giovedì 24 marzo 2011

La banalità del libro


Ho sempre condiviso le critiche alla teoria del “banalità del male” di Hannah Arendt. Nella sua corrispondenza con Gershom Scholem, ho sempre trovato più convincente la posizione di quest’ultimo. Aggiungerei che la tesi della “banalità del male” potrebbe essere rovesciata. Uno dei più grandi enigmi del mondo è l’esistenza del male, ed è, casomai, il bene a essere ovvio e naturale, mentre il male è un’aberrazione inspiegabile. Non a caso, la teologia ebraica, in particolare quella kabbalistica, ha esplorato con la massima intensità il tema dell’esistenza del male ponendosi di fronte, con audacia estrema, alla domanda se l’origine del male non vada cercata entro lo stesso atto creativo del mondo da parte di Dio, e quindi Egli stesso non ne sia la causa. Anche per l’incomprensione di questa problematica da parte di Arendt, aveva ragione Scholem a definire la tesi della “banalità del male” come uno “slogan”, frutto di un’analisi poco profonda e persino – aggiungeva – contraddittoria con quella centrale del celebre libro di Arendt sulle origini del totalitarismo.
Ciò detto, non trovo nulla nella critica di Scholem a Arendt che assomigli neppure lontanamente alle dure accuse mosse da Deborah Lipstadt nel suo libro “The Eichmann Trial” (di cui ha parlato Il Foglio), fino al punto di imputarle di aver assolto la cultura europea della colpa di antisemitismo. Il rimprovero di Scholem a Arendt di mancare dell’Ahavat Israel, dell’amore per il popolo ebraico, non ha niente a che fare con l’accusa della Lipstadt secondo cui la Arendt considerava i sionisti colpevoli di parlare lo stesso linguaggio di Eichmann. Non soltanto Arendt si difende esplicitamente da questa accusa in una risposta a Scholem (24 luglio 1963), ma spiega il senso della sua critica a un certo sionismo, la quale ha un fondamento tutt’altro che inconsistente. Arendt riferisce di un suo dialogo con un alto esponente israeliano cui esprimeva la sua preoccupazione per l’assenza di separazione tra stato e religione in Israele. Questi rispose: «In quanto socialista evidentemente non credo in Dio, credo nel popolo ebraico». «Trovai questa dichiarazione scandalosa», osservò Arendt, aggiungendo: «Avrei potuto rispondere: la grandezza di questo popolo è venuta un giorno dal fatto che ha creduto in Dio e ha creduto in Lui in tal modo che la sua fiducia e il suo amore per Lui erano più grandi della sua paura. Ed ecco che ora questo popolo non crede altro che in sé stesso! Cosa di buono può venire da questo?».
Queste non sono accenti di un’antisemita, bensì di un’ebrea che pone un problema perfettamente sensato, anche se accanto a una tesi poco convincente, forse dannosa, ma legittima. Lo scambio, pur duro, tra Arendt e Scholem, è un confronto intellettuale ad alto livello tra due grandi intellettuali mitteleuropei e non un processo da rotocalco.
Di recente, per aver paragonato gli orrori del Gulag comunista a quelli del Lager nazista, alcuni primi della classe del filosemitismo mi hanno accusato di essere un “traditore del mio popolo”, adducendo come colpa anche il mio interesse per Husserl, che si sarebbe macchiato della colpa di aver avuto come allievo Heidegger. Le tesi della Lipstadt e l’imputazione alla Arendt di aver commerciato con Heidegger, rievocano queste strida da tricoteuses giacobine.
Nella citata lettera Arendt lamentava che la sua tesi fosse stata demolita prima ancora di leggerla dalla campagna promossa da un certo establishment ebraico israeliano e statunitense. È da augurarsi che, dopo mezzo secolo, non si ripeta lo scenario, con un certo ebraismo liberal newyorkese pronto a gettare con l’acqua sporca delle colpe europee una grande ricchezza culturale per lasciarci in mano solo la parodia puritana della ghigliottina di Robespierre.
(Il Foglio, 22 marzo 2011)

martedì 22 marzo 2011

Nell'inferno della "tecnodidattica" la lezione si valuta con un click


Alcuni giorni fa un ricercatore universitario mi ha trasmesso un messaggio a lui inviato da una società informatica che si occupa di “tecnodidattica”, e di cui ometto il nome per non farne una questione personale, poiché da un esame sommario si può constatare che il problema è (purtroppo) generale. Nel messaggio si propone un sistema informatico per la valutazione automatica e “oggettiva” (e dalli…) del “livello di apprendimento degli studenti” direttamente in classe durante la lezione. Ecco alcuni passaggi:
«Gentilissimo professore, da tempo si parla di qualità della formazione ed in generale della qualità delle Università in Europa ed in Italia. Ciò che viene chiesto in maniera insistente è la valutazione continua dell’apprendimento del discente. In un’aula colma di studenti capire nel giro di pochi secondi se la platea ha compreso l’argomento svolto per un docente non è cosa facile. Il tutto può essere realizzato solo con l’ausilio di sistemi automatici di verifica, dove al semplice click di un telecomando, di cui ogni studente è dotato, si può verificare la comprensione dell’argomento trattato. Su questo principio si basa il funzionamento di risponditori che con la sicurezza del segnale di radio frequenza (non ad infrarossi, la cui portata è molto breve), riesce a testare il livello di apprendimento dell’aula. Durante la fruizione del test il docente non è costretto a rimanere vicino al suo PC per gestire l’avanzamento delle domande visualizzate sul proiettore, perché può far uso di una tavoletta wireless. […] In questa maniera si rende standardizzata la metodologia di verifica su ogni sede, lasciando all’utente una sicura immagine di oggettività nella fruizione del test, anche dal punto di vista formale».
Il mio corrispondente osserva che, in tal modo, si è disceso un ulteriore gradino della scala che porta all’inferno della valutazione “standard”, “oggettiva”, “esatta”.
Mi pare piuttosto che si sono discesi tutti i gradini che portano al sottoscala della cialtroneria e dell’abbrutimento culturale. Chi ha avuto un’idea simile ha un’idea dell’“apprendimento” degna di un allevamento di polli in batteria. Se si tratta di verificare che 7 per 4 fa 28, può anche andare. Ma, altra cosa è verificare il livello di comprensione dei versi della Divina Commedia: «L’amore di Colui che tutto move, per l’universo penetra e risplende, in una parte più e meno altrove». In tal caso i livelli di comprensione sono innumerevoli, da quello banalmente testuale a quelli che coinvolgono astronomia e teologia. Lo stesso dicasi per le equazioni di Maxwell, che uno può tornare ad approfondire per il resto della vita. Poiché si presume che la “verifica” avvenga cliccando una serie di test, ne consegue che l’insegnamento, per essere tecno-verificabile, deve essere standardizzato entro un sistema di formulette di fronte alle quali il peggiore nozionismo fa la figura della creatività più sfrenata.
Inutile dire, poi, quale farsa diventi una classe del genere, in cui l’insegnante spara sentenze e domande a pillole, gli studenti cliccano e lui controlla girando “liberamente” tra i banchi con il tablet in mano. Davvero un ambiente altamente “riflessivo”, adatto alla concentrazione e ai pensieri più profondi…
Non riesco a ricordare chi osservò che il mondo della tecnologia ha aspetti irresistibilmente comici. In effetti, il nostro scenario tecno-didattico è di una comicità degna di una sequenza di Hollywood Party. Pur di osservarlo dall’esterno, però. Altrimenti, ha ragione il mio corrispondente a dire che starci dentro equivale a scendere in un inferno, e neppure animato come quello di Dante. 

(Tempi, 16 marzo 2011)

sabato 19 marzo 2011

La truffa della "discalculia"

Non ho fatto in tempo a pubblicare questo articolo che sono iniziati a piovere i soliti insulti - non argomenti, non c'è uno straccio di argomento, sono sempre le solite tiritere a suon di indimostrate e indimostrabili asserzioni - ma soltanto insulti. Tra tutti spicca quello di "negazionista". Siccome il termine è di solito usato per denotare coloro che negano l'esistenza dei campi di sterminio, delle camere a gas e dei forni crematori, questi mascalzoni godono molto a rivolgerlo a me, all'ebreo. E così dimostrano di quale pasta sono fatti. Non credano comunque così di fare tacere me e chi la pensa come me. Leggo proprio oggi un articolo di uno "specialista" sulla "discalculia" e vi trovo degli esempi così idioti, così assurdi, così insensati e truffaldini che non mancherò prossimamente di discuterli, tanto per far vedere di quali "verità" si abbeverino questi signori. Vogliono trasformare un dibattito anche aspro in una rissa, in uno scontro tra il bene e il male, perché soltanto così possono sperare di aver ragione. Hanno avuto una legge. Dovrebbero essere contenti. Invece non lo sono. Chissà perché... Sia comunque chiaro che questo post non darà stura a valanghe di insulti. Possono star tranquilli quei signori. Stavolta cestinerò qualsiasi messaggio venga da quella parte, parlino pure di censura. I teppisti meritano soltanto di essere censurati.

Quando mesi fa scrissi alcuni articoli critici ed ebbi un confronto su queste pa­gine con il dottor Massimo Molteni a proposito della legge sui Disturbi Spe­cifici di Apprendimento, sapevo di dover pagare la tassa di una valanga di insulti: un giornalista che scrisse un articolo critico simile ai miei mi ha confida­to di non aver mai ricevuto tanti insulti, maledizioni e inviti a morire in trent’an­ni di carriera. Ho pagato questa tassa perché temevo che la posta in gioco non fosse quella (giusta, sia chiaro) di prendersi cura di bambini in difficoltà (come i dislessici) dopo che la difficoltà si fosse evidenziata. Temevo che la posta in gioco fosse ottenere degli screening di massa dei bambini, per infoltire l'esercito degli psicologi scolastici, con un conseguente processo di medicalizzazione a tappeto della scuola. La cosa riguardava anche un’altra “patologia” a dir poco discutibile, la sindrome del bambino agitato, indicata con l'acronimo Adhd (Attention Deficit Hyperactivity Di­sorder). Purtroppo erano timori fondati. A distanza di pochi mesi la campagna circa la necessità di diagnosticare i casi di dislessia, disortografia, discalculia, disgrafia e quelli di Adhd s'intensifica.
Giorni fa ho avuto la ventura di ascoltare alla radio una trasmissione cui partecipava uno "specialista", in cui è stata fatta la seguente affermazione: «Vi sono in Italia 300.000 casi di Adhd ma soltanto il 3 per cento è diagnosticato. Se non si fa questa diagnosi questi bambini avranno un fu­turo difficile e non troveranno lavoro». Da non credere alle proprie orecchie. Se una diagnosi non è stata fatta come si fa a dire che vi sono 300 mila casi? Estra­polando a casaccio da 9 mila casi diagnosticati? Ci hanno preso tutti per cretini al punto di digerire un messaggio non soltanto ignorante ma condito di terrorismo psicologico: se non si fa lo screening di massa il vostro bambino tra vent'anni sarà disoccupato?
Analoga pressione si esercita al livello dei Dsa: compaiono articoli sui giornali  in cui s'insiste accanitamente sulla necessità di una diagnosi a tappeto, classe per classe. E girano le cifre più fantasiose: gli affetti da Dsa sarebbero il 3 per cen­to dei bambini, no il 4 per cento, anzi il 5 per cento, forse di più. Quando poi si esplora in quali mani dovrebbero cadere i bambini c'è da preoccuparsi. Uno di questi specialisti di "discalculia" mi ha detto candidamente che la tavola pita­gorica s'impara a memoria perché è una "sequenza di parole ordinate" (uno per uno uguale uno, uno per due uguale due, uno per tre uguale tre, eccetera). Ho tentato in tutti i modi di fargli capire che cosa sono le tabelline e che la loro ac­quisizione mnemonica è frutto di esercizi organizzati di calcolo mentale basa­ti sull'assimilazione della relazione tra addizione e moltiplicazione. Niente da fare. Non capiva. Ma perché mai la diagnosi di "discalculia" dovrebbe essere affidata a uno che sarà un rispettabile psicologo ma non capisce nulla di cosa sia la matematica e di come s'insegni? Uno di questi specialisti, messo alle strette, ha ammesso che i casi di "vera" discalculia sono praticamente inesistenti e che quasi tutti si riconducono alla dislessia. Una malattia fantasiosa (la discalculia) che serve a psicologi coadiuvati da qualche matematico in difficoltà a mettere in piedi attivi­tà fantasiose, che sarebbero innocue se non mirassero a stendere una manomorta sulla scuola. Sarebbe il caso di dire chiaro e forte che quello di cui si ha bisogno è di una medicina che curi i malati non la medicina del Grande Fratello, utile anche a chi tiene famiglia, nella nobile tradizione italiana degli ammortizzatori sociali.
(Tempi, 16 marzo 2011)

giovedì 17 marzo 2011

venerdì 11 marzo 2011

Lo scandalo delle università inglesi (e le valutazioni fasulle)

Il fatto che i pesanti tagli ai fondi di dotazione ordinaria conferiti dallo stato mettano in serie difficoltà economiche le università italiane è un segnale assai positivo circa la loro condizione etica. Non è una battuta di cattivo gusto. Dal 2006 i governi britannici non hanno fatto altro che tagliare i fondi pubblici delle università, eppure queste non hanno mostrato alcun segno di difficoltà, al contrario. Difatti, secondo recenti stime, in una decina di anni su di esse sarebbero piovuti quasi 250 milioni di sterline tutti provenienti da governi dittatoriali, o quantomeno assai poco democratici, del mondo islamico. Il fatto che mezza Europa, e diciamo pure mezzo Occidente, sia stato comprato da quei governi, è una voce che circola da tempo tra scrollate di spalle. La crisi libica sta rendendo più difficili le scrollate, ora che viene fuori che quasi tutte le principali imprese occidentali – Chevron, Honeywell, Pfizer, Glaxo, Shell, Vodafone, Alcatel, Bnp-Paribas, Unicredit, Siemens, e via elencando – hanno pesanti partecipazioni libiche; figuriamoci quale sarà il panorama completo delle partecipazioni di altri paesi non propriamente democratici. I condizionamenti politici ed economici determinati da tali partecipazioni sono materia da approfondire. Di certo, sarà sempre più difficile deridere come una fantasia da film di James Bond la formula “Eurabia” coniata da Bat Ye’or; casomai si tratterà di vedere se, tra non molto bisognerà parlare di “Usabia”.
Di certo, lo scandalo della London School of Economics (LSE), che rischia di estendersi ad altre università inglesi, getta una luce sinistra sulle finalità di queste “donazioni” e sui condizionamenti ideologici e politici che esse hanno prodotto. Non si tratta tanto del fatto che la celebre LSE abbia regalato un diploma di dottorato per una tesi copiata a uno dei figli di Gheddafi dopo la donazione di un milione e mezzo di sterline; e neppure soltanto del fatto, ancor più grave, di aver accettato più di due milioni di sterline per formare 400 funzionari del regime libico. Si tratta di capire fino a che punto l’università abbia accettato quattrini da molti altri governi tirannici e corrotti, in considerazione di atti sospetti come l’intitolazione di un teatro della LSE all’ex-presidente degli Emirati arabi uniti. Da questo punto di vista, le dimissioni del direttore della LSE, Howard Davies, per la vicenda del figlio di Gheddafi, potrebbe essere un modo per concentrare l’attenzione su un episodio minore rispetto allo scandalo molto più vasto di aver svenduto una parte consistente del patrimonio universitario britannico a forze che predicano l’odio contro l’Occidente e in particolare contro Israele. Fino a che livello si siano spinti questa svendita e l’inquinamento ideologico è il punto da verificare. Di certo, quei quattrini non sono stati regalati in cambio di niente, visto il proliferare di centri islamici dediti a campagne di odio e il fatto che le università inglesi sono diventate i centri mondiali più attivi in quella oscena iniziativa che è il boicottaggio scientifico di Israele – qualcosa che non si è mai visto, neppure ai tempi dello stalinismo, quando, piuttosto si sosteneva giustamente che l’intensificazione dei legami scientifici e culturali è uno dei mezzi più efficaci per esportare la democrazia.
Oggi tutto il panorama andrebbe esplorato a fondo per capire fino a che punto il fiume di denaro giunto dagli ambienti del fondamentalismo islamico o dei regimi tirannici sia servito a creare centri di “studio”, in particolare sul terzo mondo, sull’islam, sul Medio oriente, e sui “diritti umani”, visti secondo l’ottica di quel politicamente corretto che ha trovato normale che la Commissione per il diritti umani dell’Onu fosse egemonizzata da paesi come la Libia, il Sudan e l’Iran. Oggi Gheddafi è diventato il reietto internazionale, ma ieri nessuno si scandalizzava per la presenza libica in quella commissione e, ancor oggi, poche voci in occidente si pronunciano sui delitti del regime iraniano; mentre il nuovo ministro degli interni francese ha mostrato la sua carta da visita intessendo le lodi della “moderazione” dei Fratelli Musulmani… È da anni che si constata che il sistema accademico britannico è la punta di lancia di un politicamente corretto suicida. Ora sappiamo che dietro quella ideologia diffusa e quelle campagne c’è stato un fiume di denaro e l’unica speranza è che la botola che si è scoperchiata non venga richiusa.

Oggi è il prestigio della LSE a essere crollato in modo drammatico e il confronto con i tempi in cui da essa uscirono 16 premi Nobel e personalità del livello di Karl Popper è impietoso. Sotto questo profilo conviene spendere qualche parola sulla credibilità delle classifiche internazionali che collocano le università inglesi nelle prime posizioni a livello mondiale. Per esempio, nell’accreditato QS World University Ranking del 2010, quattro università inglesi si trovano ai primi dieci posti e, sebbene la LSE figuri all’ottantesimo nella classifica generale, essa occupa il quarto posto, dopo Harvard, Oxford e Cambridge nella classifica delle università specializzate in scienze umane e sociali. È una posizione assai poco credibile per un’università che regala al figlio di un dittatore un dottorato per una tesi copiata in cambio di denaro, si acconcia ad addestrare funzionari di uno stato dittatoriale, mentre il suo direttore accetta l’incarico di consulente finanziario di quel governo e un suo teatro viene intitolato a un satrapo. In una recente intervista, l’ingegner Roger Abravanel, fautore delle valutazioni “oggettive” e autore del progetto “merito e qualità” per il nostro ministero dell’istruzione, ha affermato che le università israeliane sono eccellenti, ma di essere molto «irritato» nei confronti degli israeliani «perché sono pessimi nel marketing», il che ha come conseguenza che le loro università non siano menzionate fra le migliori del mondo. Singolare contraddizione. Se le valutazioni sono “oggettive” le università israeliane stanno bene dove stanno e nessun marketing dovrebbe influenzare la loro posizione in classifica. Se invece è una questione di marketing – ovvero di sapersi vendere – allora non c’è da stupirsi che, con l’antisionismo in circolazione, le università israeliane siano svalutate e quelle inglesi spicchino in vetta. Ma se è una questione di sapersi vendere – come sospettiamo e conferma la vicenda di LSE e delle università britanniche – allora sono queste valutazioni “oggettive” che meritano di finire nel cestino della carta straccia.
(Il Giornale, 8 marzo 2011)

mercoledì 2 marzo 2011

RECENSIONE dell'ultimo libro di Paola Mastrocola

A me, che negli ultimi anni ho dedicato non poco tempo a dare un modesto contributo a rimettere in sesto il disastrato baraccone della scuola, la lettura del libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo (Guanda), ha provocato un profondo disagio. Quando si constata l’immensa inerzia del sistema, l’ostinazione con cui le forze che ne hanno prodotto lo sfacelo contrastano ogni miglioramento, annidate come sono in ogni angolo e aggrappate come sono a ricette ispirate all’ideologia pedagogica più prescrittiva e burocratica che si possa immaginare – ebbene, di fronte a questo scenario viene da pensare che abbia ragione Paola Mastrocola nel suo radicale pessimismo che la conduce a dire che non c’è niente da fare e che è meglio pensare a una scuola riservata a chi ha voglia di studiare lasciando gli altri liberi di non farlo.
Sul tema delle prospettive e di cosa si possa fare tornerò, ma intanto va detto che questo è un libro importante, scritto benissimo – una lezione di letteratura, tanto per restare in tema – di grande efficacia descrittiva e intriso dell’emozione di chi vede dissolversi un mondo che è la ragione di vita di ogni buon insegnante. È un libro che tutti dovrebbero leggere, per meditare sull’immagine che propone di una scuola ridotta a luogo di socializzazione in cui l’ultima delle incombenze è studiare e acquisire cultura, e sull’analisi delle responsabilità dello disastro.
A proposito di queste responsabilità, onore alla chiarezza, senza peli sulla lingua, con cui Paola Mastrocola le denuncia. Inizia col “donmilanismo” e il suo populismo ipocrita che, disprezzando la cultura, propone una scuola che «lascia le persone come sono» e «penalizza i più deboli»: «bassezza comune, mezzo gaudio». Poi viene il “rodarismo” che, con il richiamo demagogico alla creatività ha decretato che è una noia lo studio della grammatica, della storia, della letteratura, cioè proprio degli strumenti della creatività e che Rodari, ovviamente, possedeva. Segue il pedagogismo “democratico” dei Berlinguer e dei De Mauro, con l’idea della scuola appiattita sulla “media minima”. Ma è soprattutto coraggioso aver affondato il coltello nella piaga della “didattica delle competenze” e della mediocre visione burocratico-mercatista dell’istruzione che domina nei corridoi comunitari e che è riassunta nelle otto competenze chiave del Trattato di Lisbona. Questa visione risponde solo alla preoccupazione di definire criteri di competenze valutabili in sede comunitaria: allo scopo le culture nazionali sono un intralcio. Quindi, via nel cestino letterature nazionali, storia, filosofia, e tutto ciò che fa della scienza non un mero tecnicismo ma un’impresa culturale. Tutto questo s’impone con la forza delle circolari amministrative – che hanno dettato anche da noi l’introduzione della grottesca “certificazione delle competenze” – e porta alla ribalta un ceto di persone che non hanno mai insegnato, che non hanno cultura né sono tenute a rendere conto delle loro conoscenze, ma che sono “specialisti” dell’istruzione, dediti per la vita a tale dubbia disciplina; oppure sono funzionari ministeriali che hanno il coraggio di invocare una «lotta militante» per distruggere le conoscenze a favore delle competenze. Ne è un prototipo l’ineffabile Monsieur Thélot, cui il libro dedica uno dei suoi più divertenti capitoli, che ha avuto un ruolo importante nel massacro della scuola francese denunciato da tanti insegnanti come l’eroico maestro Marc Le Bris.
Paola Mastrocola si chiede se l’invasamento collettivo sulle meraviglie informatiche che dovrebbero cambiare il volto di una scuola “vecchia” per rispondere alle esigenze dei “nativi digitali” non sia un inganno per handicappare i giovani ed estirpare definitivamente lo studio dalla scuola. È indubbio che, dopo aver letto le tante pagine dedicate all’ambiente scolastico, al modo con cui i ragazzi vivono, ci si chiede se questa faccenda dei nativi digitali non sia una colossale balla inventata da chi vuol informatizzare la scuola per un misto di ideologia e di interessi. Di questi nativi digitali Mastrocola descrive la vita, i colori e le fogge dell’abbigliamento, persino gli odori e la fisicità, con cui peraltro entra a contatto chiunque salga su una metropolitana all’uscita da scuola. Altro che asetticità digitale… La corporeità si prende sempre il ruolo di protagonista e assoggetta a sé qualsiasi ritrovato tecnico. È il vuoto di senso che contraddistingue oggi la scuola che causa il rifugiarsi nello smanettamento informatico e nell’ossessione chattante. Presentare queste ultime come caratteristiche intrinseche di una generazione è un rovesciamento truffaldino per perpetrare l’inganno di cui parla Mastrocola, e così svuotare ulteriormente di senso l’istruzione. Ma chiunque abbia provato a educare un bambino alla lettura, facendogli capire il senso della vita che trasmette questa attività, sa che questo è perfettamente possibile, ieri come oggi. Diciamo piuttosto che c’è chi non lo vuole.
Venendo alla proposta di Mastrocola, la capisco come un modo per sottolineare la gravità della situazione. Dopo anni di demagogia del “successo formativo garantito”, che ha posto alla scuola l’impossibile compito di rendere tutti uguali, si è ottenuto il contrario: quella che nel ’68 veniva chiamata “scuola di classe”… Chi ha una famiglia capace di sorreggerlo e trasmettergli cultura se la cava (anche sul piano del lavoro!), gli altri finiscono ignoranti e per giunta disoccupati. Vogliamo istituzionalizzare questo stato di cose? Non credo che Paola Mastrocola lo voglia. Oltretutto, sarebbe una battaglia contro i mulini a vento perché a questo si opporrebbero anche le forze che hanno condotto la scuola in questo stato e che la vogliono di massa, o per ideologia o perché vogliono ridurla a macchina di produzione di forza lavoro immediatamente impiegabile: non capiscono che in una società avanzata questo significa sicuro declino, ma poco importa. Non credo soprattutto che sia giusto perché non possiamo tornare indietro rispetto ai principi che hanno ispirato l’idea dell’istruzione pubblica due secoli fa. Nelle sue memorie sull’istruzione pubblica di fine Settecento il marchese di Condorcet spiegava perché «la società deve al popolo un’istruzione pubblica». «Avremmo dichiarato invano – osservava – che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti. E dava una sonora lezione agli egualitaristi: «È impossibile che un’istruzione anche uguale non accresca la superiorità di coloro che la natura ha favorito di una migliore costituzione. Ma, per mantenere l’uguaglianza dei diritti, è sufficiente che questa superiorità non comporti una dipendenza reale e che ciascuno sia sufficientemente istruito per esercitare da solo i diritti che la legge gli garantisce senza sottoporsi ciecamente alla ragione altrui». I burocrati europei e i pedagogisti democratici credono di aver scoperto chissà cosa parlando delle “competenze del cittadino”. Ecco come Condorcet spiegava quella che oggi viene pomposamente chiamata la “matematica del cittadino”: «Ad esempio chi non sa scrivere e ignora l’aritmetica, dipende realmente dall’uomo più istruito, al quale deve costantemente ricorrere. Ma l’uomo che conosce le regole dell’aritmetica necessarie negli usi della vita non dipende dallo scienziato che possiede al massimo grado il genio delle scienze matematiche». Perciò i pedagogisti “democratici” hanno scoperto l’acqua calda, servendola però in una salsa indigesta fatta di egualitarismo e di costruttivismo che rende il composto quanto di meno democratico si possa immaginare.
Cosa fare concretamente è questione aperta, ma a me pare indubbio che alla scuola di massa non si possa rinunciare e altrettanto indubbio che non si può smettere di condurre una battaglia culturale per contrastare l’ideologia distruttiva del costruttivismo. Proprio a questa battaglia il libro di Paola Mastrocola ha dato un contributo importante.
(Il Giornale, 2 marzo 2011)

martedì 1 marzo 2011

IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA


Vogliamo spiegare perché l’attacco rivolto da Silvio Berlusconi alla scuola pubblica sia stato un grave errore.
In primo luogo, come trascurare il fatto che la scuola pubblica rappresenta la quasi totalità del sistema dell’istruzione? Anche se il sistema privato si sviluppasse rapidamente, qualsiasi governo dovrà misurarsi col sistema pubblico per chissà quanto tempo ancora. L’Italia non può mettere in mora la scuola (come l’università) statale, da cui dipende quasi tutta la formazione, senza autosospendersi a tempo indeterminato dal novero delle nazioni avanzate. Attaccare la scuola pubblica in quanto tale è come prendersela con carabinieri e polizia.
Peraltro, è stato il governo, nella persona del ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, a promuovere il tentativo di migliorare la scuola pubblica attraverso una serie di provvedimenti e non di demolirla, come ha sostenuto parte dell’opposizione, che trova paradossalmente conferma alle sue tesi nelle parole di Berlusconi. Chi, come noi, si è impegnato a fondo nella riforma della formazione degli insegnanti e nella stesura delle nuove Indicazioni nazionali per i licei, lo ha fatto con convinzione profonda e nell’intento di migliorare il sistema pubblico dell’istruzione. È deprimente pensare di aver fatto un inutile intervento su un corpo condannato. Nel nostro lavoro, abbiamo trovato conferma di quel che sapevamo, e cioè che la scuola italiana è ancora piena di energie vitali, di entusiasmi, di cultura, di capacità, che sono un lievito che può permetterle di risollevarsi. Non è vero che «gli insegnanti della scuola pubblica inculcano agli studenti valori diversi da quelli delle famiglie». In un contesto tanto vasto e complesso vi è di tutto: vi è chi inculca valori distruttivi ma anche chi inculca valori migliori di quelli su cui vivono certe famiglie. È un tragico errore lanciare il messaggio che “gli” insegnanti e la scuola meritino solo di essere rottamati. È sbagliato, ingiusto e autodistruttivo, perché umilia energie positive consegnandole a posizioni meramente protestatarie. Oltretutto non crediamo che un attacco alla scuola pubblica in quanto tale interessi i fautori del sistema privato – salvo il sacrosanto richiamo alla parità scolastica – né i fautori della scuola religiosa. Non dimentichiamo che il mondo cattolico vede nella scuola pubblica un luogo decisivo per vincere la sfida educativa.
Occorrerebbe piuttosto fare un discorso critico su ciò che nel passato trentennio ha massacrato la scuola pubblica: le responsabilità di quelle forze politiche che l’hanno trasformata in un ammortizzatore sociale, la mano morta dei sindacati che hanno preteso di farne una proprietà esclusiva, il predominio di un pedagogismo costruttivista che l’ha usata spregiudicatamente come terreno di sperimentazione delle sue sgangherate dottrine. Sono mali che si sono perpetuati in modo bipartisan e che per il terzo aspetto hanno afflitto anche le scuole private. L’azione governativa in questi ultimi anni ha per la prima volta positivamente iniziato a correggere questi mali. È un’opera di lunga lena che non andrebbe abbandonata. Invece, ci preoccupa, e molto, una caduta di tensione che vede il riemergere del costruttivismo pedagogico, anche nelle forme di una visione aziendalistica della scuola insensibile ai valori della conoscenza e che predica insensatamente che non conta quel che si conosce ma soltanto il metodo. Non è da sorprendersi che le forze che hanno degradato una delle migliori scuole del mondo tornino alla controffensiva, ma il messaggio che la scuola pubblica è da buttar via può suscitare una reazione difensiva dietro la quale può mascherarsi il riemergere di quelle forze distruttive.
Non è bene lanciare messaggi che provocano delusione e scoraggiamento in chi si è battuto e si batte per salvare il sistema italiano dell’istruzione.

Sergio Belardinelli
Giorgio Israel

(Il Foglio, 1 marzo 2011)

domenica 27 febbraio 2011

La svolta culturale di Cameron è già diventata politically correct

Nella precedente rubrica ho parlato del coraggioso attacco al multiculturalismo portato dal Primo Ministro britannico David Cameron e della sua promessa di promuovere un “liberalismo muscolare”. Allo stesso tempo, esprimevo il timore che fosse ormai troppo tardi per realizzare un simile intento e perplessità circa il fatto che fossero chiare le rigorose scelte politico-culturali da fare. Purtroppo, la conferma negativa è arrivata ancor prima di quanto si potesse temere.
Si annuncia una rivoluzione nel Regno Unito sul tema dei matrimoni gay. Non si tratta del riconoscimento di questo tipo di unioni, già in vigore sul modello di quanto accade in altri paesi europei. Si tratta di molto di più: il progetto di legge annunciato dal Ministro per le pari opportunità Lynne Featherston prevede che le coppie omosessuali possano sposarsi nei luoghi di culto – chiese cattoliche o anglicane, sinagoghe, moschee – e che le cerimonie possano essere officiate da sacerdoti e essere accompagnate da canti, letture di testi sacri, benedizioni. Il governo ha ceduto alle pressioni degli attivisti gay cui non basta il riconoscimento degli stessi diritti di chi si sposa con rito civile o religioso, ma vogliono potersi sposare anche nel secondo modo, finora escluso.
Lasciamo pure da parte ogni considerazione circa le implicazioni dell’abbandono della concezione del matrimonio basato su una coppia eterosessuale capace di procreare in modo naturale. Qui si sta facendo un passo in avanti gravido di conseguenze oltremodo pesanti. In primo luogo, siamo di fronte a un comportamento da stato etico che si intromette con gli scarponi chiodati nella vita delle comunità religiose, che suggerisce comportamenti e scelte in aperto conflitto con i fondamenti delle loro fedi che, in genere, non ammettono il matrimonio gay. Altro che liberalismo muscolare! Qui di muscolare c’è soltanto il totalitarismo del politicamente corretto. Il risultato di questo intervento sarà l’apertura di un conflitto con quei gruppi religiosi che compattamente non ne vorranno sapere, oppure di creare divisioni e spaccature interne tra religiosi “progressisti” e religiosi “conservatori”. Insomma, dopo tante lamentele sulle intromissioni clericali nella sfera pubblica, ecco un inedito esempio di intromissione dello stato nella sfera religiosa…
Ma questa scelta può avere una conseguenza molto più grave. Dopo che si sarà aperta la strada alla celebrazione religiosa di forme di matrimonio diverse da quella naturale, tra un uomo e una donna, chi potrà mai negare la facoltà di celebrare altre forme di matrimonio anche diverse da quelle gay, se non attentando al principio delle “pari opportunità”? È evidente di quali altre forme potrà trattarsi: in primo luogo, del matrimonio poligamico, già ampiamente praticato in molti paesi europei, ma non ancora in forma ufficiale. Se un’autorità religiosa, accettando il principio di matrimoni diversi da quello naturale, richiedesse di poter celebrare dei matrimoni poligamici e pretendesse la loro convalida civile, come farà l’ideologia politicamente corretta a dire di no senza contraddire sé stessa e il principio “sacro” delle pari opportunità? Perché mai dire di sì al matrimonio gay celebrato in chiesa e no a quello poligamico convalidato da un imam?
I lungimiranti personaggi che stanno promuovendo questa geniale iniziativa o non hanno pensato al disastroso precedente che verrà così stabilito, o ci hanno pensato e allora sono ancor più colpevoli. Comunque sia, il “liberalismo muscolare” si è già trasformato in una buffonata purtroppo tragica, come le tante che segnano l’avanzata di Eurabia.
(Tempi, 24 febbraio 2011)

sabato 26 febbraio 2011

BESTIARIO MATEMATICO n. 4bis



Nel Bestiario Matematico n. 4 avevo segnalato il malcostume di presentare la proprietà commutativa dell'addizione e della moltiplicazione come un metodo di verifica della correttezza dell'operazione eseguita.
Erano seguiti alcuni commenti increduli di lettori del blog. Qualcuno si era dichiarato irritato di queste mie censure. Un altro aveva lamentato che non indicassi i libri in cui vengono propinate queste baggianate.
Va bene, siccome continuo a imbattermi in questa che certi didatti della matematica, chiamerebbero (con terminologia che abolirei per decreto) "misconcezione", voglio indicare uno dei libri in cui viene proposta:
CODICE, Sussidiario delle Discipline, a cura della Redazione CETEM (per le primarie)
Si propone un esempio di addizione e a fianco si indica come fare la "prova" (ovvero la verifica dell'esattezza dell'operazione eseguita). La prova consiste nel calcolare la somma in ordine inverso degli addendi. Quindi sotto si enuncia la proprietà commutativa dell'addizione. Segue la proposta di una serie di addizioni da fare e a fianco la richiesta di fare la verifica, sommando in ordine inverso (si noti che se sono tre numeri si cambia soltanto l'ordine di due, e perché non tre o tutti?...).
Quindi, alla pagina seguente stessa identica storia per la moltiplicazione.
Quindi, la prova dell'esattezza del risultato è applicare la proprietà commutativa..... Si noti bene: non sono esercizi per verificare la proprietà commutativa (e poi che senso avrebbe??), ma in cui si applica la proprietà commutativa come metodo per verificare che il risultato dell'addizione è giusto...
In seguito si dice che la prova della divisione è la moltiplicazione e la prova della sottrazione è l'addizione; e questo è corretto. Allora moltiplicazione e divisione (somma e sottrazione) sono l'una l'inversa dell'altra in un senso soltanto?!...
È facile constatare quale enorme confusione mentale generi nei bambini tutto ciò. E difatti, l'ho verificato. Ma il guaio è che una confusione mentale trasmessa.
Confezionare simili ignobili pasticci può farlo soltanto chi non abbia la minima idea di che cosa sia la matematica.

sabato 19 febbraio 2011

Fallimento del multiculturalismo... ma...

Dunque, dopo Angela Merkel è il premier britannico David Cameron a dichiarare il fallimento dell’icona sacra del multiculturalismo. «Con la dottrina del multiculturalismo – ha affermato Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere separatamente. Abbiamo fallito nel garantire la visione di una società unica. Abbiamo tollerato che comunità segregate potessero agire contro i nostri principi». Attaccando frontalmente l’idea base del comunitarismo, cioè che si possano costituire gruppi chiusi e autoregolamentati, Cameron ha avvertito – con esplicito riferimento alle comunità musulmane e alla sharia – che ci sarà un deciso cambiamento di orientamento nel Regno Unito, basato su un «liberalismo muscolare», sull’obbligo di tutti di aderire ai suoi valori fondanti: uguaglianza dei sessi, democrazia politica, libertà. Ha anche ammonito l’Europa a «svegliarsi» e ad «aprire gli occhi su quello che sta succedendo nei nostri paesi».
Speriamo che non sia troppo tardi e che non sia vano chiudere le porte della stalla quando ormai vi è entrato (non uscito…) un numero ingestibile di comunitaristi decisi a restare tali.

Questa era l’occasione perfetta perché si facesse sentire l’islam moderato che si sente integrato nel paese, rispettoso delle sue leggi e che non si sogna di sostituirle con la sharia. Invece, nel silenzio degli estremisti, i “moderati” (come Mohammed Shafiq della Fondazione Ramadan, Fiyaz Mughal del gruppo Faith Matters e Inayat Bunglawala del gruppo Muslims4UK) non hanno trovato di meglio che rivolgere aspre critiche a Cameron, accusato di alimentare l’isterismo e la paranoia islamofobica. Si è addirittura parlato di una congiura dei governi europei di centro-destra volta a distruggere il multiculturalismo. Se questi moderati fossero davvero impegnati, come dicono, a difendere i valori della tolleranza e della libertà e a sradicare l’estremismo, avrebbero dovuto salutare il discorso di Cameron come altamente positivo, non considerandolo come rivolto a loro. Viceversa, hanno assunto un atteggiamento a dir poco opaco, difendendo ostinatamente il multiculturalismo senza rigettare esplicitamente l’idea che possano esistere zone grigie in cui la sharia subentri alle leggi.

Speriamo quindi che non sia tardi e che esistano le condizioni per un cambiamento di rotta. E che non sia tardi per svegliare un’Europa che in fatto di principi continua a esibire un’ipocrisia e una viltà sconcertanti: quell’Europa che, dovendo deplorare le persecuzioni dei cristiani nei paesi islamici, non ha avuto neppure il coraggio di usare la parola “cristiani”.

Ci si chiede soprattutto con quali strumenti culturali il governo britannico pensi di educare i giovani ai valori liberali “muscolari” di cui parla Cameron. Perché, per riuscirvi, occorre poter fare riferimento a una cultura che trasmetta con forza e nettezza quei valori. Ma per far questo occorrerebbe arrestare lo sfacelo della scuola inglese (come di tanti altri paesi europei). Una scuola che non ha al centro la letteratura e la storia del paese non trasmette nulla. Ma in Gran Bretagna, l’opera di distruzione, assieme ai multiculturalisti, l’hanno condotta anche quegli asini che hanno posto nel mirino gli assi portanti dell’identità culturale e hanno proposto di ridurre l’insegnamento a frammenti di lingua, matematica, scienza, tecnologia, tematiche ambientali e della comunicazione, con una spolverata di “scienza” della manipolazione dei blog, Facebook, Wikipedia e Twitter. Figuriamoci quale sistema di valori “muscolare” può fondarsi su simili frammenti e sull’ignoranza delle proprie radici storiche, culturali e persino geografiche.
(Tempi, 17 febbraio 2011)

giovedì 17 febbraio 2011

BESTIARIO MATEMATICO n. 10

Quinta elementare:
Domanda: «Trovate tutti i multipli di 7 compresi tra 80 e 120».
Alcuni alunni ragionano così: 
Il più piccolo numero al di sotto di 80 che è evidentemente un multiplo di 7 è 77. Quindi, se aggiungo 7 a 77, ho ancora un multiplo di 7: è 84. Poi c'è 91 e così aggiungendo 7, ottengo tutti i multipli di 7 richiesti: 84, 91, 98, ecc.
Commento dell'insegnante: «Bravi!»   ?
NO
«Avete sbagliato!! Il primo multiplo di 7 sopra 80 è 87 (SIC!)
Poi 94 ecc. ecc.»
Naturalmente nessuno di questi è multiplo di 7...
Un bell'insegnamento, non c'è che dire... E poi dicono che è tutta colpa delle medie inferiori...

mercoledì 16 febbraio 2011

Se non ora, quando?... Mai. Giù le mani da Primo Levi


Il libro di Primo Levi “Se non ora quando?” ha come protagonista una brigata di partigiani ebrei nella Russia invasa dai nazisti. Hanno preso le armi e marciano cantando un loro inno che dice: «Siamo le pecore del ghetto, Tosate per mille anni, rassegnate all’offesa. […] Abbiamo imparato a sparare e colpiamo diritto […] Siamo i figli di Davide e gli ostinati di Massada. Ognuno di noi porta in tasca la pietra che ha frantumato la fronte di Golia. Fratelli, via dall’Europa delle tombe…». E il ritornello recita la celebre frase del rabbino Hillel (II secolo): «Se non sono io per me, chi sarà per me? Se non così, come? E se non ora, quando?».
Oggi ci si mobilita e si scende in piazza con questa parola d’ordine. Per difendere i figli di Davide, che hanno imparato a sparare e difendersi, ma sono asserragliati in una nuova Masada circondata da decine di migliaia di missili, minacciata di distruzione da un dittatore esaltato, Israele insomma? E questo mentre l’Europa delle tombe vede la rinascita di un nuovo antisemitismo? Niente di tutto ciò, ci mancherebbe altro! Si scende in piazza per l’onore delle donne, per difendere la loro dignità. Allora, si tratterà di certo delle migliaia e migliaia di donne tenute in schiavitù, infibulate, lapidate se adultere, sgozzate se si sposano o solo s’innamorano di un “infedele”, picchiate a volontà dal marito-padrone? Si scende in piazza per denunciare l’abominio di duecentomila persone che vivono in regime di poligamia nella regione parigina e chissà quante già da noi? Niente di tutto ciò. Si scende in piazza per cacciare Berlusconi…
Occorrerebbe soltanto sorridere per l’impietoso parallelismo tra i partigiani di Primo Levi e i partigiani antiberlusconiani. Sarebbe da voltarsi dall’altra parte disgustati per l’immensa ipocrisia di tacere dei veri delitti che vengono perpetrati quotidianamente sulle donne e indignarsi per dei vizi privati sbirciati dal buco della serratura. Ma è intollerabile il continuo abuso del riferimento allo sterminio degli ebrei e ai suoi simboli: dagli insegnanti che sfilano con la stella gialla contro la riforma Gelmini fino adesso al “Se non ora quando?”. Trovatevi altri simboli, per cortesia, se non altro per non banalizzare la Shoah, tirandola fuori a sproposito. Fatelo almeno per motivi di opportunità: se non ora quando?
Dicono che Berlusconi abbia fatto un riferimento improprio evocando i metodi dei servizi segreti nella Germania Est. Il comunismo non esiste più – dicono – e la Stasi era agli ordini del potere, mentre oggi al potere c’è lui, Berlusconi. È indubbio. Ma, come ha notato Piero Ostellino nella manifestazione promossa da Giuliano Ferrara al Teatro del Verme di Milano, il comunismo non c’è più, ci sono i comunisti. E questo è altrettanto indubbio. Nella detta manifestazione un riferimento ricorrente è stato all’intrusione nella “vita degli altri”. Non so quanti siano consapevoli del fatto che La vita degli altri è il titolo di uno splendido film che descrive l’orrore del regime poliziesco della Germania comunista, basato sullo spionaggio della “vita degli altri”. Non molti credo, perché a forza di chiedere, ho constatato che pochi l’hanno visto, certamente molti di meno di coloro che hanno visto Il caimano. E parecchi, non appena vengono informati dell’argomento del film, evitano di vederlo: il solito film anticomunista… A distanza di più di trent’anni è la stessa reazione con cui fu accolto Arcipelago Gulag di Solgenitzin e il dissidente Amalrik fu definito su L’Unità un «fanatico dell’antisovietismo». Anche il film Il concerto, che pure è stato pluripremiato, è ignorato dall’intellettualità progressista. A proposito del film Il falsario, che narra una storia simile a quella del romanzo di Levi, si legge in una recensione in rete: «Non è forse ora che il cinema tedesco torni a guardare avanti liberandosi di quello che sta ormai diventando un senso di colpa che le nuove generazioni non possono addossarsi per l'eternità. È come se il mondo del cinema sentisse di non aver ancora battuto sul proprio petto mea culpa abbastanza convincente. Ora si corre il rischio della saturazione che può ottenere un esito uguale e opposto a quello della rimozione». Preoccupazione condivisibile. Ma se la letteratura e la filmografia del nazifascismo corre il rischio di creare un senso di saturazione, non altrettanto può dirsi di quella ancor molto esile sul comunismo. Eppure anche questo poco basta a saturare gli intellettuali antropologicamente superiori!
Perciò, dalli ad abusare dei riferimenti alla Shoah, tanto l’effetto di saturazione lo pagheranno quelli della nuova Masada e facciamola finita con l’anticomunismo. Lo ha ribadito Ezio Mauro, proclamando l’inaccettabilità dell’equiparazione tra antifascismo e anticomunismo: l’anticomunismo mai. Occorrerebbe regalargli Vita e destino di Vasilij Grossman, uno dei più grandi romanzi del Novecento, (magari in cofanetto assieme a Tutto scorre). È il libro di un patriota russo che, pur schierato con il suo popolo il quale, oppresso dai nazisti ritrova nella resistenza il senso dell’unità nazionale, alla fine deve toccare con mano le ragioni profonde dell’equivalenza totale dei due regimi.
Ma invece di prendere atto della lezione di Grossman, siamo ancora là: alla neppur segreta nostalgia del comunismo e di quel modo di sentirsi l’esercito degli antropologicamente superiori la cui missione storica era la liberazione definitiva dell’umanità. Quando si parla oggi dell’azionismo e del suo moralismo giacobino come cifra delle manifestazioni attuali, bisognerebbe ricordare che siamo di fronte al riproporsi di una relazione storica che sta in piedi da due secoli. C’è un rapporto preciso che unisce Rousseau e Robespierre da un lato, e Marx dall’altro. È un rapporto fatto di netto dissenso ma anche di un terreno comune, che è rappresentato dall’idea più nefasta della modernità, fonte primaria dei drammi che hanno distrutto l’Europa: la pretesa di ricostruire il mondo dalle radici, l’idea di raddrizzare il legno storto dell’uomo, l’idea della palingenesi globale che si è manifestata come palingenesi etica, come palingenesi sociale, oppure etnica e razziale.
Il comunismo italiano è stato molto polemico nei confronti dell’azionismo, rivolgendogli le stesse accuse un tempo rivolte al giacobinismo: una visione elitaria, aristocratica, minoritaria e poco attenta alla necessaria centralità della tematica del sociale. Poi, man mano che l’ideale della rivoluzione socialista e del rovesciamento del capitalismo, anche nelle versioni edulcorate della “terza via”, è sprofondato, per il crollo dei suoi sistemi di riferimento, è rimasto in piedi solo il riferimento alla palingenesi etica. Ne è una testimonianza evidente la formula della “politica dell’austerità” lanciata da Enrico Berlinguer nel periodo del declino, il cui carattere di triste moralismo dovrebbe mettere in guardia chi improvvidamente oggi la rivaluta. Oggi l’unica risorsa rimasta è rivestirsi dei panni sbrindellati del giacobinismo azionista. Ognuno è libero di gestire il proprio vuoto di ideali come meglio crede, anche prendendo a simbolo la ghigliottina di Robespierre, ma almeno lasciate in pace il “Se non ora quando?”.

(Il Giornale, 15 febbraio 2011)

domenica 13 febbraio 2011

EURABIA AVANZA

QUESTO E' PRENDERE UN TAXI A AMSTERDAM OGGI. E DOMANI?

sabato 12 febbraio 2011

La traversata nel deserto della superiorità antropologica

Mi raccontò il compianto Renzo Foa che, all’indomani della caduta del muro di Berlino, un alto dirigente del Pci gli disse: «Ma ti rendi conto? Adesso dovremo entrare in clandestinità, magari per trent’anni». Ecco: tutto il male nasce dall’assurda idea di dover fare una lunga traversata verso un’improbabile terra promessa. Scarpe rotte eppur bisogna andar. E allora, pur di non fare fino in fondo i conti con la storia e i fatti, dalli a cambiare nomi uno dopo l’altro e a mettersi le vesti più disparate prestate da altri. Nel migliore dei casi si sono indossate le vesti un tempo odiate dell’azionismo – come ha bene descritto Giuliano Ferrara – o del più familiare dossettismo: guarda caso i “papi stranieri” vengono tutti da lì. Nei peggiori ci si impicca al populismo di Di Pietro o, nascondendosi dietro la pelata di Saviano, si supplica il popolo a “venir via con me”. E perché mai questo calvario di clandestinità, questo vestirsi dei paramenti altrui? Per non rinunciare a due cose. La prima è poter continuare a gridare “l’anticomunismo mai”, come scrive Ezio Mauro. Perché l’equidistanza tra fascismo e comunismo sarebbe l’anticamera dell’abominevole equidistanza tra fascismo e antifascismo. Un sillogismo fasullo che si base sulla fasulla e vecchia equazione: antifascismo = comunismo.
Ricordo un convegno di storici di “sinistra” di pochi anni fa, in cui un relatore spiegò con sussiego che l’equiparazione del Lager al Gulag è inaccettabile perché «nel secondo almeno si lavorava»… Arbeit Macht Frei. Era presente il grande Victor Zaslavski che sorrideva della nostra sorpresa dicendo: «Siete dei poveri illusi: questi sono semplicemente comunisti, li riconosco a prima vista». Pur di non rinunciare al comunismo ogni sacrificio merita la pena, anche dire delle menzogne da arrossire.
La seconda cosa cui non si può rinunciare è la superiorità antropologica.  Anche quella viene da lontano e si vuole che vada lontano, a qualsiasi costo. Benedetto chi la alimenta. Mi guardo bene dal cercare giustificazioni. Non sono comunista da trent’anni e, anche se ero assai giovane, dirò come Pierluigi Battista: me ne vergogno. Ma, di certo, una delle cose che alimentavano il piacere di sentirsi comunista era il sentirsi parte di un mondo superiore. Intorno, fascisti a parte, il mondo pullulava di borghesucci ignoranti e inconsapevoli, mentre noi avevamo l’idea del futuro e la scienza per realizzarlo, la consapevolezza di dove sorgerà il sole dell’avvenire. Che bello poter frequentare salotti dove si sa che c’è la crema della cultura, il condensato dell’intelletto e della ragione: è un sentimento che ci ha distillato pochi giorni fa la direttrice de L’Unità, e che conosciamo bene. È difficile rinunciare al privilegio di sentirsi antropologicamente superiori, di poter dire: “chi non vota a sinistra o è un ladro o è un idiota”. Lo si diceva già ai tempi della Dc, tanto che nessuno aveva il coraggio di dire che la votava. E ancor oggi si ripete con compiaciuta desolazione: “Dove sta la gente che li vota?”
Quando, nel 1980, chiesi un confronto ai “compagni” circa i miei dubbi crescenti ottenni uno sdegnoso silenzio. Venne la guerra del Libano, la bara dei sindacati davanti alla Sinagoga di Roma, e scrissi un articolo che solo l’Avanti di Craxi volle pubblicare. A distanza di trent’anni, le stesse persone che mi erano state amiche per tanto tempo non soltanto non mi salutano, ma attraversano la strada se mi vedono a distanza. Peggio per loro. Il sentimento di superiorità antropologica non potrà che condurli alla rovina. Peccato che tutto il paese debba patire l’agonia di questo “scarpe rotte eppur bisogna andar”.

(Il Foglio 11 febbraio 2011)  
                 

martedì 8 febbraio 2011

Al giorno d'oggi a uno che fa così gli davano il minimo di valutazione nella ricerca...

Lettera all'Editor di Physical Review (1936):

Dear Sir,
We (Mr. Rosen and I) had sent you our manuscript for publication and had not authorized you to show it to specialists before it is printed. I see no reason to address the — in any case erroneous — comments of your anonymous expert. On the basis of this incident I prefer to publish the paper elsewhere.
Respectfully,
Albert Einstein

domenica 6 febbraio 2011

Se la morale è un fatto di neuroni


Nella Monadologia Leibniz propone una confutazione della tesi che il pensiero sia generato dal cervello con la seguente metafora. Si immagini di essere ridotti alle dimensioni di un insetto piccolissimo rispetto al cervello o, equivalentemente, che il cervello sia un grandissimo locale rispetto al quale la nostra persona risulti molto piccola. Potremmo allora entrare nel cervello come in un gigantesco mulino meccanico. Potremmo esaminarne in dettaglio il funzionamento, studiarne gli ingranaggi, le ruote dentate, i movimenti. È evidente, osserva Leibniz, che per quanti sforzi si facciano non potremmo mai “vedere” un’idea, un pensiero, una sensazione. Insomma, il cervello, in quanto oggetto fisico, apparirebbe come una macchina, quanto si vuole complessa, ma i cui elementi costitutivi sono oggetti materiali e non pensieri o idee, che appartengono a una diversa sfera del reale.
Questo genere di obiezioni è stato riproposto molte volte nel pensiero filosofico. Facendo riferimento a immagini tecnologiche più avanzate rispetto a quella che vede come prototipo della macchina l’orologio, Henri Bergson ha parlato del cervello come una sorta di “ufficio telefonico centrale” che di per sé non aggiunge nulla a quel che riceve e che non ha nulla di un apparato atto a fabbricare rappresentazioni. Nel suo L’uomo neuronale, il neurobiologo Jean-Pierre Changeux ha confutato Bergson menzionando esperienze che dimostrano il parallelismo tra il movimento di un oggetto e la sua percezione mentale. Egli cita un’esperienza in cui un soggetto è posto di fronte a due oggetti che si ottengono l’uno dall’altro per rotazione e deve segnalare il momento in cui percepisce trattarsi dello stesso oggetto: si constata che il tempo necessario a tale percezione è proporzionale al tempo della rotazione. Ma questo - come analoghi esperimenti - dimostrano soltanto che nel cervello accade qualcosa che è materialmente correlato al processo percettivo, e questo nessuno si sognerebbe di negarlo. In realtà, la confutazione di Changeux, basata sul parallelismo di processi di movimento, avvalora la tesi di Bergson che il cervello sia un centro di azione motoria, che ha per funzione principale il ricevere stimoli e trasmetterli mediante processi motori. Bergson avrebbe potuto rispondere a Changeux alla maniera con cui Galileo replicò a Simplicio: «Vedete adunque quale sia la forza del vero, che mentre voi cercate di atterrarlo, i vostri medesimi assalti lo sollevano e l’avvalorano». E oltretutto qui si parla di rappresentazioni di oggetti materiali e non di idee astratte - dell’idea di sfera o dell’idea di bellezza o di Dio. L’osservazione che le rappresentazioni visive mobilitano soprattutto i neuroni dell’emisfero destro mentre le idee più astratte quelle dell’emisfero sinistro, così come le correlazioni tra attività mentali e irrorazione sanguigna stabilite dagli esperimenti di risonanza magnetica, non soltanto sono molto generiche, ma non dicono nulla circa l’origine e le modalità di fabbricazione dei pensieri.
Per quanto ci si affanni a confutare la metafora di Leibniz e quelle analoghe, il risultato è un insuccesso. Per lo più ad essa si oppone che, se fossimo ridotti alle proporzioni di minuscoli insetti, non vedremmo il cervello come un mulino meccanico ma come un sistema biologico neuronale e i pensieri apparirebbero come ciò che viene prodotto e trasmesso da neuroni e sinapsi. Insomma, vedremmo la vera sostanza fisica del mentale e la mente sparirebbe nel cervello. Ma questa non è una confutazione, bensì  l’affermazione di una credenza, una professione di fede in un’ontologia materialista.
Proviamo noi a sviluppare e rafforzare questa “confutazione” con riferimento a macchine più moderne, per convincerci meglio della sua inconsistenza. A prima vista, l’informatica contemporanea fornisce un’immagine vivida di come le idee si producano e si trasmettano mediante processi fisici. Scrivo questo articolo su un computer che codifica i miei pensieri e li incide su un oggetto materiale. Lo spedisco alla redazione del giornale. Le idee corrono come impulsi elettrici su cavi e addirittura nell’aria. È affascinante pensare che le onde elettromagnetiche trasportino nello spazio concetti astratti. Questi pervengono a un altro computer che li decodifica traducendo il “materiale” inviato in un insieme di lettere e parole che la redazione potrà leggere. Non è forse questa una rappresentazione efficace e trasparente dei processi neuronali? Certamente sì, anche se questi ultimi si svolgono con modalità diverse da quelle informatiche, perché la maggiore complessità del processo non toglie nulla al fatto che esso ha una natura strettamente materiale, fisico-chimica. Ma è possibile dire che tale processo “produce” e “trasporta” concetti? Qui dobbiamo fermarci. Forse può apparire evidente che li trasporti, ma la questione è più complessa, perché il trasporto richiede un’operazione decisiva: la traduzione delle parole in un codice che consenta la trasmissione materiale e che dovrà essere in possesso di chi le riceve affinché siano per lui intellegibili. Questo codice è disponibile sia per chi invia sia per chi riceve il messaggio, perché è così che nei fatti è stato progettato il processo informatico. Ma qual è il codice con cui tradurre i processi neuronali? Nessuno ha la minima idea di come si possa tradurre una reazione fisico-chimica o una trasmissione elettrica in un linguaggio che esprima l’“idea”. In fin dei conti, non esiste neppure una vaga idea di come ciò possa farsi. Se davvero fossimo in presenza di pensieri in codice bisognerebbe interpellare “chi” - Dio o il caso? - ha creato il sistema di traduzione delle idee astratte in processi neuronali, così come ha fatto l’uomo per i processi informatici; o scoprirne il segreto. Sarebbe un compito impossibile perché presupporrebbe quello che neppure in fisica si sa fare, e cioè descrivere in modo esatto il comportamento di ogni singola particella del cervello.
Ma ancora qui siamo agli aspetti meramente esteriori della questione, al processo di “trasmissione”. Se si passa alla questione della “produzione” dei concetti la faccenda si complica. Qui entra in gioco l’esistenza della persona che ha scritto l’articolo (e di chi lo legge). Senza l’autore dell’articolo e le “idee” che egli ha “pensato” non c’è assolutamente nulla. Ma tali idee e il loro senso sono assolutamente indipendenti e antecedenti al processo della loro trasmissione ed elaborazione materiale nello spazio. Nel modello informatico considerato non c’è produzione di alcuna idea. Esattamente come nel mulino di Leibniz, è impossibile scorgervi alcuna idea, a meno che non ci si collochi “fuori” e cioè nel mondo di chi quelle idee ha prodotto.
Insomma, siamo ridotti all’antica teoria dell’homunculus. Per concepire un cervello che pensa occorre immaginare un altro soggetto ad esso interno che sia l’autore dei pensieri che il cervello si limita a manipolare e trasmettere. Se si mira a una spiegazione puramente materiale il processo regredisce all’infinito. Ecco perché, come ebbe a dire Paul Ricoeur - nel libro-dialogo con Changeux La natura e la regola - la formula «il cervello pensa» è insostenibile e assomiglia a un ossimoro. Changeux, per quanto materialista, fu costretto ad ammettere: «Evito di impiegare simili formule».
Ma allora siamo costretti ad ammettere che, per quanti progressi si siano fatti nella conoscenza di ciò che accade nel cervello quando pensiamo - e sono progressi grandi, importanti e benvenuti - quanto alla dimostrazione della tesi metafisica circa il carattere materiale del pensiero siamo al punto di partenza. E vi è ogni motivo per ritenere che vi si resti per sempre. Difatti, è irragionevole pretendere che dalla scienza si possano ricavare teoremi metafisici, nella fattispecie la verità del materialismo. È meglio accettare la realtà come si offre nella sua evidenza. E l’evidenza della mente non è minore di quella della materia. Per dirla con Bergson: «L’esistenza di cui siamo più certi e che conosciamo meglio è incontestabilmente la nostra, perché di tutti gli altri oggetti abbiamo nozioni esteriori e superficiali, mentre percepiamo noi stessi interiormente, profondamente». Meglio sarebbe quindi accettare e sviluppare, nella loro ricchezza, le riflessioni delle scienze umane, rispetto a ciò che di modestissimo offrono i tentativi di dissolverle in capitoli delle neuroscienze, aggiungendo il prefisso “neuro”: neuro-filosofia, neuro-etica, neuro-economia, neuro-estetica, neuro-teologia.
Occorrerebbe essere consapevoli che qui si gioca una delle poste più cruciali nel confronto con il relativismo e il nichilismo dilaganti. Difatti, cosa resta del valore oggettivo e universale della morale in una neuro-morale che la riduce a una particolare conformazione cerebrale? Nulla. I principi morali o etici sarebbero mero prodotto dell’evoluzione e, come tali, soggetti al processo evolutivo, o addirittura manipolabili dall’uomo nelle forme che egli stesso riterrà più opportune. Se l’idea di un Dio trascendente fosse prodotto di conformazioni neuronali, essa sarebbe un evento casuale e addirittura sopprimibile, come peraltro sostengono alcuni neuroscienziati. Naturalmente se ciò fosse vero, e dimostrato come tale, vi sarebbe poco da dire. Ma non lo è, lungi da ciò, si tratta di tesi inconsistenti. Pertanto accettarle è soltanto la manifestazione di una dannosa soggezione nei confronti di uno scientismo che agisce come cavallo di Troia del nichilismo. Tantomeno bisogna farsi intimidire dalle veementi accuse di un certo pensiero postmoderno nei confronti dell’“essenzialismo” della cultura occidentale, accusata di avere introdotto, con la difesa dei valori “assoluti”, forme di “razzismo” e di discriminazione. Anche questa soggezione è da dismettere, perché nessun errore può cancellare il fatto che la cultura cosiddetta “essenzialista” ha posto le basi morali di una società basata sul rispetto della persona.

(L’Osservatore Romano, 3 febbraio 2011)

venerdì 4 febbraio 2011

Se la "scienza" vuol ridurre il genio a una malattia


Ormai non passa giorno senza che salti fuori qualche ricerca “scientifica” che meriterebbe al più di essere pubblicata a fumetti. Ora si fa avanti il progettista del “coscienziometro”, pur confessando di non sapere cosa sia la coscienza e come si possa misurare. Poi c’è la ricerca che determina il modo in cui la fede e l’ateismo influenzano la percezione delle immagini. Altri annunciano che il perfezionamento degli occhiali 3D permetterà di trasferire la nostra vita nel mondo virtuale. Un’altra ricerca però avverte che il 40% di coloro che usano quegli occhiali escono dal cinema col mal di testa. Ci si chiede: che senso ha procurarsi un mal di testa nel mondo virtuale invece di toglierselo con una passeggiata al sole e al vento del mondo 3D reale? Domande da retrogradi. C’è poi il mondo di chi spiega che i nati in dicembre avranno una vita di insuccessi o studia come la nascita in luna piena influenzi la vita professionale: un vasto campo di ricerche di cui varrà la pena parlare per le sue implicazioni nella sfera dell’istruzione.
L’ultima segnalazione riguarda una ricerca di un gruppo di scienziati spagnoli, Manuel Vazquez Caruncho e Francisco Branas Fernandez del Complexo Hospitalario Xeral-Calde di Lugo. In un articolo pubblicato sulla rivista Medical Humanities spiegano di aver fatto una “scoperta”, attraverso l’analisi di documenti d’epoca. È noto che il grande musicista Fryderyk Chopin aveva la tendenza a sognare a occhi aperti mentre suonava il pianoforte. La sua amante George Sand definiva questi stati come «la manifestazione di un genio pieno di sentimenti e di espressione». Niente affatto. Erano soltanto gli accessi di una forma di epilessia del lobo temporale. Ed ecco liquidate centinaia di pagine sullo stile di Chopin, sulla sua estetica musicale romantica: era mera patologia cerebrale.
Questo genere di riduzionismo non è nuovo. Anni fa si era detto che la scienza era in procinto di spiegare che il sentimento di trascendenza e la religiosità mistica sono forme epilettiche. Insomma, Galileo, Newton, Keplero, e tanti altri erano grandi scienziati che però avevano un difetto cerebrale. Ora la nuova disciplina della “neuroteologia” avrebbe individuato le conformazioni neuronali responsabili del senso di trascendenza. La discussione verte sulla questione se si tratti di qualcosa destinato a sparire da sé nel processo evolutivo o se il progresso delle neuroscienze permetterà di eliminarlo con un intervento esterno.
Emerge un programma interessante per la sociologia della scienza: indagare le cause per cui tanti ricercatori, invece di occuparsi di questioni scientifiche serie, impegnano tempo, energie e fondi pubblici e privati per “studiare” simili bestialità. Ma è evidente la motivazione ossessiva di tutte queste “ricerche”: tentare di dimostrare in qualsiasi modo che non esistono processi mentali, che non esistono pensieri o sentimenti, anzi, che non esiste cultura di alcun tipo, bensì soltanto processi cerebrali, e che molte delle costruzioni culturali che consideriamo reali da secoli – letteratura, musica, arti figurative, filosofia e, in particolare, la religione – sono soltanto frutto di configurazioni neuronali, in molti casi patologiche. Il romanticismo musicale, la filosofia di Platone, la religiosità di Galileo, sono soltanto malattie.
Del resto, il discorso non è nuovo e con la scienza non ha niente a che fare, è pura e semplice ideologia: si vanta come un grande progresso il fatto che la tecnoscienza abbia rivolto la sua attenzione all’uomo, non considerandolo come qualcosa di particolare e specifico, ma come un oggetto da studiare con i metodi delle scienze naturali, come se fosse una pietra o una pianta. La “naturalizzazione” dell’uomo fa sparire tutta la sua cultura e con essa anche la morale, l’etica, produce un totale svuotamento di senso. Non soltanto la religione, ma anche il “mondo morale dentro di noi” di cui parlava Kant sono spazzati via. Non esistono “principi” o comandamenti morali, ma soltanto credenze passeggere che non sono neppure costrutti culturali, ma mere conformazioni cerebrali contingenti.
È evidente che questo scientismo d’accatto – perché i suoi prodotti sono di una miseria tale da offendere la sola menzione della scienza – porta acqua al mulino di quelle ideologie che vogliono fare a pezzi l’odiato “essenzialismo” della cultura occidentale, la sua pretesa di aver stabilito, sia pure attraverso grandi difficoltà, contraddizioni e anche tragedie, i capisaldi morali di società basate sul rispetto della persona.
Naturalmente si dirà che non è così, che chi cerca di ricondurre a una spiegazione “razionale” e “scientifica” i processi mentali e culturali e i fondamenti della morale o del senso di trascendenza, ingaggia una nobile lotta contro i miti e le credenze irrazionali e offre a tutta l’umanità una via per liberarsi da questi fantasmi. Già. Peccato che più s’insiste in questa direzione e più cresce la quota dell’umanità che non ne vuol sapere e che guarda alla tecnica in modo meramente strumentale senza per questo rinunciare alle proprie credenze, ai propri miti e alla propria religione. Raramente si è visto un periodo nella storia dell’umanità di tanto ampia diffusione delle religioni e del misticismo, in particolare nelle forme fondamentaliste più estreme (inclusa quella del fondamentalismo scientista…). Siamo di fronte a un’epidemia di forme epilettiche? O forse il farmaco non funziona? Un divulgatore scientifico molto popolare nel popolo viola ha dichiarato di recente che «per capire il mondo e per cambiarlo si potrebbe fare a meno della letteratura, non della matematica. Nell’antichità c’è stata molta matematica prima ancora dei grandi poemi: la letteratura è una riflessione, quindi è posteriore». A parte la sciocchezza – matematica e scrittura sono nate insieme e i miti poetici certamente prima, nelle forme orali – ha senso privarsi della dimensione razionale che offre la letteratura e, aggiungo, la riflessione filosofica, la sensibilità artistica, la religione? Non sarà che il fondamentalismo dilaga proprio perché la dimensione della razionalità scientista da sola è impotente a fronteggiare questo fenomeno, se addirittura non lo alimenta?
Dicevamo che sembra che il farmaco non funzioni. Ma sembra invece che funzioni proprio qui in occidente, con la conseguenza di fare a pezzi l’idea che possano esistere solidi principi morali su cui basare la convivenza. Le tradizioni ebraica e cristiana hanno combattuto per affermare l’idea che alcuni principi, come «non uccidere» o «ama il tuo prossimo come te stesso», sono basilari, non negoziabili e debbono costituire il fondamento della società. E, malgrado tutto, qualche risultato l’hanno ottenuto, visto che i paesi occidentali sono quelli in cui tanta gente preme per venire a vivere. Ma ora non è più soltanto un fondamentalismo relativista a predicare che quei principi sono opzioni che valgono quanto la poligamia o il taglio della mano: se ne offre la “dimostrazione” (fasulla) riducendoli a processi neuronali, per giunta patologici, in quanto frutto del trascendentalismo religioso.
Si dice da più parti che il multiculturalismo è un fallimento. Bisognerebbe aggiungere che anche lo scientismo d'accatto di cui abbiamo parlato è un fallimento. Eppure entrambi continuano a imperversare come espressione di quel male che lo storico François Furet ha definito l' "odio di sé" dell'Occidente.


(Il Giornale, 2 febbraio 2011)



martedì 1 febbraio 2011

Se si possa ancora andar fieri della «gloriosa storia» del PCI


Figurarsi se potrei considerare un reietto chiunque sia stato comunista. Presi la mia prima tessera della Federazione Giovanile Comunista quando ero sedicenne, durante un comizio di Togliatti. Riportava sul disegno di un’impalcatura una frase di Maiakovskij: «milioni di spalle unite che innalzano al cielo la costruzione del comunismo». In verità ero assai intimidito e la prima esperienza fu traumatica: la sezione cui appartenevo fu sciolta per trotskismo… Nella riunione di scioglimento il funzionario inviato dal Partito – un piccolo burocrate pallido in abito “Facis” – sembrava dovesse soccombere di fronte alla forza intellettuale del gruppo dirigente della sezione. Quando si levò a parlare cambiò tutto: ruggiva come un leone, la sua mediocre figura era trasfigurata dall’essere portatrice della volontà del Partito, faceva paura. Restai nel Partito molti anni ancora, ma mai mi liberai dal timore reverenziale che ispirava quella macchina da guerra. È complesso spiegare le ragioni per cui milioni di persone oneste e in buona fede ne abbiano fatto parte, ma la più ovvia è che si era convinti di lavorare per una causa giusta che mirava al bene dell’umanità. Quel che faceva considerare secondari o trascurabili la mancanza di democrazia – del Partito e del comunismo internazionale – e gli innumerevoli delitti di cui era disseminata l’opera di “costruzione verso il cielo”, era il carattere totalizzante e assoluto con cui veniva concepita la “causa”. Non si trattava di migliorare qualche aspetto della società ma nientemeno che di rifarla completamente. Il discorso è complesso e non può essere sviluppato in una rubrica, ma è innegabile che la calamita che ha attratto milioni di persone in buona fede su una via che rendeva complici di una catena infinita di orrori era il carattere “palingenetico” dell’impresa, il fascino che emana dall’intento di “rifare tutto” in modo giusto e perfetto. È un discorso che vale per ogni forma di totalitarismo: il fascino dell’idea efferata della palingenesi, particolarmente attraente per le menti totalizzanti dei più giovani.
È giusto quindi sforzarsi di comprendere. Però ormai questa storia e i suoi orrori sono noti e documentati e piuttosto lascia attoniti che qualcuno pensi di fare una mostra apologetica e persino agiografica della storia del Partito Comunista Italiano, come quella promossa a Roma. Quale persona sensata può trovare oggi tanto interessante contemplare il servizio di tazze da caffè di Palmiro Togliatti, “il Migliore”, ma anche un “orco” – come l’ha definito Giuliano Ferrara – che solleva casomai il problema di come l’intelligenza possa coniugarsi con il male? A qualcuno verrebbe in mente di esporre le tazze di Mussolini? No di certo, ma quelle di Togliatti, sì. C’è chi trova normale visitare con devozione i cimeli di una storia su cui c’è poco da esaltarsi, soprattutto se la si è vissuta in prima persona. Non colpisce non soltanto la persistente impunità concessa al comunismo, per cui appare normale a un vecchio dirigente parlare di una «storia enorme, grandiosa» ignorando come un dettaglio irrilevante i crimini del comunismo (perché nella mostra non vi sono foto dei gulag?) e le complicità del PCI in essi. Colpisce il fatto che non si è trattato soltanto una patetica riunione di reduci, del genere di quella rappresentata nel film “Il concerto”. La mostra ha visto la presenza commossa di tante personalità che sono ancora protagoniste della politica italiana di oggi e che sono state accolte al grido di «è bello rivedere assieme tanti compagni». E c’è qualche fesso che dice che non ha più senso parlare oggi del comunismo (o del postcomunismo).
(Tempi, 2 febbraio 2011)