mercoledì 11 giugno 2008

Test gradimento? La scuola non è un discount

Nulla da eccepire contro una gestione efficiente e “manageriale” delle scuole pur di aver chiari i limiti entro cui ciò ha senso. Entro tali limiti si possono anche accettare i test di “customer satisfaction” vantati su Libero dallo stimatissimo preside Mario Rusconi. Possono esser utili se si tratta di sondare i pareri di studenti e famiglie circa le strutture scolastiche (aule, gabinetti), l’efficienza dell’amministrazione e l’organizzazione delle gite scolastiche o delle altre (sempre troppe) iniziative “culturali” annesse ai POF (piani di offerta formativa). Ma sul resto – che poi rappresenta la vera sostanza della funzione della scuola – la “customer satisfaction” non dovrebbe neppure mettere il naso.
La “customer satisfaction” in un supermercato è definita abbastanza bene da quella nozione che gli economisti chiamano “massimizzazione dell’utilità”: è ottenere il prodotto migliore e più desiderato al minimo costo. A scuola ciò si traduce nell’ottenere il massimo voto e la promozione con il minimo sforzo. Anche uno sprovveduto dovrebbe capire che la cosa non funziona affatto, per il semplice motivo che la cultura e la conoscenza non sono prodotti e servizi e nell’istruzione l’interesse sociale e nazionale deve imporsi sugli interessi specifici. Chiunque – singoli o gruppi – si limiti a difendere il proprio particolare non ha alcun vantaggio ad accettare questo fatto, al contrario; e la debolezza di chi governa (a tutti i livelli) ha come effetto il cedimento alla pressione degli interessi particolari. Pertanto, la “customer satisfaction” applicata non ai gabinetti ma alla conoscenza è fonte di colossale inefficienza e di degrado.
Gli esempi sono innumerevoli. Laurearsi in tempo è qualcosa che soddisfa tutti: governanti e “utenti” – termine che occorrerebbe proscrivere quando si parla di educazione. Ma per ottenere questo risultato basta abbassare il livello dell’istruzione. Come ha osservato Angelo Panebianco, coloro che si ostinano a lodare la riforma universitaria del “3+2” (laurea triennale e specialistica) ripetono che ora ci si laurea in minor tempo rispetto a prima: ma ciò accade al costo di «un drammatico abbassamento della qualità” di «una corsa a distribuire lauree triennali anche a gente impreparata». Quando poi questo sfacelo viene testimoniato da sondaggi e statistiche, invece di porsi il problema di “cosa” s’insegna tutti si affannano ad architettare nuove riorganizzazioni dell’apparato ostinandosi sulla linea della soddisfazione dell’utente e del rispetto di parametri quantitativi. C’è chi se la prende con la pedagogia “tradizionale” che ammaestra i ragazzi a presentarsi come “persone a modo”; come se fosse un male e come se questa pedagogia esistesse ancora, visto che da un trentennio vige il pensiero unico della pedagogia progressista di stato. C’è chi propone di abolire l’ora di lezione e di trasformare ogni scuola in una “comunità educante”, in cui un gruppo si raccoglie a parlare di storia, un altro discute dell’impatto antropico sulla biosfera e un altro fa matematica creativa; sul modello del paese dei balocchi di Collodi, in cui «chi passeggiava vestito da generale coll’elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta, chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo». Questi sono i rimedi che ci vengono proposti, ma di contenuti non parla mai nessuno, per il semplice motivo che ciò condurrebbe a individuare obbiettivi imprescindibili indipendenti dalla “customer satisfaction” e ciò urterebbe assai i gruppi d’interesse.
In un recente intervento a favore della “bocciatura” del latino, il presidente di TreElle Attilio Oliva ha osservato che l’obbligatorietà del latino ne fa una delle materie meno amate («snobbata e rifiutata») e che presenta un primato nei debiti formativi. Meglio quindi renderla facoltativa. Con questo ragionamento occorrerebbe rendere facoltativa anche la matematica, essendo di certo una delle materie meno amate, snobbata, rifiutata, anzi detestata… Si dirà che ciò è impensabile in una società moderna. Appunto. Discutiamo allora di cosa sia essenziale per una formazione seria lasciando da parte la “customer satisfaction” e i gusti dell’“utenza”.
Un’altra questione delicatissima è quella dell’autonomia, che è in linea di principio un’esigenza sacrosanta, a patto di pensarla in modo razionale e responsabile, tale da non produrre risultati come l’attuale libanizzazione dell’università in 5434 corsi di laurea. A me pare che l’assunzione diretta dei docenti da parte di università e istituti scolastici sia una prospettiva ragionevole a condizione che questa venga fatta all’interno di liste nazionali di idonei risultanti da seri e rigorosi processi di selezione. Si resta invece sconcertati di fronte a proposte che prevedono una carriera dei docenti tutta interna all’istituto. Chiunque capisce che un istituto gestito seriamente potrà anche conseguire livelli di eccellenza, mentre un istituto gestito con criteri poco trasparenti potrà diventare luogo di assunzioni clientelari o familiari. E non si venga a dire che la concorrenza renderà giustizia ai migliori, perché l’istituto peggiore sarà anche quello che regala voti e promozioni e, offrendo il massimo di soddisfazione all’utente, vedrà le folle assiepate alle sue porte. Né basta dire che a ciò si porrà rimedio con un processo di valutazione. La valutazione ci vuole, a condizione che sia seria e condotta con criteri qualitativi, ovvero di sostanza. Se invece si tratta dei processi di valutazione proposti dai “docimologi”, allora è da attendersi il disastro finale: ci si prospettano baracconi di centinaia di specialisti che valutano lo stato dell’istruzione dai loro terminali sulla base della “somministrazione” di test improbabili, dalle risposte improbabili e stimati in base a teorie improbabili (se non talora francamente improponibili), le quali sono al disopra di ogni valutazione.
Queste tendenze hanno al centro lo svilimento del ruolo del docente e il disinteresse totale per i contenuti dell’insegnamento a favore dell’ossessione per le procedure. Esse emergono anche nelle proposte di sostituire i consigli d’istituto con consigli di amministrazione composti da docenti, amministrativi, ausiliari, famiglie e, al solito, “esperti” esterni. Insomma, una maggioranza di incompetenti con l’aggiunta dei soliti “esperti scolastici”, ovvero di quei personaggi che non sanno cosa sia il teorema di Pitagora ma hanno la pretesa di dettar legge su come si deve insegnare.
È il momento di lasciar da parte gli interventi di ingegneria istituzionale su una struttura esausta, e di parlare seriamente di contenuti. E occorre che lo faccia chi ha i titoli per farlo, in primo luogo gli insegnanti, che dovrebbero riassumere fino in fondo – con gli onori ed oneri relativi – il ruolo di maestri e di educatori, piuttosto che quello di pedine del gioco del piccolo manager.
(Libero, 10 giugno 2008)

11 commenti:

agapetos ha detto...

Con questo ragionamento occorrerebbe rendere facoltativa anche la matematica, essendo di certo una delle materie meno amate, snobbata, rifiutata, anzi detestata…
Matematica è già una materia facoltativa, e anche se sono stati aboliti i “debiti”, continuerà a rimanere tale finché rimarrà in vigore il voto di soviet, pardon, di consiglio.

Giovanni Corbelli

Giorgio Israel ha detto...

D'accordo, sono sempre troppo ottimista...

francini ha detto...

Il male non è tanto l'autonomia come idea, intesa come margine di manovra e di organizzazione che l'istituto si dà nell'organizzare la propria attività didattica. Il problema è ciò che l'autonomia è divenuta nella percezione: una sorta di "liberi tutti" dove ciascuno fa un po' quello che vuole e non è chiamato né a rispettare rpogrammi nazionali, né a conseguire risultati di un certo livello, né é viene valutato o deve rispondere in base al servizio offerto. E' un'autonomia amorfa insomma, dove l'unico committente diventa lo studente stesso o la sua famiglia, il che dà luogo a una scuola troppo servile e schiacciata sui desiderata spiccioli per essere funzionale nel suo insieme.

Con una impostazione simile, punte di valore potranno pur esserci, ma il sistema nel suo complesso è votato a risultare deludente e converge verso livelli sempre più bassi invece di migliorare.

Va spezzato questo cattivo circolo, e mi pare incoraggiante che ormai il problema sia avvertito.

Fioroni ha iniziato a segnare una svolta, un'invesrione di tendenza e bisogna dire che l'avvio di Gelmini è confortante: non ha seguito la via più facile (verso la quale tendevano le pressioni diffuse), vale a dire fare una bella sanatoria sui debiti. Che di certo avrebbe fatto contente un sacco di persone e aiutato il ministro ad acquisire una facile popolarità, ma a che prezzo? Avrebbe inaugurato nel peggior modo la nuova stagione. Il segnale dato dalla semplice riconferma dell'ordinanza di Fiorni (che, pure, un minimo sgangherata lo è) è un segnale molto forte che è stato rapidamente percepito nel profondo.

E' un segnale che agli studenti resta familiare: la campanella è suonata, la ricreazione è finita. Si torni in aula.

cristina ha detto...

TEMPO DI SCRUTINI = TEMPO DI REGALI

DI CHE QUALITA STIAMO PARLANDO?

ogni anno, durante gli scrutini, assistiamo alla stessa farsa: studenti incompetenti e ignoranti di tutto promossi grazie ai regali di colleghi in considerazione di problemi veri o presunti: gente con cinque materie di cui due regalate. Perchè? Ci hanno abituato e ci siamo assuefatti all'idea che "bisogna aiutare" questi poveri ragazzi.

SALVO POI A RITORNARE SEVERI QUANDO A UNO STUDENTE MERITEVOLE NON VIENE DATO OTTO PERCHE' HA LA MEDIA DEL 7,5!

Vorrei un ritorno alla serietà, ai contenuti, a quello che si fa seriamente in classe, alla valutazione corretta. E' un'utopia?

Basta con l'aggiornamento fatto sui metodi didattici, basta con la valutazione degli insegnanti fatta solo attraverso le attività opzionali (i progetti), basta con l'idea che più un professore promuove e è bravo (l'utenza chiede voti alti e promozione assicurata)!

cristina

agapetos ha detto...

Parole sante!
Ma non si potrebbe abolire il voto di consiglio? Almeno, un insegnante minimamente esigente non verrebbe prevaricato dai colleghi fautori del sei politico.
L'abolizione del voto di consiglio richiederebbe però che cadesse anche in Italia il muro di Berlino... sto chiedendo troppo, lo so. Ma il fatto che un consiglio di classe possa, senza valide motivazioni, rovesciare il voto di chi ha le competenze per giudicare nello specifico è una oscenità vera e propria!

Giovanni Corbelli

feynman ha detto...

ma quando mai un consiglio di classe sovverte la proposta di voto di un collega? a me, e sono tanti anni che insegno prima in Lombardia e da 5 anni a Modena, non è mai capitato. E non capisco cosa sia questa richiesta di "eliminare il voto di consiglio". Dato che nelle singole discipline e nei singoli rapporti coi ragazzi vediamo solo un aspetto e un punto di vista (il nostro) è bene che la decisione finale venga presa da tutti gli insegnanti della classe con voto a maggioranza. E con verbalizzazione del dissenso quando è il caso.

massi.gian ha detto...

Proviamo a immaginare un metapontino o un tarantino di 2500 anni fa che si trovasse di colpo in una scuola di Taranto o di Crotone. Cosa penserebbe sentendo discutere di ""customer satisfaction" o di "dare/avere scolastico" o di "voto di consiglio"?
Gianfranco Massi

agapetos ha detto...

Penso che un insegnante di lettere non dovrebbe avere alcun diritto di mettere becco nel giudizio di matematica e viceversa. Certo si può verbalizzare il dissenso, ma questo non ha alcun effetto. Il consiglio può portare un voto da 3 (scena muta all'orale e compiti sistematicamente consegnati in bianco) a 6 (mi è successo più volte...) senza alcuna motivazione se non la volontà di promuovere a prescindere.
In ogni caso mi pare una importante questione di principio. Il consiglio dovrebbe poter decidere del voto di una materia solo in presenza di gravi motivazioni (vessazioni, maltrattamenti, antipatie da parte dell'insegnante) e non così, per abitudine, perché così si può fare...

Giovanni Corbelli

anna ha detto...

Caro professore, la deriva del sistema scolastico era stata prevista da Lucio Russo nel suo profetico "Segmenti e bastoncini", sconosciuto, ahimè, a troppi insegnanti. Oggi, sul nuovo ministro dell'Istruzione, ricominciano le pressioni degli "esperti" di sempre. Vedi ad esempio le dichiarazioni del prof. Berlinguer, che il Corriere di ieri cita per il tentativo di introdurre "l'audace meccanismo degli aumenti di merito". Peccato non ricordare che esso era basato sul superamento di un test a crocette (...) e che il sindacato confederale aveva già in progetto un testo ad hoc per la preparazione dei docenti. Berlinguer, che evidentemente non ha rimorsi per i danni provocati dalla sua scriteriata riforma dell'università, afferma:"i tempi non erano maturi"! Sempre nello stesso articolo, si cita l'ineffabile dichiarazione di Allulli (Isfol):"servono criteri oggettivi come la frequenza ai corsi di aggiornamento". Evidentemente non ricorda le cento ore di aggiornamento necessarie, nei primi anni novanta, per scattare di classe stipendiale, che fecero la felicità di tutte le solite agenzie abilitate all'organizzazione di corsi, ma che certamente non arricchirono la qualità della scuola. Allulli aggiunge poi un ulteriore suggerimento, che ci riporta al discorso del discount : "premiare gli istituti misurando il tasso di abbandono". Nella mia città, si classificherebbe per primo un noto istituto privato, che benevolmente accoglie e diploma chi non studia, ma paga. Come impedire al ministro Gelmini di venire sopraffatta da così ispirati consigli?
Anna Lionello

Giorgio Israel ha detto...

La risposta a Berlinguer e Allulli l'ho data oggi su Libero proprio nel senso che dice lei e ora la metto sul blog. Quanto al fatto di fare in modo che le cose cambino, a me pare che, pur timidamente, qualche segnale ci sia. Dipende da tutti noi. Occorre farci sentire in tutti i modi possibili e immaginabili. Per parte mia ce la metto tutta, ma bisogna che si faccia sentire una pressione forte: lettere ai giornali, blog, ecc. ecc.

gelubra ha detto...

Sono d'accordo Professore!
Pensi che domani a scuola mia daremo battaglia in Collegio perchè, dopo che in marzo si è fissato dopo ampio dibattito e con regolare delibera la data del recupero delle carenze a settembre, i solerti ispettori del ministero, per ragioni tutte burocratiche e amministrative, stanno premendo sui Presidi (alcuni dei quali tengono botta, altri meno) affinchè le prove che dovrebbero accertare il superamento delle carenze si facciano a luglio, e cioè dopo venti giorni dalla fine dell'anno scolastico.
Insomma, un ragazzo vedrebbe sospeso il suo giudizio a metà giugno per poter essere poi eventuualmente promosso dopo venti giorni.
Bella pagliacciata no?
Veda Professore, la Signora Ministro oltre a fare quelle dichiarazioni meritorie di qualche giorno fa, dovrebbe però anche controllare l'apparato burocratico alle sue dipendenze che, come una massa inerziale, resiste a qualsiasi iniezione di serietà!
Comunque, noi non ci stiamo a veder sacrificato o nullificato sull'altare di compatibilità burocratico-amministrative la dignità del nostro lavoro, che corre il rischio di essere ridicolizzato per effetto di pressioni che con la didattica non hanno nulla a che vedere.
Pertanto, ci faremo sentire!
E io poi lo faccio anche sul mio blog (www.salveprof.splinder.com, dove riporto spesso i suoi lucidi e meritori interventi sulla deriva della scuola.