate. Senza dimenticare le responsabilità di chi fa una divulgazione strumentale a tesi politiche e di chi crede di risolvere il disastro facendo marketing presso i giovani a suon di feste e festival in cui si contrabbanda lo studio come divertimento. Infine, è il momento che la comunità matematica dimostri di esistere e di sapersi ricollegare alle sue migliori tradizioni.
Giorgio Israel
(Il Foglio, 4 agosto 2007).
Eppure, in Francia, il malcontento è forte, perché nelle pieghe di questi cambiamenti si sono insinuati i pedagogisti “progressisti”, come ha denunciato vivacemente il matematico Laurent Lafforgue, che interverrà al prossimo Meeting di Rimini. Egli ha denunciato le «politiche ispirate da un’ideologia che non attribuisce valore al sapere», bensì «a teorie pedagogiche deliranti», alla «teoria dell’allievo “al centro del sistema” e che deve “costruire lui stesso i suoi saperi”».
Da noi però tutti sono soggetti al fascino discreto del pedagogismo progressista. Testardamente continuiamo ad affidarci agli stessi medici che hanno condotto al disastro, seguendo il principio: se 3 grammi di antibiotico non producono miglioramenti prendine 6, se la febbre aumenta prendine 12, se aumenta ancora prendine 24, e così via. Molto razionale.
Questo antibiotico, questi medici sono gli pseudoscienziati della pedagogia, della valutazione “oggettiva” e della “didattica” – termine infelice che andrebbe abolito per decreto per “restaurare” quello di “insegnamento”; i quali, se producono guasti in Francia, in Italia pare che siano una casta di intoccabili di cui nessuna formazione politica riesce a fare a meno. È deprimente quindi che ai propositi di Fioroni – accusato di aver interrotto «misure virtuose di recupero» – si risponda a colpi di Larsa (Laboratori di recupero, sviluppo e apprendimento) e di valutazioni dell’Invalsi da sovrapporre a quelle dei professori interni. Qui, da trent’anni, di virtuoso si vede ben poco e si rischia di finire direttamente nel burrone continuando a incaponirsi negli stessi errori: svilire ulteriormente la figura dell’insegnante, ridotto a passacarte delle prescrizioni dei “didatti” e soggetto alla supervalutazione dei docimologi (che chissà perché valuterebbero meglio); continuare con l’ossessione dei “laboratori”, altro termine di cui andrebbe proscritto l’uso, salvo che in fisica, in chimica e in biologia, perché riflette la nefasta visione della scuola come terreno di sperimentazione delle teorie degli scienziati del nulla anziché come luogo in cui si apprende.
E poi vi è l’idea, di stampo sovietico, secondo cui la scuola deve garantire a tutti lo stesso risultato. In pochi riescono a sottrarsi al mantra “de sinistra” per cui, se uno dice a uno studente che il suo rendimento è insufficiente, è un «fallimento della scuola» e che se uno è ignorante a giugno e preparato a settembre è la «certificazione dell’inutilità della scuola». Non passa neppure per la testa di questi pozzi di sapienza che esistono anche i nullafacenti che, nell’assenza totale di sanzioni, possono fare impunemente quel più gli garba, tanto vanno avanti lo stesso (il che induce i volenterosi a chiedersi: «Ma chi me lo fa fare di studiare?»). Nessuna soluzione sensata può trascurare l’esistenza dei nullafacenti e i modi efficaci di sanzionarli. Altrimenti, ci si risparmino i discorsi sul valore del merito, pilastro della società, “vinca il migliore” e altri fumi di retorica.
Ma soprattutto: c’è davvero qualcuno che pensa seriamente che la catastrofe in cui si trova il sistema scolastico italiano si possa risolvere con tecniche di gestione, col managerialismo, cianciando l’insensata formula della “scuola come impresa”, senza mai parlare di contenuti, e delegandone la definizione alla corporazione degli scienziati del nulla? In Italia, un autentico dibattito sui contenuti dell’insegnamento non c’è da decenni, salvo ripetere che bisognava sostituire la riforma di Gentile, una delle migliori riforme scolastiche del Novecento, come riconoscono quasi tutti, sottovoce per non farsi sbertucciare dal pedagogismo progressista. Certo, qualcosa occorreva pur cambiare, salvo che affidare questo compito a personaggi di dubbie capacità.
Veniamo al caso della matematica che ha occupato le prime pagine dei giornali. La stragrande maggioranza dei matematici italiani professa un supremo disprezzo per la didattica della matematica, di cui sopprimerebbe senza rimpianti il settore disciplinare universitario. Eppure, ha preferito, pur di non farsi distrarre dagli interessi e dalle ricerche preferiti, delegare ai “didatti” il compito ingrato di occuparsi dei progetti di riforma che si succedono da un trentennio. Poi, ogni tanto, c’è qualcuno che salta su inorridito. Ricordo un collega che si levò scandalizzato per lamentare che i suoi figli, al termine del liceo, non sapevano quasi far di conto e chiedere come si era potuti giungere a tanto. O quei colleghi che, dopo aver udito da un mio intervento come venivano introdotti certi concetti geometrici nella scuola, si guardarono stupefatti chiedendosi: «Come è potuto succedere tutto questo, perché la nostra comunità non ne ha mai discusso e dove eravamo?». Già, cari colleghi, dove eravamo?
Da noi non ha corso lo stile ghigliottinesco della Francia. Così, da trent’anni un’orda di metodiche e silenziose termiti demolisce pezzo a pezzo un sistema di insegnamento della matematica che, oltre ai difetti, aveva indiscutibili pregi. Gentile o non Gentile, era un sistema cui aveva contribuito un grande matematico e filosofo come Federigo Enriques, i cui testi scolastici hanno formato generazioni di italiani. La storia di questa demolizione non è roba da poche pagine – ne dirò qualcosa in un libro in preparazione – ma chiunque può ricostruirla leggendo i programmi di riforma dagli anni ’80 in poi. Non è senza un brivido che si rileggono oggi i sinistri propositi enunciati nel DPR del 1985. L’insegnamento della matematica – si diceva – richiede l’acquisizione di concetti e strutture astratte ma «la vasta esperienza compiuta ha dimostrato che non è possibile giungere all’astrazione matematica senza percorrere un lungo itinerario che collega l’osservazione della realtà, l’attività di matematizzazione, la risoluzione dei problemi, la conquista dei primi livelli di formalizzazione. La più recente ricerca didattica, attraverso un’attenta analisi dei processi cognitivi in cui si articola l’apprendimento della matematica, ne ha rilevato la grande complessità, la gradualità di crescita e linee di sviluppo non univoche». Gli scienziati del nulla, dopo aver vantato le loro “ricerche” e aver enunciato una serie di sciocchezze (ma chi può dire seriamente che la matematica derivi dall’osservazione della realtà?) e di parole vuote (che senso ha parlare genericamente di attività di matematizzazione?), annunciano una sensazionale scoperta: il processo che va dall’osservazione della realtà alle prime formalizzazioni è lungo, molto lungo e l’apprendimento della matematica – pensate un po’ – è “complesso”, cresce in modo “graduale” e – bel problema – non è “univoco”. Insomma, per arrivare dalla vista di una pietra a un’equazione bisogna aspettare tanto e poi tanto, andarci piano e seguire percorsi differenziati (una scuola a testa?). Il guaio è che questa pensata (che, per lo sforzo, sarà costata la calvizie ai suoi autori) è stata presa sul serio: dopo trent’anni stiamo ancora qui, fermi all’inizio del “lungo itinerario”. Sembrava ragionevole fare un passo oltre Euclide e acquisire almeno la geometria cartesiana. Invece, abbiamo ricominciato daccapo da Aristotele e dopo trent’anni siamo ancora fermi lì. E non crediate che lo dica per scherzo.
Che le termiti del pedagogismo democratico abbiamo lavorato a fondo, lo compresi il giorno in cui udii una maestra di scuola materna mostrare trionfante lo scarabocchio di un bambino: «Guardi come emerge la corporeità spaziale, come si esprime la topologia del sopra e del sotto, del davanti e del dietro». Non osai dire che la topologia non c’entrava un fico secco, tanto poco appariva intimidita dalla presenza di un professore di matematica: da qualche parte doveva aver tratto la sicumera per fare un uso di quel termine di cui non capiva un acca. Incuriosito, ho constatato il dilagare delle idiozie sulla topologia e la spazialità fin dalla scuola materna: il marcio inizia dalla base e per questo è devastante. Quando mio figlio mi disse che aveva avuto la prima lezione di geografia (in prima elementare) credetti che gli avessero messo davanti un mappamondo. Che ingenuità! Non sapevo che l’umanità era uscita dalle caverne. Gli avevano chiesto di disegnare quel che vedeva dalla finestra: disegnò il muro della mensa. Poi, gli proposero la figura di un piatto con una mela da cui usciva un verme. Doveva dire se il verme era dentro o fuori la mela, la mela sopra o sotto il piatto, ecc. Ma che c’entra con la geografia? direte. Non siate trogloditi! Studiare geografia significa assimilare la “spazialità”, capire il sotto e il sopra, il dentro e il fuori – così come studiare la storia significa assimilare la temporalità, e non parlare degli antichi Romani, come si faceva ai tempi di Checco e Nina. Sono cose difficili che richiedono un lungo approfondimento: il tormentone dura per quasi tutte le elementari e quando si parlerà di geografia in senso tradizionale sarà per definire in termini generali cos’è un deserto o una tundra. Così la geometria ha invaso la geografia e l’ha svuotata di concretezza. In cambio, la geometria è stata svuotata di astrazione e ridotta a esperienza concreta della spazialità: proprio quel livello in cui non è pensabile la matematica… Dicono i programmi che ci si introduce allo studio della geometria apprendendo che cos’è la «collocazione di oggetti in un ambiente, avendo come riferimento se stessi, persone, oggetti». Ma definire la spazialità mediante la collocazione di oggetti è coerente, più che con la nozione moderna di spazio, con quella di “luogo” aristotelico in cui lo spazio è soltanto l’aggregato di corpi materiali. L’insistenza sull’esplorazione soggettiva della spazialità potrebbe far pensare che i nostri teorici siano fenomenologi husserliani. Troppo onore. Husserl avrebbe spiegato loro che, per tale via, non si arriva mai alla concezione dello spazio come un contenitore vuoto definito indipendentemente da ogni presenza soggettiva, che è caratteristica della matematica moderna.
È istruttivo leggere la definizione che si da della matematica nelle “pagelle” delle elementari – ma c’è bisogno di definire una materia in una pagella? – in conformità ai programmi ministeriali. Nella scuola primaria la matematica consiste nell’«osservare oggetti e fenomeni e individuare grandezze misurabili, effettuare misure con strumenti elementari e classificare oggetti in base a una proprietà, raccogliere dati e informazioni e saperli organizzare». Tutte cose che con la matematica non c’entrano un fico secco, neanche in un’ipotetica fase intuitiva preliminare e che, casomai, definiscono l’oggetto della fisica. Come può funzionare una scuola in cui chi definisce materie e programmi ha un’idea della matematica che lo rende meritevole di un cappello d’asino?
È dalle elementari che inizia il disastro. Il resto è un corollario: migliaia di studenti fermi sul “lungo itinerario”, mentre avrebbero potuto – senza concedere nulla ai furori delle “mathématiques modernes” – accedere rapidamente all’astrazione e al calcolo come decine di generazioni prima di loro. Dicono che i bambini hanno bisogno di concretezza e, per insegnargli a contare, li bombardano di insiemi di mele e fiori. Ma chi abbia visto un bambino in vita sua sa con quanta facilità possa passare dal contare con gli oggetti al calcolo mentale e quanto ciò lo diverta. Posto di fronte al compito di aggiungere 2 a 2 e così via, costruendo la successione 2, 4, 6, 8, … mio figlio si arrestava a 20. «Perché mai?» ho chiesto. «Perché, la maestra ha detto che, in prima, oltre al 20 non si va». Difatti, “studiavano” soltanto due o tre numeri al mese… L’ho invitato a infischiarsene e allora non finiva più, anzi ha posto una bella domanda: «Esistono “tutti” i numeri?». Fate la prova e vedrete se per un bambino qualsiasi sia più gratificante cincischiare per anni sul “sotto” e il “sopra” o mostrare di conoscere la tavola pitagorica.
Secondo Giulio Giorello la colpa è di coloro che nei talk show si vantano di non saper contare. È vero che si tratta di uno snobismo stucchevole, ma che dire di quei fessi che fanno credere che si possano scrivere le equazioni dell’amore o calcolare gli indici di felicità? Dice Giorello che bisogna rendere la matematica più appetibile non riducendola a un’arida sequenza di teoremi. S’informi dei programmi. Più terra terra di così… Del resto, i pedagogisti democratici ci hanno pensato a rendere la matematica appetibile seconda la formula zapaterista della “matematica del cittadino”. Nella riforma del 2004 è dato leggere la seguente impagabile prosa: «Un obbiettivo specifico di apprendimento di matematica è, e deve essere sempre, allo stesso tempo, non solo ricco di risonanze di natura linguistica, storica, espressiva, estetica, motoria, sociale, morale e religiosa, ma anche lievitare comportamenti personali adeguati alla Convivenza civile». Scusate la rozzezza, ma che vuol dire? Che, d’ora in poi, mentre si risolve un’equazione differenziale si deve far ginnastica, pregare o pagare le tasse, e viceversa? Intanto i prodotti di queste trombonate sono persone che conoscono soltanto la matematica che serve a supplire all’italiano che non conoscono: + al posto di “più” e x al posto di “per”.
Secondo Odifreddi, la colpa è, manco a dirlo, della Chiesa. Dovrebbe chiedersi se non sia anche colpa sua, quando lascia credere che la matematica serva a distruggere la religione e il capitalismo e, a tal fine, propala di tutto. Come quando scrisse che von Neumann aveva formulato un modello matematico per massimizzare il numero dei morti a Hiroshima. Gli contestai che era una panzana e mi rispose di averla presa da un libro e che, se era una balla, non era colpa sua, le fonti c’erano: esempio preclaro di rigore scientifico. Odifreddi ha molti seguaci ma molti altri dicono che se la matematica conduce a quel modo di pensare allora è una disciplina odiosa. Da qualunque parte lo si guardi il risultato è pessimo. E sbagliano quei matematici che chiudono un occhio perché credono che l’importante sia che si faccia pubblicità alla matematica, non importa come.
Lasciamo perdere gli snob dei talk show, la Chiesa e i nemici della scienza in agguato e guardiamo alle vere responsabilità: in primo luogo a quelle di chi da trent’anni sta demolendo il sistema dell’istruzione per “sperimentare” teorie pedagogiche sgangherate. Senza dimenticare le responsabilità di chi fa una divulgazione strumentale a tesi politiche e di chi crede di risolvere il disastro facendo marketing presso i giovani a suon di feste e festival in cui si contrabbanda lo studio come divertimento. Infine, è il momento che la comunità matematica dimostri di esistere e di sapersi ricollegare alle sue migliori tradizioni.
Giorgio Israel
(Il Foglio, 4 agosto 2007).
venerdì 31 agosto 2007
ALCUNI PRINCIPI CHE REGOLANO QUESTO BLOG
In linea di principio un blog non è un gruppo di discussione. È un sito dove una persona propone le sue riflessioni o mette a disposizione dei suoi scritti e accetta dei commenti ad alcune condizioni elementari: che siano firmati, ovvero che uno metta la faccia su quel che dice; che non siano conditi di insulti e volgarità; che non siano un pretesto per propinare pagine di riflessioni personali (è sempre possibile farsi il proprio blog). Recentemente alcune di queste regole elementari sono saltate e questo impone di cassare alcuni commenti. Si può pensare quel che si vuole di quel che scrivo qui ma non si può cavarsela con quattro insulti da curva sud per giunta non firmati. oppure propinare pagine e pagine di commenti impancandosi ad autorità su argomenti di cui non si sa nulla.
Quindi, mi dispiace, ma d'ora in poi questo genere di commenti verranno cassati. Non perdete tempo a insultare o spedire pacchi di kilobytes.
Voglio dare però prima un esempio di uno dei più nobili e dignitosi di questi commenti (figurarsi gli altri). Eccolo:
"Non pensavo di trovare in un sito di un ebreo tanto razzismo nei confronti degli omosessuali, compagni di tragedia nei campi di concentramento. La genitorialità è ben altro dal concepimento e non posso davvero credere che un professore emerito della Sapienza possa pubblicare tali sciocchezze. Mi piacerebbe parlare con lei con calma e serenità e portarle testimonianza di quanto sento adesso. Vedo con stupore che siete andati al Family Day con Forza Nuova che ancora fa il saluto fascista...ma come potete?
Aveva cercato il suo sito perchè avevo letto alcune inesattezze sulla figura di Mario Alicata che non è saltato sul carro dei vincitori a guerra finita, ma molto prima, e si è fatto anche 8 mesi di carcere fascista per essere comunista. Mi trova sul mio blog http://wordwrite.wordpress.com"
Primo: non è educato chiedere che uno cerchi la firma di un commento su un altro blog, invece di apporla direttamente. Potrebbe essere definita una forma astuta di farsi pubblicità.
Secondo, nel merito. Si può dissentire senz'altro da quanto dico, ma lo faccio con argomenti, non con insulti e credere di intimidirmi con il sistema di sparare un insulto bestiale (razzismo omofobico) - a parte la solita trovata del professore che pubblica sciocchezze, come se fosse un'attività consentita agli altri - può funzionare soltanto con chi non conosca questi metodi. Non so se l'autore del commento sia comunista o no, o sia semplice vittima inconsapevole di una tradizione, ma questo metodo stalinista lo conosco perfettamente, è vecchio come il cucco e un tempo faceva rabbrividire ma ora fortunamente non più. Prima si appioppa una solenne bastonata, classificando il soggetto come un essere abbietto (razzista omofobico e per giunta ebreo, e come tale traditore dei suoi compagni di sventura) e poi, dopo averlo gettato nel fango, gli si porge una mano: "mi piacerebbe parlare con lei con calma e serenità"... Insomma, se prendi la mano che ti si porge, potresti anche essere perdonato a condizione di abiurare le tue colpe. Ma quale calma e serenità?... Io sono tranquillissimo. Se la cerchi lei la calma e la serenità, mettendo via il bastone dei suoi insulti volgari. e quando le avrà trovate, se mai ci riuscirà, vedremo se sarà possibile parlare. E che dire del commento sul Family Day? Ma davvero vuol far credere o crede davvero che quella manifestazione sia riducibile a Forza Nuova? Si accontenti pure di queste formulette: è la rappresentazione della drammatica crisi morale e intellettuale della sinistra. Che non mi piace, perché sono una persona che ha vissuto gran parte della sua vita nella sinistra e crede che senza una sinistra intelligente e non fanatica - una sinistra che non viva di esorcismi e di scomuniche staliniste - il futuro del paese è cupo.
Ma di fronte a persone così e a mentalità di questo genere, c'è da temere il peggio. Ripeto: non pretendo affatto che si condivida quanto penso. Ma per argomentarlo ho speso tempo e fatica, molti articoli e un paio di libri. Agli argomenti esposti bisogna rispondere e non cavarsela con gli insulti.
A questo livello nessun dialogo è possibile.
Quindi, mi dispiace, ma d'ora in poi questo genere di commenti verranno cassati. Non perdete tempo a insultare o spedire pacchi di kilobytes.
Voglio dare però prima un esempio di uno dei più nobili e dignitosi di questi commenti (figurarsi gli altri). Eccolo:
"Non pensavo di trovare in un sito di un ebreo tanto razzismo nei confronti degli omosessuali, compagni di tragedia nei campi di concentramento. La genitorialità è ben altro dal concepimento e non posso davvero credere che un professore emerito della Sapienza possa pubblicare tali sciocchezze. Mi piacerebbe parlare con lei con calma e serenità e portarle testimonianza di quanto sento adesso. Vedo con stupore che siete andati al Family Day con Forza Nuova che ancora fa il saluto fascista...ma come potete?
Aveva cercato il suo sito perchè avevo letto alcune inesattezze sulla figura di Mario Alicata che non è saltato sul carro dei vincitori a guerra finita, ma molto prima, e si è fatto anche 8 mesi di carcere fascista per essere comunista. Mi trova sul mio blog http://wordwrite.wordpress.com"
Primo: non è educato chiedere che uno cerchi la firma di un commento su un altro blog, invece di apporla direttamente. Potrebbe essere definita una forma astuta di farsi pubblicità.
Secondo, nel merito. Si può dissentire senz'altro da quanto dico, ma lo faccio con argomenti, non con insulti e credere di intimidirmi con il sistema di sparare un insulto bestiale (razzismo omofobico) - a parte la solita trovata del professore che pubblica sciocchezze, come se fosse un'attività consentita agli altri - può funzionare soltanto con chi non conosca questi metodi. Non so se l'autore del commento sia comunista o no, o sia semplice vittima inconsapevole di una tradizione, ma questo metodo stalinista lo conosco perfettamente, è vecchio come il cucco e un tempo faceva rabbrividire ma ora fortunamente non più. Prima si appioppa una solenne bastonata, classificando il soggetto come un essere abbietto (razzista omofobico e per giunta ebreo, e come tale traditore dei suoi compagni di sventura) e poi, dopo averlo gettato nel fango, gli si porge una mano: "mi piacerebbe parlare con lei con calma e serenità"... Insomma, se prendi la mano che ti si porge, potresti anche essere perdonato a condizione di abiurare le tue colpe. Ma quale calma e serenità?... Io sono tranquillissimo. Se la cerchi lei la calma e la serenità, mettendo via il bastone dei suoi insulti volgari. e quando le avrà trovate, se mai ci riuscirà, vedremo se sarà possibile parlare. E che dire del commento sul Family Day? Ma davvero vuol far credere o crede davvero che quella manifestazione sia riducibile a Forza Nuova? Si accontenti pure di queste formulette: è la rappresentazione della drammatica crisi morale e intellettuale della sinistra. Che non mi piace, perché sono una persona che ha vissuto gran parte della sua vita nella sinistra e crede che senza una sinistra intelligente e non fanatica - una sinistra che non viva di esorcismi e di scomuniche staliniste - il futuro del paese è cupo.
Ma di fronte a persone così e a mentalità di questo genere, c'è da temere il peggio. Ripeto: non pretendo affatto che si condivida quanto penso. Ma per argomentarlo ho speso tempo e fatica, molti articoli e un paio di libri. Agli argomenti esposti bisogna rispondere e non cavarsela con gli insulti.
A questo livello nessun dialogo è possibile.
mercoledì 11 luglio 2007
Falsi amici
(Informazione Corretta)
Mentre Abu Mazen dichiara che con Hamas non tratterà mai, non si siederà mai allo stesso tavolo, Piero Fassino dichiara (secondo quanto riferisce la stampa) che «bisogna provare a sedersi a un tavolo con Hamas, anche senza la pregiudiziale del riconoscimento dello Stato di Israele» perché «se ci siede a un tavolo, non è solo Israele che riconosce Hamas, ma viceversa». Da un lato si tratta di un’argomentazione risibile con la quale si potrebbe tranquillamente legittimare Monaco 1938: anche in quel caso, sedendosi a un tavolo, ci si è riconosciuti reciprocamente, e poi si è visto cosa è successo. Anzi, con questo criterio, il Congresso Mondiale Ebraico avrebbe dovuto partecipare a Monaco 1938, almeno in qualità di osservatore. Non è escluso che Hitler avrebbe accettato e sarebbe stato una bel riconoscimento, in attesa di passare alle camere a gas i “riconosciuti”.
Infatti, quel che Fassino forse non ricorda – vogliamo credere che non lo ricordi, altrimenti la cosa sarebbe molto grave – Hamas ha un programma che non ha nulla da invidiare a quello di Hitler. Ha messo addirittura nel suo statuto – o costituzione, secondo come la si vuol chiamare – che bisogna andare ad ammazzare ogni ebreo che si nasconda dietro qualsiasi pietra, e che questo è un assoluto dovere di un buon palestinese che pretenda di essere considerato un buon musulmano. Che Hamas sia disponibile a sedersi e a trattare lo sanno anche i gatti del cortile della casa di Fassino. Il problema è che bisognerebbe convincere Hamas quanto meno a cancellare quei passaggi della costituzione, che predicano il dovere assoluto di distruggere Israele, di trucidare ogni ebreo e via elencando orrori. Che ne dice Fassino? È una richiesta troppo spinta? È intransigenza tipicamente israeliana?
Che l’on. Fassino sia stressato appare chiaro, e che sotto stress dica cose che non vorrebbe dire, è cosa che può essere compresa. Ma c’è un limite a tutto, anche all’indulgenza. Soprattutto se lo stress deriva dal dover difendere l’impresentabile politica estera del suo impresentabile ministro degli esteri e, al contempo, alimentare la sua fama di amico di Israele, perché i due obbiettivi sono talmente incompatibili da spezzare la corda tirata oltre ogni limite.
Mentre persino Solana bacchetta i 10 che hanno scritto a Blair chiedendo di prendere atto del fallimento della Road Map (non del fallimento della questione palestinese!) e di aprire una linea di credito a Hamas, la nostra politica estera si distingue come la riedizione del chamberlainismo più smaccato. D’Alema si dichiara preoccupato che vi siano ulteriori sanzioni all’Iran «perché vi è il rischio che tra pochi anni ci troviamo nello scenario peggiore: o accettare la bomba atomica iraniana, o avere una guerra contro l’Iran». Un esempio sopraffino di quell’uso della logica, per il quale il nostro ministro degli esteri va famoso e viene definito “intelligentissimo” dai suoi adulatori. Difatti, sopprimendo le sanzioni, l’Iran si farà l’atomica e la guerra non si farà perché nessuno vorrà fare una guerra atomica. Salvo magari l’Iran contro Israele. Ma di questo al nostro intelligentissimo ministro non importa un fico secco. Del resto quale sia il concetto di “equivicinanza” lui l’ha finalmente svelato nell’ultima intervista in cui ha parlato di Israele: il suo massimo desiderio è che in un modo o nell’altro si creino le condizioni perché si riapra il dialogo tra Hamas e Abu Mazen. Insomma, voi credevate che D’Alema fosse “equivicino” a Israele e ai suoi nemici? No, egli è “equivicino” a Abu Mazen e Hamas. Il guaio è che Abu Mazen, dando mostra di un’intransigenza di stile israeliano, non vuole riaprire il dialogo. Bisognerà forse imporgli delle sanzioni?
Questa è la politica impresentabile che l’on. Fassino si è impantanato a difendere. Se lo fa credendoci o per disperazione, a causa di problematiche politiche casalinghe, è cosa che in fin dei conti non interessa più.
Un’ultima domanda rivolta a “Sinistra per Israele”: se ci siete battete un colpo. Questo è il momento giusto.
Giorgio Israel
Mentre Abu Mazen dichiara che con Hamas non tratterà mai, non si siederà mai allo stesso tavolo, Piero Fassino dichiara (secondo quanto riferisce la stampa) che «bisogna provare a sedersi a un tavolo con Hamas, anche senza la pregiudiziale del riconoscimento dello Stato di Israele» perché «se ci siede a un tavolo, non è solo Israele che riconosce Hamas, ma viceversa». Da un lato si tratta di un’argomentazione risibile con la quale si potrebbe tranquillamente legittimare Monaco 1938: anche in quel caso, sedendosi a un tavolo, ci si è riconosciuti reciprocamente, e poi si è visto cosa è successo. Anzi, con questo criterio, il Congresso Mondiale Ebraico avrebbe dovuto partecipare a Monaco 1938, almeno in qualità di osservatore. Non è escluso che Hitler avrebbe accettato e sarebbe stato una bel riconoscimento, in attesa di passare alle camere a gas i “riconosciuti”.
Infatti, quel che Fassino forse non ricorda – vogliamo credere che non lo ricordi, altrimenti la cosa sarebbe molto grave – Hamas ha un programma che non ha nulla da invidiare a quello di Hitler. Ha messo addirittura nel suo statuto – o costituzione, secondo come la si vuol chiamare – che bisogna andare ad ammazzare ogni ebreo che si nasconda dietro qualsiasi pietra, e che questo è un assoluto dovere di un buon palestinese che pretenda di essere considerato un buon musulmano. Che Hamas sia disponibile a sedersi e a trattare lo sanno anche i gatti del cortile della casa di Fassino. Il problema è che bisognerebbe convincere Hamas quanto meno a cancellare quei passaggi della costituzione, che predicano il dovere assoluto di distruggere Israele, di trucidare ogni ebreo e via elencando orrori. Che ne dice Fassino? È una richiesta troppo spinta? È intransigenza tipicamente israeliana?
Che l’on. Fassino sia stressato appare chiaro, e che sotto stress dica cose che non vorrebbe dire, è cosa che può essere compresa. Ma c’è un limite a tutto, anche all’indulgenza. Soprattutto se lo stress deriva dal dover difendere l’impresentabile politica estera del suo impresentabile ministro degli esteri e, al contempo, alimentare la sua fama di amico di Israele, perché i due obbiettivi sono talmente incompatibili da spezzare la corda tirata oltre ogni limite.
Mentre persino Solana bacchetta i 10 che hanno scritto a Blair chiedendo di prendere atto del fallimento della Road Map (non del fallimento della questione palestinese!) e di aprire una linea di credito a Hamas, la nostra politica estera si distingue come la riedizione del chamberlainismo più smaccato. D’Alema si dichiara preoccupato che vi siano ulteriori sanzioni all’Iran «perché vi è il rischio che tra pochi anni ci troviamo nello scenario peggiore: o accettare la bomba atomica iraniana, o avere una guerra contro l’Iran». Un esempio sopraffino di quell’uso della logica, per il quale il nostro ministro degli esteri va famoso e viene definito “intelligentissimo” dai suoi adulatori. Difatti, sopprimendo le sanzioni, l’Iran si farà l’atomica e la guerra non si farà perché nessuno vorrà fare una guerra atomica. Salvo magari l’Iran contro Israele. Ma di questo al nostro intelligentissimo ministro non importa un fico secco. Del resto quale sia il concetto di “equivicinanza” lui l’ha finalmente svelato nell’ultima intervista in cui ha parlato di Israele: il suo massimo desiderio è che in un modo o nell’altro si creino le condizioni perché si riapra il dialogo tra Hamas e Abu Mazen. Insomma, voi credevate che D’Alema fosse “equivicino” a Israele e ai suoi nemici? No, egli è “equivicino” a Abu Mazen e Hamas. Il guaio è che Abu Mazen, dando mostra di un’intransigenza di stile israeliano, non vuole riaprire il dialogo. Bisognerà forse imporgli delle sanzioni?
Questa è la politica impresentabile che l’on. Fassino si è impantanato a difendere. Se lo fa credendoci o per disperazione, a causa di problematiche politiche casalinghe, è cosa che in fin dei conti non interessa più.
Un’ultima domanda rivolta a “Sinistra per Israele”: se ci siete battete un colpo. Questo è il momento giusto.
Giorgio Israel
lunedì 9 luglio 2007
Senza teologia e filosofia la scienza non sarebbe mai nata. Ecco perché
(Il Foglio, 6 luglio 2007)
Non è che un noto magistrato (poniamo Antonio Di Pietro) possieda per ciò stesso i titoli a scrivere un trattato di filosofia del diritto; né un celebre radiologo una storia della medicina; né un farmacista una storia della farmacologia; o un ingegnere navale una storia delle esplorazioni per mare. Allo stesso modo, aver avuto il Nobel per la scoperta delle sorgenti cosmiche dei raggi X non implica che Riccardo Giacconi sia titolato a discettare di storia della scienza. L’effetto di simili estrapolazioni di competenze può essere esilarante, almeno a giudicare dal resoconto di Angiolo Bandinelli.
La tesi di Giacconi sarebbe che filosofia e religione hanno bloccato la scienza per mille anni, da quando fu disattesa l’idea pitagorica secondo cui la natura può essere descritta con i numeri. Senonché Pitagora e i pitagorici non ambirono a descrivere mai nulla con i numeri, bensì a sostenere che i numeri sono l’essenza di tutte le cose in un senso mistico ed esoterico che con l’empirismo scientifico di Giacconi ha poco a che spartire. Quindi il povero Aristotele non ha la colpa di aver fatto «divorziare» l’astronomia dal mondo naturale; tantomeno di aver bloccato la scienza in quanto “metafisico”, casomai in quanto empirista. Aristotele non costruiva rappresentazioni astratte e matematiche, bensì guardava ai moti dei corpi quali sono. Difatti, i moti senza attrito pensati da Galileo (e impensabili per Aristotele) sono astrazioni mentali inesistenti in natura. Ed è proprio “difalcando gli impedimenti della materia”, scoprendo il valore delle rappresentazioni astratte matematiche, tornando alla metafisica platonistica di un mondo la cui essenza è matematica, che è nata la scienza moderna. Altro che divorzio dalla filosofia! Come ha scritto Alexandre Koyré, «una scienza di tipo aristotelico, che parte dal senso comune e si basa sulla percezione sensibile, non ha bisogno di appoggiarsi a una metafisica», mentre la scienza galileiana e newtoniana «che postula il valore reale del matematismo, non può fare a meno di una metafisica, e anzi non può far altro che cominciare da essa».
Il principio di base della meccanica classica, il principio d’inerzia –un corpo non soggetto ad azioni esterne se è in quiete vi resta, altrimenti si muove di moto rettilineo uniforme – è un principio che meno empirico e più metafisico non si può. Non a caso, Aristotele lo riteneva talmente contrario al buon senso da usarlo per dimostrare che il vuoto non esiste: se esistesse il vuoto varrebbe il principio d’inerzia, il che è contrario ai fatti… Fu invece la teologia a attirare l’attenzione su di esso. Nel 1277 il vescovo di Parigi Etienne Tempier stilò un elenco di 219 tesi condannate come false: la tesi 49 asseriva che Dio non è in grado di impartire ai cieli un moto rettilineo uniforme. Senza la teologia non si capisce un acca della nascita della scienza moderna. Altro che blocco millenario… Come ha scritto Amos Funkenstein, tutti gli scienziati del Cinquecento e del Seicento erano “teologi laici” – laici perché non erano sacerdoti, non perché credessero in Dio come principio naturale. Del resto, la miseria dei tempi è tale che c’è pure chi, fraintendendo il detto “Deus sive natura” e confondendo panteismo con ateismo, vuol far credere che Spinoza fosse ateo…
Quando sostenni l’esame di maturità la commissaria di scienze voleva bocciarmi perché non avevo saputo rispondere alla domanda: «Cosa fece Keplero dopo aver scoperto le sue leggi?». La risposta doveva essere: «S’inginocchiò e ringraziò Dio». Naturalmente era pazza, ma non aveva torto: Keplero era un mistico e traeva le sue visioni astronomiche da una miscela di religiosità platonistica, di pitagorismo mistico e di matematica. Nel “Misterium Cosmographicum” sostenne che la struttura dell’universo era stata determinata da Dio secondo l’architettura dei poliedri regolari euclidei l’uno incluso nell’altro. Bell’esempio di razionalismo empiristico… Come Leibniz che concepiva i differenziali (matematici) come espressione delle differenze qualitative infinitesime tra monadi adiacenti nella grande catena dell’essere.
Che la scienza sia nata su basi metafisiche e teologiche, come diceva Koyré, «l’abbiamo dimenticato. La nostra scienza va avanti senza occuparsi molto dei suoi fondamenti. Il suo successo le basta. Fino al giorno in cui una “crisi” le rivela che le manca qualche cosa: cioè capire ciò che fa». Parole attuali! Giacconi, di fronte alla difficoltà di capire l’universo, dice che sarebbe sterile riportare in ballo l’Assoluto divino e Bandinelli teme altri mille anni di stasi e implora «Che Dio ci aiuti». Non si lasci spaventare dalla storiografia alla Giacconi. Piuttosto mi preoccuperei di quel demi-monde in cui coesistono antipapi che sentenziano che «la scienza è la religione della verità» e piccoli Voltaire che proclamano che «la scienza è libertà perché la sua essenza è il relativismo». Divisi su tutto, colpiscono uniti: la religione, beninteso.
Giorgio Israel
Non è che un noto magistrato (poniamo Antonio Di Pietro) possieda per ciò stesso i titoli a scrivere un trattato di filosofia del diritto; né un celebre radiologo una storia della medicina; né un farmacista una storia della farmacologia; o un ingegnere navale una storia delle esplorazioni per mare. Allo stesso modo, aver avuto il Nobel per la scoperta delle sorgenti cosmiche dei raggi X non implica che Riccardo Giacconi sia titolato a discettare di storia della scienza. L’effetto di simili estrapolazioni di competenze può essere esilarante, almeno a giudicare dal resoconto di Angiolo Bandinelli.
La tesi di Giacconi sarebbe che filosofia e religione hanno bloccato la scienza per mille anni, da quando fu disattesa l’idea pitagorica secondo cui la natura può essere descritta con i numeri. Senonché Pitagora e i pitagorici non ambirono a descrivere mai nulla con i numeri, bensì a sostenere che i numeri sono l’essenza di tutte le cose in un senso mistico ed esoterico che con l’empirismo scientifico di Giacconi ha poco a che spartire. Quindi il povero Aristotele non ha la colpa di aver fatto «divorziare» l’astronomia dal mondo naturale; tantomeno di aver bloccato la scienza in quanto “metafisico”, casomai in quanto empirista. Aristotele non costruiva rappresentazioni astratte e matematiche, bensì guardava ai moti dei corpi quali sono. Difatti, i moti senza attrito pensati da Galileo (e impensabili per Aristotele) sono astrazioni mentali inesistenti in natura. Ed è proprio “difalcando gli impedimenti della materia”, scoprendo il valore delle rappresentazioni astratte matematiche, tornando alla metafisica platonistica di un mondo la cui essenza è matematica, che è nata la scienza moderna. Altro che divorzio dalla filosofia! Come ha scritto Alexandre Koyré, «una scienza di tipo aristotelico, che parte dal senso comune e si basa sulla percezione sensibile, non ha bisogno di appoggiarsi a una metafisica», mentre la scienza galileiana e newtoniana «che postula il valore reale del matematismo, non può fare a meno di una metafisica, e anzi non può far altro che cominciare da essa».
Il principio di base della meccanica classica, il principio d’inerzia –un corpo non soggetto ad azioni esterne se è in quiete vi resta, altrimenti si muove di moto rettilineo uniforme – è un principio che meno empirico e più metafisico non si può. Non a caso, Aristotele lo riteneva talmente contrario al buon senso da usarlo per dimostrare che il vuoto non esiste: se esistesse il vuoto varrebbe il principio d’inerzia, il che è contrario ai fatti… Fu invece la teologia a attirare l’attenzione su di esso. Nel 1277 il vescovo di Parigi Etienne Tempier stilò un elenco di 219 tesi condannate come false: la tesi 49 asseriva che Dio non è in grado di impartire ai cieli un moto rettilineo uniforme. Senza la teologia non si capisce un acca della nascita della scienza moderna. Altro che blocco millenario… Come ha scritto Amos Funkenstein, tutti gli scienziati del Cinquecento e del Seicento erano “teologi laici” – laici perché non erano sacerdoti, non perché credessero in Dio come principio naturale. Del resto, la miseria dei tempi è tale che c’è pure chi, fraintendendo il detto “Deus sive natura” e confondendo panteismo con ateismo, vuol far credere che Spinoza fosse ateo…
Quando sostenni l’esame di maturità la commissaria di scienze voleva bocciarmi perché non avevo saputo rispondere alla domanda: «Cosa fece Keplero dopo aver scoperto le sue leggi?». La risposta doveva essere: «S’inginocchiò e ringraziò Dio». Naturalmente era pazza, ma non aveva torto: Keplero era un mistico e traeva le sue visioni astronomiche da una miscela di religiosità platonistica, di pitagorismo mistico e di matematica. Nel “Misterium Cosmographicum” sostenne che la struttura dell’universo era stata determinata da Dio secondo l’architettura dei poliedri regolari euclidei l’uno incluso nell’altro. Bell’esempio di razionalismo empiristico… Come Leibniz che concepiva i differenziali (matematici) come espressione delle differenze qualitative infinitesime tra monadi adiacenti nella grande catena dell’essere.
Che la scienza sia nata su basi metafisiche e teologiche, come diceva Koyré, «l’abbiamo dimenticato. La nostra scienza va avanti senza occuparsi molto dei suoi fondamenti. Il suo successo le basta. Fino al giorno in cui una “crisi” le rivela che le manca qualche cosa: cioè capire ciò che fa». Parole attuali! Giacconi, di fronte alla difficoltà di capire l’universo, dice che sarebbe sterile riportare in ballo l’Assoluto divino e Bandinelli teme altri mille anni di stasi e implora «Che Dio ci aiuti». Non si lasci spaventare dalla storiografia alla Giacconi. Piuttosto mi preoccuperei di quel demi-monde in cui coesistono antipapi che sentenziano che «la scienza è la religione della verità» e piccoli Voltaire che proclamano che «la scienza è libertà perché la sua essenza è il relativismo». Divisi su tutto, colpiscono uniti: la religione, beninteso.
Giorgio Israel
giovedì 28 giugno 2007
Aridatece D’Alema!
(Informazione Corretta, 28 giugno 2007)
Si vede proprio che al Corriere della Sera hanno deciso di farci venire un ardente nostalgia di D’Alema. Noi, da estremisti quali siamo, non sapevamo apprezzare il moderatismo del nostro ministro degli esteri, il suo equilibrio nel valutare la situazione mediorientale e il suo amore per Israele. Così, per farci rinsavire, a Via Solferino hanno deciso di usare l’“arma fine di mondo”, ovvero un’intervista del Presidente della Commissione Esteri del Senato, il senatore Lamberto Dini. In verità, neppure immaginavamo che fosse una simile “arma fine di mondo”.
Il senatore Dini è andato a trovare il presidente siriano Bashar Assad, in processione dopo Diliberto, ma ha voluto correggere l’impressione di freddezza che aveva lasciato il segretario dei comunisti italiani, così distaccato e formale nei confronti della Siria. Così ha messo in mostra tutta la simpatia che deve avere un Presidente della Commissione Esteri del Senato italiano per la pacifica democrazia siriana. Assad ha aperto gli occhi di Dini: sempre più giovani si stanno arruolando nella fila del fondamentalismo islamico e quindi anche la Siria rischia di diventare una polveriera. E di chi è la colpa? Ma di Israele, beninteso! È di quella potenza nucleare imperialista che si rifiuta di cedere le alture del Golan che trattiene non si sa perché. Già, perché mai se le tiene? Non ci avevamo pensato, ma questi israeliani sono veramente assurdi nella loro prepotenza! Pretendono pure di garantire militarmente la loro tranquillità, quando hanno l’atomica che potrebbero tranquillamente tirare su Damasco, in caso di tiri di katiushe. D’altra parte, è chiaro che quando il Golan tornasse alla Siria i giovani smetterebbero di credere nel fondamentalismo islamico e invaderebbero le strade di Damasco con le bandiere della pace. Evidente, no?
D’altra parte, è come per il Libano. Perché le cose vanno male laggiù? Perché «nessuno si è voluto sedere al tavolo delle trattative», dice il senatore. “Nessuno”, naturalmente, è Israele. E quali trattative? Ma è chiaro, sbadati che siete! Le trattative per restituire le fattorie di Sheeba e riottenere così i soldati rapiti. No, anzi, non esageriamo con le pretese: per «avviare una trattativa per il rilascio dei due soldati rapiti». Si avvia, poi si vede, però bisogna dar prova di buona volontà che diamine… Poi, se non restituiscono i soldati, pazienza, intanto si è applicata la regola aurea del “land for war” – volevo dire “land for peace”, scusate.
Non è questione per Dini di applicare le risoluzioni dell’ONU. Anzi, diciamola tutta. Il senatore non l’ha detto chiaramente, perché lui è un diplomatico, ma noi abbiamo capito: l’ONU è un’organizzazione in mano ai sionisti. Difatti, che senso hanno quelle risoluzioni, e quella storia del disarmo di Hezbollah? «Hezbollah è un’importante componente del parlamento libanese. Davanti al suo leader Nasrallah si inchinano tutti con rispetto per la sua saggezza». Proprio così… Si inchinano. Proprio tutti. Avete mai sentito i discorsi di Nasrallah? Sono capolavori di saggezza e moderazione, che manco fosse la sintesi di Kant, Ghandi e Martin Luther King (no, quello no, perché era amico dei sionisti). Persino il senatore Dini vorrebbe essere capace di fare dei discorsi parlamentari di quel livello, ma ancora non ci riesce, malgrado studi giorno e notte quei testi. Perché non invitiamo Nasrallah per un’audizione di fronte alla Commissione Esteri del Senato? Ne avremmo da guadagnare tutti. Ci insegnerebbe anche come fabbricare bunker e sparare missili sui civili dalle case abitate da civili.
Poi, per quanto riguarda tutto il resto di quelle risoluzioni ONU, si tratta di balle epocali. Per esempio, quella faccenda che passassero dalla Siria le armi per Hezbollah. Era soltanto un sospetto, ma per evitarne persino l’ombra la Siria ha chiuso le frontiere e ha dovuto e deve pagarne ingenti danni economici. Poveracci… Credete, ci scappa da piangere. Del resto, chi è il mascalzone che ha detto che c’entri la Siria con l’omicidio di Hariri? «Quali vantaggi potevano venirne alla Siria? L’assassinio potrebbe essere stato progettato da chi voleva il caos facendo ricadere la colpa sulla Siria». Chi sarà? Tolto Hezbollah, che è tanto rispettabile, ed anche Hamas, che «è un gruppo eletto democraticamente» - e giustamente, perché «la gente era stufa» e «i regimi corrotti vengono spazzati via da rivolte» -, chi sarà mai? A noi comincia a venire in mente che siano gli israeliani. In ogni caso, la Siria ha tutte le ragioni a non riconoscere il tribunale internazionale perché pensa che si tratti di un affare interno libanese. Insomma qui è in atto una vera congiura internazionale contro Assad, il derelitto.
Per fortuna però che «l’Italia sta giocando un ruolo importante, la Siria ce lo riconosce, ci considera un paese amico». Il guaio sono gli altri paesi europei, «troppo distratti». Anzi, diciamola tutta, non soltanto l’ONU ma anche l’UE è in mano ai sionisti. Questo è il problema.
Per concludere, non è che ci sia venuta la nostalgia di D’Alema, ma una cosa è certa: non ci vengano a parlare di un qualche governo di transizione, istituzionale o elettorale a presidenza Dini, perché allora auspichiamo che il presidente Napolitano faccia un colpo di stato e assuma i pieni poteri. Agli israeliani un piccolo consiglio: fate meno i buoni e i buonisti e guardate che “amici” avete nel governo e nella maggioranza italiane. E infine, già che viene Nasrallah per un’audizione alla commissione esteri, potremmo chiedere che lo accompagnino Haniyeh e Meshaal, così che tutti insieme ci spieghino, con la loro saggezza, come si cacciano via i regimi di cui si è stufi?
Giorgio Israel
Si vede proprio che al Corriere della Sera hanno deciso di farci venire un ardente nostalgia di D’Alema. Noi, da estremisti quali siamo, non sapevamo apprezzare il moderatismo del nostro ministro degli esteri, il suo equilibrio nel valutare la situazione mediorientale e il suo amore per Israele. Così, per farci rinsavire, a Via Solferino hanno deciso di usare l’“arma fine di mondo”, ovvero un’intervista del Presidente della Commissione Esteri del Senato, il senatore Lamberto Dini. In verità, neppure immaginavamo che fosse una simile “arma fine di mondo”.
Il senatore Dini è andato a trovare il presidente siriano Bashar Assad, in processione dopo Diliberto, ma ha voluto correggere l’impressione di freddezza che aveva lasciato il segretario dei comunisti italiani, così distaccato e formale nei confronti della Siria. Così ha messo in mostra tutta la simpatia che deve avere un Presidente della Commissione Esteri del Senato italiano per la pacifica democrazia siriana. Assad ha aperto gli occhi di Dini: sempre più giovani si stanno arruolando nella fila del fondamentalismo islamico e quindi anche la Siria rischia di diventare una polveriera. E di chi è la colpa? Ma di Israele, beninteso! È di quella potenza nucleare imperialista che si rifiuta di cedere le alture del Golan che trattiene non si sa perché. Già, perché mai se le tiene? Non ci avevamo pensato, ma questi israeliani sono veramente assurdi nella loro prepotenza! Pretendono pure di garantire militarmente la loro tranquillità, quando hanno l’atomica che potrebbero tranquillamente tirare su Damasco, in caso di tiri di katiushe. D’altra parte, è chiaro che quando il Golan tornasse alla Siria i giovani smetterebbero di credere nel fondamentalismo islamico e invaderebbero le strade di Damasco con le bandiere della pace. Evidente, no?
D’altra parte, è come per il Libano. Perché le cose vanno male laggiù? Perché «nessuno si è voluto sedere al tavolo delle trattative», dice il senatore. “Nessuno”, naturalmente, è Israele. E quali trattative? Ma è chiaro, sbadati che siete! Le trattative per restituire le fattorie di Sheeba e riottenere così i soldati rapiti. No, anzi, non esageriamo con le pretese: per «avviare una trattativa per il rilascio dei due soldati rapiti». Si avvia, poi si vede, però bisogna dar prova di buona volontà che diamine… Poi, se non restituiscono i soldati, pazienza, intanto si è applicata la regola aurea del “land for war” – volevo dire “land for peace”, scusate.
Non è questione per Dini di applicare le risoluzioni dell’ONU. Anzi, diciamola tutta. Il senatore non l’ha detto chiaramente, perché lui è un diplomatico, ma noi abbiamo capito: l’ONU è un’organizzazione in mano ai sionisti. Difatti, che senso hanno quelle risoluzioni, e quella storia del disarmo di Hezbollah? «Hezbollah è un’importante componente del parlamento libanese. Davanti al suo leader Nasrallah si inchinano tutti con rispetto per la sua saggezza». Proprio così… Si inchinano. Proprio tutti. Avete mai sentito i discorsi di Nasrallah? Sono capolavori di saggezza e moderazione, che manco fosse la sintesi di Kant, Ghandi e Martin Luther King (no, quello no, perché era amico dei sionisti). Persino il senatore Dini vorrebbe essere capace di fare dei discorsi parlamentari di quel livello, ma ancora non ci riesce, malgrado studi giorno e notte quei testi. Perché non invitiamo Nasrallah per un’audizione di fronte alla Commissione Esteri del Senato? Ne avremmo da guadagnare tutti. Ci insegnerebbe anche come fabbricare bunker e sparare missili sui civili dalle case abitate da civili.
Poi, per quanto riguarda tutto il resto di quelle risoluzioni ONU, si tratta di balle epocali. Per esempio, quella faccenda che passassero dalla Siria le armi per Hezbollah. Era soltanto un sospetto, ma per evitarne persino l’ombra la Siria ha chiuso le frontiere e ha dovuto e deve pagarne ingenti danni economici. Poveracci… Credete, ci scappa da piangere. Del resto, chi è il mascalzone che ha detto che c’entri la Siria con l’omicidio di Hariri? «Quali vantaggi potevano venirne alla Siria? L’assassinio potrebbe essere stato progettato da chi voleva il caos facendo ricadere la colpa sulla Siria». Chi sarà? Tolto Hezbollah, che è tanto rispettabile, ed anche Hamas, che «è un gruppo eletto democraticamente» - e giustamente, perché «la gente era stufa» e «i regimi corrotti vengono spazzati via da rivolte» -, chi sarà mai? A noi comincia a venire in mente che siano gli israeliani. In ogni caso, la Siria ha tutte le ragioni a non riconoscere il tribunale internazionale perché pensa che si tratti di un affare interno libanese. Insomma qui è in atto una vera congiura internazionale contro Assad, il derelitto.
Per fortuna però che «l’Italia sta giocando un ruolo importante, la Siria ce lo riconosce, ci considera un paese amico». Il guaio sono gli altri paesi europei, «troppo distratti». Anzi, diciamola tutta, non soltanto l’ONU ma anche l’UE è in mano ai sionisti. Questo è il problema.
Per concludere, non è che ci sia venuta la nostalgia di D’Alema, ma una cosa è certa: non ci vengano a parlare di un qualche governo di transizione, istituzionale o elettorale a presidenza Dini, perché allora auspichiamo che il presidente Napolitano faccia un colpo di stato e assuma i pieni poteri. Agli israeliani un piccolo consiglio: fate meno i buoni e i buonisti e guardate che “amici” avete nel governo e nella maggioranza italiane. E infine, già che viene Nasrallah per un’audizione alla commissione esteri, potremmo chiedere che lo accompagnino Haniyeh e Meshaal, così che tutti insieme ci spieghino, con la loro saggezza, come si cacciano via i regimi di cui si è stufi?
Giorgio Israel
martedì 26 giugno 2007
Pure La Fontaine si indigna per la peste umanitarista contro Israele
(da Il Foglio, 26 giugno 2007)
La violazione dei diritti umani si abbatte sul mondo come una peste. Milioni di persone sono private della loro condizione umana e molto spesso della vita da regimi oppressivi, brutali e torturatori che non tollerano alcun dissenso e spesso neppure l’esistenza di persone che manifestano la minima forma di diversità dal paradigma ufficiale, per esempio di essere cristiani in terra islamica.
In questa situazione drammatica, la nuova commissione dell’Onu per i diritti umani, che era chiamata a far dimenticare i “fasti” della sciagurata precedente commissione, ha approvato il suo nuovo ordinamento ed è riuscita a far di peggio. Difatti, da un lato ha fatto una zelante opera di autoassoluzione e sbiancamento generale: Cuba e la Bielorussia sono stati eliminate dalla lista dei paesi sotto osservazione ereditata dalla precedente commissione. Vi sono rimasti, ma in modo molto blando e generico, Birmania, Zimbabwe, Sudan e Nord Corea. Ma, d’altro lato, ha posto sotto i riflettori di sorvegliato speciale un paese soltanto. Indovinate un po’… Israele. Soltanto un paese, il Canada, si è opposto a questa vergogna. Tutti gli altri hanno votato a favore. Il delegato italiano ha dichiarato che «le nuove misure sono largamente positive, anche se alcuni punti sono insoddisfacenti».
Dunque, tutti gli orrori e le ingiustizie del mondo si concentrano solo ed esclusivamente in Israele. C’è bisogno di commento? Ci limiteremmo a proporre una descrizione dei lavori dello Human Rights Council dell’Onu con la parole di una favola di La Fontaine, “Gli animali malati della peste”, di cui offriamo qui la nostra traduzione.
«Un male che spande il terrore,
Male che il cielo nel suo furore
Inventò per punire i crimini della terra.
La peste (poiché occorre chiamarla col suo nome),
Capace di arricchire in un giorno l’Acheronte,
Faceva agli animali la guerra.
Non morivano tutti, ma tutti ne erano colpiti:
Non se ne vedevano intenti
A cercare il sostegno di una vita morente;
Nessun cibo eccitava i loro desideri;
Né i lupi né le volpi spiavano
La dolce e innocente preda;
Le tortorelle fuggivano:
Niente più amore e quindi niente più gioia.
Il leone chiamò a consiglio e disse: “Miei cari amici,
Credo che il cielo abbia permesso
Questa disgrazia a causa dei nostri peccati.
Che il più colpevole di noi
Si sacrifichi ai dardi dell’ira celeste;
Forse otterrà la guarigione di tutti.
La storia ci insegna che in simili disgrazie
Si fanno simili sacrifizi.
Non concediamoci alcuna blandizie: esaminiamo senza indulgenza
Lo stato della nostra coscienza.
Quanto a me, per soddisfare i miei ghiotti appetiti,
Ha divorato molti agnelli.
Cosa mi avevano fatto? nessuna offesa;
Mi è anche successo talvolta di mangiare
Il pastore.
Mi sacrificherò dunque, se è necessario: ma penso
Che è bene che ciascuno si accusi al pari di me;
Perché occorre augurarsi che, secondo giustizia,
Perisca il più colpevole.
Sire, disse la volpe, siete un re troppo buono;
I vostri scrupoli mostrano troppa delicatezza.
Ebbene! mangiare pecore, canaglie, gente spregevole,
È forse un peccato? No, no, voi faceste loro, signore,
Mangiandoli, molto onore;
E quanto al pastore, si può dire
Che era degno di ogni male,
Essendo di quella genìa che sugli animali
Sogna un impero illusorio.
Così disse la volpe tra gli applausi degli adulatori.
Non si osò troppo approfondire
Della tigre, dell’orso, e di altre potenze,
le più imperdonabili offese.
Tutte le persone litigiose, fino ai semplici mastini,
erano, secondo il parere di tutti, dei santarelli.
L’asino venne quando fu il suo turno e disse: Mi sovviene
Che passando in un prato di monaci,
Spinto dalla fame, dall’occasione, dall’erba tenera e, penso,
Mosso anche da qualche diavolo,
Tosai di questo prato la larghezza della mia lingua;
Non ne avevo alcun diritto, visto che occorre parlar chiaro.
A queste parole tutti si sollevarono gridando contro il somaro.
Un lupo, un po’ chierico, dimostrò con la sua arringa
Che occorreva sacrificare quel maledetto animale,
Quel pelato, quel rognoso, da cui venivano tutti i loro mali.
Il suo peccatuccio fu giudicato un caso da forca.
Mangiare l’erba altrui! Che crimine abominevole!
Soltanto la morte poteva
Espiare la sua colpa. Glielo fecero vedere».
Giorgio Israel
La violazione dei diritti umani si abbatte sul mondo come una peste. Milioni di persone sono private della loro condizione umana e molto spesso della vita da regimi oppressivi, brutali e torturatori che non tollerano alcun dissenso e spesso neppure l’esistenza di persone che manifestano la minima forma di diversità dal paradigma ufficiale, per esempio di essere cristiani in terra islamica.
In questa situazione drammatica, la nuova commissione dell’Onu per i diritti umani, che era chiamata a far dimenticare i “fasti” della sciagurata precedente commissione, ha approvato il suo nuovo ordinamento ed è riuscita a far di peggio. Difatti, da un lato ha fatto una zelante opera di autoassoluzione e sbiancamento generale: Cuba e la Bielorussia sono stati eliminate dalla lista dei paesi sotto osservazione ereditata dalla precedente commissione. Vi sono rimasti, ma in modo molto blando e generico, Birmania, Zimbabwe, Sudan e Nord Corea. Ma, d’altro lato, ha posto sotto i riflettori di sorvegliato speciale un paese soltanto. Indovinate un po’… Israele. Soltanto un paese, il Canada, si è opposto a questa vergogna. Tutti gli altri hanno votato a favore. Il delegato italiano ha dichiarato che «le nuove misure sono largamente positive, anche se alcuni punti sono insoddisfacenti».
Dunque, tutti gli orrori e le ingiustizie del mondo si concentrano solo ed esclusivamente in Israele. C’è bisogno di commento? Ci limiteremmo a proporre una descrizione dei lavori dello Human Rights Council dell’Onu con la parole di una favola di La Fontaine, “Gli animali malati della peste”, di cui offriamo qui la nostra traduzione.
«Un male che spande il terrore,
Male che il cielo nel suo furore
Inventò per punire i crimini della terra.
La peste (poiché occorre chiamarla col suo nome),
Capace di arricchire in un giorno l’Acheronte,
Faceva agli animali la guerra.
Non morivano tutti, ma tutti ne erano colpiti:
Non se ne vedevano intenti
A cercare il sostegno di una vita morente;
Nessun cibo eccitava i loro desideri;
Né i lupi né le volpi spiavano
La dolce e innocente preda;
Le tortorelle fuggivano:
Niente più amore e quindi niente più gioia.
Il leone chiamò a consiglio e disse: “Miei cari amici,
Credo che il cielo abbia permesso
Questa disgrazia a causa dei nostri peccati.
Che il più colpevole di noi
Si sacrifichi ai dardi dell’ira celeste;
Forse otterrà la guarigione di tutti.
La storia ci insegna che in simili disgrazie
Si fanno simili sacrifizi.
Non concediamoci alcuna blandizie: esaminiamo senza indulgenza
Lo stato della nostra coscienza.
Quanto a me, per soddisfare i miei ghiotti appetiti,
Ha divorato molti agnelli.
Cosa mi avevano fatto? nessuna offesa;
Mi è anche successo talvolta di mangiare
Il pastore.
Mi sacrificherò dunque, se è necessario: ma penso
Che è bene che ciascuno si accusi al pari di me;
Perché occorre augurarsi che, secondo giustizia,
Perisca il più colpevole.
Sire, disse la volpe, siete un re troppo buono;
I vostri scrupoli mostrano troppa delicatezza.
Ebbene! mangiare pecore, canaglie, gente spregevole,
È forse un peccato? No, no, voi faceste loro, signore,
Mangiandoli, molto onore;
E quanto al pastore, si può dire
Che era degno di ogni male,
Essendo di quella genìa che sugli animali
Sogna un impero illusorio.
Così disse la volpe tra gli applausi degli adulatori.
Non si osò troppo approfondire
Della tigre, dell’orso, e di altre potenze,
le più imperdonabili offese.
Tutte le persone litigiose, fino ai semplici mastini,
erano, secondo il parere di tutti, dei santarelli.
L’asino venne quando fu il suo turno e disse: Mi sovviene
Che passando in un prato di monaci,
Spinto dalla fame, dall’occasione, dall’erba tenera e, penso,
Mosso anche da qualche diavolo,
Tosai di questo prato la larghezza della mia lingua;
Non ne avevo alcun diritto, visto che occorre parlar chiaro.
A queste parole tutti si sollevarono gridando contro il somaro.
Un lupo, un po’ chierico, dimostrò con la sua arringa
Che occorreva sacrificare quel maledetto animale,
Quel pelato, quel rognoso, da cui venivano tutti i loro mali.
Il suo peccatuccio fu giudicato un caso da forca.
Mangiare l’erba altrui! Che crimine abominevole!
Soltanto la morte poteva
Espiare la sua colpa. Glielo fecero vedere».
Giorgio Israel
domenica 3 giugno 2007
Come e perché è morta la questione palestinese
Gli eventi mediorientali di questi giorni rappresentano una svolta talmente radicale e drammatica da non consentire più mezzi discorsi. Non sappiamo cosa starà accadendo nelle ore in cui questo articolo sarà pubblicato, se gli scontri interpalestinesi staranno continuando o se sarà stata raggiunta una tregua abborracciata e senza futuro, se altri missili Qassam saranno caduti su Sderot e l’intervento di Tsahal si sarà fatto più pesante. Non possiamo prevederlo, ma in fondo si tratta di cosa secondaria. Né è facile prevedere cosa accadrà nel breve periodo: se Hamas rafforzerà la sua presa e ciò determinerà un aggravarsi della tensione con una possibile riesplosione del fronte libanese fino a una guerra regionale in estate. È una previsione difficile e in definitiva inutile rispetto al problema principale che sta esplodendo: la questione palestinese.
Ascoltando attentamente in giro si è sentita una sola voce che ha avuto il coraggio di dire apertamente qual sia la posta in gioco. Hanna Siniora, osservando di non aver «mai visto nulla di così grave come le battaglie di questi giorni», ha emesso una sentenza pesantissima: «È la morte del progetto nazionale palestinese».
Intorno a questa frase si sente soltanto retorica bellicista o pacifista, slogan vuoti e “langue de bois” della diplomazia più formale. È a dir poco stupefacente che proprio nel momento più tragico, più denso di prospettive conflittuali, più intriso di odî insolubili come pietre, si senta parlare addirittura con ottimismo di “nuove prospettive” di pace aperte da un piano saudita vecchio di decenni e intessuto di idee impossibili, di “due popoli, due stati” e di altre tragiche amenità, che forse vengono dette e ripetute da tutti per il semplice motivo che nessuno se la sente di dire l’indicibile, e cioè che tutte queste chiacchiere sono fuori dalla realtà e che l’obbiettivo “due popoli, due stati” è lontano come non mai, se mai ha avuto prospettive reali. Nessuno dice l’indicibile forse per non essere accusato di aver rotto la bolla di sapone dei buoni sentimenti e dei buoni propositi.
Ma i buoni sentimenti e i buoni propositi quando sono fuori della realtà lastricano la strada dell’inferno e, nella fattispecie, condannano i “due popoli” a percorrerla l’uno accanto all’altro; e, di certo, i palestinesi in modo non meno drammatico degli israeliani. E questa davvero non è retorica. Non intendiamo minimizzare affatto la condizione in cui vivono i palestinesi: morte, sangue, miseria e sofferenze senza fine e di cui non si vede la fine e che, anzi, si proiettano nella prospettiva di un conflitto che può cessare soltanto con la distruzione dell’ “entità sionista” e che può conoscere come tregua soltanto il conseguimento di obbiettivi assolutamente irrealistici, come quelli del piano saudita (ritorno al confini del 1967 e rientro di alcuni milioni di profughi sul suolo di Israele). Oltretutto, si tratta di un conflitto che si interseca con una guerra civile volta ad affermare l’egemonia di un gruppo sull’altro, in cui persino una parte di Hamas scavalca l’altra ed altri gruppi scavalcano Hamas, in una rincorsa senza fine verso l’estremismo.
Questo inferno politico-terroristico, che trascina centinaia di migliaia di persone in un baratro senza fondo e senza prospettive, è proprio quel che Siniora ha definito «la morte del progetto nazionale palestinese». E che questo sia l’esito è di evidenza solare, perché soltanto un pazzo o un ipocrita potrebbe sostenere che sia realista e praticabile una ripartizione territoriale in due stati, uno dei quali anziché essere governato da una classe dirigente capace di garantire l’ordine e la legalità all’interno e di trattare la pace all’esterno, resta in balìa di una sanguinosa guerra per bande la cui posta in gioco è il decidere quale sia il modo migliore di arrostire lo stato confinante. Ma se siamo a questo punto, occorre chiedersi come ci si sia arrivati e come se ne possa uscire. È una risposta dovuta a due popoli che soffrono e, in particolare, al popolo palestinese che è ostaggio e vittima di un mito assurdo e impossibile e le cui sofferenze possono cessare soltanto uscendo da questo mito.
Immaginiamo già le grida di scandalo: dunque Israele avrebbe diritto ad essere un’entità nazionale e i palestinesi non l’avrebbero? È quasi superfluo dire che non ci curiamo di chi strepita contro i diritti di Israele in nome di una critica del sionismo in quanto espressione di un’odiata ideologia “nazionalista”. È davvero una bella coerenza considerare nobile l’idea di identità nazionale quando si tratta dei palestinesi e spregevole nel caso del progetto sionista! Per parte nostra, non abbiamo nulla contro l’idea di nazione. Siamo anzi fermamente convinti che l’idea di democrazia, e in particolare di democrazia liberale, e la sua intrinseca propensione a diffondere i principi dei diritti della persona in una cornice universalistica, abbia preso corpo storicamente entro le realtà nazionali e che ancor oggi nessuno sia riuscito a definire chiaramente un contesto diverso entro cui far vivere e prosperare la democrazia. Può certamente darsi una realtà nazionale senza democrazia ma è difficilmente pensabile una democrazia al di fuori del supporto di un tessuto nazionale. Inoltre, il costituirsi di un’identità nazionale ha sempre implicato un esercizio della forza e anche una certa dose di violenza e non può quindi negarsi che la creazione dello stato d’Israele abbia determinato sofferenze e ingiustizie per la popolazione araba residente nei territori su cui lo stato d’Israele si è costituito. Del resto, non è abituale, in certi ambienti, giustificare l’esercizio della violenza da parte dei palestinesi con l’argomento che essa sarebbe l’espressione inevitabile di una lotta di liberazione nazionale?
Tuttavia, se non abbiamo nulla contro l’idea di nazione, la costituzione di una nazione non è un diritto astratto e non si realizza a tavolino, bensì trova la sua legittimità nella realtà storica concreta. Altrimenti, semplicemente non ha luogo ad essere. La formazione di un’identità nazionale ha come condizioni necessarie l’esistenza di un progetto condiviso di costruzione di una società, di ideali comuni, un tessuto culturale e linguistico, e inoltre la manifestazione più chiara – e assolutamente indispensabile – di tale comunione di intenti: ovvero che il potere di esercitare il diritto e la forza deve appartenere a un’entità statuale unica. Soltanto lo stato può avere un esercito, una polizia, una magistratura: l’inesistenza di questo requisito è la prova assoluta che non esistono le condizioni minime per un progetto di costruzione di una società nazionale. Israele è riuscito a soddisfare queste condizioni, ed è riuscito a realizzare l’ultimo e imprescindibile requisito disarmando i suoi gruppi terroristici; e lo ha fatto addirittura nel vivo dello scontro con le potenze arabe circostanti che volevano soffocarne la nascita. Se Israele non fosse riuscito a fare questo non sarebbe mai nato, o si sarebbe rapidamente dissolto. Non entreremo quindi nelle interminabili diatribe circa il carattere “artificiale” del recupero di un’identità nazionale ebraica dopo duemila anni di dispersione: i fatti storici hanno dato la risposta e hanno mostrato che tale identità aveva un senso, era perfettamente possibile ed aveva basi così solide da superare prove di incredibile durezza. Il discorso dell’“artificialità” potrebbe essere applicato alla formazione della nazione italiana e, ancor di più, di quella greca, in cui il recupero di una lingua greca unificata ha avuto caratteristiche non molto dissimili dall’istituzione dell’ebraico moderno; e un discorso analogo ai applica a molte altre situazioni. In tutti questi casi, la risposta è venuta dai processi storici reali che hanno visto il realizzarsi di quei requisiti indispensabili di cui si diceva sopra.
Spesso si ha l’impressione che si sia diffuso un modo irrazionale di leggere i fatti storici. Non mi riferisco soltanto alle tesi bizzarramente relativiste di chi sostiene che “noi occidentali” siamo prepotenti perché pretendiamo di imporre l’idea che lo stato debba essere l’unico detentore del potere mentre è “legittimo” che altri ritengano che un partito politico (per esempio, Hezbollah) possa possedere la propria forza militare. Penso alle tesi non nuove di chi ha giustificato il terrorismo palestinese sostenendo che anche il Risorgimento italiano ha avuto i suoi terroristi (Mazzini) e i suoi eversori dell’autorità costituita (Garibaldi). Ragionamento quanto mai bislacco perché, se anche concedessimo per esercizio dialettico – e non lo concediamo affatto – che Mazzini fosse un qualsiasi terrorista, la legittimità della nazione italiana si è fondata sull’affermazione, persino brutale ma sacrosanta e salutare, di un’autorità statuale unica detentrice del diritto di esercitare la forza (come apprese Garibaldi in Aspromonte). Il guaio è che, dimenticando o denigrando i processi storici che hanno condotto alla formazione delle realtà nazionali democratiche occidentali – e, quel che è peggio, perdendo così gli strumenti per capire per quali ragioni la democrazia vi è stata distrutta nel Novecento – si arriva a giustificare il terrorismo come via legittima per la formazione di una realtà nazionale, anziché come un’escrescenza infetta da eliminare al più presto, proprio nell’interesse di quella causa.
Ma andiamo indietro. Oggi abbiamo dimenticato che nessuno ha mai conosciuto, fino al 1964, la parola “palestinese”, peraltro derivata da una denominazione imposta dall’Impero romano a quelle terre dopo la dispersione della presenza ebraica. La storia non ha mai conosciuto né l’esistenza né il nome di un “popolo palestinese”: si ricordi che fino al 1967 si è sempre e soltanto parlato di conflitto “arabo-israeliano”. L’attribuzione di un’identità specifica alle popolazioni residenti nella regione è frutto della creazione dello stato di Israele, una sorta di feed-back di tale evento, peraltro largamente favorito dal rifiuto dei paesi arabi delle modalità di risoluzione del contenzioso proposte dalle risoluzioni Onu e dalla decisione con cui, nel 1964, una conferenza della Lega araba creò una “Organizzazione di Liberazione della Palestina” dapprima retta da un pallido fantoccio, Ahmed Shukeiri, e poi passata nelle mani del capo del movimento terroristico Fatah, Yasser Arafat. Creazione assolutamente artificiale, quindi. Ma – si dirà, sulla base del discorso precedente – anche le creazioni artificiali, persino le più artificiali, possono riuscire a farsi un posto nella storia e ad acquisire dei diritti. Guardiamo allora a cosa è avvenuto in quarant’anni di lotte per la costituzione di un’identità nazionale palestinese e se esso ha corrisposto alle condizioni minime che abbiamo sopra enunciato. La risposta è negli eventi di quest’ultimo anno e di questi ultimi giorni e nella pesante frase di Hanna Siniora: nulla. Non è stato costruito nulla altro che un progetto di distruzione di cui sono vittime non soltanto gli israeliani ma ancor più i palestinesi.
Le cause sono molteplici e sono da ricondursi principalmente alla responsabilità della grande maggioranza dei paesi arabi e islamici, oltre che a una diffusa ipocrisia dell’occidente. Il progetto della costituzione di un’entità nazionale palestinese era profondamente insincero: nella politica dei paesi arabi quel progetto era pensato non con l’intento di realizzarlo davvero, ma soltanto come un’arma di pressione contro Israele e un modo per scaricare esclusivamente su Israele il problema dei profughi. Nelle mani di Arafat poi, esso è divenuto un programma apocalittico di distruzione di Israele che non ha mai contemplato seriamente alcun accordo di pace, se non come tappa provvisoria verso l’esito finale della distruzione dell’ “entità sionista”, come ancor oggi recita la carta di Fatah. E, soprattutto, non ha mai contemplato alcuna idea di costruzione di un’entità nazionale proiettata verso la solidarietà sociale, la crescita economica, il benessere, una vita ordinata e regolata dalla legge, una struttura statuale fondata sul conferimento della forza a un potere legittimo, la soppressione delle bande armate. Taluno dirà, ovviamente, che Israele ha reso ciò impossibile. Ma si guardi ai fatti. Non appena si sono realizzati degli accordi di pace essi hanno prodotto l’effetto contrario a quel che ci si doveva attendere. Dopo Oslo vi fu un’esplosione drammatica del terrorismo. La formazione di un’Autorità Nazionale Palestinese non ha prodotto affatto la sparizione delle bande armate, al contrario. Il ritiro da Gaza non ha suscitato la minima spinta a uno sviluppo economico e sociale e a una riorganizzazione dei poteri in senso democratico, bensì la striscia è diventata un’enorme deposito di armi e una base per il lancio di missili verso Israele che hanno ridotto Sderot a una città fantasma. Gli ingentissimi aiuti economici dell’occidente – che, come è stato osservato, avrebbero consentito di costruire una villa con piscina per ogni palestinese – sono stati interamente utilizzati per procurarsi armi, finanziare il terrorismo e produrre una enorme e capillare propaganda antiebraica.
Qui arriviamo all’altro aspetto centrale che evidenzia il carattere distruttivo del “progetto nazionale” e l’irresponsabile follìa con cui è stato condotto dai gruppi dirigenti palestinesi. Nulla è stato fatto per creare una disposizione alla convivenza pacifica e tutto quel che era possibile fare è stato fatto per alimentare l’odio più sfrenato, la giustificazione del terrorismo più efferato, fino alla terrificante esaltazione dell’esplosione suicida persino presso i bambini di pochi anni. Tutto è stato fatto per denigrare la figura dell’ebreo, persino tentando di svellere i diritti di Israele con il ricorso al negazionismo della Shoah e diffondendone i veleni in un’Europa che già è abbastanza malata di per sé per non dover subire ulteriori contagi.
Abbiamo detto che un progetto nazionale contiene inevitabilmente una certa dose di violenza intrinseca, ma quando non contiene alcuna spinta positiva interna e volta a finalità condivise, bensì trova soltanto ragion d’essere e alimento nell’odio e nella volontà di distruzione dell’altro, allora esso è minato dalle fondamenta. Si parla tanto di negazione israeliana dei diritti dei palestinesi e non si dice una sola parola dell’oscena campagna cui stiamo assistendo in un crescendo che ha assunto toni parossistici da Camp David in poi – e che sta contaminando anche le coscienze in occidente – secondo cui una presenza ebraica in Palestina non ci sarebbe mai stata, secondo cui persino il Tempio di Gerusalemme non è mai esistito e il Muro del Pianto è un insieme di pietracce qualsiasi. Tutto è ed è sempre stato “palestinese”; anche – supremo obbrobrio – Gesù era “palestinese”… Persino i fatti storici più inconfutabili vengono sostituiti con una storia che, ancor più che artificiale, è assolutamente inesistente. Si parla dei diritti conculcati dei musulmani ad accedere a Gerusalemme, dimenticando che mai la città ha conosciuto una simile condizione di libertà di accesso ai luoghi santi quanto negli ultimi quarant’anni; prima dei quali agli ebrei era vietato l’accesso al Muro occidentale, l’antico quartiere ebraico era stato distrutto e le lapidi del millenario cimitero del Monte degli Ulivi erano usate come pisciatoi o per lastricare strade. Oggi, l’indicazione di quel che diventerebbe Gerusalemme vecchia sotto controllo palestinese è data dal comportamento dell’autorità islamica delle Moschee sul Monte del Tempio che, mentre protesta per ogni scavo israeliano condotto all’esterno del complesso, ha svuotato il sottosuolo dove sorgeva il Tempio per costruirvi una terza moschea, gettando nella spazzatura quintali di resti archeologici, compiendo così quella che, per un ebreo religioso, è un’autentica profanazione.
Si possono legittimamente criticare i governi israeliani, i loro errori, le loro sordità, ma qui siamo in presenza di una situazione inaccettabile. È impossibile non vedere che la formazione di uno stato su queste basi è soltanto la premessa per la creazione di un mattatoio.
Ha detto ancora Siniora: «Noi palestinesi non siamo abbastanza maturi per accettare di condividere l’autorità e per far funzionare una coalizione. Yasser Arafat ha dominato per quarant’anni conservando tutto il controllo nelle sue mani. Dopo di lui, Hamas ha governato per un anno come un partito unico. Non siamo capaci di capire che cosa significhi un’alleanza politica». Ed ha aggiunto che l’accordo di febbraio a La Mecca «era fragile fin dall’inizio. È stato come incollare due materiali opposti, senza cemento. Le violenze interne sono colpa di Hamas e del Fatah. Avrebbero dovuto porsi come priorità la fine dell’occupazione israeliana e poi discutere di chi comanda. Non hanno messo gli interessi della causa palestinese in cima ai loro obbiettivi. È una vergogna».
E qui già non ci siamo più. La vergogna non è che Hamas e Fatah non abbiano messo come priorità la fine dell’occupazione israeliana per poi discutere di chi comanda, Difatti, proprio la chiarificazione di chi comanda costituisce la condizione minima per pretendere la fine dell’occupazione israeliana. Sarebbe stato forse ragionevole far finta di mettersi d’accordo per ottenere i territori occupati e poi regolare i conti sparando? È davvero pensabile che possa nascere una nazione degna di questo nome su simili basi? Ed è pensabile che anche il governo israeliano più pacifista e aperto possa accettare la costituzione di uno stato strettamente adiacente, anzi avvinghiato al suo e per di più dotato di continuità territoriale, ridotto essenzialmente a una base di bande terroriste? Sarebbe quanto accettare signorilmente il suicidio, senza che questo serva a far avanzare di un centimetro il popolo palestinese verso una condizione migliore.
È indicativo e inquietante che anche una persona ragionevole come Siniora coltivi una simile confusione. Egli dice che «gli israeliani si sono ritirati da Gaza senza offrire una soluzione politica. Questo ha permesso a Hamas di proclamare che “la resistenza porta a risultati”». In tal modo, egli non fa altro che approfondire la spiegazione delle cause della «morte del progetto nazionale palestinese». È difatti assurdo pretendere la nascita di uno stato palestinese indipendente e poi chiedere che Israele lo tuteli e lo organizzi. Israele non poteva né doveva offrire una soluzione politica: doveva forse imporre militarmente il prevalere di un’autorità statuale unificata? Il ritiro da Gaza era la grande occasione per mostrare che poteva nascere finalmente un primo nucleo della nazione palestinese, capace di autogovernarsi e di compiere quegli stessi atti che avevano legittimato la formazione dell’entità nazionale israeliana e che (nel progetto di Sharon e di Kadimah) avrebbe aperto la strada ad ulteriori ritiri. Al contrario, si è affermata una strategia opposta e proiettata verso la guerra eterna.
Se errore di Israele vi è stato, è stato quello di trascurare il fatto che gli accordi seri, duraturi e costruttivi non si fanno con i gruppi terroristici bensì tra nazioni che, se pure non pienamente democratiche, quantomeno siano fondate sul principio che la gestione del potere appartiene esclusivamente allo stato. Israele ha dapprima esperito il tentativo di fare un trattato di pace con un’organizzazione terrorista. Si è visto a cosa abbia portato questo: alla seconda intifada degli attentati suicidi. Ha quindi provato la via opposta, e cioè di un disimpegno unilaterale, sperando che emergesse una leadership palestinese postarafattiana capace di porre le basi di un’entità statuale con cui trattare credibilmente il resto del contenzioso. Anche questo secondo tentativo è fallito ed ora siamo nel punto più basso della catastrofe. È comprensibile che l’ipocrisia dominante abbia reso, e renda, difficile dire che gli unici interlocutori possibili e credibili erano, e sono, le nazioni confinanti. Ma ormai siamo arrivati allo snodo finale.
In fondo, sembra che questa situazione Siniora la comprenda appieno, più o meno nel modo in cui la stiamo presentando noi. Difatti egli dice che «Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dovrebbero essere collocate sotto l’amministrazione della Lega Araba, dopo una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I negoziati di pace ripartirebbero tra gli israeliani e la Lega, sulla base dell’iniziativa saudita e del documento approvato a Beirut nel 2002. È ora che le nazioni arabe si prendano le loro responsabilità, siamo stanchi della retorica».
Mettiamo via gli ultimi orpelli retorici, come il richiamo all’iniziativa saudita: a questo punto, un negoziato serio deve partire da zero e senza condizioni preliminari. A parte questi orpelli, occorre dar atto a Siniora di aver detto l’indicibile, e cioè che occorre mettere da parte il tema della costituzione della nazione palestinese e andare a un negoziato diretto tra Israele e i paesi arabi. Sarebbe ancor più concreto dire che occorre andare a un accordo tra Israele e i paesi confinanti coinvolti direttamente nella vicenda, ovvero Giordania ed Egitto. E questo per realizzare la costituzione di entità territoriali associate a questi stati in forme federali e da dotare di autonomia amministrativa in un futuro pacificato, in modo da garantire finalmente alle popolazioni condizioni di vita degne, libere dal terrorismo e dalla violenza e proiettate verso un progresso economico e civile cui contribuirà la comunità internazionale. È inutile dire che, in un simile processo, Israele dovrà assumersi tutte le sue responsabilità e giocare un ruolo determinante. Non soltanto le nazioni arabe, ma tutta la comunità internazionale deve uscire dalla retorica e dall’ipocrisia. Ormai, nel mondo opaco del politicamente corretto in cui viviamo, l’indicibile è diventato l’unico modo di parlare della realtà e in modo realistico.
Giorgio Israel e Giuliano Ferrara
(da Il Foglio)
Ascoltando attentamente in giro si è sentita una sola voce che ha avuto il coraggio di dire apertamente qual sia la posta in gioco. Hanna Siniora, osservando di non aver «mai visto nulla di così grave come le battaglie di questi giorni», ha emesso una sentenza pesantissima: «È la morte del progetto nazionale palestinese».
Intorno a questa frase si sente soltanto retorica bellicista o pacifista, slogan vuoti e “langue de bois” della diplomazia più formale. È a dir poco stupefacente che proprio nel momento più tragico, più denso di prospettive conflittuali, più intriso di odî insolubili come pietre, si senta parlare addirittura con ottimismo di “nuove prospettive” di pace aperte da un piano saudita vecchio di decenni e intessuto di idee impossibili, di “due popoli, due stati” e di altre tragiche amenità, che forse vengono dette e ripetute da tutti per il semplice motivo che nessuno se la sente di dire l’indicibile, e cioè che tutte queste chiacchiere sono fuori dalla realtà e che l’obbiettivo “due popoli, due stati” è lontano come non mai, se mai ha avuto prospettive reali. Nessuno dice l’indicibile forse per non essere accusato di aver rotto la bolla di sapone dei buoni sentimenti e dei buoni propositi.
Ma i buoni sentimenti e i buoni propositi quando sono fuori della realtà lastricano la strada dell’inferno e, nella fattispecie, condannano i “due popoli” a percorrerla l’uno accanto all’altro; e, di certo, i palestinesi in modo non meno drammatico degli israeliani. E questa davvero non è retorica. Non intendiamo minimizzare affatto la condizione in cui vivono i palestinesi: morte, sangue, miseria e sofferenze senza fine e di cui non si vede la fine e che, anzi, si proiettano nella prospettiva di un conflitto che può cessare soltanto con la distruzione dell’ “entità sionista” e che può conoscere come tregua soltanto il conseguimento di obbiettivi assolutamente irrealistici, come quelli del piano saudita (ritorno al confini del 1967 e rientro di alcuni milioni di profughi sul suolo di Israele). Oltretutto, si tratta di un conflitto che si interseca con una guerra civile volta ad affermare l’egemonia di un gruppo sull’altro, in cui persino una parte di Hamas scavalca l’altra ed altri gruppi scavalcano Hamas, in una rincorsa senza fine verso l’estremismo.
Questo inferno politico-terroristico, che trascina centinaia di migliaia di persone in un baratro senza fondo e senza prospettive, è proprio quel che Siniora ha definito «la morte del progetto nazionale palestinese». E che questo sia l’esito è di evidenza solare, perché soltanto un pazzo o un ipocrita potrebbe sostenere che sia realista e praticabile una ripartizione territoriale in due stati, uno dei quali anziché essere governato da una classe dirigente capace di garantire l’ordine e la legalità all’interno e di trattare la pace all’esterno, resta in balìa di una sanguinosa guerra per bande la cui posta in gioco è il decidere quale sia il modo migliore di arrostire lo stato confinante. Ma se siamo a questo punto, occorre chiedersi come ci si sia arrivati e come se ne possa uscire. È una risposta dovuta a due popoli che soffrono e, in particolare, al popolo palestinese che è ostaggio e vittima di un mito assurdo e impossibile e le cui sofferenze possono cessare soltanto uscendo da questo mito.
Immaginiamo già le grida di scandalo: dunque Israele avrebbe diritto ad essere un’entità nazionale e i palestinesi non l’avrebbero? È quasi superfluo dire che non ci curiamo di chi strepita contro i diritti di Israele in nome di una critica del sionismo in quanto espressione di un’odiata ideologia “nazionalista”. È davvero una bella coerenza considerare nobile l’idea di identità nazionale quando si tratta dei palestinesi e spregevole nel caso del progetto sionista! Per parte nostra, non abbiamo nulla contro l’idea di nazione. Siamo anzi fermamente convinti che l’idea di democrazia, e in particolare di democrazia liberale, e la sua intrinseca propensione a diffondere i principi dei diritti della persona in una cornice universalistica, abbia preso corpo storicamente entro le realtà nazionali e che ancor oggi nessuno sia riuscito a definire chiaramente un contesto diverso entro cui far vivere e prosperare la democrazia. Può certamente darsi una realtà nazionale senza democrazia ma è difficilmente pensabile una democrazia al di fuori del supporto di un tessuto nazionale. Inoltre, il costituirsi di un’identità nazionale ha sempre implicato un esercizio della forza e anche una certa dose di violenza e non può quindi negarsi che la creazione dello stato d’Israele abbia determinato sofferenze e ingiustizie per la popolazione araba residente nei territori su cui lo stato d’Israele si è costituito. Del resto, non è abituale, in certi ambienti, giustificare l’esercizio della violenza da parte dei palestinesi con l’argomento che essa sarebbe l’espressione inevitabile di una lotta di liberazione nazionale?
Tuttavia, se non abbiamo nulla contro l’idea di nazione, la costituzione di una nazione non è un diritto astratto e non si realizza a tavolino, bensì trova la sua legittimità nella realtà storica concreta. Altrimenti, semplicemente non ha luogo ad essere. La formazione di un’identità nazionale ha come condizioni necessarie l’esistenza di un progetto condiviso di costruzione di una società, di ideali comuni, un tessuto culturale e linguistico, e inoltre la manifestazione più chiara – e assolutamente indispensabile – di tale comunione di intenti: ovvero che il potere di esercitare il diritto e la forza deve appartenere a un’entità statuale unica. Soltanto lo stato può avere un esercito, una polizia, una magistratura: l’inesistenza di questo requisito è la prova assoluta che non esistono le condizioni minime per un progetto di costruzione di una società nazionale. Israele è riuscito a soddisfare queste condizioni, ed è riuscito a realizzare l’ultimo e imprescindibile requisito disarmando i suoi gruppi terroristici; e lo ha fatto addirittura nel vivo dello scontro con le potenze arabe circostanti che volevano soffocarne la nascita. Se Israele non fosse riuscito a fare questo non sarebbe mai nato, o si sarebbe rapidamente dissolto. Non entreremo quindi nelle interminabili diatribe circa il carattere “artificiale” del recupero di un’identità nazionale ebraica dopo duemila anni di dispersione: i fatti storici hanno dato la risposta e hanno mostrato che tale identità aveva un senso, era perfettamente possibile ed aveva basi così solide da superare prove di incredibile durezza. Il discorso dell’“artificialità” potrebbe essere applicato alla formazione della nazione italiana e, ancor di più, di quella greca, in cui il recupero di una lingua greca unificata ha avuto caratteristiche non molto dissimili dall’istituzione dell’ebraico moderno; e un discorso analogo ai applica a molte altre situazioni. In tutti questi casi, la risposta è venuta dai processi storici reali che hanno visto il realizzarsi di quei requisiti indispensabili di cui si diceva sopra.
Spesso si ha l’impressione che si sia diffuso un modo irrazionale di leggere i fatti storici. Non mi riferisco soltanto alle tesi bizzarramente relativiste di chi sostiene che “noi occidentali” siamo prepotenti perché pretendiamo di imporre l’idea che lo stato debba essere l’unico detentore del potere mentre è “legittimo” che altri ritengano che un partito politico (per esempio, Hezbollah) possa possedere la propria forza militare. Penso alle tesi non nuove di chi ha giustificato il terrorismo palestinese sostenendo che anche il Risorgimento italiano ha avuto i suoi terroristi (Mazzini) e i suoi eversori dell’autorità costituita (Garibaldi). Ragionamento quanto mai bislacco perché, se anche concedessimo per esercizio dialettico – e non lo concediamo affatto – che Mazzini fosse un qualsiasi terrorista, la legittimità della nazione italiana si è fondata sull’affermazione, persino brutale ma sacrosanta e salutare, di un’autorità statuale unica detentrice del diritto di esercitare la forza (come apprese Garibaldi in Aspromonte). Il guaio è che, dimenticando o denigrando i processi storici che hanno condotto alla formazione delle realtà nazionali democratiche occidentali – e, quel che è peggio, perdendo così gli strumenti per capire per quali ragioni la democrazia vi è stata distrutta nel Novecento – si arriva a giustificare il terrorismo come via legittima per la formazione di una realtà nazionale, anziché come un’escrescenza infetta da eliminare al più presto, proprio nell’interesse di quella causa.
Ma andiamo indietro. Oggi abbiamo dimenticato che nessuno ha mai conosciuto, fino al 1964, la parola “palestinese”, peraltro derivata da una denominazione imposta dall’Impero romano a quelle terre dopo la dispersione della presenza ebraica. La storia non ha mai conosciuto né l’esistenza né il nome di un “popolo palestinese”: si ricordi che fino al 1967 si è sempre e soltanto parlato di conflitto “arabo-israeliano”. L’attribuzione di un’identità specifica alle popolazioni residenti nella regione è frutto della creazione dello stato di Israele, una sorta di feed-back di tale evento, peraltro largamente favorito dal rifiuto dei paesi arabi delle modalità di risoluzione del contenzioso proposte dalle risoluzioni Onu e dalla decisione con cui, nel 1964, una conferenza della Lega araba creò una “Organizzazione di Liberazione della Palestina” dapprima retta da un pallido fantoccio, Ahmed Shukeiri, e poi passata nelle mani del capo del movimento terroristico Fatah, Yasser Arafat. Creazione assolutamente artificiale, quindi. Ma – si dirà, sulla base del discorso precedente – anche le creazioni artificiali, persino le più artificiali, possono riuscire a farsi un posto nella storia e ad acquisire dei diritti. Guardiamo allora a cosa è avvenuto in quarant’anni di lotte per la costituzione di un’identità nazionale palestinese e se esso ha corrisposto alle condizioni minime che abbiamo sopra enunciato. La risposta è negli eventi di quest’ultimo anno e di questi ultimi giorni e nella pesante frase di Hanna Siniora: nulla. Non è stato costruito nulla altro che un progetto di distruzione di cui sono vittime non soltanto gli israeliani ma ancor più i palestinesi.
Le cause sono molteplici e sono da ricondursi principalmente alla responsabilità della grande maggioranza dei paesi arabi e islamici, oltre che a una diffusa ipocrisia dell’occidente. Il progetto della costituzione di un’entità nazionale palestinese era profondamente insincero: nella politica dei paesi arabi quel progetto era pensato non con l’intento di realizzarlo davvero, ma soltanto come un’arma di pressione contro Israele e un modo per scaricare esclusivamente su Israele il problema dei profughi. Nelle mani di Arafat poi, esso è divenuto un programma apocalittico di distruzione di Israele che non ha mai contemplato seriamente alcun accordo di pace, se non come tappa provvisoria verso l’esito finale della distruzione dell’ “entità sionista”, come ancor oggi recita la carta di Fatah. E, soprattutto, non ha mai contemplato alcuna idea di costruzione di un’entità nazionale proiettata verso la solidarietà sociale, la crescita economica, il benessere, una vita ordinata e regolata dalla legge, una struttura statuale fondata sul conferimento della forza a un potere legittimo, la soppressione delle bande armate. Taluno dirà, ovviamente, che Israele ha reso ciò impossibile. Ma si guardi ai fatti. Non appena si sono realizzati degli accordi di pace essi hanno prodotto l’effetto contrario a quel che ci si doveva attendere. Dopo Oslo vi fu un’esplosione drammatica del terrorismo. La formazione di un’Autorità Nazionale Palestinese non ha prodotto affatto la sparizione delle bande armate, al contrario. Il ritiro da Gaza non ha suscitato la minima spinta a uno sviluppo economico e sociale e a una riorganizzazione dei poteri in senso democratico, bensì la striscia è diventata un’enorme deposito di armi e una base per il lancio di missili verso Israele che hanno ridotto Sderot a una città fantasma. Gli ingentissimi aiuti economici dell’occidente – che, come è stato osservato, avrebbero consentito di costruire una villa con piscina per ogni palestinese – sono stati interamente utilizzati per procurarsi armi, finanziare il terrorismo e produrre una enorme e capillare propaganda antiebraica.
Qui arriviamo all’altro aspetto centrale che evidenzia il carattere distruttivo del “progetto nazionale” e l’irresponsabile follìa con cui è stato condotto dai gruppi dirigenti palestinesi. Nulla è stato fatto per creare una disposizione alla convivenza pacifica e tutto quel che era possibile fare è stato fatto per alimentare l’odio più sfrenato, la giustificazione del terrorismo più efferato, fino alla terrificante esaltazione dell’esplosione suicida persino presso i bambini di pochi anni. Tutto è stato fatto per denigrare la figura dell’ebreo, persino tentando di svellere i diritti di Israele con il ricorso al negazionismo della Shoah e diffondendone i veleni in un’Europa che già è abbastanza malata di per sé per non dover subire ulteriori contagi.
Abbiamo detto che un progetto nazionale contiene inevitabilmente una certa dose di violenza intrinseca, ma quando non contiene alcuna spinta positiva interna e volta a finalità condivise, bensì trova soltanto ragion d’essere e alimento nell’odio e nella volontà di distruzione dell’altro, allora esso è minato dalle fondamenta. Si parla tanto di negazione israeliana dei diritti dei palestinesi e non si dice una sola parola dell’oscena campagna cui stiamo assistendo in un crescendo che ha assunto toni parossistici da Camp David in poi – e che sta contaminando anche le coscienze in occidente – secondo cui una presenza ebraica in Palestina non ci sarebbe mai stata, secondo cui persino il Tempio di Gerusalemme non è mai esistito e il Muro del Pianto è un insieme di pietracce qualsiasi. Tutto è ed è sempre stato “palestinese”; anche – supremo obbrobrio – Gesù era “palestinese”… Persino i fatti storici più inconfutabili vengono sostituiti con una storia che, ancor più che artificiale, è assolutamente inesistente. Si parla dei diritti conculcati dei musulmani ad accedere a Gerusalemme, dimenticando che mai la città ha conosciuto una simile condizione di libertà di accesso ai luoghi santi quanto negli ultimi quarant’anni; prima dei quali agli ebrei era vietato l’accesso al Muro occidentale, l’antico quartiere ebraico era stato distrutto e le lapidi del millenario cimitero del Monte degli Ulivi erano usate come pisciatoi o per lastricare strade. Oggi, l’indicazione di quel che diventerebbe Gerusalemme vecchia sotto controllo palestinese è data dal comportamento dell’autorità islamica delle Moschee sul Monte del Tempio che, mentre protesta per ogni scavo israeliano condotto all’esterno del complesso, ha svuotato il sottosuolo dove sorgeva il Tempio per costruirvi una terza moschea, gettando nella spazzatura quintali di resti archeologici, compiendo così quella che, per un ebreo religioso, è un’autentica profanazione.
Si possono legittimamente criticare i governi israeliani, i loro errori, le loro sordità, ma qui siamo in presenza di una situazione inaccettabile. È impossibile non vedere che la formazione di uno stato su queste basi è soltanto la premessa per la creazione di un mattatoio.
Ha detto ancora Siniora: «Noi palestinesi non siamo abbastanza maturi per accettare di condividere l’autorità e per far funzionare una coalizione. Yasser Arafat ha dominato per quarant’anni conservando tutto il controllo nelle sue mani. Dopo di lui, Hamas ha governato per un anno come un partito unico. Non siamo capaci di capire che cosa significhi un’alleanza politica». Ed ha aggiunto che l’accordo di febbraio a La Mecca «era fragile fin dall’inizio. È stato come incollare due materiali opposti, senza cemento. Le violenze interne sono colpa di Hamas e del Fatah. Avrebbero dovuto porsi come priorità la fine dell’occupazione israeliana e poi discutere di chi comanda. Non hanno messo gli interessi della causa palestinese in cima ai loro obbiettivi. È una vergogna».
E qui già non ci siamo più. La vergogna non è che Hamas e Fatah non abbiano messo come priorità la fine dell’occupazione israeliana per poi discutere di chi comanda, Difatti, proprio la chiarificazione di chi comanda costituisce la condizione minima per pretendere la fine dell’occupazione israeliana. Sarebbe stato forse ragionevole far finta di mettersi d’accordo per ottenere i territori occupati e poi regolare i conti sparando? È davvero pensabile che possa nascere una nazione degna di questo nome su simili basi? Ed è pensabile che anche il governo israeliano più pacifista e aperto possa accettare la costituzione di uno stato strettamente adiacente, anzi avvinghiato al suo e per di più dotato di continuità territoriale, ridotto essenzialmente a una base di bande terroriste? Sarebbe quanto accettare signorilmente il suicidio, senza che questo serva a far avanzare di un centimetro il popolo palestinese verso una condizione migliore.
È indicativo e inquietante che anche una persona ragionevole come Siniora coltivi una simile confusione. Egli dice che «gli israeliani si sono ritirati da Gaza senza offrire una soluzione politica. Questo ha permesso a Hamas di proclamare che “la resistenza porta a risultati”». In tal modo, egli non fa altro che approfondire la spiegazione delle cause della «morte del progetto nazionale palestinese». È difatti assurdo pretendere la nascita di uno stato palestinese indipendente e poi chiedere che Israele lo tuteli e lo organizzi. Israele non poteva né doveva offrire una soluzione politica: doveva forse imporre militarmente il prevalere di un’autorità statuale unificata? Il ritiro da Gaza era la grande occasione per mostrare che poteva nascere finalmente un primo nucleo della nazione palestinese, capace di autogovernarsi e di compiere quegli stessi atti che avevano legittimato la formazione dell’entità nazionale israeliana e che (nel progetto di Sharon e di Kadimah) avrebbe aperto la strada ad ulteriori ritiri. Al contrario, si è affermata una strategia opposta e proiettata verso la guerra eterna.
Se errore di Israele vi è stato, è stato quello di trascurare il fatto che gli accordi seri, duraturi e costruttivi non si fanno con i gruppi terroristici bensì tra nazioni che, se pure non pienamente democratiche, quantomeno siano fondate sul principio che la gestione del potere appartiene esclusivamente allo stato. Israele ha dapprima esperito il tentativo di fare un trattato di pace con un’organizzazione terrorista. Si è visto a cosa abbia portato questo: alla seconda intifada degli attentati suicidi. Ha quindi provato la via opposta, e cioè di un disimpegno unilaterale, sperando che emergesse una leadership palestinese postarafattiana capace di porre le basi di un’entità statuale con cui trattare credibilmente il resto del contenzioso. Anche questo secondo tentativo è fallito ed ora siamo nel punto più basso della catastrofe. È comprensibile che l’ipocrisia dominante abbia reso, e renda, difficile dire che gli unici interlocutori possibili e credibili erano, e sono, le nazioni confinanti. Ma ormai siamo arrivati allo snodo finale.
In fondo, sembra che questa situazione Siniora la comprenda appieno, più o meno nel modo in cui la stiamo presentando noi. Difatti egli dice che «Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dovrebbero essere collocate sotto l’amministrazione della Lega Araba, dopo una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I negoziati di pace ripartirebbero tra gli israeliani e la Lega, sulla base dell’iniziativa saudita e del documento approvato a Beirut nel 2002. È ora che le nazioni arabe si prendano le loro responsabilità, siamo stanchi della retorica».
Mettiamo via gli ultimi orpelli retorici, come il richiamo all’iniziativa saudita: a questo punto, un negoziato serio deve partire da zero e senza condizioni preliminari. A parte questi orpelli, occorre dar atto a Siniora di aver detto l’indicibile, e cioè che occorre mettere da parte il tema della costituzione della nazione palestinese e andare a un negoziato diretto tra Israele e i paesi arabi. Sarebbe ancor più concreto dire che occorre andare a un accordo tra Israele e i paesi confinanti coinvolti direttamente nella vicenda, ovvero Giordania ed Egitto. E questo per realizzare la costituzione di entità territoriali associate a questi stati in forme federali e da dotare di autonomia amministrativa in un futuro pacificato, in modo da garantire finalmente alle popolazioni condizioni di vita degne, libere dal terrorismo e dalla violenza e proiettate verso un progresso economico e civile cui contribuirà la comunità internazionale. È inutile dire che, in un simile processo, Israele dovrà assumersi tutte le sue responsabilità e giocare un ruolo determinante. Non soltanto le nazioni arabe, ma tutta la comunità internazionale deve uscire dalla retorica e dall’ipocrisia. Ormai, nel mondo opaco del politicamente corretto in cui viviamo, l’indicibile è diventato l’unico modo di parlare della realtà e in modo realistico.
Giorgio Israel e Giuliano Ferrara
(da Il Foglio)
lunedì 14 maggio 2007
Il penoso umorismo sovietico di un attore nostalgico
Tempi, 10 maggio 2007
Ha ragione Moni Ovadia a dire che milioni di uomini sono stati comunisti in nome degli ideali di uguaglianza e di libertà e che ciò costituisce una differenza con il nazifascismo. Difatti, per capire la storia occorre spiegare perché tante persone abbiano aderito in buona fede al comunismo e abbiano chiuso gli occhi di fronte ai crimini dello stalinismo, tanto credevano nel sole dell’avvenire. Per questa fiducia, spesso sincera, il comunismo è durato tanto, a differenza del nazismo e del fascismo. Occorre però anche spiegare perché tante tra quelle persone in buona fede abbiano aperto gli occhi e ripudiato il comunismo, le sue orrende stragi e il fanatismo con cui ha avvelenato il mondo. Contro queste persone – tra cui m’iscrivo, essendo stato da giovane comunista – Ovadia sa solo inveire parlando di «revisionismo anticomunista», «modo ignobile per infierire su un cadavere».
Se si fosse fermato a pensare, avrebbe forse capito che quel che ha attirato nella trappola infernale milioni di persone in buona fede è stata l’illusione tragica di ricostruire l’umanità dalle fondamenta, e di accettare che venisse pagato qualsiasi prezzo, anche montagne di cadaveri di “nemici della rivoluzione”, per costruire la “città futura”. Avrebbe capito che la radice del disastro era in questa pretesa di palingenesi globale e che proprio questo è il tratto comune tra comunismo e totalitarismi di destra. Se avesse riflettuto avrebbe capito che qui ha origine la contraddizione per cui egli sarebbe finito in galera nella Bulgaria comunista da cui fuggì la sua famiglia, mentre è nelle società che accettano l’uomo per quel che è (mirando al miglioramento e non alla rigenerazione totale) che egli può proclamare liberamente il suo comunismo snobistico. Invece, Ovadia preferisce restare attaccato al mito e, mentre ammonisce che la storia «va raccontata tutta», la racconta come gli fa comodo. Vuole intimidire, sbraitando che «omologare Lenin a Stalin è una idiozia teorica, una volgarità»; ma i tempi sono cambiati e nessuno si intimidisce di fronte a un’autentica idiozia proclamata con tanta supponenza. Chiunque sappia leggere sa che Lenin ha promosso stragi efferate proclamando la legittimità di schiacciare i nemici del popolo come insetti.
E facciamola anche finita col mito dei comunismi buoni. Un giorno accompagnai un ebreo fuggito dall’Unione Sovietica a un incontro con un alto dirigente comunista italiano: voleva chiedere un intervento a favore di un noto ebreo sovietico deportato per aver insegnato la lingua ebraica. L’accoglienza fu così fredda che il poveretto uscì scandalizzato dicendo: «Ma perché dite che questi comunisti sono diversi e più aperti? Sono identici ai nostri. Riconosco l’identico linguaggio».
Il comunismo è stato un immenso e terrificante dramma proprio per chi vi ha creduto in buona fede. E Ovadia che fa? Da un lato si comporta come un burocrate stalinista, scomunicando chi osa parlarne male, dall’altro propina barzellette che non fanno ridere. Secondo lui «nel servilismo verso Stalin c’era il grottesco alla Gogol», non il terrore della tortura e della morte. Che una persona, dopo dieci anni di gulag, attaccasse al muro il ritratto di Stalin è una penosa tragedia che non ha nulla di tenero e di divertente. Trovo squallido che chi dovrebbe sentirsi fratello di quel professore che aveva perso tutti i denti per il regime di detenzione cui era sottoposto per il supremo delitto di aver insegnato l’ebraico, rida, anziché piangere, sulle barzellette sovietiche e ce ne propini un volume intriso di nostalgia per il comunismo. Buon divertimento, compagni. A me pare che tutto ciò faccia piuttosto pietà.
Ha ragione Moni Ovadia a dire che milioni di uomini sono stati comunisti in nome degli ideali di uguaglianza e di libertà e che ciò costituisce una differenza con il nazifascismo. Difatti, per capire la storia occorre spiegare perché tante persone abbiano aderito in buona fede al comunismo e abbiano chiuso gli occhi di fronte ai crimini dello stalinismo, tanto credevano nel sole dell’avvenire. Per questa fiducia, spesso sincera, il comunismo è durato tanto, a differenza del nazismo e del fascismo. Occorre però anche spiegare perché tante tra quelle persone in buona fede abbiano aperto gli occhi e ripudiato il comunismo, le sue orrende stragi e il fanatismo con cui ha avvelenato il mondo. Contro queste persone – tra cui m’iscrivo, essendo stato da giovane comunista – Ovadia sa solo inveire parlando di «revisionismo anticomunista», «modo ignobile per infierire su un cadavere».
Se si fosse fermato a pensare, avrebbe forse capito che quel che ha attirato nella trappola infernale milioni di persone in buona fede è stata l’illusione tragica di ricostruire l’umanità dalle fondamenta, e di accettare che venisse pagato qualsiasi prezzo, anche montagne di cadaveri di “nemici della rivoluzione”, per costruire la “città futura”. Avrebbe capito che la radice del disastro era in questa pretesa di palingenesi globale e che proprio questo è il tratto comune tra comunismo e totalitarismi di destra. Se avesse riflettuto avrebbe capito che qui ha origine la contraddizione per cui egli sarebbe finito in galera nella Bulgaria comunista da cui fuggì la sua famiglia, mentre è nelle società che accettano l’uomo per quel che è (mirando al miglioramento e non alla rigenerazione totale) che egli può proclamare liberamente il suo comunismo snobistico. Invece, Ovadia preferisce restare attaccato al mito e, mentre ammonisce che la storia «va raccontata tutta», la racconta come gli fa comodo. Vuole intimidire, sbraitando che «omologare Lenin a Stalin è una idiozia teorica, una volgarità»; ma i tempi sono cambiati e nessuno si intimidisce di fronte a un’autentica idiozia proclamata con tanta supponenza. Chiunque sappia leggere sa che Lenin ha promosso stragi efferate proclamando la legittimità di schiacciare i nemici del popolo come insetti.
E facciamola anche finita col mito dei comunismi buoni. Un giorno accompagnai un ebreo fuggito dall’Unione Sovietica a un incontro con un alto dirigente comunista italiano: voleva chiedere un intervento a favore di un noto ebreo sovietico deportato per aver insegnato la lingua ebraica. L’accoglienza fu così fredda che il poveretto uscì scandalizzato dicendo: «Ma perché dite che questi comunisti sono diversi e più aperti? Sono identici ai nostri. Riconosco l’identico linguaggio».
Il comunismo è stato un immenso e terrificante dramma proprio per chi vi ha creduto in buona fede. E Ovadia che fa? Da un lato si comporta come un burocrate stalinista, scomunicando chi osa parlarne male, dall’altro propina barzellette che non fanno ridere. Secondo lui «nel servilismo verso Stalin c’era il grottesco alla Gogol», non il terrore della tortura e della morte. Che una persona, dopo dieci anni di gulag, attaccasse al muro il ritratto di Stalin è una penosa tragedia che non ha nulla di tenero e di divertente. Trovo squallido che chi dovrebbe sentirsi fratello di quel professore che aveva perso tutti i denti per il regime di detenzione cui era sottoposto per il supremo delitto di aver insegnato l’ebraico, rida, anziché piangere, sulle barzellette sovietiche e ce ne propini un volume intriso di nostalgia per il comunismo. Buon divertimento, compagni. A me pare che tutto ciò faccia piuttosto pietà.
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