mercoledì 16 luglio 2014

Quel “finto tonto” che si nascondeva nei Salmi

Non si potrebbe elogiare abbastanza il contributo che ha dato la casa editrice Adelphi (con il ruolo fondamentale di Elisabetta Zevi) alla diffusione in Italia della cultura ebraica. Ciò è avvenuto e avviene sia sul terreno della saggistica (basti ricordare i tanti testi kabbalistici e sulla Kabbalah, tra cui saggi fondamentali di Moshe Idel e Gershom Sholem) che sul terreno della narrativa, circa la quale sarebbe troppo lungo fare un elenco di nomi. L’ultima preziosa riscoperta è quella delle opere di Israel Joshua Singer, fratello maggiore di Isaac Bashevis Singer, di questi meno noto ma di qualità narrative per nulla inferiori: casomai è vero il contrario. Di I. J. Singer la Adelphi ha pubblicato La famiglia Karnowski, di cui abbiamo parlato su queste pagine circa un anno fa, e ora un romanzo straordinario, Yoshe Kalb, che fornisce la conferma che il tema che era al centro dei pensieri di I. J. Singer, in modo quasi ossessivo, era quello dell’identità ebraica e dei suoi molteplici volti. Ne La famiglia Karnowski egli aveva esplorato i diversi strati possibili di questa identità quando essa veniva a trovarsi a confronto con il mondo “esterno”: dalla chiusura in sé stessa, ignorando gli eventi esterni in una sorta di arresto del tempo reale; alla soluzione “mista”, e cioè conservare le tradizioni in casa e, all’esterno, comportarsi come un qualsiasi cittadino della nazione di appartenenza; fino a tutte le gradazioni dell’assimilazione che culminano nel rigetto totale dell’ebraicità, nell’“odio di sé”.

Ispirandosi a una storia vera, in Yoshe Kalb (Yoshe il tonto), egli esplora il tema dell’identità ponendosi del tutto all’interno della dimensione di una comunità ebraica che praticamente non ha contatti con l’esterno, o comunque ininfluenti sul corso della sua esistenza: una comunità galiziana austriaca centrata attorno ad alcune grandi “corti” hassidiche, in particolare attorno a quella di uno dei protagonisti del romanzo, Rabbi Melech di Nyesheve. Nella prefazione al romanzo il fratello Isaac ricorda come Israel avesse dichiarato pubblicamente, verso la fine degli anni venti, di non voler scrivere più in yiddish, che considerava “umiliante”, e di aver tentato molte altre lingue, come l’ebraico, il tedesco, il francese, per poi rinunciare non conoscendole abbastanza. Isaac ricorda che il rigetto dello yiddish fu anche motivato dal fanatismo comunista che allora pervadeva gli ambienti yiddish e che era costato a Israel violenti attacchi per essersi permesso di criticare il regime sovietico. Sta di fatto che Israel Singer alla fine decise di tornare allo yiddish e di scrivere questo romanzo che suscitò un grande entusiasmo quando fu pubblicato a puntate sul newyorkese “Jewish Daily Forward” diretto da Abraham Cahan. E sta di fatto che, se lo scrittore aveva ritrovato con gioia la lingua madre come strumento espressivo privilegiato, l’immagine che egli offriva del mondo yiddish nel romanzo era – è – desolante. Se è concessa una battuta un po’ triviale, secondo i criteri del recente discusso libro di Giulio Meotti, Israel Singer meriterebbe un posto d’onore nella rassegna di ebrei odiatori di sé… Battute a parte, non c’è nulla nel mondo della Galizia austriaca descritto da Singer che possa essere inventariato come positivo: un rabbino Melech sovrano prepotente e intollerabilmente volgare di una “corte” popolata di imbroglioni, approfittatori, straccioni e ladri, che nulla caratterizza meglio dei rifiuti e della puzza che la pervadono in ogni angolo; non un rito che non sia contrassegnato da grettezza e volgarità, non un grammo di spiritualità. Né va meglio negli altri villaggi in cui il protagonista si troverà ad errare, fino alla sua sparizione definitiva verso una meta indefinita. È importante rilevare questo aspetto perché è una chiave centrale del romanzo: per il protagonista, a fronte di un mondo bruto e violento, l’unica identità ebraica possibile, e cioè autenticamente dotata di spiritualità, è perdere l’identità personale, o accettare tutte quelle che gli vengono attribuite, e avere come unico fine il rifugiarsi in ogni angolo possibile per recitare i Salmi. Il dramma nasce quando il giovane Nahum viene estirpato dalla sua elegante famiglia che vive al di là della frontiera in Russia, da un padre rabbino intellettuale e da una madre sensibile e raffinata, per piombare in un matrimonio combinato nell’ambiente della “corte” di Nyeveve. Qui inizia l’estraniazione di Nahum fino a che avviene l’incontro magico con la ennesima giovanissima moglie del rabbino Melech che, disgustata del suo vecchio e insopportabile marito, provoca Nahum fino a far scoppiare una scintilla di autentico amore. Ma la storia naufraga subito nella tragica morte di Malka. Inizia così la fuga di Nahum che in un altro villaggio diviene Yoshe il tonto, sposato a forza a Zivyah la figlia idiota dello scaccino, per un assurdo tentativo superstizioso con cui la comunità tenta di placare un’epidemia. Ma Yoshe non ha altra cura che leggere i Salmi ed è estraneo a qualsiasi evento, come un’ebete. Così, a un certo punto fugge di nuovo e torna a Nyeveve dove viene riconosciuto come Nahum ma presto scoperto come Yoshe il tonto. Di fronte allo scandalo della bigamia, ammette di avere tutte e due le identità, o semplicemente di non sapere chi sia, salvo rifugiarsi appena possibile nella lettura dei Salmi. Viene sottoposto a violenze verbali e fisiche di ogni sorta, persino a un tentativo di linciaggio e, alla fine, a un processo condotto da settanta rabbini che non approda a nulla. Tutto è contrassegnato dall’incapacità assoluta di tentare di capirlo come persona. Al “tonto” non resta che riprendere le sue peregrinazioni vestito di cenci, mentre nei villaggi gli vengono chiuse le porte delle sinagoghe al grido di «Demone! Anima morta!». Ma l’unica anima viva, l’unico che ha ricostruito in sé l’identità ebraica nella lettura dei Salmi, è lui, il mendicante sofferente e senza nome.
(Shalom, luglio-agosto 2014)

1 commento:

nonhotempo ha detto...

Lo leggerò come ho letto, amandolo, La famiglia Karnowski.
Grazie per i suggerimenti, sono preziosi.
Floriana