venerdì 28 novembre 2014

TEPPISMO A SCUOLA

Napoli è una città difficile e tutto il meridione ha non pochi problemi: sarebbe ipocrita ignorarlo. Ma di qui a dire – come ha fatto il ministro Giannini di fronte agli episodi al Galiani di Napoli – che non si vedono indizi nazionali che facciano allarmare, ne corre. Chiunque sia un minimo a contatto con il mondo della scuola sa che il degrado fisico e il teppismo da cui sono investiti gli istituti è un fenomeno nazionale che ha dei picchi in certi luoghi, ma non è appannaggio di questi soltanto. Chiunque sia informato sa che i fenomeni di teppismo “interno” – il minimo è lo scasso dei sanitari – è all’ordine del giorno, come lo è il teppismo “esterno” di bande che, facendosi beffe di sistemi di sorveglianza e sicurezza inesistenti o fragili, entra per rubare computer e attrezzature informatiche, svaligiare l’incasso dei distributori di bevande, lasciando la “firma” di mura imbrattate ed escrementi sui pavimenti. È di questi giorni la situazione esplosiva di alcune scuole romane (non napoletane) sottoposte all’intrusione di personaggi provenienti da un campo Rom, con lanci di sassi e bottigliate, scorribande con i motorini, furti di cellulari agli studenti minacciati con i coltelli, roghi tossici che infestano le aule, fino a ipotizzare un legame con la criminalità organizzata. Altro che indizi: qui siamo di fronte a una realtà che va avanti da anni e di fronte alla quale ci si volta dall’altra parte, fino a che scoppia un caso particolarmente odioso e allora si preferisce presentarlo come una patologia isolata.
Del resto, come potrebbe andare in modo diverso in un’istituzione sempre più trascurata, come tante altre istituzioni o servizi pubblici? I passeggeri non ancora assuefatti hanno assistito sgomenti all’arrivo dei primi treni inaugurali della nuova linea C della metropolitana romana, già imbrattati dai writer. La scuola è da tempo a uno dei livelli più bassi di questo degrado. Nessuno si cura di difenderla dalle aggressioni esterne con efficaci sistemi di sicurezza, di difenderla dal degrado derivante da inaccettabili comportamenti di alcuni gruppi di studenti, imponendo un rigore disciplinare che, almeno in certi casi, è assolutamente necessario. Si straparla della scuola come centro di formazione sociale, aperto a tutti, e mirante a creare una coscienza da cittadino. Se ne straparla a spese del comparto disciplinare, proponendo continuamente nuove materie di educazione alla cittadinanza, e persino educazione all’affettività. Non si capisce bene che cosa si faccia in questi nuovi comparti curriculari visti gli effetti: basta assistere allo sciamare dalle scuole di studenti che lasciano le cartacce della pizza sui marciapiedi o si affollano sui mezzi pubblici senza pagare il biglietto. Forse andava meglio quando si facevano più materie disciplinari e si instillava il senso del dovere attraverso il rigore dello studio, invece di un profluvio di prediche fumose che destano negli studenti una comprensibile reazione di scetticismo e derisione che serve solo ad alimentare il cinismo. Perciò concordiamo con il ministro Giannini quando dice che occorre smettere di alimentare il rito delle occupazioni, per cui – qualsiasi cosa accada – il mese di novembre è dedicato a questa ripetitiva sceneggiata. Ne ha fatto le spese il ministro, che si è sentita punta sul vivo per l’accusa di voler “privatizzare”. Avrebbe dovuto ricordare che una simile accusa è stata rivolta a tutti i ministri prima di lei, sempre a novembre, e ascoltare meglio per sapere che se ne sentono di ben più ridicole, come la presentazione dell’alternanza scuola-lavoro come una “deportazione” in fabbrica. Noi, che siamo molto critici del piano della “buona” scuola, ci sentiamo liberi di dire che certe questioni delicate e complesse non debbono essere lasciate agli slogan assembleari. Ma meno liberi di dirlo sono i politici che da decenni hanno lisciato il pelo della “contestazione” in nome di un giovanilismo d’accatto che ora si ripropone nella formula della “rottamazione”.
 Perché un’istituzione venga rispettata occorre renderla rispettabile e far capire a chiare note che nessuno ha il diritto di degradarla e farne strame, magari proponendo di trasformare istituti allo stremo in centri sociali multifunzionali. Il primo dovere è renderla rispettabile sul piano fisico. Quale rispetto si può mai avere di un edificio che si presenta con le mura esterne sbrecciate e cadenti e con una bandiera italiana a brandelli? Eppure, se vi rivolgete a un dirigente scolastico, offrendogli di tasca vostra una bandiera nuova di zecca, è probabile che rifiuti perché il pennone è un tale rottame che l’operazione di sostituzione rischia di accelerare una caduta con conseguenze penali. Per questo, in tanti abbiamo salutato con favore il piano di edilizia scolastica annunciato dal presidente del Consiglio. Ma a distanza di mesi non se ne sa più nulla e tutto sembra arenato in una fase pre-preliminare.
Per rendere rispettabile la scuola occorre ridare dignità alla funzione docente, non a chiacchiere, chiedendo quel rigore nei comportamenti e nella qualità dell’insegnamento e offrendo un accettabile trattamento economico, che giustificano una rigorosa valutazione sia degli istituti che delle persone. Questo non può essere fatto con una valutazione da burletta in cui non viene premiato chi insegna meglio la matematica o la storia, bensì chi s’inventa attività collaterali, magari le più disparate e prive di senso.
Ora siamo di fronte alla necessità dell’immissione in ruolo dei precari, non solo perché lo dice il piano della “buona” scuola, ma perché lo impone l’Europa. È un passaggio assai delicato perché se vi è chi, a buon diritto, insegna da anni, e anche bene, e mal tollera di dover subire un controllo dopo che per tanto tempo si è accettato senza fiatare il suo lavoro, vi è chi ha acquisito diritti avendo insegnato poco e tanto tempo fa. Il problema esiste, i guai passati si scontano, e il ministro non può scrollare le spalle nel timore dei soliti problemi di un processo di selezione. Dice di non conoscere l’emendamento che propone una verifica delle competenze dei precari in inglese e informatica. Avrebbe dovuto dire che quell’emendamento è una follia. Dovremmo piuttosto essere certi che il nuovo assunto conosca l’italiano (la lingua che si usa tutti i giorni in classe), che conosca i rudimenti della storia (almeno non creda che Aristotele sia vissuto nel quindicesimo secolo ed Eulero sia stato un matematico greco), che abbia qualche conoscenza di base di scienze. Ma pensare che l’alternativa a non verificare niente sia constatare se uno sa dire “good evening” e pasticciare sulla tastiera di un computer (magari per fare il registro elettronico) è un’assurdità che non merita commenti.
Purtroppo questi sono i parti del rigore all’italiana. Tra pochi giorni si svolgerà un convegno per celebrare (l’unico verbo appropriato, dato il tenore della manifestazione) il decennale dell’Istituto Nazionale di Valutazione dell’Istruzione (Invalsi) e lanciare il nuovo Sistema Nazionale di Valutazione. Frattanto si apprende che l’Invalsi ha pubblicato il 10 novembre un bando per assumere un certo numero di esperti di “alta qualificazione” che per un triennio costruiranno i test dell’ente. La scadenza improrogabile per la presentazione delle domande era il 20 novembre, dieci giorni… Ci si chiede se procedendo in questo modo si può pretendere rispetto per una valutazione che si autoproclama rigorosa e “oggettiva”, conquistare il rispetto della classe docente e di chi frequenta la scuola.
Sembra che abbiamo trattato di temi diversi. E invece no. Siamo di fronte a comportamenti che vanno in direzione opposta a ciò che potrebbe e dovrebbe essere fatto per riqualificare la condizione materiale dell’istituzione, la qualità della classe insegnante e dell’insegnamento. Occorrerebbe tenere sempre a mente l’aforisma del celebre premio Nobel Albert Szent-Györgyi: «Il futuro sarà come sono le scuole oggi». Al momento, a rileggerlo c’è da sentirsi male.
(Il Mattino, 28 novembre 2014)

7 commenti:

Giorgio ha detto...

Poiché lei era stato uno dei firmatari della mia petizione, approfitto in modo improprio, e me ne scuso, della pagina dei commenti per segnarle che durante la discussione della legge di stabilità la Camera ha approvato un emendamento che di nuovo apre la strada all'eliminazione dei Commissari esterni dagli esami di maturità. Infatti l'emendamento richiede al MIUR di approvare, entro 60 giorni dal varo della legge di stabilità, un decreto riguardante la composizione delle commissioni d'esame con effetti dall'anno 2015 che valorizzi "i principi dell'autonomia scolastica, della continuità didattica, della coerenza degli standard valutativi". Dalla lettura del dispositivo si capisce facilmente che, dietro a questi apparentemente nobili principi, l'obiettivo è far giudicare gli alunni dai loro stessi docenti; tanto che il comma successivo parla di "economie", che evidentemente si otterrebbero risparmiando sulle missioni dei commissari esterni.
Molti hanno già rappresentato le molte obiezioni di merito che si frappongono a questa scelta, e non ci torno dunque sopra. Oggi a queste obiezioni si aggiungono le considerazioni sulla forma di quest'ultima iniziativa, che viene assunta un mese dopo che il Presidente del Consiglio aveva solennemente rassicurato i cittadini sul mantenimento delle commissioni esterne, attraverso un emendamento che adotta un linguaggio fumoso, per sviare l'attenzione dall'evidenza. Si tratta veramente di un pessimo esempio di coerenza e di trasparenza delle Istituzioni, che suscita lo sdegno di tanti cittadini che nel mese di ottobre in 5.200 avevano firmato in soli 10 giorni una petizione per mantenere l'indispensabile verifica esterna nel momento finale della carriera scolastica dei nostri studenti.
Ribadisco dunque la necessità che la riforma dell'esame di maturità avvenga sulla base di un dibattito trasparente e sviluppato nelle sedi appropriate, e salvaguardando in ogni caso il principio della terzietà della valutazione finale. Ho lanciato a questo riguardo una petizione su Change.org. Se mi autorizza posto il link per chi volesse firmare.

Giorgio Israel ha detto...

Posti pure il link. Anzi, me lo spedisca e lo segnalerò in un post apposito. Il mio indirizzo di posta elettronica è (com'è facile immaginare): giorgio.israel@gmail.com.
Peraltro ho già denunciato questo scandalo sulla mia pagina Facebook.

Giovanni Salmeri ha detto...

Mi permetto di segnalare, a futura memoria, l'intervento odierno del sottosegretario Faraone sulla questione delle occupazioni: http://is.gd/2KjRDM Non credo di essere particolarmente puritano né autoritario, credo anzi che le occupazioni siano una questione che va affrontata con realismo ed equilibrio, cercando di bilanciare la prevenzione (che parte da molto lontano) con la cura dei sintomi. E in più non nego che durante le occupazioni possano avvenire cose utili e buone (è possibile, tante volte ho visto studenti avere più sana inventiva e voglia di lavorare delle istituzioni in cui si trovano). Ciò detto, quello di Faraone mi pare un intervento sconcertante. Per carità di patria dovremo cercare di nasconderlo, ma se esibirlo può servire almeno a far capire a tutti in che mani siamo (per esempio alle famiglie che affidano i loro figli alle scuole), bene, affiggiamolo anche sui muri.

Giorgio Israel ha detto...

Indecenza allo stato puro. L'idea che un simile individuo sia il ministro dell'istruzione di fatto fa semplicemente rabbrividire. Non ha il pudore di dire che a lui le occupazioni hanno insegnato a far l'amore e a far carriera politica... In che mani siamo...

Alessandro Pecoraro ha detto...

Sono anche io critico verso la "buona scuola". Mi pare però che i soldi destinati ai comuni per riqualificare le scuole siano arrivati.

Giorgio Israel ha detto...

Il problema è che anche quando arrivano non vengono usati e il comune se li "cova". L'intonaco esterno della scuola di uno dei miei figli è a pezzi da anni, da due anni i quattrini per le riparazioni sono stati assegnati ma il comune fa orecchie da mercante. Potrei citare il caso di una scuola media che è riuscita a procedere alle ristrutturazioni, ma poi la ditta ha chiesto una revisione dei prezzi e ha bloccato i lavori. L'area ristrutturata è senza finestre, aperta alle intemperie, e tutto il lavoro fatto sta andando in malora. Mi risulta che le procedure per l'uso dei fondi prevedano l'accorpamento delle scuole in aree con la scelta di una scuola pilota che gestisce i lavori di tutto il gruppo. Dire che in questo modo finisce tutto alle calende greche è dir poco...

Alessandro Pecoraro ha detto...

Il decentramento degli imbecilli...