mercoledì 18 gennaio 2006

Ebrei e sinistra: una risposta a Clara Sereni

È ora che si discolpi Golia


Da qualche tempo provo l’impulso a rigurgitare ricordi. Mi si perdoni il verbo volgare, ma è proprio quello che descrive perfettamente la situazione. Ad esempio, mi è successo recentemente, a proposito di un dibattito sulla rivista “Primato”. Ho visto giustificare con supponenza una marmaglia di opportunisti che, dopo essersi sporcata con le peggiori compromissioni nella politica razziale fascista, era stata lavata alla candeggina dall’amnistia togliattiana, quindi assurta a gotha dell’intellettualità e di nuovo oggi esaltata come crema della cultura italiana. E mi è tornata in mente la memoria di tante persone di ben altra levatura intellettuale massacrate da quei personaggi e dal cinismo con cui è stata traghettata la classe dirigente di questo paese. I ricordi possono stare fermi sul fondo in nome del sano desiderio di vivere nel presente e per il futuro. Ma se qualcuno ti ripropone una menzogna che, per giunta, offende di nuovo gli offesi, allora i ricordi rigurgitano. Così mi è tornato in mente il caso di un illustre professore intellettuale antifascista e comunista che non trovò di meglio che assolvere l’ex Capo dell’Ufficio Razza del Minculpop col dire che era tanto bravo a trovar soldi.
Quello era un piccolo campione di ricordi assopiti. Ne usciranno fuori altri? Dopo aver letto l’intervento di Clara Sereni su L’Unità – “La colpa di essere Ebrea” – temo proprio che non soltanto ciò possa accadere, ma che ciò debba accadere, per una sorta di dovere civile ed etico.
Ho molta simpatia per Clara Sereni, anche se non la conosco di persona. Ci accomunano non soltanto la generazione e il tipo di esperienze, ma ricordi comuni. Mio padre era grande amico di Enrico Sereni, suo zio, e della sua famiglia che frequentava assiduamente da giovane, e tante tante volte ho sentito racconti da lui al riguardo. Ricordo, ad esempio, quando mi raccontava di Emilio Sereni che, da molto giovane e prima di diventare fervente comunista, era non soltanto sionista ma credente, girava per casa con la kippà e il libro di preghiere in mano. Evoco questo ricordo perché porta al tema che è al centro dell’intervento di Clara Sereni: la difficoltà di conciliare un’identità ebraica con una militanza comunista. È un problema che hanno vissuto tutti i dirigenti comunisti che non hanno accettato di sopprimere totalmente ogni legame con la loro identità ebraica, come fu il caso di Umberto Terracini. Nella mia modesta esperienza l’ho vissuto anch’io per lunghi anni ed è chiaro che Clara Sereni lo vive ancora e con tormento.
Nel suo intervento Clara Sereni denuncia due episodi che l’hanno ferita – e quanto duramente è facile capire da come ne parla! – l’uno pubblico e l’altro privato: essere stata presentata a una tavola rotonda della CGIL come “ebrea e scrittrice” e l’aver dovuto ascoltare, durante un pranzo di compleanno di amici di sinistra, espressioni di vero e proprio pregiudizio antiebraico.
Capisco il suo turbamento e le esprimo la mia solidarietà. Ma mi chiedo: delle due l’una, o il livello di pregiudizio antiebraico ha raggiunto nella sinistra livelli esplosivi, oppure Clara Sereni è in stato di catalessi da qualche decennio. Precisamente dal 1967, da quasi quarant’anni.
Non dico che già prima non vi fossero aspetti a dir poco equivoci nell’atteggiamento del movimento comunista nei confronti della questione ebraica. Al contrario, tutto nasce di lì. Valga per tutti il silenzio attorno alle politiche razziali fasciste, attorno alla “congiura dei medici ebrei” inventata da Stalin o la complicità nel caso Slansky. Anzi, il recente dibattito sull’amnistia togliattiana mi induce a ritenere che vi sia un terreno ancora tutto da scavare. Ma è innegabile che, fino al 1967 – alla Guerra dei Sei Giorni e alla rottura totale dell’URSS nei confronti di Israele – aveva prevalso un linguaggio, a suo modo, “politically correct”. Quando, nel 1967, inviammo in molti a L’Unità una lettera di protesta per la scelta israeliana, la risposta privata del direttore Maurizio Ferrara fu dura e negativa, e tuttavia, anche oggi, non mi è dato leggervi una sbavatura fuori dal terreno prettamente politico.
Da quel momento le cose iniziarono a prendere una piega sempre più brutta. Lasciamo perdere l’analisi storico-politica e consentiamoci un piccolo rigurgito, il ricordo di un episodio analogo a quello narrato da Clara Sereni. Era la fine degli anni settanta, ed ero in vacanza nel paesino di Ginostra (isola di Stromboli), che ero fra i primissimi ad aver scoperto, portandovi gruppi di amici di sinistra, che poi si ampliarono esponenzialmente fino a trasformarlo in un affollato luogo di vacanza militante. Scenario: una cena di una ventina di ragazzi sessantottini sul terrazzo di una tipica casetta cubica bianca, nel buio illuminato da qualche lampada a petrolio. A un certo punto, tra una chiacchiera e l’altra, un “compagno” toscano prorompe in un’invettiva violentissima contro gli ebrei: capitalisti, sanguisughe, imperialisti, assassini del proletariato, e chi più ne ha più ne metta. Reagisco indignato, definendo il suo linguaggio come fascista e razzista, certo di trovare ampia solidarietà, e… sorpresa… mi trovo nell’isolamento più assoluto. Nessuno mi difende, nemmeno i più cari amici. Anzi, la mia reazione viene condannata come spropositata. Alla fine, scornato e umiliato, abbandono polemicamente la compagnia e vado via da solo, sul sentiero buio con la torcia, seguito soltanto dalla mia fidanzata, verso la nostra casetta, dove più tardi vengo raggiunto dagli amici. Costoro non trovano di meglio che sottopormi a un processo tra la psicanalisi e la politica, mettendo sotto accusa il mio attaccamento “morboso” alle radici ebraiche che non mi permette di assumere il necessario “distacco”, e di ammettere con “oggettiva serenità” le colpe che gli ebrei indiscutibilmente hanno sullo scenario del mondo. Cerco disperatamente la solidarietà di un giovane “compagno” tedesco che risponde freddamente: «Noi tedeschi abbiamo fatto cose troppo brutte agli ebrei perché io possa dire liberamente quel che penso». Coro trionfale: «Hai visto!».
Potrei raccontare tanti altri episodi del genere, pranzi e cene come quelle di Clara Sereni, a suon di «Come mai voi ebrei siete quasi tutti commercianti?». Sarà per un’altra volta. Per ora mi limito a dire che l’episodio di cui sopra mi servì a capire una volta per tutte una cosa: che potevo scegliere di restare nella sinistra comunista o uscirne ma, qualsiasi cosa avessi fatto, ai razzisti e agli antisemiti occorreva rispondere soltanto con un calcio – ovviamente verbale – nei denti e, se non basta, nel sedere. È l’unica pedagogia che può svegliare la coscienza di coloro che sono in buona fede. Ed è l’unico modo di salvare la propria dignità e integrità, la verità e la giustizia. Quel che certamente avevo appreso è che non è possibile lasciarsi colpevolizzare, subire la richiesta inaudita di dover fare un atto di discolpa. L’ha capito questo Clara Sereni? Non pare, visto che dice: «come tante altre volte, ho dovuto, come ebrea, fare il mio “Radames, discolpati”». “Tante” altre volte? L’ha fatto tante altre volte, e l’ha rifatto ancora questa volta senza trovare innaturale assoggettarsi a un simile infame ricatto?
Per parte mia, il decennio abbondante di militanza comunista che seguì all’episodio ginostriano – e che fu tutt’altro che facile – terminò proprio quando venne l’epoca delle richieste pubbliche di discolpa. Se ne ricorda, Clara Sereni? Fu l’epoca della guerra del Libano, nel 1982, quando a sinistra si chiedeva e richiedeva a gran voce agli ebrei di tutto il mondo di dissociarsi da Israele e di ottenere un salvacondotto di rispettabilità attraverso una condanna del governo Begin. Rosellina Balbi denunciò con forza questa intollerabile pretesa in un memorabile articolo su La Repubblica: “Davide discolpati”. Altro che Radames… Fu un periodo cupo. Le umilianti giaculatorie di un certo numero di ebrei di sinistra non servivano a placare le arroganti richieste di dissociazione. E a forza di fomentare l’odio venne l’evento nefando: nel corso di un corteo dei tre sindacati confederali venne deposta una bara davanti al Tempio maggiore di Roma. E, infine, in questo clima di sordida ostilità, il terrorismo palestinese prese il coraggio di compiere l’assalto armato al Tempio che vide l’uccisione del piccolo Stefano Taché.
A ventiquattro anni di distanza ancora Clara Sereni non ha assimilato quella lezione e accetta di sottoporsi alla pratica umiliante della “discolpa”? Occorre forse rispiegare perché non dovrebbe? Non discuto il suo legittimo diritto di continuare ad essere comunista e di difendere l’attualità di Marx (il che mi fa venire in mente quanto diceva nel 1989 il mio amico scrittore Alberto Lecco: «Il comunismo è finito? Vedrete… Comincia adesso…). Non discuto la legittimità dei suoi giudizi su Israele e sulla questione palestinese. Siamo su posizioni diversissime, ma questo è irrilevante. Appunto: che c’entra? Perché mai, per conquistarmi il diritto a non essere afflitto da tirate antisemite, debbo fare una fede di professione comunista, antisionista, filopalestinese e dimostrare di essere un “ebreo buono”? Insomma, perché, per non essere colpito dal razzismo, debbo legittimare il razzismo? Non si rende conto Clara Sereni che questo è esattamente l’atteggiamento umiliato e umiliante che assunsero gli ebrei “camerati” del gruppo torinese de La Nostra Bandiera negli anni trenta, che, con le loro sviscerate professioni di fede fascista (peraltro perfettamente sincere!) speravano di esorcizzare il montante antisemitismo del regime e persino le leggi razziali? Perché Clara Sereni si sottopone a questi avvilenti ricatti tipici di ogni forma di totalitarismo? Non si rende conto che, se c’è ancora gente che non si vergogna di chiedere queste discolpe, e non si avvilisce a vederle fare, aveva ben ragione Alberto Lecco: il comunismo, quello stalinista cattivo, è vivo ed è fra di noi.
A ventiquattro anni dalla campagna “Davide, discolpati”, Clara Sereni, invece di continuare a sottoporsi al ricatto, a “giustificarsi di essere ebrea”, a lasciarsi brutalizzare neanche più nelle vesti di David ma in quelle di Radames, dovrebbe intimare ai Golia razzisti: discolpatevi voi della vostra infamia, e vergognatevi, se ne siete capaci.
Tutto il suo intervento è intriso di patetiche illusioni. Si può davvero credere di ammorbidire i cattivi ripetendo la solita giaculatoria anti-sharoniana (“la politica del governo Berlusconi ha spiaccicato ebrei e Italia sulla politica di Sharon”). Che senso ha, mentre mezzo mondo ha fatto ammenda dei luoghi comuni su Sharon, continuare con la tiritera su Sharon boia? E perché mai la mossa di apertura verso Israele del ministro degli esteri Fini sarebbe stata efficace ma “scorrettissima”? Dove sta la scorrettezza? Nel non essere rimasto fedele a un’ortodossia fascista? Perché bisogna dire delle cose senza senso per non lasciar dubbi sulla propria ortodossia di sinistra?
Infine, forse l’illusione più patetica è tentare di convincere la sinistra a voler bene agli ebrei, per non regalarli alla destra e perdere le elezioni. Gli ebrei sono quattro gatti, ammette Clara Sereni, ma le elezioni si vinceranno per pochi voti, e quelli ebraici potrebbero essere decisivi. Ora, posto che su 30.000 ebrei non sono pochi quelli che voteranno per il centro-destra, quale sarebbe lo spostamento possibile:1000 o 1500 voti? E la sinistra, se non ci sta a voler bene agli ebrei per intima convinzione, dovrebbe mostrarsi benevola per l’opportunità di non perdere quel migliaio di voti? Me le immagino le sghignazzate dei commensali antisemiti di Clara Sereni… Peraltro, dopo aver fatto ricorso a un simile argomento, l’unica risorsa disponibile sarebbe mettersi in ginocchio e supplicare piangendo.
Capisco perfettamente l’ansia di Clara Sereni di perdere il rapporto con la sinistra, il suo attaccamento alla sua identità progressista. Ma la domanda è: qual è il modo più costruttivo e dignitoso per mantenere un rapporto autentico e realmente proficuo con quel mondo?
Per rispondere vorrei tornare a quel lontano 1982. Dopo la deposizione della bara davanti al Tempio maggiore di Roma, lo scandalo che ne seguì fu aggravato dalla reticenza delle dirigenze sindacali e, in particolare, dall’atteggiamento a dir poco ambiguo dell’allora segretario della CGIL Luciano Lama. Per me e per tanti altri fu la goccia che fece traboccare il vaso. Scrissi una lettera di sette pagine contro Lama che, in tutto o in parte, fu pubblicata da parecchi giornali e, con altri, promossi un appello che fu pubblicato su Repubblica col titolo “Lama e gli ebrei”. Ciò mi costò l’ostracismo di tanti ex-compagni. L’avviso venne da alto loco e fu perentorio: se non si ritira la lettera e l’appello la rottura è totale. Ancor oggi c’è gente che attraversa la strada se mi vede arrivare sullo stesso marciapiede. E appena qualche anno fa, quando raccontai queste vicende nel libro “La questione ebraica oggi”, venne fuori qualche maggiordomo della memoria di Lama a sostenere che quel che dicevo era falso, che Lama si era al contrario adoperato a condannare l’atto della deposizione della bara, che non aveva mai detto nulla di lontanamente equivoco. Insomma, ero io il fazioso, il rissoso e il calunniatore e il povero Lama era il crociato in difesa degli ebrei. Da non potersi credere. Riandai a leggermi l’appello pubblicato su La Repubblica pensando di essere ormai in preda all’Alzheimer. Diceva una cosa durissima: che il commento di Lama era «reticente e tale da offrire copertura [sic!] a quanti si sono resi responsabili di quegli atti», che erano definiti senza mezzi termini «neonazisti» e non accidentali bensì «pensati e organizzati». E sapete quali firme c’erano in calce a quell’appello? Fra le altre, quelle di noti proto-berlusconiani come Massimo Cacciari, Aniello Coppola, Giacomo Marramao, Claudio Pavone, Mario Pirani, Beniamino Placido, Luigi Spaventa. Eppure, nel 2002, ero diventato io l’unico cattivo e fazioso. Una tecnica arcinota e collaudata, quella della demonizzazione e dell’isolamento del reprobo, codificata dall’immortale maestro Josif Vissarionovic Dugasvili.
Ciò detto, ho forse perso qualcosa agendo in questo modo? Non credo proprio. Che perdita è mai quella della finta amicizia di gente di quella fatta? Era meglio non perdere il saluto dell’allora segretario della sezione universitaria del PCI (che ancora fa finta di non conoscermi) oppure sentirsi riconoscere pubblicamente da Piero Fassino che la mia “furia iconoclasta” è servita a stimolare riflessioni utili e costruttive? Era meglio tenersi buoni gli intellettuali che parlano di razza ebraica, o stabilire un dialogo fertile e costruttivo con persone come Giuseppe Caldarola e Umberto Ranieri? Esiste e cresce una sinistra aperta, attenta e senza pregiudizi sulla questione israeliana e sulla questione ebraica. Con questa bisogna parlare e non amareggiarsi i pranzi con la gentaglia: esistono pur sempre le porte per andarsene e ottimi ristoranti. Cara Clara Sereni, chi cova i pregiudizi di cui lei racconta non è certamente una persona “per bene” e, se è “di sinistra”, non cambia nulla: a destra e a sinistra i razzisti sono la stessa pasta di mascalzoni.
So bene quanto certi percorsi siano difficili e tortuosi. Sono l’ultimo a pretendere di giudicare, tanto meno di condannare. Ma ogni percorso nel deserto deve prima o poi finire nella terra promessa. Che è quella in cui si vive con una coscienza libera e, tra il partito-che-rappresenta-il-destino-storico e la verità, si sceglie la verità.

Giorgio Israel

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Questo è l'intervento di Clara Sereni su L'Unità del 16 gennaio 2006:

La colpa di essere Ebrea
di Clara Sereni

C'è una gran voglia di semplificare, nel mondo. 
Anche nel nostro mondo, il mondo della sinistra che in altri tempi aveva
assunto il paradigma della complessità come strategia per interpretare la
realtà e modificarla.

La caduta delle ideologie ci ha privato delle griglie di lettura che (nel
bene e nel male) a lungo ci hanno indicato la via.
Per prendere posizione nei confronti di avvenimenti via via più articolati e
ricchi di addentellati abbiamo ogni volta poco tempo: poco tempo per
pensare, per riflettere, per collegare gli eventi, per ripensare la storia.
Poco tempo per discernere, nella marea di informazioni da cui siamo
sommersi, quelle attendibili, importanti, utili. Gli avversari ci incalzano,
spesso con brutalità, e allora scattano l'arroccamento, l'autodifesa
istintiva e cieca, la scelta della prima soluzione disponibile.
Ho in mente tanti degli eventi di questi giorni, evidentemente, e l'amarezza
preoccupata riguarda più aspetti della scena politica. Se ho deciso di
intervenire, però, è perché con questi aspetti di semplificazione mi sono
scontrata due volte, nell'arco di pochi giorni, rimanendone ferita,
umiliata, e soprattutto preoccupata: e se ne parlo non è perché voglio
riscattarmi da «un'offesa», non è per ragioni personali, ma proprio perché
penso si tratti di qualcosa che va oltre, e che per questo deve preoccupare
non solo me.

Due situazioni diverse, una privata e una pubblica. Nella prima un pranzo
di compleanno, tutta gente di sinistra e per bene, su questo non ho il
minimo dubbio mi sono trovata di fronte a tutti i più banali pregiudizi
nei confronti degli ebrei: la lobby ebraica che governa le banche mondiali,
gli ebrei che sono più intelligenti delle altre «razze», la chiusura a chi
non nasce ebreo perché non ci si può convertire, la nascita dello Stato
d'Israele per volontà imperialistica esclusiva degli Stati Uniti, e
quant'altro. Tutte quelle cose che spererei chi mi legge conoscesse bene, ma
se le scrivo è perché non è che poi ne sia tanto sicura. Come corollario, la
dichiarazione del mio interlocutore che, come ogni uomo di sinistra che si
rispetti, di fronte alla contrapposizione fra oppressi e oppressori, cioè
fra palestinesi e israeliani, la scelta non poteva essere che a favore degli
oppressi. Contro gli oppressori.

Come tante altre volte, ho dovuto, da ebrea, fare il mio «Radames
discolpati». Ho dovuto precisare che sono in disaccordo con la quasi
totalità della politica del governo di Israele, anche rispetto alle modalità
del ritiro da Gaza. Ho dovuto ricordare che sono comunista malgrado
l'ammainabandiera sul Cremlino, nel senso che il mio bisogno di giustizia
sociale e di riscatto degli umili e degli oppressi non si è esaurito nel
1989. Ho ribattuto, ho fornito informazioni e precisazioni. Ho spiegato e
rispiegato che non si aiuta il popolo palestinese, e la costituzione di uno
suo Stato degno di questo nome, facendo pendere dalla sua parte la bilancia
della sofferenza: se facciamo i conti di chi soffre di più, di chi patisce
maggiormente per i propri sradicamenti, la gara è a perdere. Gli ebrei sono
stati sradicati dall'Europa, i palestinesi dalla Palestina, ma anche i
coloni che oggi lasciano (per ottime ragioni!) gli insediamenti, sono a loro
volta degli sradicati. Le ragioni degli uni non sono necessariamente o del
tutto i torti degli altri: in quanto esseri umani, singoli, persone. Persone
che hanno sofferto e continuano a soffrire. Ho detto che le emozioni non
aiutano nessuno a sciogliere nodi che sono complessi: ci vuole la politica,
cioè una razionalità accorta, attenta, in grado di soccorrere gli uni e gli
altri in un cammino per tutti difficile. Questo è il compito che l'Italia,
l'Europa, il centrosinistra potrebbero proficuamente svolgere: portare la
ragione là dove i sentimenti rischiano di travolgere ogni possibilità di
soluzione.

In tutte queste argomentazioni, gli altri commensali mi hanno sostenuto,
hanno integrato le informazioni che fornivo, insomma li ho sentiti accanto a
me in quel tenere insieme la complessità che costa tanta fatica.
È stata una lunga discussione, a conclusione della quale il mio
interlocutore era attraversato da qualche dubbio, da qualche resipiscenza. E
questo mi aveva un po' consolato della durezza dello scontro, dell'ignoranza
sostanzialmente razzista con cui avevo avuto a che fare. Del resto, non sono
di quelli che vedono in ogni critica allo Stato di Israele un atto di
antisemitismo, visto anche che io per prima lo critico, e mi ero messa in
qualche modo tranquilla: benché le critiche delle lettere all'Unità
all'articolo «informativo» di Furio Colombo sul boicottaggio ad Israele, in
misura eccessiva astiose veementi e chiuse in trincea, mi avessero lasciato
un amaro in bocca non del tutto smaltito.
Poi mi hanno chiamata a partecipare ad una tavola rotonda sulla guerra e la
pace nell'era della globalizzazione, in uno dei tanti congressi sindacali
nei quali si celebra in questi giorni il centenario della Cgil. Sapevo che
il tema Israele-Palestina sarebbe stato affrontato, mi interessava in realtà
parlare anche di molte altre cose.

Inutile dire quanto valore io attribuisca alla Cgil, che considero fra
l'altro una delle ultime scuole-quadri rimasta alla sinistra: un luogo di
pensiero, oltreché di azione. Inutile dire, anche, che il fatto di essere
invitata in quell'occasione mi aveva lusingato non poco.
Solo che poi, al momento di essere chiamata sul palco, di me hanno detto:
«Clara Sereni, ebrea e scrittrice». Non mi era mai capitato, di essere
presentata così: il turbamento è stato forte. Quando è stato il mio turno,
ho parlato del disagio che provavo, ricollegandolo anche ad un antico e
spiacevole episodio capitatomi anche quella volta in ambito Cgil, in
quel caso nazionale. Sulla questione Israele-Palestina ho insistito, ancora
una volta, sulla necessità di non pesare le sofferenze, di non schierarsi,
ma invece di affiancare i due popoli nel cammino difficilissimo per avere
ciascuno un proprio Stato con pari dignità.

Ho avuto un applauso di sostegno dalla platea, che certamente mi ha
rinfrancato. La tavola rotonda è proseguita, fra l'altro con l'intervento
del rappresentante dell'Autorità Nazionale Palestinese, che ha detto alcune
palesi inesattezze (non dico bugie, ma ci eravamo molto vicini) sulla
questione. E poi si è parlato di molte altre cose.
Tranne il dirigente confederale, che ha liquidato la faccenda dicendo che i
cretini ci sono anche dentro la Cgil, nessuno fra coloro che sedeva alla
tavola rotonda (tutti di sinistra e perbene, senza il minimo dubbio) ha
sentito il bisogno di far rimarcare quanto razzismo profondo ci fosse in
quella definizione che di me era stata data. Nessuno ha messo un qualche
puntino sulle «i» della Storia, presentata in modo così palesemente e
capziosamente impreciso. Nessuno mi ha sostenuto nella richiesta di più
politica, e meno «tifo», rispetto alla questione due popoli/due Stati. Così,
alla fine, il suggerimento forte uscito dall'incontro è stato: schieratevi,
prendete partito, non state tanto lì a sottilizzare. Gli ebrei sono
colpevoli, il popolo palestinese vincerà.
Alla fine, in privato, il segretario provinciale della CGIL mi ha chiesto
scusa, e di questo gli sono grata: ma nessuna voce si è levata pubblicamente
anche soltanto a commentare l'errore, e questo è il punto che considero
grave di tutta la vicenda.
Ne traggo alcune considerazioni, che vi propongo:

1) l'ignoranza regna sovrana, nel senso che sono proprio troppi coloro che
ignorano, non sanno, vanno avanti a orecchio. Qualcosa andrebbe fatto, forse
anche da questo giornale, per mettere organicamente in fila una serie di
informazioni, per imporre la complessità contro le semplificazioni,
inevitabilmente perverse quando toccano temi fortemente sensibili.

2) Il rifiuto della complessità, e il conseguente arroccamento in posizioni
preconcette, non è problema che riguardi soltanto la vicenda
israelo-palestinese: anzi questa è per certi aspetti più circoscrivibile.
Affrontarla potrebbe costituire anche un esempio di scuola per cominciare a
guardare dentro altre questioni, con un'apertura, una disponibilità, una
intelligenza diverse.

3) Apertura, disponibilità, intelligenza sono le precondizioni per
cominciare a costruire i punti di vista nuovi di cui la sinistra e l'intero
Paese hanno drammaticamente bisogno: Marx, a mio avviso, non va
assolutamente messo in soffitta, ma è indubbio che urgono strumenti teorici
nuovi, in grado di interpretare un mondo per il quale le antiche categorie
possono fornire risposte soltanto parziali.

4) La politica del governo Berlusconi, e in particolare quella del ministro
degli esteri Gianfranco Fini, in un sol colpo (scorrettissimo quanto
efficace) ha cancellato le ferite inferte dal fascismo, ha fatto sentire
agli ebrei che il governo era «dalla loro parte», ha spiaccicato ebrei ed
Italia sulla politica di Sharon, confermando il pregiudizio «di sinistra»
secondo il quale, fra palestinesi ed ebrei, la scelta non può essere che a
favore degli uni e contro gli altri. La destra ha scelto Israele e «di
conseguenza» gli ebrei. Gli ebrei italiani sono circa 30.000: pochi,
pochissimi, e anche questa è una nozione che non molti hanno chiara in
mente. Le prossime elezioni si giocheranno probabilmente sui piccoli numeri.
Vogliamo consegnare 30.000 voti alla destra?

5) Personalmente, alla destra non mi consegno di sicuro. Ma vorrei non
dovermi più giustificare di essere ebrea.
Vorrei non dovermi discolpare delle mie opinioni. Vorrei che la mia
specificità di ebrea, insieme alle altre (donna, comunista, madre
handicappata, intellettuale), trovasse un'accoglienza più competente nella
casa comune della sinistra, e non sentirmi mai più ospite, certe volte
gradita e certe volte no.

lunedì 9 gennaio 2006

Un commento al botta e risposta con Messori

La mia risposta a Messori è stata improntata a massima cortesia e ha tralasciato i punti più scabrosi e inaccettabili del suo intervento sul Foglio.
Forse nel residuo filo di speranza non dico di un ravvedimento ma almeno di un confronto nel segno della verità. Magari persino nella speranza che accettasse di rendere pubblico il nostro carteggio.
Come prevedibile, nulla di tutto ciò.
Allora, è bene sottolineare alcuni punti del suo intervento per mettere bene in chiaro con chi abbiamo a che fare.

1)Dice Messori, in relazione alla famosa frase di Bergson: "Sono stato ricoperto da insulti, con il professor Giorgio Israel a capofila: non mi si contestava l’autenticità (inoppugnabile) della citazione, ma che l’avessi riprodotta nella sua interezza. Cose da non fare, e basta: pena accuse infamanti e contumelie." Non soltanto - come ho già detto - è assolutamente falso che io l'abbia ricoperto di insulti: ho, al contrario, tentato di convincerlo con la massima disponibilità, come dimostrerebbe il carteggio se soltanto Messori avesse la condiscendenza di renderlo pubblico. Ma è assolutamente falso che io abbia detto che che non si doveva riprodurre la citazione nella sua interezza. Sfido Messori a dimostrare come e quando io avrei detto o scritto una frase simile. Insomma, è un'autentica calunnia.
Aggiunge il nostro: "colpevolizzato da ogni parte, finii io stesso per chiedermi se la rivelazione di quelle parole “scandalose“ fosse davvero opportuna". No, diciamo piuttosto che egli finì con l'ammettere di aver detto parole maldestre e sbagliate e chiese persino aiuto per venir fuori dal guaio in cui si era cacciato. Io gli proposi di pubblicare parte della nostra corrispondenza, ed egli preferì fare un intervento molto ma molto più ambiguo sulla rivista Jesus, in cui comunque una qualche rettifica la faceva.

2) Dice Messori che io l'avrei coperto di insulti per la sua "trouvaille" concernente il caso Mortara. Falso anche questo. Diciamo piuttosto che tra me e lui si sviluppò una polemica di merito sull'interpretazione del caso Mortara. Ai lettori il giudizio circa la maggiore fondatezza dei rispettivi argomenti. Ma anche qui, cosa c'entrano gli insulti e chi ne ha mai fatti? Provi a dimostrarlo Messori, se può, altrimenti taccia.

3) Il terzo episodio è inventato di sana pianta. Non so neppure quale sia l'articolo e la rivista su cui Messori l'ha pubblicato. Quale sarebbe la mia risposta carica di "contumelie". Forse l'avrà fatto Gad Lerner, io no di certo.

4) Il quarto episodio è pure totalmente inventato. Non ho la minima idea di quale sia la trasmissione cui Messori allude, e francamente non mi è stato dato di vederlo in TV da tempo immemorabile. Certo, c'è stata la polemica sulle conversioni forzate sul Corriere della Sera nel gennaio 2005, ma in quella occasione ho polemizzato con altre persone, e della trasmissione di Messori, con tutto il rispetto, non mi sono mai occupato. A meno che Messori non alluda a una trasmissione a Porta a Porta che non ho visto ma di cui mi venne riferito in cui diede una esilarante interpretazione del termine "perfidi judaei". Chi ritrovi il mio commento a quell'interpretazione sul sito Informazione Corretta constaterà che ho certamente preso in giro il latinorum di Messori, ma se l'ironia è insulto e contumelia, allora Messori ha bisogno di un ripasso di italiano, non soltanto di latino.

5) Per finire, la polemica con Messori sull'Inquisizione l'ho fatta sul Foglio. E in quel caso, sì, ho attaccato duramente Messori, non certamente con insulti, è una cosa che non ho mai fatto, nessuno potrà mai dimostrare il contrario. E quell'attacco duro lo ripeterei. Perché parlare di una storiografia che avrebbe restituito una storia diversa dell'Inquisizione è una vergogna: storiografia negazionista è l'unico modo con cui può essere definita. Come è negazionista dire che l'Inquisizione è stata una sorta di istituzione benefica che ha prodotto si e no qualche decina di vittime. Per simili affermazioni Messori dovrebbe vergognarsi. Ma come potrebbe conoscere la vergogna una persona che è capace di raccontare storie come quelle di cui abbiamo appena parlato?

In conclusione: ancora una volta un bel tacer non fu mai scritto.

Botta e risposta con Messori

Il Foglio – 3 gennaio 2006

Caro Direttore,
lasci che, approfittando del torpore semifestivo, Le racconti qualche piccolo aneddoto curioso.
Cominciando, ad esempio dal “Testamento morale“ di Henri Bergson, ebreo, premio Nobel, accademico di Francia, uno dei maggiori filosofi del Novecento. Approssimandosi alla morte , sopravvenuta nel 1941, nel 1938, a cinque anni dall’ascesa di Hitler, Bergson scriveva: «Le mie riflessioni mi hanno portato sempre di più verso il cattolicesimo, dove vedo la realizzazione completa del giudaismo. Mi sarei convertito, se non avessi visto prepararsi da anni (in gran parte, ahimè !, per colpa di un certo numero di ebrei interamente sprovvisti di senso morale) la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo. Ho voluto restare tra coloro che saranno domani dei perseguitati. Ma spero che un prete cattolico vorrà, se il cardinale arcivescovo di Parigi lo autorizza, venire a dire delle preghiere alle mie esequie>>.
E’ un testo ben conosciuto in Francia ma quasi del tutto ignorato in Italia dove, le poche volte in cui è stato riprodotto, si è provveduto spesso a censurarlo, omettendo quanto Bergson ha messo tra parentesi su quella che egli, ebreo, chiama <> di <>. Mi è capitato, un paio di anni fa, di citarlo sul Corriere della Sera. Sono stato ricoperto da insulti, con il professor Giorgio Israel a capofila: non mi si contestava l’autenticità (inoppugnabile) della citazione, ma che l’avessi riprodotta nella sua interezza. Cose da non fare, e basta: pena accuse infamanti e contumelie. Tanto che , colpevolizzato da ogni parte, finii io stesso per chiedermi se la rivelazione di quelle parole “scandalose“ fosse davvero opportuna. Ma era forse colpa mia se Bergson le aveva vergate?
Qualche tempo dopo, pubblicavo da Mondadori una trouvaille non insignificante: in un archivio romano avevo rintracciato le memorie manoscritte e inedite di Edgardo Mortara, il bambino ebreo che fu sottratto da Pio IX alla sua famiglia perchè –battezzato segretamente in punto di morte dalla fantesca– secondo il diritto sia civile che canonico doveva essere allevato cristianamente sino alla maggiore età. Il “caso Mortara“ fu usato come un randello contro la Chiesa e ancora di recente lo si è tirato in campo per cercare di impedire la beatificazione di Pio IX. Quando Giovanni Paolo II si recò, ed era la prima volta per un papa, nella sinagoga di Roma, gli ebrei che lo accolsero gli ricordarono l’affaire come segno inespiabile dell’infamia cattolica. I molti che si sono occupati e si occupano di Mortara parlano di lui sempre e solo come il <> ma dimenticano gli 83 anni che sono seguiti: il “rapito“ volle farsi religioso, diventò un ardente missionario cristiano, morì novantenne, benedicendo per l’ennesima volta Pio IX e la serva che lo aveva battezzato, rammaricandosi soltanto che i suoi parenti non avessero voluto seguirlo sulla strada del Vangelo. Il manoscritto che ho ritrovato e che ho pubblicato per la prima volta, è un inno di gratitudine commossa al papa e alla Chiesa ed un duro atto di accusa verso coloro –Cavour, Napoleone III, massoni, protestanti, comunità ebraiche del Vecchio e Nuovo Mondo– che strumentalizzarono il caso di cui fu protagonista l’autore di quelle memorie.
Ancora una volta Giorgio Israel ed altri non vollero confrontarsi con un testo autentico ma mi copersero – prima ancora di leggere -di accuse infamanti e di contumelie. Dunque, uno storico che si imbatte in un importante documento inedito non dovrebbe pubblicarlo se i contenuti non sono secondo le attese di un gruppo?
Per passare a un terzo aneddoto: in una rubrica che tengo su un mensile, mi capitò di ricordare, en passant, che l’emancipazione ottocentesca degli israeliti fu accolta da molti, ovviamente, con sollievo ma suscitò anche inquietudini in una larga fascia dell’ebraismo, preoccupato per assimilazioni, matrimoni misti, perdita di identità. La “nostalgia del ghetto“ è un fenomeno ben provato e ben noto agli storici. Del resto, sin dai tempi precristiani, gli ebrei della Diaspora scelsero di vivere tra loro, in quartieri separati dai “gentili“ . In ogni caso, la Roma pontificia fu la sola capitale, in Europa, nella quale nel quale il ghetto non fu mai svuotato perché gli ebrei non furono mai espulsi e da Roma non emigrarono neanche quando i correligionari si rifugiavano nelle Americhe a navi intere. Ma cose simili sembrano far parte, essa pure, delle constatazioni che, pur oggettive, non si possono fare. Dunque, da Giorgio Israel, e altri (tra essi, Gad Lerner, addirittura sulla prima pagina de la Repubblica) ne ricavai il frutto consueto: accuse infamanti e contumelie .
Un quarto episodio: in un dibattito televisivo, avvertii che bisogna distinguere con cura, come esigono giustizia e verità: l’indubbio antigiudaismo cristiano fu cosa sola religiosa e nulla aveva a che fare con l’antisemitismo razziale, che è cosa tutta moderna, darwiniana (il nazismo fu una forma radicale di darwinismo, una ideologia della modernità atea e postcristiana, alla pari del comunismo). Insomma, i Padri della Chiesa non vanno messi nel mazzo di Adolf Hitler. Da Giorgio Israel e da altri, accuse infamanti e contumelie.
Per finire (a causa dello spazio, non della serie degli aneddoti, ben più numerosi) un quinto episodio. In un articolo ricordavo ciò che ogni storico aggiornato conosce: la ricerca moderna ha smontato buona parte della “leggenda nera“ sulla Inquisizione, ridimensionando drasticamente il numero delle vittime e riconoscendo che quei tribunali seguivano regole e concedevano garanzie ben superiori a quelle della contemporanea giustizia laica. In ogni caso, lo studioso degno del nome non deve cadere nell’anacronismo e deve cercare di comprendere le motivazioni dei protagonisti della storia, inquadrandoli nel loro tempo: humanas actiones intelligere! Altrimenti, che dire della inquisizione ebraica che scomunicò e perseguitò Baruch Spinoza, rammaricandosi che la legge dei Paesi Bassi le impedisse misure più radicali? Citavo anche il laicisssimo, l’anticlericale Luigi Firpo (mio maestro, tra l’altro, all’università di Torino) che scrisse, e mi ripetè più volte, che avrebbe preferito di gran lunga comparire davanti a un inquisitore domenicano che al giudice imparruccato di qualunque reame. Citazione insospettabile; ma, ancora una volta, da Israel e amici, accuse infamanti e contumelie.
Vedo ora (il Foglio di sabato scorso) che Israel sintetizza alcuni di questi temi per mettermi tra coloro che, come l’ebreo Harold Bloom, <> e mi invita ironicamente a un pic nic con Fernando Savater (con il quale, però, ho avuto una dura polemica sulle colonne del Corriere, giusto su argomenti religiosi: in questo il mio interlocutore è distratto). Ora: è logico, è comprensibile che Israel abbia bisogno di sbozzarsi la sagoma di alcuni “cattivi“ per far risaltare le virtù dei “buoni“, i cristiani, cioè, che accettano senza discutere ogni vulgata corrente e rinunciano a ogni tentativo di capire, di spiegare, se necessario di replicare. Credenti che sembrano immemori del motto crociano: << La storia non ha mai da essere giustiziera ma sempre giustificatrice>>. Se la ricerca di verità, anche difficili, è istigazione all’odio, se il confronto con testi autentici e con fatti provati è criminogeno, se il dire e scrivere quanto emerge dagli archivi è riprovevole: ebbene, se è così non intendo rammaricarmi degli insulti.
Lo dico con rammarico: Giorgio Israel ed io non ci conosciamo personalmente, mai ci è stato dato di incontrarci. Amici comuni mi parlano di lui con simpatia: e non ho difficoltà alcuna a credere loro. Se questo incontro ci sarà, come mi auguro, forse questo eccellente docente- cui, tra l’altro, va la mia stima per le sue cose, che ho letto con interesse e frutto, a metà come sono tra umanesimo e scienza, scritte con competenza e al contempo con una passione che mi è simpatetica– potrà rendersi conto che, da un cattolico come me (e siamo la maggioranza: creda a me, che conosco il milieu ), un ebreo ha da temere una cosa soltanto. Ciò che lo minaccia non sarà mai altro che l’invito a confrontarsi, con franchezza fraterna, su quel tema del messianismo che per Israel –e in questo concordo in pieno con lui- è il tema cruciale: è Gesù il Cristo annunciato dai Profeti o occorre attendere un altro? Non è questo, parola di vangelo, il dovere primario di ogni cristiano? Eppure, Israel mi ha diagnosticato -anche sull’ultimo numero di Shalom, la rivista ebraica- una <> nevrotica e pericolosa perchè cercherei di <>. Le auspicate discussioni a tu per tu con Israel saranno innaffiate, per quanto mi riguarda, da bottiglie di buon vino rosso, di cui sono estimatore e consumatore: la sola cosa che mi riesca difficile perdonare a Israel è che mi sospetti di essere persino un tristo astemio! Bacco, Tabacco e (a suo tempo) Venere ridurranno pure l’uomo “in cenere” ma mi sono cari e familiari: come dice il cardinal Biffi, la fede non significa rinunciare a nessun tortellino della vita ma gustarlo ancor di più, pensando a quelli che mangeremo in eterno.
In ogni caso, un auspicio. Che il confronto, se ha da esserci, avvenga sui fatti e sugli argomenti e non sul pregiudizio che sia un pericoloso avversario chi cerca una verità che non appare in linea con quella stabilita e autorizzata una volta per tutte. Tanto per dire : nessuno tra coloro che mi hanno aggredito con epiteti pesanti si è confrontato con l’autobiografia di Mortara, che volle divenire Padre Pio Maria in onore di Pio IX e della Madonna. Gli insulti erano motivati solo dalla decisione di pubblicarla, per giunta presso un editore come Mondadori che le ha assicurato una vasta diffusione. Attenzione –lo dico con affetto preoccupato- a non dare il sospetto di una “polizia del pensiero“: conoscendo le traversie troppo spesso tragiche del giudaismo, comprendo e rispetto una suscettibilità che non può però spingersi a considerare come nemica, e dunque da tacitare, ogni voce dialettica. Penso, ad esempio, a quanto avvenuto con un amico di Israele (al pari, almeno, di me) come Sergio Romano. Penso a certe leggi di un’Europa, libera in tutto, ma non nella possibilità per gli storici -fossero pure irritanti e persino faziosi- di indagare su momenti essenziali della storia del Continente. Per tornare a un caso specifico, è davvero giustificato che Giorgio Israel si sia liberato del memoriale Mortara, che imporrebbe di riconsiderare tutta la vicenda, con un aggettivo e un sostantivo: <> ? Un po’ poco, mi pare, come dialogo con l’esperienza di un uomo generoso che, nato ebreo, morì come Canonico Regolare Lateranense in odore di santità e che scrisse perchè fosse ascoltata anche la sua voce, dopo che tanti avevano parlato di lui solo per usarlo, rifiutando di rispettare le libere scelte cui era stato fedele per una lunghissima vita.
Grazie, caro Direttore, dell’ospitalità. E buon anno.

Vittorio Messori


Il Foglio – 4 gennaio 2006

Vittorio Messori è persona molto audace o che confida troppo nell’amnesia altrui. Sostiene di non avermi mai conosciuto, di aver sentito parlare di me da amici comuni, di auspicare un incontro e un dialogo, che io l’avrei sempre e soltanto ricoperto di contumelie e, a riprova, cita il caso di un suo articolo del 2001 sul Corriere della Sera in cui proponeva una frase di Henri Bergson come una pista per spiegare la Shoah. Quell’articolo suscitò reazioni sdegnate, fra cui quella di Claudio Magris. Al contrario, fra Messori e il sottoscritto – che egli non ha mai conosciuto – si sviluppò una corrispondenza che ho sottomano. Per dare un’idea quantitativa della mia disponibilità al dialogo, dirò che consta di 50401 battute, salvo altre lettere e telefonate.
Se Messori acconsente a pubblicarla (magari in rete) si potrà constatare quanto egli abbia apprezzato le mie critiche, che lo avevano fatto riflettere sulle sue frasi maldestre, dichiarando la sua amicizia nei miei confronti, della persona che non ha mai conosciuto. Frattanto, il Corriere pubblicava una sua lettera che ribadiva puntigliosamente le tesi dell’articolo su Bergson. Alle mie proteste, Messori dichiarò di averla scritta prima che io l’avessi fatto riflettere. Pubblicò quindi un articolo sulla rivista Jesus in cui ritornava sulla questione, limitandosi a dire che io gli avevo fornito una pista interpretativa.
Quindi, a dialogare apertamente e civilmente con Messori ci ho provato, eccome. Del resto, i lettori del Foglio sanno che non sono certamente un difensore dell’intangibilità degli ebrei, e che ho criticato – attirandomi non poche ostilità – il mito dell’unicità della Shoah. E proprio su queste pagine ho sostenuto polemiche con Messori (21 e 26 febbraio 2004 e 25 febbraio 2005), dure quanto si vuole, ma sui contenuti e senza contumelie. Non dice il vero quindi Messori quando pretende che io avrei liquidato i suoi argomenti sul caso Mortara con mere invettive. È lui piuttosto a esibire un’assoluta impenetrabilità agli argomenti altrui e a non vedere le travi nei suoi occhi. Chi provi a farlo, constaterà che dialogare con Messori è come sbattere la testa contro un muro di pietra. Mi sono dovuto progressivamente arrendere alla constatazione che Messori nutre un interesse spasmodico per gli ebrei che lo porta sempre e comunque a rivalutare i peggiori stereotipi e a giustificare (o “spiegare”) l’ingiustificabile, persino i processi dell’Inquisizione o le tirate antisemite di padre Ballerini su “Civiltà Cattolica”. E mi sono reso conto che Messori compie queste operazioni con un metodo che con la storiografia ha poco a che fare: spigola notizie disparate, seleziona una frase qua e là e ne ricava costruzioni senza fondamento, ma che magari portano a trovar prove del complotto dei “Protocolli” nel Talmud. (E che cos’è, di grazia, l’“inquisizione ebraica”?)
Un anno fa ho scritto sul Foglio un articolo dal titolo “Ebrei e cattolici smettano di ferirsi a colpi di passato”. È una cosa a cui credo profondamente. Non bisogna lasciarsi afferrare indefinitamente per i piedi dal passato. Tantomeno penso che si debba chiedere ai discendenti di chi ti ha fatto un torto di vivere in stato di eterna prostrazione. Ma, per favore, si aiuti un poco a coltivare simili sentimenti. È un aiuto sbatterti in faccia un’interpretazione storica che nega fino alla più totale sfida dell’evidenza qualsiasi responsabilità cristiana nell’antisemitismo? Quando, per la prima volta, scesi dall’aereo a Berlino ero molto emozionato perché calcavo la terra del paese in cui era stata distrutta la mia famiglia. Era un congresso internazionale scientifico, e nell’atrio incontrai un’esposizione dedicata al dramma dell’emigrazione degli scienziati ebrei tedeschi con l’avvento del nazismo. Mi fece così bene che, in quei giorni, circolavo per le vie di Berlino come se fosse casa mia, con un sentimento di riconciliazione profonda. Era bastato poco. Ma quali sentimenti avrei provato se mi fossi trovato di fronte ad affermazioni negazioniste o minimizzatrici? Invece Messori, con le sue minimizzazioni dell’Inquisizione, è capace di farti tornare un rigurgito di rabbia per la violenza subita, nel lontano 1492, dalla famiglia originaria della Spagna.
Un ultimo esempio. Nel suo libro sul caso Mortara, Messori ha parlato dell’Alliance Israélite Universelle. Chiunque conosca un minimo di storia seria sa che questa organizzazione s’inscriveva nella linea dei diritti dell’uomo del 1789 e mirava a organizzare il giudaismo su una base universalistica, ispirata ai principi illuministici di libertà, uguaglianza e laicità. I fondatori ritenevano che il progresso morale degli ebrei potesse conseguirsi attraverso la diffusione dell’istruzione fin nei territori più perduti e difatti venne creata una grande rete scolastica mondiale. Ebbene, per Messori, l’AIU sarebbe stata «la prima organizzazione ebraica di autodifesa in prospettiva mondiale», e non di autodifesa generica, ma propriamente militare. Insomma, un’organizzazione che preparava «incursioni» che erano «quasi una prefigurazione degli omicidi mirati dell’esercito israeliano»…
Non ho nulla contro i militari o i servizi di sicurezza, figurarsi. Ma sarebbe ragionevole affermare che l’ordine dei francescani è un reparto di teste di cuoio? Che dire? In questo caso, soltanto che, come pronipote del fondatore in Oriente dell’AIU, il rabbino Judah Nehama, spirito illuminato e tollerante, mi sento semplicemente offeso. Continui pure Messori a tirarci per i piedi con il passato, ma poi non si lamenti se il dialogo con lui è impossibile.


Giorgio Israel

lunedì 19 dicembre 2005

Una replica

Questa è la replica all'articolo di Paolo Franchi (Corriere della Sera del 14 dicembre 2005, v. sotto), per ora non pubblicata:


«È impossibile, in storia, evacuare i fatti e spiegare tutto» (A. Koyré). Nel nostro caso i fatti sono che, dopo la liberazione, vi furono vendette ed esecuzioni sommarie e che vi fu un’epurazione-amnistia che troppo spesso infierì su personaggi imputabili di colpe minori e assolse autentici mascalzoni, soprattutto gli attori delle politiche razziali. In che modo – si chiede Paolo Franchi – queste due movenze, a prima vista antitetiche, permettono di individuare un coerente capo d’imputazione nei confronti del comunismo togliattiano? Non è detto che sia possibile racchiudere in una sola spiegazione unitaria tanti fatti disparati (senza che tuttavia ciò autorizzi a evacuarli). Ma, per cercare una spiegazione, non bisogna mettere tutto nello stesso calderone. Restringiamoci al livello dei ceti dirigenti, soprattutto intellettuali. Qui, nell’ambito della prima movenza, spicca l’esecuzione di Giovanni Gentile, che fu istigata in alto loco, con parole indegne. Gentile era un fascista non pentito, ma non coinvolto in atti criminosi e che più di chiunque altro si tenne alla larga dalle politiche razziali. Era un intellettuale di primo piano (altro che Bottai!) e un grande organizzatore culturale (ben più di Croce), autore di una riforma dell’istruzione che ha plasmato l’Italia moderna e di una straordinaria impresa culturale (l’Enciclopedia Treccani). Poteva essere un temibile riferimento per una cultura di destra nell’Italia del dopoguerra. Non altrettanto temibili erano tanti altri intellettuali, chiaramente pronti a servire ogni padrone e ad adattare di conseguenza la loro “cultura”, compromessi non soltanto con il fascismo ma spesso con il razzismo e l’antisemitismo, e pertanto ricattabili e pronti a cambiar casacca in cambio di un lavacro purificatore. Franchi non ritiene che l’amnistia sia stata ingiusta. Certo, esisteva un problema di riconciliazione nazionale: costoro non andavano certo passati per le armi, pur essendosi sporcati ben più di Gentile. Tuttavia, si poteva collocarli a riposo o pretendere un periodo di pensoso ritiro, quantomeno privarli delle posizioni di comando che avevano acquisite sotto il regime, spesso approfittando immeritatamente dei vuoti aperti dalle leggi razziali. (Persino la rivista fascista “Vita universitaria” aveva segnalato il fenomeno avvertendo che non erano stati cacciati gli ebrei dalle università «per saturarle di impreparati o di furbi». E il libro di Mirella Serri documenta con quanta “magnanimità” Bottai creò cattedre e posti per servi spesso neppure diplomati). Il processo di epurazione-amnistia andò in senso opposto. Si preferì riciclare e privilegiare un’intero ceto intellettuale compromesso col fascismo e persino col razzismo. Mentre professori e funzionari ebrei venivano reintegrati su posti strapuntino in attesa del pensionamento, fascistoni e razzisti conservavano, con una nuova divisa, le posizioni di comando. Questa non era riconciliazione nazionale ma perpetuazione della struttura culturale dirigente del regime fascista sotto mentite spoglie. Le vittime del razzismo e il loro diritto a riprendere le posizioni perdute furono sacrificati all’intento di conquistare l’egemonia culturale, creando delle “casematte” sul modello di un “Primato” cambiato di segno politico rispetto a quello di Bottai. Il riciclaggio di questi intellettuali fu facilitato dal fatto che si chiedeva loro non di aderire a un antifascismo qualsiasi, ma a un antifascismo comunista, anticapitalista, antioccidentale, che guardava all’URSS, e quindi capace di offrire una certa continuità ideologica.
Quindi il capo d’imputazione è preciso, coerente e per nulla contraddittorio. Mi creda Paolo Franchi: non sono cose che si dicono a cuor leggero, ma con autentico turbamento. Difatti, si tratta di una storia che in tanti abbiamo vissuto inconsapevolmente, per tutto ciò che è stato occultato, accanitamente negato o minimizzato. Se avessimo saputo cosa avevano fatto e scritto personaggi come Galvano della Volpe o Mario Alicata – senza mai farci i conti e offrendosi persino con arroganza come modello di pensiero e azione, mentre altri avevano fatto pubblica ammenda di colpe molto minori, riflettendo a fondo sul senso di quel che era successo loro – avremmo capito che costoro stavano trasportando da una parte all’altra la loro visione e il loro animo totalitario, illiberale e antidemocratico e stavano ingannando alcune generazioni di giovani. Le responsabilità di Togliatti – che ha costruito un nuovo ceto dirigente intellettuale con questi personaggi, mentre additava Gentile come figura da eliminare – sono immense. Per questo, non può che essere un gran bene per una sinistra che è una componente così fondamentale della vita politica e sociale del nostro paese, guardare ad occhi aperti e fino in fondo in questo passato storico.

Giorgio Israel


mercoledì 7 dicembre 2005

Un bel tacer non fu mai scritto

"Se rifiuto la politica degli intellettuali progressisti, è per le stesse ragioni per cui ho rifiutato quella degli intellettuali collaborazionisti"
Albert CAMUS


Debbo iniziare con un’ammissione. Stavo scrivendo una severa critica del libro di Giorgio Fabre “Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita”, che mi è parso manifestare il ritorno di una storiografia antifascista militante che rialza sempre la posta, spingendosi ora a proporre l’insostenibile tesi di un Mussolini costituzionalmente antisemita. Ed ecco questa polemica sulla rivista “Primato”, che fa venir la voglia di strappare tutto e di chiedersi se sarà mai possibile fare un discorso razionale sul fascismo senza doversi infangare nella palude del giustificazionismo.
Il comunismo è morto e sepolto, anzi è in metastasi. E chissà quanto bisognerà sopportare ancora l’insostenibile pesantezza dell’eredità del gran cadavere, che ci ha regalato, tra i suoi peccatucci minori, l’ostruzione a una storiografia non militante del fascismo, l’incomprensione totale della questione ebraica, e ora i sentimenti offesi di parenti che, pur di non veder macchiata la memoria dei loro cari, si producono nelle più improbabili rivalutazioni delle manifestazioni più impresentabili del fascismo. Ai documenti prodotti da Mirella Serri si è risposto con una caterva di insulti in stile inconfondibilmente baffuto. Giuliano Ferrara invita a tenere sotto controllo le emozioni per non rendere impossibile una “vera discussione storica”. Ma le esperienze personali, e persino le emozioni, possono dare un utile apporto all’analisi storica, purché non si ipotizzi di risolvere i dissensi in tribunale, perché allora si è al di qua di ogni discorso razionale. Fulvia Trombadori si chiede sdegnata come possa essere sospettata di antisemitismo una medaglia della resistenza antifascista. Ma qui non è in gioco la rispettabilità personale, bensì qualcosa di più complesso, che merita di essere compreso e non può essere esorcizzato agitando medaglie. A meno che non si vogliano riesumare sparate retoriche alla Giancarlo Pajetta che, quando era interpellato sul tema, ricordava sempre quel che avrebbero usato dire i nazifascisti ai loro prigionieri: «Un passo avanti gli ebrei e gli antifascisti». Come se non fosse esistito un modo di ispezione genitale per individuare gli ebrei e gli antifascisti fossero così cretini da fare un passo avanti.
Il peso delle vicende personali… E va bene, partiamo da queste, e vediamo se è possibile non finire incastrati nella contrapposizione fra emozioni opposte, fra medaglie ottenute e risarcimenti negati, e imboccare un percorso razionale anche da un simile punto di partenza.
Quando mi iscrissi all’Università di Roma nel 1964 fu per me un autentico shock trovare in calce al mio libretto universitario la firma dell’allora preside della Facoltà di Scienze, Sabato Visco. Era un nome da brividi a casa mia. Mio padre era stato primo aiuto e sostituto in ogni funzione del biologo senatore Giulio Fano. Quando questi morì improvvisamente, egli si vide piombare davanti Visco come successore del Fano. Innumerevoli racconti circolano circa l’incompetenza scientifica di costui (anche a me narrati qualche anno fa dal Nobel Emilio Segré). Ma al di là degli aneddoti c’è di oggettivo la mediocrità della sua produzione scientifica e il suo curriculum razzista a tutto tondo culminato nella funzione di Capo dell’Ufficio Razza del Minculpop. Rese impossibile la vita a mio padre, che tormentava con discorsi antisemiti che propinava dietro la sua scrivania roteando un mazzo di chiavi, fino a determinarlo a rassegnare le dimissioni, quando ancora non erano state promulgate le leggi razziali.
Vedendo quella firma mi rivolsi a Lucio Lombardo Radice e gli chiesi come un simile personaggio potesse essere preside di una facoltà così prestigiosa (e progressista). Ne ricevetti una stupefacente risposta: «Si, va bene, ma è tanto bravo a trovare denaro». Fu di certo la mia militanza comunista a farmi accontentare di una simile spiegazione. Certo, mi chiesi molte volte come un illustre scienziato (vittima delle leggi razziali) come Beniamino Segre accettasse di sedere accanto a Visco nelle sedute dell’Accademia dei Lincei. Allora Segre era presidente dell’Associazione Italia-URSS e (che cantonata!) fu proprio questa carica a farmelo apparire al disopra di ogni sospetto.
La comprensione di fatti come questi – ne potrei raccontare altri – è iniziata per me prima di ricercarla sul terreno storiografico. Essa è nata dalla progressiva constatazione dell’assoluta incomprensione del mondo comunista per la questione ebraica, al punto da indurla persino nei militanti ebrei. Non si trattava soltanto di un’incomprensione culturale, che pure esisteva: come definire altrimenti la condizione di chi dichiari apertamente che per lui il processo di “emancipazione ebraica” è un oggetto inafferrabile, di cui ignora persino l’esistenza storica? No, si trattava di qualcosa di più profondo, che aveva a che fare con un vero e proprio rigetto ideologico e psicologico. In fondo, di fronte alla vicenda Visco, da buon militante comunista, mi ero chiesto più volte se non ci fosse qualcosa di errato nei giudizi e addirittura negli atti di mio padre. Come spiegare altrimenti l’atteggiamento condiscendente di un rispettabile esponente dell’antifascismo come Lombardo Radice? Me lo chiedevo anche a causa di una domanda corrosiva che metteva in discussione la credibilità di mio padre. Era una domanda non ipotetica, che mi ero sentito rivolgere tante volte dai miei “compagni”: «Che faceva tuo padre mentre gli altri facevano la resistenza?». Ed ero costretto ad ammettere, con un sentimento di vergogna e di menomazione, che egli era stato “soltanto” un perseguitato, magari nascosto in un convento, una specie di imboscato. So bene quante facce di bronzo circolino ancor oggi che sarebbero capaci di negare che un tema caratteristico degli anni ’60 e ’70 (e oltre), sia stato quello di considerare le vittime del nazifascismo per ragioni di militanza antifascista come aventi dignità superiore alle vittime per “semplici” motivi razziali. «I primi affrontavano coscientemente la morte, mentre i secondi la subivano come pecore incoscienti inviate al macello»: una frase udita quante volte! Era un giudizio rafforzato dalla constatazione che molte di queste vittime erano “persino” fasciste…
Sarà opportuno un giorno narrare e analizzare le devastazioni prodotte da un simile modo di pensare nelle coscienze di tanti militanti comunisti ebrei, quelli che non avevano imbracciato il fucile e non si erano conquistati il diploma di eroi o vittime di prima classe.
Gli esempi di questa perversa forma di intimidazione sono sotto gli occhi di chiunque voglia tenerli aperti. Anni fa citai il caso del film All'armi siam fascisti, un documentario storico di Del Fra, Mangini e Micciché, su testo di Franco Fortini, che pure aveva destato le mie passioni di giovane militante. In quel film le immagini di Auschwitz era commentate con una sola frase: «Chi vuol comandare ha bisogno di servi. I servi avranno un contrassegno: la stella di David. L’odio di classe si traveste da odio di razza». Un puro travestimento… Insomma, lo sterminio razziale poteva rientrare negli schemi mentali di un comunista e nei parametri di ciò che è condannabile nella misura in cui era riconducibile a una manifestazione di odio di classe. Si potrebbe dare una migliore illustrazione di quanto sopra descritto?
Sì, può essere data. Ed è la storiografia a darcela. O meglio: la constatazione che la questione della politica razziale del fascismo è stata sempre sistematicamente ignorata dalla storiografia comunista che l’ha scoperta soltanto molto tardi, mentre è stato il vituperato storico “revisionista” Renzo De Felice a scoperchiare per primo la maleodorante pattumiera.
Ma su questo torneremo fra poco. In una polemica che ebbi con Micciché a proposito del detto film, questi ammise che la sinistra aveva dei cadaveri nell’armadio circa le leggi razziali, ma che anche gli ebrei avevano dei cadaveri nell’armadio, perché parecchi di loro erano stati fascisti. (Affermazione singolare che conferma perfettamente l’analisi fatta prima…). Chiediamoci a quali cadaveri nell’armadio potesse alludere Micciché. Andiamo per le spicce. La risposta sta in due momenti fondamentali della transizione fra il regime fascista e la repubblica antifascista: l’epurazione e l’amnistia. Il loro effetto veniva così descritto dal fisico Enrico Persico in lettera inviata nel 1946 al suo collega Franco Rasetti definitivamente trasferitosi all'estero: «Qui come sai abbiamo fatto la repubblica, alla quale io ho dato il mio voto, ma senza farmi troppe illusioni. Il suo primo atto è stata una pazzesca amnistia che rimette in circolazione ladri, spie fasciste, rastrellatori e torturatori, eccetto quelli le cui torture erano “particolarmente efferate” (sic). Viene proprio il rimpianto di non aver fatto, a suo tempo, il torturatore moderatamente efferato. L’epurazione, come forse saprai, si è risolta in una burletta, e fascistoni e firmatari del manifesto della razza rientrano trionfalmente nelle Università».
Una sparata superficiale e viscerale? Certo, qualche forma di riconciliazione nazionale doveva pur essere promossa. Ma quel che avvenne con l’epurazione e l’amnistia fu qualcosa di molto peggiore di quanto denunciato da Persico. Per ovvie ragioni di spazio mi limito a pochi esempi emblematici. Nel gennaio 1946 l’Accademia dei Lincei dichiara decaduti una serie di accademici compromessi col fascismo: fra questi, assieme a gerarchi fascisti come Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni e Sabato Visco figurano alcuni accademici ebrei che erano stati cacciati nel 1938 per effetto delle leggi razziali antiebraiche… Ad esempio, Carlo Foà, Tullio Terni, Mario Camis. Le vittime, colpevoli di aver prestato il giuramento di fedeltà al regime, vengono epurate assieme ai loro persecutori. Per effetto di un simile affronto Tullio Terni si suicida. Non fa in tempo, per sua fortuna, ad assistere al lavaggio in candeggina dei suoi persecutori e, in molti casi, al loro trionfale ritorno sulle precedenti posizioni di potere. Non mi soffermo sulle modalità miserande del reintegro dei professori cacciati per motivi razziali – su posti “strapuntino” appositamente creati per loro – fino a casi tragicomici come quello di Guido Tedeschi cui non si voleva restituire il posto di professore ordinario, non avendo egli svolto (in periodo razziale…) il prescritto triennio di straordinariato.
Il tragico suicidio di Terni è l’emblema di una colossale ingiustizia, di una connivenza di stile mafioso con gli aguzzini. Può forse dirsi che non vi sia stata epurazione nel periodo post-fascista? No, di certo. C’è stata l’epurazione dei poveretti come Terni o Camis, colpevoli soltanto di aver messo la “cimicetta” e che sono morti dalla vergogna, fino al suicidio. C’è stato l’assassinio di Giovanni Gentile, fascistissimo ma uno dei pochi intellettuali che non si sporcarono con la politica razziale. Infine, c’è stata l’epurazione raccontata da Pansa, quella violenta, fuori della legalità, che mirava al fascista della porta accanto. E poi – mentre nessuno si preoccupava di abrogare le leggi razziali: come ha documentato una ricerca del Senato della Repubblica le delegificazione razziale è terminata nel 1987! – è venuta l’amnistia. L’amnistia togliattiana, rapida e generosa, soprattutto per quei ceti della classe dirigente, in particolare intellettuali, che potevano offrire la complicità e la fedeltà in cambio del lavacro dei peccati, che potevano garantire l’egemonia, soprattutto culturale, in perfetta applicazione delle prescrizioni gramsciane: conquistare le “casematte” della società.
È in questo contesto che va visto il connubio che si è verificato in “Primato”. Non si tratta certo di riesumare l’improbabile teoria secondo cui Bottai preparava qui la covata degli intellettuali atti a gestire la caduta del fascismo: Bottai è stato fascista e razzista fino in fondo. Ma la coesistenza di un così alto numero di intellettuali – fascisti, cattolici, comunisti – in questa iniziativa, ha creato il terreno atto a favorire il trasferimento in blocco di tutta la compagine sotto nuove ali e a realizzare una nuova egemonia culturale. “Primato” è stato la premessa ideologica dell’amnistia togliattiana e, al contempo, la condizione per il suo successo. Del resto, come era possibile convincere tanti personaggi, che si erano letteralmente insozzati di razzismo, a passare armi e bagagli dall’altra parte, se non offrendo in cambio un robusta cortina di silenzio? E, viceversa, come si poteva agire diversamente, quando tanti intellettuali non fascisti o addirittura antifascisti avevano accettato certi compromessi, come quello di scrivere su “Primato”, una pagina più in là di Bottai? Quando si fanno dei patti con il diavolo se ne pagano i prezzi. Certo, si poteva uscire dal fascismo in modo diverso, con un’opera di pulizia radicale, pratica e morale, per esempio facendo sì che i personaggi più compromessi nella politica razziale stessero almeno per un po’ in disparte. Si decise esattamente l’opposto.
Non è in gioco l’onorabilità dei singoli – quantomeno di quelli che non parteciparono in prima persona alla “canea di quegli anni” (per dirla con De Felice). Resta il fatto che una serie di scelte politiche della dirigenza politico-culturale dell’antifascismo (non soltanto comunista!) hanno spinto nella direzione di una falsa epurazione e di un’amnistia ingiusta, per cui se siamo qui – a tanti anni di distanza – a parlare ancora di quelle vicende è perché si è scelto di mettere in opera una straordinaria e vergognosa operazione di lavacro e di occultamento.
Ma, si dice, mettere sotto accusa “Primato” è quanto mettere sotto accusa tutta la cultura italiana, il che sarebbe ridicolo. E Duccio Trombadori stende la poderosa lista della crema della cultura italiana che scriveva su “Primato”. Ma che argomento è mai questo? Viene da dire, con Totò: ma ci faccia il piacere… Lo ha raccontato già De Felice quarant’anni fa: la cultura italiana «aderì su larghissima scala all’antisemitismo» e «pochi uomini di cultura anche tra coloro che godevano di tali posizioni di prestigio da non avere nulla da perdere, seppero mantenersi estranei alla canea di quegli anni», dando luogo a una pubblicistica antisemita «vastissima quanto mai si possa immaginare». Fecero eccezione pochissimi, tra cui Gentile: ma lui ci ha pensato un eroe partigiano ad abbatterlo, mentre ai “difensori della razza” si stendevano i tappeti del potere.
Così è stato. Tanto vasto è stato il livello di compromissione del mondo della cultura. E allora che dovremmo dire? Che, siccome la crema della cultura italiana si è macchiata di razzismo antisemita, questo non è mai esistito? O che altro diamine dovremmo dire, per non provocare l’irato fastidio di chi non vuol vedersi sbattere ancora tra i piedi questa vecchia storia? Dispiace se qualcuno si sente disturbato nella sua pennichella, ma sono passati i tempi in cui quattro insulti di stile baffuto potevano intimidire e indurre al silenzio. Poteva accadere ancora ai tempi del primo libro di De Felice. Difatti, mentre egli caratterizzava a quel modo il comportamento del mondo culturale italiano, si guardava bene dal fare troppi nomi: avrebbe dovuto pagare dei prezzi ben più alti di quelli che ha pagato, in un’università in cui ancor oggi abbondano le aule intestate a mascalzoni del regime portati tuttora sugli scudi dai loro allievi progressisti. Ancora nel 1987, il catalogo che illustrava lo spirito del progetto di esposizione E42 (“Utopia e scenario del regime”), si guardava bene dall’insistere sulla componente pesantemente razziale della mostra e presentava addirittura Visco come un nobile scienziato ispirato da un amore disinteressato per la conoscenza. E quando, nel 1998, pubblicai – assieme a Pietro Nastasi – il volume “Scienza e razza nell’Italia fascista”, alcuni canuti allievi degli accademici razzisti del tempo non mancarono di manifestare la loro ira per il reato di lesa maestà nei confronti dei loro maestri. Casi sempre più isolati, per fortuna, e per questo si è finalmente sviluppata una storiografia che ha scoperchiato i tombini e posto il problema della comprensione del drammatico fenomeno dell’adesione di massa del mondo culturale italiano – non di certo della società italiana in generale, al contrario – alle politiche razziali del fascismo.
Ma si dice che “Primato” non era una rivista razzista e che neppure Bottai lo era. Quando si ha il coraggio di accompagnare il nome di “Primato” o quello di Bottai con l’ironica virgolettatura accompagnata da punto esclamativo “ariano e antisemita” (!), è chiaro che si mira a provocare una reazione emotiva, che sarebbe sacrosanta. Ci vuole una bella dose di incoscienza provocatoria nel prodursi in simili sghignazzate, in barba a centinaia di pagine di documenti che mostrano come Bottai sia stato il campione della politica razziale, uno dei suoi più pedanti, accaniti e spietati esecutori nell’ambito culturale, e un dichiarato assertore della centralità della tematica razziale nell’ideologia del fascismo. Bottai intellettuale di prim’ordine? Certo, si accomodi – e in tal modo si qualifichi – chi vuole abbeverarsi alla fonte del fine pensatore che vedeva nella filosofia di Spinoza un prova del “pervertimento giudaico” o che concludeva il Congresso dell’Unione Matematica del 1940 proclamando: «la matematica italiana, non più monopolio di geometri d’altre razze, ritrova la genialità e la poliedricità tutta sua propria per cui furono grandi nel clima dell’unità della Patria, i Casorati, i Brioschi, i Betti, i Cremona, i Beltrami, e riprende, con la potenza della razza purificata e liberata, il suo cammino ascensionale». Se si vuole andare a braccetto di simili figuri, e proporre questo pattume come crema della cultura, ci si accomodi: vuol dire davvero che il modello politico-culturale di “Primato” per certuni è ancora attuale.
I percorsi individuali tormentati e difficili sono da considerare con rispetto: quel rispetto che le ideologie totalitarie non hanno mai avuto. Nessuno può pensare che Giovanni Spadolini non fosse persona rispettabile, soltanto perché aveva compiuto un peccato di gioventù. Peraltro, fu proprio lui a promuovere la ricerca sulla lentezza della delegificazione razziale. Piovene si macchiò di colpe ben peggiori, ma ebbe il coraggio di una radicale autocritica. È una pretesa inaudita pretendere la chiusura emotiva di una partita di quasi settant’anni fa facendo diventare bianco quel che è nero. Personalmente sono favorevole ad abbattere tutti i muri e trovo deplorevole ogni censura, anche nei confronti della pubblicazione del “Mein Kampf”, il che è però altra cosa dal presentarlo come la “Critica della Ragion pratica”. Si lasci una buona volta la possibilità di sviluppare una storiografia libera e senza reticenze, che rifugga dalle tentazioni ideologiche di una demonizzazione assoluta del fascismo – come è quella di chi vuol equiparare Mussolini a Hitler – o di un’opera di rivalutazione, magari per occultare i misfatti della transizione. Se invece si vuol continuare a dire che Gentile era un intellettuale mediocre e responsabile della politica razziale e proclamare che Bottai era un grande intellettuale che col razzismo antisemita non ebbe mai nulla a che fare – il tutto per il sordido motivo che il primo fu fascista fino in fondo e il secondo coccolò furbescamente gli antifascisti –, ebbene non ci sarà barba di aristocrazia postcomunista capace di imporre il silenzio. Giuliano Ferrara si è giustamente stufato e teme che si continui così fino al 2018: timore fondato.



Giorgio Israel

Pubblicato su Il Foglio, martedì 6 dicembre 2005

giovedì 3 novembre 2005

Per difendere il diritto di Israele

Mistificazioni

Come si usa dire, il troppo stroppia. Già, circa un anno fa, Giulio Giorello, dichiarò che l’Illuminismo non è nato in Occidente ma nell’Islam. Divertente. E, per una volta, passi. Ha anche più volte insistito sul fondamentale apporto dell’Islam alla nascita della scienza moderna. Affermazione che, messa giù così, richiede non poche precisazioni. E passi ancora. Ma quel che abbiamo letto giorni fa suscita la domanda se Giorello abbia perso la trebisonda oppure stia facendo un lavoro sistematico di disinformazione.
Egli scrive: “per quanto riguarda le conquiste della scienza e della tecnica, mi sembra che il Cristianesimo sia ampiamente battuto da religioni come il Buddhismo”. Affermazione cui evidentemente soggiace una revisione storiografica epocale, poiché a noi miseri ignoranti non era giunta mai notizia di una grande scienza sviluppatasi in contesto buddista, né avevamo mai sentito parlare di Galilei e Newton buddisti. Restiamo in attesa di documentazione bibliografica, perché in questa corta vita c’è sempre da imparare qualcosa.
E Giorello così continua: “per non dire che nei due altri grandi monoteismi non c’è stato un caso Galileo, anche se c’è stato un caso Spinoza per l’Ebraismo, ma qui si trattava non tanto di scienza quanto di filosofia”. In quanto ebreo, ringrazio per la cortesia, ma la respingo al mittente. In primo luogo, perché non si vede perché l’intolleranza filosofica sia meno grave di quella scientifica. In secondo luogo, perché distinguere tra scienza e filosofia nell’epoca dell’autore dell’“Ethica more geometrico demonstrata”, di Leibniz (creatore del calcolo differenziale) o di Descartes, è alquanto bizzarro. Che il caso Spinoza sia stato meno grave del caso Galileo, perché non si trattò di una condanna della comunità di Amsterdam e non di tutto il mondo ebraico (in cui non esiste un’unica autorità), può esser vero. Ma è meglio non cercare scusanti: si trattò di una bruttissima pagina, e si potrebbe raccontarne altre analoghe.
Ma veniamo ora all’Islam, in cui non ci sarebbe mai stato alcun caso Galileo. Lasciamo perdere Maimonide, che per salvare la pelle dalla persecuzione dei principi Almohades dovette tagliar la corda in tutta fretta e tanti altri episodi analoghi di intolleranza. Parliamo piuttosto di Averroé che dal 1195 fu bandito e perseguitato nell’ambito del suo mondo musulmano per le sue idee filosofico-scientifiche. Non risulta che sia stato vittima della Santa Inquisizione. I suoi libri furono dati alle fiamme e, anche se negli ultimi anni ebbe un po’ di pace, il suo insegnamento fu cancellato nel mondo islamico e venne tramandato piuttosto nell’Occidente cristiano, dove le sue opere vennero tradotte in latino e in ebraico. Sul tema è stato fatto pure un film (“Il destino” di Youssef Chahine), ma evidentemente a Giorello il cinema non piace.
Il caso Averroé come il caso Galileo? Peggio. Perché, se Galileo è stato riabilitato nel mondo occidentale – e molto molto prima della riabilitazione ufficiale da parte della Chiesa –, la vicenda di Averroé rappresenta una sorta di pietra miliare del divorzio dell’Islam dalla modernità perché uno dei capisaldi del pensiero integralista islamico è il rifiuto del razionalismo di cui era intriso il pensiero averroistico. Senza andar troppo sul sofisticato, consiglierei la lettura dell’articolo di una studiosa musulmana, Farida Faouzia Charfi, comparso sulla rivista “Prometeo” nel 1996 (“Islamismo e progresso tecnologico”), in tempi in cui ancora non si rischiava una fatwa per scrivere certe cose. Charfi richiamava la figura di Averroé in quanto, a suo avviso, “riattingere alle idee dei pensatori più illuminati rappresenta una possibilità di apertura per le società musulmane”, e ne ricordava la tesi secondo cui “niente prova la saggezza divina meglio dell’ordine del cosmo. L’ordine del cosmo può essere provato dalla ragione. Negare la causalità è negare la saggezza divina … e colui che nega la causalità nega e disconosce la scienza e la conoscenza”. Parole scritte nel testo “Autodistruzione dell’autodistruzione”, in risposta all’“Autodistruzione dei filosofi” di Ghazali (profeta ante litteram dell’integralismo islamico, vissuto nel XI secolo). Ghazali sosteneva che “il cosmo è volontario. È creazione permanente di Dio e non obbedisce ad alcuna norma. … la natura è al servizio dell’Onnipotente: essa non agisce in modo autonomo, ma è utilizzata al servizio del suo creatore. … Benché non abbiano rapporto con la religione, le scienze matematiche sono alla base delle altre scienze, dai cui vizi lo studioso rischia di rimanere contagiato. Sono pochi coloro che se ne occupano senza sottrarsi al pericolo di perdere la fede.”
Si può dire, in sintesi, che il mondo islamico ha finito col scegliere Ghazali contro Averroé e, in tal modo, si è autoescluso dal processo fondante del pensiero scientifico moderno, rifiutandone radicalmente l’idea portante e cioè il concetto di “legge naturale”. Nessuno può seriamente contestare lo straordinario apporto del mondo musulmano alla nascita della scienza moderna, sia per il contributo alla riscoperta dei classici greci, sia per gli originali apporti alla matematica, all’astronomia e alla tecnica. Ma tale contributo, per quanto importante, non fu decisivo perché – come osserva Charfi – “gli Arabi non hanno proposto nuovi modelli di rappresentazione del mondo, non hanno rimesso in discussione il modello tolemaico: il loro contributo all’evoluzione della scienza del cosmo si è dunque mantenuto modesto”. E Charfi prosegue osservando che “un modo di reagire a questa lacuna consiste nel dare un eccessivo rilievo all’apporto degli Arabi in campo scientifico e nel manifestare riserve circa il reale contributo degli occidentali ai progressi della scienza.”
Per ragioni politiche fin troppo evidenti siamo in piena esplosione di questo tipo di campagna propagandistica, contro cui occorrerebbe ricordare l’osservazione del celebre storico della scienza Alexandre Koyré, secondo cui la rivoluzione scientifica è avvenuta nell’Occidente cristiano, e non altrove, e il mondo musulmano si è semplicemente ritirato ed estraniato da questo sviluppo. E non si venga a dire che questo è avvenuto perché l’Europa cristiana ha espulso i musulmani. Ben peggio avvenne per gli ebrei, i quali tuttavia non hanno mai smesso di intrattenere il loro rapporto preferenziale con l’Europa cristiana, per quanto esso fosse drammaticamente difficile. I grandi sviluppi della mistica ebraica medioevale si sono avuti principalmente nel mondo cristiano, in Provenza, in Spagna, in Italia e nell’Europa dell’Est, e anche gli sviluppi avvenuti in terra palestinese non risentirono di un influsso o rapporto col mondo musulmano circostante. Del resto, è opportuno notare che le interazioni più proficue tra le tre culture nella Spagna medioevale si sono avuti soprattutto nelle terre amministrate dai re cristiani, che a lungo hanno difeso un regime di tolleranza, anche resistendo alle pressioni dell’Inquisizione. È in questo contesto, e non in altri, che si sono sviluppate le celebri scuole di traduzioni, come quella di Toledo, che hanno trasmesso i testi dell’antichità greca alla nascente Europa moderna.
L’analisi delle origini del concetto di legge naturale è tema infinitamente complesso e comunque le ricerche convergono verso l’individuazione delle radici giuridiche e teologiche di questo concetto. Legge naturale non vuol dire affatto che la natura obbedisce a regole sue proprie, bensì a un ordine stabilito da Dio e che, tuttavia, non è arbitrio puro, ma ordine. Perciò, le origini della scienza moderna non hanno niente a che fare con una filosofia “naturalista” nel senso moderno (materialista e antireligioso) del termine, bensì – come ha osservato efficacemente Amos Funkenstein – di “un modo nuovo ed originale di affrontare i problemi teologici, una sorta di teologia laica, secolare. … Galileo e Descartes, Leibniz e Newton, Hobbes e Vico, non erano degli ecclesiastici … eppure trattarono ampiamente di problemi di natura teologica. La loro era una teologia secolare, anche nel senso che era orientata verso il mondo terreno”. La nascita della scienza moderna non è stata la discesa di un gruppo di extraterrestri atei e naturalisti in un mondo di bigotti che l’ha prontamente perseguitato: è stata piuttosto il risultato e la germinazione di un lungo processo di riflessioni filosofiche, teologiche e religiose (inclusi gli aspetti mistici di queste ultime) in una forma di teologia secolare, volta a scoprire le leggi del disegno divino di costruzione della natura. Non c’è dubbio che anche il mondo musulmano abbia contribuito a porre le basi di questi sviluppi, ma altri ne hanno tratto i frutti, mentre l’Islam si è ritirato dal processo della formazione della scienza e della filosofia moderne.
Ché poi quell’Europa cristiana che aveva posto le premesse per la rivoluzione scientifica e filosofica sia stata anche il luogo in cui ne sono stati perseguitati i principali protagonisti, è indiscutibile. Come ha osservato Frances Yates, la rivoluzione scientifica progrediva proprio mentre avanzava un cupo periodo di caccia alle streghe. Tuttavia, della complessità e delle contraddizioni degli sviluppi storici occorre farsi carico, e non risolvere le difficoltà con semplificazioni di comodo, come quella di inventare un’inesistente contrapposizione fra scienza e religione, di principio e fin dalle origini.
Nessuno mette in discussione il diritto di essere atei, e magari di avere pure in antipatia la religione. Figuriamoci. Ma di qui a dire amenità come quella secondo cui “si è religiosi per caso (per esempio, per l’accidente della nascita), ma si diventa illuministi nel senso genuino della parola solo per scelta”, ne corre. Anche perché, in tal modo, si da mostra di un rifiuto intollerante a capire le esperienze altrui che è la negazione di quella tolleranza illuminista di cui si mena vanto. Ma forse è proprio questo l’illuminismo figlio dell’integralismo islamico… Si da invece il caso che c’è chi diventa religioso attraverso un processo di scoperta e di scelta, e chi nasce fanatico integralista (ateo o credente che sia) e resta tale per tutta la vita.


Giorgio Israel

martedì 18 ottobre 2005

Polemiche su Shoah e aborto

Alcuni giorni fa (14 ottobre) ho pubblicato un articolo su Il Foglio che interveniva nella polemica sul parallelo fra Shoah e aborto istituito da Giuliano Ferrara.
A questo articolo ha risposto sempre su Il Foglio, martedì 18 novembre, Luigi Manconi: il suo articolo si trova sul sito del giornale http://www.ilfoglio.it, dove si può scaricare in pdf.
Riporto sotto il mio articolo e una controrisposta a quella di Luigi Manconi.


Se ripeto – perché l’ho già scritto in un libro e su queste pagine – che la tesi dell’assoluta unicità e incomparabilità della Shoah, nel contesto di tutte le stragi di massa della storia, è un’idea assurda e devastante, spero che nessuno mi accusi di sacrilegio e di profanazione. Chi facesse questo meriterebbe soltanto la commiserazione da riservare ai miserabili. Occorre sapere che cosa significhi la solitudine che deriva dalla scomparsa di una famiglia numerosa, in parte sterminata, in parte disintegrata ai quattro angoli della terra. Occorre sapere che cosa significhi constatare che, nel ricostruire una nuova famiglia, ai tuoi figli non puoi fare a meno di gettare sulle spalle quel vuoto incolmabile, e che esso farà sentire i suoi effetti per alcune generazioni. E se sai questo non puoi sottovalutare l’orrore della Shoah. Ma allora devi anche sapere che non puoi neppure farne un fatto soltanto “tuo”, qualcosa che sta al di sopra e al di fuori della storia, e che non ha rapporti e metro di paragone con le tragedie, gli orrori e i crimini che hanno tormentato e tormentano l’umanità.
Un episodio mi ha segnato molti anni fa: non c’era ancora il Giorno della Memoria, ma si trattava comunque di una manifestazione per raccontare e spiegare la Shoah agli studenti. Un liceale ci chiese perché mai gli stermini nei Gulag non avessero diritto alla stessa considerazione degli stermini nei Lager. La risposta altezzosa del mio compagno al tavolo della presidenza fu che non c’era comparazione possibile, perché i secondi erano stermini per motivazioni razziali, i secondi per motivazioni politiche, e quindi meno gravi. Ancora oggi provo vergogna per non aver contestato pubblicamente quell’affermazione sciagurata.
Ma non si tratta soltanto di una questione morale, che vieta di stabilire una graduatoria di rispetto tra i massacrati. Se si vuole che la Shoah sia patrimonio di tutti, che ognuno sia coinvolto nell’intento di prevenire il ripetersi di altri drammi del genere, occorre che la Shoah sia pensata nella storia, sia commisurata agli eventi analoghi, che divenga uno strumento per capire e non qualcosa che non può essere capito per definizione.
All’isolamento della Shoah come evento incomprensibile e fuori della storia ha contribuito la sventurata tesi della “banalità del male” di Hannah Arendt – anche i grandi intellettuali hanno le loro cadute –, un mediocre slogan, come lo definì Scholem. Al contrario, uno dei contributi più imponenti del pensiero religioso ebraico – dal Libro di Giobbe in poi – è proprio l’aver cercato di esplorare il mistero profondo del male: da dove nasce il male, e perché i giusti e gli innocenti ne sono vittime, e quale ne è il senso? Altro che “banalità”, qualcosa senza spessore, dietro cui non c’è nulla da scoprire!
Le conseguenze di questa elevazione a una sfera intoccabile sono state e sono devastanti. Perché così la Shoah diventa una faccenda degli ebrei e non dell’umanità in generale e, alla lunga, insopportabile, se il più timido tentativo di parlarne in relazione a qualcos’altro suscita reazioni irate e la riaffermazione che soltanto essa rappresenta il male assoluto e senza termini di paragone. Peggio. L’effetto straordinariamente paradossale è che, in tal modo, viene stimolata la più perversa tentazione a ogni tipo di comparazione, anche le più assurde. L’ha notato Finkielkraut venti anni fa, ma nessuno gli ha dato retta. Se la Shoah è un “unicum”, il prototipo del male supremo, quale maggior privilegio di essere la vittima di “una” Shoah? E così da tempo ormai, come effetto della tesi dell’unicità della Shoah, le Shoah proliferano in ogni contesto. L’ultima delirante affermazione in tale ordine di idee è di ieri: il centro di accoglienza degli immigrati clandestini di Lampedusa sarebbe un “lager nazista”… La quintessenza della demagogia: che cosa più di questa parola può evocare il male supremo?
È pieno diritto del senatore Debenedetti ritenere che il confronto fra aborto e sterminio degli ebrei d’Europa istituito da Giuliano Ferrara appartenga a questo genere di affermazioni infondate. Ma egli chiede di “lasciar stare” la Shoah non perché “il rapporto non regge all’analisi”, bensì perché “la terribilità della Shoah sta in se stessa, non è né simbolo né misura né termine di paragone per altri orrori, palesi o nascosti”. È chiaro che con una tesi del genere sono in totale disaccordo. Inoltre, mi chiedo: perché mai, se così stanno le cose, non si chiede l’abolizione del Giorno della Memoria? Perché mai dedicare una giornata a parlare di qualcosa che è indicibile, imparagonabile, senza relazione con alcunché? Cos’altro si potrà fare, in quella giornata, di fronte a un evento la cui terribilità è assolutamente trascendente, se non inginocchiarsi in silenzio e piangere per il dolore che ne è scaturito? Suvvia, lo sappiamo tutti che durante il Giorno della Memoria, si fanno paragoni a non finire, e che anzi la “paragonite” è direttamente proporzionale al grado di trascendenza in cui viene collocata la Shoah. Fare paragoni è cosa inevitabile, naturale, giusta. Il problema, per l’appunto, è proprio la fondatezza dei paragoni e degli accostamenti. Prendiamo il genocidio rwandese: non è forse stato abbondantemente provato che lo sterminio degli ebrei ne è stato il modello costitutivo? Al contrario, è una cialtroneria asserire che in Palestina è in corso una Shoah e che il centro di Lampedusa è un lager nazista. Tanto più quando coloro che fanno questi accostamenti sono gli stessi che dicono che il Gulag non può essere confrontato al male supremo e inconfrontabile della Shoah: era cosa molto meno grave, perché – udito in un convegno di storici – almeno il Gulag aveva una finalità positiva: lavorare…
Venendo ora alla questione dell’aborto, sbaglia chi continua a considerarla come si poteva fare un tempo: e cioè come una scelta drammatica individuale, fatta nella propria coscienza e spesso in solitudine. Da anni ha preso corpo la tendenza a considerare l’aborto come una pratica socialmente riconosciuta e a cancellarne i connotati negativi. Non è più qualcosa da evitare, il fine sociale primario non sembra più essere quello di limitarne l’incidenza ma, al contrario, di farne uso come strumento di programmazione della procreazione, fino a configurare le caratteristiche di una nuova eugenetica. L’aborto è sempre più presentato come uno strumento di programmazione delle nascite, in funzione delle nostre esigenze personali, anche di quelle più futili ed egoistiche, e persino in funzione della selezione dei figli geneticamente “migliori”. Separare la questione dell’aborto come pratica di massa dai progetti di ingegneria genetica delle specie umana è ormai sempre più difficile. Difatti, la progettazione genetica è basata sul ricorso sistematico all’aborto artificiale. E che la riprogettazione genetica della specie umana abbia contatti con il programma eugenetico nazista non c’è bisogno neppure che lo spieghi Fukuyama. Basta lasciar parlare i protagonisti, come il genetista Gregory Stock, il cui libro ho commentato su queste pagine. Egli ammette a più riprese che questo collegamento esiste. E in che modo se ne difende? In un caso osservando che si tratta di una sensibilità prettamente “europea” ma che gli ipersensibili si debbono rendere conto che “abbiamo sborsato miliardi per migliorare le nostre vite e non abbiamo intenzione di allontanarci da questa direzione”. In un altro caso, ammettendo che vi possono essere certamente abusi di tipo nazista, ma che forse non avranno troppo peso perché i tiranni possono far peggio con mezzi più tradizionali…
Se c’è una caratteristica distintiva del male del Novecento, e di cui il Lager (ma anche il Gulag) sono il simbolo, l’espressione suprema e il modello, è l’idea di plasmare ex novo il corpo sociale con qualsiasi mezzo, fino alla soppressione di parti intere di esso ricorrendo a principi e metodi scientifici e secondo criteri di massima efficienza. È il perseguimento del mito della palingenesi sociale realizzato – come anticipò profeticamente Dostoevskij – con “misure oltremodo ammirevoli, fondate sui dati delle scienze naturali e perfettamente logiche”. Ora, se l’aborto non è più un dramma consumato di fronte alla propria coscienza, ma un mezzo disinvoltamente usato per programmare la nascita di un figlio in modo che essa non interferisca con i nostri programmi (“desiderio di incontrare il mio eventuale compagno di vita senza l’ingombro di un figlio, resistenza a dover abbreviare la mia permanenza in Europa”, come scrive Naomi Wolf su Il Foglio del 6 ottobre); e se l’aborto è addirittura un mezzo per eliminare un soggetto che appare “difettoso” o non ha il sesso che vogliamo, ebbene, è difficile sostenere che non abbiamo a che fare con qualcosa che incide sui fondamenti etici della nostra vita associata. È ovvio che qui non vi sono camere a gas e, sotto questo profilo, il paragone non regge. Ma c’è qualcosa di comunque terribile: un cinismo profondo, una disumanizzazione radicale, un crollo del rispetto per la vita umana. Nessuno può ritenersi così insopportabilmente arrogante da “giudicare e mandare” chi patisca il dramma dell’aborto. Purché non si dimentichi che la scelta di abortire è il frutto di un dilemma drammatico che può anche distruggerti l’esistenza, scatenarti addosso le furie (sempre per dirla con Naomi Wolf); è una scelta in cui è in gioco il sì o il no a una vita, e non il decidere se togliersi o no una verruca. Se l’aborto è stato così banalizzato non è perché la gente sia diventata intrinsecamente perversa. Questo è il risultato di un’immensa pressione sociale che induce a considerare primari la progettazione ottimale della procreazione e il perseguimento dell’edonismo individuale: è la miscela efferata di un’ambizione di programmazione sociale efficiente e dell’ideologia del “politically correct”. Ed è più che lecito ritenere che, sulle basi di simili “ideali”, la negazione dell’umanità si stia ripresentando davanti a noi con il suo ghigno perverso. Fortunatamente la resistenza a quella pressione sociale appare sempre più diffusa: certamente non per merito di chi tende a minimizzare.


Giorgio Israel


Risposta all'articolo di Luigi Manconi dal titolo “I paragoni traballanti tra lager e Ctp, tra Shoah e aborto (polemica con Giorgio Israel) (v. il sito del Foglio)


Leggendo la risposta di Luigi Manconi mi sono chiesto – tanto per ricorrere a uno stile simile al suo – se egli ci è o ci fa. E, siccome so che Manconi è un uomo intelligente, ho deciso senza esitazione che ci fa.
Non si poteva fare una polemica più incapace di cogliere la struttura logica del mio articolo; il quale partiva dalla considerazione che l’idea dell’unicità della Shoah è sbagliata e perniciosa. Su questa considerazione, a metà della sua replica, Manconi si dichiara d’accordo. Quindi, spiegavo la perniciosità di quell’idea dicendo che l’asserzione dell’incomparabilità della Shoah produce l’effetto contrario: una “paragonite” senza freni e delle analogie assurde. Esempi: il considerare i Cpt come lager o dire che in Palestina è in corso un genocidio. Manconi trascura il secondo esempio (cosa pensa in proposito resta a noi ignoto), e si butta sul primo asserendo che io avrei costruito il mio intero ragionamento sull’assunto che c’è chi dice che i Cpt sono lager. Ma di parla Manconi? Non conosce la differenza tra un esempio e un “assunto”? Peraltro, si tratta di un esempio documentatissimo e non di un “assunto”. Se Manconi leggesse i giornali non direbbe che “se” c’è qualcuno che dice ecc. è uno “sciocco”. Perché saprebbe che questo qualcuno c’è eccome, e saprebbe di aver dato dello sciocco ad almeno due dei segretari dei partiti dell’Unione. Quindi, invece di prendersela con me in questo modo scombiccherato, farebbe meglio a chiedere al capo ormai riconosciuto dell’Unione di trasmettere l’epiteto di “sciocco” ai detti esponenti politici. Guarda caso, quei signori sono proprio quelli che non amano che si dica che il Gulag è paragonabile al Lager, perché nel primo almeno si lavorava (e, di conseguenza, sono doppiamente sciocchi, oltre che privi di qualsiasi senso morale). Il problema è che domani questi sciocchi potrebbero diventare ministri o sottosegretari. Perciò il mio esempio non è un assunto ma un fatto, e un bel po’ pesante.
Per il resto, Manconi continua a far finta di non capire. Non percepisce nulla del mio discorso circa la natura delle stragi del Novecento e si ferma soltanto sulla questione se l’aborto sia o no diventato una pratica sociale diffusa che si collega sempre di più alla procreazione programmata, e lo nega con un brillante argomento: “Eeeelamadonna”. Aggiunge che non do dati, né ricerche, né analisi, salvo citare un libro. Ma si da il caso che come quel libro ce ne siano, di libri e articoli, a centinaia che parlano così, e anche Manconi, sebbene scriva sul Foglio non legge a un centimetro dai suoi articoli se non ha letto quanto pubblicato nei giorni e mesi precedenti. Né gli passa per la mente il fatto che la Fiv ha introdotto la possibilità di eseguire quella che è né più né meno una pratica abortiva di massa, ovvero qualcosa che ai tempi del referendum sull’aborto non era nemmeno pensabile. Abbiamo creduto in tanti a certe cose allora, forse ora dovremmo rivedere i nostri pensieri guardando alla realtà mutata e ricordando il celebre detto: “la coerenza è la virtù degli imbecilli”.
Per il resto, ovvero per quelli che vengono considerati gli aborti veri e propri, mi limiterò a dare qualche “dato” per chi abbia voglia di sentirne parlare - Manconi certamente non ne vuol sapere per principio.
Qualche mese fa il caso di una donna ventenne originaria dell’Est europeo e abitante a Londra, e che ha avuto sei aborti legali in un anno, ha scatenato una polemica feroce attorno al sistema sanitario inglese. Ne è venuto fuori che molte donne hanno fatto ricorso per abortire, fino a quattro volte l’anno, al British Pregnancy Advisory Service (BPAS). In un anno il BPAS ha eseguito circa 50.000 aborti, di cui l'83% dopo la ventesima settimana. Il BPAS dichiara senza problemi che “i metodi contraccettivi attualmente disponibili non possono prevenire tutte le gravidanze indesiderate, e che l'aborto legale è necessario alle donne per regolare la propria fertilitá”. E il già Direttore Esecutivo della BPAS Ian Jones, in un convegno organizzato nel gennaio 1999 dichiarava: “Talvolta la contraccezione fallisce e a volte noi sbagliamo nell'usarla con efficacia. Se la societá crede che le persone debbano pianificare le proprie famiglie, deve consentire alle donne di terminare le gravidanze non volute in aborti”. Non vado oltre, perché lo scandalo rivelato dal Sunday Telegraph è stato raccontato da Il Foglio, a qualche centimetro dagli occhi di Manconi. E, siccome tutto è raccontato molto bene nel sito http://www.stranocristiano.it/ rinvio a questo per maggiori dettagli. Naturalmente per chi abbia voglia di documentarsi e di ragionare con la propria testa.

mercoledì 28 settembre 2005

Rileggendo la dichiarazione "Nostra Aetate"

Pubblicato su Il Foglio - martedì 27 settembre 2005

Un testo può essere riletto cercando di porsi nella visuale del momento in cui fu scritto, oppure con gli occhi del presente. Forse questo secondo approccio s’impone, tanto sono tormentosi i problemi dell’oggi e che già erano presenti nelle tematiche della dichiarazione “Nostra Aetate”: primo fra tutti quello della difficile conciliazione fra affermazione dell’identità e tolleranza dell’altro. Questo è forse il più grande problema che ha segnato questi quarant’anni, nei quali abbiamo assistito al dispiegarsi della soluzione multiculturalista e, al termine dei quali, ci troviamo di fronte al suo catastrofico fallimento. C’è ancora chi insiste nel riproporre le impotenti formule dell’ideologia postmodernista: di recente Luce Irigaray predicava ancora una “nuova” formula della famiglia come «luogo di apprendimento della convivenza multiculturale piuttosto che di integrazione dello straniero nella nostra Storia passata». Ma proprio questa ripetizione stanca ci fa sentire con maggiore intensità la difficoltà delle sfide da raccogliere sulle macerie del multiculturalismo.
Lo sappiamo: l’indurimento parossistico delle identità è stato (ed è) una delle sorgenti principali del razzismo e di tante intolleranze. Ma è stata un’ingenuità senza pari credere che la conciliazione fra affermazioni identitarie e tolleranza potesse realizzarsi decretando a tavolino l’assoluta uguaglianza di tutte le identità, e il progetto di una società ripartita per quote proporzionali. In tal modo, si è ottenuto l’opposto di quel che si voleva: la cristallizzazione irriducibile delle diversità. Si è voluto combattere la globalizzazione economica e decretare la globalizzazione culturale ed etnica, come se quest’ultima non fosse sempre esistita come fatto spontaneo, e non fosse stata un potente fattore di dinamica storica; e non si è capito che la sua dinamica spontanea (a differenza di quella decretata a tavolino dai multiculturalisti) preserva le differenze senza trasformarle in un fattore di disgregazione sociale.
Trentacinque anni fa Claude Lévi-Strauss tenne una conferenza su “Razza e cultura” – richiesta dall’Unesco nel quadro di un programma di lotta contro il razzismo – suscitando, per la franchezza dei suoi propositi, lo scandalo di alcuni tartufi, come capita sempre a coloro che pensano liberamente. Conviene rileggere alcune delle frasi conclusive di quella conferenza:
«Se l’umanità non vuol rassegnarsi a diventare la consumatrice sterile dei soli valori che ha saputo creare nel passato, capace di dare alla luce soltanto opere bastarde, e invenzioni grossolane e puerili, dovrà reimparare che ogni vera creazione implica una certa sordità all’appello degli altri valori, la quale può giungere fino al loro rifiuto se non anche alla loro negazione. Perché non si può, allo stesso tempo, fondersi nel godimento dell’altro, identificarsi con lui e mantenersi diverso. Se è pienamente riuscita, la comunicazione integrale con l’altro condanna, a più o meno breve scadenza, l’originalità della sua e della mia creazione. Le grandi epoche creatrici furono quelle in cui la comunicazione era divenuta sufficiente affinché dei partner lontani si stimolassero, senza essere tuttavia così frequente e rapida da ridurre gli ostacoli indispensabili tra gli individui come tra i gruppi, al punto che scambi troppo facili parificassero e confondessero le loro diversità. […] Certo il ritorno al passato è impossibile, ma la via in cui gli uomini si sono oggi incamminati accumula tensioni tali che gli odii razziali offrono un ben povera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di istaurarsi domani, senza che neppure gli debbano servire di pretesto le differenze etniche. […] occorre capire che le cause sono molto più profonde di quelle semplicemente imputabili all’ignoranza e ai pregiudizi».
Parole preveggenti! Volendo mescolare le diversità sulla base del principio che esse sono tutte assolutamente alla pari, che nessuna ha il diritto di affermare i propri valori, bensì soltanto quello di difenderne l’assoluta intangibilità, il relativismo multiculturale ha prodotto il contrario del suo obbiettivo umanitario: un regime di divisione, di “comunitarismo”, di “apartheid” culturale-etnico, che è il brodo di coltura dei disadattamenti più devastanti e delle ostilità più feroci.
Ma cosa ha a che vedere tutto ciò con la religione e, in particolare, con la dichiarazione “Nostra Aetate”? Moltissimo, se si pensa che le religioni, soprattutto quelle monoteiste, vengono additate come il luogo del massimo irrigidimento identitario e accusate di generare intolleranza – il che, sulla base dell’esperienza storica, ha un fondamento indiscutibile. L’importanza storica della “Nostra Aetate” è quella di essersi avventurata su questo difficile terreno, senza trascurare di calarsi nei casi specifici: come ammettere che le altre fedi esprimano delle luci di verità, senza annacquare la convinzione nella verità superiore della propria? Vi si dichiarava che «la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo» nelle altre religioni, le quali «riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini», e, al contempo, si riaffermava che essa «annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo, che è “via, verità e vita”».
Proviamo a vedere la questione da un punto di vista ebraico. In un libro di alcuni anni fa dedicato alla figura di Mosé, il celebre studioso André Chouraqui ha condotto una sottile analisi di come l’introduzione del termine “monoteismo” abbia tradito il senso più profondo dell’idea biblica dell’unità divina. Il termine “monoteismo”, osserva Chouraqui, è inesistente nelle lingue semitiche, ed è comparso in inglese nel 1660 e in francese nel 1834. A suo avviso, l’impiego di questa parola è contemporaneo all’inizio dei colonialismi britannico e francese ed egli osserva che, «quando si decide di conquistare e dominare dei popoli, è confortante pensare che non esista che un Dio, e che questo Dio sia necessariamente quello dei vincitori». Dal punto di vista storico, questa tesi è semplicistica ed è difficile ammettere che l’intolleranza religiosa possa essere ricondotta soltanto a quel fattore e a quel periodo, dimenticando quanto essa abbia dilagato nei secoli precedenti. Tuttavia, Chouraqui dice una cosa molto profonda – anche ove la si consideri soltanto come una proposta interpretativa – quando osserva che, per l’ebraismo più che di monoteismo è appropriato parlare di “teomonismo” (secondo la formula di Henri Courbin). Difatti, questo termine riflette la formula biblica “gli Elohîm sono Uno”, la quale implica che l’affermazione dell’unità di Dio non esclude le altre manifestazioni della divinità, ma ne costituisce l’unificazione trascendente. È una idea che è altresì presente nelle dottrine kabbalistiche, che distinguono le emanazioni provenienti dall’unico “infinito” (Ein Sof) assolutamente trascendente. Di qui, secondo Chouraqui, discende la particolare “missione” affidata al popolo ebraico, che è quella di essere testimone della trascendenza di Dio, della sua assoluta irrappresentabilità e indicibilità, di combattere senza compromessi l’idolatria, ma senza per questo opporre alle altre manifestazioni della fede una negazione assoluta.
Chouraqui ricorda un midrash rabbinico su Mosé che esprime in modo straordinariamente vivido questa visione. I rabbini si sono spesso interrogati sul motivo per il quale Dio avesse affidato la difesa della sua causa a un balbuziente come Mosé. Il midrash ricorda che, in principio, Mosé era il più eloquente fra gli ebrei. Un giorno, vide un egiziano che pregava le sue divinità: si infuriò, lo colpì e bruciò le sue statue. Allora Dio disse a Mosè: «Quest’uomo al di là della statua si rivolgeva a Me. Ho ascoltato la sua preghiera e la esaudirò. Quanto a te, per insegnarti a comprendere meglio la mia Torah e il senso della mia unità, affinché tu sia più riflessivo, d’ora in poi tu balbetterai».
Questa è la via: coltivare la balbuzie della tolleranza e della riflessività senza che ciò significhi rinunziare a nulla delle proprie convinzioni. La dichiarazione “Nostra Aetate” ha aperto un sentiero di questo tipo e oggi, dopo quarant’anni, per quanto questo sentiero sia accidentato possiamo constatare gli importanti progressi che sono stati realizzati.
Per quanto riguarda i rapporti ebraico-cristiani – che occupano una parte molto rilevante della dichiarazione – è facile rendersi conto di tale progresso. Alcune affermazioni erano audaci all’epoca, ma sembrano oggi ancora generiche (per esempio, quando si dice che gli ebrei sono “ancora” carissimi a Dio e da rispettare per “religiosa carità evangelica”). Esse sono state riproposte con trasparente chiarezza teologica nel recente discorso del Papa Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia. Già la “Nostra Aetate” conteneva la fondamentale tesi che i “doni” e la “vocazione” di Dio sono “senza pentimento”; ma l’affermazione che «i doni di Dio sono irrevocabili» ha una nettezza al di là della quale è difficile andare, così come quella di Giovanni Paolo II secondo cui «chi incontra Gesù, incontra l’ebraismo».
Chiarezza teologica, dicevamo, che è fondamentale: difatti, su quale terreno, se non su questo, si gioca il rapporto tra le religioni? Solo da qui possono derivare quei nuovi orientamenti catechistici capaci di sgretolare progressivamente antichi pregiudizi. È il terreno più difficile, a differenza di quello storico. Su quest’ultimo, ha osservato il Papa a Colonia, è possibile perseguire «un’interpretazione condivisa di questioni storiche ancora discusse». Al riguardo, il cardinale Scola, alla domanda se il razzismo nazista non attecchì sull’antigiudaismo cristiano ha risposto: «È una questione complessa, studiare le radici dei fenomeni, gli elementi di continuità e di rottura». Quindi, sulla questione storiografica è aperta la via anche ad approfondimenti che conducano a interpretazioni equilibrate e condivise. Ma il terreno teologico è di gran lunga più spinoso. Qui il problema della conservazione dell’identità ha un peso fortemente condizionante. Ancora a Colonia il Papa ha sottolineato il difficile ma necessario equilibrio fra queste due tensioni, osservando che occorre «fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto fra ebraismo e cristianesimo», senza peraltro «minimizzare o passare sotto silenzio le differenze».
Proviamo a sviluppare questa tematica andando al centro della questione più scottante nel rapporto fra ebraismo e cristianesimo: la visione del messianismo. Ebraismo e cristianesimo hanno al cuore, come nessuna altra religione, il tema del messianismo, e da questo tema sono profondamente unite; al contempo, nulla li ha divisi di più della questione se il ruolo messianico si sia definitivamente esplicato in Cristo, oppure no. Cosa di positivo può mai nascere all’interno di una contrapposizione irresolubile – in cui ciascuno manifesta l’apice dell’adesione alla propria fede – che ha dato origine a grandi drammi storici ed è all’origine dello stesso antigiudaismo cristiano? Tenterò di spiegarlo con un esempio.
In uno dei numerosi saggi dedicati al messianismo ebraico, Gershom Scholem, dopo aver sottolineato che il messianismo «è il punto essenziale di divergenza tra ebraismo e cristianesimo» ne identificò la radice nella diversa visione della redenzione: «Ciò che il cristianesimo considera come il glorioso fondamento della sua confessione di fede e come dato essenziale del Vangelo è respinto con determinazione e combattuto dall’ebraismo. Quest’ultimo ha sempre considerato la redenzione come un evento pubblico che deve prodursi sulla scena della storia […] e che è impensabile senza una manifestazione esteriore. All’opposto il cristianesimo considera la redenzione come un evento che si verifica in un dominio spirituale e invisibile, come un evento che si gioca nell’anima. Ciò che l’ebraismo ha situato irrevocabilmente al termine della storia […] è divenuto nel cristianesimo il centro della storia, che è allora promossa come “storia della salvezza”. La Chiesa è convinta di aver così superato una nozione temporale della redenzione, legata al mondo fisico, e di averla sostituita con una concezione di dignità più alta». Questa caratterizzazione suscitò la reazione di un teologo protestante che accusò Scholem di rappresentare il punto di vista cristiano secondo «clichés et semplificazioni deformanti». La risposta di Scholem fu che occorreva distinguere fra l’essenza di una contrapposizione che è stata al centro di un conflitto reale, e le dinamiche storiche del pensiero teologico che, nei fatti, hanno approdato a cambiamenti di posizione. Per diciassette secoli quei “clichés” erano stati la base di una critica incessante all’ebraismo, fino al punto di definire come “giudaizzanti” coloro che non avevano aderito all’idea del carattere essenzialmente spirituale della redenzione: questo dato storico non poteva essere discusso e non doveva essere confuso con i percorsi evolutivi del pensiero teologico che avevano finito col trasformare in “clichés” agli occhi degli stessi cristiani quelle posizioni che erano state oggetto di contrapposizione reale. Peraltro, nel suo saggio, Scholem dava conto delle interazioni che avevano progressivamente modificato le rispettive vedute della redenzione e del messianismo: «Se l’ebraismo non ha cessato di instillare nel cristianesimo un messianismo politico e millenarista, si può al contempo constatare questo: il cristianesimo, da parte sua, ha trasmesso all’ebraismo, o quantomeno ha risvegliato in esso, una tendenza mistica all’interiorizzazione del messianismo». In entrambi i casi si tratta dello stimolo di tendenze che esistevano in entrambe le religioni, e ciò proprio in ragione delle loro comuni radici. Proprio di qui discende la difficoltà – osservava ancora Scholem – di «individuare le influenze storiche che hanno potuto provocare l’incontro di queste due correnti così come gli scambi di idee che si sono potuti produrre tra ebraismo e cristianesimo».
Andiamo allora al presente per trovare una testimonianza di questo incontro e di questi scambi di idee. Apriamo l’ultimo libro di don Luigi Giussani (“Il rischio educativo”, Rizzoli, 2005). Vi troviamo riportata una frase tratta da un libro del Rabbino Elio Toaff: «L’epoca messianica è proprio il contrario di quello che vuole il cristianesimo: noi [ebrei] vogliamo riportare Dio in terra e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli agli uomini, ma vogliamo che Dio torni a regnare in terra». E don Giussani così commenta: «Quando l’ho letto sono saltato sulla sedia! Questa è esattamente la caratteristica del carisma con cui abbiamo percepito e sentito il cristianesimo, perché il cristianesimo è “Dio in terra” e la nostra opera, tutta la nostra opera, ha come scopo la gloria di Cristo, la gloria dell’uomo Cristo, dell’uomo-Dio Cristo. La gloria di Cristo è una cosa temporale, del tempo, dello spazio, della storia, nella storia…».
Potrebbe darsi un esempio più limpido – ma questo è ben più che un esempio – di come all’interno stesso di una tensione che esprime una divergenza massima, laddove si manifesta persino la “sordità” e il “rifiuto” (per usare le parole di Lévi-Strauss), possa emergere il frutto benefico di un’interazione reciproca? La storia ci consegna, con ogni evidenza, l’immagine di un’opposizione cristallizzata che rimane come uno scoglio, e non si vede neppure come possa sciogliersi, perché ha al suo centro il tema del riconoscimento della divinità di Cristo. Eppure, proprio in questa zona nevralgica, e proprio al livello teologico, sono avvenuti dei lenti spostamenti tellurici che hanno condotto a un’interazione profonda, alla costituzione di un terreno comune di intesa o quantomeno di comprensione.
Quanto precede ci insegna anche che, per dirla ancora con le parole del Papa nella Sinagoga di Colonia, occorre sempre guardare in avanti. Chi creda che determinate posizioni spirituali o concettuali possano essere racchiuse in un recipiente, definitivamente appartenente a un dato proprietario, si culla in un’illusione insensata: il contenuto esce dal recipiente e interagisce con l’esterno, se conserva ancora una vitalità e un valore per gli altri, e non soltanto per il geloso custode del recipiente. Le vicende dei rapporti ebraico-cristiani, il percorso fatto in questi quaranta anni dalla “Nostra Aetate” testimoniano di questa vitalità, che quel valore esiste per gli altri, e non soltanto per dei gelosi proprietari che si illudano di conservare nel recipiente un contenuto in via di isterilimento. Per questo, parlare di “radici giudaico-cristiane” dell’Europa ha ancora perfettamente senso.
Tuttavia, noi non possiamo trascurare le perplessità di chi teme che il richiamo a quelle radici sia l’espressione di un indurimento identitario che mira ad elevare delle frontiere invalicabili tra un “voi” e un “noi”, e per di più un “noi” costruito in modo artificioso. In effetti, se dietro alla richiesta che fu fatta di inserire il richiamo a tali radici nella costituzione europea non vi fosse stato niente di sostanziale e vitale, salvo un rialzare la bandiera del passato, si sarebbe trattato di una posizione doppiamente sterile e sbagliata. In primo luogo perché occorre chiedersi – come più d’uno si chiede – che cosa vogliamo recuperare del passato della storia cristiana d’Europa. Tutto? Anche l’Inquisizione o i ghetti? O l’idea di uccidersi in nome di Dio? Domanda non peregrina, perché esiste chi si muove in tal senso e crede che la rivalutazione delle radici cristiane significhi riscattare l’Inquisizione, giustificare la cacciata degli ebrei dalla Spagna, dimostrare che la nascita della scienza moderna è stata un gigantesco bluff, e via dicendo. Il semplice richiamo al passato nel migliore dei casi è grottesco: avrebbe senso ripetere meccanicamente oggi, come formulette scolastiche, i principi del liberalismo di Stuart Mill in società complesse come le nostre?
Le posizioni “reazionarie” – nel senso testuale del termine, più che nell’accezione politica – sono intrinsecamente destinate a non avere alcun ruolo propulsivo, tutt’al più quello di esercitare un’azione critica nei confronti dei guasti inevitabili inerenti al mutare delle cose. La proposta del recupero indiscriminato del passato – magari cercando di coprirne le magagne, a costo di sfidare l’evidenza – non potrà mai rappresentare una proposta presentabile.
Tuttavia, la proposta “reazionaria” non è soltanto impresentabile, essa è perdente in quanto è perfettamente simmetrica ed equivalente a quella multiculturalista: entrambe sono «sterili consumatrici di valori del passato». Certo, tutte le nuove grandi svolte ideali e spirituali non si sono mai fatte con materiali interamente nuovi, ed anzi hanno fatto per lo più ricorso a mattoni già consegnati dalla storia passata. Ma quel che contava è che questi pezzi del passato erano selezionati in funzione di un progetto, riaccentrati attorno a un’idea nuova. Si pensi all’Umanesimo e al Rinascimento, che assieme hanno rappresentato un grande sviluppo nella storia della civiltà europea. Esso ha proceduto recuperando materiali tutt’altro che nuovi: il pensiero filosofico e scientifico greco, lo gnosticismo antico, il misticismo, l’ermetismo, e così via. Ma tutti questi apporti del passato sono stati sintetizzati in una visione originale che poneva al centro l’uomo, la dignità dell’uomo, una visione religiosa ispirata al messaggio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Poco importa allora che certe connessioni fossero stabilite in modo ardito e improbabile, che fosse una fantasia pensare Pitagora come un’antico ebreo o Socrate come un’anticipazione di Cristo, perché quel che contava era l’obbiettivo, ovvero incorporare la tradizione greco-ellenistica nel contesto giudaico-cristiano, fare – secondo la brillante espressione di uno storico – di Atene un suburbio di Gerusalemme.
La possibilità di un rinascimento europeo non è una fantasia o un sogno, a condizione che essa si aggreghi attorno a un’idea, a un progetto capace di fondarsi su ciò che di meglio ha dato la storia passata d’Europa. In questa storia passata c’è anche la grande vocazione filosofica che ha le sue radici nel pensiero greco, la scienza come parte di un grande progetto conoscitivo, il liberalismo e il razionalismo illuministico, quello delle origini – non ancora degenerato nelle mediocrità del positivismo – e che era anch’esso portatore di un’idea forte della dignità della persona. Sono apporti che debbono confluire in un’idea forte, in un progetto, perché soltanto le identità fondate su principi propulsivi e vitali sono capaci di essere autenticamente aperte e tolleranti.
Le grandi religioni europee, nella misura in cui si fanno carico di quello che diceva “Nostra Aetate” – l’attesa di una «risposta ai reconditi enigmi della condizione umana […]: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, ecc. – e proseguono sul cammino di dialogo proficuamente iniziato quarant’anni fa, possono diventare una componente fondamentale di un rinnovamento che, da un lato, faccia uscire dalle secche in cui ci ha gettato il fallimento del multiculturalismo, dall’altro contribuisca alla rinascita di un pensiero “razionale” nel senso pieno del termine. Un razionalismo che non si illuda positivisticamente che le domande circa il “senso” possano essere date da un pensiero e da una prassi meramente tecnologiche che hanno le spalle troppo fragili per sopportare da sole il peso di rispondere a tutti i problemi autenticamente umani.


Giorgio Israel