mercoledì 7 maggio 2014

Tutti debbono essere valutati, anche Gianna Fregonara: bocciata in “competenze” di ragionamento


È uscito oggi sul Corriere della Sera uno sconcertante articolo a firma di Gianna Fregonara a proposito dei test Invalsi, il cui titolo rispecchia perfettamente il contenuto: «La scuola che ha paura di farsi valutare».
L’articolo si riduce a un sillogismo: a) la scuola deve farsi valutare; b) la valutazione coincide con i test Invalsi; c) chi non accetta i test Invalsi ha paura di farsi valutare.
Peccato che, come tutti i ragionamenti formali, questo sillogismo sia privo di senso perché poggia su una gamba fradicia: l’asserto b).
Siamo d’accordo che la scuola deve farsi valutare. Siamo d’accordo che chi non vuol farsi valutare ha un atteggiamento riprovevole. Ma come si debba valutare è una questione aperta alla discussione, se è ancora lecito sperare di non vivere in un regime di pensiero unico.
L’articolo si riduce quindi a una geremiade contro chi semina dubbi contro l’Invalsi e i suoi test – “ovvero”, nella logica di Fregonara, contro la valutazione in sé e per sé – e quindi contro chi non vuole migliorare la scuola italiana. «Come da copione», lamenta Fregonara stigmatizzando le proteste e le contestazioni e, nella sua ortodossia, arriva al punto di stigmatizzare persino una dichiarazione della presidente dell’Invalsi Annamaria Ajello, per aver parlato di “domande trabocchetto”, troppo difficili e persino a lei incomprensibili, e aver in tal modo seminato «dubbi». In altri termini, nessuno può entrare nel merito di quel che fa l’Invalsi, dei test che confeziona e “somministra”, quasi si trattasse del Vangelo: bizzarra situazione in tempi in cui neppure il Vangelo gode più di un simile trattamento di favore.
Siamo in tanti ad essere favorevoli alla valutazione, siamo in tanti a sgolarci facendo proposte alternative e di correzione dell’andazzo scelto negli ultimi anni. Siamo in tanti a stigmatizzare la diffusione del dannosissimo “teaching to the test” e la scandalosa esplosione di libercoli di addestramento ai test, talora scritti dagli stessi consulenti dell’Invalsi. Siamo in tanti ad aver perso tempo ad analizzare i test proposti uno per uno rilevandone i difetti, con argomenti che non sono certo da prendere come i Dieci Comandamenti, ma che hanno il diritto di essere presi in considerazione e discussi. O no?
No. È stata la risposta fino ad ora. Di quel che dicono e pensano i critici alle vestali della valutazione invalsiana non importa nulla. Loro hanno la verità in tasca per via amministrativa. E Gianna Fregonara si schiera su questa linea: zitti e in riga, discutere è vietato, o meglio, è semplicemente la prova che non volete farvi valutare.
Si gira la testa dall’altra parte di fronte al vero scandalo, e cioè che un ente preposto alla valutazione rifiuti di farsi valutare, quantomeno accettare un confronto: una contraddizione per la quale è difficile trovare aggettivi adeguati.
Si gira la testa dall’altra parte di fronte al fatto che i consulenti che confezionano i test sono sempre gli stessi da anni, inamovibili e dotati del potere di scegliere in modo arbitrario i docenti che, remando sottocoperta, preparano la platea di “pretest” da cui, in un grottesco percorso di ben due anni, vengono selezionati quelli da “somministrare”. Si gira la testa dall’altra parte di fronte al fatto che la selezione sui “pretest” non viene fatta in base alla loro qualità di contenuto, ma in base a una procedura demenziale, e cioè alla loro conformità ai criteri statistici derivanti dall’applicazione di un modello matematico, il modello di Rasch, ampiamente contestato nella letteratura, quantomeno opinabile e tutt’altro che garante della tanto ridicolmente sbandierata “oggettività”. Si gira la testa di fronte al fatto che gli stessi consulenti dichiarano che il modello di Rasch – ormai il Moloch dell’Invalsi – non ammette una verifica in termini di “fitting” empirico. Quando queste cose sono state contestate non vi è stata risposta, se non un ritirarsi iroso dalla discussione, nella rarissime occasioni in cui questa si è prodotta.
Forse queste cose Gianna Fregonara non le sa. Forse non ha idea di cosa sia il modello di Rasch o non ha idea delle procedure seguite dall’Invalsi. Allora dovrebbe prudentemente tacere, invece di presentare, con un sillogismo sgangherato, persone serie che vogliono discutere seriamente come parassiti che non vogliono farsi valutare. Altrimenti, non dà soltanto prova di meritare una bocciatura nelle “competenze” di ragionamento, ma di essere ispirata da una visione ostile alla discussione aperta e libera; senza la quale parlare di valutazione è una presa in giro, o uno stile da regime.

20 commenti:

Kummer ha detto...

Invalsi cosí colà dove si puote

Giorgio Israel ha detto...

e più non dimandare...

massimiliano santoni ha detto...

Con piacere ho tentato un approfondimento imbattendomi nello studio di Unifi di Silvia Bacci... Mi pare che le sue dubbiose conclusioni si possano solo amplificare enormemente in relazione ai grandi numeri nazionali... Ciò detto riporto il testo ultimo nel blog all'articolo di cui Lei tratta e sul quale mi piacerebbe una sua idea : "La valutazione non solo è possibile, ma auspicabile. I test INVALSI non servono però allo scopo. Sotto nessun punto di vista. Mancano di concertazione, metodo, frequenza. Statisticamente sono insignificanti. ... Se si vogliono fare 'misure', si deve scegliere l'unità di grandezza giusta, lo strumento adeguato, se ne devono conoscere e condividere caratteristiche e limiti. I test INVALSI equivalgono a voler misurare la lunghezza con un contenitore per volumi: pura approssimazione. ... Se si vuole misurare un apparato tra i più complessi (imho di peggio c'è solo la sanità in quanto, come la scuola, servizio rivolto alle persone ma per di più, malate), si devono individuare gli strumenti in relazione agli ambiti della didattica a tutto tondo. E lì dentro ci si trovano esseri umani e non macchinette, con i lori pregi, difetti, talenti, problemi ecc ecc. Voler ostinatamente ridurre ed oggettivare tutto l'operato scolastico della docenza e dell'apprendimento in un singolo test di poche domande, è una operazione invereconda che solo uno stolto incompetente può tentare. ... Quindi lo si faccia con altri strumenti, ma mettendo in campo le migliori risorse che 'vivono' la scuola quotidianamente e si barcamenano tra mille problemi dai più scemi ai più complessi e spesso, senza alcun aiuto dalla stessa Istituzione che li vuole misurati, competenti e competitivi. Ed ancora non ho detto nulla sulle famiglie..."

Grazia Dei ha detto...

La dr. Aiello ha inoltrato una lettera per blandire i docenti.
Se non fossimo con l'acqua alla gola, malgrado quest'anno sia stata abolita la rilevazione invalsi per la prima media (l'ennesimo taglio?), il 13 sciopererei.

Unknown ha detto...

La signora è la moglie di Letta?

Giorgio Israel ha detto...

Caro Santoni, condivido completamente l'analisi. Salvo che direi piuttosto che i test Invalsi sono come misurare con un metro fabbricato artigianalmente volta per volta dei volumi, delle temperature e delle intensità di corrente...

Iacovozzi Maria ha detto...

Nel mondo alla rovescia dove si innalzano stolti, inetti, incapaci, ignoranti, saccenti, supponenti e GPM (portatori di Gravi Problemi Mentali) le prove Invalsi sono perfette ed è ovvio che gli pseudo saggi si rivoltano contro gli ultimi "argini" umani all'implosione di questa sottospecie di civiltà. Entrate nelle classi a "vivere" questa infanzia a volte stuprata dai congiunti, abbandonata dalle istituzioni e ignorata dal resto del gruppo umano!! Cominciate ad autovalutare le vostre vuote asserzioni e i vostri scoop ad effetto e lasciate un pace i soottopagati e sviliti insegnanti che sicuramente lavorano più di chi abbaia alla luna.

Gianni Bianciardi ha detto...

Oggi su La Stampa Luca Ricolfi confeziona un'altra perla sull'Invalsi:
http://www.lastampa.it/2014/05/08/cultura/opinioni/editoriali/i-mali-della-scuola-e-luso-sbagliato-dei-test-invalsi-5uorpW0vnnubb2coc5mkHM/premium.html

Giorgio Israel ha detto...

Mi scusi, quale perla? L'articolo non è leggibile se non comprandolo, e francamente non ho voglia di abbonarmi per questo a La Stampa. E dal poco che si legge non si capisce che posizione abbia, e tantomeno quale sia la perla.

Papik.f ha detto...

Il 13 sciopererò come ho già fatto l'anno scorso. Nonostante non sia coinvolto né come materia d'insegnamento né come assistenza alle prove e nonostante non scioperi più da anni per altri motivi. Davanti all'arroganza di certe prese di posizione occorre dare un segno finché ci è possibile. E' una questione di civiltà, cioè di difesa della nostra civiltà. Con questo non mi permetto ovviamente di criticare chi non può, è vero purtroppo che siamo ridotti come siamo ridotti.
PS: anche a me piacerebbe sapere da Gianni Bianciardi se la definizione di "perla" ebba intendersi ironicamente, in genere apprezzo molto Ricolfi e Signora (Paola Mastrocola), pur non condividendo sempre tutto quanto dicono.

Giorgio Israel ha detto...

Sono riuscito finalmente a leggere l'articolo di Luca Ricolfi sulla Stampa :
http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=2LTS7E&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1
Se mai, lo trovo troppo moderato, e glielo ho scritto. Ma mi pare pieno di riflessioni serie, motivate e condivisibili. In tal senso (positivo) è una perla.

Gianni Bianciardi ha detto...

Buonasera, cercherò di spiegare perché non mi è piaciuto l'articolo di Ricolfi, e probabilmente mi ha sfavorevolmente colpito perché spesso apprezzo quello che scrive.

L'articolo attacca le prove Invalsi elencando una serie di motivazioni. Nel primo punto riporta le critiche all'invalsi in base al teaching to the test, di cui gia si parlava nel 2008 all'estero, e con cui sono d'accordo
Nei punti due e tre Ricolfi afferma che queste prove non sono valide vista la difformità geografica, che comporta un differente comportamento degli insegnanti a seconda del luogo dove vengono propinate le prove.
Non ho dati sufficienti per giudicare ma gradirei che chi fa queste affermazioni non dicesse è risaputo, ma citasse delle fonti dove poter controllare.

Nel quarto punto dice che i risultati delle prove vengono usati per valutare gli alunni. Nel mio caso (insegnante di secondaria di primo grado) è la normativa che mi dice di usare i risultati delle prove invalsi nel calcolare il punteggio dell'esame di stato (nella mia scuola abbassano sempre la media).


Quindi il preoccupato Ricolfi argomenta che le scuole che si accorgono grazie ai test Invalsi, di avere dei problemi, non possono nemmeno licenziare gli insegnanti. La soluzione che gli insegnanti, se non ottengono i risultati ottenuti, possano aggiornarsi (magari a spese della scuola) ed imparare nuove metodologie od altro. Apprendo con soddisfazione che finalmente faccio parte di una casta anche io, anche se a mia insaputa.

Ricolfi esamina il problema dalla sua parte, quella dell'università. Si lamenta della qualità degli alunni che arrivano. Lasciamo stare qualsiasi altro esame sulle cause di questo. Ammettiamo che tutte le colpe siano delle scuole secondarie e primarie (e dell'infanzia?), e quindi degli insegnanti che vi lavorano. Mi domando: ma questi insegnati non sono forse stati formati nelle stesse università? I criteri di selezione dei docenti nelle università premiano il merito? Più di un concorso per l'insegnamento? La classe dirigente italiana che ha prodotto l'università italiana è un'eccellenza mondiale?


La sensazione che ho avuto leggendo l'articolo è che Ricolfi attacchi le prove invalsi per arrivare ad attaccare gli insegnanti e molto più probabilmente a delegittimare il sistema di reclutamento degli insegnanti per passare alla chiamata diretta. Chiunque è stato all'università sa che le selezioni del personale li assomigliano molto di più alla chiamata diretta che a dei concorsi, e si sa benissimo chi fra un mediocre servo ed un bravo rompiscatole viene assunto.
In questo articolo si dicono tante cose sulle prove Invalsi senza dire quella che a me appare la più sensata: per essere uno strumento efficace di valutazione si dovrebbe fotografare una situazione in entrata ed una in uscita, e valutare il percorso compiuto dal gruppo classe.
Ma i soldi necessari per un lavoro del genere (o per far avere un pc, un armadietto ed un tavolo a cui lavorare per ogni insegnante), dove li troviamo?

Grazia Dei ha detto...

Gentile Papik, mi faccio scrupolo a scioperare perché ho due terze, abbiamo perso molte ore di lezione nel mese di Aprile e l'anno scolastico sta per finire (in questo senso "abbiamo l'acqua alla gola"). Anche io l'anno scorso ho scioperato pur non avendo classi coinvolte. Non è detto che non lo rifaccia: ci sto pensando su.

Papik.f ha detto...

Per Grazia Dei: mi scuso per il fraintendimento, comunque la sua risposta è la prova che a metterci nei guai come categoria è spesso il senso di responsabilità. Del resto è giusto che sia così.
Per il prof. Israel: grazie del link, ho letto l'articolo di Ricolfi e anch'io lo trovo in buona parte condivisibile. La chiamata diretta, per quanto non possa entusiasmare (anche a me non entusiasma), dovrebbe comunque prevedere il principio che chi chiama, poi risponde, anche in prima persona, della validità professionale del chiamato. Se questo principio non è applicato, certo che non può funzionare. Ma penso che questo Ricolfi lo sappia perfettamente.

preoccupata davvero ha detto...

Insegno matematica alle scuola medie.
A noi arrivano ragazzi (a volte anche metà classe) con lacune mostruose e ormai irrecuperabili. In più essi non sono disposti a lavorare con tutto l'impegno e la dedizione che sarebbe necessaria per recuperare.
Nè gli alunni nè le famiglie sono consapevoli della gravità della situazione e quando l'insegnante dà l'insufficienza (certificando ciò che anche un cieco vedrebbe) gliene imputano la colpa.
La cosa grave è che questo non lo fanno solo famiglie ingnoranti, ma perfino i dirigenti scolastici.
Il nostro dirigente (neoassunto) sostiene che l'insegnante che dà insufficienze non è bravo nel suo lavoro, perchè se fosse bravo gli alunni apprenderebbero tutti e non ci sarebbero insufficienze (lapalissiano), che utilizza metodi obsoleti (gentiliani come dice lui), che dovrebbe smettere di fare le lezioni frontali (a suo dire causa di ogni male) ed altre amenità di questo genere.
Io, che non ho mai amato le prove invalsi, ho dovuto rispondergli che piuttosto di essere valutata per il numero di insufficienze che do, preferisco essere valutata con i risultati dei test.
Egli dice queste cose anche davanti ai
genitori e agli alunni, delegittimando e invalidando il nostro lavoro. Ricordo un suo articolo (se non sbaglio), prof. Israel, in cui diceva che i presidi sarebbero stati selezionati sulla base dell'adesione a determinate ideologie didattiche. E' evidente che è stato così. Il dirigente non accetta discussioni; noi ribattiamo sempre, con argomentazioni del tutto coerenti, ma lui rimane inamovibile, come se tali assurde idee gli fossero state scolpite nella mente.

Ma ciò che più mi preoccupa è che è tutto il sistema che lavora per distruggere la scuola, dal ministero che sembra avere il solo scopo di risparmiare, all'amministrazione che assume un dirigente del genere, al sistema giudiziario che dà quasi sempre ragione a chi ricorre contro una bocciatura (perché è quasi impossibile provare di aver fatto tutto il possibile per recuperare gli alunni). Nessuno mai si chiede però se gli alunni abbiano fatto tutto il possibile per recuperare.
Molti genitori (non tutti per fortuna) non sono consci dei danni che un'istruzione del tutto inadeguata farà ai propri figli e non sono in grado di insegnare a questi il valore del duro lavoro, la necessità dello sforzo per ottenere dei risultati.
La cosa tragica è che nessuno si preoccupa del futuro di questi ragazzi, sembra che importi solo il presente, evitare la piccola sofferenza del 4 in matematica di oggi ( o della bocciatura), piuttosto che l'enorme sofferenza futura, quando essi si accorgeranno di non avere le conoscenze e le abilità per inserirsi in maniera decente nella società e nel mondo del lavoro. Gli si sta preparando un futuro da sottoproletari, ma quei pochi che lottano perché non sia così vengono perfino giudicati cattivi insegnanti.

Scusi se non firmo col mio vero nome, ma col preside siamo in lotta dura e devo cautelarmi un po'.

Unknown ha detto...

Mi piacciono le lettere vere come questa e le persone che si oppongono: il mio bambino arriverà alle medie con lacune di matematica e sa perché? La titolare in pensione NON è stata rimpiazzata da insegnanti di ruolo ma da una girandola di supplenti, l'una peggio dell'altra. Il preside ha fatto finto di niente, nonostante le proteste. E' un sistema scolastico volto a tutelare l'ignoranza e la disorganizzazione.

francini ha detto...

Mi colpisce molto la testimonianza di "preoccupata davvero", che esemplifica perfettamente il tipo di figura che si è voluta selezionare con il recente concorso a dirigente scolastico. Una sorta di robottino che ripete invariabilmente i precetti e gli slogan della nuova ortodossia. Ci sono ormai molte voci a testimoniare questo medesimo dato di fatto: che con una procedura così spudoratamente ideologizzata, si è finito per reclutare una intera coorte di invasati che giocano a fare il preside-manager, inadeguati a dirigere una scuola con serenità e saggezza, in conflitto permanente con i propri docenti, tendenti ad assumere un ruolo dai contorni gerarchici sempre più pronunciati e sempre più distanti dalla scuola intesa come comunità. Soggetti che, di fronte all'evidenza di tale inadeguatezza, reagiscono puntualmente con gli anatemi all'indirizzo della classe docente, inevitabilmente dipinta come retrograda, corporativa, gentiliana. Insomma, un disastro.

Raffaella ha detto...

Per quanto riguarda il “duro lavoro” preciserei però che a volte (almeno nella mia esperienza) sono gli insegnanti stessi che per primi non lo richiedono. Durante i tre anni di primaria trascorsi da mia figlia nella scuola pubblica del paese, nel terzo in particolare, passava anche una settimana senza che si aprisse il quaderno di matematica; storia, scienze e geografia venivano fatte studiare quasi a memoria, senza approfondimenti, schematizzazioni ecc, tanto che un unico quaderno bastava per tutto l’anno (metà per storia e metà per geografia). Pagine piene di pasticci passavano indenni al controllo degli insegnanti, i quali mai chiedevano ai bambini di rifare/riscrivere meglio per “non nuocere alla loro autostima”; se era il compleanno dell’insegnante non si faceva lezione; per casa quasi mai venivano assegnati compiti perché “i bambini lavorano già abbastanza in classe”. Non una poesia, dico una, da studiare a memoria.
Sui dirigenti sono d’accordo: andare da loro a protestare è sempre stata un’inutile perdita di tempo, anche loro pare siano impotenti (perché ci sono le graduatorie, la burocrazia, i sindacati ecc).

preoccupata davvero ha detto...

Il concetto di duro lavoro è ovviamente soggettivo. Per questo ci sono sempre stati insegnanti che pretendono di più e altri che chiedono di meno.
Il caso di cui parlo però è diverso e relativamente nuovo. Non si tratta di un dirigente impotente nei confronti di un insegnante che non lavora, ma di insegnanti che lavorano (e quindi pretendono e danno anche brutti voti) e di un preside che li bacchetta perché troppo severi.
E' un sovvertimento dei ruoli tradizionali. Un tempo i bambini che combinavano qualche pasticcio avevano molta paura di essere mandati dal preside. Ora ci vanno di loro iniziativa a lamentarsi di presunte ingiustizie degli insegnanti e le loro lamentele vengono prese molto sul serio.
La cosa che mi preoccupa è che non si tratta solo di un dirigente un po' "originale". Dietro al dirigente c'è un apparato che sforna direttive dannose (vedasi tutta la questione dei BES) e c'è un'ideologia didattica pervasiva e soffocante, che liquida gli oppositori come fannulloni o ignoranti senza nemmeno ascoltare le loro obiezioni.

Papik.f ha detto...

Ciò che dicono Preoccupata davvero e Francini è una triste realtà, che purtroppo si riscontra con una certa frequenza. Aggiungerei una caratteristica al tipo di dirigente da loro ritratto: restare completamente ignoto agli alunni, uscendo il meno possibile dal proprio ufficio.
Evidentemente, non potendo agire direttamente sugli insegnanti perché troppo numerosi e spesso riottosi, si è deciso di operare dall'alto selezionando i dirigenti secondo certe caratteristiche.