sabato 26 luglio 2014

La vana demagogia dei corsi "globish"

Lungi da noi avercela con Gianna Fregonara ma l’impressione che si lanci a capofitto sulle questioni dell’istruzione con scarsa riflessione e molti pregiudizi – tutti coerenti con la linea del Corriere della Sera – è troppo forte. Fregonara si è già segnalata ripetutamente per una difesa d’ufficio dei test e dei quiz a costo di fare una brutta figura, senza argomenti e semplicemente accusando chi non vuole questa metodologia di selezione di essere “contro il merito e la valutazione”.
La vicenda dei test di selezione per la facoltà di medicina è finita in modo talmente squallido che ci sarebbe da nascondersi per aver difeso questo sistema indecente. Il che non significa che non si possa, e anzi non si debba, selezionare: ma esistono altri sistemi, come quello francese, del tutto rispettabili, che producono una selezione fino all’80% degli iscritti a medicina, che possono essere studiati e imitati.
Niente da fare: o si quizza o si è nemici della valutazione. Un monumento alla discussione razionale.
Oggi, sul Corriere della Sera, Fregonara ci riprova con la faccenda dell’insegnamento in lingua inglese. La vicenda è nota. Alcune istituzioni, come il Politecnico di Milano, non hanno trovato di meglio che cercare una via d’uscita alla marginalità internazionale crescente delle università italiane rendendosi accattivanti con la proposta di insegnare i corsi in inglese.
È il solito corto circuito demagogico per venir fuori da una crisi che ha cause molto gravi e profonde. Tanto per dirne una, il sistema universitario italiano non offre infrastrutture di alloggio agli studenti stranieri, non ha praticamente campus, è carente persino sul piano delle mense e delle aule. Altro che inglese… Basterebbe un minimo di analisi per rendersi conto che la maggioranza degli studenti stranieri che viene in Italia non lo fa di certo per sentirsi parlare in inglese ma, al contrario, per apprendere l’italiano. Non sarebbe il caso di raccogliere le penose-comiche testimonianze di molti docenti costretti a fare lezioni in inglese mentre la stragrande maggioranza del pubblico è costituito da studenti di aree non anglofone, per cui tutto si risolve in una sceneggiata degno di una gag Totò-Peppino?
E poi la stessa Fregonara ammette che l’inglese in gioco è il solito globish, un inglesaccio di terza categoria, spesso pronunciato in modo penoso, consistente di qualche centinaio di parole e intessuto di strutture verbali primitive? Bisognerebbe assistere al patetico sforzo di docenti, costretti dall’istituzione a fare i corsi in globish, che si affannano a tirar via i 45 minuti di una lezione impoverita per rendersi conto di quanto questa trovata dei corsi in inglese sia senza capo né coda.

L’Europa è il continente di lingue strutturate da secoli e che hanno dietro letterature imponenti e di enorme ricchezza linguistica. Che senso ha voler appiattire tutto questo dentro qualche centinaio di parole striminzite? Lo sappiamo, è un problema, è una difficoltà. Ma l’unica via sensata che non si riduca al corto circuito di un impoverimento culturale pezzente, sta nell’accettare l’idea che il giovane studente europeo deve avere una buona conoscenza di due lingue base fondamentali, oltre la propria, il che costituirebbe una base sufficiente per stabilire una possibilità di scambio culturale e scientifico autentico. E quanto agli studenti extra-europei, l’interesse primario per venire a frequentare un’università del continente non può che essere di approfittare dell’immenso deposito culturale accumulato nei secoli. Altrimenti, tanto vale che si rechi direttamente dove l’inglese è lingua madre.

15 commenti:

marcella52 ha detto...

condivido in pieno.
per non parlare del fatto che gli studenti all'università acquisiscono anche il linguaggio specifico del settore. Cosa succede se questo linguaggio è in inglese? Quando l'ingegnere neo laureato entrerà per la prima volta in un cantiere con quale linguaggio tecnico potrà mai colloquiare con i colleghi. O il medico con gli infermieri e con i pazienti?
Un'altra cosa divertente (ma in verità preoccupante) è che molti colleghi che hanno trascorso un periodo all'estero sono convinti di sapere parlare bene in inglese. Non hanno il minimo dubbio su questo. In verità (ed è stato verificato da linguisti che studiano il problema) non lo parlano affatto bene. il povero studente straniero, che magari l'inglese lo sa davvero, trova così enormi difficoltà a comprendere il docente che parla inglese/napoletano o inglese/veneziano o ancora inglese/milanese per di più sgrammaticato.

Pat Z ha detto...

E io che m'illudevo che questi corsi di laurea in lingua inglese fossero tenuti da espertissimi docenti poliglotti che padroneggiassero alla perfezione la loro disciplina anche in inglese, e che preparassero così i giovani a confrontarsi con un ambiente internazionale pur non sacrificando in nulla la loro preparazione disciplinare specifica... Mi vuol dire che, magari con qualche lodevole eccezione, siamo a livello del "noio vulevam savuar" di Totò e Peppino?

Giovanni Tonzig ha detto...

Grazie ancora una volta, Giorgio, per la tua opera di denuncia e smascheramento. E' incredibile come idee tanto fasulle riescano a far presa. Del resto, è ormai da decenni che la scuola va avanti a demagogici colpi di teatrino.

pupipupi ha detto...

Potrebbe iniziare la Fregonara a scrivere i suoi pezzi in inglese (non vale farsi aiutare), così toglie ai lettori del Corsera quella pessima e provinciale abitudine di leggere nella loro lingua madre. Di certo farà salire il rating del loro ranking e potranno competere con Pechino nel mondo global.

pupipupi ha detto...

Dimenticavo: studenti anglosassoni se ne vedon pochi; ci inondano invece di cinesi chall'università e parlano a malapena l'italiano e siamo invitati a promuoverli nonostante abbiano una preparazione indecente.

Roberto Buffagni ha detto...

Grazie al professor Israel, che sollievo sentir dire parole di verità e di buonsenso!
Aggiungo un dato elementare: che nessuno, neanche Conrad e Nabokov, ha mai saputo padroneggiare una lingua straniera meglio della propria lingua madre, la quale costituisce il limite superiore di eccellenza linguistica per ciascuno. Dunque, per apprendere bene le lingue straniere, il prerequisito è sapere bene la propria (risultato tutt'altro che universalmente raggiunto, in Italia). Inoltre, il progetto di insegnare le materie scientifiche in lingua diversa dall'italiano configura un tentato assassinio dell'italiano, e dunque della coesione e della coscienza nazionale, perchè tende a confinare la lingua italiana alla comunicazione quotidiana e degli affetti, e a ridurla al rango di dialetto: in breve, a farla uscire dalla storia. Oltre alla fregola di servilismo, in questi progetti pare esserci un vero e proprio odio da colonizzati per la propria identità e cultura nazionale...

GiovaneDiLungoCorso ha detto...

Considerazioni assulutamente corrette.
Aneddoto. Per mantenere e migliorare il mio inglese mi rivolgo ad un signore irlandese che vive nella mia città e tiene corsi di inglese per varie scuole. Tiene corsi anche alle elementari, in cui parla solo inglese, ma in modo semplice e fa fare giochi, indovinelli e testi molto "elementare" Mi ha raccontato che una scuola paritaria gli ha proposto di insegnare nelle terze elementari (a ragazzini italiani) storia e geografia direttamente in inglese. Il suo dubbio è stato "temo che però in questo modo i ragazzi non imparino nè l'inglese nè la storia e geografia".
Per gli universitari non potrebbe essere la stessa cosa?

Roberto Buffagni ha detto...

Segnalo che volendo diffondere sul serio la conoscenza delle lingue straniere, un metodo semplice, relativamente poco costoso e di sicuro effetto sarebbe l'istituzione di canali televisivi dedicati, con la collaborazione delle istituzioni preposte dei paesi interessati.

bhrihskwobhloukstroy ha detto...

Circa trent'anni fa furono trasmessi da RAI 3 corsi pomeridiani di russo e tedesco, molto ben fatti.
Da ginnasiale, ne usufruii con profitto e piacere. Non capisco perché il pluralismo di lingue e culture, antiche e moderne, che costituisce uno dei principali fattori di arricchimento dell'essere umano e del dialogo fra i popoli, debba essere ridotto al dualismo lingua nazionale - inglese.

santino ha detto...

Questo delirio è arrivato anche nella scuola superiore e prende nome di "insegnamento in lingua straniera di una disciplina non linguistica con la metodologia CLIL".
Cosa significa? Semplicemente che nel triennio dei licei linguistici e nel quinto anno degli altri istituti superiori una disciplina non linguistica dovrà essere insegnata in lingua straniera (solitamente in inglese).
Tralascio di trattare dell'inopportunità di tale approccio e passo subito a discutere della formazione dei docenti interessati: teoricamente dovrebbero seguire dei corsi che li porteranno ad una competenza linguistica di livello C1. Di fatto ci si accontenterà di molto ma molto meno perché il MIUR non ha certo le risorse finanziarie (e la volontà politica non è certo quella di trovarle) per finanziare una formazione linguistica di tale portata, che per essere fatta in maniera seria necessiterebbe dell'esonero dall'insegnamento e di periodi da trascorrere all'estero.
La soluzione sarà come al solito quella tipicamente italiana e ricalcherà quella a suo tempo adottata per formare gli "specialisti" di lingua straniera nella scuola primaria: corsi accelerati, spesso fatti male, le cui conseguenze si ripercuotono negativamente sulla didattica.
In collegio docenti, di fronte ai miei colleghi a al mio Dirigente Scolastico, ho fatto appello a un sussulto di dignità della categoria, visto che gli insegnanti non possono ridursi ad essere meri esecutori di ordinanze folli. Ho auspicato pertanto che si abbia il coraggio di dire a chiare lettere che il CLIL, oltre che essere didatticamente inopportuno nella scuola secondaria(ma su questo purtroppo non tutti i docenti concordano), è anche inattuabile perché manca l'intenzione da parte del MIUR di procedere a una formazione seria ed efficace.
Sono riuscito a ottenere che nella mia scuola fosse sospesa l'individuazione delle discipline oggetto di CLIL in attesa dei dovuti chiarimenti ministeriali. Ho fatto mettere a verbale anche un intervento in cui stigmatizzavo le modalità assurde attraverso cui il MIUR sta procedendo alla formazione dei docenti che dovranno insegnare con la metodologica CLIL, affinché in futuro si sappia che a suo tempo c'è stato chi si è opposto a questa follia. Rimango però impotente dinnanzi a tale delirio e sono consapevole che comunque per il 2014/2015 dovremo procedere alla scelta delle discipline da insegnare in lingua straniera. A difesa della dignità del mio ruolo voterò contro qualsiasi proposta, ma mi rendo conto che il problema andrebbe comunque risolto in ben altra sede e in piani ben più alti.

Nautilus ha detto...

Ho sempre pensato (e riscontrato sul campo) che per tenere una lezione efficace dalla cattedra occorrono due requisiti: chiarezza nell'esposizione e capacità di interessare i ragazzi.
Queste cose non vengono da sé, occorre uno studio di come affrontare ogni argomento, lo studio delle frasi e dei vocaboli migliori per ottenere il risultato voluto: tutti sappiamo che si può mantenere l'attenzione dei ragazzi o perderla in pochi minuti..e quasi tutto dipende dalla scelta della parole.
Immagino cosa mai concluderei se invece dell'italiano avessi ha disposizione solo il mio modesto inglese.
Come dicono Buffagni e giovanedilungocorso qui si rischia non solo l'assassinio dell'italiano ma ben peggio, quello della materia insegnata.
Il delitto perfetto.
In conclusione: sono esterrefatto! Quando ho letto la notizia non credevo ai miei occhi: come si può distruggere le basi dell'insegnamento (l'uso migliore della nostra lingua) ed essere anche convinti che sia un progresso!
Questi non sono normali..ma cosa hanno nella testa?
Già è difficile far risolvere un problema di fisica perché molti non sanno capirne il testo in italiano ...figurarsi in inglese.
Ma sì, vada tutto al diavolo.

pupipupi ha detto...

Bisogna sempre dire no, non collaborare e lasciare che siano i promotori di queste iniziative a sbrigarsela da soli. A piegare troppo la schiena si rimane curvi ...

mac67 ha detto...

Insegnare qualche (qualche) corso in inglese potrebbe essere anche una buona idea, se non fosse che lo studente volenteroso ne trova già a iosa (e di qualità) su Youtube.

Andrea Viceré ha detto...

Caro Professore,

la mia esperienza personale con il tentativo di "internazionalizzare" l'università introducendo dei corsi in inglese presenta degli aspetti kafkiani e un bravo scrittore ne ricaverebbe un romanzo esilarante.

Ricordo ancora il primo consiglio di facoltà (non c'erano ancora i dipartimenti) nel quale il Preside ci invitò a "internazionalizzarci".

Sguardi smarriti dei docenti! Io, che ho lavorato negli Stati Uniti e quindi con l'inglese me la cavo benino, azzardai la timida domanda "ma c'è richiesta? I nostri studenti sono praticamente tutti italiani!". Risposta "è il ministero che ce lo chiede".
Un collega: "ma molti non sanno leggere un testo in italiano, come facciamo a far lezione in inglese?". Risposta: "bisogna trovare modalità creative".
Altra mia domanda: "ma qual è il livello di conoscenza dell'inglese nei nostri studenti? Possiamo fare un test di ingresso per valutare la fattibilità del progetto?". Risposta: "Buona idea! Magari l'anno prossimo..." (mai più fatto).

Non mi dilungo oltre, alla fine ci fu chiesto su base "volontaria" di tenere almeno un modulo di insegnamento in inglese. Per quieto vivere (me ne vergogno ancora) accettai di farlo per alcune lezioni del mio corso di Fisica.
Ma subito mi resi conto che nessuno riusciva a seguire: per quanto andassi piano, per quanto spiegassi più volte, l'inglese si aggiungeva come scoglio insormontabile alla già notevole difficoltà della materia.

Morale, ci rinunciai: quel modulo lo tenni sia in inglese che in italiano, in pratica spiegai ogni concetto in inglese, e subito dopo anche in italiano. Praticamente nessuno capì alla prima, l'unico risultato fu di perdere la metà del tempo della lezione.

Questa vicenda dimostra come in Italia abbiamo il vizio di perdere di vista i problemi veri e lasciarci confondere dai dettagli. Cosa manca nella mia università? Mancano le aule, le palestre, i laboratori, i docenti. A nessuna di queste mancanze si riesce a porre mano. Ma si perde tempo a tentare di "internazionalizzarsi".

Quale azienda sarebbe così idiota da tentare di vendere un prodotto per il quale non c'è richiesta, e ritirare dal commercio quello richiesto? Eppure la domanda "ma gli studenti, vogliono la lezione in inglese?" non viene neppure presa in considerazione. Oppure si riceve la risposta "ma l'hanno studiato alle superiori!". Con quali risultati? Che dice l'INVALSI?

Sì ha ragione Nautilus, c'è poco da fare. Questa generazione non entrerà nella terra promessa, continuerà a vagare per quarant'anni nel deserto finché non sarà estinta.

Cordialmente

Andrea Viceré

Andrea Viceré ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.