martedì 13 ottobre 2009

Progetto culturale



La sfida educativa pensata dalla Cei non è il gioco vuoto dell’apprendere ad apprendere

Problemi bioetici e problemi educativi hanno in comune la questione antropologica. In entrambi i casi tutto dipende dalla concezione dell’uomo: soggetto di libertà o uomo-macchina che agisce secondo procedure determinate? Nel primo caso l’antinomia tra la visione della salute e della malattia in termini meramente materiali e una visione umanistica è di solito evidente e chiara a chiunque. Anche nel secondo caso l’antinomia dovrebbe essere evidente: l’educazione è una mera applicazione di tecniche pedagogico-didattiche o mira alla formazione di una persona capace di porsi domande di senso? Invece, purtroppo, molti di coloro che aderiscono convintamente al secondo punto di vista, poi, quando vengono ai fatti, si adeguano ai più piatti tecnicismi pedagogici. Insomma, sulla questione educativa si manifesta un basso livello di “vigilanza epistemologica”, ovvero una scarsa capacità di tenere lontani quei cavalli di Troia che vanificano anche i propositi più convinti.
Ritengo che il volume “La sfida educativa” (Laterza, 2009) – opera importante del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana – esprima un livello sorprendentemente elevato di “vigilanza epistemologica”. Questo libro – che spazia su tutti i temi della crisi educativa, famiglia, scuola, impresa, lavoro, consumo, mass media, ecc. – pone al centro la questione antropologica, individuando come fattore primario della crisi educativa la scomposizione dell’umano: scissione tra intelligenza e affettività, riduzione della razionalità alle forme analitiche indotte da una visione positivistica della scienza, divaricazione tra educazione e formazione, rarefazione della domanda di senso. E tuttavia – si osserva – la mera invocazione di parole come “senso”, “persona” e “valori” non vale a esorcizzare una crisi tanto profonda. Bisogna «tornare alla radice umana della capacità educativa», ovvero alla consapevolezza che il punto di partenza dell’educazione è il venire-al-mondo e il suo enigma. L’educazione è la continuazione «di quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo». Di qui il rapporto indissolubile tra generazione ed educazione. L’educazione è «un esercizio di umanità» che mette in gioco molti attori – il soggetto, la famiglia, la scuola, l’insegnante – ed è quindi un’alleanza tra generazioni. L’educazione ha bisogno di “autorità” e di “tradizione” – deve essere conservatrice, diceva Hannah Arendt – perché solo così può fornire gli strumenti adeguati a rinnovare il mondo. La questione del senso si pone nel rapporto del giovane con l’autorità e la tradizione, nonché attraverso l’acquisizione delle «narrazioni delle grandi tradizioni culturali, religiose, morali e politiche, che hanno proposto sensi unitari dell’esistenza, del mondo e della storia»; e non nella metafora postmoderna del gioco, «inteso come gratuità dell’accadere sgravato da responsabilità e da scopi», da cui discende l’idea dell’autoformazione perché «non si può e non si deve insegnare dove si è diretti, ma solo a vivere nella condizione di chi non è diretto da nessuna parte».
Non stupisce che da premesse così chiare e forti derivi la netta condanna del modello che divarica educazione e formazione, «in funzione dell’acquisizione di conoscenze, abilità, competenze, coerenti con l’assetto tecnologico del mondo contemporaneo». La critica coraggiosa del modello aziendalista dominato dall’enciclopedismo, il proceduralismo e il metodologismo, riesce a gettare alle ortiche l’insulsa filastrocca delle conoscenze/abilità/competenze da troppi ripetuta a pappagallo senza capire che non esprime altro che un’ideologia tecnocratica. Né stupisce che l’approdo sia una critica della famosa formula dell’«apprendere a apprendere». Ma è inconsueta la chiarezza con cui viene formulata. Si osserva che la sostituzione di un sapere disinteressato volto al progresso della conoscenza con un apprendimento che si confronta con bisogni pratici, e l’ossessione per metodi di valutazione sempre più sofisticati che la identificano con una misurazione – il che, aggiungo, è anche una sciocchezza concettuale – conducono alla complicità tra una ragione che rinuncia alla ricerca dei fondamenti e una tecnologia antoreferenziale. Di qui l’ideologia dell’educazione come «saper fare», come istruzioni a «come fare a». La formula dell’«apprendere a apprendere» è peggio di una mutilazione: è l’idea fuorviante che educare non significa proporre «contenuti, valori, visioni del mondo», insomma cultura, ma puro e semplice addestramento operativo. Essa comporta la deleteria riduzione dell’insegnante a «facilitatore», mentre costui ha la funzione ben più importante di «presentare, attraverso le diverse discipline, riferimenti simbolici e modelli di comportamento che possano essere significativi per la vita dei giovani».
Queste coraggiose affermazioni fanno del libro uno dei documenti più incisivi e costruttivi che siano stati prodotti di recente sulla questione educativa. Non vi è qui lo spazio per diffondersi sull’analisi dei contesti specifici. Sono temi tanto vasti e complessi che sarebbe troppo pretendere che la «vigilanza epistemologica» non abbia qualche cedimento. Così, di quando in quando, riemergono le famigerate conoscenze/abilità/ competenze e si riaffaccia un gergo didattichese di stile euroburocratico. È ben nota la solerzia con cui l’ideologia di Bruxelles spazza via ogni minima concessione a visioni antropologiche del tipo di quelle sostenute nel libro. Proprio per questo sarebbe stata auspicabile una maggiore attenzione a non lasciar spazio ad approcci contraddittori. Perché prendere per buona la formula dell’“education”, che è un’esemplare applicazione della riduzione tecnicistica dell’educazione? Sarebbe stato anche bene non prendere per oro colato certe statistiche sulla condizione dell’istruzione, anch’esse ispirate a metodi assai discutibili.
Concludo con una questione di grande importanza: la scienza. Se al libro è sottesa l’idea che l’approccio tecnicistico all’educazione distrugge una visione umanistica, se con tanta chiarezza si critica la mutilazione positivistica della ragione, non si può eludere il problema di come insegnare le scienze. Né è possibile risolverlo dicendo che le scienze sono educative in quanto conducono alla questione della “verità” attraverso l’esame della «corrispondenza delle loro affermazioni con una “realtà” che non dipende da noi». È comprensibile il timore di esporsi all’accusa di una “riapertura del processo a Galileo”, ma accettare un realismo oggettivista ingenuo e non porre il problema di una tecnoscienza che esprime pura volontà di potenza e nessuna aspirazione alla verità, inficia la forza del discorso. Nessuna educazione alla verità è compatibile con l’elusione del tema del “senso” di ciò che la scienza persegue. Affrontare la questione della scienza – dai suoi aspetti concettuali alle implicazioni concrete sull’istruzione (quali relazioni occorre stabilire tra insegnamento della scienza e della filosofia?) – è un’esigenza che discende proprio dalle tesi proposte in questo libro importante.


(Il Foglio, 13 ottobre 2009)

22 commenti:

junco ha detto...

Sono gratificato da questa lettura mattutina: ora me ne vado a scuola con un po' di buonumore. E' la prima volta che condivido totalmente il senso di un “progetto” che riguarda la scuola. Darei un ministero (statale) alla CEI.

broncobilly ha detto...

Abbozzo la seguente considerazione sul tema: la visione educativa della CEI probabilmente è più vicina alle mie corde, ma poichè si è fatto della scuola un bene pubblico che solo una "burocrazia" centralizzata è in grado di produrre, la seconda visione s' impone necessariamente per evitare degenerazioni.

In altri termini, l' approccio della CEI si rafforza nella sua credibilità attuativa qualora venga abbinato a forme di liberalizzazione dell' attuale sistema (autonomia, charter school, privatizzazione...).

P.S. Attenzione a non intendere il riferimento ai "burocrati" in senso dispregiativo; in realtà ho in mente gente a cui non resta che incentivarsi mediante l' autoresponsabilizzazione. Giù il cappello quindi a chi ci riesce. Mi chiedo solo se un sistema dove l' autoresponsabilizzazione riveste un ruolo tanto centrale potrà mantenersi su alti livelli?

gelubra ha detto...

Sono d'accordo.
Io l'ho letto ieri su Il Foglio e ho avuto uno spontaneo e incontenibile moto di giubilo, soprattutto perchè è una reazione ferma, meditata e profonda all'ammorbamento culturale e valoriale che il metodologismo vacuo e supponente diffonde nelle scuole di ogni ordine e grado, degradando questo nostro meraviglioso mestiere in una tecnicalità senz'anima.

Cordiali saluti
Gennaro Lubrano Di Diego

Caroli ha detto...

Non c'è nulla da aggiungere.

Nautilus ha detto...

Il miglior “educatore” che ho mai avuto era un ingegnere che per tre anni mi ha insegnato elettronica. Nelle tantissime ore passate assieme non ricordo sfiorasse mai discorsi che non fossero inerenti alla sua materia, eppure con lui ho imparato molto di più che a progettare amplificatori o circuiti oscillanti, ho imparato alcune cose fondamentali che molti insegnanti di materie umanistiche, per quanto si siano adoperati, non erano riusciti a comunicarmi. Cose come l’amore per la precisione, il rigore del ragionamento, la soddisfazione del lavoro ben fatto con le mie sole forze, il piacere del dovere compiuto e l’avversione per la sciatteria e il pressapochismo, qualità queste ultime che avevo coltivato a scuola prima d’incontrarlo. Tutto ciò ottenuto in un solo modo: l’esempio personale e il metodo di lavoro.
Nessuna predica, nessun sermone presto dimenticato: i compiti, le interrogazioni, le semplici domande non ti lasciavano zone d’ombra in cui nasconderti, se avevi un incertezza veniva infallibilmente a galla, non c’era spazio per copiature, suggerimenti, furbizie dialettiche. Non c’erano alternative, o sapevi davvero o no, e ciò veniva fuori.
All’inizio fu odiato per questi che ci sembravano metodi inquisitori, abituati come eravamo con i nostri pur esperti insegnanti a cavarcela con i tipici sotterfugi da studenti. Alla lunga capivi che lo faceva per te, voleva che la nostra cultura fosse solida e non raccogliticcia. Voleva che diventassimo bravi, invece di quei cialtroncelli che in maggioranza eravamo. Quando lo capimmo (e lo capimmo tutti), credo che diventammo anche delle persone migliori, oltre che dei buoni periti industriali. Insomma, un insegnante bravo e motivato che insegna bene la sua materia, qualunque sia, e il novanta per cento dei problemi educativi son risolti

Giorgio Israel ha detto...

D'accordo in toto. Ma lo vada a dire a certi pedagogisti... rischia di non uscirne vivo...

Nautilus ha detto...

Già fatto tanti anni fa in un esame abilitante: arrivato ultimo su 120. E m'hanno pure detto che dovevo ringraziare perchè non volevano farmi perdere il posto.
PS. Gli esaminatori eran TUTTI pedagogisti.

Attento ha detto...

Temo che molta gente si rifiuterà di prendere in considerazione questo libro. L'essere stato realizzato da un organismo della CEI provoca un rifiuto aprioristico. E' duro ammettere che oggigiorno la chiesa cattolica è una delle istituzioni più "progressiste".

Jettero ha detto...

Buongiorno. Non sono un lettore abituale di giornali, ma stamattina (in una sala d'attesa) ho letto con piacere un suo articolo pubblicato da Il Giornale: parlava di pseudoscienza. Incuriosito, ho fatto una ricerca sul web, scoprendo che lei lavora nel settore educazione. Oggi si fa un gran parlare dei cosiddetti disturbi dell'apprendimento (dislessia, discalculia ecc: trovo che siano un tipico esempio di come una pseudoscienza possa minare l'educazione alla base. Ha mai pubblicato qualcosa sull'argomento? Cordialmente.

vanni ha detto...

Egregio Attento, per me - sono pur sempre cresciuto in un ambiente cattolico - non è troppo duro ammetterlo: è solo, ma non da oggi e non per la prima volta, lievemente e gradevolmente imprevisto. Io credo che saranno però pure in tantissimi a prendere in considerazione questo libro, e fra questi in tanti obtorto collo, perché qualche ideuzza feconda ogni tanto bisogna pur andarla a trovare fuori dal proprio stantìo cenacolo.

Giorgio Israel ha detto...

A Jettero. Conosco la questione ma non sono intervenuto ancora su questo tema, a parte un articoletto su Tempi che sta anche su questo blog. Spero di occuparmene presto. E sono totalmente d'accordo: tipico esempio di come si distrugge l'educazione.

Sergio Rizzitiello ha detto...

Egregio Giorgio Israel, ultimamente ho molto apprezzato due suoi interventi, tutt'e due volti a spazzare molti luoghi comuni che infestano la nostra cultura: il pedagogismo narcisista e il dogma delle neuroscienze.
Devo dire che questi due temi sono legati da un filo rosso ( probabilmente anche di matrice politica)che vuol ridurre la cultura a mero e vuoto meccanicismo.
Sono un maestro di scuola primaria, una volta con più felice espressione si diceva elementare, e ho vissuto, e vivo ancora, sulla mia pelle questo squallido e vuoto riduzionismo privo di vita e creatività che i gendarmi della cultura hanno voluto imporre sostituendolo al loro tanto vituperato nozionismo.
Ai gendarmi culturali sarà sembrato troppo sospetto il contenuto che si trasmetteva con le nozioni, meglio distruggerlo per mantenere solo un assurdo formalismo.
Del resto si sa che è meglio il sabato che l'uomo, l'altare che ciò cui esso si consacra, il sepolcro imbiancato che la tragedia della morte.

Niccolò Argentieri ha detto...

Caro prof. Israel,
La ringrazio molto per avere attività la mia attenzione e quello dei suoi lettori sul volume della CEI e per averlo fatto con ammirevole (e rara) completezza ed efficacia.
Dal Suo articolo è evidente che il testo, che senz'altro leggerò, contiene numerosi elementi degni di essere pensati e approfonditi. Primo fra tutti, a mio avviso, quello così mirabilmente sottolineato dal riferimento alla Arendt. L'aver smarrito il coraggio di proporsi come autorità, come vincolo, come limite alla ricerca di senso della persona in fase di sviluppo mi sembra una delle conseguenze più perverse della pedagogia piegata a pedagogismo.
Devo dire però che non credo che la soluzione a questa stortura possa consistere in un semplice ritorno a un non ben precisato "prima". Come insegna l'indagine genealogica di Husserl (che cito avendo con piacere scoperto il Suo interesse per quel libro bellissimo e malissimo letto, se pure, che è la Crisi delle Scienze europee) un semplice ritorno al passato ci è semplicemente precluso per il fatto che noi siamo l'esito di un processo che si è svolto dopo e per effetto di quel passato.
Le chiedo quindi (una vera domanda, Le assicuro, non un modo per chiamarLa a recitare una parte in una discussione nella quale sento di avere già un ruolo) quale strada è percorribile oggi per restituire senso all'autorità degli educatori (quale strada culturale prima che politica), figure tremendamente banalizzate dalla complessità quasi indecifrabile della società dello spettacolo (che, ricordo, Debord definiva non come una società in cui "tutto è spettacolo", ma una società in cui i rapporti interpersonali sono mediati irrimediabilmente dalle immagini e dal linguaggio dello spettacolo)?
Quale strada che non sia un semplice e improponibile ritorno al passato?
Cordiali saluti.
Niccolò Argentieri

Giorgio Israel ha detto...

Gentile Argentieri,
la ringrazio e per parte mia dico subito che discutere il ritorno al passato non ha senso perché tornare al passato non è mai possibile. Quindi una simile "soluzione" non mi appartiene. Non so quale sia la discussione nella quale si sente di avere un ruolo. Forse, mi scusi la franchezza che ritengo mi consenta la differenza di età, bisognerebbe sempre essere cauti e modesti prima di riconoscersi da solo un ruolo. È molto difficile conquistarsi un ruolo in questioni come queste. Ho scritto un libro in gran parte dedicato alla questione e ormai decine e decine di articoli che potrebbero comporre un altro libro, Poi la relazione introduttiva alla seduta di presentazione del Progetto culturale, e via discorrendo. Sto scrivendo un libro sul modo di insegnare la matematica dalle elementari. Ho affrontato il problema di una divulgazione scientifica non spettacolizzata in quel libro e, mostrando concretamente cosa intendo, con almeno due libri divulgativi, e numerosi articoli di vario livello. Vuole da me una risposta condensata nel commento a un post? Mi pare proprio chiamarmi a recitare una parte da operetta. Forse una strada per cominciare a ricostruire un senso dell'autorità (non nel senso dell'autoritarismo, ma nel senso pieno del termine) sta nel cominciare tutti a guardarsi dentro e a ricreare un senso delle proporzioni.

Niccolò Argentieri ha detto...

Gentile prof. Israel,
Lei ha completamente equivocato il senso della mia parentesi. La colpa è però mia perché ci voleva un congiuntivo: intendevo infatti "nella quale io senta di avere un ruolo". Non ho né penso di avere alcun ruolo in tali argomenti, che però mi interessano per varie ragioni.
Affermando che la mia era una vera domanda intendevo dunque dire che, non conoscendo la risposta a quella domanda, mi premeva avere da Lei, se non una risposta, almeno un inizio, un indizio, un'inezia.
Mi accorgo invece che questo non è possibile. Anche perché sono inchiodato a una parentesi, che paradossalmente avevo pensato come una dichiarazione di umiltà, e richiamato a un per me indecifrabile "rispetto delle proporzioni".
Ho letto i Suoi libri, più di quanto Lei creda. Li ho sempre trovati interessanti, ma, come dire, disturbati da un bisogno inesorabile di polemica.
Forse questo è parte ineliminabile della Sua ricerca intellettuale e quindi le parentesi diventano più importanti della ricerca altrui.
Mi dispiace, creda.
Cordialmente.
Niccolò Argentieri

Giorgio Israel ha detto...

Dispiace anche a me, ma io leggo quel che trovo scritto e non quel dovrebbe essere scritto. Se è una svista ne prendo atto. Ma non aggiunga che io ho "equivocato". Io non ho equivocato proprio nulla, è lei che ha omesso il congiuntivo. E non rispondo alla sua domanda perché l'ho impiccato a una parentesi (non faccia la vittima).
Resta il fatto che non ritengo opportuno rispondere in poche righe a quel che Gentile avrebbe chiamato "brevi cenni dell'universo" e che può essere distillato soltanto negli anni attraverso libri e articoli che, presi a sé hanno senso soltanto se riferiti a questo lavoro complessivo.
Mi lasci anche notare che ci sono modi e modi di essere polemico. Io tendo a essere diretto. Lei tende a assumere un atteggiamento apparentemente "pacifico" che però è oggettivamente offensivo. Perché, invece di dire che sono - poniamo - "eccessivamente polemico", dire che i miei scritti sono "disturbati" da un "bisogno" eccessivo di polemica? "Bisogno", termine assai spiacevole, che evoca un problema psicologico. Rifletta. Forse, oltre a fare attenzione a refusi che cambiano il senso, bisogna anche evitare allusioni "causali" attenendosi anche polemicamente ma senza valutazioni alla constatazione di fatto.
Oltre a tutto, io faccio la polemica quando serve. Tre quarti delle cose che ho scritto non contengono alcuna polemica. Quindi, questa è una polemica gratuita.
Sì, temo proprio che io e lei sul piano dell'espressione e del modo di sentire siamo ortogonali.

Niccolò Argentieri ha detto...

Ma scusi, Lei interpreta una mia parentesi come se io stessi affermando di essere un celebre esperto di questioni didattiche che offre a Lei la possibilità di assumere una particina semplicemente dialogando con me. Non dovrei sentirmi anch'io messo in discussione nel mio equilibrio psicologico?
Prendo atto della geometria che Lei attribuisce al nostro sentire e al nostro stile espressivo, non so se devo sentirmene offeso (la prima sensazione è per il no), ma La invito a riflettere su pagliuzze e travi.

Giorgio Israel ha detto...

Io non interpreto, caro Argentieri,non continui a ciurlare nel manico. LEI LO HA DETTO. Poi ha precisato di aver sbagliato un congiuntivo, e va bene. Abbiamo capito. Capita e non è un peccato mortale. Ma smetta di cercare di presentarsi come vittima.
La sostanza è che non rispondo in un commento a un post a una domanda come quella.
Quanto alle geometrie non c'è proprio niente da offendersi. Ho detto che il mio stile e il mio modo di sentire e i suoi sono totalmente diversi, non ho detto quale sia il migliore e quindi questa faccenda di travi e pagliuzze è un'altra storia che non c'entra nulla. Come dimostra questo scambio non esiste tra noi una possibilità di dialogo. Questo penosissimo scambio finisce qui.

Attento ha detto...

x Vanni
anche io spero che saranno in molti a leggerlo, dubito per che tanti (che conosco) avranno l'onestà intellettuale di ammettere che su certi temi la chiesa cattolica è più avanti. Per lei, come per me, ogni volta è una piacevole conferma, per loro è una minaccia alle fondamenta del castello che si sono costruiti nel corso di queti ultimi decenni.

Caroli ha detto...

Sono esterrefatto. Ma Lei ad Argentieri aveva risposto! Più risposta di un invito a ricreare un senso delle proporzioni, cosa si vuole, a fronte di una domanda simile? Una brutta sensazione che provo è come un tentativo da parte del Suo interlocutore di avere un punto di appoggio "esterno" a causa di una mancanza "interna" di responsabilità nei confronti del reale che la persona si trova a vivere. Che dire, se i giovani sono così, non c'è tanto da stare allegri...

latomm ha detto...

Sembrano tutte buone le proposte contenute nel progetto de “La sfida educativa” eppure non posso sottrarmi ad un senso di angoscia all’idea che una chiesa e in particolare quella cattolica prenda in mano le redini dell’educazione di un paese.
In particolare quella cattolica perché per quanto aperta voglia essere essa è impostata sull’esistenza di un’Autorità Assoluta e questa autorità ha il Potere/Dovere di dire cosa si deve fare su ciascuna cosa. Esiste cioè un Catechismo da apprendere e seguire alla lettera poiché esso è dal punto di vista etico onnicomprensivo.
Questo predispone la mente dei giovani all’OBBEDIENZA e all’accettazione di VERITÀ che non richiedono verifiche.
Diverso è l’insegnamento delle religioni protestanti, dove il sacerdozio è condiviso da tutti i fedeli e quindi nessuno dice in modo organico ed esaustivo cosa si debba fare, perché questo deve esser ricavato individualmente, sulla base della propria responsabilità, dalla lettura e dal commento in comune delle Tavole della Legge.
Si ha quindi una predisposizione mentale ed un addestramento alla riflessione e alla discussione collettiva e democratica.
Si ha cioè RICERCA della verità anziché accettazione di verità dogmatiche e RESPONSABILITÀ anziché passiva obbedienza. Ambedue qualità necessarie non solo per la formazione di una mentalità democratica, ma anche per quella di una mentalità scientifica.
Questa caratteristica del cattolicesimo, che forse non è estranea all’assenza di una cultura autenticamente liberale in Italia e che forse non è neanche estranea alla propensione verso politiche autoritarie o ideologiche o semplicemente populisitiche, potrebbe essere anche responsabile della debole attrazione per la scienza dei giovani del nostro paese.

Caroli ha detto...

Quand'è che la si finirà di attribuire al cristianesimo le caratteristiche dell'islam? Il protestantesimo non ha quasi più nulla di cristiano, e quello che sta succedendo a buona parte della comunione anglicana sta lì a dimostrarlo. Mons. Pezzi diceva in una recente corrispondenza da Mosca che i passi per un'unità reale tra chiesa latina e chiesa ortodossa stanno concretamente avvicinandosi alla loro conclusione. L'attuale patriarca russo è ben conosciuto ed apprezzato in Vaticano. C'è bisogno di cristianesimo e di ebraismo. Non di quella caricatura dell'uno e dell'altro che è il protestantesimo coi suoi figli degeneri, quali il geovismo e la miriade di sette millenariste che affliggono il mondo occidentale, Stati Uniti in testa.