martedì 17 maggio 2011

Sbornia dei test, un libro americano per far tesoro degli errori altrui


Diane Ravitch è stata una protagonista delle politiche dell’istruzione durante le presidenze Bush sr e Clinton. È in buona parte a lei che si debbono le riforme centrate sul principio dell’“accountability”, sull’uso massiccio dei test e ispirate ai principi del “total quality management”. Ora ha tracciato un bilancio delle sue esperienze in un libro che è un best-seller negli USA: “The Death and Life of the Great American School System. How Testing and Choice are Undermining Education” (Basic Books, 2010). La conclusione è drastica: il modello manageriale è fallito, il testing da strumento è diventato un fine in sé, l’accountability si è rivelata uno slogan “meccanicistico antitetico a una buona educazione” e ha fatto crollare la qualità delle scuole. Insomma, una revisione critica (e autocritica) totale. Ravitch esalta il curriculum e l’istruzione e fa affermazioni da far rabbrividire i fautori dell’autoformazione e dell’insulsa formula secondo cui la scuola deve insegnare come pensare e non a cosa pensare: “una persona bene educata ha una mente ben fornita, plasmata dalla lettura e dalla riflessione sulla storia, la scienza, la letteratura, le arti e la politica, ha appreso come spiegare le idee e come ascoltare rispettosamente quelle altrui”.
In questi giorni di roventi polemiche nostrane sui test Invalsi sarebbe bene, invece di affondare nella provinciale contrapposizione tra misoneismo e supina esaltazione di quel che viene da “fuori”, riflettere criticamente su questo libro. Sarebbe bene, invece di ripetere a pappagallo lo slogan della “misurazione oggettiva”, leggere le pagine di Ravitch in cui, dopo aver difeso l’utilità dei test per ottenere stime globali sul sistema dell’istruzione, ammonisce che è un errore credere che “i test abbiano validità scientifica, come quella di un termometro o di un barometro, e che siano oggettivi”. “I test non sono confrontabili con gli standard dei pesi e delle misure” e spesso sono intrisi di errori e fraintendimenti “umani”. Quando ci è occorso di dire che la formula della “misurazione oggettiva” è senza fondamento, siamo stati presi a male parole. Ora che queste cose le dice una protagonista del movimento dell’accountability e del testing forse ci si deciderà a ragionare e ad approfittare del vantaggio di arrivare ultimi a costruire un buon sistema di valutazione.
Il libro di Ravitch fa anche una storia delle riforme dell’istruzione negli USA. Si sofferma sul rapporto dell’era reaganiana ANAR (a Nation at Risk) che proponeva un ritorno al rigore e ai contenuti “classici” dopo l’ubriacatura sessantottina: un programma apprezzato da una “democratica conservatrice” come Ravitch, che lo definisce fondato ancor oggi come nel 1983. Ma il tentativo di definire i National Standards fu gestito dalla sinistra con i principi del politicamente corretto, mirando soprattutto a riscrivere la storia americana, e cadde sotto l’attacco dei repubblicani che però non seppero proporre una linea alternativa, abbandonando lo spirito del rapporto ANAR e scegliendo la linea manageriale. Essa fu ripresa alla grande da Clinton, sviluppata da Bush jr col programma “No Child Left Behind” e oggi da Obama. Si è creata così una continuità trasversale che ha messo la gestione dell’istruzione nelle mani di un ceto di esperti e pedagogisti. Anche Margaret Thatcher confessò di aver fallito non riuscendo a tener testa alle pressioni di quel ceto. È una situazione che, con tutte le differenze, richiama la nostra. Qui, una sinistra priva di riferimenti, dopo aver rigettato la visione gramsciana dell’istruzione e persino l’ammonimento di un pedagogista riformatore come Lucio Lombardo Radice a non perdere il senso del rigore nello studio, ha scelto come “teologia sostitutiva” la linea condannata dalla Ravitch. Per parte sua, la destra ha esibito la sua debolezza culturale non riuscendo a sostanziare l’idea di rifondare l’istruzione su valori culturali fondativi e ripiegando sulla linea tecnocratica. Si perpetua così un trasversalismo politico fondato su un mito dell’“estero” che ignora le riflessioni critiche americane, finlandesi, francesi o spagnole. La solita “modernità in ritardo” all’italiana.
(Il Foglio 12 maggio 2011)

12 commenti:

GiovaneDiLungoCorso ha detto...

Veramente interessante. Ora occorrerebbe trovare un editore/traduttore per il libro e diffonderlo in Italia.
Distinti saluti
Roberto

Gianfranco Massi ha detto...

E' veramente un vizio italiano quello di abbracciare acriticamente tutte le nuove tendenze provenienti da altri paesi solo perché sono più avanzati di noi. Trascurando lo studio e la conoscenza delle acquisizioni storiche di quegli stessi paesi, che invece sono i fondamenti della loro grandezza. Un esempio eclatante: li imitiamo gli americani nell'"accauntability" sclolastica e li consideriamo "superati" per la loro bisecolare Carta costtuzionale.

d. ha detto...

Il quadro mi sembra particolarmente cupo, professore, perché nessuna delle due grandi agenzie formative (la scuola e la famiglia) sta molto bene.
I genitori sono assenti un numero di ore sempre crescenti, tornati a casa sono stanchi/desiderosi di svagarsi/ di “realizzarsi personalmente”/ distratti da mille tv, internet, smartphone, videogiochi…
Le famiglie sono a pezzi in senso letterale e figurato, i bambini sono affidati ad estranei fin dai primissimi mesi di vita, a casa sono abbandonati a qualche schermo che li contenga, a scuola diventano dunque incontenibili (vedi psicologizzazione, diffusione di psicofarmaci…). Ovviamente dire una parola sul lavoro femminile in relazione alla cura della famiglia è come muovere critiche alla lobby pedagogica: ci si espone al massacro.
Se a una famiglia che non educa aggiungiamo una scuola che non istruisce, tagliamo completamente i ponti con il futuro.
Non mi è chiaro quale dei due poli della questione abbia ceduto per primo, ma certamente la nostra società, che si dice formalmente attenta a ogni minoranza, ogni ecologismo, ogni pacifismo, di fatto nei confronti dell’infanzia ha un atteggiamento spietato, tanto più spietato perché mentre le nega l’essenziale la ricopre di superfluo.

ilaria ha detto...

be' si può dire qualcosa anche sul lavoro maschile allora, no?

Gianfranco Massi ha detto...

Noi italiani siamo facilmente portati a farci trascinare da mode culturali che divampano in altri paesi. Abbracciamo certe novità con un entusiasmo acritico che spaventa.
A volte invece capita l’opposto, inspiegabilmente. Cosi, mentre ci buttiamo nella scia dell’accountability degli americani nella scuola, sappiamo essere severamente critici verso il loro sistema politico, fondato su una Carta costituzionale da più di due secoli.

Myosotis ha detto...

Mi domando se il monopolio culturale nel nostro paese non sia detenuto dalla sua parte più retriva e meno disposta a mettere in discussione le sue convinzioni più obsolete.

Gianfranco Massi ha detto...

Non esageriamo, Myosotis. Il monopolio di cui parli è crollato insieme al Muro. Secondo me, in Italia, scontiamo ancora i danni tragici del ventennio. Al terrore dei quali si aggrappa-strumentalmente- quella "parte più retriva e meno disposta a mettere in discussione le sue convinzioni più obsolete". Ma ormai per me è chiaro che lo fanno unicamente per vincere l'incubo di scomparire.
E questo spiega, secondo me, la smania della sinistra più estrema, di abbracciare le "novità" come salvagenti, con cinismo demagogico, a costo di "rigettare la visione gramsciana dell'istruzione e persino l'ammonimento di un pedagogista riformatore come Lucio Lombardo Radice a non perdere il senso del rigore nello studio",per rimanere nel campo che giustamente preme al professor Israel. Ma il problema dell'abbandono culturale dei valori di sapore antico (che la vecchia sinistra dei Terracini e degli Amendola non avrebbe mai approvato) è molto più vasto.

Myosotis ha detto...

Magari fosse vero che esagero e che non c'è questo monopolio. Qualche esempio. Nei vari Saloni del libro e nelle pagine dei quotidiani loro dedicate si censurano i libri sgraditi al "monopolio". Se non sei del "giro", col cavolo puoi aspirare, non dico a vincere un premio letterario, ma solo ad avere la recensione di un intellettuale che faccia audience. Qualcuno ha letto i nomi del comitato direttivo della Treccani? Sono tutti membri di un'associazione presieduta da un noto esponente politico. Chiedersi di che partito è ozioso. E si potrebbe continuare. Tutto questo mi fa pensare a qualcosa di peggio di un monopolio, ad una vera dittatura culturale, che continua quella del Ventennio - per rispondere a Gianfranco Massi - "con altri mezzi".

alfio ha detto...

È il "giro" che ha fatto chiudere la trasmissione di Sgarbi (rai 1, prima serata)? Il mercato non ha pietà, ragazzi.

vanni ha detto...

Il mercato, ragazzi. È dunque così facile?
Parlare di “dittatura” o egemonia culturale può indurre l'idea di una qualche prevalenza intellettuale, di una superiorità intrinseca annidata da qualche parte. Così non è. “La cultura è di sinistra o non è”: così si polarizza la cultura, la si vuol ridurre da libera a serva, estirpandone l'essenza. La devitalizzazione quale obbiettivo.
È mercato? Non è piuttosto un vero e proprio esercizio del potere, attuato con il controllo minuzioso delle persone giuste al posto giusto? A coloro che non sono dei nostri guerra sia. È una sorta di censura occhiuta pervasiva e multiforme, navigata e abile nel sopire quanto non approva, enfatizzando o frenando a seconda dell'organicità politica o non alla sinistra. Non un complotto, ma un modo di schierarsi secondo una ideologìa, un orientamento dell'azione accettato con convinzione. Il pensiero unico, idolo della confraternita di mutuo sostegno – un bel giro - dei sacerdoti della cultura, forse ispirati ai vasti modelli che storia e letteratura offrono. Deo gratias non siamo a quel punto e con ottimismo si possono intravedere miglioramenti.
Il mercato e la cultura... non è poi un collegamento così facile: e i termini cultura e spettacolo troppo spesso si usano oggi non tanto in accostamento bensì in confusione, in con-FUS-ione. Sono persuaso peraltro che un marketing fecondo ed equilibrato per la cultura si possa fare, attendendosi con realismo - detto senza superbia - quel successo popolare che la cultura di solito si aspetta. Chissà se sarà tradotto pubblicato e presentato in tempi ragionevoli il libro di Diane Ravitch, come auspica GiovaneDiLungoCorso.

alfio ha detto...

PEr Vanni, domanda secca: lei guarda i film di Moretti o di Squitieri? Ascolta le canzoni di Ligabue o di Amos Piazzi? In tutta franchezza e, se mi permette, amicizia, io non andrei a cercare complotti internazionali per spiegare il fatto che i film di Squitieri et similia non li guarda nessuno.

vanni ha detto...

Abbiamo un po' divagato dal punto dell'articolo. Egregio alfio 5/22/2011 06:12:00 PM, per me le sue domande e le sue risposte sono troppo secche.
E poi lei mi prende in castagna nella fattispecie, perché film di Moretti non ne ho mai visti, Ligabue so chi è ma non mi chieda di citare al volo una sua canzone, e per Amos Piazzi dovrei andare a documentarmi.
Come posso dire? Continuo a pensare che l'identificazione di spettacolo con cultura sia arbitraria; che sia quantomeno parziale non dovrebbe essere in dubbio.
Continuo a pensare che la sinistra - che in Italia esercita un grande potere di promozione o di censura - nutra della cultura una visione strumentale e filtri ideologicamente l'utile dal dannoso. La qual cosa non è detto precluda splendide realizzazioni, ma è certo che ha ricadute negative sulla vivacità culturale, e tende comunque a dare del panorama una visione mutilata.
Per rimescolare le carte, ora andrò a ruota libera con un esempio - per quanto possa far testo e significare - schizzando in un campo tutto diverso: ricordo quarant'anni e fischia fa, ai tempi dello studio, come si potesse trovare documentazione italiana con una certa disinvoltura, che so, su György Lukács, mentre era un'impresa trovare documentazione italiana, che so, su Ludwig Von Mises, Friedrich Von Hayek e anche Karl Popper, messi insieme. Faccio questo ardito accostamento di autori che non avevano interessi coincidenti, per sostenere con un esempio, il quale non abbia nulla a che fare con lo spettacolo, che chi era nel solco giusto si portava alla luce benone, chi era fuori dal solco no. Non so qui quanto pesasse il mercato, invece qualche “giro” - qualche lobby ideologica orientata alla parsimonia editoriale – doveva esserci.
Oggi va certamente meglio. Qualche premio letterario si vince, e il dispetto altrui fa parte del gioco (talvolta è invero un po' ridicolo).
Poi mi fa piacere che Ligabue in concerto faccia cinquantamila spettatori e mi dispiace che questo ottimo a me ignoto Amos Piazzi ne faccia forse meno, sarà il mercato.
Nel duro confronto con il quale, penso con pena a come se la possono sfangare certe officine di restauro di opere d'arte, certe biblioteche, certe accademie. Ma sarà poi cultura o tanfo di polvere e di vecchiume?
Mi conservi franchezza e amicizia - che ricambio - anche se, come vede di nuovo, altro che secchezza: da me, sempre pletora.