lunedì 21 settembre 2009

Intervista a "Il Riformista"

Professor Israel, secondo le anticipazioni, il decreto sull’università che il ministro Gelmini sta per proporre dovrebbe diminuire drasticamente il ricorso a docenti a contratto. Perché si è reso necessario questo provvedimento?

La situazione non è omogenea. Vi sono università o facoltà che ricorrono poco o niente ai contratti d’insegnamento. Al contrario, altre vi fanno ampio ricorso. È noto che in certi casi si bandisce un gran numero di contratti pagati vergognosamente poco: fino a poche centinaia di euro lordi per un corso di sessanta ore. Ciò rappresenta comunque uno sperpero inaccettabile di denaro al solo scopo di tenere in piedi un gran numero di lauree, sfruttando le speranze di chi si illude che facendo un corso universitario acquisirà un titolo di benemerenza per un posto fisso. È un malcostume che deve essere stroncato. La riduzione dei corsi di laurea è necessaria e salutare, e spesso può essere indolore in quanto realizzata col semplice taglio dei contratti di insegnamento.

Nei giorni scorsi il ministro ha affermato che il 3 + 2 è fallito e che bisogna eliminarlo. Eppure c’è chi sostiene che il problema non è la formula adottata, che ha funzionato e funziona bene altrove, ma il modo in cui è stata distorta dalle università. Oltretutto, queste avevano a che fare, a loro volta, con datori di lavoro, in particolare le stesse pubbliche amministrazioni, che non hanno capito il senso e l’utilità delle lauree brevi. Forse era il caso di aspettare ancora prima di dichiarare fallimento. Non è presto per tornare indietro?

Su questa questione sovrasta una grande bugia che si riassume nello slogan: «ce lo ha chiesto l’Europa». Non è vero. Le indicazioni di Bologna e di Lisbona, evocate quando si tratta di affermare l’assoluta necessità di certe innovazioni – come l’introduzione della terna conoscenze/competenze/abilità – sono iniziative unilaterali e “private”, destituita di qualsiasi valore normativo. Noi abbiamo scelto di aderire all’indicazione del 3 + 2 (laurea triennale seguita dalla laurea specialistica, ora magistrale). Potevamo non farlo, come non lo hanno fatto altri paesi. Penso che sia difficile trovare qualcuno disposto a difendere il 3 + 2, salvo chi l’ha introdotto. Vorrei ricordare che, in precedenza, si pensò di introdurre un diploma biennale, che sarebbe stata un’ottima soluzione per un profilo professionale pratico di ambizioni realistiche. Si è scelta un’altra strada. La laurea triennale è una via di mezzo che non corrisponde a quasi nessuno sbocco professionale, non ha senso e non è utile. Chi farebbe costruire un ponte a un laureato triennale, gli affiderebbe una causa o ne farebbe un insegnante? Persino per fare il farmacista non si ritiene sufficiente la laurea triennale. Il risultato è che quasi tutti gli studenti proseguono con la specialistica e conseguono alla fine una preparazione che è al più uguale a quella che si otteneva con la quadriennale, spessoè  inferiore, pagando il prezzo di un anno in più. Difatti, mentre con la quadriennale si seguivano corsi annuali o semestrali che consentivano una preparazione approfondita e solida, ora tutto si disperde in una miriade di corsi al più trimestrali, talora di poche ore, il che porta lo studente a un agitarsi isterico di esame in esame senza riuscire ad assimilare niente altro che spolverature di nozioni. Finita la triennale, un buon pezzo della specialistica (o magistrale) serve e colmare le carenze pregresse, col risultato che si perde un anno per ottenere meno di quel che si otteneva con quattro. Questo lo sanno tutti, è vox populi. Che poi alcunee università si siano comportate male, moltiplicando lauree e corsi e frammentandoli, è vero. Ma anche nei casi in cui questo non è stato fatto gli inconvenienti sono rimasti, e potrei fare esempi. Peraltro quel malcostume è stato stimolato da una formula strutturalmente sbagliato e condita dal perverso sistema dei crediti che hanno trasformato i corsi e gli esami in un autentico mercato delle vacche («vengo al suo seminario se lei mi da tot crediti»). Tornare indietro? Se si chiedesse ai professori universitari cosa pensano del 3 + 2 la risposta maggioritaria sarebbe «ne penso male», se si chiedesse loro di tornare indietro la risposta unanime sarebbe «mai e poi mai». Chi ha voglia di rimettere mano a tutto il sistema dopo aver passato anni a impazzire dietro la costruzione di lauree, a calcolare crediti, a definire percorsi e corsi? Anche questo – aver costretto ai docenti a un avvilente lavoro da burocrati distogliendoli dalle loro funzioni prioritarie – è stato una delle imperdonabili colpe di questo sistema che ha fatto emergere i peggiori – quelli che hanno la voluttà della “gestione” – a scapito dei migliori, quelli che vogliono soprattutto insegnare e far ricerca.

Sempre leggendo le anticipazioni relative ai contenuti del decreto si ha l’impressione che si prospetti un sistema centralizzato, in cui il ministero controlla, programma, autorizza e decide cosa è meglio per ciascuno. Nei paesi che hanno le università migliori del mondo le cose non funzionano in questo modo. Come mai qui è necessario tornare a un sistema che sembra ispirato da una concezione paternalista piuttosto che liberale della società?

Di quali paesi parliamo? Tutti i sistemi europei sono in prevalenza statali e talora funzionano ancora bene. Gli Stati Uniti sono un altro mondo e ogni confronto è impossibile. Va anche detto – tanto per uscire dai luoghi comuni politicamente corretti – che storicamente i sistemi pubblici e statali hanno dato ottimi risultati. Le università americane non potevano neppure lontanamente competere con quelle europee fino alla Seconda guerra mondiale e la scuola secondaria americana ancora è a un livello molto più basso di quella francese o italiana. Si dimentica che lo sfascio del sistema universitario italiano – e di quello scolastico – ha un’origine precisa: la trasformazione della figura del docente in un impiegato sindacalizzato, l’ingresso dei sindacati nella struttura con la pretesa di voler persino determinare carriere e modalità dell’insegnamento, i giganteschi ope legis dagli anni settanta in poi, alternati con concorsi e idoneità che erano altrettante ope legis, l’uso del sistema dell’istruzione come ammortizzatore sociale attraverso assunzioni di massa, e via dicendo. Da allora l’università non è più un luogo di formazione, di ricerca e di cultura. È forse soltanto colpa degli universitari se da quasi quarant’anni si parla soltanto di stato giuridico dei docenti e le uniche riforme della didattica che sono state funzionali a problematiche del mercato del lavoro (peraltro mal comprese, come nel caso del 3 + 2)? Questi sono i veri nodi. Per il resto, se si auspica la privatizzazione del sistema universitario italiano si deve capire che questo è possibile soltanto in modo molto graduale, a meno che qualcuno non voglia chiudere tutto e abbandonarsi alla spontaneità degli “animal spirits”. Nel frattempo, il controllo centrale degli standard e dei livelli non può che competere a una struttura centrale. Anche qui non è bene intrattenersi con i sogni. Tanti parlano di abolizione del valore legale del titolo di studio. In teoria è l’uovo di Colombo. Soltanto che non basta dare una schiacciatina all’uovo per farlo stare in piedi. Molti sanno, ma preferiscono non dirlo ad alta voce, che un simile provvedimento implicherebbe un’opera di delegificazione di portata epocale, difficile persino da prevedere. Invece di porsi obbiettivi belli da dire e quasi impossibili da realizzare sarebbe meglio procedere concretamente: per esempio, concedendo alle università la libertà di definire il livello delle tasse e pagare il prezzo della concorrenza che si creerebbe. Queste sono forme di liberalizzazione attuabili e che possono portare a un risanamento del sistema, fermo restando che la ricerca di base deve essere difesa, pena la decadenza del paese a livelli irrecuperabili.

Un ruolo molto importante nel modello di università proposto dal ministro Gelmini ha l’idea di un sistema di valutazione nazionale. Tuttavia, molti sostengono che tale sistema può funzionare bene solo per le discipline in cui la comunità scientifica può adoperare standard internazionali. Per il diritto, o per la letteratura, la faccenda è più complicata. Come si può rispondere a questa obiezione?

 Sulla questione della valutazione ritengo che si debba andare con i piedi di piombo. La valutazione della ricerca non l’abbiamo scoperta oggi: è stata inventata nel Settecento. Il problema è che oggi la massa dei prodotti della ricerca è tale che è difficile usare l’unico sistema sensato, e cioè la valutazione qualitativa, verbale, specifica, basata su un’analisi approfondita dei risultati e delle pubblicazioni da parte di esperti del settore, e non più anonima, perché ormai dietro l’anonimato si celano regolamenti di conti tra fazioni. Ma la tentazione è di affidarsi a meccanismi numerici basati su algoritmi che tengono conto di una serie di parametri che rinviano sempre da un giudizio a un altro che gli sta dietro, col rischio che, di passo in passo, un giudizio non ci sia mai, bensì soltanto pregiudizi (pubblicare all’estero è meglio, questa rivista è meglio di quella quindi l’articolo è migliore, ecc.). Si afferma che questi metodi sono oggettivi, ma questo è ridicolo perché, in fin dei conti, essi debbono basarsi su giudizi emesso da qualcuno, fosse anche soltanto sulla qualità della rivista su cui è pubblicato un articolo. Inoltre, gli algoritmi, i parametri e i metodi di valutazione sono spesso definiti da “ditte” private composte da esperti che ragionano in termini manageriali astratti senza avere la minima idea di cosa sia realmente la ricerca scientifica. Quindi, la necessità di valutare in massa e rapidamente può congiurare in modo perverso con l’interesse di gruppi che mirano soltanto a fare affari. Non mi stancherò di ricordare – a costo di passare per rimbecillito – che alcuni mesi fa è uscito un autorevolissimo rapporto della International Mathematical Unione, dell’International Council of Industrial and Applied Mathematics a dell’Institute of Mathematical Statistics (le massime autorità in materia di numeri!) che smantella certi sistemi di valutazione, come il citation index, afferma che «i numeri non sono di per sé superiori ai giudizi ponderati» e che la ricerca di metodi «oggettivi», di «standard», è un’«illusione».  Si denuncia il rischio enorme che la ricerca di base – proprio quella che costituisce la colonna portante di tutto il sistema della ricerca – venga colpita duramente da questi sistemi. Vogliamo adottarli affrettamente proprio mentre altrove ci si interroga sui guasti che rischiano di produrre? Quanto alle materie umanistiche è del tutto evidente che il ricorso a parametri ISI o al citation index ne costituiscono la pietra tombale. Inoltre, come ha osservato Cesare Segre, per questa via si sottrae la valutazione ai soli competenti, mettendola in mano a tecnocrati che usano schemi preformati sottratti ad ogni valutazione (talora si assiste a un uso francamente ridicolo di certe tecniche statistiche). L’unica valutazione seria della ricerca è l’autovalutazione della comunità scientifica, in forme che debbono essere rese stabili, obbligatorie e regolamentate, ma non possono e non debbono fare a meno di entrare nel merito dei contenuti della ricerca.


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con l'aggiunta di una replica a Roberto Moscati inviata a Il Riformista




Caro Direttore,
una difesa efficace del 3 + 2 universitario richiederebbe una replica meno stizzita e formalistica di quella di Roberto Moscati alla mia intervista. Difatti, se come lui stesso ammette, è “abitudine ricorrente” parlare male del Processo di Bologna, vi sono motivi di sostanza diversi da un’ostilità preconcetta. Non entro nel merito delle imprecisioni che mi sono attribuite, che sono più formali che sostanziali. Ad esempio, è vero che molti stati hanno accettato in linea di principio le direttive di Bologna, ma molti non le hanno applicate e (come nel caso della Spagna) recalcitrano a farlo, in altri (come la Francia) si manifestano vivaci spinte a tornare indietro. Inoltre, sarebbe interessante saperne di più sui vasti sbocchi professionali aperti alla laurea triennale e ignoti per colpa dei docenti che non informano. Quel che è chiaro è che la laurea triennale non serve a fare il medico, il farmacista, l’avvocato, l’insegnante, l’ingegnere, il ricercatore scientifico, ecc. ecc., ma probabilmente a ottenere un aumento di stipendio in un impiego. Se si pensa a sbocchi professionali che potrebbero corrispondere a lauree come “scienza della cura e dell’igiene del cane e del gatto”, “scienze equine”, “schedatura del fiore e del verde” o “turismo alpino”, allora sarebbe meglio riempirli con migliori competenze. D’altra parte la proliferazione di migliaia di corsi di laurea triennali insensati e di più di centomila (pare 150.000) corsi universitari, alcuni di pochissimi crediti (anche due) non è soltanto colpa delle università ma anche del perverso invito contenuto in un sistema strutturalmente disgregante. Non è certo un caso se è apparso necessario correggerne le distorsioni con il DM 270.
Anche l’abbassamento del livello dell’istruzione (ammesso da Moscati) è legato alle caratteristiche del sistema come è stato provato da molte analisi. Risale al marzo 2004 un memorabile articolo di Claudio Magris (Corriere della Sera) che denunciava con esempi molto precisi il degrado e la mercificazione introdotti dal sistema dei crediti. Quando ci si trova di fronte un povero studente che, mancandogli un credito, ti chiede di darglielo facendo con lui una chiacchierata, non si può evitare di porsi delle domande. Ragioniamo sul merito. È forse possibile svolgere in una ventina di ore un corso su un metodo di programmazione, ma non un corso di storia, di filosofia, di fisica teorica, di equazioni differenziali o di biologia molecolare. Se si è costretti a tagliare quasi tutte le dimostrazioni dei teoremi perché non c’è tempo, è quanto diplomare un falegname senza avergli mai fatto segare un pezzo di legno. Questi sono fatti. Ideologia è difendere per ragioni di principio un sistema a dispetto dei fatti. Ciò posto – l’ho detto e lo ripeto – è responsabile non abbattere il sistema con la stessa disinvoltura con cui fu introdotto. Ma certamente esso va corretto seriamente e monitorato costantemente.


Giorgio Israel

28 commenti:

Nautilus ha detto...

Pur non sapendo più nulla da decenni di quel che succede nell'università italiana e quindi non avendo alcun titolo per giudicare, pure queste osservazioni mi paiono così lucide, sensate e ragionevoli che dovrebbero imporsi da sole.
Solo una mi lascia perplesso:
"...concedendo alle università la libertà di definire il livello delle tasse e pagare il prezzo della concorrenza che si creerebbe."
Molti studenti, probabilmente la maggioranza, frequentano una certa università solo perchè vicina territorialmente, non ci sarebbe il pericolo che parte del prezzo lo paghino loro?

Fabio Milito Pagliara ha detto...

Applaudo in toto, sopratutto il discorso sulla valutazione del lavoro di ricerca e che è meglio pensare a riforme fattibili (a piccoli passi) piuttosto che a rivoluzioni inattuabili.

grazie

cordialmente, Fabio Milito Pagliara

Caroli ha detto...

Sono d'accordo su tutti i temi trattati, ed ho un quesito.
Se ho capito bene, gran parte delle università europee fanno riferimento ad un coordinamento statale a prescindere dall'impostazione, a differenza degli USA, dove la pubblica amministrazione non è coinvolta. È così? Grazie.

Giorgio Israel ha detto...

Certamente. I sistemi universitari europei sono statali. La componente privata è assolutamente minoritaria. Non soltanto a coordinamento statale, ma statali. Negli USA esistono università statali, ma le migliori sono private. Una delle poche statali di livello è la California University. Fino agli anni trenta del '900 le università americane erano prevalentemente dedite alla didattica con una modestissima componente di ricerca e non c'era competizione con quelle europee. La supremazia (con l'emigrazione di migliaia di universitari europei) è un regalo dei regimi nazifascisti e certamente dovuta alla lungimiranza del governo americano nell'assorbire questa enorme massa di persone con investimenti statali poderosi.

Lucio ha detto...

Gentile professore, trovo la sua analisi assolutamente equilibrata e condivisibile. E, lo sa bene, lo dico da persona spesso in disaccordo con le sue idee.

Cordialmente,
Lucio Demeio

Lucio ha detto...

Ah! Mentre scrivevo e' arrivato un suo commento, in cui tra l'altro scrive


La supremazia (con l'emigrazione di migliaia di universitari europei) è un regalo dei regimi nazifascisti e certamente dovuta alla lungimiranza del governo americano nell'assorbire questa enorme massa di persone con investimenti statali poderosi.

Non stiamo seguendo la direzione opposta??

Lucio Demeio.

Giorgio Israel ha detto...

Non capisco il commento. Nel senso che c'è un movimento in direzione opposta, dagli USA all'Europa? Non direi. Oppure nel senso che andiamo verso la privatizzazione? Ma:
1) gli investimenti statali americani erano comunque diretti a sostenere università private.
2) personalmente non sono affatto un fautore del sistema privato
3) e comunque penso fermamente che senza un intervento statale la didattica e la ricerca rischiano di essere finalizzate alle applicazioni immediate con un loro sicuro deperimento. Negli Stati Uniti esistono investimenti federali per la ricerca di entità sconosciuta nel resto del mondo.
Ho sempre detto e pensato che ritengo fondamentale l'intervento pubblico, soprattutto per difendere la ricerca di base, così come difendo la scuola pubblica in Italia. Non capisco la sorpresa, se questo è il punto.

martino ha detto...

Gentile professor Israel,

riguardo all'abolizione del valore legale della laurea ho sempre pensato che, condivisible o meno, fosse realizzabile a costo (economico e attuativo) pressoché nullo. Leggo ora nella sua intervista che non sarebbe così ed è la prima volta che lo sento. Certo immagino che ci siano miriadi di leggi, regolamenti e quant'altro che implichino il valore legale dei titoli di studio ma per "delegificarli" non basterebbe una esplicita (ma generica) menzione del fatto che la nuova legge rende nulle le parti di leggi e regolamenti che implicano questo valore?

Mi interesserebbe se possibile avere qualche delucidazione.

Fausto di Biase ha detto...

Il DM 270 ha gia` fatto molto per razionalizzare il sistema. Per il momento sarebbe bene fermarsi qui, altrimenti ci troveremmo in una di quelle situazioni in cui l'ottimo e` nemico del buono.

E` vero che i professori universitari hanno la responsabilita` di aver accettato supinamente e poi implementato la riforma del 3+2 senza spirito critico.

Ma bisogna ricordare che prima del 3+2 il sistema universitario si era inceppato. Qualcosa bisognava fare.

E bisogna osservare che l'idea di ``raddrizzare'' il sistema universitario per mezzo di alcuni aggiustamenti ULTERIORI rispetto al DM 270 e` sbagliata, e non funzionera` cosi` bene come si immagina a priori a tavolino, per almeno due motivi.

1) Nella realta`, il mondo universitario non e` monolitico come lo si dipinge nei mass media

(cioe` composto da individui un po' caricaturali che non pensano ad altro che a moltiplicare i corsi di laurea),

ma presenta zone e sacche piu` o meno ampie di qualita`, che vivono grazie a un equilibrio che risulta molto spesso essere precario, un equilibrio che verrebbe paradossalmente rotto PROPRIO dagli ``aggiustamenti'' annunciati.

2) I professori universitari non possono passare tutto il loro tempo a formulare nuovi curricula.

Infatti, il mondo universitario ha passato gli ultimi due anni ad adeguare i curricula al DM 270, proprio dopo che aveva assorbito i risultati del DM 509.

E` stata una operazione lunga, faticosa, estenuante, che ha prodotto buoni risultati, da quello che posso vedere dall'interno, perche' il DM 270 e` stato disegnato con accortezza.

Ricominciare un'altra volta per via di questi piccoli ``aggiustamenti'' annunciati dal Ministro sarebbe veramente una enorme perdita di tempo per chi svolge anche una attivita` di ricerca scientifica (sacrificata appunto a queste attivita` di adeguamento dei piani di studio).

E` ingenuo pensare che questi ``piccoli aggiustamenti'' siano un tocco di
bacchetta magica. E` vero il contrario.

In poche parole: mettere in piedi ogni due anni una riforma e` un buon modo per far inceppare ancora una volta il sistema universitario.

Osservo che l'aria che tira nella pubblica opinione (un'aria creata dai mass media) e` di una criminalizzazione dell'intera classe dei professori universitari. Questa non e` una bella aria da respirare, e non portera` cose buone. Le divisioni manichee non portano mai bene, come Lei ha piu` volte osservato.

Chi vive dentro l'universita` queste cose le sa.

Gli altri si limitano a interiorizzare i luoghi comuni diffusi dalla stampa, che ai professori universitari hanno dato reso irrespirabile l'aria.

Infine: non e` vero che ``la riduzione dei corsi di laurea'' sia
in se e per se necessaria e salutare. Dipende da quali corsi di laurea!

Pensare altrimenti significa avere una fiducia cieca in un criterio meramente numerico, ma proprio Lei ci insegna quanto questi criteri siano errati, proprio nel campo della valutazione.

In tutti i casi piu` interessanti, la valutazione deve essere soggettiva, NON PUO` e NON DEVE essere ricondotta a criteri ``meccanici''.

E allora: se il Ministero decidesse, uno per uno, SULLA BASE DI UN ESAME DIRETTO, SVOLTO DA UNA COMMISSIONE COMPOSTA DA ESSERI UMANI, E NON DA UN CALCOLATORE DEL CINECA (cioe` un esame che non sia basato su numeri senz'anima), QUALI corsi di laurea dovrebbero essere chiusi, allora potrei sottoscrivere questa operazione, perche' potrebbe dare buoni risultati.

Sfoltire a casaccio (sulla base di criteri minimi resi piu` stringenti e dati in pasto al calcolatore del CINECA) significherebbe inevitabilmente chiudere dei corsi di laurea che invece sarebbero in grado di superare brillantemente un esame diretto (cioe` un esame svolto da esseri umani e non da un calcolatore del CINECA, come si usa oggi).

Lucio ha detto...

Per il Prof. Israel:
rileggendomi mi accorgo di non essere stato chiaro. A prescindere dalla questione pubblico/privato, come "direzione opposta" intendevo dire che da noi, oggi ma anche in passato, si taglia la spesa (sia pubblica che privata) dedicata al sistema scuola-educazione-ricerca, mentre negli USA (e non solo li') si investe.

Sul fatto che la scuola debba essere in gran parte statale sono pienamente d'accordo, almeno per quanto riguarda l'Europa. Negli USA funziona anche (soprattutto direi) il sistema privato a livelli alti (universita' e ricerca) ma e' un altro mondo, sono d'accordo.


Lucio Demeio.

peppe ha detto...

E' difficile non condividere quanto viene affermato nell'intervista. L'attuazione concreta della riforma, oltre a realizzare percorsi didattici più lunghi e frammentati, si è risolta in un malinteso sistema di crediti che i docenti hanno utilizzato per affermare la dignità del proprio insegnamento e che ha ridotto gli studenti ad "utenti". Difficile non essere d'accordo anche con C. Magris, quando afferma che tale sistema ha diffuso una «gretta mentalità, secondo la quale ogni attività dello studente – dalla lettura di un libro a una corsa campestre – deve comportare un utile formale e immediato». Aggiungo ancora che, in alcuni casi, il "lavoro da burocrati" non è stato considerato poi così tanto "avvilente", anzi ... La Facoltà di Scienze dell'Università della Calabria, ad esempio, decise l'immediata entrata in vigore della riforma. Ricordo bene la frenesia che prese molti docenti, felici di poter dare finalmente sfogo alle loro qualità di amministratori e ricordo anche che, presso il Dipartimento di Fisica della stessa Università, si levò solo una voce contraria alla riforma. A questo mio amico, ormai in pensione, ho spedito una copia dell'intervista ...

Fausto di Biase ha detto...

a Peppe: sottoscrivo quello che Lei dice, ma uno dei punti che ho sollevato e` il seguente:

1. il recente DM 270 ha fatto molto per aggiustare i piu` vistosi difetti del DM 509

2. le universita`, dopo un lungo, faticoso, anzi estenuante lavoro di revisione, durato circa due anni, sono sul punto di far partire i nuovi corsi di studio ai sensi del DM 270 (un DM che, ripeto, migliora molto la situazione)

3. oggi, un minuto prima di questa partenza, ci si para davanti la possibilita` di un ulteriore aggiustamento del DM 270,

e questo equivale a rimettere in discussione, il giorno prima, la data fissata per le nozze: fa impazzire tutti, e non si fa.

Quindi, non sto a discutere la desiderabilita` in astratto di superare i difetti del DM 509. E` necessario farlo, e il DM 270 lo fa. Sto dicendo che modificare ancora una volta i requisiti minimi un minuto prima della partenza significa far andare in tilt il sistema, e non lascia il tempo che occorre per fare scelte meditate.

Poi, ho detto che questo sistema dei requisiti minimi implementati attraverso un complesso meccanismo di controllo, gestito da un calcolatore elettronico del CINECA, non e` molto ... umano, e riposa sulla fiducia cieca e in definitiva irresponsabile sui meccanismi ``oggettivi'' di valutazione, che il prof. Israel ha giustamente piu` volte criticato (vedi Chi Sono i Nemici della Scienza?), osservando che essi derivano probabilmente da una sfiducia nell'uomo. Sarebbe desiderabile l'intervento di teste pensanti, estranee a logiche di parte.

Potrei fare esempi concreti che mostrano che questo sistema di requisiti minimi gestiti da un calcolatore elettronico (ANCHE NELLA VERSIONE RIVEDUTA E CORRETTA DI CUI ALLA NOTA MINISTERIALE DEL SETTEMBRE 2009) consente e lascia passare situazioni che non supererebbero il giudizio di una testa pensante, estranea a logiche di parte.

Quindi dico: l'ottimo non sia nemico del buono. Teniamoci il DM 270, e tra qualche anno ne riparliamo.

E ripeto: condivido la critica al sistema dei crediti e tutto il resto (un sistema che NON viene intaccato dagli aggiustamenti prospettati dalla recente nota ministeriale). Sto parlando di 1. opportunita` in termini di tempo e 2. revisione del sistema di controllo, che al momento e` troppo basato su dati meramente numerici e poco sulla supervisione di teste pensanti.

Giorgio Israel ha detto...

Caro Di Biase, non vedo il disaccordo. Ho detto chiaramente che non è responsabile smantellare il 3+2 con la stessa leggerezza con cui fu introdotto (e mi costa dirlo per quanto lo trovo un sistema indegno).
Quindi, d'accordo completamente sul fatto che intanto va applicato il DM 270 che può costituire una valida correzione. Ma l'attenzione non può essere abbassata e pensare che la faccenda è chiusa. Il sistema va monitorato e, se necessario, andranno introdotti altri correttivi. È spiacevole, ma è così. Quando si arriva al punto di avere 150.000 corsi universitari, alcuni di 1 credito (proprio così!) è troppo facile dire "non se ne può più". Paghiamo il prezzo di una riforma assurda condotta in modo irresponsabile e accettata ciecamente e supinamente dal mondo universitario. E i prezzi degli errori si pagano. Perciò, posto che nessuno pensa di andar oltre il DM270 prima che sia applicato, bisogna tenere accesa l'attenzione fin da ora sugli eventuali passi successivi. Anche perché c'è chi non ne vuol sapere. Legga la replica di Moscati a me sul Riformista di oggi: quando c'è chi ragiona in modo tanto ideologico e in difesa costi quel che costi dello sfascio, bisogna continuare a tenere i riflettori bene accesi.
Caro Lucio Demeio, la spesa da noi si taglia perché abbiamo fatto del sistema dell'istruzione un ammortizzatore sociale. Da noi abbiamo un numero di insegnanti superiore del 50% a quello della Francia (e peggio pagati!) e una quantità smisurata di corsi universitari inutili, alcuni tenuti a contratto pagando miserie contro illusioni (facoltà che bandiscono 70 contratti a 300 euro lordi annui!!!! 21000 euro comunque inutili). Perciò ora paghiamo il conto, altrimenti il sistema affonda. Punto. Ma chi dicesse che si sta privatizzando il sistema racconterebbe storie. Se poi si farà, mi creda, sarò il primo a dire che non sono d'accordo.

gelubra ha detto...

Caro Professore,
dell'intervista, come spesso mi capita con le cose che Lei scrive, io apprezzo molte cose come:
1) la critica al 3+2, tanto ostinatamente e sciaguratamente difesa da Berlinguer, abbacinato dai miti di malintesa modernità;
2) la critica alla retorica europeista e alla provincialissima esterofilia;
3) l'individuazione delle ragioni dello sfascio del sistema educativo riconducibili alla presenza asfissiante di un complesso politico-sindacale-burocratico e di una impostazione ideologica egiualitaristica;
4) la considerazione accorta della questione della valutazione, lontano da ogni mitologia scientista e astrattamente "quantitativa";
5)l'affidamento allo stato della ricerca di base.

Tuttavia, pur all'interno di un apprezzamento generale del tono dell'intervista e degli argomenti che Lei usa da tempo, forse mi permetto di dire che Lei sottostimi gli effetti perniciosi che la macchina centralistico-burocratica può produrre sulla gestione delle Riforme che Lei auspica. Insomma, l'Autonomia andrebbe riconsiderata perchè ha prodotto dei mostri didattici e delle superfetazioni o replicazioni burocratiche, ma io temo che un'impostazione rigidamente centralistica non risolva la questione.
Faccio solo un esempio.
La considerazione degli standard didattici ed educativi che Lei sostiene debba essere fatta dal Centro, con quanta oculatezza e specificità potrebbe essere condotta? Insomma, questo controllo non correrebbe il rischio di diventare l'ennesima occasione burocratica in cui un gruppo di presunti "esperti" si autolegittima in nome di un metasapere di cui essi non sono chiamati mai a rispondere?
Occorrerebbe un mix delle due cose, che peraltro in qualche passo dell'intervista Lei nemmeno esclude, quando dice che bisognerebbe procedere per gradi e concretamente a liberalizzare (la questione delle tasse, per esempio)

Giorgio Israel ha detto...

Non sono affatto a favore della macchina centralistico-burocratica che è troppo spesso la longa manus di tutti i progetti che hanno massacrato la scuola in questi anni. Sono a favore della definizione di livelli educativi omogenei. In parole povere, tornerei alla formulazione, sia pure molto generale, di programmi chiari e ispirati a una visione culturale degna. Non mi piace l'idea dell'istruzione fai da te e della certificazione e poi vai nel mercato e meglio o peggio per te. L'autonomia di questi anni è stata anch'essa la longa manus dell'ideologia trasmessa dal centralismo burocratico e non è stata una vera autonomia: è paradossale ma potrei motivarlo in modo preciso. Infatti, ci vuole un mix di autonomia e di standard generali. È poi inevitabile che questi siano definiti da qualche "esperto": basta che si tratti di esperti veri, insegnanti, e non di metodologi dell'istruzione, questo è il punto.

gelubra ha detto...

Caro Professore,
ci siamo intesi. Andrebbe solo chiarito bene ai più quel nesso tra finta autonomia e sostanziale centralismo che tanti guai ha generato.
Un abbraccio e tenga duro. La rete di solidarietà intorno a Lei si fa ogni giorno più spessa.
Gennaro Lubrano Di Diego

Caroli ha detto...

Grazie del chiarimento. Mi era parso di capire che un'altra realtà pesantemente privatizzata è quella giapponese, e, se non ricordo male, oltre alle speculazioni finanziarie, la pesante crisi borsistica di quella nazione deriva anche dalla rigidezza del suo sistema educativo. Ho capito bene? Grazie di nuovo.

Alessandro Marinelli ha detto...

Egr. prof. Israel,
vorrei approfittare della discussione per chiederle un chiarimento sulla seguente considerazione che lessi tempo fa su uno dei suoi srticoli. L' argomento è sempre la riforma del 3+2 e, in particolare, la passività e l' inerzia con le quali venne applicata concretamente nei dipartimenti universitari:

"è stata subordinazione politica nei confronti di una sinistra che non sapendo cosa fare dell’università pensò che l’unica soluzione fosse fare a pezzi tutto e poi ricominciare daccapo (fu detto esplicitamente!), anche se non riuscì a fare nessuna delle due cose, bensì soltanto a sgretolare il sistema."

Volevo chiederle cosa intende con quel "fu detto esplicitamente". Fu detto davvero? E da chi? La ringrazierei molto se potesse chiarirmi questa curiosità.

Luca ha detto...

Non metto in dubbio la nobiltà delle intenzioni, ma se lasciate il sistema d'istruzione nelle mani della pubblica amministrazione, non avete alcuna possibilità di arrestarne il deperimento e perderete altro tempo prezioso.
Luca Palatucci, Roma

Giorgio Israel ha detto...

Fu detto esplicitamente in assemblee e consigli di facoltà da docenti sostenitori di quelle scelte e udito da me e altri colleghi.
Peraltro vale la pena leggere l'informazione messa in rete poco fa dall'ANDU a proposito della replica di Moscati e delle scelte di allora. Se ne desume quanto furono affrettate, ideologiche e forzate:

MOSCATI OGGI
Roberto Moscati, che e' stato "a suo tempo membro della commissione Martinotti, che elaboro' le linee guida della riforma Berlinguer", nel suo intervento, tra l'altro, scrive:
"La riforma degli ordinamenti didattici e' stata introdotta in sintonia con una tendenza (sic!) europea che si era sviluppata negli anni 90 in diversi paesi".

MOSCATI IERI
E' interessante confrontare quello che ora scrive Moscati con quanto da lui stesso affermato in un'intervista sul Manifesto del 15 marzo 2006 (v. nota 4). L'intervistatore del Manifesto inizia: "Sull'universita' esiste una reale anomalia italiana. Ma non si tratta della sua 'arretratezza', come potrebbero arguire i critici dell'attuale ministra (Moratti, ndr) - salvo poi plaudire a un probabile venturo morattismo senza Moratti (profetico!, ma era facile, ndr). Dal punto di vista istituzionale, anzi, la riforma
disegnata da Berlinguer, puntellata da Zecchino e ripresa dal centro destra e' una punta 'avanzata' (in quanto imposta dall'alto) del 'Bologna process', ossia della costruzione di uno spazio europeo dell'istruzione superiore incardinato sul cosiddetto '3 + 2' (laurea triennale, e due anni per la specialistica) e sui crediti formativi." … Moscati ricorda: "La commissione Martinotti aveva avvertito Berlinguer (ministro di allora, ndr) che non si poteva realizzare la riforma in qualche mese. La risposta e' stata: o facciamo questa riforma subito, o non passera' mai. Infatti, non e' stata nemmeno discussa in parlamento, e' passata di soppiatto nelle maglie della finanziaria del '98, con un lavoro sotterraneo di Guerzoni (sottosegretario di allora, ndr) con i parlamentari affinche' accettassero qualcosa che la maggior parte non aveva nemmeno capito." …
L'intervistatore: "Va anche detto che gli accordi della Sorbona, propedeutici alla conferenza di Bologna, sono stati utilizzati da Berlinguer come legittimazione della sua riforma."
Moscati: "Secondo me sono stati - nonostante altri errori - una trovata furbissima (sic!). Visto che sono stati firmati da quattro paesi 'forti' (Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna), gli altri hanno capito che conveniva aggregarsi. In Italia sono stati poi usati come giustificazione della riforma stessa." …

Roberto Moscati nel suo intervento a sostegno del "3 + 2" ricorda che il precedente diploma triennale, introdotto nel 1990 da Ruberti, era stato un fallimento e sostiene che l'attuale laurea triennale non ha sufficiente sbocco professionale "soprattutto per le resistenze del mondo del lavoro".
Argomenti questi che in realta' dimostrano quanto fosse inopportuno imporre il "3 + 2". Infatti, come l'ANDU gia' nel luglio 2006 ha sostenuto, sarebbe stato infatti necessario "PRIMA affrontare la questione degli sbocchi professionali e intervenire, in particolare, sugli Ordini professionali. Un'operazione preliminare indispensabile, come aveva ampiamente gia' mostrato l'esperienza dei diplomi di laurea attivati 'alla cieca'."

Fausto di Biase ha detto...

Caro Israel, il disaccordo non e` sulle posizioni di fondo, che condividiamo, ma su un dettaglio che pero`, per ragioni pratiche, diventa in questo momento essenziale. Mi spiego e osservo che:

1. il DM 270 per essere implementato ha bisogno di una serie di norme attuative, che stabiliscono alcuni requisiti, misurabili numericamente (sono i ``requisiti minimi'', i ``vincoli'', ecc.);

2. negli ultimi due anni il mondo universitario e` stato impegnato a formulare nuovi curricula allo scopo di adeguare i corsi di studio al DM 270 sulla base dei requisiti e dei vincoli vigenti (e questo sforzo e` stato faticosissimo, anzi estenuante, perche' disegnare nuovi corsi di studio richiede ovviamente tempo e molta attenzione, e non si puo` e non si deve fare in due giorni);

3. Nella nota ministeriale 160 del 4 settembre 2009, il ministro annuncia un cambiamento di questi requisiti e vincoli, e tutto cio` proprio mentre le universita` sono sul punto di varare i nuovi corsi di studio; (o, piu` precisamente, di iniziare le procedure necessarie per attivare i nuovi corsi di studio, seguendo un iter che passa anche per il ministero e il cun).

In altre parole, l'annuncio di cui al punto (3) e` simile a quello di chi, il giorno prima di quello fissato per le nozze, dice che sarebbe meglio cambiare alcuni vincoli e requisiti relativi al numero massimo di invitati, ai litri di vino che possono essere consumati, ecc. Manda in tilt l'organizzazione.

Fuor di metafora, dico che per ragioni pratiche, legate alle tempistiche previste dalla normativa vigente, non c'e` piu` il tempo materiale di riformulare i nuovi corsi di studio sulla base di NUOVI vincoli e di NUOVI requisiti minimi e di farlo con la serieta` e l'attenzione dovuta.

Sarebbe quasi una ripetizione, a modo suo, anche se fatta con le migliori intenzioni, della mossa affrettata e irresponsabile (``ora o mai piu`''), che, come Lei ha giustamente ricordato, ha condotto al DM 509.

Aggiungo che ANCHE sulla base dei nuovi requisiti che vengono annunciati saranno possibili risultati indesiderati, per il semplice fatto che il meccanismo di controllo e` essenzialmente basato su dati meramente numerici, che non leggono certi aspetti essenziali.

Finrod ha detto...

gentile prof. Israel, mi piacerebbe molto leggere su questo blog una sua critica del citation index, grazie!

Giorgio Israel ha detto...

Ma c'è il rapporto dell'IMU. Si scarica dalla rete.

Finrod ha detto...

è vero, in effetti esce fuori come primo risultato su scholar.google, avrei dovuto pensarci...

Caroli ha detto...

Scusate, avevo chiesto informazioni su un altro sistema universitario che avevo sentito dire essere come quello americano: quello giapponese. Ed avevo avuto sentore che la prolungata crisi di quella nazione fosse dovuto anche a ciò. Ho per caso informazioni errate e/o datate? Grazie.

Giacomo ha detto...

Egregio professor Giorgio Israel,
Mi chiamo Giacomo Ventura,ho 21 anni, frequento il terzo
anno di Lettere Moderne all'Università di Bologna (curriculum filologico letterario). Da molto tempo ho un sogno: insegnare. Purtroppo però la via sembra essere sempre più ardua e complessa. Soprattutto dal punto di vista burocratico. Ora come ora il mio corso di laurea si trova in una situazione difficile: essendo al terzo anno (mi sono immatricolato nel 2007) mi ritrovo a frequentare un percorso che si sta disattivando. Risulta infatti un "vecchio-nuovo" ordinamento. Per questo sto compilando,anno in anno, un piano di studi che mi consenta di accedere alle classi di concorso per insegnamento seguendo queste linee guida http://www.lettere.unibo.it/Lettere/Didattica/Lauree+specialistiche/Insegnamento/info_generali.htm . Ha senso quello che sto facendo o questa guida non è da considerare? L'accesso al tirocinio come avverrà per noi che ci troviamo fuori da un percorso di studi "lineare". Esisteranno ancora le classi di concorso? Il numero di crediti necessari per i vari settori rimmarrà invariato? Ma soprattutto (domanda a cui nessuno ha ancora risposto) cosa devo fare per insegnare?
Grazie dell'attenzione. Attendendo speranzoso in una risposta mi scuso per il disturbo eventualmente arrecatoLe dalle mie domande e Le auguro i miei più cordiali saluti.

Giacomo Ventura

Giacomo ha detto...

Egregio professor Giorgio Israel,
Mi chiamo Giacomo Ventura,ho 21 anni, frequento il terzo
anno di Lettere Moderne all'Università di Bologna (curriculum filologico letterario). Da molto tempo ho un sogno: insegnare. Purtroppo però la via sembra essere sempre più ardua e complessa. Soprattutto dal punto di vista burocratico. Ora come ora il mio corso di laurea si trova in una situazione difficile: essendo al terzo anno (mi sono immatricolato nel 2007) mi ritrovo a frequentare un percorso che si sta disattivando. Risulta infatti un "vecchio-nuovo" ordinamento. Per questo sto compilando,anno in anno, un piano di studi che mi consenta di accedere alle classi di concorso per insegnamento seguendo queste linee guida http://www.lettere.unibo.it/Lettere/Didattica/Lauree+specialistiche/Insegnamento/info_generali.htm . Ha senso quello che sto facendo o questa guida non è da considerare? L'accesso al tirocinio come avverrà per noi che ci troviamo fuori da un percorso di studi "lineare". Esisteranno ancora le classi di concorso? Il numero di crediti necessari per i vari settori rimmarrà invariato? Ma soprattutto (domanda a cui nessuno ha ancora risposto) cosa devo fare per insegnare?
Grazie dell'attenzione. Attendendo speranzoso in una risposta mi scuso per il disturbo eventualmente arrecatoLe dalle mie domande e Le auguro i miei più cordiali saluti.

Giacomo Ventura

Cristina Costantini ha detto...

Prendo le mosse da una frase della riposta di Giorgio Israel a Fausto di Biase del 22 settembre: " ..., posto che nessuno pensa di andare oltre il DM 270 prima che sia applicato, ... ". Temo invece che sia proprio cosi', infatti:
1) la nota Ministeriale 160 del 4 settembre manifesta la concreta intenzione da parte del Ministro di modificare i criteri sulla base dei quali gli Atenei attivano i Corsi di Laurea, in tempi brevi, anche se "... differenziati in relazione allo strumento normativo o amministrativo ...". Infatti: "Le Universita', peraltro, possono fin d'ora mettere a punto l'offerta formativa per l'a.a. 2010/2011 tenendo presenti gli obiettivi qui esposti ..." (pag. 6 della nota 160). La finestra di attuazione del DM 270 andava dall'a.a. 2008/09 all'a.a. 2010/11, quindi i nuovi provvedimenti, se effettivamente emanati, si sovrapporranno all'attuazione del DM 270.
2) Come affermato dalla stessa nota 160: "...moltiplicazione degli insegnamenti. In attesa di disporre di dati aggiornati al riguardo, che potrebbero anche indicare un parziale ridimensionamento del fenomeno, ..." (pagg. 4 e 5), il Ministro intende operare sulla base di un'infomazione largamente incompleta, perche' mancano tutti i dati relativi all'ultimo anno di attuazione del DM 270 che e', con elevata probabilita', proprio quello in cui si registrera' la maggior riduzione del numero di Corsi di Laurea e di insegnamenti. Infatti, quelli che attueranno per ultimi la riforma sono proprio gli Atenei che hanno avuto maggior difficolta' a soddisfare i criteri del DM 270 e relativi decreti attuativi, e che quindi ridurrano maggiormente il numero dei Corsi di Laurea.

Sottoscrivo completamente le osservazioni di Fausto Di Biase, in particolare quella che il primo problema e' la inopportunita' dei tempi dei provvedimenti annunciati nella nota 160, e aggiungo un argomento, a mio avviso di rilievo, a favore di quest'osservazione.

3) Il governo ha annunciato pubblicamente un disegno di legge sulla "governance" dell'universita', che, presumibilmente, svilupperebbe il suo iter parlamentare nei prossimi 1-2 anni. Secondo le bozze circolate, il disegno di legge dovrebbe modificare profondamente la struttura didattica delle Universita', abolendo le Facolta' e attribuendone i compiti ai Dipartimenti, che si dovrebbero coordinare in Scuole. E' evidente che cio' non puo' non avere un impatto sui Corsi di Laurea: non e' quindi insensato procedere con i provvedimenti del DM 160 non solo prima che si sia finito di attuare il DM 270, ma anche prima di questo importantissimo provvedimento sulla "governance"?

Infine, trovo che l'intervista di Giorgio Israel al Riformista offra molti spunti interessanti di piu' largo respiro, che non mi pare opportuno commentare in questo intervento, ma su cui spero potremo discutere in futuro.