martedì 10 gennaio 2012

Se i professori sono da "deportare" in fabbrica


È un paradosso del nostro originale paese che un certo mondo imprenditoriale si sia innamorato delle teorie filosofico-pedagogiche di Edgar Morin, secondo cui la mente umana è "ologrammatica", le discipline vanno dissolte in un calderone "sistemistico" e l'istruzione deve curarsi del metodo (formare "teste ben fatte") e non delle conoscenze. È un paradosso perché Morin e il coetaneo novantenne Stéphane Hessel, con il libello Il cammino della speranza, si sono messi alla testa degli "indignati" di tutto il mondo; tornando ai loro anni verdi, propongono l'insurrezione delle coscienze e quattro medicine contro il neoliberismo: libertarismo, socialismo, comunismo ed ecologismo. La pedagogia ologrammatica e anticoncettuale risponde al disegno rivoluzionario di sfasciare l'assetto tradizionale dell'istruzione.
In un articolo pubblicato giorni fa sul Sole 24 Ore, Pier Luigi Celli riprende la tematica moriniana della "testa ben fatta" e si scaglia contro l'accademia, le sue rigidità disciplinari, la sua astrattezza. Per uscire dall'empasse (sic) propone una visione concreta e volta alle applicazioni industriali. E propone per i professori universitari ogni cinque anni un semestre di stage in azienda che «non abbia semplicemente una valenza di studio e di ricerca», ma serva a «capire come cambia il mondo del lavoro», a «rendere l'insegnamento all'altezza delle sfide che attendono i loro allievi».
A prima vista molto ragionevole. Nicola Porro, giorni fa criticava i professori-funzionari del governo «che non hanno passato un giorno in azienda». A ragione, perché si tratta di chi deve risolvere i problemi dell'economia che poggia su un mondo che occorre conoscere. Il problema è che quando si passa dai discorsi concreti – come quello di Porro – alle enunciazioni generali e alle "norme" universali si rischia di cadere nella peggiore astrattezza. L'università non è fatta solo di economisti o ingegneri (o medici, che hanno le loro aziende di addestramento, gli ospedali). Che faremo dei professori di filologia classica, di storia medioevale o di meccanica quantistica? Li spediremo in una fabbrica di piastrelle del Triveneto o in un mobilificio? Come in un lapsus freudiano emerge l'orizzonte mentale della proposta: tutto quello che non si "applica" direttamente, non soltanto le scienze umanistiche ma anche quelle naturali teoriche, semplicemente non esiste. L'istruzione anticoncettuale e antidisciplinare piace a chi vede ciò che non è immediatamente finalizzato a scopi pratici come ciarpame, e ridurrebbe l'università a una scuola di formazione di addetti per le aziende, oltretutto a spese dello stato.
Ed ecco l'altro paradosso. Nessuno si sognerebbe di fare una proposta simile in un sistema privatistico in cui ogni università agisce secondo un progetto, teorico o applicativo che sia, il cui successo è valutato dalla qualità dei soggetti formati, senza che sia possibile legiferare norme di stato sugli stage. Una simile idea (del genere campi di rieducazione da Repubblica popolare cinese) può germinare solo in un contesto come quello italiano in cui avanza l'ibrido di un sistema statale dell'istruzione governato da un'industria che persegue interessi privati usando risorse e leggi statali.
Un ibrido mostruoso perché il sistema dell'istruzione risponde a interessi molto più vasti di quelli aziendali e deve restare autonomo, privato o statale che sia. Pensando a certi accademici americani viene da ridere al pensiero di vederli fare stage in azienda. Negli USA accade per lo più il contrario: le aziende mandano nei centri di ricerca esperti a captare idee utili all'innovazione tecnologica. Invece, la proposta nostrana è unidirezionale: le teste da rifare sono quelle universitarie; quelle industriali sono a posto e anzi in grado di ammaestrare. Non si sa se ridere o piangere che si pensi così in un paese che ha demolito la sua grande industria; come quella chimica, che era di livello mondiale, per merito di un accademico come Giulio Natta. Ma prendiamola in modo costruttivo. Facciamo gli stage, ma in due direzioni, prevedendo anche per gli imprenditori stage universitari. Avendo sperimentato coaching di storia della scienza per ingegneri aziendali culturalmente sensibili – ce ne sono, eccome – sarei felice di ricevere imprenditori disposti a sentirsi spiegare, con dovizia di prove storiche, che i più grandi sviluppi della tecnologia (nessuno escluso) sono stati ispirati da elaborazioni teoriche; senza le quali non si sarebbe stata, né vi sarà, innovazione. Un paese senza scienza di base – teorica, disciplinare, concettuale – e, più in generale, senza cultura – anche umanistica – è destinato a finire in coda, capace solo di produrre modesto bricolage tecnico e brevetti di risulta. Di questo non si curano pedagogisti alla Morin interessati solo a rinverdire progetti rivoluzionari in corpore vili. Ma dal mondo imprenditoriale ci si dovrebbe attendere più modestia e sensibilità per il valore della conoscenza, che è una realtà concreta. Ecco il guaio della tecnocrazia: bearsi delle proprie formule, finendo nell'astrattezza, avulsa sia dalla realtà economico-sociale che dalla realtà della cultura e della scienza.
(Il Giornale, 7 gennaio 2012)

sabato 7 gennaio 2012

Un bambino su cinque è "disturbato", o è la scuola medicalizzata che è folle?


Non bastava l'alta propensione ad abortire né il freno della recessione economica. La bassa propensione a far figli scenderà al minimo quando ci si renderà conto che in Italia la probabilità di generare un bambino "disturbato" è circa del 20%. Quando fu varata la legge sui Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) avevamo previsto il peggio, poiché gli "esperti" stimavano tra il 3% e il 5% i DSA (dislessici, discalculici, disgrafici e disortografici), cui occorreva aggiungere un altro 3% di bambini ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, la sindrome del bambino agitato e disattento). Avevamo previsto una medicalizzazione di massa della scuola, suscitando lo sdegno degli specialisti del settore che ci additarono come infami nemici dei disabili.
Erano previsioni molto prudenti. Risulta che nelle scuole dilaghi la diagnosi dei "disturbati". Sulla scorta di teorie demenziali secondo cui fare un'operazione aritmetica equivale a un incolonnamento, un bambino che non incolonni correttamente le cifre nel fare una somma è sospettato di "discalculia". Altrettanto lo è un bambino che, richiesto di scrivere "ottocentotrentuno", scrive 800301, il che dimostra solo che il poveretto ha capito benissimo la funzione dello zero nell'indicare le decine e le centinaia, ma non sa ancora integrarla con la notazione posizionale per evidenti "disturbi specifici d'insegnamento". Ma tant'è. Molti insegnanti resistono. Quelli pigri o che si lasciano intimidire da famiglie che non accettano il minimo insuccesso scolastico dei figli, scaricano il problema in termini di "disturbo". Toccherà a una commissione del Servizio Sanitario Nazionale composta da una triade di competenti in didattica, ortografia o matematica – un neuropsichiatra, uno psicologo e un logopedista – fare la diagnosi. Poi sarà la famiglia a entrare nel tunnel della malattia, scoprendo di avere in casa un figlio disturbato.
L'andazzo è al tal punto preoccupante che il direttore dell'Istituto di Ortofonologia di Roma, Federico Bianchi di Castelbianco, ha invitato ad andarci piano ricordando che le linee guida del Ministero indicano una percentuale di DSA del 3% e non del 15% e ammonendo che le diagnosi vanno fatte non oltre la seconda elementare non esistendo casi di dislessia improvvisa a 10 o 14 anni. Castelbianco ha aggiunto che l'aumento "vertiginoso" di casi di DSA "non è veritiero" e che "si tratta di un'ondata di medicalizzazione che investe tutti quei bambini i cui comportamenti si mostrano non inquadrati in un modello prestabilito" e che presentano solo comuni difficoltà scolastiche o sono considerati Adhd "solo perché troppo agitati, quando invece potrebbero essere depressi o presentare disturbi di condotta". A tutti costoro “viene così precluso un percorso di apprendimento vero". Aggiungiamo noi che questo appiattimento, con il conseguente sperpero di risorse, colpisce soprattutto i disabili veri, le cui famiglie e associazioni dovrebbero per prime sollevarsi contro questo scandalo nazionale.
L'altra conseguenza pazzesca sono le spese enormi per l'acquisto di strumenti compensativi – computer, calcolatrici – e per l'impegno del Servizio Sanitario Nazionale; per non dire delle cure private che ingrassano psicologi furbacchioni e del fatto che la legge prevede orari di lavoro flessibili per l'esercito crescente delle famiglie dei "disturbati". Tuttavia, mentre il governo stringe i cordoni sulla formazione dei nuovi insegnanti in nome del rigore finanziario, apre generosamente i cordoni della borsa finanziando master per l'aggiornamento di dirigenti e insegnanti alla "didattica dei DSA", che prevedono ben 100 partecipanti a master.
Mentre la legge era in corso di approvazione parlai con alcuni parlamentari che la definirono senza mezzi termini una follia e una voragine per le casse statali. Ma quando fu approvata l'imperio del politicamente corretto si impose: non vi fu chi non la definì una straordinaria conquista di civiltà. Oggi, quella "conquista di civiltà" sta trasformando la scuola in un gigantesco ospedale, l'insegnamento in una terapia; e, soprattutto, sempre più i bambini in una malattia che, dal concepimento in poi, grava sulla società come una cupa minaccia.
Il governo dei tecnici farà finta di niente o penserà di turare il buco di bilancio con un'imposta scolastica, la IBD, Imposta Bambini Disturbati?
(Il Foglio, 4 gennaio 2012)

sabato 31 dicembre 2011

TANTI AFFETTUOSI AUGURI DI UN BUON 2012 AI LETTORI DI QUESTO BLOG !

Serve un bel po' di ottimismo per sperare... ma...
«la speranza è il più potente e il più elementare germe che si possa deporre nell'animo dell'uomo» (Filone Alessandrino)

mercoledì 28 dicembre 2011

Sperperi europei


Chi può contestare l'opportunità di tagliare le spese della politica italiana? È un'esigenza talmente nota, discussa e condivisa che appare superfluo aggiungere una sola parola per difenderla. Ma perché non si parla mai delle spese folli e degli sperperi della immensa baracca buro-tecnocratica dell'Unione Europea? Alla fin fine, si tratta di costi che gravano sui bilanci dei singoli stati e non sono sostenuti da un intervento divino.
Una sommaria passeggiata sul portale dell'UE è sufficiente a provocare il capogiro: un numero incredibile di istituzioni, uffici e agenzie. Le sole agenzie settoriali sono 24, dall'agenzia per il controllo della pesca a quella per l'uguaglianza di genere, dall'ufficio delle varietà vegetali a quello per i diritti fondamentali. Chi voglia compilare il Curriculum in formato europeo rischia di perdere la testa tra le tante opzioni di Europass e può dilettarsi con le schede di autovalutazione. È facile immaginare quale impiego di personale abbia comportato mettere in piedi questo barocco marchingegno. Si può anche scoprire che accanto al più noto programma Erasmus di istruzione e formazione ve ne sono molti altri: Leonardo da Vinci, Comenius, Grundtvig, Jean Monnet, Tempus, Erasmus Mundus. Molte notizie si possono trovare anche sull'"Official Journal of the European Union", il quale - si badi bene – è redatto in 22 lingue.
Già, perché il problema delle lingue è uno dei più onerosi dell'UE. Gli ingenui immaginavano che si sarebbe progressivamente andati verso la prevalenza delle lingue principali, senza fare tante assurde ipocrisie: mettere tutte le lingue sullo stesso piano non è una cosa seria e sarebbe stato ragionevole chiedere che i cittadini europei, nel corso dei decenni, si sottoponessero allo sforzo di riferirsi ad alcune delle lingue più importanti. Ma l'UE è il regno del politicamente corretto e tutto va messo sullo stesso piano: casomai è da attendersi che alle lingue ufficiali se ne aggiungano altre, come il catalano e il basco, per poi aprire la strada ai dialetti. Poiché le lingue sono quasi quante sono i paesi aderenti, un semplice conto mostra che sono necessari quasi 350 traduttori, uno per ogni coppia del tipo "polacco-spagnolo", "portoghese-lituano", "italiano-ungherese", "olandese-greco", "romeno-francese", ecc. Ma di traduttori ne servono alcuni multipli di 350, se non altro per diversità di mansioni e turni di lavoro. Di qui un capitolo di spesa folle e lautamente remunerato, come tutti gli stipendi e i contratti dell'Unione, che rappresentano una pacchia ambitissima per ogni comune mortale.
V'è poi il capitolo sprechi legato alla pesantezza delle procedure burocratiche. Chi ottenga un finanziamento europeo per la ricerca scientifica è meglio che vi rinunci se non ha uffici di supporto. Dovrà impiegare buona parte del tempo in adempimenti formali e in viaggi per rendicontare l'attività; il tutto secondo il principio delirante per cui invece di valutare l'esito finale dell'attività, la si controlla continuamente, col risultato che invece di far ricerca ci si occupa di farsi monitorare.
A ciò si aggiungano gli sprechi dovuti alle lotte indispensabili contro le scelte demenziali e i soprusi dell'eurocrazia, dal tentativo di vietare la pizza a legna, di equiparare il parmigiano al "parmesan", alla chiusura delle malghe montane per assenza di piastrelle di dimensione prestabilita, alla politiche agricole che hanno massacrato l'ambiente agricolo del continente.
Soltanto gli imbecilli possono considerare che sia euroscetticismo chiedere un robusto ridimensionamento di questo apparato di stile sovietico: i nemici dell'Europa sono a Bruxelles.
(Tempi, 30 dicembre 2011)

giovedì 22 dicembre 2011

AGENDA PER L'ISTRUZIONE

Cosa può fare il governo Monti in tema di politica dell'istruzione entro l'orizzonte di un anno e mezzo? In sintesi: chiudere i dossier aperti più urgenti e adottare sulle questioni più delicate una linea mediana e prudente.
Tra i dossier aperti il primo della lista è lo sblocco della formazione dei nuovi insegnanti. Nonostante da tre anni sia pronto un nuovo regolamento per la formazione tutto è fermo da allora. È un'interruzione inconcepibile per un paese avanzato, che riduce l'appello quotidiano "apriamo le porte ai giovani" a un insopportabile esercizio di retorica. Il pretesto principale per la paralisi è la richiesta di vincolare la formazione al reclutamento. Da questo punto di vista, va salutato con molto favore il proponimento espresso dal ministro Profumo di riavviare i concorsi per le scuole di ogni ordine e grado. Questa può essere la via per tagliare il nodo gordiano. Tanto più occorre evitare a tutti i costi che i ritardi del ministero blocchino il nuovo processo di formazione per un quarto anno, anche perché si rischierebbe di creare materia di contenzioso sui concorsi.
Un altro dossier importante è quello della riforma universitaria. È urgente avviare un meccanismo di reclutamento che fronteggi le massicce ondate di pensionamenti. La riforma universitaria, per diventare operativa, richiede molti decreti attuativi e, in particolare, la definizione dei criteri di valutazione per l'abilitazione scientifica nazionale. È noto che l'Anvur (Agenzia di valutazione dell'università e della ricerca) e il Cun (Consiglio Universitario Nazionale) hanno espresso in materia opinioni divergenti. In attesa di conoscere la scelta finale è opportuno ricordare che il principio ispiratore della riforma che più ha ottenuto consensi era ispirato a un'idea liberale: le valutazioni si fanno a valle e non a monte. In parole povere: le università assumano autonomamente nuovi docenti e poi si valuterà la bontà delle scelte fatte, premiando e penalizzando di conseguenza. Purtroppo si è fatta avanti la solita tendenza alla regolamentazione burocratica basata su una rete di norme stabilite a priori (e basate su rigidi e discutibili parametri bibliometrici) che trasformerebbero le commissioni in meri organi esecutivi, diciamo pure in passacarte. È da augurarsi che la versione finale del regolamento concorsuale ci riservi la gradita sorpresa di un approccio liberale e alieno da dirigismi.
La problematica della scuola è ancor più delicata e dovrebbe essere affrontata senza ideologismi. Le nuove Indicazioni Nazionali per i licei furono ispirate al principio di fissare le conoscenze imprescindibili lasciando la massima libertà metodologica. È il modo di concepire correttamente l'autonomia: il principio opposto – propugnato dal pedagogismo costruttivista – è invece il disinteresse per i contenuti e l'imposizione di rigide prescrizioni metodologiche, ovvero un'altra forma di dirigismo dissonante con i principi di una società liberale. Sarebbe auspicabile che la revisione delle Indicazioni nazionali per il primo ciclo (elementari e medie) seguisse la stessa impostazione non ideologica. Preoccupano invece, e non poco, le nuove linee guida per gli istituti tecnici e professionali che hanno un ruolo strategico nel rapporto tra il mondo della scuola e il mondo della produzione. Difatti, esse sono state costruite pesantemente sulle idee postmarxiste di Edgar Morin circa la mente umana "ologrammatica" e "sistemica"; da cui la dissoluzione delle ripartizioni disciplinari, che ha prodotto l'idea di accorpare scienze della terra, biologia, chimica e fisica nelle cosiddette "scienze integrate". Non è qui la sede per discutere le perplessità che in tanti abbiamo circa questa impostazione. Ma va detto che la scuola non può essere il continuo terreno di sperimentazione di teorie pedagogiche ispirate a ideologie universali. Ciò può essere gratificante per lo sperimentatore ma il terreno di sperimentazione rischia di esserne segnato per lungo tempo, come è avvenuto per certe scelte avventate compiute nella scuola primaria.
Infine anche qui vi è il capitolo valutazione. È nota la tendenza a un ruolo crescente dell'Invalsi (Istituto per la valutazione del sistema dell'istruzione). Ma occorre intendersi: l'Invalsi può valutare il sistema nel complesso, essere usato per valutare gli insegnanti, e addirittura per valutare gli studenti, sostituendosi agli insegnanti. Sarebbe auspicabile che il ministro proceda con i piedi di piombo per il secondo aspetto e si astenga assolutamente dal terzo. L'idea che la prova di terza media in matematica venga sostituita da un test Invalsi è raccapricciante. Raccontava un insegnante di aver sentito dire da un editore: «Stiamo "invalsando" tutti i nostri libri» (voce del verbo "invalsare"…). Per favore, ministro Profumo, difenda la cultura, la scienza, l'italiano e il buon senso. Evitiamo di sostituire l'insegnamento con l'addestramento ai test ("teaching to the test"), ascoltando le tante voci che si levano all'estero contro i pessimi esiti delle valutazioni automatiche. Evitiamo la solita commedia all'italiana di raccogliere i resti di quello che altrove viene scartato dopo averne sperimentato gli effetti dannosi.
(Il Messaggero, 20 dicembre 2011)

lunedì 19 dicembre 2011

Valorizzare il merito, la "meritocrazia" lasciamola perdere



La tentazione del "governo dei saggi" è di antichissima data. Nella modernità essa è stata tradotta in programma concreto dall'Illuminismo e potrebbe essere riassunta con il motto del celebre marchese di Condorcet: «Ogni società che non è governata da filosofi è condannata a cadere nelle mani di ciarlatani». E qui "filosofo" è sinonimo di "sapiente". È fuor di dubbio che ciò che legittima il potere è soltanto la conoscenza, il sapere, la competenza (diremmo oggi). Il sapere è il solo strumento che può consentire di adattare le norme alle sinuosità e complessità del reale e quindi a realizzare una conciliazione tra le istanze particolari e l'oggettività delle leggi, ma soltanto in linea di tendenza. Una simile conciliazione non potrà mai essere concretamente realizzata in modo completo: soltanto l'onniscienza potrebbe consentirlo, e siccome l'onniscienza non è di questa terra, un governo di sapienti che ritenesse di possedere la verità sarebbe soltanto un governo di tiranni. Difatti, l'onniscienza si sostituirebbe alle leggi, le quali, per il fatto stesso di avere carattere generale non possono mai applicarsi in modo perfetto a tutte le situazioni particolari, mentre l'onniscienza sarebbe capace di farlo, per definizione. Ma – come ha osservato Alexandre Koyré – «una scienza siffatta non è cosa umana. Il politicós ideale dovrebbe essere un saggio: ancor di più, un dio. Se fosse un uomo, ovvero se un uomo si ponesse al disopra della legge, sarebbe assolutamente un tiranno».
Per questo la democrazia è – come fu detto da Churchill – la peggior forma di governo eccetto tutte le altre sperimentate finora. Quante volte ciascuno di noi, ascoltando dei commenti politici rozzi dettati da ignoranza, ha avuto la tentazione di pensare: «Ma perché mai un simile ignorantaccio dovrebbe avere a disposizione un voto al pari di altri più capaci di intendere»? Eppure da una simile tentazione le persone ragionevoli si ritraggono prontamente. Non è soltanto per lo spettacolo di tanti saggi la cui sapienza si mostra così poco saggia: si pensi ai tanti dotti di economia che dall'alto dei loro allori dispensano le ricette più banali, peggiori di quelle che avrebbe potuto escogitare la persona più incompetente nella dottrina economica. Se ne ritraggono per un motivo più profondo: la conoscenza deve avanzare in tutta la società e non essere il monopolio di un'aristocrazia di onniscienti, in quanto tali detentori ideali del potere. Per questo l'istruzione pubblica è così importante: è lo strumento che più di ogni altro fa progredire la democrazia.
Questo discorso non mira a dire che ogni governo dei "tecnici" o dei "competenti" è potenzialmente antidemocratico (anche a questo mira, s'intende), ma a un'osservazione più circoscritta. Nel documento di Comunione e Liberazione La crisi, sfida per un cambiamento ricorre un'espressione: «valorizzazione del merito». Ho riflettuto all'ambiguità profonda che è presente nel termine ricorrente "meritocrazia". Mi rendo conto di averlo utilizzato anch'io e voglio fare una promessa: non ne farò mai più uso e incito chiunque a fare altrettanto. Difatti, un conto è valorizzare il merito, cioè stimolare tutti a migliorare, a primeggiare, premiare chi fa meglio, anziché frustrarlo e umiliarlo appiattendolo sui nullafacenti. Altro conto è parlare di "meritocrazia", ovvero di governo di coloro che primeggiano. Le parole sono pietre e "meritocrazia" è una parola profondamente ambigua che, non a caso, piace ai tecnocrati. "Valorizzazione del merito" è una bella espressione, tanto lontana dall'egualitarismo di marca totalitaria, quanto aperta e inclusiva.
(Tempi, 21 dicembre 2011)

mercoledì 7 dicembre 2011

PROPOSTA PER LE NUOVE INDICAZIONI NAZIONALI PER LA MATEMATICA NELLE SCUOLE PRIMARIE

L'anno scorso facevo parte di una Commissione del Ministero per l'Istruzione incaricata di riscrivere le Indicazioni Nazionali per l'intero ciclo scolastico. Il lavoro fu fatto per quanto riguarda i Licei e, in effetti, ormai le nuove Indicazioni Nazionali per il Secondo Ciclo sono operative.
La Commissione passò quindi al lavoro relativo al Primo Ciclo e qui le cose iniziarono a impantanarsi. Era evidente che non esisteva la volontà di toccare né la legge Moratti né le Indicazioni di Fioroni. Quantomeno le resistenze erano evidenti e, di fatto, il lavoro della Commissione iniziò a impantanarsi nella richiesta di una consultazione di massa che praticamente avrebbe richiesto qualche anno. Alla nostra commissione si chiese di fare dell'ultimo anno delle Elementari il primo delle medie, del primo delle Medie l'ultimo delle Elementari e dell'ultimo delle Medie il primo dei Licei. Il suggerimento fu rigettato ed è probabile che questo abbia segnato definitivamente la sorte della commissione.
Per parte mia, completai la redazione della parte riguardante la Matematica per le Scuole Primarie, ma fu un lavoro inutile. La Commissione iniziò a essere convocata sempre più di rado, poi subentrò il processo di sgretolamento politico e non se ne fece più nulla.
Ho sempre tenuto per me la bozza - peraltro più che una bozza, un lavoro finito - senza farla conoscere all'esterno.
Vengo a sapere che proprio poco prima della caduta del governo precedente è stato costituito un Gruppo di lavoro "tecnico" - la tecnica è di moda, ormai... - incaricato di rivedere le Indicazioni Fioroni. Non ne sapevo nulla, nessuno mi ha mai detto nulla. Sospetto che tale revisione rispetterà il desiderio di non toccare l'impostazione di quelle Indicazioni o addirittura di rafforzarle in senso più marcatamente pedagogistico. Forse anche si mira - in conformità alle indicazioni della Fondazione Agnelli - a muovere verso una fusione della Scuola Media e della Scuola Elementare. 
Non ho quindi più alcuna remora a far conoscere il lavoro che avevo fatto.
Forse può essere di qualche utilità, in particolare a chi insegna nella Scuola Primaria.


Cliccare sul titolo per leggere o scaricare (oppure cliccare sul link a fianco)

domenica 4 dicembre 2011

LEGGETE…. Soprattutto voi insegnanti, e in particolare professori di filosofia...


Non intendo commentare. 
Qualsiasi persona ragionevole e rispettabile non può che avere un solo giudizio di questo "fumetto" pubblicato su Focus junior (n. 95). 
È così che vogliamo educare i nostri ragazzi all'amore per la cultura, al rispetto per gli insegnanti, per la scuola? Avanti così. Come diceva Szent-Gyorgy, «il futuro sarà come sono le scuole oggi».

mercoledì 30 novembre 2011

Per favore, il premier ci risparmi almeno il tecno-trotzkismo


Si moltiplicano le voci che denunciano il vizio di fondo di una costruzione europea che ha messo il carro dell’economia davanti ai buoi della politica. Il che – ha osservato Angelo Panebianco – ha comportato una ferita della democrazia. Ma ora la crisi, invece di stimolare il risanamento di questa ferita – con la lunga e difficile opera di unire popoli, lingue e culture che non si conoscono e talora non si amano – rischia di provocare un ulteriore crollo della democrazia.
Sembra che il tandem franco-tedesco – incurante dell'opinione dei paria dell'Unione – punti a un'Europa a due cerchi, a una Schengen dell'euro: nel disco centrale i due paesi forti, Germania e Francia, fuori di esso chi non si adegua alle nuove regole imposte dal centro. Mentre il presidente francese Sarkozy preme drammaticamente sull’Italia, invitandola a sacrifici per entrare nel primo girone, forse temendo di restare solo con la Germania, si profila una sinistra prospettiva: un cambio della governance europea per vie che evitino la ratifica elettorale delle nazioni. Sarebbe gravissimo. L’Europa diverrebbe un protettorato gestito da due paranoie – il ricorrente delirio di potenza tedesco e l'incapacità francese di disfarsi del mito della "grandeur" – e da funzionari irresponsabili e prepotenti.
Si dice che il premier Monti voglia giocare il tutto per il tutto per agganciarsi alla locomotiva franco-tedesca, anche trasformando la manovra economica in una cura da cavallo. Si evoca la situazione del 1996, quando Prodi e Ciampi tentarono di convincere Aznar a un'adesione "morbida" all'euro e, di fronte al suo rifiuto, scelsero una manovra economica eroica. Forse fu una scelta giusta, ma non è detto: la questione è controversa. Ora il contesto complessivo è molto peggiore e occorrerebbe pensarci dieci volte prima di far scorrere lacrime e sangue, ridurre il paese allo stremo e trasformarlo in colonia, pur di agganciarsi a una locomotiva che oltretutto può andare a sbattere malamente.
Al riguardo fa riflettere un recente discorso di Monti in cui si diceva: «Non dobbiamo sorprenderci che l'Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. 
I passi avanti dell'Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.
È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c'è una crisi in atto, visibile, conclamata».
Si tratta di affermazioni sconcertanti, consone più che a un tecnico moderato, a un esponente delle tradizioni politiche che pongono gli obbiettivi storici "supremi" al disopra della volontà e delle esigenze dei cittadini. I "passi avanti" dell'Europa si misurano con la crescita del benessere, della qualità della convivenza civile, della cultura, dell'istruzione; non con la quantità di sovranità nazionale ceduta. Invece, qui si dice addirittura che le crisi sono benvenute e salutari perché costringono i cittadini sofferenti a rinunciare all'appartenenza nazionale pur di salvarsi. Questo è un tipico ragionamento da rivoluzionario che vede le crisi come tappe di una rivoluzione permanente in vista di un obbiettivo supremo, nella fattispecie il potere centrale europeo come necessità storica trascendente. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di un trotzkismo tecnocratico, di ammazzare il paese con cure da cavallo sull'altare dell'ideale della cessione della sovranità nazionale da realizzare anche a costo di fabbricarlo con le sofferenze della gente. È meglio non lasciarsi abbacinare dal mito del Reich europeo millenario e pensare alla via giusta per ridare al paese speranza, vitalità e fiducia nel futuro, perché solo così riprenderà a crescere. Questo richiederà soprattutto riforme, il che è compito esclusivo della politica. Se questa si rivelerà latitante o impotente sarà un dramma, ma l'eurocrazia come versione attuale dello stato etico, per favore no.
(Il Foglio, 29 novembre 2011)