giovedì 24 marzo 2011

La banalità del libro


Ho sempre condiviso le critiche alla teoria del “banalità del male” di Hannah Arendt. Nella sua corrispondenza con Gershom Scholem, ho sempre trovato più convincente la posizione di quest’ultimo. Aggiungerei che la tesi della “banalità del male” potrebbe essere rovesciata. Uno dei più grandi enigmi del mondo è l’esistenza del male, ed è, casomai, il bene a essere ovvio e naturale, mentre il male è un’aberrazione inspiegabile. Non a caso, la teologia ebraica, in particolare quella kabbalistica, ha esplorato con la massima intensità il tema dell’esistenza del male ponendosi di fronte, con audacia estrema, alla domanda se l’origine del male non vada cercata entro lo stesso atto creativo del mondo da parte di Dio, e quindi Egli stesso non ne sia la causa. Anche per l’incomprensione di questa problematica da parte di Arendt, aveva ragione Scholem a definire la tesi della “banalità del male” come uno “slogan”, frutto di un’analisi poco profonda e persino – aggiungeva – contraddittoria con quella centrale del celebre libro di Arendt sulle origini del totalitarismo.
Ciò detto, non trovo nulla nella critica di Scholem a Arendt che assomigli neppure lontanamente alle dure accuse mosse da Deborah Lipstadt nel suo libro “The Eichmann Trial” (di cui ha parlato Il Foglio), fino al punto di imputarle di aver assolto la cultura europea della colpa di antisemitismo. Il rimprovero di Scholem a Arendt di mancare dell’Ahavat Israel, dell’amore per il popolo ebraico, non ha niente a che fare con l’accusa della Lipstadt secondo cui la Arendt considerava i sionisti colpevoli di parlare lo stesso linguaggio di Eichmann. Non soltanto Arendt si difende esplicitamente da questa accusa in una risposta a Scholem (24 luglio 1963), ma spiega il senso della sua critica a un certo sionismo, la quale ha un fondamento tutt’altro che inconsistente. Arendt riferisce di un suo dialogo con un alto esponente israeliano cui esprimeva la sua preoccupazione per l’assenza di separazione tra stato e religione in Israele. Questi rispose: «In quanto socialista evidentemente non credo in Dio, credo nel popolo ebraico». «Trovai questa dichiarazione scandalosa», osservò Arendt, aggiungendo: «Avrei potuto rispondere: la grandezza di questo popolo è venuta un giorno dal fatto che ha creduto in Dio e ha creduto in Lui in tal modo che la sua fiducia e il suo amore per Lui erano più grandi della sua paura. Ed ecco che ora questo popolo non crede altro che in sé stesso! Cosa di buono può venire da questo?».
Queste non sono accenti di un’antisemita, bensì di un’ebrea che pone un problema perfettamente sensato, anche se accanto a una tesi poco convincente, forse dannosa, ma legittima. Lo scambio, pur duro, tra Arendt e Scholem, è un confronto intellettuale ad alto livello tra due grandi intellettuali mitteleuropei e non un processo da rotocalco.
Di recente, per aver paragonato gli orrori del Gulag comunista a quelli del Lager nazista, alcuni primi della classe del filosemitismo mi hanno accusato di essere un “traditore del mio popolo”, adducendo come colpa anche il mio interesse per Husserl, che si sarebbe macchiato della colpa di aver avuto come allievo Heidegger. Le tesi della Lipstadt e l’imputazione alla Arendt di aver commerciato con Heidegger, rievocano queste strida da tricoteuses giacobine.
Nella citata lettera Arendt lamentava che la sua tesi fosse stata demolita prima ancora di leggerla dalla campagna promossa da un certo establishment ebraico israeliano e statunitense. È da augurarsi che, dopo mezzo secolo, non si ripeta lo scenario, con un certo ebraismo liberal newyorkese pronto a gettare con l’acqua sporca delle colpe europee una grande ricchezza culturale per lasciarci in mano solo la parodia puritana della ghigliottina di Robespierre.
(Il Foglio, 22 marzo 2011)

11 commenti:

Attento ha detto...

Spesso mi viene il sospetto che l'idea del "Male" sia diventata un po' fuori moda. E' un concetto troppo "esagerato". Certa cultura, ancora attratta, per inerzia, alle ideologie "progressiste", pretende di ridurlo alla più facilmente definibile nozione di "dolore". In questo modo si privano della possibilità di comprensione dell'oggi, dello ieri e del domani. Inoltre, l'idea che, addirittura, "l’origine del male vada cercata entro lo stesso atto creativo del mondo da parte di Dio" in molti circoli teologici "indipendenti" (penso per esempio al priore di Bose Enzo Bianchi) sarebbe senz'altro bollata come "fondamentalista" perché associabile all'idea della violenza perpetrata in nome di Dio. Dio, per loro, è il padre di tutti i pacifisti. Basterebbe leggere senza pregiudizio alcuni passi del Levitico, Numeri, Giosué e Giudici per capire che il mistero del Male è trppo grande per essere rinchiuso in formulette (e non conosco la Kabbala, devo rimediare al più presto).

Gianfranco Massi ha detto...

Credo che questo suo articolo abbia la finalità primaria di condannare il fondamentalismo che si può celare nel sintagma dell’ unicità della Shoah. L’analisi del mistero del male è un esercizio in cui ci si può smarrire, e comunque non può essere affrontato in un post.
Nel suo saggio sulla questione ebraica Lei professore affronta il mistero del male i un capitolo, “l’unicità della Shoah e il genocidio”, con parole che riescono appena a farne intravedere la profondità, che resta comunque misteriosa : “ Tale è la dimensione della Shoah e tale è la vertigine che prende di fronte ad ogni tentativo di comprenderla in tutti i suoi aspetti, che essa invita a un atteggiamento di rinunzia all’esercizio della ragione.”
Non riesco comunque a vedere "la banalità del male" come uno slogan, anzi ritengo che un epiteto più oltraggioso di questo sia difficile concepirlo.

Myosotis ha detto...

Ogni dialogo culturale sincero con chi non mette la ricerca della verità al di sopra di tutto ("Amicus Plato, sed magis amica veritas") inevitabilmente s'inceppa.
Quanto al problema del male, credo che rimarrà sempre insolubile per l'uomo. C'è addirittura chi sostiene che il male non esiste, essendo solo l'assenza del bene (come non esiste il freddo, che è assenza di calore). Ma si tratta di un espediente dialettico che lascia il tempo che trova. La mia personale ricerca negli ultimi anni non mi ha portato a niente di convincente, per cui concludo che forse solo entrando nella mente di Dio potremmo capire perché esiste il male.

Nautilus ha detto...

Non sapendo nulla di quanto accenna il prof. Israel in questo articolo, il quale come tutti i suoi spinge a riflettere e ampliare la conoscenza, ho cercato e trovato nella rete questa osservazione della Arendt:
"Oggi il mio parere è che il male non sia mai radicale,che sia solo estremo e che non possieda né profondità né dimensione demoniaca. Esso può invadere tutto e devastare il mondo intero precisamente perché si propaga come un fungo. Esso sfida il pensiero perché il pensiero cerca di attingere alla profondità,di pervenire alle radici,e dal momento in cui si occupa del male,viene frustrato perché non trova niente. E’ qui la sua banalità. solo il bene ha profondità e può essere radicale."
A me sembra vera. Mentre invece ciò che scrive il professore:
" E' il bene a essere ovvio e naturale, mentre il male è un’aberrazione inspiegabile." mi sembra contraddetta dai fatti, che sono in effetti conseguenza della natura umana.
Aderendo al comunismo, ho a lungo pensato che nell'uomo la tendenza al bene (inevitabilmente collettivo) fosse superiore alle pulsioni egoistiche personali, mi son ricreduto totalmente. E convinto che, come la destra ha sempre sostenuto, l'uomo è più cattivo che buono. Ci vuole impegno e profondità, come dice la Arendt, per praticare il bene, mentre l'egoismo ci viene naturale.
Fra essere egoisti e fare il male c'è differenza, ma se si pone se stessi e il proprio benessere sempre e comunque al di sopra di quello degli altri esseri viventi (animali compresi) il male lo si può compiere senza grosse difficoltà.
Per chi è credente l'esistenza del male però è certamente un rompicapo, la contraddizione più difficile da risolvere.

Angus Walters ha detto...

Caro Professore,

Il concetto del male fu esplorato, in modo esauriente e definitivo, dall'ultimo filosofo dell'era classica, Boezio, nel suo famoso trattato De consolatione philosophiae, molto ben noto a Dante ed a qualsiasi medievalista. Invito Lei ed i Suoi lettori ad esaminarlo. Direi "ri-esaminarlo", se non fossi certo che oggigiorno Boezio non si legge piu`.

Angus Walters

alfio ha detto...

Con tutto il rispetto per Severino Boezio, se qualcuno avesse detto qualcosa di "definitivo" sul problema del male, forse il mondo andrebbe meglio (o peggio, chissà).

Angus Walters ha detto...

una domanda ad Alfio:

Ha mai letto il De consolatione? Se la riposta e` "no", no further comment! Se "si`", quando, dove, ed in quali circostanze?
Angus Walters

alfio ha detto...

Le do atto che di tutti i possibili fanatismi quello per Boezio è tra i meno pericolosi. Devo comunque ribadire che nessuno nella storia dell'universo ha mai detto alcunché di definitivo; chi ha creduto di farlo ha combinato più guai che altro.
Quanto alle sue domande: università di **** a.a. 82-83 (credo) corso di storia della filosofia medievale. Ammetto di aver prevalentemente dormito. Più interessante il corso su Boezio nella cultura ebraica (chi ne ha scritto? Senza googlare, ché sarebbe unfair, come dite voi milanesi).

Angus Walters ha detto...

Alfio, allora la risposta e` "no".

Angus Walters

alfio ha detto...

E, mi par di capire, la sua risposta su Boezio nella tradizione ebraica è "non lo so".
Lo so, prof., sembriamo due bambini delle elementari, ma tant'è...

Nautilus ha detto...

Se qualcuno ha voglia di guardare bene in faccia il male, oggi c'è un filmato sul Corriere (il link non lo metto perchè mi fa ribrezzo) in cui un presunto talebano viene prima a lungo inseguito poi disintegrato da raffiche di mitragliatrice. Vabbè, à la guerre comme à la guerre...solo che il sgt. Schweitzer (che ironìa eh?) ha pensato bene di sonorizzare l'evento con una colonna rock. A mio avviso una cosetta ripugnante.
Ma il sgt. Schweitzer e il gruppo di commilitoni che han collaborato alla regìa son dei mostri? Magari han solo uno stato d'animo vendicativo, spaventato o semplicemente stufo e annoiato di quella guerra, e passano il tempo in qualche modo. Come quelli di Abu Ghraib, aguzzini normalissimi.
Vasco Rossi (se possiamo nominarlo dopo Boezio) dice:"Non ti fidare mai/non sono gli uomini a tradire ma i loro guai/i loro guai..."
E Cèline "E' tutta colpa della nostra natura infernale..."
E Pascoli "Quest'atomo opaco del male..."
E Hobbes "Homo homini lupus"
Per dire le prime citazioni che mi vengono in mente, e sarebbe lunga anche l'elencazione dei "guai" con i quali coltiviamo la nostra infelicità e quindi la nostra ferocia.