«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante Alighieri)
sabato 30 novembre 2013
mercoledì 27 novembre 2013
La follia della medicalizzazione della vita...
Ecco una lettura dedicata a coloro che mi hanno quasi linciato quando ho scritto che l'ADHD (la sindrome del bambino agitato) era una malattia inventata: un giornalista mi invitò su questo blog a scusarmi...
Ora è attendersi che si scusi lui e tutti coloro che hanno usato parole violente e aggressive. La compagnia del Ritalin...
E poi c'è chi dice che gli "specialisti" sono meglio delle famiglie...
È piuttosto sintomatico quanto sia stata soffocata questa notizia.
Ora è attendersi che si scusi lui e tutti coloro che hanno usato parole violente e aggressive. La compagnia del Ritalin...
E poi c'è chi dice che gli "specialisti" sono meglio delle famiglie...
È piuttosto sintomatico quanto sia stata soffocata questa notizia.
domenica 24 novembre 2013
L'educazione dei figli spetta alla famiglia, non allo Stato
Giorni
fa, su queste pagine [Il Messaggero], ho proposto di rispondere al dilagare dei casi di
prostituzione minorile con un rilancio dell’educazione sentimentale: «Leggiamo
una poesia alle baby-squillo». I molti commenti favorevoli ricevuti hanno colto
il senso della proposta: leggere poesie ai ragazzi (e fiabe ai bambini, ha
aggiunto giustamente qualcuno) è un invito a non appiattire i problemi dello
sviluppo sul mero aspetto sessuale, rivalutando ed esaltando il lato
emozionale, la capacità di vivere in modo pieno i sentimenti come la cosa più
importante e non come una debolezza di cui vergognarsi. Qualche “esperto” ha
storto il naso in modo prevedibile, proponendo la ricetta opposta: gettare alle
ortiche l’amore “romantico” che, chissà perché, sarebbe una leggenda – che
tristezza non aver mai provato quanto sia bello essere innamorati in modo
sentimentale… –, e dedicarsi a sviluppare nei ragazzi le “competenze” della
propria corporeità. Non sfiora il dubbio che il difetto di questa ricetta stia
proprio nel suo materialismo radicale che declassa i sentimenti a epifenomeni
della corporeità e della sessualità, e guarda con il risolino dello “scettico blu”
(come si diceva un tempo), gli immaturi che ancora si attardano dietro a queste
bubbole, di cui sono espressione scritta le poesie, le fiabe, i romanzi.
Se
tutto questo fosse un’opinione che si confronta con altre non varrebbe neanche
la pena di scriverne. Ma quando si constata che non si tratta di opinioni, ma
di qualcosa che rischia di tramutarsi in direttive da seguire obbligatoriamente,
il discorso cambia. Desta autentico sconcerto la lettura del documento
“Standard per l’educazione sessuale in Europa”, prodotto dall’Ufficio Regionale
per l’Europa dell’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità). Sarebbe lungo
riassumere 68 pagine. Diremo soltanto che sono ispirate a un’ideologia sessuocentrica,
nella cornice di un politicamente corretto così spinto da confermare
l’impressione che in materia ormai l’Europa stia stracciando gli USA. Dopo una
premessa “filosofica” farraginosa, il documento indica le linee guida operative
per le fasce di età 0-4 anni, (in cui già il bimbo va introdotto alla “gioia”
della masturbazione precoce), 4-6 (in cui approfondisce la conoscenza dei
genitali e viene informato sulle diverse concezioni di famiglia), 6-9 (in cui è
informato dei propri “diritti sessuali”), fino a 9-12 e oltre, in cui gli si
parla di mutilazione genitale femminile, circoncisione, anoressia e bulimia
(tutto messo assieme).
La
cornice descrittiva è quella tipica del più piatto burocratismo
psico-pedagogico. In colonna sono le informazioni da trasmettere, le competenze
da creare, gli atteggiamenti da sviluppare, in riga corpo, fertilità e
riproduzione, sessualità, affetti, stili di vita, sessualità, diritti. Così,
per la fascia 0-4 anni, all’incrocio affetti-competenze si prescrive il gioco
del dottore e a quello sessualità-informazione il diritto di esplorare le
identità di genere e la nudità.
Fin
qui, è un’opinione come un’altra la nostra secondo cui questo documento, prima
ancora che moralmente deplorevole è intellettualmente infimo, meriterebbe una solenne
bocciatura e una pessima valutazione dei suoi autori. Purtroppo, non si tratta
di teoria, quando si apprende che in Svizzera, nel Cantone Basilea, sono state
introdotte lezioni obbligatorie di sessualità nelle scuole dell’infanzia,
munendo addirittura i maestri di una “sex-box” contenente peni di legno e
vagine di peluche, e un gruppo di lavoro è in azione per estendere queste
iniziative a tutto il paese, al punto che contro di esse è partita una
petizione che ha raccolto più di 90.000 firme. Ma il vero problema è che un
documento del genere aspira manifestamente a diventare una direttiva europea.
La
famiglia è sempre stata la sede di formazione affettiva e sessuale dei figli.
E, si badi bene, anche dei genitori, i quali sanno quale lezione (e crescita)
sia per loro affrontare tutte le fasi delicatissime della crescita di un
figlio. Per questo, le famiglie hanno un ruolo sociale tanto importante. Lo
hanno esercitato bene e male. Il miglioramento va perseguito, con il confronto
e lo stimolo; ma solo chi crede che sia possibile mettere le braghe al mondo pensa
di risolvere tutto d’un colpo, mettendo l’educazione in mano allo stato,
secondo regole calate dall’alto. Conosciamo questa visione: si chiama
totalitarismo. L’hanno praticata i paesi fascisti, la si è vista all’opera negli
asili sovietici di Aleksandra Kollontai, nelle teorie pedagogiche che Makarenko
applicava agli orfani dei deportati nel Gulag. Come è possibile che una simile
mala pianta attecchisca in società democratiche e liberali? Sembra impossibile,
e proprio per questo la vigilanza è bassa. E invece è possibile, se si creano
centri di potere formati da burocrazie fuori controllo che si scelgono in modo
arbitrario i propri esperti per formulare teorie da trasformare in direttive continentali.
Non è solo la famiglia a essere espropriata del proprio ruolo, trasformando gli
insegnanti in meri esecutori delle direttive promulgate da quei centri di potere;
ma anche la politica è espropriata della propria autonomia di decidere le forme
dell’istruzione nazionale. La scuola viene così ridotta a centro di costruzione
del “nuovo cittadino europeo” secondo direttive imposte dall’alto. Come
chiamare tutto ciò, se non una forma neanche tanto subdola di totalitarismo che
rende banale la profezia del “mondo nuovo” di Huxley?
Pare
che il nostro governo abbia stanziato ben 10 milioni di euro per l’“aumento
delle competenze relative all’educazione all’affettività”. Visto il rischio
che, per superiori direttive, tali “competenze” assumano la forma sopra
descritta, non sarebbe il caso di esercitare qui una radicale “spending review”?
In un paese in cui una grande città ha i mezzi pubblici fermi da giorni e si
viaggia nei treni locali con l’ombrello, non sembra proprio una buona idea
spendere 10 milioni per far fare il gioco del dottore a bambini di tre anni.
(Il Messaggero, 23 novembre 2013)
sabato 23 novembre 2013
Il test sull'educazione sentimentale funziona...
Non si sa cosa pensare quando si viene chiaramente citati in modo obliquo, evitando di nominarti. Personalmente ne sono sempre gratificato: è come una manifestazione di fragilità e di timore del confronto.
Esce sul Corriere della Sera di oggi un articolo di Gustavo Pietropolli Charmet (psichiatra e psicologo) dal titolo “Gli adolescenti e il sesso vissuto solo come collaudo di sé”; sottotitolo “Il bisogno di sperimentare il potere della nuova corporeità”; occhiello ancor più significativo: “Consigli ai genitori, Dimenticate il mito dell’amore romantico e aiutateli con intelligenza”.
Vi leggo questa frase che pare direttamente indirizzata al mio articolo sul Messaggero (vedi il post precedente) e alla proposizione di una ripresa dell’”educazione sentimentale” (non ho letto altri che l’avessero fatto in questa settimana):
«Gli adulti, genitori ed educatori, dovrebbero provvedere alla elaborazione di una rinnovata educazione sentimentale che tenga presente i rischi attuali e lasci perdere i miti e le leggende dell’amore romantico, per dedicarsi con intelligenza e competenza reale a garantire alle adolescenti attuali un sostegno nella lunga fatica e nelle peripezie rischiose dedicate a verificare il potere della nuova corporeità».
È una replica nello stile della “razionalità disincantata”: parliamo pure di “educazione sentimentale” purché sia “nuova” - l’aggettivo “nuovo” è il passe-partout per dire qualcosa che appaia accettabile e non il relitto di miti passatisti.
Gettiamo quindi alle ortiche miti e leggende dell’amore romantico: eravamo tutti una massa di deficienti quando ci innamoravamo e portavamo regalini alla persona desiderata, sognando di starle sempre accanto, ecc. ecc. Immaturi e tonti.
Ora siamo nell’era dell’intelligenza e della “competenza reale” – “competenza” è l’altro termine d’ordinanza nei paradigmi della burocrazia psicopedagogica dominante ("nuova", manco a dirlo).
Quindi, la questione è tutta e soltanto di “corporeità”. I sentimenti sono un epifenomeno della corporeità, in questo caso della “nuova corporeità”.
Facciamo grazia del fatto che qui con “nuovo” non s’intende una forma di corporeità che sarebbe emersa negli ultimi anni… anche nell’abuso del nuovismo talvolta c’è un senso del limite… È la corporeità che emerge nell’adolescenza.
Ma quella non l’abbiamo avuta tutti, noi e centinaia, migliaia di generazioni passate? Non dico che ce la siamo (se la sono) cavati sempre bene, ricorrendo ai sentimenti ai miti dell’amore romantico; ma di certo non tanto peggio – e talora meglio – di ora, quando l’esaltazione della centralità del corporeo sta producendo i fenomeni cui assistiamo e l’assenza di reazioni affettive (sentimentali, in senso classico) facilità l’accettazione dell’uso del proprio corpo come merce.
Ma a che giova questo pragmatismo travestito da razionalità scientifica? Che ne facciamo di ricette espresse in un linguaggio – «esplorare simbolicamente le cavità generative e sessuali» – che dimostrano che la vigilanza contro il ridicolo opera da una parte sola? Opera contro i sentimenti che però, non dispiaccia, al nostro specialista, esistono come tali, non sono faccenda soltanto corporea: comprimerli o decretarli un mito, invece di esaltarli e farli maturare, questo sì che è ridurre i nostri adolescenti ad animali in calore.
martedì 19 novembre 2013
LEGGIAMO UNA POESIA ALLE BABY-SQUILLO
Contro il disprezzo dei sentimenti
Nello
sgomento di fronte all’esplodere dei casi di baby-prostituzione, si rincorrono
le solite diagnosi tra cui campeggia quella della crisi della famiglia. Siccome
nessuno ha la più pallida idea di come si dovrebbe curare la crisi di questa
istituzione – la cui natura, oltretutto, assume contorni sempre più sfuggenti –
la proposta più banale, come un rifugio disperato, è affidare la terapia alla
scuola. Come se non sapessimo da anni che anche qui germinano i semi della mala
pianta, nelle prime forme di baby-sesso nei bagni, con il contorno efferato di
filmini ripresi con il cellulare e diffusi in rete. Del resto, quale ipocrisia
pensare che un problema del genere possa essere risolto da un’istituzione esausta,
stremata che, con mezzi sempre più modesti, è chiamata a far fronte a tutti i
mali sociali, sempre anteposti all’esercizio della sua funzione istituzionale,
l’istruzione! Eppure, tra le varie ricette è circolata persino quella di
introdurre nella scuola nuovi corsi di una materia che dovrebbe fornire gli
elementi di un corretto comportamento – diciamo così – “morale”.
Il
carattere sgangherato e irresponsabile – nel senso testuale della parola, ovvero
della fuga dalle responsabilità – di queste proposte suggerisce che siamo
ancora molto lontani dall’aver fatto una diagnosi accurata dei mali che
affliggono i nostri giovani e, soprattutto, i principali responsabili: gli
adulti, che dovrebbero educarli. Non è certo possibile fare questa diagnosi in
un articolo di giornale ma, visto che impazza la mania dei test, ne proporremo
uno molto semplice e che a qualcuno potrà apparire buffo. Si prenda un giovane,
e anche i loro genitori, e si proponga loro la lettura di una poesia (meglio se
molto commovente), o un brano letterario intenso, o un brano musicale, non
necessariamente classico, anche una bella canzone; e si veda cosa succede. Se
spunterà un sorrisino di sufficienza, o di noia, o ancor peggio la smorfia
sarcastica di chi la sa lunga e non ha da perdere tempo dietro alle
romanticherie, la diagnosi è fatta. La timidezza e il pudore dei sentimenti
sono una caratteristica adolescenziale, ma quando sono esaltati da un clima
generale di disprezzo dei sentimenti – roba da perditempo o da rimbecilliti –
tracimano rapidamente nel cinismo. Ed è proprio questo il male che dilaga per
responsabilità degli adulti: il cinismo, che si manifesta nel proporre come
modello il furbo, colui che la sa lunga e va all’essenziale e al “pratico”, e
non ha tempo da perdere dietro ai “sentimenti”. Purtroppo, facendo il nostro
test, è da scommettere che si constaterà che pochi reagiranno con
partecipazione e commozione, i più con un risolino annoiato e sardonico. Del
resto, come potrebbe essere diversamente? Quale educazione sentimentale può
trasmettere un adulto che a un funerale commenta che la soluzione migliore
sarebbe buttare tutti i morti nella discarica? Cosa può discendere da
orientamenti educativi che hanno ridotto le antologie dispensate nelle scuole
non a raccolta di testi letterari, bensì di “testi informativi” che, quando contengono
qualche concetto, si tratta per lo più o di incitare all’emancipazione da ogni
forma di autorità o di propinare lezioni di politicamente corretto improntate
al più arido ideologismo? I sentimenti no, da quelli meglio tenersi alla larga,
quasi fossero un segnale di immaturità. Tuttavia, la scuola non è la principale
responsabile di un male che pervade tutta la società. È il veleno quotidiano
che incita al successo e al consumismo, e tratta le persone come mero “capitale
umano” da “ottimizzare”. Come se una società potesse progredire sulle spalle di
persone senza ideali, senza aspirazioni, senza emozioni, senza cultura. E come
se la formazione di persone autonome e capaci di rigenerare la società si
potesse fare imbeccandole con manuali d’istruzioni per l’uso, come se fossero macchine.
Il carattere si forgia creando interesse, suscitando la passione ad apprendere,
scoprire e fare, trasmettendo l’idea che la cosa più importante di tutte è costruire
con tenacia, giorno dopo giorno, un senso per la propria esistenza. Chi scrive
ha una formazione scientifica ed è convinto che anche il modo con cui si
apprendono le scienze e le tecniche può e deve essere orientato in senso
umanistico, eppure è arrivato a pensare che sia tale il livello di
disumanizzazione cui stiamo giungendo che la prima azione di emergenza deve
essere ricominciare a leggere poesie. Qualcuno ridacchierà di fronte a questa
affermazione: dovrebbe piuttosto chiedersi se egli non sia un triste esito
positivo del test, un esempio del declino della capacità di avere sentimenti ed
empatie. Occorrerebbe parafrasare il famoso invito di Martin Luther King “vi
supplico di indignarvi”, nella forma “vi supplico di commuovervi”. Difatti, la
sorgente del disastro è l’incapacità di commuoversi, la corazza di
indifferenza, scetticismo e cinismo che stiamo elevando attorno a noi e
trasmettendo ai nostri figli. Il farmaco da impartire è una massiccia
“educazione sentimentale”. Ma – sia ben chiaro a scanso di equivoci – questo è
l’esatto contrario di un invito a inventare qualche corso di “educazione
sentimentale” da far impartire agli “specialisti”. Ricominciamo piuttosto a
leggere poesie nelle scuole ed anche a casa.
(Il Messaggero, 19 novembre 2013)
sabato 2 novembre 2013
Ma non tocchiamo i nostri licei, che restano istituti decorosi
Il
Ministero dell’Istruzione ha autorizzato tre licei a sperimentare un percorso
abbreviato, e così si è tornato a parlare dell’opportunità di accorciare la
durata di tutti i licei di un anno. Come al solito, l’argomento principe è adeguarsi
a quanto si fa in altri paesi, anche se la motivazione autentica è la spinta
confindustriale a gettare quanto prima i giovani sul mercato del lavoro.
In
generale, da noi ci si è sempre mossi in senso opposto. Avevamo eccellenti
lauree universitarie quadriennali: un buon laureato in fisica o in matematica
aveva l’accesso garantito a un dottorato negli Usa. Si pensò di creare dei
diplomi biennali per funzioni più ristrette della ricerca o dell’insegnamento. Un’ottima
idea che fu accantonata per la sciagurata riforma 3+2 (laurea triennale più
laurea magistrale) col risultato che una laurea triennale non va oltre il
livello di un diploma e la laurea quinquennale fornisce una preparazione inferiore
alla vecchia quadriennale. Per diventare insegnanti occorrevano ben 7 anni, con
le Ssiss (Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario) in cui, pur
di allungare la broda, si arrivava a reclutare un investigatore privato in
pensione che insegnava come classificare i vari tipi di classe scolastica. La
riforma che ha soppresso le Ssis biennali in favore di un solo anno di Tfa
(Tirocinio formativo attivo) è stata combattuta e stravolta.
Quindi
nell’università si è stiracchiato in tutti i modi e ora, invece di guardare all’unica
soluzione ragionevole – tornare per molte lauree al percorso quadriennale – circolano
proposte sconsiderate, come quella di accorciare la specializzazione dei
medici, quando l’unica cosa che non va toccata è la preparazione di chi ha in
mano la salute.
Per
la scuola si è prospettato di anticipare l’ingresso alle primarie all’età di 5
anni, ma sono insorti alcuni pedagogisti appesi alle teorie fasulle di Jean
Piaget secondo cui i bambini prima dei 7 anni non avrebbero i circuiti
cerebrali pronti. Nel ciclo primario domina la “didattica della paura”, secondo
cui meno si fa e meglio è: una visione riflessa nelle Indicazioni nazionali,
recentemente riscritte per peggiorare le già grottesche precedenti. Sta di
fatto che il ciclo settennale primario è una gran perdita di tempo, mentre i
poveri maestri vengono forniti, mediante una buona laurea, di conoscenze di cui
è vietato far uso. Ogni genitore attento alla crescita dei propri figli freme
dal desiderio che escano dalle primarie per iniziare a far qualcosa. Invece di
rafforzare, accorciare o anticipare il percorso primario, le proposte
circolanti sono da brivido: trasformare il primo anno e il terzo anno delle
medie in “anni ponte” con le primarie e le superiori.
Occorrerebbe
piuttosto ragionare nel merito: porsi seriamente il problema di riqualificare
il primo ciclo e, per i cicli successivi, distinguere per settori. La
formazione professionale, la formazione tecnica (da distinguere fra loro) e la
formazione liceale (nei vari indirizzi), vanno considerate partitamente e la
loro durata va pensata in relazione alla loro funzione. È sacrosanto sviluppare
le formazioni tecnica e professionale, anche accorciando percorsi inutilmente
lunghi, ma per i licei (soprattutto per il classico e lo scientifico) occorre
chiedersi se vogliamo mantenere una formazione di livello superiore, altamente
qualificata, nella speranza di sopravvivere nel campo della ricerca scientifica
e umanistica. Se la risposta è affermativa, come si spera, non si dica che la
durata quinquennale di un liceo è eccessiva, con la mole di conoscenze
necessaria (e crescente) per una formazione adeguata. Alcuni dei licei in
sperimentazione si difendono dicendo che loro hanno insegnanti inglesi, iPad,
Lim e videochat: argomenti da palline colorate, come se questi mezzi di per sé migliorassero
l’apprendimento.
Chiediamoci
piuttosto come mai, in paesi in cui è in vigore il liceo di 4 anni, si pensa di
tornare indietro. In Germania – dove è diffuso l’apprezzamento per il sistema
scolastico italiano, malgrado i nostri sforzi per farlo a pezzi – una nuova
legge dà alle scuole la facoltà di aumentare la durata del corso di studi
allungando di un anno la durata delle superiori. Nell’Assia numerose scuole
hanno deciso di prolungare la durata del Gymnasium, con il plauso delle
famiglie, per mettersi alla pari dei licei italiani…
D’altra
parte, occorrerebbe porsi una semplice domanda: come mai l’imponente
emigrazione intellettuale italiana non conosce un’ondata di ritorno e tanti
trovano un impiego? Non sarà perché chi ha studiato in Italia, ancora,
nonostante tutto, gode di una preparazione di livello molto alto? Ce lo
ripetono in tanti dall’estero, ma noi preferiamo farci ipnotizzare da
statistiche discutibili: la lettura di “mentire con le statistiche” di Darrel
Huff dovrebbe essere resa obbligatoria nelle scuole. Perciò, prima di mettere
le mani per l’ennesima volta in modo sconsiderato sul sistema, pensiamoci bene
e, nel frattempo, non tocchiamo i licei, una delle poche cose ancora decorose,
nonostante tutto.
(Il Mattino, 31 ottobre 2013)
mercoledì 30 ottobre 2013
IL FLOP DELLA RICERCA SCIENTIFICA
L’ultimo
numero dell’Economist denuncia con un
dossier (“How the science goes wrong”) il preoccupante declino della qualità
della ricerca scientifica. Un numero sempre maggiore di articoli si rivelano
privi di fondamento, basati su dati o statistiche sbagliati o taroccati, su
analisi approssimative; il rigore nella selezione delle pubblicazioni è in
caduta libera. La scienza – osserva la rivista – dal Settecento ha cambiato il
mondo e ancora ha diritto a un enorme rispetto, ma il suo status privilegiato
si basa sulla capacità di fornire risultati quanto più possibile esatti e,
soprattutto, di correggere i propri errori. Poiché questo accade sempre meno, ora
è la scienza a dover cambiare.
Negli
stessi giorni la rivista New Scientist
batte sullo stesso tasto, mettendo sotto accusa, in particolare, le
neuroscienze, ritenendo «ormai chiaro che la maggioranza dei risultati» ottenuti
in questo campo «sono spuri come le onde cerebrali di un pesce morto».
L’allusione è a una celebre esperienza di alcuni anni fa, in cui si sottopose a
risonanza magnetica un salmone morto rilevando un’attività cerebrale quando il
cadavere del pesce “vedeva” delle persone. Un approccio serio avrebbe dovuto
suscitare un approfondimento delle correlazioni tra quelle tecniche e
l’attività cerebrale, ma si è fatto finta di niente.
Le
ragioni di questo andazzo preoccupante sono almeno tre. In primo luogo, il
numero crescente di ricercatori che sgomitano per farsi largo in un
palcoscenico troppo affollato. Poi il principio del “publish or perish” che,
soprattutto nel contesto statunitense, obbliga il ricercatore a pubblicare
secondo precisi obbiettivi quantitativi, altrimenti è spazzato via. Se un
ricercatore, per essere confermato, deve pubblicare in quattro anni due libri e
sei articoli, baderà poco alla sostanza e s’ingegnerà a inventare qualsiasi
cosa pur di sfangarla. Ma la produzione di risultati davvero originali richiede
talvolta lunghi periodi in cui si studia, si riflette o si sperimenta, senza
pubblicare. Il terzo aspetto è dato dalla degenerazione dei sistemi di
valutazione dei lavori. Si è ritenuto che l’introduzione dell’anonimato di chi
dà un parere su un lavoro presentato a una rivista sia garanzia di autonomia, e
invece esso si è rivelato un sistema perverso che consente al recensore di
scrivere nel giudizio qualsiasi cosa senza metterci la firma e la faccia, e di
compiere impunemente operazioni mafiose, come favorire gli amici e penalizzare
i nemici o i concorrenti. A ciò si aggiunga l’idea “geniale” di valutare la
qualità di un ricercatore o di una rivista senza leggere la loro produzione,
mediante sistemi bibliometrici basati sul calcolo del numero di citazioni. In
questi anni si sono moltiplicate le denunce degli effetti perversi di questo
sistema, ma esso è sostenuto dai potenti interessi delle ditte che fanno i
conteggi bibliometrici e la macchina infernale sembra inarrestabile.
Si
aggiunga un aspetto che è forse il più grave di tutti. La qualità della ricerca
è compromessa soprattutto in alcuni settori delle scienze biologiche, in
particolare della genetica e delle neuroscienze. In questo ambito dominano due
postulati: che tutto sia nei nostri geni e che i nostri pensieri siano
rivelabili con tecniche di risonanza magnetica funzionale. Il carattere
ideologico di questi postulati è confermato dal fatto che essi resistono a
qualsiasi confutazione, anche ai salmoni morti: gli studiosi più avvertiti ripetono
che il primo postulato è manifestamente falso, soprattutto nella pretesa di
individuare mediante i geni, in modo meccanico, le nostre capacità
intellettuali; e che la risonanza magnetica funzionale rileva processi
macroscopici che individuano correlazioni troppo vaghe con l’attività mentale.
Ma ogni avvertimento è vano perché è facile far ricerca su questi presupposti,
“scoprendo” un giorno il gene della gelosia e l’altro il gene della generosità,
o analizzando i flussi sanguigni cerebrali di una persona mentre fa una
versione in prosa o legge una poesia; e su questa base scrivere articoli di
valore nullo ma che servono a far carriera.
Fin
qui il danno sarebbe serio ma resterebbe interno alla ricerca. Tuttavia, le
cose si fanno gravi per tutti se dilagano di personaggi di dubbia competenza
che vanno in giro a far seminari (magari nelle scuole) per spiegare che i
bambini che hanno difficoltà con la matematica hanno difetti neuronali, senza
essere ovviamente in grado di proporre altro che chiacchiere nebbiose. Attorno
a questo fenomeno si coagulano interessi che sfruttano la buona fede di persone
intimidite dal richiamo all’autorità della “scienza”. Ma di gran lunga più gravi
sono i tentativi di mettere in piedi interventi massicci e promossi dallo stato.
Di recente, lo psicologo americano Robert Plomin, professore al King’s College
di Londra, ha proposto di sottoporre i bambini a dei test genetici di massa per
individuare la scelta scolastica migliore perché, secondo lui, dai geni si può
dedurre in quale disciplina risulteranno migliori. Inutile dire che si tratta
di affermazioni prive di qualsiasi base scientifica seria. Se è già
problematico stimare quanto sia consigliabile fare certi interventi chirurgici
per prevenire una malattia sulla base di un test genetico, la correlazione tra
geni e disposizioni mentali e intellettuali è un territorio inesplorato,
ammesso che la sua esplorazione possa dare frutti. Difatti, è fin troppo
evidente (e viene ripetuto invano dagli studiosi seri) che in questo ambito
giocano tanti di quei fattori epigenetici, sociali, culturali, da rendere
marginale il fattore genetico. Eppure c’è chi prende sul serio queste proposte
e discute persino sulla loro attuabilità. Non ci si rende conto di riproporre
l’immagine del Brave New World di
Huxley: una società totalitaria in cui la persona non ha scelta, perché nasce
predeterminata a fare questo o quel mestiere, e a vivere in un certo modo. Già
un secolo fa l’eugenetica, diffondendo miti analoghi, ha fornito basi
pseudoscientifiche per i razzismi che hanno devastato il Novecento. Ora vediamo
risorgere lo stesso spettro che, con la stessa inconsistente pretesa di
scientificità, promette nuovi disastri sociali.
(Il Messaggero, 30 ottobre 2013)
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