martedì 16 maggio 2006

L’Occidente ormai si disprezza fino a tollerare il nuovo odio per gli ebrei

Il Foglio - martedì 16 maggio 2006


Il presidente iraniano Ahmadinejad è un politico ideologo, la specie più pericolosa. Sembra che nella lettera al presidente Bush abbia parlato soprattutto del ruolo della religione nel mondo contemporaneo. «Il liberalismo e la democrazia occidentale non sono serviti a realizzare gli ideali dell’umanità. Oggi queste due dottrine hanno fallito. I più perspicaci riescono già a sentire il suono del frantumarsi e crollare dell’ideologia e delle idee dei sistemi democratici liberali. Signor Presidente, che ci piaccia o no, il mondo gravita intorno alla fede». Naturalmente, Ahmadinejad pensa che l’Islam, il suo Islam, riempirà il vuoto che quel crollo sta aprendo nel mondo: chi altro può esserne capace? Ma, se ci è consentita un po’ di libera esegesi, forse egli non è tanto sicuro di sé. Infatti, perché scrive a Bush? Perché gli dicono che «Sua Eccellenza segue gli insegnamenti di Gesù e crede nella promessa divina sul regno dei giusti»: perciò più di altri dovrebbe capire i suoi argomenti. E forse anche perché, più di altri, è capace di resistere. Forse Ahmadinejad percepisce che il crollo è più difficile dove il sistema democratico liberale è sorretto da una visione etica e morale – che sia religiosa (come la intende lui) o secolare. Lui non si rivolge all’Europa, perché ha capito benissimo che l’Europa è ormai vicina al crollo. La nostra libera esegesi non si spinge al punto di accreditare al presidente iraniano la conoscenza del pensiero postmoderno che, non contento della liquidazione delle religioni, ha liquidato anche ogni morale secolare, ritenendo che essa riporti inevitabilmente alla religione; e la conoscenza di quelle brillanti analisi che hanno disvelato il bigotto mascherato che si nasconderebbe in Kant. Ma è assai probabile che senta nell’aria l’andazzo; anche se non sa che, in buona parte della cultura occidentale, le parole “etica” e “morale” suscitano tanto imbarazzo che, dopo essere state liquidate in quanto frutto della rivelazione o della storia umana, si attende con trepidazione di poterle gettare nella pattumiera dell’oscurantismo e sostituirle con parole come “neuroetica”. Frattanto, nell’attesa millenaria che vengano a galla le basi biologiche della morale, sarà la sharia di Ahmadinejad a fare da supplente. Se Ahmadinejad sapesse tutte queste cose sarebbe felice di aver fatto la scelta giusta: rivolgersi a uno dei pochi avversari ancora in piedi.
Non che i dissacratori dell’etica, della morale e della religione non esistano nel Nuovo Continente: al contrario, le università americane ne sono strapiene, se non dominate. Ma la società americana è più articolata, ed è percorsa da forti correnti che vanno in tutt’altra direzione. L’etica e la morale non sono ancora parole ridicole e, oltre ai neuroetici e ai neo-eugenisti, c’è chi segue percorsi scientifici diversi, oppure considera razionale conservare una robusta fede religiosa. Per questo, Ahmadinejad si rivolge a Bush e non si cura dell’Europa, che vede soltanto come un territorio vuoto da occupare. L’ostacolo al crollo finale permane dove la democrazia liberale trae forza e vitalità da un afflato etico e morale, cui l’esperienza religiosa autentica (e non formalistica) da un contributo importante. Come in Israele. Anzi, qui l’ostacolo è talmente forte che le uniche soluzioni possibili sono quelle radicali. Perché l’ebreo, anche quando non è religioso, vive di utopia. Anzi, come scrive Henri Meschonnic «la sua utopia è sé stesso, è utopia di sé» e anche utopia della società, «utopia degli altri, per sé e per gli altri». Perciò per un popolo che mostra di credere nell’utopia, e con l’utopia del sionismo ha ricostituito sé stesso, Ahmadinejad vede possibili soltanto due trattamenti: l’atomica – previa verifica del rapporto costi-benefici, e secondo autorevoli esponenti iraniani, un costo di una ventina di milioni di morti sarebbe accettabile – o, in alternativa, la soluzione di spedirlo nel Vecchio Continente, in parcheggio in attesa della liquidazione finale dell’azienda. Anche qui emerge la folle lucidità dell’ideologo. Poco importa che l’idea sia delirante e insensata, perché passa sopra al fatto che gran parte degli israeliani non sono europei e che Israele non è il mero frutto della Shoah, ma dell’utopia sionista. C’è una logica (consapevole o no) in questa follìa: costringere l’Europa a prendere definitivamente posizione sulla questione ebraica, o manifestando un sussulto di dignità e moralità, oppure scegliendo la “soluzione” che Fiamma Nirenstein ha chiamato l’“abbandono”. Perché la questione ebraica europea non è una faccenda degli ebrei, ma qualcosa che ha a che fare con l’identità stessa dell’Europa. Pur in mezzo a tanti drammi, incomprensioni e orrori, duemila anni di storia dell’ebraismo sono stati dentro e con l’Europa. Come dice ancora Meschonnic, con la sua utopia, l’ebraismo è legato all’Occidente quanto l’Occidente lo è a lui, e la separazione definitiva dell’ebraismo da una parte dell’Occidente – l’Europa – è uno scacco di portata epocale.
Questo scacco è ormai a un passo dal suo definitivo avverarsi e i prossimi eventi decideranno se il passo sarà compiuto oppure no. Dipenderà da quello che l’Europa deciderà di fare per i suoi ebrei e per gli ebrei che stanno di fronte a lei, dall’altra parte del mare “nostro”. Il che è quanto dire cosa deciderà di fare di sé stessa. Pensiamo alla vecchia faccenda delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Che vi sia tanta reticenza in giro a tenere in piedi il primo termine (giudaico) è malinconico, ingiusto, ma purtroppo non stupisce più di tanto. Di recente, passeggiando per il ghetto di Venezia, un collega ebreo francese mi diceva: «Per noi sarebbe tragico, triste, ma non sarebbe la prima volta. Anche fare le valigie. Ma che l’Europa non abbia il coraggio di dire che le sue radici sono cristiane, questo è veramente incomprensibile, stupefacente. Che dire? Cosa resta all’Europa se rinnega anche queste radici?». Non si tratta di ritornare sulla faccenda del rifiuto di costituzionalizzare di quel termine, che era probabilmente una scelta sensata. Si sarebbe dovuto parlare anche delle radici greche, anche perché la tradizione giudaica e cristiana si è contaminata profondamente di pensiero ellenico ed ellenistico e poi non si sarebbe potuto trascurare la romanità. Insomma, si sarebbe dovuto fare un trattato di storia culturale anziché l’articolo di una costituzione. Ma quel che è stato stupefacente è stato il rifiuto del tema in sé. Gli ebrei sono abituati ad essere considerati una vergogna, tanto che una delle loro utopia è trovare un posto dove “sporco ebreo” significa soltanto un ebreo che non si è lavato. Ma che dal “non possiamo non dirci cristiani” si dovesse passare al “ci vergogniamo di essere cristiani”, questo francamente era al di là di ogni immaginazione. Ed è al di là di ogni immaginazione la debolezza con cui si reagisce a tale stato di cose, la timidezza con cui si dice una verità evidente, e cioè che se qualcuno avesse osato scrivere un Codice da Vinci in chiave islamica avrebbe già fatto una brutta fine, ed anche l’errore di credere che si possano contrastare queste aberrazioni per via legale e di divieto.
Lo si creda o no, per uno che si chiama Israel parlare troppo di antisemitismo e di antisionismo è una noia. Non una noia esistenziale. Perché l’utopia della fine dell’antisemitismo è talmente proiettata verso la fine della storia, che esiste una panoplia consolidata di tattiche di resistenza. È una noia razionale: quando una parte troppo importante del tempo di un ebreo europeo deve essere impiegata a difendersi, a decrittare le forme attuali dell’antisemitismo, a dimostrare invano che la manifestazione attuale dell’antisemitismo è l’antisionismo, allora c’è qualcosa che proprio non va.
Difatti, ogni giorno si ricomincia daccapo. Il 27 maggio il più importante sindacato dei professori universitari inglesi (NATFHE) chiamerà a votare i suoi 67.000 membri un appello al boicottaggio delle istituzioni universitarie israeliane e, individualmente, dei loro professori. Bisognerà ricominciare a spiegare a chi non vuol capire che questo è puro e semplice razzismo?
Giorni fa, sul Corriere della Sera, Sergio Luzzatto ha osservato che «l’opinione pubblica europea si sta mostrando distratta davanti ai recenti sviluppi della situazione politica in Polonia», dove sono entrate al governo due formazioni cattoliche reazionarie apertamente antisemite, uno dei cui leader ha dichiarato che «il peggior nemico della Polonia è la nazione giudaica». Per un breve tempo, si era sperato che le nuove nazioni orientali entrate in Europa fossero più aperte di altre a un rapporto con il Grande e Piccolo Satana. È una speranza durata poco, e pare che i vecchi fantasmi si stiano riaffacciando, davanti a un’opinione pubblica “distratta”. Ma il guaio è che l’elenco di queste distrazioni è ormai infinito. Questo è il vero problema.
È passato poco tempo da quando in Francia è avvenuto un delitto razziale che avrebbe dovuto suscitare una reazione degna di un caso Dreyfus. Parliamo del caso del giovane Ilan Halimi, torturato per un mese e poi gettato a morire su una scarpata, mentre tante persone che vivevano nello stabile maledetto udivano le sue grida disperate e facevano finta di nulla. Un delitto razzista che – come ha scritto in un bellissimo articolo il padre di Daniel Pearl – è stato possibile perché un intero paese ha introiettato l’idea che gli ebrei sono colpevoli in quanto non rinnegano Israele, quel “piccolo paese di merda”, secondo l’elegante espressione di un ambasciatore di Francia. Non è tanto o soltanto il delitto in sé, ma il clima che lo ha preparato, lo ha accompagnato e il silenzio torbido che è seguito, come una sorta di alzata di spalle collettiva. Dopo questo episodio, risulta che la già consistente emigrazione ebraica dalla Francia sia aumentata. Invece di interrogarsi su un sintomo così grave – che una comunità così integrata nel paese dia segni di cedimento e pensi ad andarsene, malgrado i disagi connessi – la “gauche” intellettuale non ha trovato di meglio che coniare lo slogan di un’Opa che il sionismo avrebbe lanciato sull’ebraismo francese.
Nel delitto Halimi si è visto lo stesso clima, lo stesso torbido silenzio, la stessa cinica indifferenza che ha accompagnato l’assassinio di Theo Van Gogh. È lo stesso insopportabile cinismo con cui viene trattato ora il caso di Ayaan Hirsi Ali, la coraggiosa donna somala che sta pagando il prezzo di essersi opposta all’estremismo islamista e che un tribunale olandese ha sfrattato dalla sua casa ritenendo prevalente il diritto dei vicini alla quiete e a star lontani dalle minacce terroriste, rispetto al suo diritto di vivere liberamente nella sua casa.
Così, il politicamente corretto, degenerato in servilismo nei confronti dei violenti, ha fatto a pezzi i principi più elementari della democrazia liberale ed ha usato persino la giustizia per calpestare la morale senza alcun ritegno. In effetti, il “politicamente corretto” in versione europea è arrivato al punto di battere largamente le peggiori manifestazioni statunitensi. Bisognerebbe un giorno fare la storia del palleggio culturale che è avvenuto tra le due rive dell’Oceano: noi abbiamo lanciato di là la palla del pensiero postmodernista dei vari Foucault, Lacan e Derrida e ne è germinato il politicamente corretto americano. Ora, negli Stati Uniti si stanno manifestano tante versioni diverse e contraddittorie del politicamente corretto da neutralizzarsi a vicenda. Mentre la palla è ritornata al mittente assumendo forme di rigidità univoca e, in taluni paesi europei, soffocanti e totalitarie: non si predica più la parità per decreto, ma l’asservimento all’“altro”. È il prostrarsi umiliante e degradante della sentenza de L’Aja, le chiacchiere tra l’insensato e l’infame della “gauche” parigina, i genitori A e B dello zapaterismo. Non ha ragione il presidente Ahmadinejad a sentire i rumori del crollo della democrazia liberale?
E noi? La situazione nel nostro paese sembra meno grave che in altri paesi europei, ma non c’è da stare tranquilli. Mentre dilaga l’esercizio del ricordo e la Giornata della Memoria si è trasformata in Settimana, anzi in Sagra della Memoria, la Brigata ebraica che sfila nel corteo del 25 aprile viene pesantemente fischiata e aggredita con grida assassine. Lo sdegno generale e unanime ha proclamato trattarsi di un gruppetto di pochi irresponsabili, ma è una bugia. Per non farsi male bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: i quattro pesci nuotavano in un bacino di consenso o quantomeno di “comprensione” molto, troppo vasto. Di che stupirsi? Sono quarant’anni che si educano generazioni all’odio del sionismo. Ne abbiamo avuto un ultimo esempio con l’indecente vignetta pubblicata su Liberazione che riprende un cavallo di battaglia dell’antisemitismo contemporaneo: l’identificazione degli israeliani come i nazisti di oggi. L’educazione all’odio continua e si raccolgono i frutti di ciò che è stato e viene metodicamente seminato. Perciò, le deplorazioni e le minimizzazioni – in un paese in cui le università sono inaccessibili a un diplomatico israeliano – sanno di ipocrisia e, nel migliore dei casi, di elusione.
Oggi per l’Europa si tratta di decidere se continuare a cavarsela “ricordando” e strofinandosi addosso il cilicio per i misfatti del passato mentre viene lasciato libero corso all’antisionismo e all’antiamericanismo; sbattendo in galera Irving e lasciando ammazzare Ilan Halimi; pretendendo la chiusura dei CPT (Centri di permanenza temporanea) in quanto sarebbero dei “lager”, e scacciando dai condomini le Ayaan Hirsi Ali. Fino a che il dilagare del disprezzo di sé non si concluda nel suicidio finale.



Giorgio Israel

lunedì 15 maggio 2006

Nota pubblicata su INFORMAZIONE CORRETTA

ll direttore di Liberazione Piero Sansonetti dice che era "una vignetta punto e basta" e che non c'è altro da aggiungere, tanto meno scusarsi. Certo, una vignetta è una vignetta, una bandiera bruciata è una bandiera bruciata, un proiettile è un proiettile, e via dicendo. Il signor Sansonetti deve essere una reincarnazione del signor de La Palice, quello che un'ora prima di morire era ancora in vita. E, se non è M. de la Palice redivivo, deve avere bisogno di una buona vacanza per restaurare le sue cellule grigie.
Comunque, l'esimio direttore si distinse all'epoca dell'assassinio di Quattrocchi dicendo alla trasmissione Otto e mezzo che, se Quattrocchi era un eroe allora erano eroi anche i kamikaze. Poi, quando Sharon ha evacuato Gaza e le sinagoghe di Gaza sono state profanate, devastate e bruciate ha scritto che chi si lamentava per questa oscenità era un razzista. Ancora mi sento profondamente offeso, come tanti, per questa affermazione scomposta e sconsiderata. Adesso pubblica una vignetta ignobilmente antisemita e non capisce perché lo sia. È grave che non lo capisca: lui è un direttore di giornale, del giornale del Presidente della Camera, non è uno che passa per caso di là, dovrebbe avere un minimo di cultura storica. Se non ce l'ha se la faccia con un corso accelerato in ritiro e poi torni sulla ribalta. Per ora si vergogni e taccia, invece di scrivere insulsaggini come quelle trasmesse da un'agenzia come anticipazione di un articolo che deve comparire domani su Liberazione, secondo cui la vignetta non sarebbe antisemita ma soltanto "drammaticamente filopalestinese"... Ripetiamo l'invito: si ritiri a meditare e studiare e, se ne sente il bisogno, si faccia aiutare. Gli possiamo fornire una bibliografia e anche qualche lezione gratuita. Ma non provi ad impancarsi e a fare la predica, proponendo addirittura un quartetto di proposte che si dovrebbero sottoscrivere insieme, per poi fare un corteo sventolando insieme bandiere israeliane e palestinesi dall'ambasciata iraniana a quella israeliana. Su queste basi c'è poco da sventolare insieme.
Sansonetti dice che non ci sono problemi fra Liberazione e gli ebrei. Si sbaglia. Ce ne sono grandi come una casa.
Intanto, come prima tema di riflessione gli presentiamo il seguente. Provi a chiedersi come mai si bruciano bandiere israeliane e si gridano frasi oscene alla Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile. E invece di rispondersi con la solita litania autoconsolatoria e propagandistica - ovvero che la colpa è della politica di Israele che suscita la reazione indignata delle masse democratiche - si chieda se dopo anni e anni di avvelenamenti mentali come quelli in cui si sta producendo il suo giornale, non sia del tutto naturale che generazioni di giovani siano ormai plasmati dalla disinformazione, dal pregiudizio, e da un odio che stanno dando i loro frutti perversi.
Prima di chiedere di sventolare bandiere insieme, bisogna guardarsi dentro modestamente e correggersi. Bisogna curare il male oscuro della sinistra.

Giorgio Israel

lunedì 24 aprile 2006

CASCANO LE BRACCIA...

Giovedì debbo tenere una conferenza a Bari su invito dell'Associazione Italia-Israele.
Ricevo una telefonata da una giornalista di un quotidiano del meridione che desidera un'intervista in relazione al tema della conferenza: le forme attuali dell'antisemitismo in Europa.
Accetto. Dopo qualche domanda generica, mi chiede: "Come mai gli ebrei, che sono tanto intelligenti, hanno posizioni di prestigio nella cultura, hanno tanti premi Nobel, e quindi contano molto in politica, non sfruttano queste posizioni di forza per imporre la pace in Medio Oriente?"
Mancano le parole. Insomma, la signorina mi intervista sul tema delle forme attuali dell'antisemitismo in Europa, e che fa? Riprende uno dei più logori luoghi comuni dell'antisemitismo e lo coniuga con una boiata bestiale: perché i premi Nobel ebrei non danno ordine di fare la pace in Palestina....
Alla domanda successiva accenno ai "Protocolli dei Savi di Sion" e sento un pesante silenzio. Chiedo: "Ha capito di cosa si tratta?". Risposta: "Non l'ho letto". Non ha capito che non si tratta di uno degli ultimi best sellers di Crichton.
Questa è la bestiale ignoranza in cui viviamo. Ignoranza peraltro corrotta e niente affatto pulita, perché è intrisa di pregiudizi. Perché la signorina non sa che cosa sono i "Protocolli", ma la schifezza razzista degli ebrei che comandano la cultura mondiale, e quindi sono seduti sul trono del mondo, quella sì, ce l'ha nella testa.
In questi casi, viene voglia di chiedersi a che serve agitarsi in questa Eurabia che ormai precipita nel pozzo?

mercoledì 19 aprile 2006

LINGUA DI LEGNO

Piero Fassino è, assieme a Francesco Rutelli, quanto di meglio può offrire il centro-sinistra in tema di politica estera. Ne costituisce una prova la sua intervista al Corriere della Sera (19 aprile 2006), in cui ha condannato "senza se e senza ma" i kamikaze palestinesi e la giustificazione che Hamas ha dato dell'ultimo attentato terroristico a tel Aviv.
Tanto più sconcertante e deprimente è il fatto che egli abbia ricorso in questa intervista a quella che i francesi chiamano la "langue de bois", la "lingua di legno" dei comitati centrali e della politica politicante.
In primo luogo, Fassino ha definito il titolo del Manifesto sull'attentato - I frutti del male - "ambiguo" e che "rischia di apparire, anche se non voluta, come una forma di giustificazione". Ma ha letto Fassino Il Manifesto? Si rende conto che tutto è, salvo che ambiguo: è chiarissimo, è una giustificazione voluta. È veramente necessario tenere assieme tutto il circo, anche nelle sue manifestazioni deteriori? Ma non era finita la vecchia prassi di stile comunista dell'"unità" a tutti i costi e contro ogni evidenza?
In secondo luogo, Fassino ha evitato di prendere le distanze dalla dichiarazione di Prodi, dicendo che "bisogna stare attenti a non fare i grilli parlanti". Ma chi sarebbero i grilli parlanti? Il giornale di Rutelli che ha criticato severamente Prodi?
In terzo luogo, egli ha enunciato un bizzarro concetto: "non punire Hamas ma persuaderlo". Che vuol dire, in concreto? Come si fa a persuadere un assassino a non compiere un delitto? Inondandolo di mazzi di fiori? Non sarà piuttosto il caso di minacciarlo di punizioni e, ove questi sia ultrarecidivo e per giunta dichiari di voler ripetere il delitto in futuro, metterle in atto, se non altro per non rendersi poco credibili e persino ridicoli? L'Europa, che certo è tradizionalmente prudente e indulgente ha deciso di passare alle "punizioni". Perché Fassino sente il bisogno di precisare che occorre persuadere e non punire? Non sarà un modo di riproporre per la porta di servizio la posizione di Prodi, che su Al Jazeera ha suggerito di correggere la posizione europea in senso più indulgente nei confronti delle "interessantissime aperture di Hamas"?
Viene in quarto luogo un argomento completamente illogico: occorre evitare di "buttare la dirigenza palestinese nelle braccia di chi, in cambio di fondi, la sospinge su una linea ancora più estremista". Se il criminale suddetto usa dei fondi che noi gli diamo per acquistare armi ed esplosivi, e se dimostra di non aver bisogno del nostro denaro perché tanto può ottenerlo altrove, che senso ha continuare a darglielo? Forse che le armi e gli esplosivi acquistati con il denaro europeo fanno meno male di quelle acquistate con il denaro iraniano? E in che modo potremmo prevenire una deriva ancora più estremistica se non minacciando di tagliare i fondi? Se poi la minaccia è spuntata, c'è poco da fare. O meglio, l'unica cosa logica e onesta sarebbe aiutare Israele.
Dispiace, perché - lo ripetiamo - Fassino è uno delle personalità più aperte alle ragioni di Israele che esistano nel centro-sinistra. Perciò, se anche lui è costretto a parlare la "langue de bois", stiamo davvero freschi.

Giorgio Israel

giovedì 30 marzo 2006

Un personaggio che si descrive da solo

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Al mio articolo sull'eugenetica (vedi il precedente post), il signor Cassata ha ritenuto di inviare la seguente risposta cui ho controrisposto come segue, sempre sul Foglio.
Molto istruttivo. Ecco come educa l'Università oggi i giovani ricercatori. Non a ragionare civilmente, magari anche duramente ma civilmente, ma a imbastire risse ideologico-politiche con uno stile da Santa Inquisizione o da Procuratore Vishinskji (è la stessa cosa): costruisco un'immagine falsa di te, ti denigro e continuo a farlo, qualsiasi cosa tu dica, con la classica tecnica di ribaltare ogni discorso che fai.
Fortunatamente non siamo nel Medioevo e lo stalinismo non ha più gli strumenti di potere di un tempo.
Alla fine, gente del genere può ottenere un solo risultato: mostrare a tutti di che pasta sono fatti e soprattutto di che pasta sono fatti i loro "maestri".

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Al direttore - In riferimento all’articolo di Giorgio Israel (“Non esiste il bello dell’eugenetica”), pubblicato sul Foglio il 21 marzo scorso, mi permetto di puntualizzare soltanto su due argomenti, fra i numerosi confusamente affastellati dall’autore nella sua critica al mio libro (“Molti sani e forti. L’eugenetica in Italia”, Bollati Boringhieri): il rapporto eugenica-razzismo e il legame “razza”-scienza.
Per quanto concerne il primo punto, l’assimilazione di Israel dell’eugenica al razzismo rivela semplicemente una profonda ignoranza della storiografia internazionale sul tema. Cito soltanto, come esempio, il caso paradigmatico della Germania. Numerosi studi – Israel può leggere, fra gli altri, “Peter Weingart, Paul Weindling o Sheila Weiss” – hanno chiaramente dimostrato come l’eugenica tedesca non possa essere tout court identificata con il razzismo e l’antisemitismo nazisti. Il medico Wilhelm Schallmayer, fondatore dell’eugenica tedesca, condannava l’idea della superiorità della “razza germanica”; disprezzava la “psicologia razziale” di Vacher de Lapouge, Ammon o Woltmann; esaltava la civiltà cinese e quella mediterranea. Tra il 1900 e il 1932, la componente maggioritaria delle organizzazioni eugenetiche tedesche – comprendente non solo conservatori, ma anche liberali, socialdemocratici, centristi cattolici ed ebrei – era schierata su posizioni nettamente contrarie al razzismo völkisch: la sezione berlinese della Deutsche Gesellschaft für Rassenhygiene, nel 1931, abbandonerà perfino il termine Rassenhygiene, sostituendolo con quello, più neutro, di Eugenik.
Nel contesto italiano, l’analogia eugenica-razzismo, unita al tema del “precorrimento” (l’eugenica come “anticipazione” e legittimazione del razzismo fascista) ha non a caso condotto Israel – nel saggio “Scienza e razza nell’Italia fascista” (Il Mulino, Bologna 1998) scritto insieme a Pietro Nastasi – a errori grossolani, che dimostrano la sua scarsa conoscenza delle fonti e del contesto storico. Come quando, ad esempio, Ettore Levi, paladino del birth control in Italia (morto suicida nel 1932), viene annoverato fra i “precursori” del razzismo fascista, dimenticando come il regime lo considerasse, per il suo neomalthusianesimo, un avversario del pronatalismo “quantitativo” e come “La Difesa della Razza”, in un feroce trafiletto del 1939, lo ricordasse ancora come uno degli esponenti più pericolosi della “scienza ebraica”.
Per quanto riguarda, invece, il rapporto “razza”-scienza, la critica di Israel appare quanto meno anacronistica, e l’anacronismo – diceva Lucien Febvre – è il peccato capitale dello storico. Dal punto di vista dell’indagine storiografica, il vero problema non consiste tanto nel denunciare il concetto di “razza” come concetto “non scientifico”, quanto piuttosto nello studiare come tale concetto sia stato usato dalla comunità scientifica internazionale in modalità e contesti differenti. A tale proposito suggerisco a Israel di leggere i capitoli di un recente libro pubblicato da Claudio Pogliano (“L’ossessione della razza”, Edizioni della Normale, Pisa 2005), dedicati ai dibattiti che condussero all’elaborazione degli Statements on Race dell’Unesco (1949-1967): vi scoprirà come, anche all’interno di un’organizzazione internazionale che aveva posto la lotta al razzismo fra gli obiettivi della sua azione, sia stato estremamente difficile, per antropologi e genetisti non razzisti, rinunciare alla parola e al concetto di “razza”.
Altre questioni – i razzismi biologico e spirituale, i caratteri dell’antisemitismo fascista – richiederebbero un lungo discorso, e questa non può esserne evidentemente la sede. Altre ancora – la mia carriera accademica o l’uso pubblico del concetto di eugenica – appartengono – per gli argomenti e il linguaggio adottati da Israel – alla sfera dell’insulto personale e della strumentalizzazione ideologico-politica, non certo a quella di un confronto serio fra posizioni storiografiche anche radicalmente contrapposte.
Francesco Cassata


La replica di Francesco Cassata al mio articolo (“Non esiste il bello dell’eugenetica”, 21 marzo) non meriterebbe una risposta se non per segnalarla al lettore come un perfetto modello del “costume” che denunciavo in quell’articolo.
Immaginate che vi si accusi di aver detto la tesi A, qualificandola come una stupidaggine e che voi rispondiate di aver detto qualcosa di ben diverso da A, diciamo la tesi B. Vi aspettereste che vi si risponda che anche B è falsa, oppure che si dimostri inequivocabilmente che B è equivalente ad A. Ebbene no: vi si risponde semplicemente dicendo che siete un ignorante perché… avete detto A. Insomma, tu hai sbagliato a dire A per la semplice ragione che io dico che tu hai detto A.
Non mi interessa dirimere se un simile modo di fare sia dovuto a difficoltà di comprensione o a un approccio di tipo stalinista, per cui, una volta decretato che hai commesso un fatto puoi fare qualsiasi cosa salvo una: negare di averlo commesso.
Nel mio articolo sostenevo molte cose, le quali non erano “affastellate” soltanto per criticare il libro di Cassata: veda di dare una calmata al suo egocentrismo. Comunque, in sintesi: 1) che l’eugenetica è nata in stretta correlazione con il concetto di razza e attiene all’idea di miglioramento della razza (della stirpe o della specie) e quindi non esiste – per definizione – un’eugenetica che si curi dell’individuo singolo indipendentemente da parametri generali e fini collettivi; 2) non dicevo affatto che eugenetica = razzismo (tantomeno che eugenetica = antisemitismo!), ma che l’eugenetica propugna pratiche di selezione pericolosamente contigue a una visione razziale e che, per la sua stessa natura, fornisce l’argomentazione teorica e “scientifica” atta a giustificare l’adesione a politiche razziali e quindi a creare consenso nei confronti di esse; 3) che tale era il senso dell’interpretazione che sorreggeva il libro mio e di Pietro Nastasi (“Scienza e razza nell’Italia fascista”), e che quindi le critiche (fra cui quella di Cassata) secondo cui avremmo sostenuto una tesi di “precorrimento” ovvero di un “piano inclinato” che avrebbe condotto dall’eugenetica alle politiche della razza (in particolare antiebraiche) erano completamente infondate. La nostra interpretazione era ben diversa ed escludeva esplicitamente ogni teoria del “piano inclinato”, tantomeno l’idea di una correlazione meccanica tra eugenetica e razzismo antisemita e che non era corretto tentare di confutarci inchiodandoci a una tesi che non era la nostra (se mai di altri).
E invece si ricomincia daccapo. Cassata dice che sarei un «ignorante» perché non saprei che è stato «chiaramente dimostrato come l’eugenica tedesca non possa essere tout court identificata con il razzismo e l’antisemitismo nazisti» e mi accusa di aver usato il tema del “precorrimento”… E allora cosa concludere? Per esser buono non dirò che egli fa orecchie da mercante, ma soltanto che le sfumature non appartengono al suo mondo. Egli continua dicendo che la “nostra” teoria del “precorrimento” (e dàgli…) conduce a errori grossolani come l’annoverare Ettore Levi fra i “precursori” del razzismo fascista. Inutile dire che neppure questo abbiamo mai detto. Abbiamo piuttosto ricordato che Levi era assertore dell’idea che l’eugenetica aveva la funzione di «rialzare la qualità della razza» e di farlo anche «impedendo l’unione fra elementi disgenici». Continuo a trovare detestabili simili progetti – che nulla hanno a che fare con la “scienza” ma sono progetti puramente ideologico-politici – e continuo e ritenere che un simile modo di pensare abbia contribuito a creare un’atmosfera malsana e favorevole alla diffusione di idee deleterie. Questo non vuol dire che Ettore Levi sia stato un precursore del razzismo antiebraico: c’è bisogno di dirlo? Il poveretto si rivolterebbe nella tomba a sentirselo dire, il che non è in contraddizione con la tesi che i suoi propositi siano stati assai discutibili. E il fatto che egli sia stato denigrato come scienziato ebreo e nemico dell’ideologia razziale fascista dalla rivista “La Difesa della Razza” non dimostra un bel niente. Nel periodo iniziale del fascismo, Mussolini in persona presentò Einstein come un precursore del fascismo, ideologia a suo dire super-relativista. Alla fine, Einstein diventò l’emblema della più fetida scienza ebraica. Infatti, non esiste alcun “piano inclinato” o “precorrimento”. Forse Cassata non sa che sono esistiti anche ebrei fascisti, e persino ebrei che difendevano la superiorità della razza italica, che alcuni tra i maggiori teorici del diritto corporativo fascista sono stati ebrei, e che costoro si sono visti poi accusare come nemici del regime e della patria. Oppure Cassata sa queste cose, ma si tratta di “contraddizioni” difficili da far rientrare nella sua storiografia in bianco e nero. Pensa che, l’eugenetica di Levi fosse “buona” e scientifica perché progressista, mentre quando era promossa da scienziati fascisti era comunque la “peggiore”. Ecco perché certe valutazioni gli risultano semplicemente incomprensibili, e le cataloga come “errori”. Sempre ad esser buoni e non voler dar credito al sospetto che stia facendo le orecchie da mercante.
L’eugenetica è sempre stata (e continua ad essere) una pseudoscienza altamente rischiosa, così come l’antropologia fisica. Alla sua costruzione hanno contribuito scienziati reazionari e progressisti, e se la sua storia può insegnarci qualcosa è che la legittimazione in quanto “scientifici” di concetti di natura prettamente ideologica – come quello di razza, di stirpe e anche di etnia – può condurre a giustificare come “oggettive” e neutrali conclusioni che contengono invece tutti i veleni inerenti a quelle premesse ideologiche.
Lasci perdere quindi Cassata le sue saccenti lezioncine a base di citazioni di Febvre sull’anacronismo come peccato capitale dello storico. Dice che mostrare il carattere non scientifico del concetto di razza non è il vero problema: dal punto di vista della storia della scienza lo è certamente. Abbia quindi Cassata il senso del ridicolo di non fare il Croce in sedicesimo. Peraltro, studiare come sia stato usato storicamente il concetto di razza dalla comunità scientifica internazionale è precisamente quel che abbiamo fatto. Parte di questa storia è la progressiva constatazione del tragico errore strutturale che è alla base dell’eugenetica, nonché dell’antropologia fisica, e che giustamente ha fatto parlare Lévi-Strauss di un “peccato originale”. Dimenticare la natura specifica e caratteristica dell’eugenetica, facendo finta che sia stata una scienza al pari dell’astronomia è ingenuo, e conduce a cascare con tutte le scarpe nella tesi ideologica di un’eugenetica “buona” e “cattiva”, in dipendenza dei suoi portatori, e nella riproposizione – questa sì sconcertante anacronismo – di un’eugenetica per il nostro tempo.
Quanto agli insulti, Cassata avrebbe fatto meglio a rileggersi l’introduzione al suo libro e constatare: la sua pretesa comica di avere i titoli per attribuire voti a destra e manca; la petulante insistenza a definire “errori” le opinioni altrui senza neppure tentare di capire se dietro vi sia qualche ragione che egli non è stato capace di approfondire; l’accusa di ignoranza e strumentalismo che riversa su coloro che hanno indicato i rischi dell’eugenetica nel corso del dibattito referendario sulla procreazione assistita; mentre sarebbe invece giustificata la pretesa di ricavare dal suo compitino storiografico la tesi che l’eugenetica è il sogno laico del miglioramento della specie umana. Insomma, chi critica l’eugenetica è un ideologo ignorante, mentre chi la difende a spada tratta, anche se in penuria di argomenti, è invece un paladino della conoscenza e del progresso…
Giorni fa Il Foglio ha ricordato una frase di Simon Wiesenthal: «Quando, oggigiorno, sento nuovamente i medici discutere di eutanasia, parlando di ‘uccisioni compassionevoli’, l’orrore si impadronisce di me: un titolo accademico non è una garanzia contro comportamenti sadici e psicopatici […]. Prima i ‘malati incurabili’, poi i ritardati e i vecchi. Molto presto tutti coloro che avevano un qualche genere di disabilità divennero indegni di vivere». Ma già, dimenticavo che Wiesenthal non era un sognatore laico del miglioramento dell’umanità. Doveva essere un ignorante, un imbecille e un ideologo strumentalizzatore, che per poco ha mancato l’occasione d’oro di far campagna a favore della legge 40.

Giorgio Israel

domenica 26 marzo 2006

NON ESISTE IL BELLO DELL'EUGENETICA

pubblicato su Il Foglio il 21 marzo 2006


Dopo aver ricordato la celebre frase di John Stuart Mill secondo cui «ciascuno è l’unico e autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale», Giulio Giorello ha osservato: «il che equivale a dire che gli interessi di ciascuno vanno definiti nei termini delle sue preferenze personali e non nei termini di ciò che qualcun altro pensa che sia un “bene per lui”» (Corriere Magazine, 2 marzo 2006). Non si potrebbe dir meglio. Per questo l’eugenetica è una dottrina illiberale: essa sostituisce la libertà dell’individuo di curare la propria salute come meglio crede (magari trascurandola) con l’obbligo di seguire prescrizioni generali che impongono di adeguarsi a una nozione di salute valida per tutti.
In tempi recenti questa frase è stata usata, nel dibattito sulla bioetica, per affermare che è meglio che la collettività non si impicci di stabilire regole, lasciando ai singoli la libertà di scegliere come meglio credono. Ma questo argomento è insostenibile. Giorello traduce bene il senso della frase di Mill parlando di “preferenze”. D’altra parte, i principi della convivenza associata non possono fondarsi soltanto sulla soddisfazione delle preferenze individuali: nessun procedimento di ottimizzazione di tali preferenze può produrre principi come “non uccidere”. Non è conveniente ignorare il sistematico fallimento degli innumerevoli tentativi di dedurre matematicamente l’etica e la morale dalla teoria utilitaristica. È quindi all’interno dei principi morali e della “visione del mondo” dominanti in una società che ha senso la cura massima delle preferenze personali e la raccomandazione di Stuart Mill.
L’eugenetica non è frutto né di principi etici o morali né delle preferenze personali dell’individuo. Trattasi di una dottrina ispirata a una prescrizione tipicamente collettiva: promuovere il “miglioramento” della specie umana o di una particolare razza o etnia, la sua rigenerazione o addirittura la sua riprogettazione. Confondere un simile progetto con il perseguimento individuale di ciò che si ritiene meglio per sé è una mistificazione. L’eugenetica è un prodotto di un’idea nefasta del pensiero occidentale e che è alla radice delle sue tragedie totalitarie e razziste: l’idea della ricostruzione dalle fondamenta dell’individuo e della società, un ideale di “palingenesi” che rifiuta l’umanità per quel che è nella sua concretezza storica e pretende di rifare il (mal)creato dalle fondamenta. È un ideale che nasce dal divorzio tra etica, morale e scienza e attribuisce a quest’ultima la missione impossibile di ricostruire uomo e società su basi “razionali”: la scienza assume in toto la funzione sociale, mentre le prime due vengono relegate nella sfera delle opzioni individuali. Ma la scienza non ha le spalle così forti da sopportare un simile compito e lo si è visto dagli effetti tragicomici – comici per la loro miseria intellettuale, tragici per la loro concretezza – di una simile pretesa, fino ai più recenti presuntuosi manifesti pseudoscientifici di “riprogettazione” dell’uomo.
Non ci si può stancare di ripetere che quanto detto non ha nulla a che fare con una critica della scienza, ma piuttosto con una critica dell’ideologia che pretende di attribuire alla scienza un simile progetto paranoico, quell’ideologia detta “scientismo”. Chi vuole impedire di ragionare su tale questione e lancia su chi osa farlo l’anatema di “nemico” della scienza e di oscurantista, se non è una persona intellettualmente debole, è un irrazionalista nel pieno senso del termine. Al contrario, è di straordinario interesse indagare i percorsi storici dell’ideale palingenetico di cui si diceva, le sue interazioni con l’ideologia scientista e la manifestazione che esso ha avuto con l’eugenetica. Una simile indagine non mira a screditare la scienza: al contrario, essa ne difende l’onore. Non è invece un buon servizio reso alla scienza presentare certe manifestazioni di delirio scientista come “scienza” e far credere che esistano forme di eugenetica moderna che mirerebbero alla salute individuale e al massimo benessere possibile senza alcuna pretesa di assoggettare il singolo a un progetto di ristrutturazione della specie: se così fosse l’eugenetica sarebbe soltanto medicina e, come tale, non avrebbe ragione di esistere. Ma così non è, e lo sa bene chiunque conosca la fenomenologia delle coercizioni e pressioni psicologiche pesanti che vengono esercitate su chi non si assoggetta alle prescrizioni diagnostiche in tema di procreazione, e la campagna tesa a suscitare sensi di colpa in chi si renderebbe responsabile di mettere al mondo individui “difettosi”. È l’ideologia così bene descritta da Gregory Stock, che propone “operazioni di marketing mirate” in modo che la riproduzione tradizionale venga considerata socialmente come “antiquata” e “irresponsabile”.
È quindi importante studiare la storia dell’eugenetica. Sotto questo profilo, l’affermazione contenuta nel recente libro di Francesco Cassata “Molti, sani e forti” (Bollati Boringhieri) – «L’eugenetica è oggi in Italia uno degli esempi più ricorrenti di quell’uso pubblico della storia che avvelena il dibattito pubblico e culturale del paese» – se fatta allo specchio, sarebbe una manifestazione di autoironia da Guinness dei primati. Purtroppo, l’autore – che, manco a dirlo, ce l’ha con i critici delle biotecnologie della procreazione assistita, accusati di strumentalismo e ignoranza – non possiede questa dote, visto che dichiara seriamente di aver svolto le sue ricerche nella speranza «indubbiamente illusoria» che «le scelte della politica possano maturare in un contesto di maggiore consapevolezza della prospettiva storica». Il fatto è che il contenuto del libro esibisce una totale discrasia tra il racconto storico – che sviluppa ricerche precedenti in modo corretto anche se viziato dall’ingenua propensione ad accumulare in quantità materiali e pagine – e l’intento sopra enunciato. Chi voglia ricavare indicazioni per maturare una scelta politica dovrebbe fare un triplo salto mortale perché dalla montagna di Cassata non esce neppure un topolino. Eppure l’intento ideologico c’è: è ribadito nella quarta di copertina – «il sogno laico del miglioramento della specie umana fra crisi e continuità» – ed è stato riassunto da Simonetta Fiori su La Repubblica (24 febbraio) con lo slogan «l’eugenetica non è una scienza reazionaria come in tanti pensano».
La tesi che dovrebbe discendere dal discorso storico – al prezzo di sforzi meritevoli di un’ernia – può essere così riassunta: l’eugenetica è una scienza, è stata ed è una cosa seria, anzi nasce dal nobile e ineccepibile sogno “laico” di migliorare la specie umana, e tutto è andato per il verso giusto quando è stata promossa da menti “laiche” e autenticamente scientifiche; il guaio è nato quando è caduta in mano ai reazionari delle varie risme, fascisti, nazisti e religiosi bigotti, come il cattolico Luigi Gedda. Il guaio è che il pilastro di questo discorso è di cartapesta: l’eugenetica non è una scienza, se vogliamo ancora attribuire qualche senso all’oggettività scientifica e non vogliamo allinearci alla tesi del carattere totalmente ideologico di ogni costruzione scientifica. Capiamo bene quanto sia difficile per chi si sente “profano” (nel senso latino “pro fanum”, che sta fuori del tempio) prendersela con i numi sacri della scienza e osare di pensare che menti eccelse abbiano potuto costruire castelli di fandonie ispirati soltanto da intenti ideologici. È più facile prendersela con un Gedda, mentre davanti a Karl Pearson, fondatore della statistica moderna, ballano i pantaloni. Eppure Pearson (il progressista Pearson che cambiò il suo nome da Carl a Karl in omaggio a Marx) non s’imbrattò poco quando esaltò la politica razziale di Hitler. Ma qui non è possibile tracciare una fenomenologia del razzismo degli scienziati eugenetisti, di destra e di sinistra, progressisti e reazionari, uniti nella lotta. Il fatto è che quella deriva era naturale perché la premessa era fradicia alla base. Il concetto di razza, o di stirpe o altri analoghi, non è un concetto scientifico, o comunque suscettibile di una qualsiasi definizione che non sia vuota, contraddittoria o tautologica. Sappiamo bene che tanti concetti scientifici sono imperfettamente definiti. La meccanica newtoniana è stata bandita per un secolo dall’insegnamento perché accusata di reintrodurre con il concetto di forza le “cause occulte”. Tuttavia, malgrado la sua vaghezza e il suo antropomorfismo, la nozione di forza può essere ben definita, quanto meno in termini dimensionali, il che ne fa un concetto perfettamente maneggevole e persino misurabile. E via con gli esempi. Ma chi può onestamente sostenere che si possa dare una qualsiasi definizione ragionevole e dotata di un minimo di base oggettiva del concetto di razza? E che essa sia una definizione, e non un conglomerato di pregiudizi e la proiezione di un intento, quello di dimostrare la superiorità del proprio “gruppo” umano di appartenenza e la necessità di mantenere e promuovere tale superiorità? Il fatto che menti di prim’ordine e in buona fede abbiano partecipato alla costruzione di questa pseudoscienza nella convinzione di far scienza non dimostra che essa avesse la stessa dignità della meccanica newtoniana. Lo storico della chimica Giulio Provenzal, persona onesta, seria e preparata, anche dopo essere stato estromesso in quanto ebreo dall’Università italiana, continuò a patrocinare la causa della superiorità scientifica della razza italica... Forse la sua autorevolezza dimostra che quella causa aveva un fondamento scientifico?
Ben venga quindi una storia seria dell’eugenetica, che metta al loro posto tutti i tasselli, che non confonda i risultati oggettivi con l’ideologia, la scienza con i progetti politici, e che analizzi con cura e senza pregiudizi le interazioni tra questi vari aspetti. Ma senza pregiudizi, senza gabellare per vera l’immagine di una costruzione nobile e progressiva, deturpata da fascisti e preti, e che, se lasciata libera dall’intrusione degli “oscurantisti”, riserverebbe all’umanità il paradiso di una rigenerazione globale. Che brutti scherzi gioca la strumentalità politica! Essa spinge lo scientista sulle spiagge del suo nemico più odiato, il sociologo della scienza postmoderno, quello che predica che nulla ha carattere oggettivo, che la teoria del calore vale quanto la teoria del flogisto, la chimica di Lavoisier quanto l’alchimia, e la genetica quanto l’eugenetica... (Peraltro non saremo noi a mettere sullo stesso piano l’innocua alchimia e il paranoico sogno di ricostruire l’umanità).
Tanto è vero che il discorso sull’eugenetica ha poco a che fare con un discorso sulla “scienza”, che è certamente possibile fare una storia della meccanica e dell’astronomia senza riferimenti alla realtà politica sottostante, ma è semplicemente impossibile fare un discorso sull’eugenetica senza parlare di politica. È persino possibile pensare a una storia della teoria economica scritta in forma “asettica”, mentre una storia dell’eugenetica che non faccia riferimento alle ideologie razziali è impensabile. Per questo il discorso scivola inevitabilmente sul terreno della storiografia politica e libri come quello di Cassata tengono un piede nella tematica delle politiche razziali nella storia italiana. Non è quindi fuori tema dedicare alcune considerazioni ai recenti sviluppi della storiografia italiana sul tema delle politiche razziali del fascismo. Non prima però di aver fatto un’osservazione. Cosa spinge un giovane studioso, che ha davanti a sé l’opportunità di dedicare molti anni a ricerche approfondite, tali da condurre a conclusioni equilibrate e meditate, a gettare invece i propri primi studi prematuramente in pasto a una rissa politica, e per giunta con tono arrogante e credendo di avere i titoli per assegnare i voti a chiunque abbia scritto prima di lui? Quel che spinge a ciò è proprio l’uso pubblico e “avvelenato” della storia, denunciato dallo stesso Cassata e di cui egli è vittima. È lo strumentalismo politico di una certa accademia che spinge i giovani studiosi alla ricerca militante. E poi ci si chiede da dove venga la decadenza delle università e della cultura italiane.
Veniamo ora alla storiografia sulle politiche razziali del fascismo, che, per lungo tempo, ha avuto come riferimento quasi esclusivo il fondamentale testo di Renzo De Felice “Gli ebrei italiani sotto il fascismo”. In questo approccio aveva poco spazio il mondo della cultura e nessuno spazio il mondo della scienza, né sotto il profilo delle teorie “scientifiche” della razza, né sotto quello del ruolo attivo e passivo della comunità scientifica. Ciò era, in parte, conseguenza della tesi di De Felice (parzialmente corretta nella biografia di Mussolini) secondo cui l’adesione del fascismo alle politiche antiebraiche era conseguenza del patto d’acciaio e quindi era una concessione politica nei confronti del Führer. Il primo tentativo di introdurre la tematica scientifica fu fatto da me in un convegno promosso nel 1988 dall’allora presidente della Camera dei deputati Nilde Iotti. I temi toccati erano quelli degli effetti delle leggi razziali sulla comunità scientifica e quello dell’esistenza di una teorizzazione razziale specifica del fascismo e ben diversa da quella nazista per la presenza di correnti di tipo “spiritualistico” che si rifacevano a un’idea di razza in certo senso più vicina a quella odierna di etnia. In un articolo del 1994, Mauro Raspanti descrisse in modo più articolato e preciso il panorama dei “razzismi del fascismo”, che sviluppai ulteriormente con Pietro Nastasi (nel libro “Scienza e razza nell’Italia fascista”), assieme a una ricostruzione dettagliata delle vicende del cosiddetto “Manifesto degli scienziati razzisti”, che evidenziavano lo scontro tra le correnti “spiritualistiche (di Nicola Pende ed altri) e quelle “biologistiche”, con il netto prevalere delle prime, almeno fino al 1941. Veniva chiaramente alla luce che il fascismo aveva avuto una “sua” politica demografico-eugenetico-razziale che si era articolata in correnti diverse e talora contrapposte, alcune vicine a quelle germaniche, altre di impronta originale e che avevano avuto un peso maggiore nel determinare le politiche del regime. Proprio per il carattere non puramente biologistico del razzismo fascista, esso presentava problemi di analisi storiografica molto più complessi del caso nazista; ferma restando la tesi di De Felice, e cioé che l’antisemitismo non è mai stato un elemento “costitutivo” dell’ideologia fascista, come lo è stato invece di quella nazista.
In una prima fase, a queste tesi è stata riservata una variegata accoglienza. In primo luogo, un certo fastidio per l’invasione di campo da parte di “storici della scienza” estranei all’ambiente dei “titolari”, gli storici politici. È curioso rilevare la persistenza di queste forme di crocianesimo fuori tempo massimo: in ambiente anglosassone l’interazione con gli storici della scienza è considerata naturale, ma da noi è ancora un fatto perturbante. Ricordo con divertimento un dibattito su questi temi in cui il moderatore, leggendo sui suoi appunti che doveva presentarmi come “storico della scienza”, non poté trattenersi dall’esplodere nel microfono con un «ma lei che ci fa qui?». Vi fu poi il rimprovero di pretesi “banali errori”, che – scambiando la pazienza con dabbenaggine – è stato reiterato come un ritornello, e a cui sarà data risposta nelle sedi opportune: ogni ricreazione prima o poi finisce. L’unica critica seria sottolineava il rischio che la nostra interpretazione facesse discendere in modo deterministico dagli studi e dalle politiche eugenetiche l’adozione di politiche razziste (in particolare antiebraiche). È infatti noto che lo sviluppo di politiche eugenetiche (anche assai coercitive) si è avuto in paesi democratici che non si sono mai sognati di adottare politiche razziste. Di qui il richiamo a non pensare a una sorta di “piano inclinato” che avrebbe condotto dall’eugenetica alle politiche della razza (in particolare antiebraiche). In realtà, la nostra interpretazione era ben diversa ed escludeva esplicitamente e nettamente ogni teoria del “piano inclinato”. Essa sosteneva che l’eugenetica, per la sua motivazione essenzialmente razziale (il che si tende spesso a dimenticare) creava un clima favorevole allo sviluppo di ideologie razziste. Pertanto, ove si verificasse la concomitanza di altri fattori, come la presenza di tradizioni di intolleranza verso determinati gruppi e soprattutto scelte di carattere politico, si poteva creare una miscela nefasta suscettibile di deflagrare. L’eugenetica era soprattutto pericolosa perché forniva l’argomentazione teorica e “scientifica” per giustificare l’adesione a politiche razziali e quindi creava consenso soprattutto nei ceti intellettuali. Nel caso italiano, era evidente come l’eugenetica avesse giocato un ruolo del genere, e le politiche razziali avessero avuto una radice autoctona legata alla svolta imperiale del 1936, e le cui caratteristiche peculiari potevano essere comprese soltanto tenendo conto delle elaborazioni nazionali in tema di demografia, di antropologia e di eugenetica.
Questa tesi “mediana” – il razzismo fascista non è stato importato, ma ha avuto radici e sviluppi autoctoni, è stato qualcosa di più grave e strutturale di quanto si è ritenuto per lungo tempo, ma comunque qualcosa di assai diverso e più “blando” del razzismo germanico – non è piaciuta a chi credeva di scorgervi un tentativo di aggravare le colpe del fascismo. Da qualche tempo essa infastidisce invece una storiografia che vi scorge la colpa opposta e mira a liquidare definitivamente l’interpretazione defeliciana ed ogni altra interpretazione “equilibrata”. Allo scopo essa cerca di seppellire la tematica dei “razzismi del fascismo” mediante due tesi radicali: (a) il razzismo fascista era puramente biologistico e indistinguibile da quello nazista; (b) Mussolini e il fascismo erano costituzionalmente antisemiti, né più né meno come Hitler e il nazismo. Non ci occuperemo della seconda tesi – sostenuta nel libro di Giorgio Fabre “Mussolini razzista” – che è a dir poco fragile. Non basta accumulare notizie: parafrasando Henri Poincaré, la storia non è un cumulo di fatti come una casa non è un cumulo di pietre. Occorre interpretare. E che questo libro abbia difficoltà interpretative lo dice già il titolo e il sottotitolo: “Mussolini razzista” è una tesi fondata, ma da essa non discende affatto Mussolini “antisemita”. Se non sono chiare neppure queste distinzioni è difficile iniziare a discutere nel merito.
Per quanto riguarda la prima tesi, ci limiteremo a richiamare un recente articolo di Michele Sarfatti (L’Unità, 5 marzo) in cui si dice che «la legislazione antiebraica italiana […] era diretta contro tutte le persone che rientravano nella definizione di “razza ebraica”, ed essa definiva di “razza ebraica” ogni persona nata da due genitori di “razza ebraica”, anche quando era di religione cristiana. Il principio “biologico” fu applicato anche alle persone di religione ebraica nate da due genitori di “razza ariana”: esse furono sempre classificate di “razza ariana”. Insomma, qualsiasi scelta religiosa o culturale avesse compiuto, una persona non poteva cambiare ciò che gli era stato trasmesso automaticamente dai genitori. Questo è indubitabilmente “razzismo biologico” e non “razzismo spirituale”. Va aggiunto che alcuni commentatori dettero a questa impostazione “biologica” una mano di vernice “spirituale”; questa però concerneva l’immagine del razzismo fascista e non la sua essenza».
Qui la logica non soccorre. La “definizione” riferita da Sarfatti è ridicolmente tautologica, poiché definisce di razza ebraica chi è di razza ebraica… Né potrebbe essere altrimenti perché, come ci si rifiuta caparbiamente di capire, il concetto di razza non ha fondamento scientifico. Lo stesso Hitler non riuscì a ottenere dai suoi illustri genetisti una soddisfacente definizione biologica di razza. Tuttavia un razzismo che possa dirsi autenticamente biologico deve far ricorso esclusivamente a nozioni di carattere fisico, per quanto sgangherato possa essere il risultato. Ogni riferimento a nozioni di carattere mentale, spirituale, culturale ecc. non può aver posto in una concezione biologica del razzismo: esso darebbe luogo a un razzismo di tipo “spiritualistico”, in cui i fattori biologici si combinano con fattori di carattere mentale e culturale. (Dovrebbe essere superfluo dire che quel caratterizza un siffatto razzismo è l’associazione dei vari fattori anziché la riduzione al solo fattore biologico, e non certo l’esclusione del fattore biologico). Ora se ci si ferma alla pseudo-definizione citata da Sarfatti sembra che il razzismo fascista sia puramente biologico. Ma così non è, e per rendersene conto non ci si deve limitare a leggere quel che fa comodo. Dice la “Dichiarazione sulla razza” al punto c) che è “di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica”, ma al d) prescrive che “non è di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto e professa altra religione all’infuori dell’ebraica”. E questo sarebbe razzismo biologico? Come può definirsi biologico un razzismo che “lava” dall’ebraismo chi, pur avendo metà di sangue ebraico, non professa la religione ebraica? Insomma, sia in c) che in d) la religione gioca un ruolo determinante. Per non parlare poi della “discriminazione”, ovvero di quel provvedimento che “ripuliva” quegli ebrei che si erano distinti in atti di grande valore per la patria. Non è quindi vero che, per il fascismo, le scelte religiose o culturali di una persona non potevano cambiare ciò che gli era stato trasmesso automaticamente dai genitori.
Del resto, a replicare anticipatamente a Sarfatti ci aveva pensato Nicola Pende nel 1940 quando aveva esaltato «l’alto intelletto scientifico del Duce» che «ritiene che è lo spirito delle varie stirpi eterogenee a noi che sopratutto occorre tener presente, e quindi è lo spirito ebraico che sopratutto può nuocere alla vita della nostra razza anche indipendentemente da incroci di sangue». È per questo – aggiungeva Pende – che «anche pochi semiti bastano a inquinare tutta la vita spirituale di una nazione». E così spiegava «la grande generosità delle leggi fasciste che risparmiano ogni ostracismo a quei rari casi di ebrei che hanno dato prove lampanti che il loro spirito erasi omogeneizzato in tutto e per tutto con lo spirito della patria italiana».
L’ultima trincea consisterà nel dire che queste erano le parole ininfluenti di un «commentatore», una «mano di vernice spirituale». Peccato che si sia dimostrato, carte alla mano, che fu la linea di Pende e dei verniciatori a prevalere su quella dei biologisti alla Guido Landra, il redattore del Manifesto degli scienziati razzisti. Al punto che Landra fu buttato fuori dal Minculpop e sostituito come capo dell’Ufficio Razza dallo “spiritualista” Visco, e rischiò di perdere persino lo stipendio. Peccato che il Consiglio Superiore della Demorazza avesse riscritto da capo a piedi il Manifesto in senso “spiritualistico”. Appiattendo tutto il razzismo fascista sulla versione puramente biologistica se ne perde la complessità. È come se si distruggesse un intero spaccato storico di grande interesse e si cancellasse un acceso dibattito realmente avvenuto tra i vari razzismi del fascismo.
Tutte queste cose sono state dette, inutilmente. Perché non contano fatti e documenti, non interessa discutere per approfondire la comprensione storica. Conta conseguire un obbiettivo politico-ideologico: (1) cancellare ogni zona “grigia” dal fascismo e, a tal fine, sparare su di esso l’accusa suprema di razzismo nazista e di antisemitismo strutturale; (2) salvare la “scienza” eugenetica, separandola dai discorsi razziali di cui sarebbero responsabili soltanto i “reazionari”.
Giorni fa ho assistito alla presentazione di un film che circolerà presto nelle scuole romane e che illustra – correttamente – la vicenda della scienza italiana nel periodo razziale. Finisce con il consueto ammonimento a ricordare affinché la storia non si ripeta. Esso è pronunziato sull’immagine di uomini dietro le sbarre di un Centro di Permanenza Temporaneo per immigrati clandestini. Alle mie proteste che era folle associare Auschwitz a un CPT si è risposto che assolutizzavo la Shoah. Ho risposto che, al contrario, ero pronto a comparazioni ragionevoli, ad esempio con il Gulag, ma non a quelle assurde. Mi è stato fatto osservare che il Gulag era a un livello di gravità minore della Shoah.
Ecco allora la graduatoria. Nel girone più basso dell’Inferno stanno il nazismo, il fascismo e il CPT di Lampedusa. In Purgatorio sta il Gulag. In Paradiso splende la nuova eugenetica, scienza laica della redenzione dell’umanità.


Giorgio Israel

martedì 28 febbraio 2006

VECCHIO FÜHRER NUOVI FURORI

Il Foglio – 28 febbraio 2006


Distruggendo Israele, il poligono islamista vorrebbe risolvere la “questione ebraica” lasciata a metà da Hitler


In un discorso tenuto al Reichstag il 30 gennaio 1939, Adolf Hitler proclamò di voler essere ancora una volta profeta: «se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse riuscire, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma, al contrario, la distruzione della razza giudaica in Europa». L’impostazione del discorso era “pacifista”. Il Führer insisteva sull’anelito dei popoli alla pace, troppe volte frustrato dalle tendenze guerrafondaie del giudaismo internazionale, sulla scia di quanto aveva scritto nel Mein Kampf, dove aveva osservato che, se si fossero uccisi in tempo quei 10-15.000 ebrei che avevano scatenato la Prima guerra mondiale, si sarebbero risparmiate milioni di vite e, in particolare, un milione di vite tedesche.
Il Presidente iraniano Ahmadinejad deve essere un attento studioso della storia europea e del progetto hitleriano di soluzione della questione ebraica, visto che egli ripercorre fedelmente atti e discorsi del Führer. Egli ha compreso che il segreto del successo della propaganda hitleriana è consistito nell’aver mascherato un progetto di mero sterminio con la saltuaria proclamazione di intenti pacifici e di riscatto del popolo tedesco, di aver identificato l’entità da distruggere (il giudaismo) con il male (la volontà di dominio del mondo attraverso la guerra) e il nemico con delle marionette manovrate dal giudaismo. Ahmadinejad ha compreso che le radici velenose da cui è nata l’autodistruzione dell’Europa sono ancora vive e che, affinché da esse risorga la pianta malefica, basta ripercorrere il sentiero del Führer senza troppe varianti: risvegliare le pulsioni suicide dei milioni di “odiatori di sé”, quelle masse “pacifiste” che vedono nell’Occidente il solo colpevole di tutti i mali; dar forza a quei governanti tanto pusillanimi quanto vanitosi, che desiderano soltanto scendere la scaletta di un aereo con un ombrello in mano e sventolando il foglietto della resa di Monaco nell’altra, per ottenere l’applauso delle folle dei pacifisti-odiatori di sé; suscitare i mai spenti sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei affinché sia identificato in loro l’unico ostacolo al raggiungimento della pace, il mostro sanguinario che mira a distruggere la felicità universale.
Come Hitler, Ahmadinejad parla di pace e di diritti conculcati del popolo iraniano e delle masse islamiche. Come Hitler, scarica sulle spalle del giudaismo mondiale e dei suoi accoliti (il Piccolo Satana e il Grande Satana) ogni colpa: persino la devastazione della moschea sciita di Samarra sarebbe stata «commissionata da un gruppo di sionisti e di occupanti mancati». Come Hitler, Ahmadinejad ammonisce che se i “criminali” osassero scatenare una guerra, Israele sarebbe ridotto nello stato di coma in cui giace il suo premier Sharon: insomma il risultato sarebbe la soluzione finale del problema ebraico in Palestina. E fa leva sull’anelito alla pace degli europei (e sui rigurgiti negazionisti circolanti) per indurli a sbarazzarsi di ogni scrupolo nei confronti dell’unico ostacolo a un armonioso rapporto tra Europa e mondo islamico, liberandosi del senso di colpa per uno sterminio di massa degli ebrei che non sarebbe mai avvenuto o avrebbe avuto una portata insignificante rispetto alle colpe del giudaismo medesimo.
Naturalmente Ahmadinejad non è l’unico interprete di questa visione. Essa è ormai patrimonio del mondo variegato dell’estremismo islamico. Ad esempio, è istruttivo osservare come un puntuale riferimento al discorso di Hitler citato all’inizio si trovi nel noto sito Radio Islam, che lo presenta – nel contesto di un’“analisi” dei “miti fondatori della politica israeliana” – come una testimonianza delle ragioni di Hitler e, in definitiva, del suo moderatismo rispetto ai ben peggiori misfatti di cui si è reso capace l’Occidente. Peraltro, quel mondo variegato ha superato di gran lunga il Führer nella capacità di dissimulazione, consistente nel porgere quel minimo di moderazione che fornisca ai candidati dhimmi l’alibi per ignorare i discorsi veri, quelli in cui vengono espressi gli intenti autentici (come i pacifisti degli anni trenta si appigliavano a qualche sporadica dichiarazione pacifista di Hitler per ignorare il Mein Kampf e la realtà dei fatti).
Insomma, l’integralismo islamico ha imparato ad usare la memoria storica come strumento per gestire il presente. Mentre l’Europa delle giornate della memoria è incapace (o si rifiuta) di trarre lezioni dalla sua stessa storia ed erge un muro tra passato e presente.
Come è possibile dimenticare che anche Hitler avanzò da una tregua all’altra, da una “hudna” all’altra? Come è possibile dimenticare che l’Europa accettava supinamente ogni proposta di hudna, in attesa della prossima prova di forza, scendendo di gradino in gradino nella fossa della tragedia? Eppure, nei giorni della “memoria”, ci si batte il petto chiedendosi cosa non si è fatto per fermare il mostro. “Perché non è stata bombardata Auschwitz?” è la domanda sconsolata, dietro cui ghigna una compiaciuta accusa nei confronti dei detestati anglo-americani. Ci si batte il petto declamando “mai più”, mentre sotto i nostri occhi si concretizza un “ancora una volta”. L’estremismo islamico vince una prova di forza dopo l’altra, e ogni gradino asceso è inframezzato da una hudna, che viene accolta con sollievo gridando: «Dialogo, dialogo, dialogo. Dialogo ad ogni costo». Ma “a qualsiasi costo” è la parola d’ordine degli imbecilli. Nulla si fa a qualsiasi costo, né la guerra, né la pace, né la tregua. Quel signore con l’ombrello e il foglietto di Monaco in mano proclamava di aver ottenuto “con onore” la “pace per il nostro tempo”: l’aveva ottenuta “a qualsiasi costo” e proprio per questo – come gli disse Churchill – avrebbe ottenuto soltanto il disonore e la guerra.
Chi non metta la testa nel sabbia non può non scorgere le chiare intenzioni del nemico che sta di fronte.
Prendiamo il caso di Hamas. Hamas ha detto in tutti i modi cosa vuole: distruggere Israele nel quadro di una lotta globale in cui esso è un vertice del poligono infernale costituito dall’Iran, dalla Siria, da Hezbollah e da Al Qaeda. Chi non vuole vedere questa intenzione può essere soltanto uno sciocco o in malafede. Non è forse essa scritta a chiare lettere nella carta di Hamas? Non bastano le innumerevoli rappresentazioni cartografiche in cui la Palestina si estende dal mare al Giordano? Non bastano le innumerevoli dichiarazioni, tra cui spicca il recente e truculento discorso del leader di Hamas Meshaal in cui annuncia che «prima di morire, Israele dovrà subire umiliazioni e degradazioni» e invita, con paranoia tipicamente hitleriana, l’Occidente ad abbandonare Israele a sé stesso, perché è suo interesse prosternarsi di fronte alla nazione islamica che «domani si siederà sul trono del mondo»? No, non basta. Alla richiesta del Quartetto di riconoscere il diritto di Israele all’esistenza, Hamas ha risposto di non poter smettere di lottare fino a che persiste l’occupazione: sembra una risposta fuori tema, ma è chiarissima ove soltanto si ricordi che per Hamas, l’occupazione “è” Israele.
Nessuna di queste evidenze basta, e ci si appiglia all’offerta di una hudna o a una vaga disponibilità a riconoscere Israele espressa dal nuovo premier palestinese Haniyeh al Washington Post, mettendo in ombra che costui, appena rientrato a Gaza ha smentito ogni disponibilità, con tecnica consumata. Grandi menti politologiche impartiscono lezioni circa il fatto che la concretezza del governare non potrà non condurre Hamas sul terreno del realismo. Come se il potere avesse fatto rinsavire Hitler… Tanta ottusità avrà purtroppo i suoi effetti concreti: se Hamas coglierà il frutto dei suoi adescamenti verbali, la hudna servirà a preparare la tappa successiva di un’agenda sanguinosa.
Da come si profila la situazione sembra che ricada quasi totalmente sulle spalle di Israele la responsabilità di sventare un simile sviluppo, tragico per l’Occidente non meno che per Israele. È stupefacente constatare in che modo abissalmente diverso si presentino le cose dal punto di visuale israeliano e da quello europeo. In Europa si continua a coltivare l’immagine di un Israele cattivo, implacabile, vendicativo, intransigente. Laggiù, al contrario, il governo è criticato per la sua eccessiva moderazione. In Europa si protesta per i provvedimenti presi dal governo israeliano, tra cui la sospensione del trasferimento dei fondi doganali all’autorità palestinese, e non si dice che il governo israeliano fa di tutto perché il flusso raggiunga comunque la popolazione attraverso le organizzazioni umanitarie – evitare di darli direttamente in mano ad Hamas non è il minimo? – persino con l’avvallo del “superfalco” Netanyahu. In Europa non si dice che il flusso dei lavoratori palestinesi non è stato interrotto, e che anche per questo il governo è accusato di debolezza; si straparla degli attacchi delle truppe israeliane cui gli “attivisti” palestinesi avrebbero risposto con tiri non meglio qualificati. Il contrario è vero: si tratta di risposte contro i lanci di missili Kassam da Gaza che rischiano sempre più di colpire la centrale elettrica di Ashqelon, da cui dipende metà di Israele, o industrie chimiche nella stessa zona del paese la cui deflagrazione potrebbe determinare una tragedia di proporzioni colossali. I critici del governo israeliano lamentano che queste risposte si riducano spesso a tiri dimostrativi di artiglieria in zone disabitate. Come che sia, è evidente che Israele, lungi dall’essere il mostro di cattiveria di cui si parla, esita a fare quel che è legittimo secondo il diritto internazionale: rispondere militarmente, anche attraverso un attacco massiccio, a un’aggressione che potrebbe avere conseguenze devastanti. In Europa pochi ricordano che Israele ha subito, nel corso del 2005, ben 2990 attacchi terroristici e che, dopo la vittoria elettorale di Hamas, i circa cinquanta allarmi mensili per attentati kamikaze sono passati a settantacinque, mentre è stato sventato addirittura un attacco al mortaio sul quartiere di Gilo a Gerusalemme.
Di nulla di tutto ciò si parla e, al contrario, pullulano personaggi (cialtroni o in malafede, poco importa) che proclamano l’inesistenza di un problema di sicurezza per Israele. Ma tutto ciò è poca cosa di fronte al fatto che, in spregio al più elementare buon senso, la vittoria elettorale di Hamas ha scatenato un rovesciamento di atteggiamento nei confronti di Israele che, dalla blanda benevolenza dei mesi successivi al ritiro da Gaza, è tornato alla consueta ostilità, se non peggio. È stato facile profeta chi aveva previsto che il ritiro da Gaza andava valutato sulla base della sua efficacia sul terreno e della sua equanimità e non per la ricaduta positiva di immagine che avrebbe avuto per Israele: il pregiudizio non può essere scalfito e il fatto nuovo è che a denunciare tale pregiudizio si rischia la querela.
Per qualche breve mese abbiamo assistito a un cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele. Sharon da macellaio era divenuto il De Gaulle israeliano e qualcuno si era persino spinto a compatire i coloni che avevano dovuto abbandonare le loro case di Gaza. Era la forza delle cose, che sembrava andare verso la pace, a dettare questi sentimenti magnanimi. Ma è bastata la vittoria elettorale di Hamas a ribaltare la situazione e a far riemergere le posizioni consuete. Si è ricominciato a incolpare Israele di tutto, persino di essere responsabile della vittoria elettorale di Hamas: persino il merito del ritiro da Gaza è stato rimesso in discussione. E, con il sostegno del solito manipolo di intellettuali annidati nelle università di mezzo mondo, è ricominciata la recitazione del vecchio stolido mantra: Israele deve ritirarsi, qualsiasi cosa accada deve ritirarsi. Prima si deve ritirare, e senza condizioni, sulla linea del 1967, ovviamente abbattendo il muro (anche se ha salvato innumerevoli vite). Vedrete, dicono, Hamas rinsavirà. E comunque, se Hamas chiederà altro, per esempio tutta Gerusalemme, bisognerà pensarci. Se Hamas chiederà il rientro di milioni di palestinesi sul suolo di Israele bisognerà discutere. A prendere sul serio il mantra di questi signori sarebbe il caso che gli israeliani rimettano in cantiere Exodus.
Guardando al panorama italiano, l’aspetto più inquietante di questo repentino cambiamento di atteggiamento è che esso segna un evidente successo di Hamas: l’aver posto di nuovo sul terreno la questione del diritto di Israele ad esistere, che sembrava risolta definitivamente in senso positivo. Sembrava una faccenda conclusa e invece il tormentone ricomincia: Israele stato “artificiale”, Israele stato fondato sul “sopruso”, sul “razzismo”, sul “colonialismo”, sull’“espropriazione”, e via dicendo. Si dirà che questa ripresa del tormentone è opera di pochi estremisti, ed è pur vero che le voci che si sono levate in tal senso appartengono alle ali estreme dello schieramento politico. Ma gli estremisti rialzano la testa quando sentono che il clima lo consente. Nel centro-destra si attende una parola finale circa l’esclusione assoluta di un manipolo di negazionisti della peggior specie e si debbono registrare dichiarazioni avvilenti circa l’opportunità di trattare con Hamas. Nel centro-sinistra si manifesta una situazione confusa e a dir poco inquietante. L’aver escluso Ferrando dalle liste elettorali di Rifondazione Comunista è un depistaggio più che un chiarimento, se restano in lista personaggi come Francesco Caruso (che ha dichiarato la sua simpatia per Hamas e i kamikaze) e Alì Rashid, che ancora qualche giorno fa ha definito Sharon un criminale di guerra. L’onorevole Diliberto è segretario di un partito dell’Unione, non è uno che passa di là per caso. Egli è stato uno degli organizzatori di una manifestazione in cui sono stati gridati slogan efferati e in cui sono state bruciate bandiere israeliane e americane. Dice di non sentirsi responsabile di questi misfatti e di condannarli, ma in tal modo dimentica un principio fondamentale del vecchio PCI di cui pure è un nostalgico ammiratore: chi proclama e organizza una manifestazione è politicamente responsabile della medesima. Difatti, il vecchio PCI controllava le manifestazioni con un robusto servizio d’ordine che allontanava energicamente chi deviava dalla linea politica decisa; e, se non si sentiva certo di poter esercitare tale controllo, vi rinunciava. Ha quindi perfettamente ragione chi ha invitato Diliberto a chiedere scusa anziché querelare Yasha Reibman per aver espresso una legittima opinione. Peraltro, quando si va a braccetto con il leader di una forza (Hezbollah) che ha nel suo programma la distruzione lo stato d’Israele, non si può pretendere di essere esenti da critiche. Romano Prodi assicura circa l’assoluta trasparenza di comportamento di tutte le forze politiche dell’Unione. Se è così, spieghi le candidature di Caruso e di Rashid, convinca Diliberto a ritirare la querela e a scusarsi, inviti Dini a non intrecciare legami d’amorosi sensi con la diplomazia iraniana, e così via. Altrimenti, le parole stanno a zero.
E ciò non basta perché bisognerebbe volgere lo sguardo ben più in alto degli esempi precedenti. Che dire dell’intervista messa in rete da Massimo D’Alema un paio di settimane fa? La stampa ha attirato l’attenzione sulla dichiarazione di D’Alema secondo cui «Hamas non è il nazismo» che, alla luce di quanto abbiamo fin qui osservato, è a dir poco sconcertante. Ma occorrebbe ascoltare l’intervista nella sua interezza per constatare come sia più che fondata l’inquietudine di Yasha Reibman circa la prospettiva di avere un tale ministro degli esteri. È facile immaginare quale correzione della politica estera italiana configuri D’Alema, a giudicare dall’astio totale con cui guarda a Israele – la scelta di Israele è quella della violenza, la sua politica è semplicemente “disumana” – a cui non concede nulla, neppure il diritto di chiamarsi “popolo della diaspora”, che trasferisce ai palestinesi; cui invece è tutto perdonato, e di cui ogni atto è giustificato, perché bisogna capire le ragioni dell’odio. In un’ora d’intervista non una parola è stata spesa per deprecare il rifiuto aprioristico d’Israele, l’odiosa campagna razzista che pullula nei mezzi d’informazione arabi e islamici e nei libri di testo palestinesi, l’uso infame di tutto l’arsenale della propaganda antisemita classica, aggiornato con l’invenzione delle accuse più trucide e fantasiose, come quella recentemente messa in giro dal governo siriano secondo cui l’influenza aviaria sarebbe stata prodotta artificialmente da Israele, o la recente “analisi” della televisione iraniana circa la natura dei “cartoons” di Tom e Jerry, con cui l’ebraica (sic!) Walt Disney vorrebbe ripulire l’immagine dei “topi ebrei”. Non una parola... Se soltanto D’Alema – che si vanta di conoscere la realtà sul campo – fosse minimamente aperto a capire Israele, si renderebbe conto che proprio quella è una società multietnica che riesce giorno dopo giorno a realizzare la composizione delle differenze attorno a sentimenti condivisi, che quella è una società che realizza quotidianamente la dissoluzione delle divisioni etniche, difendendosi soltanto da chi pervicacemente nega il suo diritto all’esistenza. Se soltanto D’Alema fosse sensibile a quella realtà, condannerebbe aspramente coloro che, nel suo schieramento, parlano di paese “razzista”. E che dire della violenza antiamericana che pervade tutta l’intervista? Gli USA non conoscerebbero altro metodo che imporre la loro civiltà con i marines, e altra politica che la «violenza di stato». Affermazione a dir poco sconcertante nella bocca di un europeo, del cittadino di un continente che ha inventato il colonialismo e il razzismo. D’Alema si è reso conto della scivolata, visto che ha osservato che, certo, l’Europa ha partorito Auschwitz, ma «proprio per questo» avrebbe appreso la lezione e avrebbe introdotto come tratto originale della propria democrazia il rifiuto della violenza di stato. Di qui la «superiorità» dell’Europa sugli USA. Ma non si doveva evitare di parlare di civiltà “superiori”? Come sempre, la toppa è peggiore del buco.
Tornando al panorama europeo – della civiltà “superiore” – chiediamoci: come dovrebbe valutarlo un estremista islamico il cui scopo dichiarato è lo sgretolamento dell’identità del continente? Dovrebbe valutarlo come una catena di successi. Dopo l’attentato di Madrid, la Spagna si è defilata dall’Iraq chiudendosi dietro il “muro” di Ceuta e Melilla, mentre magnati arabi comprano mezza Andalusia. Il governo inglese ha reagito con ben maggiore dignità all’attentato di Londra, ma ha commesso lo svarione solenne di assumere come consigliere Tariq Ramadan. Dopo l’uccisione di Theo van Gogh la morsa della paura stringe l’Olanda più di prima. Si è avuta la rivolta delle periferie parigine. E, in una sequenza tutt’altro che casuale si sono accavallati altri eventi dirompenti: la campagna forsennata e pretestuosa sulle caricature danesi; la vittoria elettorale di Hamas; il dilagare di una nuova campagna anti-israeliana e antiebraica che punta direttamente su tematiche negazioniste della Shoah; e infine la barbara uccisione, previa tortura di un mese, del giovane ebreo francese Ilan Halimi da parte di un gruppo nel cui covo sono state scoperte carte che riconducono a un gruppo dedito alla raccolta di fondi per le “vittime” palestinesi, ovvero per le famiglie dei kamikaze, e di cui sono provate le relazioni con gruppi presenti nella consulta islamica riconosciuta dal governo francese. Sequenza non casuale e pretestuosa, dicevamo, perché è ormai noto che le celebri vignette erano state pubblicate dal giornale egiziano Al Fager il 17 ottobre 2005 senza che ciò destasse il minimo scandalo.
Ogni volta che l’aggressione è salita di un gradino, un gradino è stato sceso nella scala dell’umiliazione e dell’ignavia. Persino il direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Islamiche ed ex-mufti di Marsiglia, Soheib Bencheikh ha definito (Le Monde, 9 febbraio) la reazione di tante organizzazioni e regimi musulmani «al di là del surrealismo», ha definito assurda la richiesta di scuse ai governi e l’aggressione contro un paese «tranquillo e pacifico» come la Danimarca, e ha condannato questa ondata isterica come contraria ai principi di ogni religione degna di essere considerata tale oltre che della libertà di espressione. E invece, politici e uomini d’informazione europei si sono precipitati in massa a scusarsi, a prosternarsi nella moschea più vicina. Sono gli stessi che non hanno detto una parola di fronte alle dissacrazioni del cristianesimo, alle stragi di cristiani, alle innumerevoli vignette offensive dell’ebraismo, alle campagne antisemite nutrite della peggiore blasfemia, che perdonano ogni atto del genere se a compierlo è un estremista islamico, giustificano le campagne di boicottaggio nei confronti di Israele e le bandiere bruciate in nome dei “diritti” del popolo palestinese. Se esiste una logica a questo mondo, il direttore di Liberazione, che ebbe a dire che coloro che protestavano per lo scempio delle sinagoghe da parte palestinese dopo il ritiro da Gaza erano “razzisti”, si sarebbe dovuto presentare da tempo a chiedere scusa in una sinagoga. Questo sarebbe il trattamento di favore riservato agli ebrei e a Israele, questa sarebbe la lezione storica ricavata dalla Shoah?
Qui torniamo alla profezia di Hitler di cui parlavamo all’inizio. Perché, se la profezia principale di Hitler (la realizzazione del Reich millenario) è fallita, alcune altre si sono purtroppo avverate. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, le autorità germaniche stimavano la consistenza ebraica in Europa (inclusa l’URSS) in poco meno di undici milioni. Oggi tale consistenza è ridotta a circa due milioni. La questione ebraica europea è stata effettivamente quasi completamente “risolta”, secondo gli auspici del Führer. La questione ebraica mondiale è stata così “risolta” per un terzo, essendosi concentrati i due restanti terzi negli USA e in Israele. In attesa di fare i conti con il Grande Satana, il poligono dell’estremismo islamico, con portavoce il presidente iraniano, ha ripreso il programma hitleriano proponendosi di realizzarne il secondo terzo con la distruzione di Israele.
Sarebbe desiderabile poter distinguere tra questione ebraica e questione israeliana, perché ciò segnerebbe, più o meno, la fine dell’antisemitismo. Ma se questa distinzione era difficile prima, ora il presidente Ahmadinejad e i suoi alleati si incaricano quotidianamente di avvertirci che essa è impossibile. La questione ebraica oggi è la questione israeliana. È perfettamente inutile, al riguardo, riesumare la solita litania circa il fatto che la difesa di Israele non implica la condivisione di ogni singolo atto dei suoi governi. Ovvio, ma secondario. Perché il vero problema che abbiamo di fronte oggi è che il progetto del secondo atto della Shoah è chiaramente indicato nella distruzione dello stato di Israele, ed è contro questo progetto che occorre battersi senza quartiere.
Per quasi duemila anni la storia dell’ebraismo è stata prioritariamente intrecciata con la storia d’Europa, nel bene e nel male. Ed è per questo che è perfettamente sensato parlare di “radici giudaico-cristiane” della civiltà europea, accanto a quelle greco-romane. Oggi l’ebraismo rischia di uscire definitivamente dalla storia d’Europa, se l’Europa rinnega i legami storici profondissimi che dovrebbero legarla a Israele e se lascia che il suo ebraismo residuale venga terrorizzato, dissolto e disperso.
Voltare le spalle a Israele, voltare le spalle al problema ebraico, quello “attuale”, non sarebbe soltanto un atto atroce nei confronti degli ebrei, non sarebbe soltanto lavarsi le mani del tentativo di proseguire la soluzione finale, ma sarebbe un atto suicida. Difatti, la Shoah non è stata una faccenda degli ebrei, ma una tragedia dell’Europa: il compimento dello sterminio razziale è stata una separazione dell’Europa dai principi migliori della sua tradizione morale e civile, quelli che erano frutto, per l’appunto, della tradizione giudaico-cristiana. Un’Europa che – dopo quel che è successo mezzo secolo fa – non comprendesse la portata della posta in gioco, compirebbe il secondo e irreparabile atto della propria autodistruzione.
È difficile non vedere che le comunità ebraiche europee e le loro istituzioni sono spossate dalla continua lotta contro l’antisemitismo mai spento e anzi ora rinfocolato dall’aggressione dell’estremismo islamico, e che sono intimorite. Il loro futuro dipende dalla loro capacità di essere coscienza critica e testimone di quanto rischia di avvenire. Gli ebrei d’Europa – e d’Italia – non possono non apprezzare lo sforzo per la conservazione della memoria del loro martirio. Ma non possono accettare che la compassione per gli ebrei morti sia un alibi per odiare liberamente quelli vivi e per chiudere gli occhi di fronte alla nuova spaventosa minaccia. Dopo decenni di resistenze è ormai diffusa l’accettazione dell’idea dell’unicità della Shoah. Troppa grazia, vien da dire. Soprattutto se questa accettazione è suggerita dal poco limpido intento di declassare altre stragi, come quelle del Gulag. E francamente inaccettabile se è un modo di declassare la questione ebraica attuale ad “altra” cosa, persino a qualcosa in cui la parte degli ebrei è invertita e trasformata in quella dei persecutori. Nessun ebreo che abbia un minimo di dignità, in quanto tale e in quanto cittadino consapevole e leale del proprio paese e del continente, può accettare di essere messo sotto protezione in una riserva indiana a condizione di abbandonare Israele al proprio destino o persino di rinnegarlo. Quegli ebrei che accettassero una simile condizione o che si accodassero al grido del “dialogo ad ogni costo” si assumerebbero una grave responsabilità anche nei confronti del destino dello stesso ebraismo europeo. A quest’ultimo si richiede quindi, in questi frangenti, un grande atto di coraggio e di dignità.
Hitler è stato abbastanza buon profeta rispetto all’obbiettivo di sradicare la presenza ebraica dall’Europa. Ma proprio le modalità e gli effetti della “soluzione” hitleriana e il ripresentarsi sulla scena dei prosecutori dichiarati di quel progetto, fanno della questione ebraica, oggi israeliana, la principale pietra di paragone della capacità dell’Europa di riprendere il proprio cammino recuperando i propri migliori valori e rifiutando di lasciarsi ridurre in stato di schiavitù. Nessun cittadino europeo può sfuggire a questa sfida. Altrimenti, la resa dell’Europa di fronte a coloro che hanno dichiarato una guerra di civiltà contro l’Occidente sarà segnata non soltanto dalla totale separazione dei destini dell’Europa e di Israele, ma dalla dissoluzione di quel che resta dell’ebraismo europeo.


Giorgio Israel

giovedì 9 febbraio 2006

Quelli che dicono: “Non disegnare il volto di Dio invano”

C’è qualcosa di straordinariamente ipocrita nelle reazioni violentissime alle famose vignette pubblicate in Danimarca sul profeta Mohammad. Un osservatore sceso da un altro pianeta crederebbe che questa sia la prima volta che qualcuno osa fare satira su temi religiosi, oppure che ciò accada raramente, ma susciti sistematicamente reazioni di sdegno corale in un mondo che è profondamente devoto. Resterebbe stupito nell’apprendere che poco tempo fa un signore è venuto a dire, nel corso di una ascoltatissima trasmissione della televisione italiana, che il crocefisso è un ripugnante cadaverino appeso, senza che nessuno scendesse per strada, senza che le autorità religiose cristiane protestassero in modo più che flebile, mentre è accaduto che molti difendessero quelli parole in nome della libertà di espressione. Che dire poi della religione ebraica? Il nostro extraterrestre, girando per emeroteche, biblioteche, librerie si troverebbe di fronte a uno sterminato campionario di ingiurie blasfeme, per lo più ad opera di quel mondo islamico che scende in piazza a protestare contro le vignette, e dei suoi alleati in Occidente. Costoro si stracciano le vesti – e promettono di stracciare i “nemici” ben più che le loro vesti (abbiamo visto in televisione troppi cartelli esaltanti Bin Laden, gli attentati alle Torri Gemelle e la sorte di Theo van Gogh) – dichiarando che quelle vignette, pubblicate in Danimarca e riprese da molti altri giornali europei, feriscono i sentimenti religiosi e il rispetto di ciò che è sacro per un musulmano. Non si mette in discussione – si dice – la legittimità della satira politica: quel che è inaccettabile è ferire i sentimenti religiosi dell’Islam, profanare ciò che per l’Islam è più sacro. A chi ha osservato che in tanti paesi islamici viene condotta una forsennata campagna razzista antiebraica è stato replicato ancora una volta che trattasi soltanto di satira politica, che riguarda gli israeliani, tutt’al più gli ebrei, e non la religione ebraica.
Un piccolo florilegio di esempi – per lo più tratto dal volume di Joël e Dan Kotek, Au nom de l’antisionisme, Paris, Complexe, 2003 – permette di vedere quanto sia falsa questa dichiarazione di innocenza. Molti altri esempi si potrebbero dare, ma ci limitiamo ad pochi significativi, che – se tanto dà tanto – avrebbero dovuto suscitare un’ondata di proteste e di sdegno almeno paragonabile a quella cui stiamo assistendo.
Che cosa sia la Bibbia ebraica lo spiegava la vignetta di un quotidiano del Kuwait: sembra un libro, ma è soltanto un contenitore di pugnali, bombe e pistole. Che si tratti della Bibbia ebraica viene ricordato ai distratti apponendo sulla copertina sia il candelabro a sette braccia che la stella di David.

Un giornale libanese riservava una sorte analoga al Talmud, che appare soltanto come il contenitore di un fucile con cui un cecchino nascosto trucida un povero palestinese.

Che i testi sacri ebraici siano un oggetto diabolico è tema ricorrente, come si vede da un'altra vignetta pubblicata in Egitto nel 1992, in cui il forcone del diavolo è il candelabro a sette braccia (la Menorah) cui è appesa la Bibbia.

Non sono dissacranti e blasfeme nei confronti dell’ebraismo simili “satire”? Che dire allora della vignetta pubblicata da Al Ahram Weekly on line (Al Ahram è il massimo quotidiano governativo in Egitto) in cui il razzismo viene addirittura indicato come il contenuto delle tavole della legge? Un rabbino mostra difatti la scritta razzismo incisa sulle tavole di pietra.
Un’ampia casistica di offese alla religione ebraica e ai suoi testi può essere trovata nei manuali scolastici palestinesi, lautamente finanziati con i fondi dell’Unione Europea: anche qui ci limitiamo all’aspetto strettamente religioso. (Consigliamo in merito la lettura del libro di Y. Manor, Les manuels scolaires palestiniens, Une génération sacrifiée, Paris, Berg, 2003). Vi si parla del Talmud come di un libro di odio e di sangue, di cui si riportano brani inventati che appaiono tratti di peso dai Protocolli dei Savi di Sion. «Coloro che non sono ebrei, sono porci cui Dio ha dato forma umana in modo da farli servire gli ebrei» (“Storia degli Arabi e del mondo moderno”, livello 12, ANP, Ramallah). Ma non soltanto il Talmud, bensì anche la Torah sarebbe un manuale che insegna agli ebrei come meglio odiare e sterminare i loro avversari (Ibidem). In molti di questi testi si ripropone agli allievi il quesito di come gli ebrei ritengono di “spegnere la luce di Allah” e si “dimostra” che gli ebrei erano addirittura nemici dei profeti e di Dio. Inoltre, la tematica del deicidio è ripresa in “Educazione Islamica” (livello 4, seconda parte, ANP, Ramallah), dove si afferma che Allah inviò Gesù come Messaggero, gli ebrei cercarono di ucciderlo, ma Allah lo salvò…
Non si vorrà certo dire che il tema del deicidio non sia particolarmente offensivo e atroce per gli ebrei: esso è alle radici di una persecuzione bimillenaria nei loro confronti basata su una tematica teologica. Ebbene, quel tema è un luogo comune della campagna antiebraica nel mondo islamico, e ha trovato ampia eco nella satira occidentale, e di certo non si tratta di satira politica: perché mai altrimenti tirare in ballo l’uccisione di Gesù Cristo? Gli esempi sono tanti che non si sa da dove iniziare. Ci limitiamo a pochi casi emblematici.
La vignetta palestinese di Al-Istiqlal è talmente efferata da non aver bisogno di commenti.

La vicenda dell’occupazione della Chiesa della Natività a Betlemme ha dato la stura a “satire” del genere. Una vignetta di Arabia.com del 7 aprile 2002 presenta quello che è ormai un classico – il soldato israeliano che trucida di nuovo Gesù – e che è stato ripresentato in tutte le salse e infinite volte, per esempio dal nostro Forattini (anzi, visto che la vignetta di Forattini è apparsa il 3 aprile si potrebbe ritenere che sia servita di modello).


E ancora negli stessi giorni, il 6 aprile, con scarsa fantasia un giornale fiammingo pubblica una vignetta analoga: i Palestinesi barricati nella chiesa della Natività dicono di trovarsi bene là dentro e Cristo risponde: «Non mi parlate degli ebrei» (come se lui non lo fosse stato: ignoranti, oltre che blasfemi).

Potemmo continuare a lungo sulla sterminata vignettistica antiebraica e ferocemente offensiva della religione che dilaga nei paesi islamici. Ci limiteremo invece a due soli esempi tratti dalla satira europea filopalestinese.
Il primo esempio riguarda il dileggio feroce del precetto ebraico di nutrirsi secondo i principi della kasherut. In una vignetta di Libération del 2001, Arafat osserva i corpi squartati esposti dal macellaio Sharon e commenta: «Non è neppure kasher». Si tratta peraltro di una vignetta che ne copia, anche qui con scarsa fantasia, una francese degli anni quaranta, dovuta a Ralph Soupault, un comunista seguace di una corrente di antisemitismo sociale.


La vignetta di Web.matin.com del 2001 si riferisce alle proteste legate al tentativo di mettere sotto accusa in Belgio Sharon per crimini di guerra. Essa recita: «Il Belgio è divenuto un nemico. Giudicare un macellaio non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo». E, per darne una prova, il vignettista fa ben più che dell’antisemitismo: scantona sul terreno religioso e dileggia la pratica ebraica della circoncisione…

Ancor più volgare è la vignetta di Cuore che ripropone la solita efferata leggenda dei quattromila impiegati ebrei che sarebbero stati assenti dalle Torri Gemelle il giorno in cui furono abbattute, a riprova che si sarebbe trattato di una congiura ebraica. Cosa dicono gli ebrei rappresentati nel solito modo caratteristico della vignettistica antisemita da che mondo è mondo? Non siamo andati al lavoro perché “si doveva circoncidere il pupo”… E il commento è: «Circoincidenze, eh?».


A questo punto, pochi commenti finali. Non saremo certamente noi a giustificare un simile genere di satira. Ma è un conto è condannarla, combatterla, persino procedere contro di essa per vie legali, altra cosa è chiedere la limitazione della libertà di stampa. Malgrado il carattere efferato di molte di quelle vignette “satiriche” e il loro evidente carattere blasfemo per un ebreo credente, vi sono state proteste, anche energiche, ma nessuno si è sognato di mettere in atto iniziative di questo tipo: chiedere conto e scuse al Presidente della Repubblica Italiana delle vignette dei giornali italiani; chiedere conto e scuse ai Presidenti greci o danesi delle vignette sui loro giornali; invitare i proprietari dei giornali a cacciare i loro direttori; assaltare le ambasciate dei paesi arabi e islamici in Europa o negli Stati Uniti; chiedere scuse ufficiali a tutti i Presidenti o capi politici dei paesi arabi o islamici in cui sono state pubblicate quelle vignette; chiedere scuse ufficiali da parte della Lega Araba; chiedere scuse ufficiali a tutte le autorità religiose del mondo islamico o la recitazione di un “mea culpa”. Eppure, nel caso del mondo islamico, simili richieste avrebbero avuto fondamento, perché è difficile negare che la stampa, in molti di quei paesi, sia sottoposta a uno stretto controllo di regime, o addirittura dica ciò che il regime vuole.
Ebbene, tutto ciò non è avvenuto, e le proteste hanno distinto i ruoli e gli ambiti, in ossequio a una visione liberale e sulla base dei principi più elementari della convivenza democratica. È lecito deplorare un vignettista o un umorista, è possibile querelarlo, è più che ragionevole chiedere che si scusi, ma il principio della libertà di opinione e della indipendenza dei poteri e della libertà della stampa è intangibile. In Francia, l’umorista Dieudonné, autore di tirate antisemite di violenza inaudita, è al centro di aspre polemiche e di denunce, ma nessuno si è sognato di chiedere al Presidente Chirac di presentare le scuse per l’esistenza di questo individuo. Il giorno in cui venisse accettato il principio che il potere esecutivo può intervenire sull’esercizio della stampa e sulle libertà fondamentali, sarebbe la morte della democrazia liberale, che è una delle più grandi conquiste dell’Occidente.
Dispiace constatare che, nelle discussioni di questi giorni si stia facendo strada una confusione inaccettabile da parte di parecchie autorità religiose. Sembra che la difesa del principio della libertà di stampa e secondo cui l’esecutivo non può avere il diritto di limitare le libertà, implichi l’accettazione del contenuto delle vignette, la complicità nei confronti di chi dileggia la religione. Un simile atteggiamento dimostra insensibilità nei confronti del valore dei principi dello stato liberale e da adito all’accusa di non capire che la messa in discussione di questi principi implica una visione teocratica dello stato, la stessa che vediamo all’opera in certi paesi islamici con esiti tragici.
Dispiace constatare che, a livello politico, siano state fatte dichiarazioni che non hanno alcun senso se non quello del tentativo di placare e compiacere per mere ragioni di opportunità. Il Dipartimento di Stato americano ha emesso una condanna delle vignette del tutto condivisibile in quanto al loro contenuto, ma che non si capisce come possa promanare da un’autorità istituzionale, soprattutto in un paese in cui la satira anche più dissacrante non ha mai conosciuto limiti, se non quelli dell’azione legale a posteriori.
Le reazioni caotiche e contraddittorie che si stanno manifestando in Occidente, scompongono i fronti e creano schieramenti inediti. La ragione di questa grande confusione sono state bene spiegate da André Glucksmann: la religiosità non c’entra nulla o almeno non dovrebbe entrarci: “ci sono religiosi tolleranti, e atei che muoiono di paura, pronti a piegarsi di fronte al ricatto”. E, come ha detto Glucksmann, quel che molti non capiscono o fanno finta di non capire – per paura o per l’errato calcolo di poter così difendere meglio la propria religiosità – è che “se cediamo si introduce la sharìa in Europa”. Quelle autorità religiose, cristiane ed ebraiche, che credono di poter restaurare un maggior rispetto per le loro religioni, e per la religione in generale, accodandosi all’offensiva islamica, cadono in un trabocchetto e compiono un tragico errore. Essi dimenticano che l’Islam integralista non ha alcuna intenzione di difendere la libertà religiosa, tantomeno quella delle altre fedi religiose, bensì soltanto l’intangibilità e la supremazia della propria. Essi trascurano che non è così che si difende l’Islam tollerante, poiché gli islamici “tolleranti” che si accodano a questa offensiva lo sono a parole, e sono in realtà dei campioni del doppio linguaggio.
Per quanto riguarda i musulmani che vivono fuori o dentro l’Occidente occorrerebbe ricordare due cose.
La prima è che non si ha il diritto morale di scatenare una campagna di queste dimensioni contro una satira ritenuta offensiva, quando non soltanto non si dice una parola contro la satira violentemente blasfema e offensiva nei confronti di altre religioni, come quella ebraica, che dilaga nel mondo islamico; ma addirittura la si giustifica. Chi si impanca a chiedere scuse ai governi, e addirittura al Papa, e si straccia le vesti per i sentimenti offesi dovrebbe, in primo luogo, per rendersi minimamente credibile, deplorare espressioni come quelle contenute negli esempi che abbiamo dato sopra. Al contrario, esse vengono comunemente giustificate come legittime espressioni della sofferenza del popolo palestinese per la “criminalità” ebraico-israeliana. Pertanto, una campagna che si accompagna alla giustificazione di analoghi atti offensivi compiuti contro altre religioni è la prova di quanto dicevamo sopra: e cioè di un’intenzione integralista e di una volontà di sopraffazione.
La seconda è che in Occidente si vive sulla base dei principi sopra ricordati, e che il rispetto a questi principi è dovuto quanto è lecito difendere con i mezzi offerti dalla legge il rispetto dei propri sentimenti. Fare causa a chi si ritiene ci abbia offeso è legittimo – naturalmente ricorrendo alla magistratura e non emettendo fatwe o incitando al delitto –, chiedere interventi dei governi a limitazione della libertà di stampa, assaltare ambasciate o ritirare gli ambasciatori è una vergogna.
Noi che viviamo in Occidente dobbiamo fare alcune riflessioni. Quel che sta accadendo è l’ennesima prova di una dichiarazione di guerra, “guerra di civiltà”. Una cosa odiosa, la “guerra di civiltà”, ma ancora una volta dobbiamo chiederci chi la stia dichiarando e conducendo. Ha ragione Magdi Allam: siamo a un tornante decisivo. Se si cede sui principi fondanti della democrazia liberale, è finita. È già troppo che delle autorità istituzionali abbiano chiesto scusa. È indecente che un finanziere franco-egiziano abbia licenziato il direttore di un giornale. Dobbiamo chiederci cosa abbiano in mente i numerosi musulmani residenti in Europa che, in questi giorni, si spendono a giustificare e difendere questa campagna. Fanno così perché non hanno capito e assimilato i principi fondanti delle nostre democrazia? In tal caso, dovremmo stimolarli fermamente a cercare di comprenderli, assimilarli e rispettarli. Tanti immigrati – come fu il caso della mia famiglia – sono venuti in Europa perché erano attratti dai suoi ideali e dai suoi principi di vita, ne sono divenuti fautori ed hanno seguito le sue leggi scrupolosamente. Altrimenti, avrebbero potuto, e dovuto, restare dov’erano. Se, invece, costoro agiscono così perché hanno capito benissimo qual è la posta in gioco, e pertanto parlano con un doppio linguaggio – cioè vogliono vedere fino a che punto le nostre società sono capaci di difendere i principi su cui sono fondate, e provocare un cedimento che le spinga parecchi gradini in basso, verso il loro disfacimento e il loro asservimento – allora il discorso cambia. Perché saremmo allora al tornante decisivo di cui parla Magdi Allam. E che può essere l’inizio di una disgregazione senza rimedio, soprattutto se il mondo religioso occidentale confonde la difesa della propria causa e della lotta contro l’irreligiosità e il relativismo morale con la lotta contro le vignette, e contribuisce così a distruggere le basi della società in cui vive accodandosi, magari senza neppure rendersene conto, a una deriva integralista. Se questi impulsi suicidi non prevalgono, potremmo sperare di trovarci di fronte al manifestarsi dell’errore tipico di tutte le ideologie totalitarie: le quali alla fine hanno sempre fallito per eccesso di presunzione e di prepotenza.

Giorgio Israel