mercoledì 11 marzo 2009

Perché le aperture all’Iran sono un altro passo verso l’islamizzazione

Occuparsi attivamente e intensamente delle questioni dell’istruzione nel nostro paese rischia di riportarti insistentemente alla mente la nota battuta di Mussolini secondo cui governare l’Italia non è difficile, è inutile. Ma non è ora né qui che voglio parlare dello sfinimento che provoca entrare nell’unica esperienza davvero realizzata di “democrazia dal basso” e confrontarsi con soggetti (gli “esperti” dell’istruzione) che non vivono e pensano nel mondo dei comuni mortali bensì nel mondo delle locuzioni a barre (conoscenze/abilità, abilità/competenze, conoscenze/competenze, documento/proposta, consolidare e/o riprogettare) e degli anglismi (literacy, framework, teaching for test). Eppure ti rendi conto che questo è uno dei fronti cruciali su cui si gioca il nostro futuro. Tutte le battaglie civili rischiano di non avere a priori futuro se continueremo a sfornare generazioni di teste “ben fatte” secondo i criteri dei tecnocrati dell’affettività e della morale confezionate scientificamente e della metodologia che fa premio sulle conoscenze. L’educazione e l’istruzione sono un pilastro portante. Eppure, mentre ti affanni a vedere se e come si possa intervenire sulle inquietanti crepe del pilastro, ti rendi conto che mettere puntelli qua e là è derisorio mentre intorno un esercito di bulldozer fa a pezzi la casa. Con la metafora dei bulldozer non mi riferisco agli “esperti”, alle congreghe corporative o agli eserciti di termiti che pascolano sul terreno devastato dell’istruzione. Poveri untorelli, a ben vedere. Penso allo sfascio morale e culturale generalizzato delle nostre società occidentali e al crescente sentimento di insicurezza che si addensa attorno al futuro. Dirlo in Italia può sembrare esagerato perché il male non ha raggiunto i livelli di altri paesi. Il quadro che Giulio Meotti ha tracciato sul Foglio della sparizione dell’Inghilterra che abbiamo conosciuto – sempre più paradigma di Eurabia – in fondo lo raccontano le cronache da qualche anno, in un crescendo rossiniano. Ma colpisce come un pugno nello stomaco leggerne la sintesi; e induce a svegliarsi e a riflettere su un domani assai vicino. Difatti, in Francia non siamo molto lontani da questa situazione, in Olanda ci siamo ormai e persino nell’Austria (felix?) si prospetta un non lontano orizzonte di islamizzazione.
Parliamo di antisemitismo. Ah, ci risiamo con la solita tiritera – dirà quel giornalista cattolico che ha recentemente accusato gli ebrei di essere malati di una “concezione lagnosa della storia”. Ma non si diceva che l’antisemitismo è il più sensibile termometro dell’intolleranza diffusa nella società, un segnale che indica l’avvicinarsi di grandi cataclismi? Oppure si tratta soltanto di una filastrocca buona da ripetere la Giornata della Memoria per poi poter parlare d’altro? Ma certo, per parlar d’altro – si replica – perché i problemi gravi a questo mondo sono ben altri, per esempio quello palestinese; e comunque ogni confronto è indebito e mostra casomai quanto siano lontane le circostanze del passato: vi è forse qualche paese al mondo che prospetti di promulgare una legislazione razziale, di fare espulsioni o addirittura sterminii su basi razziali?
Di certo quelle forme storiche appartengono a un passato sepolto e la pratica dell’antisemitismo di stato è completamente fuori dell’orizzonte dei paesi occidentali. Ma non siamo nell’era della globalizzazione? Forse dovremmo aggiornare i metodi di analisi e chiederci se la via per la codificazione dell’antisemitismo in termini legislativi non stia seguendo linee diverse e più complesse, ma non meno inquietanti perché, se avessero successo, non lascerebbero via d’uscita. A ben vedere il primo tentativo è stata la famosa dichiarazione dell’ONU che equiparava sionismo e razzismo. Non ha funzionato, i tempi non erano maturi, era una scelta troppo marcatamente imposta dalla maggioranza araba e terzomondista dell’ONU; ma lasciato tracce. Poi è venuta la Conferenza contro il razzismo di Durban 2001 che ha colto di sorpresa tutto il mondo e ha mostrato il volto di un antisemitismo che vuol farsi riconoscere come dottrina ufficiale delle istituzioni internazionali. Si poteva sperare che la lezione fosse stata appresa. Niente. È da più di un anno che è arcinoto cosa stia cucinando per Ginevra 2009 (Durban II) una cricca di paesi altamente qualificati per giudicare di diritti umani come Iran, Libia, Cuba: una condanna senza appello per Israele e il sionismo, come unico agente mondiale di razzismo e crimini contro l’umanità – non una parola su sterminii di dimensioni epocali tuttora in corso – assortita da una insidiosissima richiesta di proscrivere l’islamofobia, di fatto un bavaglio alla libertà di opinione ed espressione che colpirebbe mortalmente l’Occidente.
Non si può abbastanza apprezzare il fatto che il Canada e l’Italia si siano ritirati a priori dalla Conferenza. Altrettanto apprezzabile è che si siano ritirati gli Stati Uniti, anche se era sorprendente il proposito, fortunatamente rientrato, di partecipare per tentare di cambiare l’esito della conferenza. Cambiare cosa? La base di partenza è talmente efferata che l’unica trattativa possibile dovrebbe partire dal ritiro della bozza iniziale. Tanto più è sconcertante che, a parte l’Italia, gli altri paesi europei stiano esercitandosi in un penoso minuetto: andiamo, pur non volendo andare, andiamo per cambiare, se non si cambia vedremo, per il momento andremo. Come se non ci fosse stata Durban, come se non sapessero cosa si prepara, cosa li aspetta, cosa si rischia di legittimare. Antisemitismo ancora una volta come termometro? Proprio così, perché chi andrà a Ginevra non soltanto non potrà evitare un proclama efferato ma rischia di trovarsi attorno al collo il capestro della limitazione della libera espressione. Avrà il coraggio di fare come l’ambasciatore israeliano Herzog una trentina di anni fa, e cioè di dire “il vostro proclama non vale la carta su cui è scritto e ve lo stracciamo in faccia”? Ne dubitiamo. Difatti, il multilateralismo è tornato ad essere un totem: “vorremo forse delegittimare l’ONU già indebolito?” è il mantra che si ode in questi giorni. E sono inquietanti le “aperture” del Presidente Obama senza chiedere nulla, neppure all’Iran di piantarla con i propositi di distruzione di Israele e con il negazionismo.
Negli anni trenta soltanto gli ebrei dell’Europa orientale – quelli che essendo abituati alle persecuzioni vivevano “con la valigia in mano” – se ne andarono per tempo. Gli altri restarono fino all’ultimo ripetendo che “non era possibile”. Anche oggi, soprattutto in paesi come l’Italia (e per suo merito) appare impossibile. Ma ove le cose andassero peggio la globalizzazione dell’antisemitismo legalizzato dalle istituzioni internazionali renderebbe difficile trovare dove portare la valigia, salvo che in quel piccolo paese su cui pende la futura atomica iraniana. Il Presidente Obama vuole contrattare con l’Iran la rinuncia alla bomba con il riconoscimento di “potenza regionale equilibratrice”. Ma anche questa faccenda ricorda qualcosa e qualcuno, un signore inglese che andava in giro con l’ombrello.

(Il Foglio, 11 marzo 2009)

18 commenti:

Barbara ha detto...

Vorrei commentare la prima parte dell'articolo: quella relativa alla scuola e alle locuzioni a barre.
La nostra preside qualche giorno fa ci ha ammonito ricordandoci con veemenza:
- che le insufficienze nel primo quadrimestre sono state tante/troppe;
- che dobbiamo essere consapevoli dei rischi/pericoli a cui andiamo incontro (vedi genitori/sindacalisti dei figli che avanzano immancabili contestazioni/ricorsi);
- che dobbiamo avere sotto mano tutto il materiale (appunti, annotazioni, richiami verbalizzati, prove di vario tipo) in grado di documentare i percorsi individualizzati di insegnamento/ apprendimento messi in atto, nonché le attività di recupero/ sostegno attivate;
- che in realtà siamo noi docenti i responabili delle insufficienze dei discenti, visto che la massima con cui si apre la bibbia della scuola non ammette obiezioni: "gli alunni devono essere tutti uguali proprio in quanto diversi".
Fuor di locuzione (uguali/diversi), non c'è Santo che tenga, è un dogma di fede che tutti arrivino al perseguimento degli stessi obiettivi, che tutti siano bravi.
Sarebbe così se solo le cose andassero come dovrebbero andare:
- Se questi tonti degli insegnanti avessero la capacità geniale di inventare e pianificare una strada diversa in base alle inclinazioni, preferenze, attitudini, schemi mentali di ciascuno (ad esempio, non so, ad uno le tabelline gliele canti, a uno gliele disegni, ad un altro gliele fai dire mentre salta in palestra- tutto deve avvenire contemporaneamente, si capisce)!
- Se solo formassero gruppi di livello e poi gruppi di cooperative learning e poi improntassero il lavoro in modo nuovo e variegato!
- Se solo avessero il potere divino di moltiplicare le ore di lezione e di recupero e nel contempo di farle volare veloci per non stancare gli allievi!

Insomma, ogni volta che sento parlare la voce dell'istituzione scolastica, mi pare tanto di entrare in un'altra dimensione...

Attento ha detto...

Nel Regno Unito l'islamizzazione è attuata tramite l'applicazione di fatto della Sharia in alcuni quartieri, il riconoscimento della poligamia, l'oscuramento dei sigmboli religiosi cristiani.

A Milano e Bologna gruppetti di sinistra e centri sociali manifestano insieme ai fondamentalisti che occupano i sagrati delle chiese cristiane per inginocchiarsi verso La Mecca .

In Svizzera stanno organizzando la grande kermesse antirazzista (in realtà antisionista) mentre a Pescara si organizzano i Giochi del Mediterraneo che, per decisione del comitato (a maggioranza di stati islamici), impedisce la partecipazione agli atleti di Israele.

Gino Strada se la prende contro il Tibunale dell'Aia per il mandato di cattura contro il feroce dittatore Bashir paragonandolo a Bush e Olmert.

Per me è una marea che monta mentre i bagnanti se ne stanno placidamente a godersi il sole sulla spiaggia.

Ma, spesso, se provi a mettere in guardia ti guadano come se stessi raccontando la trama di un romanzo di fantascienza poco credibile.

C'è molta confusione, siamo divisi sulla valutazione della pericolosità, delle priorità, magari mi sbaglio io.

Però non riesco a digerire il fatto che in tutte queste situazioni assistiamo alla svalutazione o demonizzazione di realtà intimamente legate alla storia della nostra civiltà occidentale che, inevitabilmente, restano sotto attacco.

Gianfranco Massi ha detto...

Purtroppo viviamo in un evo storico dominato come non mai dalla paura della guerra. E i governanti occidentali sono propensi a esibire pazienza intelligente anziché amore di giustizia. Soprattutto dopo George Bush, il quale, secondo me, non è da condannare ma solo da compatire, perchè non capì che dagli europei continentali poteva aspettarsi solidarietà a iosa ma nemmeno una parvenza di patriottismo. A lungo andare infatti, gli voltarono le spalle perfino in patria. Ai leader di paesi democratici non è mai più consentito fare i guerrieri, neppure quando le loro ragioni sono evidenti. Chamberlain, alla fin fine la guerra la dichiarò dopo l' attacco della Polonia, senza aspettare che Hitler bombardasse Trafalgar Square.
Ci volle l' attacco degli aerei nipponici a Pearl Harbor perché Roosvelt potesse convincere gli americani a impugnare le armi.
Non sono uno storico, ma percepisco una sorta di attesa dall' Islam, un aiuto ad attuare (paradossalmente) ciò che è rimasto incompiuto dall' Illuminismo: vaneggio?
Gianfranco Massi

vanni ha detto...

Non intendo generalizzare, semplifico solo togliendo sfumature per dare evidenza al punto, e dico che sono sconcertato, confuso dalla nostra fragilità (e a questo punto non parlo solo di noi italiani, ma di noi europei, occidentali). Non riesco a comprendere sia l'ottusa miopìa di chi avalla e sostiene la disgregazione del mondo occidentale (quali obiettivi? quali interessi?), sia la pavida acquiescenza di chi questa aggressione - non condividendone né princìpi né metodi - subisce (quali attese? quali prospettive?). Mi domando se abbiamo consapevolezza di noi stessi: Vienna resisteva tuttavia con convinta perseveranza in attesa di Jan Sobieski.

Vincenzo Manganaro ha detto...

Per una volta non commenterò della scuola, perchè condivido con altri il timore di ben più gravi problemi e segnali di preoccupazione; non trascuro l'importanza dell'istruzione e dell'educazione, tutt'altro: è una parte importante della mia identità di persona prima ancora che di professionista. Ma proprio perchè sono prima un cittadino e poi un lavoratore della scuola mi preoccupano alcuni segni di disfacimento del tessuto connettivo delle nostre società, alcuni dei quali trascinano con sè anche la scuola. Prendo posizione: da sinistra (da sinistrato?), sostengo che il nostro governo ha fatto bene a dichiarare che l'Italia non sarà a Durban. Il documento espresso della conferenza sono semplicemente inaccettabili e trovo preoccupante che alcuni Paesi pensino di partecipare per "tentare una mediazione": credo ci siano argomenti su cui mediare non è possibile. E su quale elemento poi? cosa si potrebbe chiedere di "togliere", in cambio accettando di "lasciare" cos'altro? Non occorre citare la conferenza di Monaco per provare preoccupazione al riguardo. Peraltro, il nostro Parlamento aveva approvato lo scorso dicembre una mozione Nirenstein votata anche dalle opposizioni (solo 4 i voti contrari) che impegnava il governo a vigilare sui lavori preparatori, in particolare per quanto riguardava i paragrafi dedicati al medio oriente.
I segni dell'antisemitismo e dell'intolleranza sono già evidenti anche in Italia (un anno fa a partire dal Giorno della Memoria abbiamo condotto a scuola con i bambini una ricerca sui giornali catalogandoli per l'Italia e per l'estero, con risultati inattesi data la quantità di episodi che nemmeno gli insegnanti si attendevano); a volte è semplice indifferenza, il cavallo di troia che intolleranti e prepotenti prediligono trovare nella opinione pubblica: per esempio ho verificato che in molte scuole primarie e secondarie al Giorno della Memoria (e alla storia che conduce a questa celebrazione) è dedicato giusto il minuto di raccoglimento. In fondo anche questo è un segno di difficoltà del mondo della scuola: la fatica a lasciar entrare nelle aule il mondo che sta al di là delle finestre e che bisognerebbe rendere comprensibile ai più giovani.
Due ultime considerazioni forse semplicistiche perchè non sono un politologo ma solo un lettore di storia e di giornali: il multilateralismo dell'Onu rischia di precipitare questa commendevole associazione nella crisi che travolse la Società delle Nazioni ante guerra, perlomeno fino a quando le nazioni democratiche non si decideranno a scambiare la propria disponibilità dialogante con aperture vere; si cita l'Iran, ma potrei dire le stesse cose per i diritti umani in Cina e in Tibet. Infine, la mia simpatia per le sorti del popolo palestinese non può farmi dimnenticare altrettanta simpatia e partecipazione per le sorti del popolo israeliano e vorrei vedere citati in molti articoli e opinioni la fatica di esistere degli uni e degli altri, senza dover operare necessariamente una scelta di campo del genere "mors tua, vita mea" ispirato da cattive politiche che si orientano a destra o a sinistra secondo convenienza politica: semplicemente perchè non è necessario essere di destra per sostenere il diritto all'esistenza di Israele e per battersi contro l'antisemitismo.

Saluti, Vincenzo Manganaro

agapetòs ha detto...

Guardi, caro professore, mi sono appena imbattuto in un documento di un Ufficio Scolastico Regionale.
Mi permetta di farle omaggio di alcuni brani citati nel testo, vere e proprie "perle":

Come si vede, la conoscenza, sia essa intuitiva, immaginativa o formale non basterà mai da sola alla costruzione di una personalità. Allora noi diciamo: - La conoscenza è soltanto uno strumento. Ciò che conta soprattutto è la solida costruzione degli individui e questa costruzione si realizza mediante il lavoro, facilitato da strumenti adatti, al servizio della personalità in quanto membri della comunità sociale...

Nel processo di apprendimento non è importante aumentare la quantità di informazioni ma aumentare la disponibilità ad apprendere, ovvero lo spazio mentale disponibile a ricevere nuovi dati e nuove esperienze. L’apprendimento riuscito non è tale quando si hanno più conoscenze ma quando si è aumentata la capacità di riceverle: non si tratta di un fatto quantitativo ma qualitativo.

Ed infine una massima che sintetizza molto bene l'attuale situazione della scuola italiana.
La valutazione riguarda non l’alunno bensì l’azione educativa. A noi tocca non dire che l’alunno è poco o per nulla educabile bensì che tutti gli espedienti messi in atto sono falliti, e che perciò devo trovarne di più utili e di più efficaci; e se non ci riesco la responsabilità è mia e/o della scienza pedagogica.

E mai, dico mai una volta che nel documento si parli di responsabilità da parte dello studente!!

Myosotis ha detto...

Tutto vero. Ed è triste vivere un momento di vigliaccheria e grave decadenza intellettuale e morale come questo. Gli anticorpi ci sarebbero, ma vedo il sistema immunitario in difficoltà, ci vorrebbe un antibiotico nuovo. Nell'attesa, la sola via che intravedo è l'unione di tutti coloro che sono consapevoli della minaccia che incombe sull'Occidente. A questo proposito, posso suggerire il sito dell'Associazione Occidens, che non vedo tra i links sulla sinistra del Suo blog, www.occidens.it? Grazie.

vanni ha detto...

Egregio Agapetòs, Lei dev'essere un gran burlone... dica la verità: per scrivere quel documento apocrifo è andato perfino a scartabellare nel glorioso libretto rosso di Mao!

agapetòs ha detto...

Caro Vanni, magari fosse così!
Sono documenti di un mese fa, disponibili anche in rete, e che dettano legge per noi insegnanti, alla faccia della libertà di insegnamento di cui parla l'articolo 33 della Costituzione (che, tra parentesi, viene tirata in ballo da destra e da manca solo quando fa comodo).
E sono convinto che neanche la scuola sotto Stalin e Mao fosse al livello demenziale di questa dittatura pseudopedagogica attualmente in corso qui in Italia.

Caroli ha detto...

Egregio Vanni, il "libretto rosso" di Mao Zedong, quanto all'istruzione, meglio, alla scuola, è un tantino più serio del guazzabuglio semantico citato da Agapetòs. Con il difetto che il che cosa il leader cinese sosteneva doversi imparare non era propriamente democratico secondo i canoni cui siamo abituati nella vecchia Europa.
Ma, almeno, "Non bisogna mai stancarsi di imparare" era una massima che ci si trova, ed è condivisibile. Non credo, per il resto, che il documento di Agapetòs sia "apocrifo". Purtroppo. E, come ho già avuto occasione di dire, riguardo ad Iran e compagnia urlante (palestinesi, libanesi, hezbollah, eccetera) ci sarebbe bisogno di una nuova Lepanto. Purtroppo, purtroppissimo.

Giorgio Israel ha detto...

Caro Agapetòs,
mi dia i riferimenti in rete di quella porcheria. Ci scrivo un articoletto sopra. Non bisogna mollare neppure un istante.

Lucio ha detto...

Ve lo dico io da dove vengono fuori. Le citazioni di Agapetos non sono apocrife, sono contenute in un documento chiamato
Disturbi specifici di apprendimento:
successo scolastico e strategie didattiche.Suggerimenti operativi

della regione Emilia-Romagna. Lo si trova in rete in due parti, le prime due citazioni sono nel primo file, la terza si trova nel secondo file. Quello che Agapetos non dice, e fa del suo intervento una piccola trappola, e' che quei passi non fanno parte integratnte del documento, ma sono a loro volta citazioni di altri testi di pedagogia, e sono inserite in riquadri a parte chiamati "Appunti di storia della scuola". I testi citati sono: La disponibilità ad apprendere di Blandino e Granieri, Saggio di psicologia sensibile di Celestin Freinet e Dalla valutazione alla definizione dei piani di lavoro di Elio Damiano. Nel riquadro dove compare la citazione di Freinet, ne compare una anche della Montessori.
Non conosco questi testi e ben mi guardo da dare un giudizio di merito. Solo, prima di sparare a zero, Agapetos poteva almeno specificare le fonti in maniera corretta.

Lucio Demeio.

agapetòs ha detto...

Caro Lucio, se io scrivo che 2+2=5, anche se circondato da frasi in cui 2+2=4, rimane il fatto che ho scritto una falsità.
Le citazioni erano estratte dai testi originali così come le ho inviate, e non intendevo "sparare" contro gli autori di quei testi, ma semmai contro chi quelle citazioni usa per dare un'aura di autorevolezza al proprio pensiero.
Ho scritto: ...alcuni brani citati nel testo...
Ho scritto citati, non tratti. Mi sembrava chiaro che fossero citazioni all'interno del documento. Nessuna trappola, tanto più che l'estensione dei brani citati permette a chiunque di risalire all'originale e verificare di persona, come infatti lei ha fatto.

Caroli ha detto...

Professore, il problema è vedere se la porcheria che Agapetòs ci ha resa nota è condivisa o meno dagli estensori del documento, oppure è un esempio di cosa non si dovrebbe fare, dire o argomentare. Perché nel primo caso, è l'istituzione stessa che l'ha prodotto a squalificarsi; nel secondo, no. Aspetto pertanto il Suo articoletto in proposito.

Luigi Sammartino ha detto...

Io non ho capito se le citazioni riportate da Agapetòs sono considerate "vere" dal documento che le cita o se rientrano solo in un'analisi storica. Perché se sono considerate "vere" in effetti ci sono motivi per obiettare.

La prima citazione ( la conoscenza, sia essa intuitiva, immaginativa o formale non basterà mai da sola alla costruzione di una personalità… ) non l’ho granché capita, nel senso che non ho capito che tipo di scuola si intende proporre con questi assunti.

La seconda citazione (Nel processo di apprendimento non è importante aumentare la quantità di informazioni ma aumentare la disponibilità ad apprendere… ) è falsa, perché per aumentare la capacità di apprendere devi aumentare la conoscenza. È impossibile una testa ben formata e vuota di conoscenze. Qui una citazione la faccio io:

un organismo può apprendere se già possiede molta conoscenza: l’apprendimento comincia con conoscenza organizzata, la quale cresce e diventa sempre più organizzata. Nulla può essere appreso se non vi sono già forti indizi su ciò che ci si aspetta di acquisire

[Charniak E. McDermott D.
Artificial Intelligence
Reading, Addison Wesley, 1984]

La terza citazione (La valutazione riguarda non l’alunno bensì l’azione educativa…) è falsa a metà, perché a volte quando i ragazzi non ci capiscono niente la colpa è proprio dell’insegnante. Poi però ci sono gli studenti che non c’hanno voglia di fare niente, e per questi non c’è niente da fare.

Spero di non essere stato troppo lungo.

Lucio ha detto...

Per Agapetos:

E' vero, e' vero, aveva scritto "citati". Non avevo letto bene il suo commento. Sinceramente non ho voglia ne' tempo di leggermi tutte le 51+62 pagine del documento. Gliela do vinta.

Lucio Demeio.

agapetòs ha detto...

per Caroli: la prima che ha detto
per Sammartino: nel documento le citazioni sono considerate attuali (non storiche) e "vere". La sua affermazione Poi però ci sono gli studenti che non c’hanno voglia di fare niente, e per questi non c’è niente da fare che condivido - com'è ovvio - nella scuola di oggi è una cosa che quasi non si può dire.
E' sempre la scuola che deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile, i ragazzi sono quasi completamente deresponsabilizzati. Devo dire che molti miei colleghi si sono ben adeguati a questo andazzo. Io proprio non ce la faccio (e non ce la voglio fare).

Caroli ha detto...

Caro Agapetòs, grazie. Un brevissimo commento: beh, me l'aspettavo, non volevo pensare male, ma.... Grazie ancora.