venerdì 13 maggio 2011

LA SCUOLA DEI SAPERI FINITA IN UN QUIZ

Il dibattito sorto attorno ai test Invalsi rischia di essere inquinato da tre fattori: corporativismo, estremismo, ideologia. Sarebbe vano negare che nel sistema italiano dell’istruzione esistano opposizioni forti e pregiudiziali a qualsiasi forma di valutazione, la quale va invece fatta, eccome. Il problema è costruire modalità ragionevoli e meditate. È indubbio che il ricorso ai test per avere un’idea generale e aggregata dell’esistenza di capacità minime non può essere contestato a priori e certe opposizioni estreme non hanno ragion d’essere. Le difficoltà nascono quando si vuol attribuire alla rilevazione mediante test un ruolo di gestione del sistema, fino a farne il nucleo di un nuovo modo di fare didattica e fino a far credere che si possa stimare il “valore aggiunto di conoscenza e competenza” dei singoli istituti o addirittura dei singoli insegnanti e dei singoli alunni. Né può dirsi che questo rischio non vi sia. Al contrario, esso esiste sia soggettivamente che oggettivamente. Difatti, è ben attiva un’ideologia che ritiene che la scuola debba essere trattata come un’azienda con i principi dell’“accountability” e dell’uso massiccio dei test, disinteressandosi dei contenuti dell’insegnamento (sulla base del principio strampalato che conta come si pensa e non cosa si pensa) e che ritiene addirittura che la didattica debba essere strutturata in funzione del superamento dei test (il cosidetto “teaching to the test”). Questa ideologia proclama la necessità di sostituire al giudizio del docente la “misurazione oggettiva” degli apprendimenti mediante i test. Si dice che il giudizio dell’insegnante è viziato dalle sue visioni soggettive e persino dal suo stato personale, da un mal di pancia mattutino o da una lite con la moglie. Però, a giudicare da certi test, si direbbe che chi li ha pensati fosse in preda a un’emicrania acuta. D’altra parte, di che stupirsi? Il test è pensato da un “soggetto”, con le sue idee, le sue idiosincrasie e le sue competenze o incompetenze e non può fornire standard oggettivi e indiscutibili come il metro o la bilancia. Queste cose vengono dette ormai da molte personalità autorevoli, a partire dagli Stati Uniti, ma da noi si fa finta di nulla gettandosi a capofitto a copiare ciò che altrove mostra già la corda.
Si diceva che i test sono utili ad accertare livelli minimi di capacità di calcolo matematico o di competenze grammaticali o sintattiche. Appena si va oltre si entra su un terreno scivoloso e aperto a tutte le contestazioni. In questi giorni nelle famiglie e tra gli studenti si commenta tra il divertito e l’ironico, il contenuto talora risibile di certi test, sia di quelli “ufficiali” che di quelli proposti nella fase di addestramento. In alcuni casi, si tratta di quesiti di assoluta banalità (anche nel caso delle medie superiori), in altri di indovinelli sconcertanti. Ho provato a proporre – suggerisco di rinunciare all’uso del termine ridicolo “somministrare”, che evoca l’immagine della purga – ad alcuni colleghi matematici di professione un test di geometria vantato come esemplare da alcuni esperti. Alcuni l’hanno risolto con un’occhiata, altri sono rimasti disorientati … La ragione è risultata chiara. Quel test, come quasi tutti quelli di geometria, non comportava conoscenze matematiche specifiche, bensì la messa in opera di intuizioni, spesso meramente visive, che non sono un requisito caratteristico di una persona competente. Siamo all’enigmistica, neppure a quella delle parole crociate che richiede almeno conoscenze generiche, e anche un buon matematico non è necessariamente un buon risolutore di enigmi. Qui si scontano due difficoltà: la prima è che non esistono più “programmi” e quindi non esistono conoscenze imprescindibili cui fare riferimento nella formulazione del test; la seconda deriva dalla versione estrema dell’ideologia delle competenze, per cui contano soltanto capacità generiche indipendenti dalle conoscenze. Naturalmente non tutti i test sono così privi di retroterra conoscitivo da ridursi all’enigmistica e all’indovinello, ma molti hanno questa discutibile natura.
Veniamo ora all’altro problema: quello della difficoltà di usare i test come strumento di “misurazione oggettiva” del “valore aggiunto” di apprendimento. Il modo più semplice per ottenere una simile misurazione oggettiva sarebbe di proporre a una classe (o istituto) lo stesso test all’inizio e alla fine dell’anno e misurare l’incremento delle risposte esatte: sarebbe una soluzione ridicola perché tutti in seconda battuta saprebbero risolverlo… Bisognerebbe allora proporre un nuovo test di pari difficoltà, misurando l’incremento delle risposte esatte, oppure proporre un test più difficile. Ma nessuna persona seria sosterrà che sia possibile determinare in modo oggettivo se un test ha lo stesso grado di difficoltà di un altro, o determinare che il test A è una volta e mezzo più difficile del test B. È vano tentare di nascondere la soggettività (nella costruzione dei test e nel giudizio circa il loro valore e la loro difficoltà) come la spazzatura sotto il tappeto con la scopa della retorica.
Ma c’è un problema ancor più grave, ed è il pericolo che prevalga l’ideologia estrema che vuole trasformare la didattica in addestramento a superare i test. Si poteva sperare che questo rischio fosse lungi dal realizzarsi. Invece, si è assistito al dilagare di un numero impressionante di “eserciziari” e libretti di addestramento al superamento dei test Invalsi, che hanno invaso le scuole e ai quali molti insegnanti non sono riusciti a sottrarsi interrompendo la didattica per addestrare gli studenti a superare i test e far fare bella figura all’istituto, all’insegnante e alla scuola. Ora, già la qualità dei libri circolanti nella scuola italiana, soprattutto nel primo ciclo dell’istruzione, non è brillante. Con l’alluvione di eserciziari di addestramento si è verificata un’ulteriore avvilente discesa verso il basso. Per questo, le voci che si sono levate ad ammonire sui rischi del ricorso smodato e acritico ai test, come quella di Luca Ricolfi, non hanno peccato di allarmismo e vanno ascoltate. Il “teaching to the test” non deve entrare assolutamente nella scuola italiana.
Sia ben chiaro: non si tratta di negarsi alla valutazione, ma di ricordare che il modo migliore per far fallire ogni tentativo di introdurla è procedere in modo acritico e dogmatico. Un approccio ragionevole su cui aprire una riflessione costruttiva potrebbe essere quello di considerare un ricorso molto limitato al sistema dei test per valutare tendenze generali aggregate, e fondare piuttosto il sistema di valutazione su procedimenti ispettivi le cui modalità possono essere attentamente costruite riflettendo sui pro e i contro di altre esperienze già collaudate all’estero.
(Il Messaggero, 12 maggio 2011)

Commento aggiunto: leggiamo che il segretario della UIL Scuola Di Menna ha lamentato la gestione burocratica dei test e il fatto che soltanto il 20% delle scuole è stato coinvolto in una gestione propedeutica dei test. E per fortuna!! Ci mancava solo che tutte le scuole si mettessero a fare addestramento ai test! Se si voleva una prova che certi sindacati non capiscono niente della posta in gioco e farebbero meglio a tacere, eccola servita.

17 commenti:

Prof. Woland ha detto...

Caro Prof. Israel,
avevo postato due commenti nel post di venerdì 6 maggio ma ora mi accorgo che sono scomparsi.
Ripeto il primo. Sono un prof. di analisi matematica (ora in pensione anticipata) ed ho appena scoperto il suo blog : voglio farle i complimenti sia per la coraggiosa appassionata battaglia a favore della didattica sia per la sua onestà intellettuale.
Massimo B

Giorgio Israel ha detto...

Grazie per l'apprezzamento. C'è stato un blocco del blogger di quasi un giorno che chiaramente ha provocato dei problemi.

Andrea Viceré ha detto...

Caro Professore,

concordo con l'idea che una valutazione basata su metodi ispettivi sarebbe ben più efficace.

A rischio di esprimere però un misto di provocazione e di ovvietà, vorrei però chiederle se non pensa che il primo e più importante passo, per restituire alla scuola italiana un livello dignitoso, non sarebbe una preparazione e selezione rigorosa degli insegnanti. Di pari passo con il restituire valore, anche stipendiale, alla professione dell'insegnamento, in modo da attrarre i migliori, fra i quali appunto fare buona selezione.

In assenza di politiche organiche in tal senso, che non si vedono ormai da decine d'anni, ho paura che ogni valutare perda di scopo.

Cordialmente

Andrea Viceré

d. ha detto...

Buongiorno professore,
anch'io avevo scritto un commento che è sparito per i problemi di blogger: provo a riassumere.
Sono la madre di 5 figli e desidero trasmettere loro la ricchezza della nostra tradizione giudaico-cristiana occidentale, per questo motivo sono interessata all'homeschooling, che negli Usa si sta diffondendo ampiamente: lei cosa ne pensa?
Inoltre, per mia formazione, ero più consapevole dello sfascio delle materie umanistiche, mentre grazie a lei scopro che la situazione è analoga per quelle scientifico-matematiche.
Ci sono libri di testo che lei consiglierebbe per dei bambini delle elementari, per evitare (come sta capitando) di vederli alle prese con la proprietà dissociativa dell'addizione e altri concetti simili? Forse quest'informazione potrebbe essere utile anche ad altri.

Giorgio Israel ha detto...

Sono totalmente d'accordo. Difatti, speravo che, come commissione per la formazione insegnanti, avessimo fatto qualcosa di utile. Basta confrontare il nostro progetto iniziale, preparato in quattro mesi (da settembre a dicembre 2008) con il decreto finale approvato - dopo ben due anni e mezzo di mediazioni e compromessi infiniti!! - nel gennaio 2011, per rendersi conto della differenza. È stato smozzicato e alterato da ogni parte, e comunque qualcosa era rimasto. Fino a che uno sciagurato decreto attuativo, in corso di esame da parte della Corte dei conti, l'ha massacrato, aprendo la strada a una sostanziale reintroduzione delle SSIS. Che dire? Ci vorrebbe una determinazione estrema per fare qualcosa e una resistenza straordinaria alle pressioni di corporazioni e di caste tecnocratiche. Penso anch'io che introdurre la valutazione in questo modo e in questo contesto sia una cosa pessima. Ma agiscono forze importanti in tal senso, sostenute dal mondo confindustriale - come del resto sta avvenendo per l'università. Ci vorrebbe una gran resistenza del mondo dell'istruzione, degli insegnanti. Ma la sinistra è passata dall'altra parte, i dirigenti scolastici sono in buona misura influenzati dalla loro funzioni di dirigenti stile Asl che hanno perso il sentimento di essere insegnanti, e gli universitari sono i soliti "chierici" pronti a tradire. Ma la battaglia culturale va combattuta fino in fondo, da ciascuno nelle realtà in cui opera, e non soltanto dalle elite.

Giorgio Israel ha detto...

A d. rispondo che per i nostri figli facciamo supplenza diretta, cioé senza libri, o meglio con l'ausilio di un testo spagnolo. Non si riesce a trovare qualcosa di decente per le elementari. La corruzione introdotta dalle riforme dal 1985 in poi è stata profonda. Per le medie ho dato alcune indicazioni, e altre ne hanno date alcuni lettori in un post precedente, perché qualcosa di buono esiste ancora. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche e scrivere testi nuovi, e trovare l'editore che li pubblichi, perché se non sono conformi alle Indicazioni non li vogliono. Per il momento sto lavorando a un libro per i maestri.

Vincenzo Manganaro ha detto...

Ho lavorato ad un testo di storia e geografia per le primarie (quarta e quinta): credevo di avere idee innovative sul linguaggio e sui contenuti ma l'editore mi ha esplicitamente detto che il testo si fa su una media di insegnanti che richiedono ai rappresentanti sul territorio un certo tipo di prodotto (per le discipline di cui mi stavo occupando l'indicazione era: non troppo testo, non troppe "notizie", molte attività operative e domande, moltissime immagini e colori accattivanti, articolazione per competenze. In geografia tutte le regioni in quinta in 1000 battute al massimo...).
Credo che gli editori si comportino così anche per matematica e lo stesso testo che ho adottato io mi obbliga ad "autoprodurre" molte lezioni ed esercitazioni, dal momento che contiene "inutilità" e qualche errore grossolano. Se esistesse un testo almeno decente, non esiterei ad adottarlo (anche se come ultima trovata ministeriale siamo obbligati per cinque anni alla stessa adozione fatta da altro collega).
Per la signora d.: non sono favorevolissimo alla homeschooling, credo che la collocazione più favorevole per i bambini sia di stare in un gruppo con altri coetanei per svolgere anche vita sociale e relazioni molteplici, con adulti consapevoli e professionalmente qualificati. Capisco tuttavia le sue ragioni e ho trovato utilissimo il suo blog.
Cordialità, Vincenzo Manganaro

Daniela ha detto...

Non sono la d. qui sopra e faccio scuola familiare da ormai cinque anni. Si tratta di una scelta faticosissima e che non riceve alcun supporto. Ovviamente mi riferisco agli homeschoolers seri e preparati, in quanto la maggior parte sono cretini patetici: se la scuola è la fabbrica del deficiente, molti homeschoolers sono qualificati laboratori artigianali. In Italia però se si desidera un'istruzione di qualità, anche soltanto per i propri figli, si è un nemico da distruggere, e senza potere e senza rapporti di forza favorevoli, si viene impietosamente spazzati via (e se Lei Prof. Israel non ha vita facile, per il signor nessuno gli effetti sono devastanti). Per cui, spazio a chi pone sullo stesso piano l'aromaterapia e l'algebra, e mazzate a chi tenta di accendere il cervello, non sia mai che qualcosa cambi; in fondo i cretini sono meno cretini di quanto appaiono, e hanno perfettamente compreso il potere eversivo della cultura. Su questo sono trasversalmente unite moltissime forze, dal miur alla confindustria, dai sindacati alle forze politiche dell'intero arco parlamentare. È brutto dirlo ma dovremmo a mio avviso individuare referenti politici e funzionari del miur, preferibilmente troppo stupidi per rendersi conto della nostra manovra, per consentire a quanti più ragazzi possibile di ricevere un'istruzione di qualità. La condivisione di materiali ed esperienze dovrà purtroppo tenere un basso profilo, ma sarà sempre preferibile alla terrificante situazione attuale.
Infine, le differenze tra scuola familiare e scuola in classe non sono poi molte. La quasi totalità delle esperienze è intercambiabile. Certamente con due studenti si fa lezione meglio che con trenta, ma le problematiche della scuola italiana non derivano dalle classi affollate ne' dagli edifici scrostati, ma dal rifiuto di fare lezione (per un tempo ragionevole, ovvio; non certo otto ore al giorno per dei bambini) oltre che dall'incompetenza spaventosa di chi dovrebbe far lezione ("sommare" insiemi, "contenenza e ripartizione", eccetera, non sto a scrivere lo stupidario, sono più che sufficienti quelli che il prof. Israel di tanto in tanto compila).

Vincenzo Manganaro ha detto...

Forse non dovrei, dal momento che questo non è un mio spazio; ma alcune affermazioni della signora Daniela mi spingono a chiedere scusa al professor Israel per l'invasione indebita per esprimere il mio disaccordo sia pure amabilmente e con molto rispetto e simpatia per le fatiche della signora.
Le generalizzazioni non fanno mai bene e non trovo gentile ridurre i problemi della scuola italiana al tempo scuola e alla incompetenza generalizzata degli insegnanti: consapevole di avere molti colleghi scadenti, mi corre l'obbligo di sottolineare che sono numerosi (maggioranza, minoranza, fate voi) i docenti che non praticano la scuola delle competenze e non leggono il giornale in classe, che si aggiornano, studiano e mandano avanti un carrozzone che è in difficoltà per più motivi. Mi spiace che la signora Daniela si sia imbattuta in colleghi meno bravi ma segnalo l'esistenza professionale anche di altri "modelli" di insegnante.
Quanto al tempo scuola, non c'è un obbligo a tenere a scuola i bambini per otto ore: il tempo pieno è stata una conquista educativa che nel tempo si è trasformata in una esigenza sociale per il sostegno alle famiglie e alle donne che lavorano; è aperto il dibattito (anziano anch'esso: tempo pieno, pieno di che?) ma è possibile avere un tempo scuola anche di 27 ore, senz'altro maggiormente rispettoso dei ritmi e delle esigenze dei bambini.
Non sono d'accordo che "le differenze tra scuola familiare e scuola in classe non sono poi molte". Possiamo serenamente discutere su quale sia il migliore modello educativo, ma la differenza è onestamente abissale, per il ruolo e il numero degli adulti, per le caratteristiche della struttura, per i modelli didattici, per le relazioni sociali che vi si intrattengono, per gli strumenti a disposizione, per l'organizzazione della classe e della istituzione scolastica. Basti pensare alla possibilità di lavorare con due bambini oppure con ventiquattro: non solo tempi diversi e diversa organizzazione, ma anche modalità diverse e strumenti diversi e dipendenti dalle caratteristiche cognitive degli studenti (io devo compiere più adattamenti perché ho in classe bambini di 6, 7, 8 e 9 anni, grazie alle ultime trovate sugli anticipi). D'altra parte, se le differenze fossero minime, perché fare l'homeschooling?
Cordialità, Vincenzo Manganaro

Daniela ha detto...

Gentile Dott. Manganaro, grazie per il suo intervento. Mi permetto di controbattere: perché allora non cancellare questa opzione, a tutt'oggi pienamente legale? Se come giustamente Lei evidenzia, i programmi e le metodologie della scuola ufficiale passano comunque attraverso un "filtro" e un controllo di qualità, mentre la scuola familiare è il Far West, per coerenza si dovrebbe - non certo esprimere amabilmente simpatia per le mie "fatiche" - ma stroncare, nel concreto e nello specifico, il lavoro svolto (e questo Lei non lo può ancora fare, perché non lo conosce, ma non intendo sottrarmi a nessuna verifica) e farsi promotore di una iniziativa che cancelli definitivamente questa anomalia tutta italiana (in altri Paesi europei eliminata già da tempo). A quel punto io mi adeguerò alle leggi. Finché questo non succede, cerco di tenermi per me i miei pensieri sulla scuola delle competenze e quant'altro, e, per esempio, non Le invio via mail il piano dell'offerta formativa del circolo didattico di riferimento, in quanto sarebbe ingeneroso; sarebbe colpire a casaccio un istituto che non è peggiore di altri, oltre ad essere costretto a confrontarsi con tante condizioni al contorno. Ritengo poi che non ci sia nulla di male se a scuola si legge il giornale o si usa l'iPad; il problema è che queste rispettabilissime attività sono svolte *al posto* di insegnare, e non, semmai, al posto delle figurine o altri passatempi cretini che erano abituali ai nostri tempi. Riguardo alla "tolleranza" che si impara nelle classi multietniche e affollate, e sempre che sia vero che tutto va nel migliore dei modi, Le confesso che un po' di orticaria mi viene, in quanto la scuola dovrebbe fare il suo mestiere invece che trasmettere modelli culturali spesso indesiderati, e semmai dovrebbe presentare poche e basilari norme del vivere civile, che vanno, se necessario, imposte a tutti; per il resto, ciascuno di noi ha la propria visione del mondo e deve rispettare le altrui, comprese quelle che ci stanno antipatiche. Ma sto divagando. Lei ritiene, se ho ben compreso, che fare homeschooling non possa apportare proposte, miglioramenti, né contributi significativi alla pratica scolastica mainstream. Ne è del tutto sicuro? Non riesce a immaginare neanche un singolo controesempio che Le farebbe cambiare idea? Immagino abbia avuto occasione di confrontarsi con un ampio campione di homeschoolers; è certo che tale campione fosse statisticamente significativo, e che rappresentasse tutte le modalità di scuola familiare che avvengono nella nostra penisola e non solo? Prendo comunque atto della Sua posizione e Le rilancio la domanda: per il momento, e visto che a tutt'oggi l'opzione rimane legale, quali suggerimenti concreti si sente di indicare a noi homeschoolers, con l'obiettivo di migliorare la preparazione dei nostri ragazzi?
Grazie del Suo intervento.

d. ha detto...

Mi permetto di intervenire in questo dibattito, perché l’argomento mi sta particolarmente a cuore.
Per formazione personale, ritengo che sia particolarmente importante comprendere chi, nell’ambito della formazione, fornisca un servizio fondamentale e chi uno sussidiario.
Capisco che non c’è consenso unanime sul tema, ma è mia convinzione che il ruolo fondamentale venga giocato dalla famiglia e che lo Stato debba, in questo come in molti altri ambiti, offrire un sostegno solo nel senso di fornire servizi laddove le famiglie non arrivino con le proprie forze e i propri mezzi. Certamente non auspico una formazione di Stato, o una palestra di laicità (dove di fatto laicità, in Italia, si può leggere come ostilità ad alcuni valori). Anzi, ritengo che la scuola italiana sia tanto fragile, proprio perché lo è anche la famiglia italiana: una famiglia più forte, messa in grado di fare delle scelte sostanziali (penso a buoni scuola, da spendersi a piacimento nel pubblico o nel privato, per esempio, oppure alla facoltà concreta e non solo teorica di provvedere, almeno parzialmente, da sé), pretenderebbe una scuola migliore e, indirettamente, contribuirebbe a farla sviluppare. La scuola sembra ormai un sistema autoreferenziale, che ha come obiettivo primo autoalimentarsi e, se possibile, espandersi: con i risultati sotto gli occhi di tutti. Forse la prima riforma sarebbe richiedere meno scuola e più famiglia, cioè liberare la scuola di tutti quei compiti accessori che si è data arbitrariamente (educazione all’affettività -?-, ecologica, stradale…).
Ci sono purtroppo numerosi luoghi comuni contro l’homeschooling, come quelli sulla socializzazione, che sono stati più volte smentiti dalla pratica (negli Usa, ad esempio, le scuole superiori e le facoltà più prestigiose ricercano e accolgono volentieri homeschoolers, in quanto mediamente più dotati in molti ambiti, comprese la abilità sociali). Capisco le critiche da insider della signora Daniela, che parla anche delle ombre di una pratica che permette ampi margini di personalizzazione, ma ritengo che non si possa andare per il sottile: se voglio che i miei figli abbiano la capacità di comprendere la Summa Theologiae, o Dante, o un trattato matematico, se voglio che abbiano accesso a un patrimonio culturale che sta ormai diventando inintelligibile ai più, ritengo di dovermi attivare in prima persona e con tutti i mezzi possibili.

Vincenzo Manganaro ha detto...

Mi duole profittare ancora di questo spazio, spero che il professore sarà comprensivo. La signora Daniela mi fa dire alcune cose che mi inducono a supporre di essermi spiegato male; cercherò di sintetizzare per punti.
1, non ho mai detto che a scuola esista un filtro: si insegna senza che sia prefissato alcuno standard di qualità nemmeno a livello nazionale e l'unico filtro sono gli insegnanti; ovviamente non è sufficiente;
2, mai pensato che l'homeschooling sia il far west; sono certo che vi siano situazioni ottime per i bambini. Ritengo tuttavia che, allo stesso modo della scuola, non tutte le famiglie siano in grado di far fronte alle esigenze educative e di istruzione; continuo a ritenere che il luogo migliore per sviluppare istruzione e socialità sia la scuola, ma si tratta di una mia opinione che non voglio imporre a nessuno;
3, sono consapevole che certi POF siano orribili e certi docenti incompetenti e non sono un sostenitore della scuola delle competenze; ma non generalizzo mai, non sono più così giovane da potermelo permettere e spero sempre sia possibile promuovere il cambiamento;
4, la multiculturalità è una questione complessa e ci porterebbe molto lontano parlarne qui; sottolineo che è un problema con il quale è necessario fare i conti nella scuola statale e che non si tratta di un "modello" ma di una necessità: se mi affidano una classe multietnica qualcosa dovrò pur fare per creare un gruppo che lavori con profitto per cinque anni;
5, non sono così chiuso ad altre istanze, penso che la scuola pubblica sia un buon modello educativo in linea generale ma non propongo l'abolizione dell'educazione familiare (del resto, molte famiglie fanno già supplenza ai docenti in maggiore difficoltà). Credo che la libertà vada garantita anche in questo settore;
6, non sono in grado di dare consigli alla signora Daniela, senz'altro ne sa più di me che mi sono limitato a leggere i materiali del blog della signora d.; mi piacerebbe scambiare opinioni e anche materiali perché il confronto di idee lo trovo comunque stimolante anche nella diversità ma non è questo il luogo, anche se mi piacerebbe capire quanto e in cosa l'homeschooling potrebbe contribuire al miglioramento della scuola pubblica.
Grazie, cordialità, Vincenzo Manganaro

alfio ha detto...

E quando finisce l'homeschooling? Perché le elementari sì e le medie no? E liceo e università?
la mia idea è che meno i piccini stanno in famiglia meglio è, a prescindere.

d. ha detto...

"la mia idea è che meno i piccini stanno in famiglia meglio è, a prescindere": gentile signor Alfio, talora vedendo alcune famiglie mi viene da fare lo stesso pensiero, poi ricordo che ogni forma di assolutismo ha come primo punto all'ordine del giorno di sottrarre i figli alle famiglie, per "rifare gli uomini"... allora mi riconcilio con le famiglie.
Lo Stato può essere visto come un insieme di corpi sociali, che vive della vita delle proprie componenti, ne accoglie valori e cultura, mediandone diritti e doveri, oppure come organismo indipendente dalla storia e dalla cultura degli uomini che lo compongono, un organismo che decide autonomamente cosa è bene e ha il compito di indicare regole e comportamenti anche "nonostante" il sentire dei propri cittadini.
Questa seconda accezione di Stato diffusasi , con sfumature paternalistiche o assolutistiche, dalla Rivoluzione francese in poi, è alle origini di molti problemi (anche educativi) dell'ora presente.

alfio ha detto...

Gentile signora d., se "talora" è d'accordo con me, come fa a decidere quando tenere i bambini a casa è giusto e quando no? e chi deve decoderlo?

d. ha detto...

"... se "talora" è d'accordo con me, come fa a decidere quando tenere i bambini a casa è giusto e quando no? e chi deve decoderlo?"
Sebbene ritenga che lei non abbia colto il punto di quanto dicevo, dò alla sua domanda due risposte, una formale e una sostanziale:
1. non lo decido io, ma la legge, che già oggi per permettere quella che chiama "istruzione paterna" prescrive che i genitori abbiano i mezzi economici e culturali per intraprenderla (ciò stabilisce anche un limite in ordine al grado di studi che si possono tutorare a casa, per alcuni saranno le elementari, per altri le medie, in rari casi le superiori);
2. la scuola paterna non costituisce ovviamente una soluzione esaustiva ai problemi della scuola, che vanno affrontati con buoni programmi e ottimi insegnanti, ma può rappresentare una soluzione di nicchia e, come tante esperienze di nicchia, essere utile come pungolo per ambienti più ampi di quelli che coinvolge direttamente.
Non ho l'ingenuità di pensare che l'homeschooling possa divenire una soluzione di massa, ho invece la convinzione che le decisioni ultime in merito all'istruzione dei figli siano sempre una responsabilità delle famiglie, non perché queste siano perfette, ma perché rimangono, ad oggi, quanto di meglio in cui si possa confidare.

alfio ha detto...

Per d. La ringrazio molto per i chiarimenti, che mi aprono un mondo di cui ero del tutto ignaro. Lei, mi par di capire, è parte in causa, mentre il mio interesse è puramente teorico, quindi mi fermo qui per timore di offenderla. Mi permetta solo una notazione: una situazione, che, di fatto -- non neghiamolo --, è tutta sulle spalle della madre è denominata dal legislatore "istruzione paterna". Il diavolo si nasconde nei particolari e in questo particolare c'è tutta l'Italia dell'ultimo secolo (e più).