mercoledì 8 dicembre 2010

Barenboim, la Walkiria e la Palestina


 Daniel Barenboim è uno dei più grandi musicisti viventi. Le sue interpretazioni come direttore d’orchestra sono contrassegnate da quel particolare stile romantico di impronta furtwängleriana capace di scavare in profondità estenuante gli adagi e di imprimere un ritmo dionisiaco agli allegri. In un recente intervento sulla musica di Wagner – pubblicato dal Corriere della Sera col titolo “Wagner, Israele e i palestinesi” – egli ha mostrato anche di essere un musicista profondamente colto. La sua analisi della musica di Wagner mette in luce gli strati più profondi della tecnica espressiva del musicista – spesso complessa, mai “complicata”, osserva con una formula penetrante – e permette di comprenderne la straordinaria grandezza.
Barenboim inquadra storicamente in modo convincente la figura di Wagner e prende di petto la questione spinosa del suo antisemitismo che lo spinse persino a scrivere un odioso libello dal titolo «Il giudaismo nella musica». Non ho simpatia per la tendenza (oltretutto controproducente) a cercare l’antisemitismo ovunque, anche dove non c’è o è presente in dosi minime. Ma nel caso di Wagner è difficile trovare attenuanti, né Barenboim lo fa. Ricorda un commento di Wagner alla moglie Cosima in cui affermava che, se avesse dovuto riscrivere degli ebrei, avrebbe detto di non avere nulla contro di loro: «è solo che ci sono piombati addosso, tra noi tedeschi, troppo in fretta e non eravamo ancora pronti ad assorbirli»; ma non minimizza le «posizioni antisemitiche estreme» di Wagner, che definì la razza ebraica nemica di ciò che vi è di più nobile nella razza umana. Appare convincente nel sostenere che la musica di Wagner non è in alcun modo un veicolo del suo antisemitismo e che l’appropriazione di Wagner da parte dei nazisti fu un abuso, come denunciò anche il compositore ebreo Ernest Bloch.
Ciò conduce a una questione cruciale. Ha senso proscrivere assieme alle manifestazioni di antisemitismo di una personalità di genio la sua opera in quanto intrinsecamente indistinguibile da tali manifestazioni? Dobbiamo rinunciare alla filosofia di Kant o ai romanzi di Thomas Mann? Dobbiamo liquidare assieme a “La Questione ebraica” di Marx anche Il Capitale? Occorre proscrivere assieme all’antisemitismo di Voltaire anche la sua opera storiografica?
Non voler vedere la complessità e le sfumature della realtà conduce alle condanne totali da “tricoteuses” giacobine. Quindi, se il male e il bene si intersecano e ciò favorisce il riproporsi di pregiudizi razzisti, possiamo seguire Barenboim quando invita gli ebrei israeliani a comprendere i palestinesi e le loro rivendicazioni. Ma qui ci fermiamo, perché il suo invito alla comprensione reciproca non si attiene all’equilibrio richiesto.
Barenboim parla dell’antisemitismo che ha afflitto l’esistenza degli ebrei per secoli. Ma dimentica che l’intellettuale americano-palestinese Edward Said, suo grande amico e collaboratore, sosteneva che gli ebrei non avevano alcun diritto a considerarsi vittime dell’antisemitismo, ma anzi che erano la quintessenza dell’antisemitismo. Oggi il messaggio di Said si ripropone nelle parole di Mahmoud Zahar, leader di Hamas, secondo cui gli ebrei non sono mai stati vittime: «sono stati espulsi per secoli dai paesi europei per la loro implicazione nell’assassinio di imperatori e dirigenti e per la loro tendenza a seminare rancore e discordia nel mondo»; anzi, sono «i primi antisemiti». Ma le rampogne di Barenboim si rivolgono a una parte sola. Quando egli rammenta agli israeliani di aver occupato una terra non vuota, non dice che quella terra fu per secoli l’oggetto del desiderio di generazioni di ebrei. Un artista come lui, il poeta medioevale Yehuda Ha-Levi volle finire i suoi giorni a Gerusalemme e fu trafitto dalla lancia di un saraceno davanti al Muro del pianto. Che dire allora di chi, come il vice ministro per l’informazione del “moderato” Abu Mazen, sostiene che il Muro del pianto è solo il sostegno del terrapieno delle moschee ed è proprietà islamica? La negazione di ogni rapporto tra l’ebraismo e la Palestina può creare comprensione? Cosa di buono può nascere dalla pretesa di azzerare la storia? E dalla richiesta ad una parte soltanto di azzerare la storia?
Sì, questa vicenda rafforza la convinzione che l’animo umano ha facce molteplici e contraddittorie che la mentalità della “tricoteuse” giacobina non lascia comprendere. Per questo, siamo ansiosi di ascoltare l’interpretazione della Walkiria di Barenboim, certi che sarà un grande dono, certi che, anche se l’artista non trasferisce nel contesto della questione israelo-palestinese la stessa limpidezza di giudizio di cui da prova altrove, ciò non interferirà né oggettivamente né soggettivamente con la qualità della sua arte.
(Il Foglio, 7 dicembre 2010 - questa versione è quella integrale non ridotta)

44 commenti:

Attento ha detto...

E' stato interessante vedere in TV a "Che tempo fa" di qualche mese fa il servizio sulla orchestra composta da elementi israeliani e arabo palestinesi che il grande maestro è riuscito a mettere insieme. Mentre i musicisti israeliani potevano partecipare liberamente alle tournee, quelli arabi erano scortati perchè sotto minaccia di collaborare con il nemico. Questo grande artista Ha toccato con mano il problema chiave: la negazione dell'esistenza dello stato ebraico. E' quindi inquietante che continui a mandare messaggi a senso unico.

Gianfranco Massi ha detto...

Ho letto il suo colto articolo sul Foglio e, a proposito delle simpatie razziste di Wagner, non ho dubbi che l' interpretazione della Walchiria sarà certamente grandiosa e trionfale come, del resto, lo è tutto (finanche troppo) L'anello dei Nibelunghi.
Mi lasci dire però che occorre un immane sforzo culturale per perdonare ai Voltaire o ai Kant le loro irrazionali debolezze.

Nautilus ha detto...

Come sempre, la questione israelo-palestinese è difficile da trattare per chiunque: dato che si confrontano due ragioni uguali e contrarie (così penso io), è quasi impossibile esprimersi senza essere accusati di propendere per una delle parti, in mezzo pare non si possa stare.
In questo caso non ho capito bene quale sarebbe la posizione di Barenboim che merita la critica del Prof. Israel per non essersi “attenuto all’equilibrio richiesto” : il fatto di avere un amico antisemita? O piuttosto l’aver “rammentato agli ebrei di aver occupato una terra non vuota”?
Non avendo letto l’intervista non è che l’articolo mi illumini meglio.
Penso che tutto giri intorno al concetto espresso anche da Netaniahu in un suo discorso all‘ONU, cito a braccio:”noi non siamo conquistatori stranieri in Israele. Questa terra era dei nostri padri.”
Me lo ricordo perchè mi colpì molto, mi parve la chiave di volta di tutto.
E’ come dice Netaniahu?
Barenboim e molta opinione pubblica mondiale (per non parlare degli arabi) non lo pensa. Pensa che la terra “era non vuota”, che era ormai (da troppo tempo) dei palestinesi, per poter pretendere di fondarvi il nuovo stato israeliano.
Il che non significa non riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, ma come “fatto compiuto” e stato di necessità, non per un diritto millenario al ritorno.
Chi pensa così è per forza antisemita?

Caro Massi , mi pare però che lo stesso professore non chieda di “perdonare” Voltaire, Kant e Thomas Mann, ma solo di non proscriverne l’intera opera per il loro antisemitismo, nel mio piccolo sono un cultore dello stile di Cèline nonostante “Bagatelle per un massacro” mi faccia inorridire.

Lucio ha detto...

Mi incuriosisce la citazione a Furtwaengler, da sempre il mio idolo quale direttore d'orchestra. Cosa ne pensa, professor Israel? E' anche lui da mettere nella succitata compagnia assieme a Wagner, Kant, Mann e Voltaire, quindi senza proscriverne l'opera nonostante le accuse di collaborazionismo, o e' stato una vittima innocente della propaganda nazista?

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Myosotis ha detto...

Prof. Israel, mi permetta un commento non in tema, se non per la musica. Ho sentito oggi una notizia che mi ha fatto star male. A una ragazzina di scuola media, nelle ore di educazione musicale,fanno indossare una cuffia perché non senta la musica, essendo la musica considerata dal padre - testo sacro alla mano - una perversione, una cosa impura come la carne di porco. E' una notizia che non riesco a digerire (la carne di maiale sì). Gradirei un suo commento. Grazie.

Giorgio Israel ha detto...

A Myosotis. Lei non mi dice quale testo sacro. Qualunque sia il "testo sacro" quel padre è una persona perversa, malata e oltretutto profondamente imbecille. Ripeto, non so quale sia la religione: se si tratta di un ebreo il mio giudizio non cambia. Gli integralisti di tutte le religioni sono un male dell'umanità.

Giorgio Israel ha detto...

A Lucio Demeio. Ho scritto diffusamente su Furtwängler nel mio libro "Il giardino dei noci". Non mi costa "incollare" alcuni passaggi.

Wilhelm Furtwängler […] evocava il conflitto fra la visione copernicana del mondo, che riduce l'uomo a un granello di sabbia del cosmo, e la concezione tolemaica che lo pone invece al centro dell'universo. Non ci riferiamo a queste considerazioni perché non esistano espressioni più chiare di questo tema — tutt'altro —, ma perché è suggestivo riprendere un argomento caratteristico del pensiero scientifico-filosofico dalla prospettiva di un artista. Il punto di vista di Furtwängler è soprattutto interessante per la biografia del personaggio. Egli era un artista profondamente legato alla tradizione musicale romantica di Beethoven, Brahms, Bruckner e Wagner e riteneva che le nuove correnti musicali, mirando alla definitiva dissoluzione delle forme e del linguaggio della tradizione classica e ispirandosi a modelli di tipo formale, rappresentassero un vero e proprio attentato alla musica. La sua opposizione al dodecafonismo e a tutte le correnti artistiche sperimentali era radicale. In questo processo dissolutivo egli coglieva il prevalere di una visione di tipo scientifico (ispirata al copernicanesimo) che dapprima confinava la visione più coerente con l'espressione artistica — quella tolemaica — entro il mondo psicologico e quindi mirava a distruggere persino l'autonomia di quest'ultimo. Per questo egli aveva assunto un atteggiamento profondamente pessimistico circa il conflitto fra punto di vista copernicano e punto di vista tolemaico, parlando di «abisso che separa queste dottrine» e di una loro «incompatibilità mortale».

Giorgio Israel ha detto...

(segue) L'idea che questi sviluppi negativi fossero caratteristici delle società tecnologiche del tardo periodo capitalistico fu certamente all'origine del suo atteggiamento titubante ed equivoco nei confronti del nazismo. Malgrado le sue tendenze moderate e tolleranti, egli fu influenzato dall'idea che l'esaltazione dei moventi profondi e istintivi dell'animo umano, caratteristica di quel movimento politico, facesse della Germania di quegli anni l'unico luogo in cui, malgrado tutto, potesse trovare spazio una visione artistica come la sua. Così egli non emigrò dal suo paese, come avevano fatto tanti suoi colleghi e, pur di continuare a dirigere le orchestre che gli sembravano quasi le uniche voci possibili della sua sensibilità musicale, accettò una serie di compromessi, fino a dirigere la Nona Sinfonia di Beethoven in presenza di Hitler. In seguito, di fronte ai misfatti del regime, la sua coscienza morale subì una profonda crisi ed egli iniziò a collaborare attivamente per la salvezza di numerosi perseguitati. Alla fine del conflitto, le numerose testimonianze a favore della sua sostanziale estraneità al nazismo lo fecero assolvere dalle accuse di collaborazionismo che gli erano state mosse. Un memorabile concerto tenuto a Londra assieme al celebre violinista ebreo Yehudi Menuhin chiuse questa triste esperienza e segnò l'inizio di un nuovo periodo in cui l'arte di Furtwängler divenne uno dei punti di riferimento della musica mondiale.
Ci siamo soffermati su questa vicenda perché essa ha molto da insegnare. Partendo da una legittima preoccupazione per quella che chiamava la «crisi della vita spirituale europea» che, nel campo musicale, si manifestava nella crescente incapacità di «porre l'uomo al centro dell'arte», Furtwängler aveva identificato le radici del conflitto nel prevalere della visione scientifica dell'uomo come insignificante granello del cosmo. Di qui era pervenuto a conclusioni radicalmente pessimistiche che non potevano non sfociare nell'irrazionalismo. Una delle chiavi del vicolo cieco in cui egli si era cacciato, e che lo aveva condotto a un'adesione sia pur passiva al nazismo, risiedevano certamente nell'insanabile pessimismo con cui aveva considerato le prospettive della crisi.
Peraltro Furtwängler aveva buoni motivi per diffidare dei razionalisti ad oltranza che propagandavano una concezione imperiale dello spirito scientifico che avrebbe dovuto permeare di sé non soltanto il mondo materiale (il Primo Mondo) ma anche il mondo dello spirito (il Secondo Mondo). Una concezione che presentava — come ogni scientismo — un volto fondamentalmente ottimista, mentre uno spirito critico non poteva non cogliere il carattere di facciata di questo ottimismo. Cosa ispira, difatti, ogni progetto di riduzionismo tirannico, quando nega che l'uomo sia un “fine in sé stesso” e, in quanto tale, abbia un valore incommensurabile, e gli concede attenzione soltanto come particella del sistema fisico dell'universo? Esso ispira soltanto un sentimento di profonda e radicata sfiducia nell'uomo. Quindi un sentimento pessimistico e — aggiungiamo — irrazionale, in quanto sacrifica l'evidenza della realtà di cui è intessuta la nostra vita quotidiana sull'altare di un'ideologia.
Egli aveva quindi delle buone ragioni, ma aveva torto nel ricavare una conclusione radicalmente pessimistica e irrazionale, in quanto anch'essa contraria all'evidenza psicologica, per cui ogni essere umano si sente non soltanto come un “fine in sé stesso” ma anche come un granello sperduto in un cosmo immenso e incomprensibile. La sua vicenda costituisce pertanto una conferma della constatazione che l'adozione di un atteggiamento estremo e irrazionale conduce a posizioni contigue, se non coincidenti, con le visioni totalitarie.

Myosotis ha detto...

Prof. Israel, il testo sacro è quello dei musulmani. Ma non m'interessa tanto il fatto che ci siano degli integralisti imbecilli - questo si sa e ci sono, sia pure con percentuali notevolmente diverse, in tutte le fedi. Quello che non riesco a digerire è che la scuola italiana tramite un organo collegiale, immagino, assecondi i desideri malsani di questi integralisti imbecilli. Da qui ad applicare la sharia mi sembra che il passo sia breve.

Attento ha detto...

x Nautilus

è meglio Netaniahu che dichiara ":”noi non siamo conquistatori stranieri in Israele. Questa terra era dei nostri padri.” o Hamas che dichiara che la Palestina è loro "perché così vuole Allah?" Il primo è un fatto storico e culturale, oltre che religioso. Il secondo e' fanatismo cieco. Quella terra è sempre stata abitata anche dagli ebrei, con il loro corpo e con il loro cuore.
La verità è che quella terra è dei padri di entrambi i popoli, e nessuno può rivendicarne la proprietà esclusiva. E nessuno può accusare di aver soppresso una sovranità nazionale che non c'è mai stata (e dubito fortemente che sia davvero voluta dai leader palestinesi). Il tuo problema (ma sei in ottima compagnia con Barenboim) è che tu consideri lo Stato di Israele come un problema da sopportare e non la giusta e drammatica affermazione del diritto di un popolo al proprio stato. Di fatto consideri gli ebrei un popolo che ha meno diritti degli altri.

vanni ha detto...

Ho letto con grande piacere le righe su Furtwängler, del quale ho rincorso le registrazioni, e le cui esecuzioni di Beethoven Bruckner e Wagner continuano ad incendiarmi lo spirito. Per Beethoven e Wagner rispettivamente, solo quel po' che Carlos Kleiber (i suoi violini volano) ha lasciato e quel po' - offuscato - che ho trovato di Knappertsbusch mi danno emozioni del genere.
All'antisemitismo di Furtwängler non ci credo proprio; in Thomas Mann anche contraddizioni, anche ritratti negativi di ebrei negli scritti, ma la sua voce contro l'antisemitismo si è levata spesso alta anche in tempi di buio, e credo che non si rintracci antisemitismo neanche nei suoi comportamenti. Certo non mi sono documentato specificamente sulla questione; devo ammettere che se mi fosse dimostrato che Thomas Mann era un antisemita, sarebbe per me molto dura da mandar giù. So che l'ammirazione per lo scrittore non sparirebbe: ma ha scritto porcate antisemite?

Giorgio Israel ha detto...

A Myosotis. Non avevo ancora letto la notizia sulla stampa e quindi quel che sapevo lo sapevo da lei. È indubbio. Il fatto gravissimo è il comportamento della dirigente scolastica e dell'organo collegiale. È una mancanza di senso istituzionale allucinante e che dovrebbe essere sanzionata.

Lucio ha detto...

Caro professore,
la ringrazio moltissimo per l'estratto su Furtwaengler (ma come diavolo si mette l'Umlaut in html ??) e spero si sia trattato solo di un lavoro copia-incolla, senno' mi sentirei ancor piu' in debito ...

Quello che ritengo profondamente ingiusto, e' che il giudizio della storia si sia rivelato molto piu' pesante su Furtwaengler che su altri musicisti ben piu' coinvolti di lui con il regime. Dei processi di denazificazione di Richard Strauss e Karl Boehm
e dell' affiliazione al partito nazista di Karajan
non si ricorda piu' nessuno, mentre su Furtwaengler si scrivono ancor oggi pagine e pagine. Furtwaengler dovette rinunciare ad una tournee negli Stati Uniti dopo la guerra per l'opposizione della comunita' ebraica (di Chicago, penso), mentre a Karajan (nel 54 o 55) non fu mossa alcuna riserva.

Un ultimo commento: Thomas Mann, se la memoria mia non erra, fu tra coloro che rimproverarono a Furtwaengler di non aver abbandonato la Germania; anzi, ci fu uno scambio epistolario piuttosto duro tra i due.

Per Vanni: Furtwaengler supera chiunque come interprete di Beethoven; ma se vuole dei buoni secondi le consiglio di ascoltare Klemperer e Bruno Walter. E pure Toscanini riserva delle pagine magistrali, purtroppo accanto ad altre quasi inascoltabili.

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Giorgio Israel ha detto...

Oltre a tutto Karajan non era soltanto un nazistone impenitente ma come direttore, al confronto di Furtwängler era una scarpa. E sono d'accordo sulla ingiustizia: ma è stato sempre così - lo documento nel mio libro su "Il fascismo e la razza" - i peggiori sono quelli che se la sono cavata meglio e i meno colpevoli sono ancor oggi sotto i riflettori.
Era un copia e incolla e nel libro c'era dell'altro.
L'Umlaut si mette con Mac, e non con quei catorci di PC e quel grande virus che è Windows...

Andrea Cortis ha detto...

>> L'Umlaut si mette con Mac, e non con quei catorci di PC e quel grande virus che è Windows...

ahaha ... questo e' un aspetto del Prof. che non conoscevamo ancora ;)

Attento ha detto...

Sulla figura di Furtwagler uscì nel 2001 un film di Istvan Szabo "A torto o a ragione" che mi sembra abbastanza in sintonia con i giudizi presenti in queti post.

Angus Walters ha detto...

Esimio Professor Israel:

Quando l'arte e` "poesia" nel senso crociano, come nel caso di Wagner e Shakespeare, non ci rientra il pregiudizio antisemitico. Ma nelle opere di "pensatori" come Voltaire, Marx, Kant, ecc., il problema e` tutt'altro. Il loro modo di pensare, il loro difetto, si estrinseca (per continuare con Croce) nelle loro opere. Lei mostra una estrema tolleranza dell'antisemitismo, e le Sue idee sono veramente "cattoliche", nel senso originale, ed anche religioso di questo aggettivo.

Giorgio Israel ha detto...

È davvero curioso. In generale sono molto attaccato per essere un campione accanito della lotta contro l'antisemitismo e basta leggere i miei libri (La questione ebraica oggi o Il fascismo e la razza) e tanti articoli per capire che non sono affatto tollerante dell'antisemitismo. Non credo affatto nella distinzione netta che lei fa tra arte e "pensiero". Non a caso lei cita ripetutamente Croce con il cui pensiero ho poco a che spartire. Del resto, Wagner è anche un "pensatore" e il suo antisemitismo non sta nella musica ma in alcuni scritti. Ed è facile stabilire una correlazione tra il mito nibelungico e i miti nazisti della razza. Troppo facile, direi. Essere un nemico intransigente dell'antisemitismo non significa dimenticare che l'essere umano è complesso e spesso contraddittorio e bisogna saperne cogliere gli aspetti multiformi. Questo non è cattolicesimo, è semplicemente voler cogliere la realtà in tutti i suoi aspetti senza schemi manichei. Le posso dare un consiglio? Eviti di classificare le persone con gli aggettivi. Nel mio caso, definirmi "cattolico" (sia pure nel senso originale e per non dire in quello religioso) è un po' avventato.

Angus Walters ha detto...

Caro Professore:

Il mio intervento voleva essere di lode, non di critica alle Sue idee. L'aggettivo in questione non si riferiva a Lei personalmente, ma alle sue idee, le quali considerano che "l'essere umano e` complesso e spesso contraddittorio, e bisogna saperne cogliere gli aspetti multiformi". Ma forse questo termine(cattolico) e` divenuto tossico oggigiorno in Italia, come forse anche le idee di un Croce per la letteratura e la filosofia. Comunque io noto un certo risentimento nella Sua risposta. Le chiedo scusa.

Giorgio Israel ha detto...

Nessun risentimento. E non considero affatto "cattolico" un termine tossico. Ma, certo, per me non è bello affatto avere una estrema tolleranza per l'antisemitismo - non la considero una lode - e quindi, se mai, associare questo comportamento molto discutibile all'essere cattolico, è questo che getta una cattiva luce su questo ultimo termine. Non le pare?

junco ha detto...

Forse bisognerebbe dirlo chiaramente: tutto l'apparato ideologico del Teatro wagneriano è veramente insopportabile. Ha disgustato, come si sa, perfino Nietzsche, che, prima amico di Wagner, poi è stato il suo critico più feroce. L'odio di Nietzsche cresce però a dismisura difronte al Parsifal, in cui scorge il vero tradimento, il cedimento ai valori cristiani della compassione. Ne dice peste e corna a ripetizione. Ma esiste un frammento postumo (pagina volutamente omessa dalla sorella nella stesura de “La volontà di potenza”) in cui Nietzsche scrive del Preludio del Parsifal come del “più grande beneficio che da lungo tempo mi sia stato reso”, dilungandosi sul piacere che ne ha tratto. Come mai questa contraddizione? René Girard dice, in proposito, delle cose molto interessanti in “Il caso Nietzsche”, Marietti 1820.
Certo, è possibile fruire il musicale puro senza il compiacimento verso l'ideologia sottesa, che è neo-pagana, razzista, superomista, retorica fino alla noia e, nel Parsifal, cristiana per modo di dire.
Ma chi non si è commosso sulle pagine del Tristano e Isotta, anche su quelle poetiche, di Wagner? Anche lui, come ognuno di noi, è stato “complesso e contraddittorio”.

Ieri ho riascoltato il primo movimento della settima di Beethoven con Karajan che dirige i Berliner Philarmoniker. Quei suoi crescendo che partono quasi da un silenzio aprendosi in una esplosione dell'anima.
“Scarpa”, proprio, non ci sta. Di fronte a nessuno. O, al limite, è una scarpa di lusso. :-)

Nautilus ha detto...

Caro Attento, scusa per il ritardo nel rispondere alle tue osservazioni, m’è mancato il tempo.
Per Netanyahu e Hamas: mi pare di sapere come vi siano in Israele movimenti religiosi integralisti che la pensano esattamente come Hamas riguardo i diritti degli ebrei di reinsediarsi in Palestina, così come vi sono palestinesi laici le cui motivazioni sono politiche e non religiose. Ma non è questo il punto: io e te prescindiamo sicuramente da queste motivazioni. E questa questione dei diritti è talmente opinabile che potremmo star qui discutere per mesi senza arrivare da nessuna parte: volevo solo dire che avere idee diverse da Netanyahu non significa essere antisemiti, penso che anche molti israeliani la pensino come me.
Dove devo ammettere che hai ragione è il fatto che personalmente “consideri Israele come un problema da sopportare”. In fin dei conti è proprio così che percepisco la questione. E’ un sentimento che considero derivare da un fatto puramente oggettivo: da quando esiste lo stato d’Israele quell’area si è trasformata in una polveriera che non cessa di creare pericoli per tutto il mondo, mai forse come adesso con la possibilità di guerra nucleare con l’Iran.
Si può dire: ma è colpa dei mussulmani. A me le colpe interessano quasi nulla, è un fatto che la destabilizzazione è nata quando si è insediato uno stato occidentale nel bel mezzo del medio oriente, cosa facilissima da prevedere.
Quanto a disconoscere il diritto degli ebrei di avere una patria credo tu mi faccia torto: non solo penso che ogni popolo dovrebbe avere un suo proprio stato e il diritto di autogovernarsi (roba scontatissima) ma in particolare quello ebraico per le persecuzioni di cui è sempre stato vittima e l’insicurezza in cui ha vissuto per secoli fino poi alla tragedia finale.
Fin da ragazzo ho letto centinaia di libri in cui per esteso o per cenni rivelatori compariva la questione degli ebrei come corpo estraneo e mal sopportato dalle nazionalità dominanti: queste tracce son presenti in tutta le letteratura occidentale.
Ma il fatto che capisca il desiderio fortissimo di costruirsi una patria e proprio lì da dove erano stati cacciati non elimina il problema della Palestina “non vuota” (lasciamo perdere la sovranità nazionale, a me non interessano questioni di diritto internazionale), mi pare di sapere che gli stessi sionisti abbiamo dovuto affrontare questo grave problema quando cominciarono a progettare “dove” il loro stato ebraico potesse nascere, e presero in considerazione vari territori. Insomma il problema esisteva ed esiste, più di prima, visto che ci sono milioni di palestinesi che si ostinano ad esistere.
E si ritorna lì: per me ci sono due diritti che si scontrano e quando si parla di uno non ci si può dimenticare dell’altro, non per nulla è un pasticcio inestricabile.
Certo se si rimuove il problema, se ci si schiera decisamente da una parte allora non è più un pasticcio: “abbiamo ragione noi” e basta, resta solo il problema di come vincere, con gli insediamenti, i tank, i razzi kassam o gli attentatori suicidi.

Lucio ha detto...

Infatti, non era una scarpa. Von Karajan e' stato uno dei massimi direttori del XX secolo; una classifica ipotetica lo vedrebbe subito dietro ai "tre grandi" (Toscanini, Furtwängler e Bruno Walter) ed alla pari con Klemperer. La sua visione musicale e' sempre stata tesa verso l'edonismo, anche nelle sue interpretazioni beethoveniane, dove invece Klemperer e Furtwängler (che comunque preferisco) erano capaci di scavare piu' nel profondo. Ma ci e' riuscito alla grande, ed il suo e' un grandissimo Beethoven.

Credo che, discutendo di questi argomenti, teatro wagneriano compreso, non dobbiamo dimenticare che stiamo discutendo di musica. Credo che il giudizio artistico, in musica ed in pittura forse piu' che in poesia e letteratura, vada diversificato da quello umano, filosofico, ideologico o politico. Anche se qualcuno mi dimostrasse fino alla noia che Furtwängler e Karajan erano davvero nazisti (e Karajan lo era sul serio), o che Carl Orff era coinvolto fino al midollo (anche se sembra in realta' che non fosse cosi'), questo non diminuira' mai il piacere che provo (od il giudizio artistico) nell'ascoltare Die Walküre, I Carmina Burana, la Nona di Beethoven diretta da Furtwängler o l'Eroica di Klemperer.

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Giorgio Israel ha detto...

Faccio ammenda della "scarpa" che era eccessivo e anche un po' volgare: Karajan era comunque un gran direttore. Forse sono stato contagiato dal mio maestro di violino che era, come spesso i musicisti, alquanto radicale nel giudizio. Resta il fatto che, secondo me - nella musica i pareri sono molto soggettivi - Karajan viene molto dietro a direttori come Furtwangler, Bruno Walter, Celidibidache, Klemperer e pure Karl Böhm. Proprio il confronto tra l'interpretazione di Furtwängler e di Karajan della 7a di Beethoven è - secondo me - impietoso, per la superficialità del secondo nello scarso rilievo dei piani melodici e per la solita eccessiva velocità. Penso che questa velocità dei tempi scanditi troppo meccanicamente - che talvolta fa pensare a metronomi più che direttori - sia la matrice del successo sia di Karajan che di Toscanini, più orecchiabili e facili, soprattutto presso il pubblico anglosassone (americano, in particolare) che poco tollera le "lungaggini" che fanno disperdere il "ritmo". Non a caso Wagner, Bruckner e altri autori tardoromantici sono incompresi, se non detestati, fuori d'Europa. E invece è proprio questo canone estetico che difendeva Furtwängler (cfr. il suo libro "Musica e verbo": quegli idioti di Wikipedia dicono che era afasico). Il discorso è analogo per gli interpreti. Vedasi Gieseking (il Chiaro di Luna ha nell'adagio iniziale alcuni minuti di più rispetto ad altri interpreti) o Menuhin. Il corrispettivo di Toscanini-Karajan per il violino è Jascha Heifetz, virtuoso "velocissimo", adorato in America. Peraltro, tipico dello stile tardoromantico - che a me piace per la sua profondità di analisi della partitura - è che all'allungamento dei tempi degli adagi corrispondono allegri più impetuosi e veloci. Vedi Sinfonia 40 di Mozart interpretata da Furtwängler. Consiglio anche di confrontare la Sonata per violino e piano di Cesar Franck interpretata da Thibaud e Cortot: un vero modello di interpretazione romantica contrapposta a certe "moderne", piacevoli, anche brillanti ma poco profonde.

Caroli ha detto...

Ho ripetuttamente visto "A torto o ragione" di Isztvàn Szabo, regista che peraltro conoscevo già per alcuni altri suoi bellissimi lavori: "Il Padre", "Mephisto".
Concordo con Attento in merito.
Un'obiezione: ma allora la posizione di Furtwängler e quella di Marija Venjaminovna Judina erano antitetiche in rapporto alla nuova musica, dodecafonia in primis? Così pare. Chi me lo spiega? Grazie.

Caroli ha detto...

Sulla questione israelo/palestinese non mi ripeto. Dico solo che Israele è l'unica vera democrazia in medio oriente e, con India, Sud Corea, Filippine e Giappone, una delle poche democrazie asiatiche.
Qualcuno prenderà cappello, citando anche Turchia, Indonesia e Malaysia; ma dove c'è l'islam al potere, scusate, ma faccio fatica a vedere la presenza di uno stato autenticamente democratico.

Attento ha detto...

X Nautilus

Se tu stesso ammetti che ci sono "due diritti" ugualmente degni che si scontrano è impressionante sentirti dire, seraficamente, che solo la rivendicazione proveniente da pare ebraica é "un problema da sopportare". Per quieto vivere preferisci non soffermarti sul ben più grave atteggiamento di negazione che minaccia lo stato ebraico. Quello non è "un problema". E meno male che sei contro quelli che "si schierano decisamente da una parte"! Poveri noi, dove è finita la razionalità!

Papik.f ha detto...

Una cosa che fa veramente parte degli imperscrutabili disegni del Padre Eterno è perché abbia concesso un genio così smisurato a un personaggio umanamente così ripugnante come Wagner. Non si tratta solo di antisemitismo, che potrebbe in parte essere compreso (pur se non giustificato) in relazione al periodo storico e al sua ambiente di formazione; che dire della circonvenzione d'incapace a danno dello sventurato Ludwig? e del modo con cui si comportò con i suoi familiari a cominciare dalla moglie? Non è un caso, e non è solo per il razzismo, se Hitler lo considerò il suo modello (come ha chiaramente scritto Joachim Fest): si tratta soprattutto di strategie, ciniche e spietate, impiegate per il raggiungimento del successo (certo, con le dovute proporzioni: non risulta che Wagner abbia mai ammazzato qualcuno). Però basta anche solo pensare, per dire, al preludio dei Mestersinger per emozionarsi oltre misura. Ed è una piccola vendetta pensare che un'opera così nazionalista, che si conclude con una perorazione anti "walscher", abbia trovato il suo maggiore interprete in Toscanini. Lo riconosceva lo stesso Furtwangler, che per tutto il resto il Wagner di Toscanini lo detestava.

Lucio ha detto...

Permettetemi, a parziale risposta a Papik.f, di ribadire il mio concetto: la musica e' musica, e trascende le altre considerazioni.

(Trascende?? Detto da un positivista come me?? Boh, sara' la neve!!)

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Nautilus ha detto...

Attento, forse ho sbagliato a parlare di diritti, coi "diritti" bisogna andarci piano...sappiamo che il diritto assoluto non esiste che in pochissimi casi, di solito un diritto è relativo, finisce là dove cominciano quelli degli altri.
Per esempio, io non credo che i palestinesi, come dicono, abbiano il diritto al "ritorno" da dove furono cacciati.
Per una ragione del tutto pragmatica: ora lì ci stanno gli israeliani e il ritorno vagheggiato dai palestinesi si trasformerebbe in una catastrofe umanitaria per gli ebrei.
E non m'importa nulla se sessant'anni fa ci stavano loro o i loro padri, non è una questione di "diritto" ma di semplice buon senso e umanità.
Allo stesso modo, figurati se penso che gli ebrei avessero il “diritto” di occupare la Palestina quando era "non vuota" solo perchè duemila anni prima ci stavano loro (o per qualunque altra ragione), e infatti il loro ritorno ha ugualmente provocato una catastrofe, per i palestinesi.
Buon senso e umanità (quindi non il "diritto" dell'uno o dell'altro, a seguire i quali si rimane in guerra) vorrebbero che questi due popoli potessero vivere in pace, prosperità e libertà, chi vuole realmente questo NON PUO' schierarsi a favore dell'uno o dell'altro ma per una soluzione che garantisca entrambi, e io penso prosperità e libertà ai palestinesi e pace a Israele.
Difficile forse impossibile da raggiungere ma non da volerlo e sperarlo, almeno questo.
Sennò non resta che la guerra infinita, che a dir la verità i due popoli sembrano preferire.

vanni ha detto...

Egregio Nautilus, se ne son dette già tante... potremmo anche parlare del rifugio in Uganda di un secolo fa. Ma la mia simpatia per Israele mi fa sempre metter becco, a proposito e a sproposito.
Affermare che i due popoli sembrano preferire la guerra mi sembra azzardato. Fra gli Israeliani c'è varietà di posizioni: che la maggioranza sia per la guerra non direi. Anche per i Palestinesi tante sfumature certamente, ma talvolta penso - pregno come sono dei pregiudizi tipici della mentalità occidentale - che fra popolo e dirigenti (li chiamerò così) potrebbe esserci una grande frattura umana ed ideologica, una frattura della quale si vuol favorire la cancrena. Una lunga consuetudine all'onesta comunicazione (nella parola comunicazione c'è il senso della bidirezionalità) potrebbe portare a sorprendenti (sorprendenti? e perché poi?) sviluppi e risultati. Certo... ottimismo.

Attento ha detto...

Nell'affermazione di Nautilus che Israele è "un problema da sopportare" non c'è il buon senso e l'umanità che lui auspica. Non c'è buon senso perché non ammette che il vero problema è la negazione della pura e semplice esistenza di quello stato da parte dei suoi molteplici nemici. Non c'è umanità perché non riconosce l'umanità, appunto, delle motivazioni che spingono quel popolo a lottare per la sopravvivenza del loro stato.

Teo ha detto...

Alcune riflessioni "tecnologiche", prendendo spunto da alcuni messaggi precedenti:
1) È vero, con il Macintosh (che ora sto usando) l'inserzione di alcuni caratteri speciali, come i due puntini sovrapposti alle lettere per formare il segno dell'Umlaut o la dieresi, è assolutamente banale: basta premere la sequenza option+u+vocale a cui associare l'Umlaut. Quello che semmai può sorprendere è il fatto che anche sui Macintosh di oltre 20 anni fa era prevista questa possibilità, mentre sui computer funzionanti con Windows non è prevista ancora oggi, per cui occorre selezionare "inserisci simbolo" da menu di Word. Ma se non si sta usando un programma di trattamento testi, la cosa si fa più problematica. Il meglio (piuttosto che digitare un codice speciale per ottenere i simboli) è forse copiare e incollare la parola o la lettera con l'Umlaut dal blocco note o da un sito internet.
2) Per quanto riguarda la diatriba sulla superiorità di Furtwängler rispetto a Karajan, mi limito a rimandare al film del regista ungherese István Szabó "A torto o a ragione" ("Taking Sides"). Anch'io sono persuaso che globalmente Furtwängler sia superiore a Karajan, ma comunque sono convinto che quest'ultimo sia stato un notevole direttore, specialmente per i compositori che gli erano più congeniali, come Beethoven e Richard Strauss.
Purtroppo, sulla possibilità di pronuciare un giudizio equo sulla qualità della direzione dei due direttori, pesano i limiti tecnologici. Furtwängler è morto nel 1954, mentre Karajan nel 1989: questo vuol dire che le ultime registrazioni disponibili di Furtwängler risalgono alla prima metà degli anni '50, quando non solo non esisteva il digitale, ma lo stesso concetto di alta fedeltà stava muovendo i primi passi. Invece, Karajan fu tra i primi ad approfittare nel 1983 della rivoluzione digitale e dell'avvento del compact disc, con la sua casa discografica, la Deutsche Grammophon, che approfittò subito delle nuove opportunità offerte dalla tecnologia per immettere sul mercato registrazioni nuove di zecca e molto curate dei più celebri brani sinfonici di vari compositori, con grandi vantaggi dal punto di vista della dinamica, del rumore di fondo e della nitidezza del suono. Quindi un confronto tra un'esecuzione di Furtwängler e una recente di Karajan oggi appare "truccato" in partenza, perché le incisioni del primo sono giocoforza meno nitide, mentre quelle del secondo hanno il vantaggio della migliore qualità sonora, a cui non corrisponde necessariamente una migliore qualità artistica: ma nella percezione superficiale del grande pubblico spesso risulta inevitabile associare a una migliore incisione anche una maggiore qualità, in modo, purtroppo, spesso deformante.
Ecco perché ho sempre diffidato dei fanatici dei dischi in vinile (che cercano quasi nella tecnologia arretrata quell'aura che solo la sala da concerto può dare, come ben avevano capito Benjamin e Adorno), convinti che i vecchi "padelloni" neri suonerebbero meglio e in modo più "caldo". Forse la cosa potrebbe essere vera con un disco dei Led Zeppelin, dove il frastuono di batteria e chitarre copre il fruscio di fondo (e neppure per tutti i brani), ma voglio vedere costoro alle prese con un'incisione in vinile del terzo tempo della Quarta sinfonia di Mahler (Ruhevoll. Poco adagio). Al quinto ascolto il fruscio e gli scratches renderebbero la musica inascoltabile.
Così, le pur pregevoli incisioni di Furtwängler, per quanto rimasterizzate, ripulite, migliorate soffrono dei limiti della tecnologia di registrazione dell'epoca. Mentre le incisioni digitali o analogiche con tecniche migliori (dall'inizio degli anni '70) oggi suonano "oggettivamente" meglio, benché si tratti di un'oggettività acustica e non estetica.

Lucio ha detto...

Francamente, per condurre un confronto fra incisioni di epoche diverse e per godere gli interpreti del passato bisogna saper astrarre dalla qualita' tecnica dell'incisione, almeno fino ad un certo punto. Le incisioni di Furtwängler con la WPO fatte in studio negli anni '50 non sono affatto male e la loro qualita' artistica dovrebbe sopperire al gap tecnologico. Un po' piu' sotto, ad esempio, e' il suo Zauberflöte, o anche il suo Fidelio. Ciononostante, si tratta della miglior incisione esistente per entrambe le opere, anche mettendo in conto la tecnologia scadente. Il Fidelio di Karajan, ad esempio, nonostante la sonorità superiore, ne è distante anni luce (meglio Klemperer o Böhm). Approfitto per ricordare che esiste un'insuperabile incisione della Nona di Schubert con la BPO, registrata nel 1951 nella Jesus-Christus Kirche di Berlino (usata come Tonstudio, non come sala da concerto, quindi e' a tutti gli effetti una registrazione in studio) che e', dal punto di vista dell'incisione, quanto di meglio abbiamo di Furtwängler; è forse l' unica incisione che restituisce intatta la sonorità della Filarmonica di Berlino sotto la sua bacchetta. E' un vero gioiello artistico e, stavolta, pure sonoro. Non la scambierei con qualunque altra interpretazione di questo brano e la consiglio a tutti.

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Lucio ha detto...

Prof. Israel, mi scusi davvero: ma e' un argomento sul quale non riesco a trattenermi ...

Non e' detto che le registrazioni di Karajan (o altri contemporanei) siano più vicine al suono della sala da concerto di quanto lo siano quelle di Toscanini o Fortwängler (o altri contemporanei): Karajan distorceva i suoni elettronicamente, per ottenere dalla tecnologia quello che l'orchestra da sola non poteva offrire ...

Cordialmente,
Lucio Demeio.

vanni ha detto...

Ringrazio il professor Demeio per le informazioni sulla nona di Schbert e Furtwängler, e sono d'accordo con lui allorché sostiene che la mente riesce ad astrarre dalla qualità tecnica. Eh... la mente. Si potrebbe cominciare a discutere sulle affinità elettive, oppure su chi scandaglia più l'anima e chi scandaglia più l'orecchio, su chi scava nella sua esecuzione e chi scruta nell'autore, come fossero atteggiamenti che si possono scindere. Spesso analisi fatte con l'accetta, partigiane e un po' primitive. Ma sappiamo che tagliare le cose a fette può anche servire per ricomporre l'unità con giovamento.
Certo quando si fanno delle graduatorie in campo artistico esce lo spiritaccio del tifoso con i suoi entusiasmi, le sue ingenuità, le sue allergìe. Poco poco al tempo Brahms e Wagner erano come Coppi e Bartali.
A questo punto non posso peraltro tacere che - trapela da fonti assolutamente confidenziali ma attendibili - si sussurra che San Pietro scenda in qualche occasione in Purgatorio, e chieda con deferenza a un Furtwängler con il solito sguardo un po' spaesato se ha la compiacenza di salire un paio d'ore al Piano Superiore, perché a Lui piacerebbe ascoltare la Nona (e sembra pure che Lui abbia una preferenza per i Wiener).
Questo è un argomento del quale non finirei più di sentir parlare... ma possibile che nessuno sia innamorato di Carlos Kleiber?
Buon Natale.

Nautilus ha detto...

Intervengo solo per due precisazioni (scrivendo è facile essere equivocati)
@Vanni: penso anch'io che gli israeliani abbiano come unico obiettivo la pace, se però deve essere ottenuta a scapito della sicurezza futura (con uno stato palestinese che si rafforza e si militarizza) credo preferiscano uno stato di guerra permanente in cui abbiano comunque una superiorità indiscussa. E visto con chi hanno a che fare non so dar loro torto.
@Attento: Come vuoi che non capisca le motivazioni (e anche il diritto) di chi difende la propria vita e la propria patria? Ma mi pare che con quanto sostengo sui "diritti astratti" di chi abbia ragione e chi torto non abbia molto a che vedere.

Giorgio Israel ha detto...

Un mio commento per Informazione Corretta:
In una recente intervista al Guardian, il “negoziatore” palestinese Saeb Erekat ha dichiarato che la stima dei rifugiati palestinesi dispersi nel mondo ammonta ora a sette (7) milioni e che costoro debbono poter tornare nelle città e nei villaggi di origine e inoltre hanno diritto a indennità. Ha aggiunto che «in ogni accordo di pace con Israele questi rifugiati debbono potersi reinstallare in Israele».
È perfettamente superfluo insistere sul fatto che una simile prospettiva – l’ingresso di 7 milioni di persone – oltre a essere tecnicamente irrealistica, esprime la volontà pura e semplice di distruggere Israele.
È più interessante notare che, da quando mondo è mondo, esistono rifugiati, nomadi e dispersi per il mondo e che a nessuno è mai venuto in mente di sanare completamente simili situazioni, pena la creazione di squilibri ancor più gravi. Si calcola che soltanto dopo la Seconda guerra mondiale vi sia stata una ventina di milioni di rifugiati, che si tradurrebbero oggi in qualcosa come un centinaio di milioni di persone da reinstallare nei luoghi di origine: è una prospettiva capace di suscitare una nuova guerra mondiale.
Gli ebrei sono uno dei popoli che nel corso dei secoli ha prodotto più rifugiati di qualsiasi altro, quantomeno in rapporto allo loro entità numerica, eppure non hanno mai avanzato richieste di ritorno, salvo quella in Palestina, del resto parziale, su territori disabitati o regolarmente acquistati, e in una forma perfettamente gestibile con la creazione di due stati indipendenti come prefigurato dall’ONU nel 1947 e come rifiutato dai paesi arabi confinanti che hanno creato deliberatamente alcune centinaia di migliaia di profughi.
Se il “negoziatore” avesse voluto fare un discorso minimamente decente, avrebbe dovuto offrire simultaneamente agli ebrei espulsi dai paesi arabi e islamici, e ai loro discendenti, il diritto a rientrare nei luoghi di origine, a riottenere le case e ad avere un’indennità. Ma qui non c’è decenza, c’è soltanto una deliberata volontà guerrafondaia. Altro che pace.

Giorgio Israel ha detto...

Comunque, trovo più interessante la discussione musicale. È molto significativo che la musica appassioni tanto e che faccia emergere tanto interesse.

Lucio ha detto...

Per Vanni: francamente non ho mai capito perche' Carlos Kleiber sia messo da alcuni su un piedistallo cosi' alto. Carlos Kleiber e' stato (forse) il migliore fra i vari Abbado, Muti, Mehta, Maazel, ... Ma non lo metterei non solo accanto a Furtwängler o Toscanini, ma nemmeno accanto a Böhm, Solti o Boulez (ah! il suo Stravinsky ...).

Lucio Demeio.

vanni ha detto...

Scusi professor Israel, vedrò di finirla qui. Egregio professor Demeio, intorno a Kleiber figlio c'era già in vita un'aura magica. A crearla deve aver influito, almeno tanto quanto la sua arte, anche la sua ritrosia a presentarsi in pubblico. Ecco, il guaio è che ha lasciato così poco di interpretazioni e registrazioni, un repertorio limitato che da qualche punto di vista potrebbe inficiare la sua grandezza. Se penso a tutto quello che ha lasciato Karajan, in termini di ampiezza di repertorio Kleiber fa proprio tenerezza. Ma le sue direzioni di Beethoven (la Settima mi lacsia senza fiato) e quel niente che ha lasciato di Brahms stanno in cielo. Le piace Stravinsky? Ha mai visto questa stupenda (e per me commovente) direzione? http://www.youtube.com/watch?v=5tGA6bpscj8

mike ha detto...

piccola parentesi semi-sarcastica :)

trovo interessante che la persona che scrive di come i finlandesi siano solo cliccatori di calcolatrici, poi usi il sistema operativo piu' user-friendly sul mercato, ovvero il piu' "ignorantificatore", a livello di programmazione e gestione della macchina, di tutti.
e forse quello che piu' rende la gente _schiava_ invece che _padrona_ della tecnologia.

Long Live Linux

Giorgio Israel ha detto...

Sarcasmo autodistruttivo...
Non fa parte dei miei interessi e della mia professione occuparmi di programmazione e gestione della macchina e trovo ridicolo che chiunque usi un calcolatore debba diventare un programmatore, così come se si guida una macchina non si è tenuti ad essere meccanici... A me interessa proprio un sistema operativo user-friendly, poiché il mio mestiere è un altro: storia della matematica, della scienza, ecc. Se, per fare il mio mestiere dovessi passare attraverso la programmazione diverrei davvero schiavo della macchina. Così come, se per guidare dovessi essere un esperto meccanico, elettrauto, gommista e carrozziere sarei sì, uno schiavo della macchina...
Non voglio proprio credere che Linux, contro cui non ho nulla, induca a un simile modo di sragionare... Ma è certamente uno scherzo stile comicità demenziale.

Caroli ha detto...

Garantisco che Linux non introduce in alcun modo la necessità di essere programmatore, essendo Linux una forma di Unix, ed essendo Unix libero da tale necessità. Semmai si può dire che Linux è sicuramente più robusto di Windows, stante l'attenta gestione dei privilegi utente tipica di Unix.
Nota bene: io ho lavorato con: AEgis (sistema operativo proprietario Domain/Apollo); Unix in tutti i "dialetti" possibili (varie configurazioni); Dec/VAX VMS (che era un grandissimo sistema operativo); PriMOS (Prime Computer); e, da ultimo, MS/DOS (il più scadente).