sabato 30 gennaio 2010

L'Iran khomeinista è il vero erede del nazismo


 È venuta la Giornata della Memoria 2010 e personalmente l’ho trascorsa in casa. Non sono stato chiamato a partecipare ad alcun evento o manifestazione, neppure come invitato, malgrado abbia dedicato qualche libro alla questione ebraica e alle leggi razziali del 1938 e una serie interminabile di articoli all’antisemitismo. Non me ne stupisco e non me ne dolgo perché ho da tempo assunto come regola quella di parlare, in queste occasioni, soltanto dell’antisemitismo che minaccia gli ebrei viventi. Del resto, non si ripete fino alla noia, che conoscere la storia passata serve a non ripeterne gli orrori? Tuttavia, parlare dell’antisemitismo di oggi non è gradito e serve a farsi depennare. Come ha scritto Fiamma Nirenstein sul Giornale, per lo più, si usano dire due parole di circostanza per poi parlare di Hiroshima, delle minoranze etniche e della Resistenza. A me capitò di sentir equiparare i campi di concentramento e i centri di permanenza temporanea (CPT) per i clandestini. Qualcuno più audace passa dai CPT a Gaza, e ne deriva l’equazione Gaza = Auschwitz, da cui discende il corollario che gli israeliani (e quindi gli ebrei) sono i nuovi nazisti. Ebbene, per poter parlare della Shoah non pago il pedaggio di dire che Maroni è il nuovo Himmler, per cui preferisco starmene a casa a sfogliare in silenzio le foto dei miei parenti trucidati ad Auschwitz, i pochi documenti che ne conservo, e a parlarne con i miei figli.
Tuttavia quest’anno sono successi alcuni fatti nuovi che potrebbero cambiare le cose – almeno speriamo. Il primo fatto è noto ed è stato riportato da tutti i giornali. Ma conta sottolinearne un aspetto cruciale che già il Giornale ha indicato con un titolo efficace: «Khamenei celebra la Shoah: “ Un giorno Israele sarà distrutto”». Niente di nuovo, s’intende. I dirigenti iraniani ci hanno abituato al loro slogan ripetuto in tutte le salse: Israele va distrutto, Israele è un ramo secco che sta cadendo, basta dare una scossa all’albero, e così via. Ma quel che c’è di nuovo stavolta è la scelta di aver fatto questo proclama, e con tanto clamore, proprio nella Giornata della Memoria, nel giorno in cui si ricorda lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti. Non è intervenuta soltanto la Guida Suprema del regime iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei – sottolineando che i tempi dell’inevitabile distruzione dipendono dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno il tema – ma anche il presidente del parlamento Alì Larijani – già capo della delegazione che trattava la questione nucleare e da tanti in occidente lodato come personalità ragionevole e moderata – che ha parlato in modo truculento di Israele ridotto a «terra bruciata».
In verità, non c’è neppure nulla di nuovo dal punto di vista delle intenzioni: il regime iraniano non ha mai fatto mistero di stabilire uno stretto collegamento tra questione israeliana e questione ebraica. L’Iran è oggi il centro mondiale del negazionismo, il paese che promuove attivamente la propaganda della tesi secondo cui lo sterminio degli ebrei non è mai avvenuto, e che comunque in fin dei conti Hitler qualche buona ragione a detestare gli ebrei l’aveva. È un antisemitismo che si pone in continuità con i legami tra una parte del mondo islamico e il regime nazista simboleggiato dalle relazioni amichevoli tra Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme.
Tuttavia, fino ad ora, una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale ha chiuso gli occhi di fronte al carattere esplicitamente antisemita dell’antisionismo iraniano. Anche il presidente Obama ha condannato certe espressioni ma non ha preso atto del fatto che esse erano ispirate da una volontà di vero e proprio genocidio razziale.
Ora nessuno può chiudere gli occhi. Non vi sono alibi. La dichiarazione della volontà di distruggere Israele fatta non in un giorno qualsiasi dell’anno, ma proprio il 27 gennaio, ha un significato inequivocabile. È quanto dire: “nel giorno in cui si ricorda lo sterminio di un terzo degli ebrei del mondo, noi vi annunciamo che ci apprestiamo a proseguire l’opera sterminandone un altro terzo”. E poi, di questo sterminio si dirà che non è mai avvenuto, come lo si dice ora del primo. Chi può chiudere gli occhi di fronte al proclama sfrontato che la lotta contro Israele è una lotta contro gli ebrei? Come non vedere che “celebrare” così la Shoah appone a questa lotta un’etichetta razziale inequivocabile?
Tutto ciò è terribile ma potrebbe essere una buona notizia se servirà, una buona volta, ad aprire gli occhi e a svegliare le coscienze.
La seconda buona notizia è che nel nostro paese, nei discorsi ufficiali delle massime autorità – dal presidente della Repubblica Napolitano, al premier Berlusconi al presidente della Camera Fini – è stato denunciato esplicitamente il pericolo dell’antisemitismo di oggi e, in particolare, il pericolo dell’antisemitismo iraniano che minaccia quel terzo del mondo ebraico che vive in Israele. Forse questi segnali inizieranno a svegliare l’opinione pubblica. E magari, l’anno prossimo, le celebrazioni del 27 gennaio potrebbero essere meno ritualistiche e commemorare gli ebrei morti per mettere in luce le minacce che incombono sugli ebrei viventi, e non per cambiare discorso.

(Il Giornale, 29 gennaio 2010)

Mi ha fatto un gran piacere constatare che questo articolo è stato ripreso favorevolmente sul sito dell'AID, Agenzia Iran Democratico, Sito ufficiale dell'Associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia

martedì 26 gennaio 2010

La sfida della scuola e la questione nazionale


Qualche giorno fa è scoppiato il caso di una scuola elementare di Noventa Padovana in cui la maestra ha assegnato come compito per casa la traduzione in dialetto veneto di una poesia. In sé, l’episodio non meriterebbe un clamore particolare. Esso costituisce soltanto un sintomo di come una malintesa autonomia scolastica abbia ridotto la scuola a un emporio di attività integrative (in questo caso dedicate alla “valorizzazione delle tradizioni locali”) che penalizza soprattutto le materie portanti, come la lingua e la letteratura italiana, la matematica e le scienze, la storia, la geografia. Quel piccolo episodio assume importanza in relazione ai risultati di un’analisi condotta dall’Accademia della Crusca assieme all’Invalsi (l’Istituto per la valutazione), da cui risulta che, su un importante campione dei temi di maturità del 2007, circa il 58% conteneva errori gravissimi di grammatica, sintassi, organizzazione logica e persino di ortografia, insomma da bocciatura senza appello; mentre soltanto il 20% dei temi era stato valutato insufficiente negli esami di stato. Non soltanto questo dato – che conferma quel che qualsiasi docente universitario constata misurandosi con gli studenti che la scuola gli consegna – non ha ricevuto l’attenzione che merita. Non soltanto i riformatori che hanno fabbricato la scuola che produce questi risultati continuano a far finta di nulla riproponendo imperterriti i loro modelli. Ma molti commenti attorno all’episodio di Noventa Padovana sono stati improntati a uno sprezzante fastidio: la cosa più importante sarebbe il recupero delle tradizioni locali, chi se ne importa dell’ossessione per la lingua italiana. C’è chi crede che si possa costruire un futuro basato sui dialetti e l’inglese; non capendo che, se è possibile che un futuro lontano riservi una realtà sociale e linguistica diversa, per ora, e per un bel pezzo, la forza culturale, scientifica e tecnologica di un paese poggia, e poggerà, sugli stati nazionali.
Ho fatto di recente un viaggio in Sud Africa e mi ha colpito il fatto che un paese uscito da pochi anni da drammi epocali, e che ne porta i segni tangibili, sia proiettato verso un futuro di costruzione unitaria che non si attarda alle recriminazioni, per quanto giustificate. «Proudly SouthAfrican», orgogliosamente SudAfricano, si legge dappertutto. Invece da noi si sta preparando il ricordo dell’Unità d’Italia in un’orgia autodistruttiva di svalutazione di quel fatto storico e di recriminazioni virulente (dopo 150 anni!) per eventi incomparabili con l’orrore dell’apartheid (durato fino a pochi anni fa). È legittimo ripensare storicamente l’Unità d’Italia, ma la storia la fanno gli storici e non, a colpi d’accetta, sindaci che cancellano la dedica di piazze a Garibaldi, mentre resta l’intitolazione di vie e scuole a personaggi ben più discutibili come Palmiro Togliatti o Nicola Pende. Invece di far storia con le delibere e gli occhi volti al passato e con sterili recriminazioni, non sarebbe meglio occuparsi di costruire il futuro con spirito «proudly Italian»?
Se siamo qui a parlare del futuro del paese e a paventarne il declino è perché il punto a cui siamo giunti lo dobbiamo proprio al processo che è di moda denigrare. Mi limito a un breve accenno sul tema della scienza. L’Italia è stata il primo paese a creare un’accademia delle scienze (l’Accademia dei Lincei), che però ha dovuto subito chiudere i battenti proprio perché non sostenuta da uno stato nazionale, mentre le accademie scientifiche di punta si affermavano nelle grandi nazioni europee come la Francia e l’Inghilterra. A metà dell’Ottocento, l’Italia, malgrado i suoi Galilei e Volta, era un paese scientificamente marginale, senza accademie e università di rilievo, senza un sistema di istruzione moderno, con una cultura scientifica parcellizzata e irrilevante. Nel Settecento, neanche il Regno di Piemonte era riuscito a trattenere uno dei suoi più grandi matematici, Lagrange, trasferitosi a Parigi. Le cose cambiarono in pochi decenni, dopo l’Unità, per merito di un manipolo di scienziati che studiarono e importarono i grandi modelli europei, per merito di personalità come i matematici senatori Luigi Cremona – ministro dell’istruzione e fra i creatori delle scuole di ingegneria – e Vito Volterra, fondatore di tutte le principali istituzioni scientifico-tecnologiche del paese, a partire dal Consiglio delle Ricerche. A fine Ottocento, l’Italia era al terzo posto mondiale in matematica e si stava affermando nella fisica al punto che la fisica nucleare moderna, con Fermi e i suoi colleghi, sarebbe stata una creazione italiana e grandi risultati sarebbero stati ottenuti in biologia, come mostra il fatto che i grandi Nobel della biologia molecolare moderna sono in gran parte allievi della scuola di Giuseppe Levi. Questo è accaduto perché un governo nazionale ha sostenuto questa impresa e ha deciso di creare un sistema di istruzione moderno e unitario. Ed è accaduto perché l’Italia disponeva già di un patrimonio che poche altre regioni del mondo avevano: un lingua unitaria che permetteva la comunicazione al di là della frammentazione dei dialetti, ed una lingua sostenuta da una delle culture più importanti del mondo.
Ripeto: se noi oggi possiamo discutere di rischi di “declino” di un paese che ha una posizione mondiale di tutto rilievo, e di come porvi rimedio, è perché abbiamo raggiunto questa posizione grazie a quanto fatto durante il processo unitario. Ancor più rapidamente possiamo ritornare a una condizione di assoluta marginalità se ci accingiamo a distruggere quel che abbiamo costruito non comprendendone il valore e anzi svalutandolo irresponsabilmente. Nessuna persona seria può disprezzare le tradizioni locali e i dialetti, che debbono essere preservate e valorizzate come elemento importante delle nostre radici culturali. Ma l’idea di studiare la fisica in friulano o in inglese e la storia in siciliano o in inglese, marginalizzando la lingua che viene appresa in modo naturale in famiglia, tanto più dopo che decenni (anche di opera meritoria della televisione) l’hanno consolidata sempre di più come tessuto unitario del paese, è irresponsabile e autodistruttivo. Un paese di dialetti per la vita quotidiana e di inglese per le comunicazioni professionali non è soltanto un’idea velleitaria, perché le mutazioni linguistiche sono processi storici lenti che non si prestano facilmente ad essere forzati; ma prospetta un futuro di drammatico declino culturale e di subordinazione scientifico-tecnologica.
Perciò non si tratta di stracciarsi le vesti per la vicenda veneta, quando di preoccuparsi – e molto – per la scarsa attenzione al sondaggio dell’Invalsi e dell’Accademia della Crusca che, nel divario con gli esiti dei giudizi effettivi, mostra in quanto poco conto venga tenuto l’apprendimento della lingua. Come ha osservato la professoressa Elena Ugolini, commissaria dell’Invalsi, quei risultati non mettono in luce soltanto povertà di pensiero, ma assenza di strumenti basilari di logica e di espressione: «ragazzi così che futuro possono avere?». Questa è l’emergenza cui la scuola deve far fronte e che deve essere percepita da tutti come una questione nazionale, assieme a quella dell’analfabetismo matematico. Sono emergenze cui non si fa fronte con escogitazioni di metodologia didattica o burocratico-aziendalistiche, come il programma Merito e Qualità per la matematica improvvidamente varato dal Ministero. Bensì comprendendo che è sui contenuti dell’insegnamento che si vince la scommessa. E questo, nel caso dell’italiano, significa ovviamente studiare la lingua ma anche abituare e appassionare gli alunni alla ricchezza e alla complessità dell’espressione linguistica acquisita attraverso la lettura dei testi letterari. Insomma, rammentando una buona volta che uno dei compiti principali della scuola è la trasmissione della cultura.


(Il Messaggero, 23 gennaio 2010)

domenica 24 gennaio 2010

Dan Brown, ovvero come vendere bufale preparate con competenza scolastica

Ho sempre istintivamente evitato di leggere i romanzi di Dan Brown. Dovendo intraprendere un lungo viaggio aereo e vagabondando tra gli scaffali della libreria dell’aeroporto mi sono detto che forse potevo cogliere l’occasione per leggerne uno e farmi un’idea non per sentito dire. In fondo, ho pensato, sarà un modo di passare il tempo: quantomeno la trama sarà accattivante. Così ho comprato il primo romanzo a portata di mano, Angeli e demoni, in inglese.
Trama animata e divertente? Non soltanto una mortale bufala, una broda allungata a forza pur di riempire un numero accettabile di pagine. Ma un’accozzaglia di assurdità da lasciare a bocca aperta. Non si tratta soltanto dell’inverosimiglianza della trama, del fatto che le costruzioni fantascientifiche sono assolutamente improbabili: per esempio, è difficile che un aereo sperimentale che viaggia a una velocità di una quindicina di volte quella del suono possa atterrare su un aeroporto normale senza essere notato. Non si tratta neppure soltanto del carattere malamente abbozzato dei personaggi, talvolta caricaturali fino al limite del ridicolo. Si pone una domanda più elementare: è mai possibile che uno scrittore di best seller che guadagna quattrini a palate non abbia la possibilità di ingaggiare qualcuno che gli riveda il testo in modo da non propinare parole in italiano malamente storpiate? Non è un’usanza tipicamente americana quella di avvalersi dei “revisori stilistici”? Evidentemente Dan Brown è un pasticcione, un avaro o gli piace prendersi in giro da solo, visto che ci propina “Capella Sistina” con una “p” sola, fa dire che «non si può entrare perché… è chiusa temprano», fa intimare che «basta di parlare» e così di seguito. Sembra di sentire uno di quei turisti americani che parlano a mozziconi di un italiano improbabile: il guaio è che quei mozziconi vengono messi in bocca a personaggi italiani. Ma dove Brown raggiunge un vertice è nella descrizione di Roma dall’alto dell’aereo: un dedalo caotico di viuzze che si avvolgono senza regola alcuna attorno a chiese e ruderi “in rovina” (sic) e nelle quali impazzano miriadi di auto Fiat. Un’immagine, osserva Brown, che è il simbolo dell’assenza di ordine. Insomma Roma è il caos allo stato puro. Che sensibilità artistica e culturale! Con spettacolare incoscienza Brown si presenta nella parte caricaturale del cow boy giunto dal profondo Midwest che si chiede perché non si butti giù quel rudere in rovina del Colosseo per rifarne uno nuovo in vetrocemento e non si spiani tutto il centro di Roma per sostituirlo con un sistema di strade ortogonali comprensibili.
È comunque indubbio che Brown è totalmente inconsapevole della propria ignoranza. Ad esempio, sapete quale religione si praticava nel Pantheon di Roma? Il culto di tutti gli dei pagani, ovvero… il panteismo… C’è poco da ridere. Milioni di persone si bevono queste boiate pazzesche e finiscono pure col credere che il panteismo sia il politeismo.
Alla fine di questa lettura mi sono chiesto quale giudizio potrebbe ottenere Dan Brown nei termini della fatidica triade conoscenze/competenze/abilità tanto cara ai patiti di valutazione scolastica. La risposta è semplice. A competenze se la cava benissimo: per esempio, «sa usare strumenti e materiali finalizzandoli al raggiungimento di uno scopo, in seguito a un proprio progetto». Difatti, è riuscito a finalizzare una massa di bufale e di castronerie al conseguimento di una montagna di quattrini. Ad abilità poi non ne parliamo: sta alle stelle. Più “abile” di lui difficile trovarne. Quanto a conoscenze sta a zero. Ma che importa? Quello che conta è che nella certificazione delle competenze se la caverebbe alla grande.  

(Tempi, 27 gennaio 2010)

lunedì 18 gennaio 2010

Una replica sull'eugenetica

Cara Melania Rizzoli,
ho letto con disagio la sua lettera indirizzata al sottosegretario Eugenia Roccella. Non sono un medico come lei, ma so cos’è la scienza e la sua lettera costituisce la conferma del fatto che la medicina non è una scienza. Il che non significa che non si tratti di una prassi ancor più complessa e nobile di una scienza “oggettiva”. Difatti, come ha scritto un celebre medico e storico della medicina, Mirko Grmek «i medici devono agire anche non conoscendo tutti gli elementi del problema» e la medicina è lungi dal possedere tutti gli elementi del problema. E aggiungeva di non credere che «la medicina di oggi sia più “scientifica” di quella del passato, pur se la maggior parte delle persone, soprattutto tra i medici, dirà di sì, ma si tratta di persone che non conoscono la storia della scienza». Scriveva un altro illustre studioso, Georges Canguilhem: «Vi è scienza di un oggetto soltanto se esso ammette la misura e la spiegazione causale», e questo non è il caso. Credendo che la medicina sia una “semplice” scienza si finisce con lo scrivere autentiche assurdità “scientifiche”, come lei  – non se ne abbia a male – ha fatto in questa lettera.
In tutta la sua lettera lei non fa altro che parlare di diritto a volere dei figli sani con certezza, come se qualcuno al mondo potesse garantire qualcosa del genere. Lei parla di «vita certa, sicura, senza malattia». Ma quando mai? Quale persona seria può garantire una vita certa, sicura e senza malattia sulla base di test genetici? Non esiste alcuna possibilità – salvo pochissimi casi ben noti – di garantire una «modifica scientifica di difetti incompatibili con la vita», bensì soltanto una probabilità, la cui stima è estremamente complessa e vaga, di ottenere qualche risultato migliorativo.
Lei parla di «geni difettosi» che dalla loro unione producono non la vita ma «la morte certa», abusando in modo inaccettabile del termine “certo” e “certezza” in un contesto in cui è consentito soltanto parlare in termini statistici. Si dovrebbe avere maggior riguardo per la statistica e non strapazzarla come se fornisse certezze assolute. Abusando del termine “certo” lei commette un errore gravissimo: confondere la correlazione con la causalità e far credere che una concomitanza di eventi implichi l’esistenza di un un legame di causa-effetto. Un simile legame non esiste né in termini positivi che negativi: perché come non esiste alcuna certezza che si verifichi un evento negativo non esiste alcuna garanzia che la modifica di “errori” genetici produca il risultato voluto, il quale poi riguarda soltanto un aspetto minimo della panoplia patologica che resta completamente aperta, incluse le possibili interazioni dei nostri interventi su cui sappiamo ben poco.
Inoltre, non soltanto, come osserva Grmek, il programma genetico «è un qualcosa che interviene continuamente nella regolazione delle sintesi chimiche e che può sia provocare che combattere dei disturbi patologici in qualsiasi momento della vita individuale», ma il paradigma “tutto è genetico” è manifestamente privo di alcun fondamento. Esiste una miriade di fattori non genetici che possono intervenire a modificare il corso degli eventi. Affermare che «il cancro è una patologia genetica» è soltanto una mezza verità. Se fosse una verità tutti i discorsi circa la prevenzione alimentare e nei costumi di vita (anche psicologici)  sarebbero privi di fondamento: e non lo sono. Lei davvero crede che un giorno sarà possibile elaborare un test genetico globale con cui predire se un nascituro avrà nel futuro un cancro qualsivoglia e sopprimere di conseguenza tutti gli embrioni “difettosi” lasciando svilupparsi soltanto quelli “sani” offrendo loro la “garanzia” di non contrarre mai la terribile malattia? Se lo crede davvero mi permetta di invitarla alla riflessione.
Lei ha contrabbandato come “scientifico” qualcosa che è fuori dalla portata della medicina e cioé la garanzia di produrre figli sani mediante la selezione genetica. Questo è nient’altro che vendere illusioni. L’eugenetica di un tempo, che vendeva l’illusione di un’umanità perfetta, non era meno scientifica di quella attuale che propina il sogno pericoloso che bastino quattro test genetici ad avere addirittura un figlio “senza malattie”, in nome della pretesa di essere in grado di correggere gli errori della natura.
Mi lasci concludere con le parole di quaranta anni fa di Canguilhem, un pensatore razionalista, non certamente un bigotto: «… perché non sognare una caccia ai geni eterodossi, un’inquisizione genetica? E, nell’attesa, perché non privare i genitori sospetti della libertà di seminare senza limiti? Questi sogni, lo sappiamo, per alcuni biologi […] non sono soltanto dei sogni. Ma sognando questi sogni, si entra in un altro mondo, limitrofo del migliore dei mondi di Aldous Huxley, dal quale sono stati eliminati gli individui malati, le loro malattie singolari, e i loro medici. Ci si rappresenta la vita di una popolazione naturale come un sacco della tombola, cui sono preposti dei funzionari delegati dalla scienza della vita, i quali sono incaricati di verificare la regolarità dei numeri che esso contiene, prima che sia permesso ai giocatori di tirarli fuori dal sacco per metterli sulle cartelle. All’origine di questo sogno, vi è l’ambizione generosa di risparmiare a dei vivi innocenti e impotenti la colpa atroce di rappresentare gli errori della vita. All’arrivo del sogno, troviamo la polizia dei geni, coperta dalla scienza dei genetisti. Non se ne deve concludere che esista l’obbligo di rispettare un “laisser-faire, laisser-passer” genetico, ma soltanto che esiste l’obbligo di ricordare alla coscienza medica che sognare rimedi assoluti significa spesso sognare rimedi peggiori del male».
Giorgio Israel

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La lettera di Melania Rizzoli:

Gentile sottosegretario Roccella, leggo con stupore il suo duro giudizio sulla decisione del giudice civile di Salerno, dott. Antonio Scarpa, di aver autorizzato una coppia italiana alla selezione genetica embrionale per fecondare un figlio sano,e le scrivo d’impulso, come medico e come parlamentare della sua maggioranza, per difendere, condividere e sostenere fortemente questa scelta umana, difficile e per me apprezzabile. Lei parla di «gravissima sentenza», mentre io gioisco per la stessa ed ammiro la mancanza di viltà del giudice civile. Lei aggiunge «così si introduce il principio che la disabilità èun criterio di discriminazionerispettoaldirittodinascere »ed io le rispondo che l’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1, che la coppia lombarda trasmetteva geneticamente con la sua unione, non è una disabilità, ma una gravissima patologia, incompatibile con la vita,che paralizza, lentamente e gradatamente, tutta la muscolatura scheletrica e porta a morte sicura gli sfortunati bambini che riescono a superare i naturali e spontanei tentativi abortivi durante la propria gestazione, e che, appena nati, iniziano a paralizzarsi, già dal primo giorno di vita, per poi morire entro il loro primo anno di età a causa del lento soffocamento. Cara sottosegretario Roccella, lei ricorda che «l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, cuore della legge 40, è riservato solo alle coppie infertili, per avere le stesse opportunità di chi può procreare naturalmente, e non serve a selezionare un figlio», ed io le rammento che la coppia in questione aveva provato testardamente e diligentemente a non «selezionare un bambino», aveva tentato più volte a«procreare naturalmente», nel pieno rispetto della vostra legge 40, con il gratificante risultato di assistere sconsolata e disperata a quattro lutti, tre aborti a gravidanza avanzata ed un bimbo nato vivo, ma morto asfissiato e soffocato, lentamente, a sette mesi, tutti vissuti non tra sorrisi e carillon, ma tra medici, medicine ed ospedali. La coppia «fertile» in questione ha quindi deciso di rivolgersi ad un giudice per avere l’autorizzazione a procreare un figlio che viva, magari sano, ma comunque non portatore ed esente da quella patologia che ha stroncato la vita dei precedenti quattro figli. Avrebbero potuto recarsi all’estero, ma devono aver pensato, loro,a quel giudice italiano che in Italia lo scorso anno ha dato l’autorizzazione all’induzione della morte su una ragazza in coma vegetativo, che pure respirava autonomamente, quindi come non ottenere l’autorizzazione all’induzioneallavita? Allavita certa,sicura, senza malattia È forse un reato aprire una breccia nella tanto discussa legge, peraltro già bocciata parzialmente dalla Corte Costituzionale? È forse un reato desiderare di mettere al mondo dei figli sani, che vivano la vita, e non debbano conoscere solo dolore, sofferenza e malattia?È un reato di noi parlamentari impedire il diritto alla salute ed alla vita. Non si tratta di nessuna selezione genetica, ma di modifica scientifica di errori genetici, di difetti incompatibili con la vita, che è e resta sacra. È come la scoperta di un nuovo farmaco, che elimina e sconfigge una patologia, e a cui dobbiamo essere grati. Cara sottosegretario, comprendo e capisco il suo ruolo, ma non condivido una sola parola della sue dichiarazioni, anzi auspico, da parlamentare di questa maggioranza, e da medico quale sono, una modifica della legge 40, non per un’apertura alla selezione genetica insensata, ma per l’allargamento della legge anche a quelle coppie «fertili» che sono però portatrici di geni difettosi, di geni che dalla loro unione producono non la vita ma la morte certa nei figli che ne derivano. Perché oggi che stiamo lottando tutti insieme per sconfiggere il cancro nel mondo, non possiamo considerare anche quelle genetiche ed incompatibili con la vita come «patologie da sconfiggere» ed eliminare?Non è il cancro stesso una patologia genetica? Non stiamo studiando il genoma in proposito? Il nostro compito in Parlamento è quello di aiutare i cittadini nel loro diritto alla salute e alla vita, e di modificare quelle leggi,come la 40 del 2004 ,per permettere a quei genitori che lo desiderano, di procreare figli sani. Questo si chiama progresso della scienza, della ricerca e della tecnica, che noi parlamentari dobbiamo incoraggiare e normare, certo, ma senza frenare ed impedire, nella rincorsa di un consenso cattolico che temiamo di perdere! Ma quale uomo di Chiesa auspicherebbe la nascita e la vita infelice di un bambino? Quale Papa non approverebbe la «cura» per eliminare una malattia? Quale Dio assisterebbe inerte alle sofferenze ed alla morte asfissiata di un bambino indifeso? La natura stessa cerca di eliminare con ripetute minacce di aborto quei feti difettati geneticamente, e spesso ci riesce, spegnendo «naturalmente » quelle vite destinate ad una breve ed infelice esistenza. Cara Sottosegretario Roccella, quel che voglio sottolineare è che la selezione genetica di embrioni sani è equivalente ad una terapia
avanzata che impedisce e delimina una malattia sicuramente mortale. Non tentiamo noi medici,
quotidianamente, di far vivere i nostri pazienti anche a dispetto di gravi malattie, con le più avveniristiche delle terapie? Non garantiamo noi parlamentari una sanità che assicuri salute e dignità ai cittadini? E ai loro figli che dovranno nascere? Ecco, allora, noi parlamentari applichiamoci per evitare di legiferare inutili crudeltà, condannate da tutti gli italiani, e cerchiamo di distinguerci non per impedire qualcosa, ma per fare e dare qualcosa al nostro popolo. Soprattutto se si tratta di dare e di garantire la vita.
*medico e deputato del Pdl


(pubblicati rispettivamente sul Giornale del 15 e del 16 gennaio)

venerdì 15 gennaio 2010

Razzismo italico?


Dunque, è scoppiata la prevedibile polemica sul razzismo degli italiani ed ha investito anche il terreno linguistico con il rimprovero mosso da Pierluigi Battista a Vittorio Feltri di aver usato la parola “negro”. Feltri ha prodotto diversi esempi per provare l’innocenza del ricorso a questa parola. Ad essi può essere aggiunto il più importante di tutti: l’introduzione del termine “negritudine” (dal francese “négritude”) da parte del presidente e poeta senegalese Léopold Sédar Senghor che, assieme a Aimé Césaire e altri, lo intese come simbolo e rivendicazione orgogliosa dei valori culturali dell’Africa nera. Un intellettuale certamente non reazionario come Sartre si schierò con il movimento della “negritudine” sostenendo che esso esprimeva la ricerca delle radici di una civiltà oppressa dal colonialismo. Certo, il concetto e il movimento della “negritudine” fu poi criticato e avversato da molti africani come espressione di una persistente subordinazione culturale e di un razzismo alla rovescia. Il che significa soltanto che tutto ciò è materia di una discussione che non può che essere pacifica, ragionata e aliena dalle condanne perentorie tipiche del politicamente corretto.
Chi scrive detesta il politicamente corretto e le sue follìe fondamentaliste. Ne ho visto un simbolo all’aeroporto di Francoforte, in cui sono stati allestiti piccoli cubi di vetro per fumatori, dove il malcapitato può sfogare il proprio vizio soltanto se lo espone in vetrina al pubblico ludibrio. Tuttavia, anche nelle cose peggiori può esserci qualcosa di buono e una certa prudenza nell’uso delle parole è giusta. Ritengo che il criterio discriminante sia quello del contesto oltre che, ovviamente, dell’intenzione. Ad esempio, anni fa un noto uomo politico – evitiamo il nome e le polemiche connesse – si riferì in televisione ad alcuni suoi amici che considerava dei primitivi sul piano della cultura alimentare come a dei “zulù” (con l’accento sulla “u”). In questo caso non bisogna essere antropologi per sapere che zulu designa una lingua e una cultura e per trovare orripilante l’uso di questo termine come sinonimo di primitivo, rozzo e selvaggio. Lo stesso politico, facendo ricorso all’espressione «non ho l’anello al naso», dava ragione al politicamente corretto, perché è inaccettabile identificare questa usanza – cui ricorrevano popolazioni di elevate capacità organizzative e guerriere – come un simbolo di dabbenaggine idiota.
Conta il contesto e l’intenzione, e se il politicamente corretto insegna qualcosa è a non comportarci più come quei bianchi che, con mentalità provinciale, reagivano alla presenza di una persona di colore con la stessa ilare curiosità con cui si osserva un babbuino. In fondo, il termine “negro” si pone sullo stesso piano del termine “giudeo”, su cui pesa un ripetuto uso dispregiativo. Malgrado questo uso si continua a parlare di pensiero “giudaico” o di “radici giudaico-cristiane” senza alcuna connotazione negativa, al contrario. Conta l’intenzione e il contesto. Perché, se si parla dei “giudei” per auspicare la loro morte come una liberazione per l’umanità (alla maniera di Agostino Gemelli), è un’altra faccenda, alquanto sporca. Come lo è l’uso della parola “giudeo” (ma anche “ebreo”) quando non c’entra nulla: per esempio parlando di consigliere ebreo del ministro dell’istruzione. E come lo sarebbe parlare della riforma sanitaria non del presidente Obama, ma del “nero” Obama.
Potremmo continuare con le disquisizioni, ma viene spontanea una domanda: non ci stiamo impelagando in discussioni non prive di valore ma che finiscono con l’occultare i problemi più gravi? Le parole possono essere pietre, ma i comportamenti di fatto possono essere proiettili, anzi obici. Leggiamo sulla stampa che il parroco di Rosarno ha dichiarato: «Li avete cacciati. Oggi siamo più poveri. Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano», invitando i “farisei” a non entrare in chiesa. Ci si stracciano le vesti dicendo che il bubbone è cresciuto malgrado gli sforzi della Caritas, dei sindacati e le teglie di maccheroni confezionate da una signora caritatevole. In verità – lo dico senza reticenze – ho sempre nutrito la massima repulsione morale per la pratica della carità. Detesto quelle persone benvestite che calano la monetina e se ne vanno contente e appagate senza chiedersi se in tal modo non hanno perpetuato la schiavitù del bambino che l’ha raccolta e, in generale, la condizione miserabile dell’elemosinante. Sono convinte di aver fatto un passo verso il paradiso e ne hanno fatto uno verso l’inferno. Propinare un piatto di minestra e fornire cartoni nuovi che perpetuano il dormitorio per strada, invece di pretendere condizioni umane degne di questo nome, questo sì che è un comportamento indecente.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato e fuorviante in certe polemiche attorno al razzismo connaturato negli italiani, che avrebbe le sue radici nel periodo iniziale dello stato unitario. Ormai è diventata una moda intollerabile e autodistruttiva imputare ogni male di questo paese all’unità. Basta guardarsi attorno e guardare alla storia degli altri principali paesi europei per rendersi conto di quanto la verità sia all’opposto: l’Italia è il paese che ha le più deboli tradizioni razziste in Europa. A Rosarno sono emersi i tentacoli della criminalità organizzata, che rappresenta la forma contemporanea dei mercanti di schiavi, e il terreno che ne alimenta la sopravvivenza, ovvero una cultura diffusa dell’illegalità. È emersa la complicità, quanto meno il volgere lo sguardo dall’altra parte di istituzioni, organizzazioni e molti cittadini che hanno preferito lavarsi (o, per meglio dire, sporcarsi) la coscienza con l’elemosina anziché prendere di petto il problema di opporsi con tutte le forze alla malavita organizzata e al moderno schiavismo. Questi sono i veri problemi, di questi bisogna parlare, su questi bisogna agire. Prendersela col ministro Maroni – che agisce in modo ineccepibile – scagliare fulmini contro un razzismo popolare di dimensioni irrilevanti, invocare il ritorno alla carità elemosinante anziché ai diritti e alla giustizia, impelagarsi in una storiografia senza capo né coda, non è razzismo, ma certamente rappresenta una scandalosa elusione dei problemi reali la quale, dopo uno sterile vociare, può soltanto aprire la strada a ricominciare tutto come prima e peggio di prima.
(Il Giornale, 13 gennaio 2010)

C’è un nemico che nessuno vuole vedere ma continua a uccidere. Ecco le sue vittime

 (Tempi, 14 gennaio 2010)


Tutti dovrebbero leggere il recente libro di Giulio Meotti: Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele (Lindau). Mi sono reso conto che era indispensabile che lo leggessi anch’io, che pure non dovrei essere di quelli che sottovalutano il nuovo antisemitismo. Ma, leggendolo, mi sono reso conto che di questo nuovo antisemitismo parliamo troppo al futuro, come se fosse un pericolo, una minaccia, e non qualcosa con cui stiamo già convivendo, talmente attuale e incombente da farti rabbrividire al ricordo di come fu considerata con leggerezza una situazione analoga un’ottantina di anni. Perché, se questa è l’Europa della Giornata della Memoria, della condanna dell’antisemitismo «con animo pietistico, fino a rendere indigeribile l’Olocausto» (per dirla con Meotti), è anche l’Europa in cui la Francia deve nominare un prefetto per la lotta contro l’antisemitismo in quanto nei primi mesi del 2009 gli atti contro gli ebrei sono raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2008: ben 794, fra cui 123 azioni violente vere e proprie. È un clima ben rappresentato dalla recente profanazione: l’asportazione della scritta “Arbeit Macht Frei” che sovrasta l’ingresso al lager di Auschwitz e ne costituisce un simbolo pregnante. «L’antisemitismo è un veleno della nostra Repubblica», ha dichiarato il ministro degli interni francese. Ma non si è chiesto cosa alimenti questo veleno e se le politiche europee di commemorazioni, proclami, prefetti e pietismi esclusivamente rivolti al passato non siano uno svuotare col cucchiaino un serbatoio alimentato poderosamente dal «veleno antisionista, dall’odio per Israele, accettato e propagato a piene mani». La critica – in principio legittima – per le politiche di Israele si tramuta in Europa in una condanna senza appello, in una condanna metafisica, che stona in modo stridente con il voltarsi dall’altra parte di fronte ad atti efferati compiuti da tanti altri governi nel mondo al cui confronto il comportamento di Israele è un modello di correttezza.
«Israele può essere minacciato esistenzialmente perché non esiste nelle carte geografiche su cui studiano generazioni di arabi e di iraniani, può essere messo in stato d’assedio perché la sua storia è negata in Europa. Negata come vicenda umana fatta di emigrazione, di guerre contro il rifiuto arabo, di lotta per l’indipendenza sotto il mandato britannico. Negata come diritto sancito dalle Nazioni Unite. Negata nella dignità delle sue vittime». Ed è appunto una storia di vittime quella che racconta il libro di Meotti. È una storia che inizia nel 1972 alle Olimpiadi di Monaco e non si è più arrestata lasciando sul terreno migliaia e migliaia di morti e che non è conosciuta neanche superficialmente, perché viene rubricata sotto la questione palestinese anziché sotto la voce “antisemitismo”, cui propriamente appartiene. Tutto è mascherato dalla tendenziosa distinzione fra questione ebraica e questione israeliana: una distinzione che i carnefici si guardano bene dal fare. In un’epoca in cui tutti si dichiarano laici, razionalisti, in cui il diavolo è stato dichiarato morto assieme a Dio, l’unico Male assoluto del mondo rimasto è Israele. Come scrive nell’introduzione al libro Robert Redeker – il Salman Rushdie francese, clandestino in patria perché condannato dagli islamisti – «il solo fatto di pronunciare il nome di Israele fa perdere la ragione a molte persone». Per molti, soprattutto per una certa sinistra, Israele è il «sostituto laico di Satana». Il libro di Meotti getta luce sul nuovo martirio già in corso e sulla esplosione di irrazionalità che lo giustifica e che preferiamo non vedere.

giovedì 24 dicembre 2009

In partenza per terre lontane non inserirò post per un po' e quindi neppure commenti. Arrivederci all'11 gennaio. Buone festività a tutti e un felice 2010!

La scuola dà i numeri. E sono tutti sbagliati





 «Sotto questa riforma vi è l’idea per la quale tutto quello che non sembra efficace nell’organizzazione sociale deve essere relegato tra le opzioni o semplicemente tolto». Così Max Gallo, membro dell’Académie Française, ha commentato il proposito sciagurato della nuova riforma scolastica francese che considera facoltative la storia e la geografia alla fine del liceo scientifico e che suscitato la rivolta molti intellettuali. Va preso atto che è in azione un fronte transazionale che – per dirla con le arroganti parole dell’ispettore generale francese Roger-François Gauthier – conduce una «lotta militante» per mandare in soffitta l’istruzione basata sulle conoscenze e le discipline; e andrebbe costituito un fronte di difesa della cultura e della ragione perché il continente europeo non affondi nel sottosviluppo. Perché mai l’Europa deve esistere solo per unificare le pulsioni e le iniziative peggiori? La «disfatta della scuola» in Francia è stata raccontata dal celebre matematico Laurent Lafforgue (nel libro omonimo appena tradotto da Marietti); in Inghilterra si parla di sostituire la storia con Facebook e Twitter; e in Italia vi sono “centri studi” che propongono di eliminare il latino perché non piace agli studenti – un criterio con cui, a maggior ragione, andrebbe abolita la matematica.
L’istruzione sta cadendo dalla padella nella brace e, per di più, con l’olio della padella che gli si rovescia addosso. Fuor di metafora, i guasti provocati da certi pedagogisti e didatti stanno per diventare poca cosa rispetto a un nuovo tsunami che oltretutto amplifica quei guasti. I quali – va ricordato – sono derivati dall’idea di privilegiare la metodologia sui contenuti: apprendere ad apprendere anziché apprendere. I contenuti sono secondari, quel che conta è il metodo: addestrare un esercito di teste “ben fatte” (non importa se da teste mal fatte e vuote). Gli strumenti per realizzare questa “riforma” erano l’abolizione degli odiati “programmi” (parola ormai impronunciabile), l’autoformazione e l’autonomia scolastica. Così, al posto dei programmi abbiamo avuto le “Indicazioni nazionali”, che non prescrivono i contenuti che lo studente deve conoscere al termine del percorso, ma le “competenze” da acquisire, in un’orgia di linguaggio “didattichese”, in cui trionfa la “complessità”, la storia è ridotta all’acquisizione dell’idea del tempo e conoscere la geografia significa soprattutto «costruire le proprie geografie».
In realtà, chi conosca i “programmi” di un tempo sa bene che consistevano di elenchi essenziali. La lettura del decreto del 1913 che istituiva il “Liceo-Ginnasio moderno” ridicolizza, per chiarezza e modernità pedagogica, certi ampollosi proclami odierni. Ma, si sa, la chiacchiera pseudoculturale vacua e tronfia piace, soprattutto perché è alla portata degli ignoranti, che celano dietro di essa la loro confusione mentale. Così, l’eliminazione dei programmi ha avuto l’effetto di aprire le porte all’intervento in materia scolastica di una sterminata platea di persone che, in precedenza, non avrebbe osato aprir bocca. Coloro che ripetono che i mali della scuola possono essere guariti solo con dosi massicce di autonomia non si avvedono, poveretti, che è proprio il trionfo dei metodologi e dei nullatenenti (intellettuali) ad aver trafugato l’autonomia scolastica. Difatti, la finta autonomia di cui gode la scuola non è quella gestionale, l’unica sensata, bensì quella di intervenire sui contenuti anche in forme scriteriate purché entro il contesto soffocante di una valanga di prescrizioni – tra cui a breve la demenziale “certificazione delle competenze” – e di indicazioni teoriche che stringono la scuola in una soffocante cappa di piombo ideologica, contenute in miriadi di circolari verbose e insensate.
La padella in cui rischia di cadere il sistema dell’istruzione è il potere degli “esperti”. Si tratta spesso di persone che non hanno mai fatto un’ora di lezione in vita loro e che non hanno conoscenza specifica di alcuna materia, e spesso prive di preparazione culturale. Quel che pretendono di possedere è la professionalità di gestire la scuola e di ottimizzarne il rendimento, e questo soltanto perché conoscono certi precetti di gestione aziendale che vogliono far credere utili ad ogni bisogna. In certi casi, si tratta di manager che si sono convertiti alla problematica scolastica con l’identica mentalità e le identiche tecniche con cui conferivano i bollini di qualità a ditte di produzione di yogurth o di calze. In altri casi, di burocrati e funzionari che si sono arruolati nella «lotta militante» di cui parlava l’ispettore francese.
C’è quasi da rimpiangere i pedagogisti di stato: quantomeno si trattava di intellettuali e, in certi casi, di gente colta. Salvo il fatto che le lamentazioni odierne di taluni di costoro, che si vedono anche loro assoggettati alle prescrizioni dei manager dei bollini qualità, non meritano compassione ed fanno pensare piuttosto agli apprendisti stregoni.
Ho letto uno dei progetti di questi nuovi “riformatori”, mirante alla riqualificazione dell’insegnamento della matematica. Per valutarlo – anche i valutatori, si rassegnino, possono essere valutati – basta una sola osservazione. Nel testo è possibile sostituire la matematica con un’altra materia qualsiasi – storia, ceramica, economia domestica o musica – senza bisogno di cambiare una sola frase. In altri termini, l’estensore di matematica non sa nulla e ancor meno gliene importa: egli si è limitato a vendere un pacchetto di istruzioni da lui reputato buono per il processo produttivo di una merce qualsiasi. In compenso, il documento pullula di terminologia anglo-manageriale – “coaching”, “training on the job”, “tutoring on the job”, “repository”, “learning object” – che può abbindolare qualche sprovveduto ma non nasconde un drammatico vuoto concettuale. Come non lo nasconde l’apparato organizzativo pesante, che prevede quantità di “tutor”, gruppi di lavoro, équipe, pacchi di relazioni. Da chi formati e da chi redatti? Troppo faticoso entrare nel merito. Meglio cavarsela delegando ai preesistenti gruppi di metodologia didattica. Così mentre il sistema dell’istruzione casca dalla padella nella brace il vecchio olio della padella gli si rovescia addosso.

Ogni tentativo di ridare alla scuola la dignità di un’istituzione formativa che abbia al suo centro la trasmissione del sapere ha sempre incontrato nemici accaniti. Anche stavolta la reazione emerge, con il tipico accanimento di chi detesta la cultura e, per dirla con Gallo, tutto ciò che non appare direttamente funzionale all’utilità sociale. Si parla tanto di autonomia scolastica? La risposta è allora nelle mani degli insegnanti, che se ne avvalgano nel senso migliore, esercitando in pieno la loro missione di formare intellettualmente e culturalmente i giovani, con la dignità di educatori e non di esecutori passivi delle prescrizioni degli incompetenti tecnocrati dei bollini qualità.

(Il Giornale, 17 dicembre 2009)

Un giorno i nostri figli non saranno più bocciati, avranno solo “successi differiti”



La britannica Professional Associations of Teachers  (PAT) ha avanzato la proposta di bandire l’uso della parola «bocciatura» dalle scuole del Regno Unito e di sostituirla con il termine «successo differito»… La preoccupazione degli zelanti educatori è di evitare che gli alunni si demoralizzino. Difatti, secondo loro, l’annuncio di un fallimento potrebbe allontanarli dallo studio per tutta la vita. «Noi vogliamo affermare il principio che i ragazzi non necessariamente ottengono un successo alla prima prova», ha detto il portavoce dell’associazione. D’altra parte – ha concesso – «ammettiamo che non è possibile semplicemente cancellare una parola dal dizionario».
Grazia loro. Tuttavia, quel che i signori della PAT trovano ragionevole è di abolire l’uso della parola nel mondo scolastico. Potremmo farci quattro risate di fronte a questo vero e proprio trionfo del politicamente corretto. Ma anche se è probabile che questa buffonata non farà molta strada, a ben vedere c’è poco da ridere. Non soltanto perché a proporla è un’associazione di insegnanti e non un qualsiasi psicolabile vociante per strada, ma perché, a ben vedere, si tratta della logica conseguenza di un andazzo che va avanti da anni e che ha le sue premesse nell’idea che se uno va male a scuola non paga alcun prezzo ma accumula soltanto «debiti formativi» da ripagare prima o poi, in un modo o nell’altro; di fatto in nessun modo serio. E così come il termine «disabile» si è tramutato nell’espressione «diversamente abile» (largamente usata da noi nelle circolari e nella decretazione), in perfetta analogia i «debiti formativi» diventano «successi differiti». C’è poco quindi da stupirsi: questa è soltanto l’espressione coerente e compiuta della teoria del «successo formativo garantito», pilastro della scuola “democratica”, in cui tutti sono uguali, o meglio, debbono essere uguali per decreto o non per quello che fanno. E se non sono uguali, è colpa della scuola e dell’insegnante.
C’è poco da ridere. Che luogo educativo è una scuola da cui l’insuccesso è bandito per decreto, tutto va bene e nessuno sbatte mai la faccia contro il muro? Il bello è che coloro che accusano chi ragiona come noi di «severismo» (un neologismo degno del livello intellettuale della PAT), sono gli stessi che predicano che la scuola deve essere luogo di formazione dei cittadini. Bei cittadini quelli che sono stati educati a credere che non esistano doveri di alcun tipo, che studiare è un’opzione e che il successo te lo garantisce qualcun altro, che comunque prima o poi arriverà – è soltanto «differito» – che vivono tra otto cuscini di piume, coccolati e viziati per tenerli lontano dall’idea che si possa fallire, altrimenti potrebbero disperarsi e crollare. Altro che fucina di cittadini consapevoli… È una fabbrica di imbelli che, all’uscita dalla scuola, si schianteranno di fronte ai primi inevitabili insuccessi: il lavoro che non si trova, e se lo trovi il datore di lavoro ti sbatte fuori perché nessuno ti ha insegnato a faticare anche quando non ne hai voglia, la (il) fidanzata/o che ti pianta perché sei una lagna di viziato/a, la multa da pagare perché non hai ancora capito che non puoi fare il comodo tuo come a scuola, la dichiarazione delle tasse da fare e non ti va ma non puoi rinviarla all’anno dopo come lo studio della matematica e il funzionario delle imposte non si lascia prendere a pernacchie come il professore.
Per vedere i risultati dell’opera di questi educatori e maestri di retorica che infestano mezza Europa, non bisognerà aspettare. Sono già sotto gli occhi. Non è neppure un «insuccesso differito».

mercoledì 23 dicembre 2009

Chi usa Pacelli per far litigare ebrei e B-XVI



Ho più volte sostenuto che la questione del comportamento del papa Pio XII di fronte alla Shoah non si presta a sentenze trancianti sullo stile inaugurato dal “Vicario” di Rolf Hochhuth. Al contrario, gli approfondimenti storiografici acquisiti in questi ultimi anni hanno reso incredibile la tesi radicale di un Papa quasi complice dello sterminio degli ebrei, o comunque del tutto indifferente ad esso. La prudenza imporrebbe di consegnare questa vicenda interamente alla ricerca storica rigorosa, condotta sui documenti disponibili e sugli archivi che verranno messi a disposizione, e non a polemiche contingenti, affrettate o contrassegnate dall’emotività. Inoltre, la questione della beatificazione di Pio XII, così come di ogni altro Papa o personalità cristiana, appartiene alla sfera delle decisioni della Chiesa su cui nessuno può interferire o dettare comportamenti. Da questo punto di vista la dichiarazione congiunta del Rabbino capo di Roma, del presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e del presidente della Comunità Ebraica Romana, appare equilibrata. Si dichiara difatti di non «poter interferire su decisioni interne della Chiesa che riguardano le sue libere espressioni religiose» e si esprime la riconoscenza per i «singoli e le istituzioni della Chiesa che si adoperarono per salvare gli ebrei perseguitati». Tale riconoscenza andrebbe estesa anche a Pio XII, poiché non è credibile che un numero così elevato di ebrei potesse essere accolto addirittura a S. Giovanni in Laterano senza una volontà precisa del papa. È tuttavia comprensibile che, dopo vari decenni in cui la figura di Pio XII è stata definitivamente identificata con quella addirittura di un complice dello sterminio o, quantomeno, di un indifferente, una parte del mondo ebraico – e anche del mondo cristiano – non riesca ad accettare un’immagine diversa senza un percorso all’interno della ricerca storiografica che aiuti ad abbandonare un approccio emotivo.
Va detto con franchezza che interviene in questa vicenda qualcosa di bizzarro che assomiglia a quella che, in altri contesti, viene chiamata la “giustizia a orologeria”. In altri termini, in tutti i passaggi cruciali per i rapporti ebraico-cristiani, accade qualcosa o interviene qualche iniziativa che provoca emozioni, sconcerto, riapre ferite chiuse a fatica. Non rievocheremo questi casi. Ma è indubbio che la questione di Pio XII si riapre con un singolare sincronismo sempre nei momenti in cui sono in agenda passaggi importanti per i rapporti ebraico-cristiani. Oppure salta fuori un vescovo Williamson mentre si affrontano i delicati aspetti di preparazione di un viaggio del papa in Israele. Se a ciò si aggiunge che, al momento dato, parte della stampa è pronta a cercare esclusivamente il parere dell’incendiario di turno, il quadro è completo.
Non è mia intenzione fare dietrologia. Stiamo ai fatti. Qualsiasi cosa si tenti di dire contro l’evidenza, Ratzinger, come cardinale e “teorico” del pontificato di Giovanni Paolo II e poi come papa, è un protagonista del progresso dei rapporti ebraico-cristiani – e sottolineo la parola “rapporto” anziché quella di “dialogo”. Chiunque voglia procedere in questa direzione non deve dare spazio a chi lavora per un drammatico arretramento. Si mettano in opera tutti i confronti utili a creare un contesto in cui la questione di Pio XII non diventi il tema della visita del papa in Sinagoga. Ma tutto deve essere fatto per non far saltare questa visita: sarebbe il regalo più gradito a chi preferisce coltivare il seme della discordia. Ebrei e cristiani hanno troppe cose in comune e iniziative da condurre: a partire da quella per la libertà religiosa in ogni parte del mondo.

(Il Foglio, 22 dicembre 2009)

martedì 22 dicembre 2009

lunedì 21 dicembre 2009

Negare il Natale a 97 alunni su 100 non è tolleranza ma autocensura

 
L’ultima della serie l’abbiamo appresa dalle cronache. In un istituto scolastico di Leonessa (provincia di Rieti) comprendente scuola materna, elementare e media, la dirigente scolastica ha cancellato le festività natalizie, vietando qualsiasi addobbo che evochi anche lontanamente il Natale, per non offendere la sensibilità religiosa di tre bambini musulmani su cento alunni. Non intendo sprecare inchiostro sulla questione se sia sensato privare di una tradizione consolidata il 97 per cento delle famiglie con relativi bambini: qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso può rispondere da sola. Intendo piuttosto chiedere quando mai – una volta soltanto dal dopoguerra a oggi – sia accaduto che tanta acutissima sensibilità per i fedeli musulmani si sia manifestata per i seguaci di altre religioni, in particolare per famiglie e bambini ebrei. Eppure, di certo, situazioni con percentuali del genere si sono verificate. In genere – e posso dirlo con cognizione di causa – si sono risolte con reciproco buon senso e tolleranza. Chi fa frequentare ai figli una scuola a maggioranza cattolica non può ragionevolmente pretendere la cancellazione di ogni riferimento religioso al Natale. Può chiedere certamente che non si imponga ai propri bambini la recitazione di preghiere o di poesie religiose e che essi siano liberi di non partecipare agli atti carichi di aspetti confessionali. Con una reciproca ragionevolezza le questioni si risolvono senza troppi problemi. Ma non si ricordano casi di dirigenti scolastici che, per garantire la sensibilità religiosa di una piccola minoranza, abbiano imposto la totale cancellazione del Natale, resistendo in modo ferreo alle richieste delle famiglie, del sindaco, della diocesi e persino – pare – della dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale.
Come mai proprio in questo caso si sente il bisogno di difendere con tanto implacabile rigore la libertà di pensiero e di religione? Paura? Dhimmitudine? Conformismo? Odio di sé? Il menu delle risposte è ampio ma nessuno può sensatamente includervi il semplice spirito di tolleranza. La tolleranza a corrente alternata non merita questo nome.
In realtà questo tipo di manifestazioni s’iscrivono in una tendenza per cui tutti i simboli caratteristici della religiosità che appartiene alla tradizione europea debbono essere messi tra parentesi o addirittura nascosti, mentre quelli musulmani possono essere esibiti in piena libertà. È auspicato il ritorno dei culti cristiani nelle catacombe, mentre il divieto svizzero di costruire minareti è condannato come una manifestazione bestiale di razzismo. Il premier turco Erdogan – ovvero il rappresentante dell’islam più “moderato”, quello che dovrebbe portarci quasi ottanta milioni di musulmani in Europa – ha dichiarato: «I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti il nostro esercito». Nessuno si è scandalizzato per simili dichiarazioni guerrafondaie. Anzi si trovano in abbondanza persone pronte a rifornire di viveri e munizioni l’esercito dei credenti, mentre proibiscono stelle di Natale e presepi come se si trattasse di materiale sovversivo. Il sindaco di Londra invita a digiunare durante il Ramadan per immedesimarsi nello spirito della religione musulmana. Ma il reciproco non deve valere. Secondo i dhimmi i bambini musulmani debbono essere preservati da ogni contatto anche lontano con altre fedi, mentre gli altri debbono essere educati alla cultura del “diverso”. E poi ci si chiede come mai anche in Italia un referendum sui minareti avrebbe lo stesso esito che in Svizzera.
 (Tempi, 23 dicembre 2009)

giovedì 17 dicembre 2009

Il fuoruscito che vide in Stalin e nei suoi fan la medesima foga depuratrice dei nazisti



Non sono stato uno degli amici più intimi dello storico Victor Zaslavsky, improvvisamente scomparso il 29 novembre scorso, e quindi non sono la persona più titolata a ricordarlo. Ma proprio per questo può avere valore la testimonianza di chi, pur non avendo avuto un rapporto continuativo con lui, è stato così profondamente colpito dalla sua personalità di intellettuale e dalla sua profonda umanità.
Victor Zaslavsky ti si presentava subito come uno di quei personaggi dei grandi romanzi russi: schivo, con un sorriso un po’ ironico sul volto, ma pronto alla battuta o all’osservazione penetrante, e a offrirti i racconti affascinanti di una persona che aveva vissuto passando per mezzo mondo dopo aver abbandonato l’Unione Sovietica. Talora era anche esilarante, come quanto raccontò che il posto in cui più aveva sofferto il freddo in vita sua non era stato in Russia o in Canada, bensì… a Ostia, dove aveva soggiornato come fuoruscito. Victor era un ingegnere e questa sua preparazione scientifica mi ha fatto sempre sentire una consonanza e una comprensione immediata di temi e problemi, nelle occasioni in cui abbiamo parlato.
Naturalmente egli è noto per essere stato un grande storico che ha avuto un ruolo fondamentale nel mettere a nudo i meccanismi del potere sovietico nei suoi rapporti con i partiti comunisti dei paesi occidentali e, in particolare, con il partito comunista italiano. La sua opera storiografica si è estesa nell’arco di un trentennio ed ha scavato  i temi della società sovietica nel periodo di Breznev, dell’emigrazione ebraica, della perestroika. Nessuna concessione all’ideologia da parte di Zaslavsky. Nonostante il fatto che le naturali ferite per le sue vicende personali avrebbero potuto portarlo ad atteggiamenti emotivi, egli si è attenuto al modello di una storiografia rigorosamente documentaria. Ed è in tale direzione, avvalendosi di materiali d’archivio di recente disponibilità, che ha prodotto alcune delle sue ultime opere più dirompenti. Prima di tutte, il libro Togliatti e Stalin, il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, scritto con Elena Aga-Rossi, che ha demolito il mito della svolta di Salerno e di una via togliattiana di un comunismo nazionale democratico, mostrando che quella scelta faceva parte di un preciso progetto di Stalin. Poi Lo stalinismo e la sinistra italiana del 2004, che sviluppò e approfondì questa tematica.
Un’altra opera magistrale di Zaslavsky è stata la ricostruzione del massacro di Katyn in Pulizia di classe, con cui ha smantellato definitivamente le menzogne staliniane tese a scaricare la responsabilità  di quella strage sui nazisti, con la sostanziale connivenza dell’occidente. Delle conclusioni di quel libro ho più volte ripreso l’osservazione concernente l’analogia profonda che corre tra i due grandi totalitarismi del Novecento: «il tentativo di creare una società nuova, utilizzando i metodi “scientifici” dell’igiene sociale e della “purificazione” dal “contagio borghese”».
È facile immaginare quanto queste tesi fossero insopportabili per chi non ha tagliato il cordone ombelicale con il comunismo. Non posso dimenticare un convegno storico in cui un amico venne a raccontarmi di essere stato vivamente redarguito da alcuni partecipanti per essersi messo a chiacchierare con un “tipo come quello”. Zaslavsky per parte sua, aveva come scudo la sua ironia, con cui chiedeva sempre come mai non ci rendessimo conto che certe persone, malgrado le loro proteste in senso contrario, parlavano allo stesso identico modo di quei comunisti che lui aveva conosciuto fino a quando aveva vissuto in Unione Sovietica. Questa lucida ironia ci mancherà molto.



(Tempi, 16 dicembre 2009)

mercoledì 16 dicembre 2009

Occhio alla metafisica travestita da scienza



È perfettamente comprensibile che i passati tumultuosi rapporti tra scienza e fede – in buona sostanza il “caso Galileo” – inducano alla prudenza e al desiderio di non aprire nuovi conflitti e anzi di stabilire un terreno di concordia. Ma spesso si dimentica che quei conflitti furono tali soprattutto per motivi d’intolleranza nei confronti del libero pensiero, mentre, nella sostanza, le posizioni di fondo che si confrontavano erano perfettamente legittime. Il timore che nascano nuove accuse d’intolleranza – nel contesto dell’ostilità diffusa in occidente nei confronti del “proprio” pensiero religioso – non può però indurre ad accettare come “verità scientifiche” indiscutibili, da prendere per buone come tali e da “conciliare” con la fede, quelle che sono soltanto credenze metafisiche contrabbandate come fatti oggettivi sperimentalmente accertati.
Le neuroscienze contemporanee hanno aperto terreni nuovi di ricerca e permettono di approfondire tanti aspetti del funzionamento del cervello prima inaccessibili e di descrivere, in prima approssimazione, ciò che accade nel cervello quando si pensa. Ma è assolutamente arbitrario sostenere che le neuroscienze stiano chiarendo (o addirittura abbiano chiarito) la formazione del pensiero e abbiano dissolto il concetto “metafisico-teologico” di anima in quello oggettivo-naturalistico di mente-cervello. Al contrario, la transizione senza soluzione di continuità dalle neuroscienze alle neurofilosofie, facendo credere che le seconde siano la logica conseguenza delle prime, è indebita e rappresenta un modo inelegante di far passare per verità oggettive basate sul metodo sperimentale una vecchia metafisica materialistica che ha le sue origini nella rilettura unilaterale del cartesianesimo da parte di Lamettrie, d’Holbach, Cabanis, Hélvetius e altri. Non a caso, anche i riduzionisti più radicali ma attenti a un approccio serio, come Jean-Pierre Changeux, si guardano dal ricorrere a terminologie del tipo «il cervello pensa», ammettendo con Paul Ricoeur trattarsi di un vero e proprio ossimoro.
Sono ancor oggi perfettamente appropriate le parole scritte quasi un secolo fa da Henri Bergson: «È comprensibile che degli scienziati che filosofeggiano oggi sulla relazione tra fisico e psichico si schierino con l’ipotesi parallelista: i metafisici non hanno fornito loro nient’altro. Ammetto pure che preferiscano la dottrina parallelista a tutte quelle che si potrebbero ottenere con lo stesso metodo di costruzione a priori: trovano in questa filosofia un incoraggiamento ad andare avanti. Ma se qualcuno di loro ci verrà a dire che questa è scienza, che è l’esperienza che ci rivela un parallelismo rigoroso e completo tra vita cerebrale e mentale, ah no!, lo fermeremo e gli risponderemo: potete senz’altro, voi scienziato, sostenere questa tesi, come la sostiene il metafisico, ma non è più lo scienziato che parla in voi, è il metafisico. Ci restituite semplicemente quel che vi abbiamo prestato. La dottrina che ci offrite la conosciamo: esce dalle nostre botteghe, siamo noi filosofi ad averla fabbricata; ed è merce vecchia, molto vecchia. Non per questo vale di meno, ma neppure per questo è migliore. Datela per quel che è, e non fatela passare per un risultato della scienza, per una teoria modellata sui fatti e capace di rimodellarsi su di essi: una dottrina che ha potuto assumere, prima che si sviluppasse la nostra fisiologia e la nostra psicologia, la forma perfetta e definitiva in cui si riconosce una costruzione metafisica».
Una lettura intellettualmente libera delle ricerche e dei risultati delle neuroscienze contemporanee deve saper discernere criticamente i risultati oggettivi dalle indebite estrapolazioni metafisiche. Tanto per fare un solo esempio, la dimostrazione di Changeux che, mentre una persona acquisisce l’idea che due forme geometriche diversamente poste sono congruenti mediante una rotazione, lo stesso fenomeno geometrico accade in ambito neuronale, è di grande interesse ma non costituisce (come si pretende) una dimostrazione dell’ipotesi parallelista mediante la descrizione di come si producano nel cervello le rappresentazioni. Difatti, la rappresentazione scelta è del tutto particolare e la “dimostrazione” non contraddice, anzi è coerente con l’idea bergsoniana che gli stati cerebrali descrivano soltanto gli aspetti locomotori dell’attività mentale. Si conferma la difficoltà di descrivere la formazione di pensieri non riconducibili a fenomeni spazio-temporali rappresentabili nei termini della spazio-temporalità matematica. Né alcuno sa indicare come superarla se non attraverso la semplice affermazione apodittica della riducibilità di ogni aspetto della realtà a relazioni quantitative. Ma questa è una mera ipotesi metafisica.
Il punto è che non appena si accetta l’ideologia naturalistica, non vi è più “dialogo”: la conciliazione tra scienza e fede avviene per sparizione del secondo “dialogante”. Nessun pensiero religioso vivo può convivere con il naturalismo, che ne costituisce la negazione radicale. Il naturalismo ha come progetto la riduzione del pensiero e dell’anima a mere manifestazioni di processi fisico-chimici. Entro questa riduzione i temi della libertà, della finalità, della morale si dissolvono.
Ma – ripeto – opporsi risolutamente al naturalismo non significa opporsi alla scienza. Al contrario. Significa opporsi a qualcos’altro: alla pretesa ontologica, ovvero di costruire una scienza oggettiva dell’essere. Questa filosofia si è impantanata nella diatriba tra dualismo e monismo che non poteva non condurre al prevalere di quest’ultimo in versione materialistica: ne fa testo la facilità con cui il cartesianesimo è stato riletto in chiave materialistica e, come tale, è stato sussunto a filosofia fondativa della scienza.
Chi ha cuore i temi che sono al centro dell’esperienza e del pensiero  religiosi non dovrebbe dialogare con le neurofilosofie, bensì, da un lato guardare alla scienza (alla neuroscienza) nei precisi confini in cui essa ha un valore indiscutibile e, dall’altro, dialogare (e far dialogare la teologia) con le filosofie che hanno tentato nel corso del Novecento di superare le aporie dei grandi sistemi ontologici. Penso in particolare a filosofi come Bergson e Husserl che hanno affrontato questo obbiettivo, in modi assai diversi ma con una preoccupazione comune, come ha ben messo in luce Emmanuel Lévinas.

(L’Osservatore Romano, 9-10 dicembre 2009)

lunedì 7 dicembre 2009

A proposito di turpiloquio e di linguaggio politicamente corretto

Non intendo aggiungere un’altra voce superflua al coro di biasimo nei confronti del presidente della Camera Gianfranco Fini per aver qualificato con una parolaccia chi dice cose spiacevoli nei confronti degli stranieri e degli immigrati. Più che di un problema di dignità della carica osserverei quanto segue. Il ricorso ormai generalizzato al turpiloquio sta facendo sì che l’uso di una terminologia discreta, anzi addirittura letteraria, stia diventando di straordinaria efficacia. Provare per credere. Invece di dire a qualcuno che vi sta sulle scatole (eufemismo) o che vorreste prenderlo a calci nel sedere (traduzione eufemistica di una battutaccia usata, a quanto pare, in un Consiglio dei ministri), provate a dire qualcosa del genere: «lei mi ha definitivamente stufato», «la prego cortesemente di togliersi di torno». L’effetto sarà dirompente. Infatti, un simile linguaggio è tanto inusuale che l’interlocutore resterà di sasso e non troverà la misura giusta per reagire.

Ma c’è un’altra questione di merito assai più interessante. La stampa informa che Fini si è espresso esattamente così: «Chi dice che gli stranieri sono diversi è uno stronzo». Ebbene, se Fini mirava a colpire i razzisti e gli xenofobi ha sbagliato completamente bersaglio e ha incautamente offeso antirazzisti e xenofili.

Da tempo “diverso” non è un’offesa, bensì il supremo complimento negli ambienti a prova di bomba in termini di tolleranza. “Diverso” è la cosa più bella e nobile. Chi sarebbe oggi talmente sciocco da non voler essere “diverso”? Tempo fa fui invitato in una scuola per una manifestazione contro il razzismo e l’antisemitismo, di assoluto stampo democratico e politicamente correttissima. Quando fu il mio turno di parlare agli studenti il Preside mi presentò così: «Ed ora siamo ansiosi di sentire il punto di vista di un “diverso” come il professor Israel…». Invero, per un istante pensai di mandarlo a quel paese, ma compresi subito che se avessi interpellato il poveretto con uno stentoreo «stronzo», egli sarebbe a dir poco scoppiato in lacrime… Lui voleva farmi un complimento. Perché oggigiorno “diverso è bello”. È l’omologazione che è orrenda. Siamo tutti “diversi”, Un ebreo è “diverso”, ma anche un cattolico è “diverso”: “diverso” dagli altri, che sono “diversi” da lui. Un malato è “diverso” non meno di una persona sana. Del resto, come viene definita una persona che ha una menomazione, con rispetto parlando, del tipo essere paralizzato alle gambe? Non certamente come un “disabile” – Dio ne scampi – ma come un “diversamente abile”. Personalmente mi sentirei preso in giro se, essendo cieco, mi definissero così: ma so di non aver assimilato i principi della correttezza politica. Tuttavia, per quanto non mi ci trovi a mio agio, sono perfettamente consapevole che, secondo la vulgata corrente, viviamo in un mondo di “diversità”, che per questo è bello. Mi sembra un modo elegante di tradurre il vecchio detto «il mondo è bello perché è vario», ma so che questo è un pensiero ignobile.

In conclusione, dispiace dirlo, ma Fini appare disinformato (anzi, “diversamente” informato) e fermo a significati lessicali desueti. Se dovessi dargli un rispettoso e sommesso consiglio, direi che la prossima volta dovrebbe usare anziché la parola «stronzo», la locuzione «diversamente intelligente», e naturalmente riferirla a chi è tanto malvagio da non ammettere che  anche gli stranieri sono dei “diversi”. Si potrebbe osservare che, per ragioni di coerenza e di rispetto nei confronti degli stronzi, gli individui intelligenti potrebbero essere chiamati «diversamente stronzi». Ma anche questo è un pensiero ignobile e politicamente scorretto.


(Tempi, 9 dicembre 2009)

sabato 5 dicembre 2009

Sono passati due anni e c'è poco da aggiungere



Può essere imbarazzante rileggere quel che si è scritto tempo fa, quando contiene diagnosi o addirittura previsioni su una materia ostica e complessa come le relazioni politiche e strategiche. Sarebbe scioccamente narcisistico dire che ho avuto un sentimento di sollievo rileggendo l’articolo dal titolo “Come e perché è morta la questione palestinese” che ho firmato sul Foglio, assieme al direttore Giuliano Ferrara, il 22 maggio 2007. Sarebbe sciocco narcisismo rallegrarsi per il fatto che quel che vi era scritto potrebbe essere riproposto oggi parola per parola, quasi senza aggiornamenti: in realtà è una tragedia.
Tanto più è una tragedia perché l’articolo meriterebbe un aggiornamento su un solo punto: la prospettiva odierna non è più quella di “due popoli, due stati”, ma di tre stati. E quanto ai popoli, l’identità di uno dei due appare sempre più liquefatta o trasformata in quella di avamposto della rivoluzione permanente dell’islamismo iraniano. Scrivevamo allora che la formula “due popoli, due stati” era lontana come non mai, se mai aveva avuto prospettive reali e faceva risaltare la colossale ipocrisia del parlare di “processo di pace”. Erano i tempi della guerra civile con Hamas e non era chiaro come sarebbe andata a finire anche se quel dramma era bastato a Hanna Siniora per dire che il progetto nazionale palestinese era morto. Oggi abbiamo dietro di noi il consolidamento del potere di Hamas, malgrado l’operazione “Piombo fuso” di Israele, il declino del potere di Abu Mazen e l’indebolimento di Fatah, l’allontanarsi in una nebbia confusa delle più timide prospettive di conciliazione tra i due movimenti palestinesi attorno a un progetto di stato nazionale. E qualcuno è finito a parlare di tre stati… Insomma, l’ipocrisia di continuare a parlare di “processo di pace” è divenuta oggi un autentico scandalo, soltanto un modo per distogliere gli occhi dalla realtà e dalle vere poste in gioco.
Più di due anni fa esponevamo la ragione primaria per cui la questione palestinese era morta: l’assenza di tutte le caratteristiche che contrassegnano il processo di formazione di uno stato nazionale e, tra di esse, la più importante, ovvero la manifestazione della volontà di costruire. Gli ebrei giunti in Palestina in una serie di “aliyah” iniziate nel 1881 non attesero di ottenere uno stato per costruire qualcosa, né anteposero a questa costruzione una questione militare. Lo stato nazionale fu la logica conseguenza di un processo di lunghissima durata il cui centro era stato il dissodamento delle terre, l’agricoltura, la realizzazione di centri abitati, di scuole, la promozione della cultura e della scienza. Cosa vieterebbe ai palestinesi di Gaza di costruire un primo nucleo di stato nazionale, per giunta con il sostegno degli imponenti aiuti finanziari internazionali? Chi potrebbe imporre blocchi alle frontiere o restrizioni di fronte alla volontà concretamente espressa di perseguire questo obbiettivo civile tralasciando quello militare? Ma siamo ben lungi da ciò, oggi ancor più di ieri. Gaza è una portaerei islamica, imbottita di missili e armi di ogni tipo, che vive nell’attesa di un confronto vincente con Israele e che sostiene la sua economia sugli aiuti internazionali concessi, a loro volta, nella speranza di esorcizzare quel confronto. Il potere di Abu Abbas e del Fatah sul West Bank è ormai esangue, tenuto in piedi come simulacro di un’alternativa alla trasformazione dell’intera area “palestinese” in una base iraniana.
Quindi, oggi ancor più di ieri, non esiste alcuna volontà costruttiva, ma un solo obbiettivo: l’eliminazione di Israele. E che questo sia l’unico obbiettivo è testimoniato dal pervicace rifiuto di considerarne sia pur ipoteticamente il riconoscimento. Così, se si può parlare di questione e di stato palestinese è soltanto nel senso di uno stato islamico che dovrebbe prendere il posto di Israele al termine di un confronto vittorioso.
Un altro tema che veniva sollevato nell’articolo di due anni fa era quello del negazionismo: non soltanto quello della Shoah, ma quello della presenza storica degli ebrei in Palestina. Ebbene, anche questo tema lo ritroviamo oggi, e in termini di molto aggravati. L’idea di questa forma di negazionismo era stata lanciata Arafat durante il vertice di Camp David del 2002: affermò che un tempio ebraico a Gerusalemme non era mai esistito. Oggi questa tematica dilaga. Anche la televisione di Fatah ha sostenuto con dovizia di argomenti “scientifici” che tutta la storia della presenza ebraica in Terrasanta è inventata di sana pianta. Insomma, la Bibbia, inclusi i Vangeli, sono un colossale falso sionista. Inutile dire che questa propaganda recluta alfieri anche in occidente. Spuntano fuori archeologi improvvisati che spiegano che il Muro del Pianto non ha mai fatto parte del Tempio il quale, casomai, era in altro luogo. Secondo costoro, cadendo così le pretese ebraiche sul Monte del Tempio, la questione di Gerusalemme sarebbe facilmente risolubile, ovviamente a favore dei musulmani.
Questa esplosione di negazionismo rende evidente che la posta in gioco è tutto salvo che la volontà di costruire una nazione palestinese che conviva con Israele. Lo ha messo in luce la vicenda di un musulmano che ha avuto il coraggio di scrivere in un saggio la verità: il professor Sari Nusseibeh. Egli ha riconosciuto che il Monte del Tempio è il luogo che testimonia il legame profondo, storico e documentato, degli ebrei con Gerusalemme. Anzi, se quel luogo è divenuto sacro anche ai musulmani è perché Maometto venne a visitarlo con la coscienza del suo carattere sacro per l’ebraismo e il cristianesimo in quanto “religioni di Abramo”. Il coraggioso riconoscimento di Nusseibeh mirava a spazzare via la deleteria tendenza al rifiuto dell’“archeologia nemica”. Se questo punto di vista fosse stato accolto ci si sarebbe trovati di fronte a un passaggio decisivo. Perché, se Gerusalemme rappresenta il massimo punto di contesa, il tema più difficile, quasi insolubile, su cui si esprime il vertice dell’inconciliabile, non è forse la mossa più intelligente partire proprio di lì, riconoscere reciprocamente il diritto a gestire pacificamente ciò che è più sacro per entrambi?
Ma l’intervento del professor Nusseibeh non soltanto non ha smosso le coscienze ma ha messo lui in una situazione insostenibile. Pare che abbia ricevuto minacce. Di certo, egli non ha aperto più bocca e ha declinato l’invito a parlare in un incontro alla Scuola biblica di Gerusalemme. Ancora una volta la possibilità di costruire qualcosa è stata rifiutata.
Di fronte alla negazione totale non c’è dubbio che Israele sia stanco, ed è più che comprensibile. Anche i “falchi” come l’ex-ministro della difesa Mofaz parlano di trattare col diavolo, ovvero con Hamas. È duro, quasi impossibile accettare l’idea che in qualche recesso non si annidi una dose minima di realismo. Quel che è peggio è che il desiderio di trovarla può far scambiare per realismo quelli che sono soltanto espedienti tattici. Israele, per amore della vita, cerca di ottenere Gilad Shalit liberando un numero spropositato di prigionieri palestinesi, in uno scambio che Massimo D’Alema definirebbe “sproporzionato”. E il governo Netanyahu ha accettato di bloccare qualsiasi costruzione nella West Bank per dieci mesi. Ma è doloroso dire che tutto questo non servirà a molto. Non siamo più di fronte a una questione palestinese e l’esistenza di Israele è ormai parte di un problema geopolitico di vaste dimensioni. L’abbandono di Israele al suo destino è il tema su cui l’islam radicale capitanato dall’Iran vuole misurare la debolezza dell’occidente. E per ottenere questo risultato, da un lato lascia intendere che questo abbandono è la chiave per risolvere ogni problema – come Hitler lasciava credere che lo fosse la questione dei Sudeti – e, dall’altro, ne offre la giustificazione diffondendo la tematica negazionista, non tanto quella sulla Shoah quanto quella assai più efficace che delegittima l’intera storia ebraica. Lo spegnersi della voce di Nusseibeh, come due anni fa quella di Siniora, è la testimonianza che ben altro è in gioco che la “questione palestinese”. È in campo l’idea tentatrice che senza Israele il mondo sarebbe più vivibile. Se ci si soffermerà a contemplare incerti questo volto di Medusa si giungerà a un momento in cui sarà troppo tardi per tutti.




(Il Foglio, 2 dicembre 2009)