mercoledì 18 novembre 2009

La scuola delle «competenze» demenziali



Sulla pagina web del mio corso universitario una mano pia ha aggiunto: Modalità di erogazione: convenzionale. Cosa sono io? Una una pompa di benzina, un gasometro, un elettrodotto? In realtà, chi ha fatto quell’aggiunta non poteva agire diversamente perché si tratta di norme imposte dalla “trasparenza” e l’università deve piegarsi a queste normative burocratiche per quanto offensive per la cultura. E bisogna anche subire quel “convenzionale”. Pazienza se si fosse detto “tradizionale”; ma convenzionale significa «stabilito per convenzione, per accordo». Quale sarebbe qui la “convenzione”?
Il linguaggio demenzial-burocratico è anche cinghia di trasmissione della trinità che scende dall’empireo pedagogico: «conoscenze/competenze/abilità». Non chiedete all’empireo una definizione esatta della trinità: non ve la saprà dare e non esiste un accordo su di essa, sebbene sia un luogo comune anche a livello comunitario. Ma questo non vuol dir niente: di baggianate europeiste siamo sommersi. I poveri docenti che tentano di mettersi in regola in tempo non si raccapezzano. Passi per le conoscenze: ad esempio, conoscere le equazioni di secondo grado. Passi pure per le abilità: saperle risolvere. Ma molti confondono le abilità con le competenze e dicono che il loro corso farà acquisire la conoscenza del tal concetto nel senso di «comprenderne il significato» e la competenza nel senso di saperlo «usare». E sbagliano, perché questa è l’abilità mentre la competenza è qualcosa di più, come la comprovata capacità di usare conoscenze e abilità metodologiche, personali, relazionali e anche affettive per risolvere problemi, affrontare situazioni. Insomma la competenza sarebbe l’agire personale basato su conoscenze e abilità.
A cosa servono questi marchingegni? A battere il nozionismo, si dice. Perché chi si ferma alle conoscenze non è detto che sappia usarle e tantomeno metterle in opera “abilmente” per risolvere problemi e affrontare situazioni. In realtà, sono temi chiari dai tempi di Socrate, senza bisogno di ricorrere a simili esplosioni definitorie. È da sempre nella tradizione della matematica e della fisica – e anche di tante discipline umanistiche come quelle filologiche – la consapevolezza che conoscere concetti non vuol dir niente se non si sa farne uso fino a riuscire a metterli in opera per risolvere problemi complicati. Nelle celebri prove di ammissione alla École Politechnique parigina non si facevano certo interrogazioni di nozioni ma si proponevano difficili problemi che vagliavano le effettive capacità del candidato. Insomma, si è sempre detto e ripetuto che conoscere “a pappagallo” nozioni non serve a niente e che chi resta a questo livello è un incapace. Edgar Morin si è reso famoso con la frase secondo cui «è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena», che però risale a Montaigne. Fin qui non siamo alla scoperta dell’ombrello ma a quella dell’acqua calda. Secondo certi “teorici” il mondo finora è stato popolato di idioti e la capacità di formare gente colta e capace è nata con loro. Tutto il sapere che ci è stato consegnato è deficiente perché costruito da gente che non sapeva cosa sono le “competenze”.
Il problema è che il fatale trittico non è solo inutile, ma conduce a risultati disastrosi perché codifica una separazione a tre livelli; come se esistessero situazioni accettabili in cui uno possiede conoscenze ma non sa farne uso, oppure sa farne uso ma si blocca di fronte a un problema. È una distinzione che svilisce l’idea di conoscenza che è sempre stata pensata come inclusiva dei tre aspetti (giustamente mai distinti) e da valutare complessivamente. Distinguendo si introduce l’idea assurda che l’acquisizione assolutamente passiva di concetti sia una forma di conoscenza. Insomma, uno che conosca a menadito tutte le regole della “consecutio temporum” avrebbe un’ottima conoscenza del latino ma, essendo totalmente incapace di applicarle, non avrebbe competenze e abilità. In realtà, quella persona è semplicemente un ignorante crasso. Non potrebbe darsi un esempio più clamoroso della definizione di Hannah Arendt di certe teorie pedagogiche: «un incredibile guazzabuglio di idee sensate e di assurdità».
Il guaio è che questa insensata logomachia contiene un’idea ancor più insensata e cioè che, mentre le conoscenze non si possono misurare, le competenze sarebbero misurabili, il che consentirebbe di introdurre la “certificazione delle competenze” a scuola. In verità, gli “esperti” ammettono candidamente: 1) che esistono innumerevoli definizioni di competenze, 2) che misurare le competenze è praticamente impossibile. Alla fine degli anni novanta si riunì una commissione mondiale per stabilire una definizione di competenza: ne vennero proposte a centinaia e non si venne a capo di nulla. Tra queste vi sono le definizioni forti – che tengono conto dei fattori affettivi e motivazionali, manifestamente non misurabili – e quelle deboli – che si confondono con le abilità – le quali forse si prestano a vaghissime misurazioni. Inutile dire che si trascura il fatto – omissione inammissibile per chi abbia una minima cognizione di metodologia scientifica – che per parlare di misurazione bisognerebbe introdurre un’unità di misura. Unità di misura delle competenze? Non facciamo ridere.
Il problema è che la legge 169/2008 e il decreto legislativo 59/2004 impongono che al termine della scuola primaria e secondaria di primo grado si rilasci allo studente la certificazione delle competenze. Finora, tutti i ministri hanno schivato l’incubo proprio perché non si sa come dare una definizione sensata di competenza. Ma l’obbligo incombe, anche perché “l’Europa lo chiede”, assieme all’introduzione della paletta di metallo per la pizza. Da un paio di anni le scuole hanno sperimentato l’improba certificazione in ottemperanza a una circolare ministeriale, costruendosi propri modelli. Presentiamo ai lettori uno di questi modelli, circolante in alcune scuole. Come si vede, l’unità di misura delle competenze è il numero delle caselle barrate… Ogni commento è inutile, per rispetto dell’intelligenza dei lettori. Mi limito a quello di un professore: «è l’annichilimento dell’autonomia professionale del docente da parte dei nemici giurati del buon senso».
Come potrà mai il ministero produrre un modello sensato per regolare una materia intrinsecamente insensata? L’unico consiglio che si potrebbe dare ai ministri Gelmini e (per la semplificazione) Calderoli sarebbe di avviare l’abrogazione secca delle disposizioni legislative sulla “certificazione delle competenze”.


(Il Giornale, 15 novembre 2009)





68 commenti:

peppe ha detto...

Vero, sono parole vuote ed i docenti sono i primi a lamentarsene. Si passa il tempo a certificare, a redigere, a scrivere progetti su come si scrive un progetto. A tal proposito un'occhiata ai libri di testo, di qualità sempre peggiore, è illuminante: per ogni micro-argomento lo studente deve rispondere ad un questionario sulle conoscenze/abilità/competenze acquisite, anche mio figlio che fa la Primaria! Autovalutazione, la chiamano. Siamo tutti docimologi, madama la marchesa ...

Fabio Milito Pagliara ha detto...

Gentile Professore,

concordo, quel che in questa confusione lascia perplessi e come si possa e voglia parlare di merito, di riforma e quant'altro quando non è chiaro a nessuno quale dovrebbe essere il risultato finale del percorso scolastico (anno per anno e diploma finale).

Senza l'orrore dei quiz V/F o a risposta multipla né quello della ripetizione a pappagallo è mai possibile che non si possa pensare semplicemente a delle verifiche "tradizionali".

Cose banali ma che hanno sempre funzionato....

Voglio dire fare un riassunto di un testo è o non è una prova del fatto che quel testo lo si è letto, lo si è capito e lo si è saputo riesprimere a parole proprie? Risolvere un problema di matematica/fisica/geometria non dimostra forse di aver saputo utilizzare le "nozioni" acquisite per risolvere i quesiti posti?
Ma anche il tanto vituperato "dettato" non è un modo come un altro per dimostrare che si comprendono le parole e le si sa riportare in forma scritta (mica una conoscenza/abilità/capacità da nulla!).
Oppure fare una traduzione da una lingua ad un altra (sia dal latino all'italiano piuttosto che dall'italiano al tedesco) non dimostra in qualche modo l'unità del tanto declamato dogma trinitario di conoscenze/abilità/competenze per le lingue in oggetto?

E infine o si abroga quella richiesta incomprensibile o semplicemente il ministero ne dà una definizione sensata che potrebbe partire da quelle prove tradizionali che hanno funzionato per migliaia (no dico MIGLIAIA) di anni!

Cordialmente, Fabio Milito Pagliara

Luca ha detto...

L'unico modo per neutralizzare la burocrazia ministeriale è abbandonare l'illusione vana e tentatrice che il ministero possa essere riformato.
Bisognerebbe creare nel paese, lentamente ma tenacemente, le condizioni culturali per fare in modo, un giorno, che la pubblica amministrazione non possa esercitare la sua influenza sull'istruzione. Se lo si è fatto con Alitalia, sia pure costretti da esigenze di bilancio, sarà possibile farlo anche con le scuole.

Vincenzo Manganaro ha detto...

E' soprattutto terribile, nel documento riportato nel post, la categorizzazione "Imparare ad imparare", come se fosse una qualche "competenza" in sè, della quale sarebbe interessante leggere una definizione. Ovviamente, sarebbe altrettanto interessante che qualcuno predisponesse una prova di misurazione della stessa fissando uno standard della prestazione da misurare.
Pur avendo studiato pedagogia in una università che annoverava/annovera molti docenti vicini a Edgar Morin, di queste confuse teorizzazioni (?) durante le lezioni non ne avevo ascoltate a suo tempo ma è certo che hanno invaso i collegi dei docenti trovando uditori interessati e il ritorno a una buona pedagogia del metodo e della didattica e della conoscenza delle discipline insegnate non sembra immediato.

Cordialità, Vincenzo Manganaro

Cordialità, Vincenzo Manganaro

Barbara ha detto...

Da una guida didattica di prima elementare (per ogni obiettivo la corrispondente competenza):

OBIETTIVO: interagire in una conversazione formulando domande e risposte pertinenti.
COMPENTENZA: l'alunno partecipa a una conversazione intervenendo in modo appropriato.

OBIETTIVO. leggere i caratteri in tutti i caratteri (stampato, corsivo, maiuscolo e minuscolo).
COMPETENZA: l'alunno riesce a orientarsi nella lettura di frasi scritte nelle varie grafie.

OBIETTIVO: scrivere correttamente brevi frasi
COMPENTENZA: l'alunno riesce a scrivere semplici enunciati in modo corretto.

OBIETTIVO: leggere e scrivere i numeri naturalei in notazione decimale
COMPENTENZA: l'alunno, nello scrivere i numeri, non confonde il valore posizionale delle cifre.


Cosa cambierebbe tra obiettivo e compentenza? A me pare che venga semplicemente sostituito il verbo all'infinito con uno al presente indicativo, preceduto dal soggetto "alunno".
Senonché anche gli obiettivi hanno come destinatario l'alunno...

giovanni ha detto...

Egregio Professore ,
La sua visione pessimistica deriva , molto probabilmente , dal fatto che avrà intravisto già tante storture nell'applicazione della
" trinità " dell'empireo .
A parte il fatto che , se lei legge il regolamento 122/2009 sulla valutazione , emanato dal ministero Gelmini ( che considero il/la migliore ministro/a dell'istruzione di tutti i tempi ) , all'art. 8 ,la certificazione delle competenze riguarda anche il biennio dell’obbligo (si fa riferimento all'art. 4 del documento tecnico sull'obbligo scolastico ) , la volontà del legislatore si manifesta nel voler "integrare" conoscenze , capacità e abilità e non tenerle separate o distinte a più livelli . Tale volontà viene ribadita sia nel documento tecnico dell'obbligo scolastico , sia nelle linee guida che l'accompagnano ( si parla di integrazione tra le due valutazioni ).
Gli abusi , caro professore, si fanno nell'uno e nell'altro caso . Eccessi di pedagogismo e di nozionismo .
Lei ha ragione nell'affermare che la conoscenza , quella vera , non ha mai conosciuto distinzioni , separazioni . Purtroppo , però, si verificano casi di conoscenza passiva , riproduzioni di informazioni , saperi definitori ,verbali , spacciati per conoscenze e , per giunta,premiati con voti alti . La concretezza , data da situazioni di compito che nascono da situazioni - problema , si oppone alla astrattezza data dalla ripetizione meccanica dei contenuti informativi non connessi alla struttura cognitiva dell'allievo , e per conseguenza non utilizzabili in contesti reali .
La competenza , denominata di cittadinanza , una tra le otto , " risolvere problemi " , acquisita mediante il contributo delle diverse discipline ( anche la Storia può contribuirvi , se per conoscenza si indica , nella trinità, la "periodizzazione degli eventi" ) , valutata collegialmente ( non è difficile affatto da misurare , basta mettere l'allievo di fronte ad un problema ), accresce l'oggettività della valutazione , la collegialità delle decisioni e l'autostima dello studente . Così come non si può far a meno di citare quelle cosiddette di " base " , le specifiche per disciplina , da sviluppare , ad esempio , nelle scienze , quale quella indicata dalla tanta vituperata OCSE "identificare questioni di ordine scientifico" , "fornire spiegazioni scientifiche di fatti e fenomeni " , " usare prove basate su dati scientifici " ( anche queste facilmente misurabili mettendo l'alunno di fronte alle teorie dei neuroscienzati da neuro per verificarne la scientificità , ergo,la possibilità di falsificarle ) .
P.S. in relazione ai modelli di apprendimento che si ispirano al costruttivismo, non tutti sono da buttare ,non so se lei è a conoscenza del modello proposto dal prof. Ezio Roletto . Questi , contempla che parte ( non rinnega la lezione frontale classica) dell' l'apprendimento avvenga per ipotesi , la verifica , raccolta di dati , formulazione di congetture in base ad essi , ovvero il modo di procedere di una microsocietà di ricercatori ( la versione buona della pedagogia , ovvero lo studio delle relazioni che si stabiliscono tra alunni e alunni e tra questi ultimi e il docente ) .
Cordialmente , con stima rinnovata
Prof. Giovanni Brancaccio

Giorgio Israel ha detto...

Condivido al cento per cento quel che dice Luca.
Invece non condivido quel che scrive il prof. Brancaccio. Considero la certificazione delle competenze una sciocchezza prima ancora che una sciagura (e lo sarà), e tutte i discorsi sull'oggettività e le misurazioni delle illusioni scientiste senza il minimo fondamento scientifico. Ci si illude di misurare e si forniscono valutazioni che non hanno il minimo valore oggettivo: basta cambiare di poco il sistema per ottenere quel che si vuole. Non parliamo poi delle neuroscienze, ci manca soltanto questo...
Consiglio vivamente il libro di Lafforgue, Lurçat, "L disfatta della scuola" per iniziare a liberarsi di tutto il ciarpame costruttivista.

junco ha detto...

Figuriamoci se uno che si impegna a insegnare, a educare, a trasmettere, possa dar credito a questa gran buffonata della certificazione delle competenze. Ancora altro tempo da perdere intorno al nulla. Già l'anno scorso, agli esami di licenza media, si è dovuto formulare questa certificazione. Si può immaginare con quali criteri “scientifici”.
Domanda (ingenua?): ma il Ministro Gelmini lo sa che sono procedure “demenziali”? Perché questa profusione di energie a scavare il vuoto, invece di votarle a costruire?
Non sono domande retoriche, chiedo veramente.
Cosi come vorrei chiederle ancora: se quest'anno agli esami di licenza media mi rifiutassi di certificare competenze non certificabili, cosa accadrebbe?

giovanni ha detto...

Diciamo che sono i docenti che non hanno alcun approccio scientifico al problema , caro junco.
Basta non certificare quelle non certificabili .Quelle che non dispongono di criteri scientifici .
Ve ne sono , invece , alcune che lo sono .
Quali ? Se restiamo nel campo disciplinare , identificare questioni scientifiche , ad esempio , ascrivibile alle competenze di base dell'asse scientifico del nuovo obbligo di istruzione . Individuare le strategie appropriate per la soluzione dei problemi , nell'asse matematico .
Il risolvere problemi , comunicare , progettare ,individuare collegamenti e relazioni , nell'ambito delle competenze chiave di cittadinanza .
Il mio ,vuole essere un piccolo contributo per dimostrare che non tutto è negativo . Se oltre alle conoscenze , di pari passo ,si lavora per abilità e competenze , cosa trovate di sbagliato in tutto questo ? Trovo che sia qualcosa in più , non in meno .
Una mia ricerca , effettuata su alunni quindicenni , dimostra, al contrario, che pure gli alunni più bravi , giudicati secondo il sapere verbale e definitorio , di fronte ai problemi ,non hanno strumenti per risolverli . Nè possiedono intelligenza critica .
Quelle indicate sopra , le ritengo competenze essenziali e da valutare e che questa valutazione può contribuire a restituire maggiore serietà agli studi .
Se poi i docenti non sono in grado di operare con scientificità e nascondono la loro impreparazione evocando il rischio burocratico , questo è un altro discorso .

Giorgio Israel ha detto...

Caro Giovanni, per il semplice motivo che la distinzione conoscenze, competenze, abilità non ha alcun fondamento serio - è questo che cerco di dire, ma pare che non si senta - ed è questa sì una cosa priva di qualsiasi valore "scientifico". Sono distinzioni artificiose, la cui frontiera è arbitraria, variabile a volontà. Mi scusi, ma io sono un matematico. Vorrà forse dirmi che "individuare le soluzioni appropriate per la soluzione dei problemi" è una definizione "scientifica" di competenze per la matematica?..... Ma siamo seri. Al più è un'emerita banalità. È qualcosa che si sapeva benissimo quando nessuno si sognava di tirar fuori la trinità. Uno studente che conosca le definizioni e non sappia usare i concetti acquisiti per risolvere un problema non ha acquisito buone conoscenze. È un ignorante. E poi, non riempiamoci la bocca con la parola "scientifico". Le teorie pedagogiche sulle competenze/abilità/conoscenze non hanno nulla di "scientifico" ed io contesto che la scientificità in questo campo sia quella mutuata dalle scienze esatte. La questione dei criteri di demarcazione della scientificità è estremamente delicata e controversa e non si risolve con quattro parole. E stiamo attenti agli anatemi contro i docenti che sarebbero non scientifici soltanto perché si rifiutano di aderire a prescrizioni prive di qualsiasi valore non dico scientifico, ma di serietà. Spesso sono i più seri e preparati.

Gianfranco Massi ha detto...

Fino ai primissimi anni del secolo scorso le associazioni artigiani di diverse città, anche piccole, sottoponevano gli aspiranti al titolo di "mastro" (di bottega) alla prova del cosiddetto "capolavoro".
Cosa ne pensano i docimologi del duemila?

junco ha detto...

Competenze...competenze... I miei alunni di scuola media hanno qualche competenza. Ad esempio, sanno che, costruendo una qualunque proposizione, tra il soggetto e il predicato, a meno che non vi sia un inciso, non bisogna mettere la virgola. Perché? Perché non ha senso. Come la certificazione delle competenze.

Caroli ha detto...

Esatto. Luca ha ragione anche per me. Mi corregga se sbaglio, professore ma mi pare qualcosa di simile al seguente episodio. Sono in qualità di esperto nella commissione consigliare urbanistica del mio Comune e, nella discussione dell'adesione al "patto dei Sindaci(Convenant of Mayors)" l'assessore ha asserito che "La scienza ha dimostrato la dipendenza dalla CO2 del riscaldamento globale". Il che è una sciocchezza, come dimostrò il prof. Zichichi. Cosa c'entra con quello che dice Luca? Che qualora gli amministratori, imbottiti di luoghi comuni pretendono di far dire alla scienza quello che non ha mai detto, fanno prendere strade alla società che sono dispendiose ed inutili. Esattamente come capita alla scuola, e come capitò a suo tempo ad Alitalia.

Nautilus ha detto...

Ciao Luca, credo di non aver capito, chiedo lumi.
Che significa: "la pubblica amministrazione non possa esercitare la sua influenza sull'istruzione"?
Non so, che l'istruzione non sia compito dello stato? Che lo sia ma si abolisca il relativo ministero? Che la politica non si occupi della scuola? E allora chi? Colaninno?

Myosotis ha detto...

Dando un'occhiata a quella "griglia" cadono le braccia. Ma chi l'ha inventata si è reso conto di quello che scriveva? Possibile che non si sia chiesto: i grandi della letteratura, dell'arte, della scienza, del pensiero come si sarebbero classificati? Quante caselle barrate per Dante, Leonardo, Pascal, Galileo, Kant, Einstein? Cose da pazzi!

Luca ha detto...

Per quanto riguarda il ministero nazionale, ci sono paesi avanzatissimi dove non esiste o ha funzioni di coordinamento minime (Canada e Stati Uniti; in questo secondo caso il ministero nazionale esiste ma ha lo stesso potere che ha da noi un "ministero della gioventù").

Per quanto riguarda la pretesa della pubblica amministrazione di occuparsi di istruzione, l'unica risposta seria è: le istituzioni scolastiche scelte liberamente dalle famiglie. Anche Colaninno, se decidesse di entrare in questo settore e ottenesse la fiducia delle famiglie.

Giorgio Israel ha detto...

Non bisogna mai dimenticare che in Italia la struttura dell'istruzione è pubblica e per lo più statale. Con questo lungi da me difendere la situazione attuale. Ma, di certo, gli USA sono avanzatissimi ma non per l'istruzione che, a livello scolastico, è mediamente peggiore della nostra.

ilaria ha detto...

Che bello sentire dire queste cose sull'istruzione negli USA! Peccato che, a quanto ne so, lei sia davvero l'unico a rimarcarle. Aggiunga che, pur con la nostra disastrata istruzione, i nostri studenti medi e universitari, quando vanno all'estero, fanno nella stragrande maggioranza dei casi la figura dei geni. Parlo del cosiddetto occidente civilizzato: se un dottorando di fisica o ingegneria andasse in India o Cina non so...

Giorgio Israel ha detto...

Sì, ma non durerà molto se certi modelli didattico-tecnocratici prenderanno piede anche qui. Ed io sono estremamente preoccupato di quel che sta succedendo ultimamente. Le poche speranze stanno evaporando. C'è una riscossa, non tanto del mondo della pedagogia (un po' acciaccato in verità) quanto del managerialismo docimologico che si appoggia alla burocrazia per fagocitare tutto e utilizza certe ingenue visioni della sussidiarietà e appoggi politici trasversali. Di questi pericoli bisogna parlare, altro che ripetere i soliti slogan completamente fuori bersaglio.

ilaria ha detto...

Io credo che, anche se si riuscisse a bloccare i pedagogisti-manager e le loro folli teorie, il vero, insormontabile problema a un ritorno del merito a scuola resterebbero le famiglie, che, troppo bene abituate, mai e poi mai accetterebbero il rischio di vedere turbati i loro piccini. Questo è un punto, secondo me, che trascende la politica e rientra nell'antropologia, ormai.

Giorgio Israel ha detto...

Questo equivale a dire che la nostra società è condannata, magari sul medio-lungo periodo. È possibile, ma allora bisognerebbe pensare a emigrare...

hybridslinky ha detto...

Emigrare sì, ma dove? Credo che in tutti paesi occidentali le cose siano pressappoco le stesse. Forse dovremmo emigrare in paesi come l'India od il Giappone.

Nautilus ha detto...

Salve Luca, adesso ho capito, quindi farei le seguenti osservazioni:
1. Nella stragrande maggioranza dei paesi è lo stato che si occupa dell’istruzione, in alcuni molto meglio di quanto si faccia negli USA col sistema misto, qualcosa significherà.
2. Scuola scelta liberamente dalle famiglie? Dai loro soldi vorrà dire. Vorrei capire come i privati potrebbero garantire una certa uniformità di istruzione alla popolazione italiana, già adesso non è così, figuriamoci quando le scuole fossero divise, in base ovviamente alla retta, dalla serie A alla Z. Ma posso capire che questo possa piacere ad alcuni.
3. Più importante ancora: la scuola italiana che ho frequentato negli anni 50-60-70 era eccellente, eppure era statale, quindi?
4. Infine, se il suo modello è la privatizzazione della scuola nessuna meraviglia che consideri la Gelmini un ottimo ministro.

Luca ha detto...

1. In Italia, è storicamente dimostrato lo stato non è in grado di gestire in maniera seria neppure un sali e tabacchi. E' un dato di fatto. I privati (chiesa, associazioni, confindustria) sì.
2. I privati già pagano (piuttosto salatamente) con l'IRPEF e una parte dell'IVA le scuole statali, per ricere servizi scadenti.
3. La scuola che lei ha conosciuto era facile da condurre, era standardizzata, fondata in parte sul volontariato e ha assolto egregiamente al suo compito.
4. L'on. Gelmini fino ad ora non ha privatizzato alcunché, né lo farà, perché non è nei suoi programmi, né nei programmi della maggioranza.

Luca ha detto...

Solo una cosa, prof. Israel, se posso permettermi: è vero che oggi, in Italia, la scuola è pubblica e statale (e sono queste, a mio avviso, alcune delle ragioni per cui si osserva un costante decadimento), ma questo non dovrebbe indurci a rassegnarci. Fino ad anni recenti, la scuola elementare era interamente comunale e da lì nasce quella scuola eccellente prima conosciuta. I privati, da parte loro, hanno gestito seminari e università di grande qualità pur essendo privi delle risorse finanziarie di cui dispone lo stato. Esattamente come Ryan Air ha inviato generazioni di studenti italiani a poco prezzo a Londra pur essendo priva dei privilegi di Alitalia. Tutte le università oggi statali (ad eccezione di poche, come Napoli), sono state costituite e gestite per lungo tempo da privati.

Vincenzo Manganaro ha detto...

Spigolando qua e là, vorrei rispondere ad alcuni interventi che ho trovato poco convincenti e senza spirito polemico.
1. Lo Stato è senz'altro meno efficiente di qualche anno fa ma non darei per dimostrato che non è capace di gestire alcunchè: la trovo una opinione ripettabilissima ma non un dato di fatto.
2. Non credo sia neppure un dato di fatto che invece il privato funzioni sempre meglio dello Stato: ci sono aree di eccellenza e altre meno e giusto per dare qualche esempio, citerei Cirio e Parmalat. Le generalizzazioni sono quasi sempre fuorvianti.
3. E' vero che come privato spesso pago per servizi scadenti; ma per la scuola pago due volte, perchè sono tassato per sostenere la scuola pubblica e per sostenere il sistema privato.
4. La scuola si è sempre retta non sul volontariato ma sulla professionalità dei tanti buoni professionisti che vi lavorano e vi hanno lavorato, accanto a pessimi insegnanti; se per volontariato si intende che ora come allora c'è chi fa molto più del "dovuto" ( e chissà qual è il dovuto), sono d'accordo; ma si tratta sempre di docenti che sono innanzitutto molto preparati sotto il profilo metodologico, disciplinare e umano e non semplicemente dei volonterosi.
5. Non tutte le famiglie desiderano non turbare i piccini: ho esperienza di molte famiglie che partecipano, si interessano della scuola e chiedono istruzione e cultura per i figli. Anche in questo caso generalizzare non fa bene alla discussione.
6. La scuola elementare non la ricordo gestita in tempi recenti dai comuni (che comunque sono pubblico e non privato); a meno che non ci si riferisca alle esperienze di tempo pieno agli albori, con attività gestite da personale statale al mattino e da personale comunale al pomeriggio. La scuola elementare eccellente nasce certo da queste esperienze ma non soltanto e sarebbe troppo lungo descriverne il declino: alcuni temi li ha già sollevati il professor Israel e sulla maggior parte di essi mi limito a concordare con lui.
Cordiali saluti, Vincenzo Manganaro

junco ha detto...

“Il piccolo patriotta padovano” è un saltimbanco undicenne, in viaggio su un piroscafo per l'Italia, che riceve l'elemosina da un gruppetto di signore e da tre stranieri:
“Erano una piccola fortuna per lui quei denari. E a questo egli pensava, racconsolato, dietro la tenda della sua cabina, mentre i tre viaggiatori discorrevano, seduti alla tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe. Bevevano e discorrevano dei loro viaggi e dei paesi che avevan veduti, e di discorso in discorso, vennero a ragionare dell'Italia. Cominciò uno a lagnarsi degli alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme, infervorandosi, presero a dir male d'ogni cosa. Uno avrebbe preferito di viaggiare in Lapponia; un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il terzo, che gl'impiegati italiani non sanno leggere.
- Un popolo ignorante, - ripete il primo.
- Sudicio, - aggiunse il secondo.
- La... - esclamò il terzo; e voleva dir ladro, ma non poté finir la parola: una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro spalle, e saltellò sul tavolo e sull'impiantito con un fracasso d'inferno. Tutti e tre s'alzarono furiosi, guardando all'in su, e ricevettero ancora una manata di soldi in faccia.
- Ripigliatevi i vostri soldi, - disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuor della tenda della cuccetta; - io non accetto l'elemosina da chi insulta il mio paese”.
(De Amicis, “Cuore”, dal “Racconto mensile di Ottobre”).

Lucio ha detto...

Professore, se lei rimuove il mio post su Zichichi lasciando solo la sua risposta a Myosotis, soltanto lei, Myosotis ed io capiamo cos'e' successo. Allora, rimuova pure quella ...

In ogni caso, come dovrei interpretare un'argomentazione contro il contributo umano al riscaldamento globale quale

"l’uomo non sarebbe responsabile del riscaldamento globale, ovviamente perché “ha un’indiscussa superiorità sul creato in quanto è dotato di anima importante” e quindi non può rappresentare una minaccia per la natura, che è posta da Dio nelle sue mani."

se non come una c.... colossale? Idem per

"l’uomo non può essere equiparato agli altri esseri viventi, né tanto meno considerato elemento di disturbo dell’equilibrio ecologico naturalistico” perché “la natura non è un assoluto, ma una ricchezza posta nelle mani responsabili e prudenti dell’uomo”.

Faccio ancora presente che, se il termine c... non e' mai stato usato dal prof. Israel rivolgendosi direttamente ad un interlocutore, e' stato da lui usato nei confronti di persone "terze" ben specifiche, anche in scambi di opinioni con me.

Sempre cordialmente,
Lucio Demeio.

Giorgio Israel ha detto...

I post eliminati contenevano epiteti pesanti rivolti a una persona. Preciso, visto che non riesco a spiegarmi, che io non ho rivolto e non rivolgo PERSONALMENTE epiteti, salvo forse un caso (uno ben preciso...) per il quale ho cento e una motivazioni...

Lucio ha detto...

Scusi tanto, ma non e' vero. Qui:

http://gisrael.blogspot.com/2009/06/cosi-obama-ha-svelato-la-sua-visione.html

in un suo post di risposta al sottoscritto, ha usato la parola "castronerie" verso Richard Dawkins in modo altrettanto personale di quanto io abbia usato "cialtronate" con Zichichi. E l'aveva anche riusata in un commento successivo, che pero' non riesco a ritrovare. Da notare che ne lei ne io abbiamo detto che "il tal dei tali e' un cialtrone", ma solo che ha detto o scritto cialtronate (o castronerie).

Solo per amor di precisazione, senza polemica, e con i miei piu' cordiali saluti,
Lucio Demeio.

Giorgio Israel ha detto...

Qui finiamo nella scolastica e direi di darci un taglio.
Castroneria è (dizionario) un "grosso sproposito" e quindi non è più insultante che dire "questo è un grossolano errore". E non esiste il "castrone" in senso analogo al cialtrone. Se non nell'accezione - dizionario - di un grosso montone castrato... e non mi pare che questo sia il caso....
Non volevo sollevare chissà quale polverone e tanto meno dire che sono perfetto. Semplicemente aderisco alla richiesta fattami di tenere un linguaggio moderato, senza drammi e senza accuse a nessuno, tantomeno a lei che è una delle persone più educate.

giovanni ha detto...

Egregio Professore , lei asserisce di non trovare , nelle teorie alla base della trinità , alcunchè di ascrivibile ai metodi che si rifanno a quelli delle scienze esatte .
Sarà anche vero , ma mi dica lei quale scientificità ci può essere, oggi , nell'attribuzione di un voto .
E a proposito di scienza , mi tolga una curiosità . Al suo opporsi all'innovazione determinata dai suoi " nemici " pedagogisti , corrisponde ,per caso , ad una immagine di tipo illuministico -positivistico della scienza , in opposizione a quella critico-ermeneutica ? Corrispondente ad una prassi didattica tradizionale ancora vincolata al modello della "scienza normale " alla Kuhn , tanto per intenderci, contrapposta ad una didattica di ricerca anche nell'ambito delle scienze ?

Barbara-S. ha detto...

Misura delle competenze? Certo, ma di chi? Potrebbe avere un senso misurare le competenze, anzi, in primo luogo le conoscenze degli insegnanti. Come? In modo semplicissimo e con un metodo empirico. Un insegnante di italiano o di lingua straniera che non sappia parlare o scrivere correttamente o un insegnante di matematica o di fisica che non sappia affrontare e risolvere quesiti matematici non possono che essere pessimi insegnanti. Lo stesso dicasi per le altre discipline. So che tutto ciò può sembrare banale, so che mi si potrebbe obiettare che questa è cosa ovvia, scontata, ma purtroppo non è così, perchè Le posso garantire che nella mia ventennale carriera scolastica di insegnanti incompetenti ne ho incontrati (lo dico con molta tristrezza) a bizzeffe. Certamente fare in modo che ci sia serietà prima nelle università e poi nei concorsi non è un obiettivo così difficile da conseguire, solo ferma volontà. Ma un insegnante non deve solo trasmettere il sapere, deve saper educare. E qui tutto diventa più complesso, perchè l'educazione non è un'applicazione di tecniche pedagogico-didattiche ma un patrimonio di valori, di cui per giunta dare testimonianza. Ed ecco che viene fuori che ci sono insegnanti preparatissimi che non sanno "porgere" gli argomenti in modo adeguato agli alunni. Perchè? Semplicemente perchè mancano di umanità. Non ci si può improvvisare educatori perchè, come ricordava Benedetto XVI nella Caritas in veritate, per educare bisogna saperechi è la persona umana, conoscerne la natura. Fin quando si dubita del valore della persona, fin quando si declassa il significato di parole (ormai declinate) come dono di sè, bene, bontà, spirito di sacrificio non si può certamente darne testimonianza, così indispensabile in un progetto educativo. In nome della effimera voglia di autorealizzarsi, oggi si evoca narcisisticamente il proprio io, l'io ovvio dell'individuo egocentrico, non il proprio sè, il sè profondo della persona che vive con il mondo, nel suo splendore e nella sua miseria, nella sua verità e nel suo peccato. Solo così ci si può battere e schierare per una vera civiltà dell'anima. Concludo riportando le parole di Luigi Santucci ( La letteratura infantile ) che a tal proposito consacra il libro Cuore come testo di letteratura infantile:
" La conclamata e derisa retorica del sentimento di Cuore è invece - nella maggior parte dei casi- una particolare tecnica pedagogica per introdurre il fanciullo al possesso dei più intrepidi ideali, delle fondamentali virtù e introdurvelo per le vie persuasive della commozione, vorremmo dire attraverso traumi emotivi. "
P. S.: Qualcuno , per fortuna, lo usa il libro Cuore a scuola.

Giorgio Israel ha detto...

La scienza non c'entra niente nella valutazione con i voti o con qualsiasi altra modalità, e non vedo perché ci debba entrare. Ma cos'è questa mitologia della scienza?
Tra l'altra tirata fuori a sproposito. Cosa diamine c'entra la "didattica di ricerca" con la scienza? Per lo più si tratta di sviluppi del tutto privi di qualsiasi rigore. Ammesso e non concesso che rigore si identifichi con scienza (si può essere rigorosi senza ricorrere a un linguaggio scientifico e fare affermazioni prive di qualsiasi rigore con un linguaggio scientifico. E ci risiamo. Tento di spiegare che le competenze sono un concetto privo di qualsiasi base seria e che l'idea di una valutazione "scientifica" nel senso delle scienze "esatte" è altrettanto priva di basi serie e mi vedo rispondere non a queste asserzioni nel merito, ma sulla base dell'idea scontata come vera a priori che il concetto di competenza è ben definito e che l'insegnamento deve fondarsi su procedure scientifiche. C'è qualcosa di occluso e autoreferenziale in questo modo di ragionare.
E mi permetta, Giovanni, di quel discorso sulla scienza "normale" alla Kuhn ecc. non ho capito nulla? Sarei io il critico ermeneutico o sarei il positivista illuminista? Bah...

Vincenzo Manganaro ha detto...

Ho studiato docimologia con Mario Gattullo (uno dei "padri putativi" della disciplina in Italia); a suo tempo sono stato anche formatore per il Ministero, scrivendo la parte statistica per i successivi corsi di formazione (chiedo perdono agli statistici). Sono dunque certo che il tentativo fatto allora non riguardava la misurazione di competenze ma di conoscenze, per il semplice motivo che i pedagogisti di qualche tempo fa giudicavano le competenze non definibili e quindi nemmeno misurabili. E già da allora si nutrivano dubbi sulla attendibilità dei dati di qualunque misurazione, ancorchè standardizzata, tanto è vero che molti formatori si dedicarono poi ad altro e il Ministero lasciò perdere, per quasi vent'anni. Le cose non sono cambiate: non esiste univocità sulla definizione della competenza in campo educativo e nessuno studioso serio può davvero pensare di applicare la docimologia a una cosa che non esiste. Naturalmente è aperto il dibattito sulla docimologia in quanto possibile disciplina "scientifica" ma qui non mi pare il caso.
La didattica di ricerca o come la si chiama più spesso "ricerca-azione" sul campo è il tentativo empirico di trovare nel lavoro di tutti i giorni tecniche e metodi più efficaci di insegnamento apprendimento. Come è ovvio in campo educativo, la ricerca che ha dato ottimi esiti nella scuola tal dei tali ne dà di pessimi nella scuola tal altra e questo in funzione di enne variabili che non si possono controllare efficacemente allo stesso modo riproducendo le stesse condizioni: a occhio, niente che sia vagamente "scientifico", se a questo termine diamo tutti lo stesso valore.
Cordiali saluti a tutti, Vincenzo Manganaro

Giorgio Israel ha detto...

Ecco un commento che, per me, è saggio e pieno di quel buonsenso che stiamo smarrendo

Neoconservatore ha detto...

Mi permetto di allargare il tema e di evidenziare il problema dell`insegnamento della storia a scuola.

Quando io frequentavo le superiori (inizi anni 90) il novecento non era nemmeno analizzato.Ora cio` viene fatto, ma almeno per quanto riguarda la mia realta` toscana, i ragazzi dai 15 in su si dividono ancora in larga parte tra comunisti e fascisti.

Secondo me, non e` tutta colpa loro se come alternative identitarie hanno due totalitarismi(comunismo e nazifascismo).
Molto e` dovuto al modo in cui la storia viene insegnata.Questi ragazzi devono sapere le date gli eventi ma non devono sapere niente delle dottrine politiche che hanno partorito quei movimenti.

Lo stesso si puo` dire della rivoluzione francese, madrina nella versione giacobina dei moderni totalitarismi.
Personalmente ritengo inutile per i ragazzi sapere la data del giuramento della pallacorda o dell`inizio del terrore, se non sanno che cos`e` la volonta generale, quali sono le ripercussioni di questa concezione totalizzante secondo cui e` l`appartenenza alla collettivita` a dare valore al singolo essere umano.

Allo stesso modo,come puo` essere compreso il fascismo se i ragazzi non sanno chi era Sorel,e non conoscono la sua teoria del "mito".

Come possono capire comunismo e nazismo se non hanno chiaro il concetto di colpa collettiva aprioristica, se non sanno che cos`e` il che fare, se non sanno che Lenin riteneva, a differenza di Marx, che se gli eventi non si realizzavano, andavano realizzati.

Esiste, non in tutte le scuole filosofia, ma e` una materia diversa, storia dovrebbe essere integrata con storia delle dottrine politiche.
Altrimenti continuando ad insegnare solo fatti e date i ragazzi non possono elaborare in maniera adeguata gli avvenimenti.

Alfredo ha detto...

non ho parole per definire questo orrore. E non so se e' orrore per la pretesa ridicola di quantificare la personalita' di uno/a studente o per il dettaglio con cui questa compito viene descritto (inquietante il "seguendo procedure standard"). Ma soprattutto e' ridicolo il fatto che alla fine di questa lista di "abilita'" (ma cosa sono, super-poteri?)poi la competenza globale venga valutata come media semplice o piu' semplicemente, come "somma delle caselle barrate". Come se i vari campi fossero commensurabili tra loro. "A tanto al chilo", verrebbe da dire.

Ludwig Van Molleam ha detto...

Professore, mi scuso se uso un commento per segnalarle la cosa ma non ho trovato un suo indirizzo mail (e devo dire che la capisco a non pubblicizzarlo così).
Stasera, su un blog di "cavolate" che leggo per divertimento ho trovato questa perla: http://failblog.org/2009/11/25/deferred-success-fail/

Subito mi sono fatto una risata e poi ho pensato di segnalarglielo perchè a quanto pare anche la perfida Albione non è esente dalle scemenze pedagogiche.

Non si preoccupi a pubblicare questo commento.

Luca ha detto...

Manganaro, cosa le fa credere che a Piazza Montecitorio e a Viale Trastevere siano in grado di selezionare le aree di eccellenza a cui lei si riferisce?

Per quanto riguarda il finanziamento, se lei manda i figli alla scuola statale e il suo vicino li manda in quella privata, senza misure di compensazione, lei riceve anche una parte delle tasse pagate dal suo vicino.
In questo caso, il suo vicino dovrà finanziare anche la scuola statale senza utilizzarla, anzi, eventualmente, schifandone organizzazione e metodi.

Vincenzo Manganaro ha detto...

Verissimo, gentile Luca. Ma almeno in linea teorica, il mio vicino paga un servizio per la collettività che non ha fini di lucro, io pago per un servizio che appartiene ad un privato e la cui prima finalità è produrre un profitto per sè. Non trovo motivi per cui un cittadino debba pagare due volte per un servizio di cui usufruisce una sola volta ma capisco che la questione tocchi diverse sensibilità. Il mio amico che iscrive il figlio alla scuola privata con la tassazione assolve ad un dovere verso la collettività che in quanto tale non può trovare forme compensative; se lo desidera o non è soddisfatto del servizio pubblico, è libero di pagare un altro servizio ma non credo di doverlo finanziare io, così come mi aspetterei di non dover finanziare cliniche private con la mia tassazione ma solo strutture pubbliche, fermo restando il mio diritto di andare dove mi pare a farmi curare. Ovviamente il servizio dovrebbe essere di qualità e questa è un'altra questione su cui si generalizza troppo spesso: esistono scuole pubbliche ottime e scuole pubbliche pessime, scuole private ottime e scuole private pessime. Non entro nel merito delle differenze ma non posso accettare l'argomento che classifica tutte le scuole pubbliche come pessime per metodi e organizzazione.
Inoltre, a proposito di generalizzazioni, io non credo che al Ministero vi siano degli sprovveduti: ho conosciuto diversi dirigenti di viale Trastevere, molti docenti che hanno fatto parte della Commissione Israel (almeno i pedagogisti) e non mi sono parsi impreparati o poco consapevoli. E' che molti problemi sono incancreniti da anni di lassismo e scelte clientelari sia sotto il profilo sindacale che politico e l'inversione di tendenza non può che essere lenta e graduale. Ho colto in più occasioni in questi due anni l'onesta intenzione di recuperare efficienza ed efficacia nella scuola e intendo verificarla sul campo.

Cordialità, Vincenzo Manganaro

Luca ha detto...

Dire "collettività", nel nostro paese, è come dire "solidarietà", è un passapartout per qualsiasi forma di invasione della pubblica amministrazione nella società civile. Anche il canone Rai ha finalità di "servizio pubblico", il che non lo rende più accettabile dal punto di vista morale.

"Ovviamente il servizio dovrebbe essere di qualità". Se lei affida l'istruzione pubblica ad un ministero avrà un servizio di qualità esattamente pari a quella di ogni altro ministero statale.

Lei mi sembra in buona fede, ma mi impressiona vedere fino a che punto la forma mentis amministrativa è penetrata nel sentire comune. Lei parla di "efficienza ed efficacia". Si tratta di una formula che proviene dalla commissione Nigro. Già allora si capì che ne sarebbe uscito uno slogan. Poi fu inserita nella legge 241 del 1990 (disciplina generale del procedimento amministrativo, non scuola; la trova oggi all'art. 1). Poi, dopo il 1996 è penetrata nel linguaggio dell'amministrazione della scuola. Adesso, ogni dirigente scolastico la utilizza correntemente.

Lucio ha detto...

Per Luca: la sua e' un'affermazione di principio, o si riferisce particolarmente alla realta' italiana? Nei paesi scandinavi, i sistemi scolastici sono interamente gestiti dallo stato, eppure funzionano al meglio!

Lucio Demeio.

shlomit ha detto...

per luca: tasse per la scuola no; canone rai no; tasse per la sanità no (perché io devo pagare anche per i poveri cristi del pronto soccorso, quando posso andarmene a villa quiete?). ci potrebbe dire, per curiosità, quali tasse trova giusto pagare?

Luca ha detto...

Demeio, non avevo capito che lei scrivesse dalla Svezia e si riferisse al personale amministrativo scandinavo. Mi scuso.

Shlomit, cortesemente dia un'occhiata alla Costituzione. Lì le cure "gratuite" sono solo per "gli indigenti" e l'istruzione gratuita solo ai "capaci e meritevoli".

shlomit ha detto...

quindi secondo lei la sanità in italia è gratuita? e l'università? lei è sicuramente molto ricco e le tasse che si pagano le parranno poca cosa, ma non è così per tutti. in ogni caso quando qualcuno in italia (penso a Bersani) ha cercato di fare qualcosa di "liberista", i "liberisti" (tassisti, farmacisti) lo hanno sbranato.

Lucio ha detto...

Luca, l'uso dell'ironia e' molto apprezzabile, ma a volte offusca il significato delle parole. Mi sento quindi di interpretare liberamente il suo pensiero: purtroppo in Italia abbiamo del personale amministrativo cosi' scadente (o "fannullone", usando termini alla moda) da impedire il regolare funzionamento delle istituzioni scolastiche (e magari non solo quelle). Allora le rendo piu' esplicita la mia domanda: se in altri paesi (non solo la Svezia, tra l'altro) si riesce ad avere un sistema scolastico statale piu' che valido, perche' da noi no? Solo per gli amministrativi fannulloni? Io penso di no, e continuo a sperare che si possa anche da noi. Chissa', magari solo quando la smetteremo anche di parcheggiare in doppia fila ...

In quanto alla Costituzione, un conto e' parlare di diritti, un conto e' stabilire la destinazione delle entrate fiscali dello stato. E se lo stato non investe nel sistema scolastico, a tutti i livelli, stiamo freschi ...

Cordialmente,
Lucio Demeio.

Luca ha detto...

Cordialmente, si tratta di distinguere tra il mondo che vorremmo che esistesse e quello che, realisticamente, ci si deve attendere se si mette l'istruzione nelle mani della pubblica amministrazione. Non si legifera con le fantasie. Se fosse come lei dice, lo stato potrebbe occuparsi nuovamente, ad esempio, di siderurgia, con grande successo, "purché ci sia personale amministrativo efficiente" (è questo "purché" il problema).

Se lo stato non investisse nel sistema scolastico, eviterebbe di sperperare risorse e fare danni, come avviene adesso, e la spesa in istruzione sarà migliore. Lo stato non investe, grazie a Dio, nella panificazione ed è per questo che non si parla di "riforma dei panifici" come si parla di "riforme della scuola".

Alfredo ha detto...

perche' allora non smetterla di investire in ordine pubblico e difesa? non sarebbe meglio lasciare liberi i cittadini di pagarsi la propria polizia/esercito privati? ovviamente, non ha nemmeno senso investire nella sanita' pubblica, ed in qualsiasi altro servizio che non sia scelto direttamente, ma pagato con le tasse (e scelto indirettamente votando chi e' poi preposto a scegliere). Direi di piu': aboliamo lo Stato, e non se ne parli piu'!

ilaria ha detto...

In generale (lo so, lo so generalizzare è sbagliato, ma siamo pur sempre in un blog su internet, ancorché di alto livello e lo spazio e il tempo son quelli che sono): l'istruzione pubblica in Italia è ottima, quella privata pessima. Ricordate gli orrendi "privatisti" alle maturità che venivano dai 5 anni in uno? Se lei, Luca, è contento del CEPU, auguri. Io mi tengo la scuola pubblica. Quiz: quale statista, oggi molto rivalutato (e sicuramente rivalutato da lei, Luca), parlò a suo tempo di "privatizzazioni del c...o"?

Lucio ha detto...

D'accordissimo con Ilaria. Le scuole private in Italia o sono confessionali (e mi astengo dal giudicarle) o sono solo degli espedienti per ottenere un diploma pagandolo a suon di quattrini (e non escludo che l'intersezione dei due insiemi non sia vuota). E' l'esperienza di diverse persone che ci hanno lavorato come docenti, per giunta ultra-sottopagate (quanto una donna delle pulizie). Magari ce ne saranno di buone, forse a Milano o Roma, ma per il resto il panorama e' questo.

Lucio Demeio.

Luca ha detto...

Ilaria, se l'istruzione statale fosse ottima, lo stato non dovrebbe costringere la gente a finanziarla con l'esazione fiscale: pagherebbero volontariamente (come fa chi iscrive i figli alle non statali).

Alfredo, no difesa e polizia (e, in verità, anche giustizia, controllo sanitario degli alimenti e alcune altre attività) non si possono privatizzare perché dal punto di vista economico sono dei "monopoli naturali" (non sono possibili due eserciti per lo stesso paese) mentre, dal punto di vista giuridico, esercitano poteri autoritativi.

Luca ha detto...

I diplomifici sono un altro problema creato da Viale Trastevere. Sarebbe sufficiente eliminare il valore legale dei titoli di studio perché le scuole, pubbliche o private, siano frequentate solo da persone interessate alla conoscenza. Gobetti giustamente diceva che i titoli di studio sono i titoli nobiliari della piccola borghesia.

ilaria ha detto...

Ancora su scuola statale e no, e ancora per Luca. L'aborrito Stato, siamo semplicemente noi tutti. Tutti quelli che ci tengono tanto a liberalizzare selvaggiamente la scuola saranno contenti quando, nel giro di neanche una generazione, saranno spuntate una miriade di scuole musulmane? Magari col loro bel contributo statale? Controllerà, lei, Luca, quello che vi viene insegnato? E con che diritto? Abolire lo stato è come abolire la religione: chi non crede a niente, crede a tutto.

Lucio ha detto...


se l'istruzione statale fosse ottima, lo stato non dovrebbe costringere la gente a finanziarla con l'esazione fiscale: pagherebbero volontariamente (come fa chi iscrive i figli alle non statali)

Qui siamo al paradosso del mentitore (o quasi): se la gente pagasse l'istruzione statale di tasca sua (volontariamente), questa non sarebbe piu' statale; ma se e' statale, va finanziata con le entrate dello stato, che sono (in larga misura) le tasse. Ma chissa', forse le idee di Luca contengono qualche spunto innovativo: tasse differenziate (cosi' non ci limitiamo alla raccolta differenziata dei rifiuti): ognuno specifica, sul 730 o quel che sia, quale frazione delle proprie tasse vuol destinare alla scuola, quale agli ospedali, quale all'urbanistica (strade e rotonde varie), quale agli ammortizzatori sociali, etc. Povero Tremonti, ne uscirebbe pazzo!!

Lucio Demeio.

Alfredo ha detto...

guardi Luca, non so quanto l'esercito sia un monopolio naturale: le basti considerare quanto l'esercito romano sia stato di fatto un insieme di eserciti fedeli piu' al proprio generale che all'imperatore, le armate medioevali siano state formate da contadini e borghesi cooptati alla bisogna dal barone di turno (ed equipaggiati in base al reddito) e le guerre rinascimentali siano state combattute prevalentemente da mercenari. L'esercito che dice Lei e' un invenzione moderna, prima dei puritani di Cromwell ed infine della vituperata Rivoluzione Francese. Insomma, una filiazione dello Stato assoluto. Ad ogni modo la mia era un po' una provocazione, lungi dall'essere un libertario! E' evidente che abbiamo idee diverse sulle tasse: per me sono anche un modo per redistribuire il reddito, quindi solo una parte puo' essere considerata come "acquisto servizi" (tra cui l'istruzione). Da statalista convinto, sono contento di essere stato istruito nella scuola pubblica Gentiliana e "De Amicis-iana" (non certo bolscevica).

Dove ho avuto un'ottima istruzione, dove ho avuto modo di confrontarmi con professori e studenti dalle idee piu' svariate, e dove ho avuto come compagni di banco figli dalla provenienza sociale piu' disparata. Insomma una "educazione alla cittadinanza" implicita - che il nostro gentile Ospite non sembra gradire particolarmente - che difficilmente avrei avuto in una scuola privata.

Per il resto sono d'accordo con Ilaria, il problema maggiore della scuola e' esterno alla scuola, e' il modello familiare "genitore-difensore ad oltranza". Quando andavo a scuola io, se portavo brutti voti a casa, erano guai, altro che "povero cicci".

junco ha detto...

Che il “problema maggiore della scuola” sia il modello familiare "genitore-difensore ad oltranza", proprio non mi risulta. Credo che questo sia un problema vivo in contesti sociali particolarmente degradati. Il genitore ignorante difende ad oltranza e non gliene importa della formazione dei figli. Nei contesti in cui, invece, si ha a che fare con genitori “colti”, viene fuori, sempre più, la richiesta della qualità nella formazione dei figli. Chiedono trasparenza, maggiore impegno dei professori, attenzione alle esigenze degli alunni, autorevolezza della classe insegnante, persino severità.
E il vero problema, a questo proposito, è che quando i rappresentanti dei genitori avanzano delle richieste in tal senso, cosa che è nel loro diritto, alienato se queste sono disattese, gli insegnanti si coalizzano in una “difesa ad oltranza della loro classe”, del loro ruolo, intendo. Si coprono a vicenda.
Ancora ci sono insegnanti che considerano i rappresentanti dei genitori una seccatura. Hanno una funzione istituzionale.

ilaria ha detto...

i rappresentanti dei genitori, la cui funzione istituzionale è stata creataa seguito del, absit iniuria verbis, Sessantotto non sono una seccatura, sono una iattura, non la sola sicuramente la più grave che affligge la scuola pubblica italiana. Parlo di scuola pubblica perché di quella privata non so (e non mi interessa). E, mi creda, più il contesto è "colto" più aumentano la prosopopea, la sicumera e l'arroganza (dei genitori, che si riverbera sui piccini).

Alfredo ha detto...

guardi Junco, in realta', come spesso accade, rischiamo entrambi di essere troppo generici. Io parlo in base alla mia esperienza personale (indiretta e limitata, non essendo insegnante). Mia madre, esempio tra tanti, insegnante da poco in pensione, non solo mi racconta di come i genitori di classe sociale "elevata" siano diventati iperprotettivi negli ultimi 10 anni, ma come siano proprio i genitori "operai" ad essere i piu' severi con i figli ed i piu' imbarazzati durante i colloqui, probabilmente perche' puntano molto sulla scuola per la "scalata sociale" dei figli.

Credo conti anche la zona geografica: io sono originario di "Gomorra", se cosi' si puo' dire, e le garantisco che li' la classe media e' ahime' fortemente affetta da familismo amorale (ma ho notato comportamenti simili anche al nord, dove ho vissuto per un po' di anni).

Sia chiaro, io non difendo la scuola che insegna emotivita' e cittadinanza, sebbene sia proprio la scuola ad essere, in maniera implicita, la migliore palestra di emotivita' e cittadinanza. Anzi, sono per un netto ritorno al passato e, pur non essendo simpatizzante di questo governo, ho accolto molto positivamente il ritorno al rigore del ministro Gelmini.

Ma difficilmente potra' negare che nella societa' italiana - ma anche qui in inghilterra, posso dire - esiste un generale atteggiamento del tipo "i figli vanno capiti" che nasconde, a mio avviso, i sensi di colpa di genitori sempre piu' assenti, e che pertanto compensano diventando gli "amici" dei figli (e mi prendo la responsabilita' della genericita' delle mie osservazioni!)

Va da se' che son contento di leggere un parere opposto, vuol dire che la verita' probabilmente e' nel mezzo, e questa e' certamente una buona notizia.

cordiali saluti

junco ha detto...

Prof. Israel,
io non so se lei gradisca questo tipo di dialogo sul suo blog. Se no, cestini pure. Meglio cestinato che invadente.

Ilaria,
per me i danni procurati dal Sessantotto sono altri. Sono, ad esempio, gli idioti diventati assistenti universitari presentando, come titoli scientifici, volantini di propaganda politica. E aberrazioni simili, su cui non è il qui caso di soffermarsi.
Nella scuola, i rappresentanti dei genitori sono un organismo di controllo importante, che spesso, pur essendo in grado di individuare le problematiche connesse a reali inadempimenti della classe insegnante, non viene ascoltato con la serietà dovuta, per quel perverso meccanismo di instancabile autoconservazione di tutte le incapacità possibili, a cui sopra accennavo.
Perché mai dovrei crederle se dice che più i genitori sono “colti”, più sono arroganti?

Alfredo,
io non sono affatto generico: ho “distinto”, al contrario, l'atteggiamento del genitore “colto” da quello del genitore “ignorante”. Questa distinzione non è, come dice lei, tra “classe elevata”, che non so che significhi, “elevata”, e tra “classe operaia”. Mi vuol far fare un discorso classista?
Insegno nella scuola media da ventidue anni, ho un'esperienza diretta, quindi. Sono andato indietro con la memoria, per verificare mi sfuggisse qualcosa: non ho trovato un solo episodio di genitore arrogante che pretendesse alcunché. Qualche raro tradimento, sì, di qualche vigliacchetto pettegolezzo (troppa grammatica, poca grammatica...). Ma arroganza, mai. Non le avrei dato spazio. E vivo e lavoro più a sud di Gomorra: Sicilia, Messina.
Io, in realtà, vedo quotidianamente colleghi che leggono come “arroganza” l' esigenza, da parte dei genitori, di una scuola che funzioni come dovrebbe: cioè, vedono arroganza in un fondamentale diritto.
Poi, c'è un'altra questione, quella del genitore iperprotettivo, giustificazionista, etc.: quello è il genitore “ignorante”, il genitore-amico, indiscriminatamente compiacente, pericoloso quanto l'insegnante-amico, compiacente, etc.

ilaria ha detto...

Mettiamola così: se l'operato diun medico (o di un qualunque professionista) non le piace lei può: a) cambiarlo, b) in casi estremi denunciarlo. La legge le consente ampia facoltà in entrambe le direzioni. Solo nella scuola ci si sente (e si è) in diritto di discutere il lavoro dell'insegnante e indirizzarlo. Come dicevo, lei può cambiare o denunciare un medico, ma non dirgli "no, guardi, io l'aorta la metterei un po' più a sinistra... va sicuramente meglio così". Come i genitori che vengono a discutere gli errori segnati sulle versioni perché loro "hanno fatto il classico".
Non commento il suo "perché dovrei crederle", che può essere facilmente ribaltato: perché dovrei crederle io quando dice che ha sempre trovato genitori così perfetti, illuminati, collaborativi e, soprattutto "colti".

junco ha detto...

Ilaria,
non ci creda, sarebbe assurdo: difatti non l'ho scritto, se l'è inventato, e non capisco il motivo. Ho detto che non mi è mai capitato di dovermi scontrare con l'arroganza dei genitori. Non ho detto che ho sempre avuto a che fare con genitori “perfetti, illuminati, collaborativi e, soprattutto "colti"”. Se si gioca a fraintendersi, viene meno il senso del dialogo. La polemica, più che padre di tutte le guerre, per me, è genitrice di noia mortale.

Nella sua analogia tra medici e insegnanti, le conseguenze logiche da trarre sono altre: se un medico non sa fare il suo lavoro, lo cambi, e se fa danni perché, nella sua incapacità, o nella sua indolenza, opera su una patologia quando ce n'è una diversa, lo denunzi; se, invece, un insegnante non è in grado di svolgere il suo lavoro, ad esempio, non è capace di gestire una classe, insegna italiano e non sa parlare italiano, educazione musicale e non sa e non insegna nulla di musicale, etc., provate a denunziarlo, provate a togliergli la cattedra da sotto il sedere: vedrete da quale cordone di solidarietà di casta e sindacale sarà circondato e protetto, quale complicità mafiosa si stringerà intorno a lui a dargli cuore.
Quando poi i rappresentanti dei genitori, in taluni frangenti, si fanno coraggio e denunziano nei consigli di classe che “in quell'ora di lezione non si fa nulla, in quell'altra c'è un continuo macello, quell'insegnante, invece di spiegare, parla al cellulare, quell'altra, invece di dialogare, insulta e aggredisce gli alunni” - vengo fresco fresco da un simile frangente – allora i genitori diventano “arroganti”. Il fatto, semplice, è che non si arrogano un diritto, ce l'hanno.
Per quanto riguarda, poi, quei genitori “colti” che vogliono entrare nel merito dei contenuti trasmessi ai loro figli, beh, io non chiederei di meglio. Perché mai non dar conto della bontà di una traduzione, rispetto a un'altra, a un genitore?
Non c'è soddisfazione maggiore, per un insegnante che forma l'alunno, di accorgersi che, per una sorta di concatenazione, va ri-formando anche i suoi genitori. Ne ho conosciuto, “alcuni”, che hanno riletto Manzoni e scoperto Rilke. Grati.

Lucio ha detto...

Sono assolutamente d'accordo con Ilaria sul fatto che i genitori "pretenziosi" provengono in maggior parte dalla classe abbiente, se non da quella colta. La mentalita' del genitore che si pone sempre (senza se e senza ma) dalla parte del figlio (o figlia) la si ritrova fino ai primi anni dell'universita', purtroppo.

Non sono invece d'accordo sull'accostamento del docente con il medico. A fronte dell'esempio portato da Ilaria, potrei portarne molti altri che dimostrano l'opposto. Quante volte diciamo, ad esempio, di preferire quel pianista o quel direttore d'orchestra a tal altro pianista o direttore in uno scherzo di Chopin o una sinfonia di Beethoven, essendo noi magari dei semplici appassionati di musica e non dei musicisti? Anche li', in fondo, stiamo dicendo ad un Karajan "ma perche' prendi tempi cosi' veloci?", o cose simili. Questa e' arte, si dira', ed ognuno la pensa come vuole. Allora, il lavoro di un insegnante e' piu' simile a quello di un artista o di un letterato od a quello di un medico?

Cordialmente,
Lucio Demeio

ilaria ha detto...

Per Lucio: da un lato ha ragione, però lei ce lo vede Von Karajan a organizzare riunioni mensili col pubblico per decidere insieme quale è il tempo giusto da dare? O magari a stilare a inizio stagione un piano dei tempi che terrà (sulla base delle richieste del pubblico)?

Lucio ha detto...

Per Ilaria,
no, ovviamente Von Karajan in tal guisa non ce lo vedo. Era un'analogia un po' lontana, lo ammetto, anche perche' non affidiamo i nostri figli ad un direttore d'orchestra (ma glieli potremmo affidare per la loro educazione musicale ...). Ma, pensandoci bene, anche col medico tante volte non ci comportiamo cosi' diversamente. Non arriviamo al punto da dire al chirurgo dove e come tagliare, ma con nostro medico di famiglia o col pediatra dei nostri figli le cose le discutiamo eccome!! La decisione sui pro e contro di una medicina o di una terapia la prendiamo assieme. Allora, perche' non discutere con gli educatori dei nostri figli? Poi, si sa, in tutte le cose c'e' una misura di equilibrio, oltre la quale si esagera e basta.

Cordialmente,
Lucio Demeio.

DM ha detto...

Mi permetto di segnalarLe il mio Blog: http://ilcircolovirtuoso.splinder.com/

Mi complimento per la forza con cui conduce la sua pacifica lotta contro la scuola del vuoto.

Grazie

Teresa ha detto...

Gentile professore,
mi scusi se dirotto la conversazione, ma l'aggettivo "demenziale" per me si applica anche a provvedimenti come questo:

http://www.tecnicadellascuola.it/index.php?id=27469&action=view

Che ne pensa? Quali conoscenze potranno acquisire gli insegnanti in questo modo in una prospettiva reale e non ideale? Avranno la "competenza" di insegnare tali conoscenze?

Teresa

coloriXcaso ha detto...

Egregio Professore,
condivido il suo parere a proposito della certificazione delle compentenze.
Ma a proposito di chiacchiere fumose ha letto gli "OBBIETTIVI FORMATIVI QUALIFICANTI" redatti dal "Gruppo di lavoro per la formazione del personale docente -DM 30/07/2008"?
Non le sembrano altrettanto vuoti?