giovedì 28 giugno 2007

Aridatece D’Alema!

(Informazione Corretta, 28 giugno 2007)
Si vede proprio che al Corriere della Sera hanno deciso di farci venire un ardente nostalgia di D’Alema. Noi, da estremisti quali siamo, non sapevamo apprezzare il moderatismo del nostro ministro degli esteri, il suo equilibrio nel valutare la situazione mediorientale e il suo amore per Israele. Così, per farci rinsavire, a Via Solferino hanno deciso di usare l’“arma fine di mondo”, ovvero un’intervista del Presidente della Commissione Esteri del Senato, il senatore Lamberto Dini. In verità, neppure immaginavamo che fosse una simile “arma fine di mondo”.
Il senatore Dini è andato a trovare il presidente siriano Bashar Assad, in processione dopo Diliberto, ma ha voluto correggere l’impressione di freddezza che aveva lasciato il segretario dei comunisti italiani, così distaccato e formale nei confronti della Siria. Così ha messo in mostra tutta la simpatia che deve avere un Presidente della Commissione Esteri del Senato italiano per la pacifica democrazia siriana. Assad ha aperto gli occhi di Dini: sempre più giovani si stanno arruolando nella fila del fondamentalismo islamico e quindi anche la Siria rischia di diventare una polveriera. E di chi è la colpa? Ma di Israele, beninteso! È di quella potenza nucleare imperialista che si rifiuta di cedere le alture del Golan che trattiene non si sa perché. Già, perché mai se le tiene? Non ci avevamo pensato, ma questi israeliani sono veramente assurdi nella loro prepotenza! Pretendono pure di garantire militarmente la loro tranquillità, quando hanno l’atomica che potrebbero tranquillamente tirare su Damasco, in caso di tiri di katiushe. D’altra parte, è chiaro che quando il Golan tornasse alla Siria i giovani smetterebbero di credere nel fondamentalismo islamico e invaderebbero le strade di Damasco con le bandiere della pace. Evidente, no?
D’altra parte, è come per il Libano. Perché le cose vanno male laggiù? Perché «nessuno si è voluto sedere al tavolo delle trattative», dice il senatore. “Nessuno”, naturalmente, è Israele. E quali trattative? Ma è chiaro, sbadati che siete! Le trattative per restituire le fattorie di Sheeba e riottenere così i soldati rapiti. No, anzi, non esageriamo con le pretese: per «avviare una trattativa per il rilascio dei due soldati rapiti». Si avvia, poi si vede, però bisogna dar prova di buona volontà che diamine… Poi, se non restituiscono i soldati, pazienza, intanto si è applicata la regola aurea del “land for war” – volevo dire “land for peace”, scusate.
Non è questione per Dini di applicare le risoluzioni dell’ONU. Anzi, diciamola tutta. Il senatore non l’ha detto chiaramente, perché lui è un diplomatico, ma noi abbiamo capito: l’ONU è un’organizzazione in mano ai sionisti. Difatti, che senso hanno quelle risoluzioni, e quella storia del disarmo di Hezbollah? «Hezbollah è un’importante componente del parlamento libanese. Davanti al suo leader Nasrallah si inchinano tutti con rispetto per la sua saggezza». Proprio così… Si inchinano. Proprio tutti. Avete mai sentito i discorsi di Nasrallah? Sono capolavori di saggezza e moderazione, che manco fosse la sintesi di Kant, Ghandi e Martin Luther King (no, quello no, perché era amico dei sionisti). Persino il senatore Dini vorrebbe essere capace di fare dei discorsi parlamentari di quel livello, ma ancora non ci riesce, malgrado studi giorno e notte quei testi. Perché non invitiamo Nasrallah per un’audizione di fronte alla Commissione Esteri del Senato? Ne avremmo da guadagnare tutti. Ci insegnerebbe anche come fabbricare bunker e sparare missili sui civili dalle case abitate da civili.
Poi, per quanto riguarda tutto il resto di quelle risoluzioni ONU, si tratta di balle epocali. Per esempio, quella faccenda che passassero dalla Siria le armi per Hezbollah. Era soltanto un sospetto, ma per evitarne persino l’ombra la Siria ha chiuso le frontiere e ha dovuto e deve pagarne ingenti danni economici. Poveracci… Credete, ci scappa da piangere. Del resto, chi è il mascalzone che ha detto che c’entri la Siria con l’omicidio di Hariri? «Quali vantaggi potevano venirne alla Siria? L’assassinio potrebbe essere stato progettato da chi voleva il caos facendo ricadere la colpa sulla Siria». Chi sarà? Tolto Hezbollah, che è tanto rispettabile, ed anche Hamas, che «è un gruppo eletto democraticamente» - e giustamente, perché «la gente era stufa» e «i regimi corrotti vengono spazzati via da rivolte» -, chi sarà mai? A noi comincia a venire in mente che siano gli israeliani. In ogni caso, la Siria ha tutte le ragioni a non riconoscere il tribunale internazionale perché pensa che si tratti di un affare interno libanese. Insomma qui è in atto una vera congiura internazionale contro Assad, il derelitto.
Per fortuna però che «l’Italia sta giocando un ruolo importante, la Siria ce lo riconosce, ci considera un paese amico». Il guaio sono gli altri paesi europei, «troppo distratti». Anzi, diciamola tutta, non soltanto l’ONU ma anche l’UE è in mano ai sionisti. Questo è il problema.
Per concludere, non è che ci sia venuta la nostalgia di D’Alema, ma una cosa è certa: non ci vengano a parlare di un qualche governo di transizione, istituzionale o elettorale a presidenza Dini, perché allora auspichiamo che il presidente Napolitano faccia un colpo di stato e assuma i pieni poteri. Agli israeliani un piccolo consiglio: fate meno i buoni e i buonisti e guardate che “amici” avete nel governo e nella maggioranza italiane. E infine, già che viene Nasrallah per un’audizione alla commissione esteri, potremmo chiedere che lo accompagnino Haniyeh e Meshaal, così che tutti insieme ci spieghino, con la loro saggezza, come si cacciano via i regimi di cui si è stufi?

Giorgio Israel

martedì 26 giugno 2007

Pure La Fontaine si indigna per la peste umanitarista contro Israele

(da Il Foglio, 26 giugno 2007)

La violazione dei diritti umani si abbatte sul mondo come una peste. Milioni di persone sono private della loro condizione umana e molto spesso della vita da regimi oppressivi, brutali e torturatori che non tollerano alcun dissenso e spesso neppure l’esistenza di persone che manifestano la minima forma di diversità dal paradigma ufficiale, per esempio di essere cristiani in terra islamica.
In questa situazione drammatica, la nuova commissione dell’Onu per i diritti umani, che era chiamata a far dimenticare i “fasti” della sciagurata precedente commissione, ha approvato il suo nuovo ordinamento ed è riuscita a far di peggio. Difatti, da un lato ha fatto una zelante opera di autoassoluzione e sbiancamento generale: Cuba e la Bielorussia sono stati eliminate dalla lista dei paesi sotto osservazione ereditata dalla precedente commissione. Vi sono rimasti, ma in modo molto blando e generico, Birmania, Zimbabwe, Sudan e Nord Corea. Ma, d’altro lato, ha posto sotto i riflettori di sorvegliato speciale un paese soltanto. Indovinate un po’… Israele. Soltanto un paese, il Canada, si è opposto a questa vergogna. Tutti gli altri hanno votato a favore. Il delegato italiano ha dichiarato che «le nuove misure sono largamente positive, anche se alcuni punti sono insoddisfacenti».
Dunque, tutti gli orrori e le ingiustizie del mondo si concentrano solo ed esclusivamente in Israele. C’è bisogno di commento? Ci limiteremmo a proporre una descrizione dei lavori dello Human Rights Council dell’Onu con la parole di una favola di La Fontaine, “Gli animali malati della peste”, di cui offriamo qui la nostra traduzione.

«Un male che spande il terrore,
Male che il cielo nel suo furore
Inventò per punire i crimini della terra.
La peste (poiché occorre chiamarla col suo nome),
Capace di arricchire in un giorno l’Acheronte,
Faceva agli animali la guerra.
Non morivano tutti, ma tutti ne erano colpiti:
Non se ne vedevano intenti
A cercare il sostegno di una vita morente;
Nessun cibo eccitava i loro desideri;
Né i lupi né le volpi spiavano
La dolce e innocente preda;
Le tortorelle fuggivano:
Niente più amore e quindi niente più gioia.
Il leone chiamò a consiglio e disse: “Miei cari amici,
Credo che il cielo abbia permesso
Questa disgrazia a causa dei nostri peccati.
Che il più colpevole di noi
Si sacrifichi ai dardi dell’ira celeste;
Forse otterrà la guarigione di tutti.
La storia ci insegna che in simili disgrazie
Si fanno simili sacrifizi.
Non concediamoci alcuna blandizie: esaminiamo senza indulgenza
Lo stato della nostra coscienza.
Quanto a me, per soddisfare i miei ghiotti appetiti,
Ha divorato molti agnelli.
Cosa mi avevano fatto? nessuna offesa;
Mi è anche successo talvolta di mangiare
Il pastore.
Mi sacrificherò dunque, se è necessario: ma penso
Che è bene che ciascuno si accusi al pari di me;
Perché occorre augurarsi che, secondo giustizia,
Perisca il più colpevole.
Sire, disse la volpe, siete un re troppo buono;
I vostri scrupoli mostrano troppa delicatezza.
Ebbene! mangiare pecore, canaglie, gente spregevole,
È forse un peccato? No, no, voi faceste loro, signore,
Mangiandoli, molto onore;
E quanto al pastore, si può dire
Che era degno di ogni male,
Essendo di quella genìa che sugli animali
Sogna un impero illusorio.
Così disse la volpe tra gli applausi degli adulatori.
Non si osò troppo approfondire
Della tigre, dell’orso, e di altre potenze,
le più imperdonabili offese.
Tutte le persone litigiose, fino ai semplici mastini,
erano, secondo il parere di tutti, dei santarelli.
L’asino venne quando fu il suo turno e disse: Mi sovviene
Che passando in un prato di monaci,
Spinto dalla fame, dall’occasione, dall’erba tenera e, penso,
Mosso anche da qualche diavolo,
Tosai di questo prato la larghezza della mia lingua;
Non ne avevo alcun diritto, visto che occorre parlar chiaro.
A queste parole tutti si sollevarono gridando contro il somaro.
Un lupo, un po’ chierico, dimostrò con la sua arringa
Che occorreva sacrificare quel maledetto animale,
Quel pelato, quel rognoso, da cui venivano tutti i loro mali.
Il suo peccatuccio fu giudicato un caso da forca.
Mangiare l’erba altrui! Che crimine abominevole!
Soltanto la morte poteva
Espiare la sua colpa. Glielo fecero vedere».

Giorgio Israel

domenica 3 giugno 2007

Come e perché è morta la questione palestinese

Gli eventi mediorientali di questi giorni rappresentano una svolta talmente radicale e drammatica da non consentire più mezzi discorsi. Non sappiamo cosa starà accadendo nelle ore in cui questo articolo sarà pubblicato, se gli scontri interpalestinesi staranno continuando o se sarà stata raggiunta una tregua abborracciata e senza futuro, se altri missili Qassam saranno caduti su Sderot e l’intervento di Tsahal si sarà fatto più pesante. Non possiamo prevederlo, ma in fondo si tratta di cosa secondaria. Né è facile prevedere cosa accadrà nel breve periodo: se Hamas rafforzerà la sua presa e ciò determinerà un aggravarsi della tensione con una possibile riesplosione del fronte libanese fino a una guerra regionale in estate. È una previsione difficile e in definitiva inutile rispetto al problema principale che sta esplodendo: la questione palestinese.
Ascoltando attentamente in giro si è sentita una sola voce che ha avuto il coraggio di dire apertamente qual sia la posta in gioco. Hanna Siniora, osservando di non aver «mai visto nulla di così grave come le battaglie di questi giorni», ha emesso una sentenza pesantissima: «È la morte del progetto nazionale palestinese».
Intorno a questa frase si sente soltanto retorica bellicista o pacifista, slogan vuoti e “langue de bois” della diplomazia più formale. È a dir poco stupefacente che proprio nel momento più tragico, più denso di prospettive conflittuali, più intriso di odî insolubili come pietre, si senta parlare addirittura con ottimismo di “nuove prospettive” di pace aperte da un piano saudita vecchio di decenni e intessuto di idee impossibili, di “due popoli, due stati” e di altre tragiche amenità, che forse vengono dette e ripetute da tutti per il semplice motivo che nessuno se la sente di dire l’indicibile, e cioè che tutte queste chiacchiere sono fuori dalla realtà e che l’obbiettivo “due popoli, due stati” è lontano come non mai, se mai ha avuto prospettive reali. Nessuno dice l’indicibile forse per non essere accusato di aver rotto la bolla di sapone dei buoni sentimenti e dei buoni propositi.
Ma i buoni sentimenti e i buoni propositi quando sono fuori della realtà lastricano la strada dell’inferno e, nella fattispecie, condannano i “due popoli” a percorrerla l’uno accanto all’altro; e, di certo, i palestinesi in modo non meno drammatico degli israeliani. E questa davvero non è retorica. Non intendiamo minimizzare affatto la condizione in cui vivono i palestinesi: morte, sangue, miseria e sofferenze senza fine e di cui non si vede la fine e che, anzi, si proiettano nella prospettiva di un conflitto che può cessare soltanto con la distruzione dell’ “entità sionista” e che può conoscere come tregua soltanto il conseguimento di obbiettivi assolutamente irrealistici, come quelli del piano saudita (ritorno al confini del 1967 e rientro di alcuni milioni di profughi sul suolo di Israele). Oltretutto, si tratta di un conflitto che si interseca con una guerra civile volta ad affermare l’egemonia di un gruppo sull’altro, in cui persino una parte di Hamas scavalca l’altra ed altri gruppi scavalcano Hamas, in una rincorsa senza fine verso l’estremismo.
Questo inferno politico-terroristico, che trascina centinaia di migliaia di persone in un baratro senza fondo e senza prospettive, è proprio quel che Siniora ha definito «la morte del progetto nazionale palestinese». E che questo sia l’esito è di evidenza solare, perché soltanto un pazzo o un ipocrita potrebbe sostenere che sia realista e praticabile una ripartizione territoriale in due stati, uno dei quali anziché essere governato da una classe dirigente capace di garantire l’ordine e la legalità all’interno e di trattare la pace all’esterno, resta in balìa di una sanguinosa guerra per bande la cui posta in gioco è il decidere quale sia il modo migliore di arrostire lo stato confinante. Ma se siamo a questo punto, occorre chiedersi come ci si sia arrivati e come se ne possa uscire. È una risposta dovuta a due popoli che soffrono e, in particolare, al popolo palestinese che è ostaggio e vittima di un mito assurdo e impossibile e le cui sofferenze possono cessare soltanto uscendo da questo mito.
Immaginiamo già le grida di scandalo: dunque Israele avrebbe diritto ad essere un’entità nazionale e i palestinesi non l’avrebbero? È quasi superfluo dire che non ci curiamo di chi strepita contro i diritti di Israele in nome di una critica del sionismo in quanto espressione di un’odiata ideologia “nazionalista”. È davvero una bella coerenza considerare nobile l’idea di identità nazionale quando si tratta dei palestinesi e spregevole nel caso del progetto sionista! Per parte nostra, non abbiamo nulla contro l’idea di nazione. Siamo anzi fermamente convinti che l’idea di democrazia, e in particolare di democrazia liberale, e la sua intrinseca propensione a diffondere i principi dei diritti della persona in una cornice universalistica, abbia preso corpo storicamente entro le realtà nazionali e che ancor oggi nessuno sia riuscito a definire chiaramente un contesto diverso entro cui far vivere e prosperare la democrazia. Può certamente darsi una realtà nazionale senza democrazia ma è difficilmente pensabile una democrazia al di fuori del supporto di un tessuto nazionale. Inoltre, il costituirsi di un’identità nazionale ha sempre implicato un esercizio della forza e anche una certa dose di violenza e non può quindi negarsi che la creazione dello stato d’Israele abbia determinato sofferenze e ingiustizie per la popolazione araba residente nei territori su cui lo stato d’Israele si è costituito. Del resto, non è abituale, in certi ambienti, giustificare l’esercizio della violenza da parte dei palestinesi con l’argomento che essa sarebbe l’espressione inevitabile di una lotta di liberazione nazionale?
Tuttavia, se non abbiamo nulla contro l’idea di nazione, la costituzione di una nazione non è un diritto astratto e non si realizza a tavolino, bensì trova la sua legittimità nella realtà storica concreta. Altrimenti, semplicemente non ha luogo ad essere. La formazione di un’identità nazionale ha come condizioni necessarie l’esistenza di un progetto condiviso di costruzione di una società, di ideali comuni, un tessuto culturale e linguistico, e inoltre la manifestazione più chiara – e assolutamente indispensabile – di tale comunione di intenti: ovvero che il potere di esercitare il diritto e la forza deve appartenere a un’entità statuale unica. Soltanto lo stato può avere un esercito, una polizia, una magistratura: l’inesistenza di questo requisito è la prova assoluta che non esistono le condizioni minime per un progetto di costruzione di una società nazionale. Israele è riuscito a soddisfare queste condizioni, ed è riuscito a realizzare l’ultimo e imprescindibile requisito disarmando i suoi gruppi terroristici; e lo ha fatto addirittura nel vivo dello scontro con le potenze arabe circostanti che volevano soffocarne la nascita. Se Israele non fosse riuscito a fare questo non sarebbe mai nato, o si sarebbe rapidamente dissolto. Non entreremo quindi nelle interminabili diatribe circa il carattere “artificiale” del recupero di un’identità nazionale ebraica dopo duemila anni di dispersione: i fatti storici hanno dato la risposta e hanno mostrato che tale identità aveva un senso, era perfettamente possibile ed aveva basi così solide da superare prove di incredibile durezza. Il discorso dell’“artificialità” potrebbe essere applicato alla formazione della nazione italiana e, ancor di più, di quella greca, in cui il recupero di una lingua greca unificata ha avuto caratteristiche non molto dissimili dall’istituzione dell’ebraico moderno; e un discorso analogo ai applica a molte altre situazioni. In tutti questi casi, la risposta è venuta dai processi storici reali che hanno visto il realizzarsi di quei requisiti indispensabili di cui si diceva sopra.
Spesso si ha l’impressione che si sia diffuso un modo irrazionale di leggere i fatti storici. Non mi riferisco soltanto alle tesi bizzarramente relativiste di chi sostiene che “noi occidentali” siamo prepotenti perché pretendiamo di imporre l’idea che lo stato debba essere l’unico detentore del potere mentre è “legittimo” che altri ritengano che un partito politico (per esempio, Hezbollah) possa possedere la propria forza militare. Penso alle tesi non nuove di chi ha giustificato il terrorismo palestinese sostenendo che anche il Risorgimento italiano ha avuto i suoi terroristi (Mazzini) e i suoi eversori dell’autorità costituita (Garibaldi). Ragionamento quanto mai bislacco perché, se anche concedessimo per esercizio dialettico – e non lo concediamo affatto – che Mazzini fosse un qualsiasi terrorista, la legittimità della nazione italiana si è fondata sull’affermazione, persino brutale ma sacrosanta e salutare, di un’autorità statuale unica detentrice del diritto di esercitare la forza (come apprese Garibaldi in Aspromonte). Il guaio è che, dimenticando o denigrando i processi storici che hanno condotto alla formazione delle realtà nazionali democratiche occidentali – e, quel che è peggio, perdendo così gli strumenti per capire per quali ragioni la democrazia vi è stata distrutta nel Novecento – si arriva a giustificare il terrorismo come via legittima per la formazione di una realtà nazionale, anziché come un’escrescenza infetta da eliminare al più presto, proprio nell’interesse di quella causa.
Ma andiamo indietro. Oggi abbiamo dimenticato che nessuno ha mai conosciuto, fino al 1964, la parola “palestinese”, peraltro derivata da una denominazione imposta dall’Impero romano a quelle terre dopo la dispersione della presenza ebraica. La storia non ha mai conosciuto né l’esistenza né il nome di un “popolo palestinese”: si ricordi che fino al 1967 si è sempre e soltanto parlato di conflitto “arabo-israeliano”. L’attribuzione di un’identità specifica alle popolazioni residenti nella regione è frutto della creazione dello stato di Israele, una sorta di feed-back di tale evento, peraltro largamente favorito dal rifiuto dei paesi arabi delle modalità di risoluzione del contenzioso proposte dalle risoluzioni Onu e dalla decisione con cui, nel 1964, una conferenza della Lega araba creò una “Organizzazione di Liberazione della Palestina” dapprima retta da un pallido fantoccio, Ahmed Shukeiri, e poi passata nelle mani del capo del movimento terroristico Fatah, Yasser Arafat. Creazione assolutamente artificiale, quindi. Ma – si dirà, sulla base del discorso precedente – anche le creazioni artificiali, persino le più artificiali, possono riuscire a farsi un posto nella storia e ad acquisire dei diritti. Guardiamo allora a cosa è avvenuto in quarant’anni di lotte per la costituzione di un’identità nazionale palestinese e se esso ha corrisposto alle condizioni minime che abbiamo sopra enunciato. La risposta è negli eventi di quest’ultimo anno e di questi ultimi giorni e nella pesante frase di Hanna Siniora: nulla. Non è stato costruito nulla altro che un progetto di distruzione di cui sono vittime non soltanto gli israeliani ma ancor più i palestinesi.
Le cause sono molteplici e sono da ricondursi principalmente alla responsabilità della grande maggioranza dei paesi arabi e islamici, oltre che a una diffusa ipocrisia dell’occidente. Il progetto della costituzione di un’entità nazionale palestinese era profondamente insincero: nella politica dei paesi arabi quel progetto era pensato non con l’intento di realizzarlo davvero, ma soltanto come un’arma di pressione contro Israele e un modo per scaricare esclusivamente su Israele il problema dei profughi. Nelle mani di Arafat poi, esso è divenuto un programma apocalittico di distruzione di Israele che non ha mai contemplato seriamente alcun accordo di pace, se non come tappa provvisoria verso l’esito finale della distruzione dell’ “entità sionista”, come ancor oggi recita la carta di Fatah. E, soprattutto, non ha mai contemplato alcuna idea di costruzione di un’entità nazionale proiettata verso la solidarietà sociale, la crescita economica, il benessere, una vita ordinata e regolata dalla legge, una struttura statuale fondata sul conferimento della forza a un potere legittimo, la soppressione delle bande armate. Taluno dirà, ovviamente, che Israele ha reso ciò impossibile. Ma si guardi ai fatti. Non appena si sono realizzati degli accordi di pace essi hanno prodotto l’effetto contrario a quel che ci si doveva attendere. Dopo Oslo vi fu un’esplosione drammatica del terrorismo. La formazione di un’Autorità Nazionale Palestinese non ha prodotto affatto la sparizione delle bande armate, al contrario. Il ritiro da Gaza non ha suscitato la minima spinta a uno sviluppo economico e sociale e a una riorganizzazione dei poteri in senso democratico, bensì la striscia è diventata un’enorme deposito di armi e una base per il lancio di missili verso Israele che hanno ridotto Sderot a una città fantasma. Gli ingentissimi aiuti economici dell’occidente – che, come è stato osservato, avrebbero consentito di costruire una villa con piscina per ogni palestinese – sono stati interamente utilizzati per procurarsi armi, finanziare il terrorismo e produrre una enorme e capillare propaganda antiebraica.
Qui arriviamo all’altro aspetto centrale che evidenzia il carattere distruttivo del “progetto nazionale” e l’irresponsabile follìa con cui è stato condotto dai gruppi dirigenti palestinesi. Nulla è stato fatto per creare una disposizione alla convivenza pacifica e tutto quel che era possibile fare è stato fatto per alimentare l’odio più sfrenato, la giustificazione del terrorismo più efferato, fino alla terrificante esaltazione dell’esplosione suicida persino presso i bambini di pochi anni. Tutto è stato fatto per denigrare la figura dell’ebreo, persino tentando di svellere i diritti di Israele con il ricorso al negazionismo della Shoah e diffondendone i veleni in un’Europa che già è abbastanza malata di per sé per non dover subire ulteriori contagi.
Abbiamo detto che un progetto nazionale contiene inevitabilmente una certa dose di violenza intrinseca, ma quando non contiene alcuna spinta positiva interna e volta a finalità condivise, bensì trova soltanto ragion d’essere e alimento nell’odio e nella volontà di distruzione dell’altro, allora esso è minato dalle fondamenta. Si parla tanto di negazione israeliana dei diritti dei palestinesi e non si dice una sola parola dell’oscena campagna cui stiamo assistendo in un crescendo che ha assunto toni parossistici da Camp David in poi – e che sta contaminando anche le coscienze in occidente – secondo cui una presenza ebraica in Palestina non ci sarebbe mai stata, secondo cui persino il Tempio di Gerusalemme non è mai esistito e il Muro del Pianto è un insieme di pietracce qualsiasi. Tutto è ed è sempre stato “palestinese”; anche – supremo obbrobrio – Gesù era “palestinese”… Persino i fatti storici più inconfutabili vengono sostituiti con una storia che, ancor più che artificiale, è assolutamente inesistente. Si parla dei diritti conculcati dei musulmani ad accedere a Gerusalemme, dimenticando che mai la città ha conosciuto una simile condizione di libertà di accesso ai luoghi santi quanto negli ultimi quarant’anni; prima dei quali agli ebrei era vietato l’accesso al Muro occidentale, l’antico quartiere ebraico era stato distrutto e le lapidi del millenario cimitero del Monte degli Ulivi erano usate come pisciatoi o per lastricare strade. Oggi, l’indicazione di quel che diventerebbe Gerusalemme vecchia sotto controllo palestinese è data dal comportamento dell’autorità islamica delle Moschee sul Monte del Tempio che, mentre protesta per ogni scavo israeliano condotto all’esterno del complesso, ha svuotato il sottosuolo dove sorgeva il Tempio per costruirvi una terza moschea, gettando nella spazzatura quintali di resti archeologici, compiendo così quella che, per un ebreo religioso, è un’autentica profanazione.
Si possono legittimamente criticare i governi israeliani, i loro errori, le loro sordità, ma qui siamo in presenza di una situazione inaccettabile. È impossibile non vedere che la formazione di uno stato su queste basi è soltanto la premessa per la creazione di un mattatoio.
Ha detto ancora Siniora: «Noi palestinesi non siamo abbastanza maturi per accettare di condividere l’autorità e per far funzionare una coalizione. Yasser Arafat ha dominato per quarant’anni conservando tutto il controllo nelle sue mani. Dopo di lui, Hamas ha governato per un anno come un partito unico. Non siamo capaci di capire che cosa significhi un’alleanza politica». Ed ha aggiunto che l’accordo di febbraio a La Mecca «era fragile fin dall’inizio. È stato come incollare due materiali opposti, senza cemento. Le violenze interne sono colpa di Hamas e del Fatah. Avrebbero dovuto porsi come priorità la fine dell’occupazione israeliana e poi discutere di chi comanda. Non hanno messo gli interessi della causa palestinese in cima ai loro obbiettivi. È una vergogna».
E qui già non ci siamo più. La vergogna non è che Hamas e Fatah non abbiano messo come priorità la fine dell’occupazione israeliana per poi discutere di chi comanda, Difatti, proprio la chiarificazione di chi comanda costituisce la condizione minima per pretendere la fine dell’occupazione israeliana. Sarebbe stato forse ragionevole far finta di mettersi d’accordo per ottenere i territori occupati e poi regolare i conti sparando? È davvero pensabile che possa nascere una nazione degna di questo nome su simili basi? Ed è pensabile che anche il governo israeliano più pacifista e aperto possa accettare la costituzione di uno stato strettamente adiacente, anzi avvinghiato al suo e per di più dotato di continuità territoriale, ridotto essenzialmente a una base di bande terroriste? Sarebbe quanto accettare signorilmente il suicidio, senza che questo serva a far avanzare di un centimetro il popolo palestinese verso una condizione migliore.
È indicativo e inquietante che anche una persona ragionevole come Siniora coltivi una simile confusione. Egli dice che «gli israeliani si sono ritirati da Gaza senza offrire una soluzione politica. Questo ha permesso a Hamas di proclamare che “la resistenza porta a risultati”». In tal modo, egli non fa altro che approfondire la spiegazione delle cause della «morte del progetto nazionale palestinese». È difatti assurdo pretendere la nascita di uno stato palestinese indipendente e poi chiedere che Israele lo tuteli e lo organizzi. Israele non poteva né doveva offrire una soluzione politica: doveva forse imporre militarmente il prevalere di un’autorità statuale unificata? Il ritiro da Gaza era la grande occasione per mostrare che poteva nascere finalmente un primo nucleo della nazione palestinese, capace di autogovernarsi e di compiere quegli stessi atti che avevano legittimato la formazione dell’entità nazionale israeliana e che (nel progetto di Sharon e di Kadimah) avrebbe aperto la strada ad ulteriori ritiri. Al contrario, si è affermata una strategia opposta e proiettata verso la guerra eterna.
Se errore di Israele vi è stato, è stato quello di trascurare il fatto che gli accordi seri, duraturi e costruttivi non si fanno con i gruppi terroristici bensì tra nazioni che, se pure non pienamente democratiche, quantomeno siano fondate sul principio che la gestione del potere appartiene esclusivamente allo stato. Israele ha dapprima esperito il tentativo di fare un trattato di pace con un’organizzazione terrorista. Si è visto a cosa abbia portato questo: alla seconda intifada degli attentati suicidi. Ha quindi provato la via opposta, e cioè di un disimpegno unilaterale, sperando che emergesse una leadership palestinese postarafattiana capace di porre le basi di un’entità statuale con cui trattare credibilmente il resto del contenzioso. Anche questo secondo tentativo è fallito ed ora siamo nel punto più basso della catastrofe. È comprensibile che l’ipocrisia dominante abbia reso, e renda, difficile dire che gli unici interlocutori possibili e credibili erano, e sono, le nazioni confinanti. Ma ormai siamo arrivati allo snodo finale.
In fondo, sembra che questa situazione Siniora la comprenda appieno, più o meno nel modo in cui la stiamo presentando noi. Difatti egli dice che «Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dovrebbero essere collocate sotto l’amministrazione della Lega Araba, dopo una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I negoziati di pace ripartirebbero tra gli israeliani e la Lega, sulla base dell’iniziativa saudita e del documento approvato a Beirut nel 2002. È ora che le nazioni arabe si prendano le loro responsabilità, siamo stanchi della retorica».
Mettiamo via gli ultimi orpelli retorici, come il richiamo all’iniziativa saudita: a questo punto, un negoziato serio deve partire da zero e senza condizioni preliminari. A parte questi orpelli, occorre dar atto a Siniora di aver detto l’indicibile, e cioè che occorre mettere da parte il tema della costituzione della nazione palestinese e andare a un negoziato diretto tra Israele e i paesi arabi. Sarebbe ancor più concreto dire che occorre andare a un accordo tra Israele e i paesi confinanti coinvolti direttamente nella vicenda, ovvero Giordania ed Egitto. E questo per realizzare la costituzione di entità territoriali associate a questi stati in forme federali e da dotare di autonomia amministrativa in un futuro pacificato, in modo da garantire finalmente alle popolazioni condizioni di vita degne, libere dal terrorismo e dalla violenza e proiettate verso un progresso economico e civile cui contribuirà la comunità internazionale. È inutile dire che, in un simile processo, Israele dovrà assumersi tutte le sue responsabilità e giocare un ruolo determinante. Non soltanto le nazioni arabe, ma tutta la comunità internazionale deve uscire dalla retorica e dall’ipocrisia. Ormai, nel mondo opaco del politicamente corretto in cui viviamo, l’indicibile è diventato l’unico modo di parlare della realtà e in modo realistico.

Giorgio Israel e Giuliano Ferrara

(da Il Foglio)

lunedì 14 maggio 2007

Il penoso umorismo sovietico di un attore nostalgico

Tempi, 10 maggio 2007

Ha ragione Moni Ovadia a dire che milioni di uomini sono stati comunisti in nome degli ideali di uguaglianza e di libertà e che ciò costituisce una differenza con il nazifascismo. Difatti, per capire la storia occorre spiegare perché tante persone abbiano aderito in buona fede al comunismo e abbiano chiuso gli occhi di fronte ai crimini dello stalinismo, tanto credevano nel sole dell’avvenire. Per questa fiducia, spesso sincera, il comunismo è durato tanto, a differenza del nazismo e del fascismo. Occorre però anche spiegare perché tante tra quelle persone in buona fede abbiano aperto gli occhi e ripudiato il comunismo, le sue orrende stragi e il fanatismo con cui ha avvelenato il mondo. Contro queste persone – tra cui m’iscrivo, essendo stato da giovane comunista – Ovadia sa solo inveire parlando di «revisionismo anticomunista», «modo ignobile per infierire su un cadavere».
Se si fosse fermato a pensare, avrebbe forse capito che quel che ha attirato nella trappola infernale milioni di persone in buona fede è stata l’illusione tragica di ricostruire l’umanità dalle fondamenta, e di accettare che venisse pagato qualsiasi prezzo, anche montagne di cadaveri di “nemici della rivoluzione”, per costruire la “città futura”. Avrebbe capito che la radice del disastro era in questa pretesa di palingenesi globale e che proprio questo è il tratto comune tra comunismo e totalitarismi di destra. Se avesse riflettuto avrebbe capito che qui ha origine la contraddizione per cui egli sarebbe finito in galera nella Bulgaria comunista da cui fuggì la sua famiglia, mentre è nelle società che accettano l’uomo per quel che è (mirando al miglioramento e non alla rigenerazione totale) che egli può proclamare liberamente il suo comunismo snobistico. Invece, Ovadia preferisce restare attaccato al mito e, mentre ammonisce che la storia «va raccontata tutta», la racconta come gli fa comodo. Vuole intimidire, sbraitando che «omologare Lenin a Stalin è una idiozia teorica, una volgarità»; ma i tempi sono cambiati e nessuno si intimidisce di fronte a un’autentica idiozia proclamata con tanta supponenza. Chiunque sappia leggere sa che Lenin ha promosso stragi efferate proclamando la legittimità di schiacciare i nemici del popolo come insetti.
E facciamola anche finita col mito dei comunismi buoni. Un giorno accompagnai un ebreo fuggito dall’Unione Sovietica a un incontro con un alto dirigente comunista italiano: voleva chiedere un intervento a favore di un noto ebreo sovietico deportato per aver insegnato la lingua ebraica. L’accoglienza fu così fredda che il poveretto uscì scandalizzato dicendo: «Ma perché dite che questi comunisti sono diversi e più aperti? Sono identici ai nostri. Riconosco l’identico linguaggio».
Il comunismo è stato un immenso e terrificante dramma proprio per chi vi ha creduto in buona fede. E Ovadia che fa? Da un lato si comporta come un burocrate stalinista, scomunicando chi osa parlarne male, dall’altro propina barzellette che non fanno ridere. Secondo lui «nel servilismo verso Stalin c’era il grottesco alla Gogol», non il terrore della tortura e della morte. Che una persona, dopo dieci anni di gulag, attaccasse al muro il ritratto di Stalin è una penosa tragedia che non ha nulla di tenero e di divertente. Trovo squallido che chi dovrebbe sentirsi fratello di quel professore che aveva perso tutti i denti per il regime di detenzione cui era sottoposto per il supremo delitto di aver insegnato l’ebraico, rida, anziché piangere, sulle barzellette sovietiche e ce ne propini un volume intriso di nostalgia per il comunismo. Buon divertimento, compagni. A me pare che tutto ciò faccia piuttosto pietà.

martedì 24 aprile 2007

Un romanzo



È in libreria un romanzo di mio padre Saul scritto cinquanta anni fa.



Saul Israel (1897-1981) nacque a Salonicco. Si trasferì nel 1916 in Italia per studiare medicina e vi si stabilì definitivamente, prendendo la cittadinanza italiana, dopo l’incendio che distrusse il quartiere ebraico di Salonicco e provocò la dispersione della sua famiglia. Fu aiuto presso l’Istituto di Fisiologia Generale dell’Università di Roma e svolse la sua attività scientifica anche a Parigi. Nel 1933 si dimise dall’università per l’impossibilità di convivere con il nuovo direttore dell’Istituto, Sabato Visco, futuro Capo dell’Ufficio Razza del Ministero della Cultura Popolare. Per il resto della vita, dopo il periodo delle persecuzioni razziali, esercitò la professione di medico. Oltre agli studi scientifici coltivò assiduamente gli studi storico-religiosi. Fu fondatore e animatore del Centro di Studi Ebraici e coltivò rapporti con personalità come Robert Aron e Dante Lattes. Ebbe anche intensi rapporti con personalità del mondo cattolico, come Giulio Salvadori, Ernesto Buonaiuti, Arturo Carlo Jemolo. Dei suoi numerosi inediti sono stati finora pubblicati La leggenda del figlio del Re Horkam, Adelphi (1984, 19982) e La favola di Fragoletta e Limoncina (Editori Riuniti 1987).


Salonicco fu teatro di un evento storico unico. Qui si raccolse una comunità di ebrei fuggiti dalla Spagna dopo l’espulsione decretata nel 1492. Per più di quattrocento anni questa comunità preservò le tradizioni originarie, continuò a parlare nell’antico castigliano, conservando persino le chiavi delle case di Spagna e vivendo una religiosità intensa e impregnata di misticismo. Agli inizi del Novecento, Salonicco era una città a grande maggioranza ebraica, una “Gerusalemme balcanica” nell’Impero Ottomano. Ma il disfacimento dell’Impero mostrava i segni della fine di un’esperienza quasi irreale. La famiglia Yacoél – di cui questo romanzo racconta le vicende, a sfondo autobiografico – vive sempre più dilaniata dalla consapevolezza che la realtà ovattata e la magica esperienza spirituale in cui ha finora vissuto sta franando sotto i suoi piedi e che anche l’ebraismo di Salonicco sta per essere proiettato nel vortice dei drammi europei. Al crollo di questa realtà segue la dispersione della famiglia in vari paesi europei, soprattutto in Italia e in Francia, dove i suoi membri si confrontano con il senso della propria identità ebraica e con un antisemitismo circostante che cresce come un’onda minacciosa fino a esplodere nell’apocalisse finale della Shoah. Assieme al racconto di un’esperienza eccezionale e irripetibile, di un’esistenza sradicata, “con le radici in cielo”, il romanzo propone riflessioni sull’odio razziale e l’intolleranza e sulla natura dell’antisemitismo europeo che appaiono oggi di grande attualità

lunedì 23 aprile 2007

Italian Jews and the Left

articolo pubblicato in rete
su COVENANT, Global Jewish Magazine

http://www.covenant.idc.ac.il/en/vol1/issue2/israel.html

domenica 22 aprile 2007

I sauditi chiedono il suicidio di Israele e subito piace la loro “proposta di pace”

(Tempi, 19 aprile 2007)
I francesi lo chiamano “langue de bois”, lingua di legno. È il linguaggio politico dell’ipocrisia, delle formule vacue miranti a difendere una versione ufficiale, anche se non ha alcun rapporto con la realtà. La “langue de bois” domina in certi commenti sulla “proposta di pace” dell’Arabia Saudita che la vantano come una nuova e grande opportunità. Al contrario, si tratta della “soluzione” più vecchia e irrealistica: il ritorno di Israele entro i confini precedenti la guerra del 1967, con la divisione di Gerusalemme in due e l’accettazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi e discendenti, generosamente stimati in 5 o 6 milioni. È una soluzione superata dalla risoluzione 242 dell’Onu – che prevede il ritiro di Israele “da” (e non “dai”) territori occupati – , dalle bozze di accordo di Camp David, ed anche dall’“intesa” di Ginevra raggiunta informalmente da esponenti “progressisti” delle due parti. Oltretutto in quelle bozze di intesa si offriva a Israele una vera pace, mentre qui si prospetta soltanto la possibilità di “relazioni normali” e non si parla di una soluzione definitiva. In sostanza, è una linea coerente con quella del governo palestinese di Hamas, che alle condizioni saudite accetta di stabilire una “hudna” (tregua) anche ventennale, per poi giungere alla fase finale della vertenza. In che senso “finale” è facile immaginare, dopo che Israele avesse accettato di accogliere sulla propria terra qualche milione di palestinesi, mettendosi in condizioni analoghe a quelle in cui si troverebbe la Polonia se accettasse di accogliere i tedeschi espulsi dai suoi territori, inclusi i discendenti: una ventina di milioni.
Chi loda la proposta saudita si esibisce in una gigantesca manifestazione di ipocrisia, il cui unico fine è di accusare Israele di non volere la pace perché non accetta di suicidarsi. Anche se al posto del debolissimo governo Olmert ve ne fosse uno capace di imporre al paese i più duri sacrifici, non potrebbe comunque accettare una proposta come quella, per tante ragioni di cui si parla spesso: Israele si metterebbe in una condizione di grave debolezza strategica, accanto a un’entità palestinese che non ne vuol sapere di offrire garanzie; il carattere drammatico di un ritiro da Gerusalemme con la rinuncia al principale luogo santo dell’ebraismo; l’impossibilità fisica di accogliere tanti palestinesi senza distruggere seduta stante il paese. Ma vi sono ragioni ancor più elementari. Israele non è riuscita ancora a riassorbire i 7000 concittadini rientrati da Gaza, che continuano in gran parte a vivere penosamente in prefabbricati. Israele è un paese con tanti poveri. Coloro che la dipingono come una ricca Sparta dovrebbero fare un viaggio per rendersi conto della realtà. Se Israele facesse rientrare di colpo 200.000 persone dal West Bank si trasformerebbe in una tendopoli. Per di più, una tendopoli sotto i missili che continuano a piovere da Gaza e che potrebbero di nuovo piovere dal Libano.
In realtà ai sauditi della pace in Palestina non importa nulla. Essi, con l’accordo della Mecca e con questo piano tentano di stabilire un terreno di intesa con l’Iran, Hamas e Hezbollah, e di rilanciare la loro influenza sul mondo arabo e islamico. La conferenza di Riyad ha offerto il solito panorama di disunione del mondo arabo e un tentativo di incollare i cocci con un accordo unanime sulla pelle di Israele. Quale governo israeliano potrà mai accollarsi di pagare da solo il prezzo di un rifiuto e di una crisi: il rifiuto della democrazia da parte del mondo arabo e islamico e la drammatica fase di debolezza dell’Occidente?

Giorgio Israel

sabato 7 aprile 2007

Chi di radicalismo ferisce di pacifismo perisce. Il compagno Fausto ora lo sa

(Tempi, 5 aprile 2007)

Dunque, anche a Bertinotti è toccata una contestazione da dove meno se l’aspettava: da sinistra. All’Università di Roma “La Sapienza” una cinquantina di studenti radicali lo ha accolto a suon di “buffone”, “assassino”, “guerrafondaio”. Il Presidente della Camera ha osservato: «Ho capito di cosa si tratta. Non è il movimento per la pace». Non sarei così sbrigativo: con ogni probabilità si tratta di suoi figliocci e l’accaduto testimonia una difficoltà di rapporti molto seria con una vasta galassia che ha sempre considerato Rifondazione come referente politico.
Di che stupirsi, peraltro, quando si è predicato per anni il pacifismo “senza se e senza ma” e poi si è costretti a fare i conti, sia pure in modo blandissimo, con la realtà e con il realismo? Basta una minima concessione alla realtà, anche infinitesima purché non nulla, per entrare in rotta di collisione con la linea della pace a tutti i costi. Dice Bertinotti che si tratta di «un’area estrema della sinistra che contesta la non violenza». Stupisce che una persona intelligente e lucida nel ragionare – a differenza di certi Talleyrand da strapazzo – sia caduto in pieno in questa contraddizione. Quando ci si muove all’interno di linee basate sull’estremismo del “senza se e senza ma” si finisce inevitabilmente nella violenza. I pacifisti ad ogni costo sono per forza di cose dei violenti perché le posizioni assolute implicano l’intolleranza: non a caso “lottano” per la pace totale… Per averlo trascurato Bertinotti si è bruscamente risvegliato in mezzo a un ossimoro.
In linea di principio, nessuna persona sensata può non volere la pace. Il guaio è che esistono degli insensati – del genere Hitler o Ahmadinejad – che considerano la guerra come il mezzo ideale per imporre la loro visione del mondo e per i quali l’unico trattamento da riservare ai loro avversari è la soppressione. Che si fa con costoro? Non è lecito neppure difendersi?
Ricordo una trasmissione televisiva in cui un sacerdote assolutamente pacifista veniva incalzato con domande del tipo: «Lei che avrebbe fatto con Hitler?». E lui si arrabbattava con improbabili scenari di resistenze passive, fino al lancio di mazzi di fiori nei cannoni. Il radicalismo ha anche un volto ridicolo. Il guaio è che ha anche un volto cinico, perché è difficile spiegare quale giustizia sia quella che consente ai criminali di spadroneggiare indisturbati, e quale senso morale sia quello che ti permette di assistere passivamente alle stragi degli innocenti senza provare vergogna. Quel sacerdote, in fondo, era una brava persona: sudava e soffriva nella sua contraddizione insanabile. Ma c’è un modo di non soffrire, ed è quello di considerare gli assassini – del genere dei tagliatori di teste talebani o di coloro che spediscono donne e bambini a esplodere nei caffè israeliani – come vittime, che fanno del male sì, ma per colpa di qualcun altro e quindi sono giustificati.
I pacifisti “senza se e senza ma” sono stati educati a dividere il mondo in due: da un lato i “nemici” (Occidente, Israele) cui soltanto è imposto il divieto assoluto di guerra, dall’altro coloro che sono giustificati a compiere violenze in nome di una serie di ideali o di esigenze. Ricordate i “Partigiani della pace” di stalinista memoria? I pacifisti di oggi sono una variante della stessa scuola, con i dovuti aggiornamenti all’attualità. Il radicalismo conduce alla violenza e la parola “radicalità” Bertinotti l’ha pronunziata appena ieri, quando esprimeva il desiderio di essere a Vicenza, a marciare assieme ai pacifisti “senza se e senza ma”.

martedì 3 aprile 2007

È vero, medie e licei sono allo sfascio, ma la (d)istruzione inizia alle elementari

(Settimanale Tempi, 29 marzo 2007)

Una settantina di anni fa il premio Nobel per la medicina Albert Szent-Györgyi emise questa sentenza: «Il futuro sarà come sono le scuole oggi». Roba da far tremare le gambe, se si pensa allo stato della scuola italiana. Eppure, siamo convinti che Szent-Györgyi avesse perfettamente ragione. Per questo, occuparsi del nostro sistema educativo è un dovere morale, un’urgenza assoluta.
Si parla molto della condizione drammatica in cui versano i licei e le scuole medie inferiori, ma non si dice che il disastro ha evidenti radici nella condizione delle scuole elementari. Si provi ad entrare in una classe elementare: assenza di qualsiasi disciplina, un chiasso indescrivibile, bambini che passeggiano per la classe mentre altri sono accasciati sui banchi senza far nulla. Conosco casi di bambini che sono tornati a casa dicendo di non voler più andare a scuola per il mal di testa provocato dal rumore, altri che si deprimono, altri ancora che si lamentano di annoiarsi. Del resto, basta leggere i rapporti dei tirocinanti per rendersi conto di quanto l’anarchia e il chiasso nelle elementari distruggano ogni sviluppo delle capacità di concentrazione e siano causa di incredibile inefficienza. A volte, in otto ore di tempo pieno si fa poco più di un dettato e dopo quattro mesi di scuola si è fermi ancora all’apprendimento del numero 9. Durante la ricreazione, poi, i più prepotenti impongono le loro regole e dettano legge su chi e come può partecipare ai giochi: è il bullismo in forma embrionale.
In tutto ciò cosa fa il maestro? Per lo più è sopraffatto. A parte i casi estremi, ma non infrequenti, di maestri che ricevono oggetti in testa e debbono persino farsi medicare, il maestro passa il tempo a tentare con scarso successo di domare la classe. Qualcuno si porta persino un fischietto in classe per farsi sentire. La vera ragione dell’impotenza dei docenti risiede negli effetti nefasti del “pedagogismo democratico”, come l’ha bene definito Ernesto Galli Della Loggia. È l’ideologia che capovolge qualsiasi forma di meritocrazia e si propone di fabbricare tanti individui tutti identici, tutti allo stesso livello. E siccome, in questa forma di cretinismo demagogico, nessuno deve restare indietro, bisogna sempre aspettare l’ultimo della classe, riservare a lui ogni cura e attenzione, “capire” e sopportare le sue intemperanze, invece di stimolarlo, con una sapiente miscela di bastone e di carota, ad adeguarsi al livello dei più capaci (che ci sono, non c’è niente da fare, non dispiaccia ai comunisti dell’intelligenza). Nel frattempo, i migliori vengono trascurati, e restano fermi in attesa, a vivacchiare nel chiasso e nel caos provocato dagli ultimi – quelli che non soltanto non fanno ma non lasciano fare – e che il buonismo democratico vieta di sanzionare. Inutile dire che una siffatta ideologia ha diviso il mondo degli insegnanti in due: coloro che soffrono e coloro che ne sono stati plasmati e che non sanno più neppure quale sia la funzione di un’educatore e non sono in grado di esprimere alcuna autorevolezza.
Il crollo della disciplina è quindi strettamente connesso allo sfacelo del modello educativo del pedagogismo democratico. Tuttavia, siccome la questione della disciplina ha raggiunto livelli di vera e propria emergenza, e in Italia per fare riforme ci vogliono tempi geologici – con il rischio di peggiorare la situazione esistente – intervenire nel primo ambito è divenuta un’urgenza assoluta, come soccorrere un diabetico in fin di vita per un’incidente stradale: alla cura del diabete ci si pensa dopo. Vi torneremo su la prossima volta.

Giorgio Israel

Un articolo esemplare

Corriere della Sera - 2 aprile 2007

I video di YouTube: giovani, scuola, valori
ADDIO AI PADRI
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Il colloquio che segue è tratto da un filmato su YouTube, registrato con un cellulare nella classe di una scuola italiana la settimana scorsa. Un alunno di una quindicina d’anni, è vicino alla cattedra con un microfono in mano e finge un’intervista alla professoressa: Alunno : Ma lei, professoressa, ha mai provato a mettersi un dito nel culo?
Professoressa (imbarazzata e sussurrando): Ma che dici, via...
Alunno : Ma lei quanto guadagna?
Professoressa (come sopra): Non molto di certo...
Alunno : Pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?
Questo il brutale, e testuale, referto delle parole. Le quali obbligano a infischiarsene del moralismo e a porsi una domanda: che cosa è, che cosa bisogna pensare di un Paese dove in un’aula scolastica è possibile un simile scambio di battute? E dove è possibile che ciò accada senza che nelle 24 ore successive (almeno a quel che si sa) vi sia alcuna reazione significativa?
A proposito di episodi di brutalità, di violenza o di rifiuto delle regole più elementari del vivere civile come questo, che si susseguono nelle nostre scuole, non è più possibile evocare la categoria onnicomprensiva di «bullismo». Non è più possibile, cioè, rifugiarsi nella dimensione del patologico e magari pensare che l’azione di un ministro (che pure è necessaria e urgentissima: si svegli onorevole Fioroni, si svegli!) possa essere il rimedio. Certo: la scuola e l’istruzione sono coinvolte, eccome!, ma si tratta di ben altro.
Si tratta nella sostanza di una frattura immensa che nella nostra società si è aperta tra le generazioni. Una frattura che comporta spesso l’impossibilità di trasmettere dai padri ai figli i modelli comportamentali, le gerarchie dei valori accreditati, perfino le regole della quotidianità, che i primi bene o male si credevano tenuti a osservare e che i secondi oggi, invece, neppure quasi conoscono o trattano con assoluta noncuranza. Beninteso, nell’epoca della modernità tutti i passaggi generazionali hanno registrato un problema del genere, che però oggi si presenta in modo radicale per la presenza combinata di due fenomeni inediti e dirompenti. Da un lato l’enorme innalzamento del reddito che da mezzo secolo caratterizza tutte le nostre società, e che consente oggi anche ai giovanissimi, per non dire agli adolescenti, di avere in tasca (o di poter ragionevolmente aspirare ad averlo) denaro da spendere per un ammontare finora impensabile (quanti quindicenni nel 1960 potevano avere un mezzo di locomozione proprio?). Dall’altro, più o meno nello stesso periodo, ha preso forma una gigantesca rivoluzione scientifico-tecnica di portata generale, sì, ma capace di irrompere in modo pervasivo nella quotidianità del privato (si pensi alla pillola, alla tv, a Internet, all’ingegneria genetica), ed è in questa nuova quotidianità - distruttiva degli antichi universi valoriali e stilistici rappresentati esemplarmente dalla scuola - che si forma la nuova soggettività giovanile, forte del suo potere d’acquisto e non più orientata a un rapporto di imitazione con il mondo adulto ma piuttosto in arrogante, spesso aggressiva e violenta, contrapposizione a esso. Il cui simbolo è non a caso il cellulare.
E’ accaduto, insomma, che nel tardo XX secolo i giovani siano divenuti i fruitori/apostoli di tutte le maggiori novità tecnico-scientifiche e in genere della massiccia innovazione sociale, acquisendone per riverbero il prestigio e un profondo sentimento di autonomia.
I padri, invece, sono andati inevitabilmente perdendo, di pari pari passo, il senso culturale del proprio ruolo e dei valori ricevuti e la sicurezza in se stessi.
Tutto ciò è specialmente vero per l’Italia perché in Italia la cultura dei padri era particolarmente fragile. Priva di forti modelli tradizional-borghesi, influenzata profondamente dall’incerto permissivismo sessantottesco e dai luoghi comuni culturali del politicamente corretto, essa si è trovata in una situazione di totale debolezza davanti all’irruzione dei processi di autonomizzazione della soggettività giovanile. Non solo. Da noi era specialmente debole proprio l’istituzione deputata in primis a fare i conti con quella soggettività: la scuola. Cosa poteva mai opporre alla straordinaria sfida dell’epoca la povera scuola italiana, che arrivava all’appuntamento dominata dai sindacati, gestita da una lobby di pedagogisti di regime e guidata da politici paurosi, interessati solo alla carriera?

mercoledì 28 marzo 2007

Odifreddi promette: se fosse in Iran, spernacchierebbe l’islam. Mandiamocelo

(Tempi, 22 marzo 2007)

Come dimenticare “Il matematico impertinente”, quell’incoerente “pastiche” di divulgazione scientifica di mediocrissimo livello, intessuto di imprecisioni e autentiche bufale, e inframezzato di ridicole interviste a Hitler, a Gesù o a Saramago? Già allora l’autore, il professor Piergiorgio Odifreddi, dichiarava il suo intento: contribuire a rendere «il mondo un luogo più sensato e la vita più degna di essere vissuta» facendo sì che «la matematica e la scienza prendano il posto della religione nella scuola e nei media». I risultati gli debbono essere sembrati insufficienti se ha tirato fuori un nuovo libro, “Perché non possiamo essere cristiani”, in cui passa direttamente alle vie di fatto: il Cristianesimo è una religione «per letterali cretini», «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» e la Bibbia un’accozzaglia di «assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie». Per l’intanto, lui ha provveduto a fornircene una “disamina” che è un’accozzaglia di sciocchezze, di affermazioni superficiali e ignoranti, scodellata con una tracotanza e un’incoscienza non degne di un docente universitario, per giunta di logica.
Per descrivere il modo di ragionare e la cultura dell’Impertinente basterà ricordare un paio di affermazioni che ha fatto alla trasmissione radiofonica Zapping. Dapprima ha osservato che il noto libro di Bertrand Russell “Perché non sono cristiano” era un po’ deboluccio – infatti il pusillanime Russell ha soltanto spiegato perché lui non era cristiano, non perché non si dovesse esserlo e poi non aveva la competenza nell’esegesi biblica del Nostro – e quindi bisognava dare un rinforzino. Quindi, ha risposto ai critici affermando che è una bestemmia confondere il Dio di Cartesio e di Einstein, che regola il mondo e anzi si identifica con le leggi che lo governano, con il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Doveva andarlo a raccontare a Cartesio, che chissà perché era dualista e sosteneva che l’infinito non può essere attinto dall’uomo perché appartiene soltanto a Dio; o a Einstein che sosteneva che senza mistero non c’è scienza. E doveva raccontarlo a Newton, che sosteneva che il Divino Operaio opera nel mondo correggendo attivamente le perturbazioni del sistema planetario, e tentava di spiegare la gravitazione universale in chiave teologica. Un emerito cretino, non c’è dubbio.
Ma il capolavoro dell’Impertinente è stato quando ha replicato all’accusa di non aver avuto il coraggio di prendersela con la religione musulmana, dicendo che lui se la prende con il Cristianesimo perché vive in Italia, ma che se vivesse in un paese islamico se la prenderebbe con l’islam… Tanto non ci vive, e il gioco è fatto. Viene da chiedere come mai non abbia aspettato di andare a vivere in Israele per prendersela con l’ebraismo. Nè varrebbe rispondere che lo ha fatto perché in Italia ci sono ebrei: di musulmani ce ne sono molti di più. Bel maestro di logica e di ragionamento! Probabilmente, quando prepara la pastasciutta gratta il parmigiano sull’acqua, e appena bolle l’acqua la butta sugli spaghetti.
Potremmo venirgli incontro. Facciamo una colletta per inviarlo in sabbatico da Ahmadinejad. Sono aperte le scommesse per vedere cosa succederà. Nelle speranze dei suoi adoratori – che in rete lo divinizzano: «libro straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia» – convertirà milioni di musulmani all’odifreddismo. Ma è più probabile che tornerà pubblicando un libro dal titolo “Il matematico talebano”.

Giorgio Israel

Cfr. anche i post del 13 marzo 2007 e del 21 aprile 2008

lunedì 26 marzo 2007

Il nuovo vitello d'oro

Il professor Piergiorgio Odifreddi si pone - dice lui - l'obbiettivo di distruggere le superstizioni (cioé le religioni) e far trionfare il pensiero razionale (cioé scientifico e matematico).
Intanto sta creando una nuova fede in... lui.
Dai commenti dei suoi lettori su Internet Bookshop al suo nuovo libro "Perché non possiamo essere cristiani" (in cui si sostiene che si può essere cristiani soltanto essendo cretini, e che questo non stupisce perché metà della popolazione mondiale è cretina):

“Personalmente credo che questo sia un libro da obbligare [sic] nelle scuole, accanto alla bibbia, magari. Malgrado quest'ultima abbia nulla della autorevolezza del libro di Odifreddi".

"Straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia".

Insomma, abbiamo il nuovo vitello d'oro.
Gli auguriamo con tutto il cuore di non fare la fine del primo.

P.S.

Uno dei lettori commenta così il libro:
"Un libro interessante, pragmatico, cinico ed anti-cristiano: cosa si può chiedere di più? Niente."
Che strano... A giudicare da questa frase avrei detto che il lettore è un cristiano.

giovedì 22 marzo 2007

Mulino Bianco in Scozia

Su segnalazione di un lettore di questo blog, lettera inviata al Foglio

Signor Direttore,

secondo una direttiva pubblicata dal Servizio Sanitario Nazionale della Scozia , le infermiere e gli operatori sanitari dovranno evitare nelle comunicazioni all'interno degli ospedali l'uso dei termini "papà" ("dad") e "mamma" ("mom") per non offendere le coppie omosessuali. A questi termini andranno sostituiti quelli di "parents", "carers" e "guardians"... Altrettanto da evitare sono i termini "marito" e moglie", da sostituire con l'uso di "partner", ritenuto preferibile a quello alternativo di "next of kin". Si invita anche ad affiggere negli ospedali poster di coppie omossessuali felici, dello stile "Mulino Bianco". Queste raccomandazioni, che si propone diventino presto direttive tassative, sono state emanate in un opuscolo che invita in tono intimidatorio alla "tolleranza zero nei confronti del linguaggio discriminatorio" e che è stato pubblicato a spese del contribuente come parte del programma "Equality and Diversity".
Ci sarebbe da ridere per questa escalation di imbecillità del politicamente corretto, se non si trattasse di qualcosa che ormai attenta direttamente alle libertà personali.
Propongo che il Family Day previsto per il 12 maggio venga denominato "Family Day of Mom and Dad", ovvero "Giorno della famiglia di mamma e papà". Sarà uno stimolo ulteriore a parteciparvi.

Giorgio Israel

martedì 13 marzo 2007

Per Odifreddi il compito della scienza è sfottere cristiani ed ebrei

Matematico impertinente ma poco coraggioso
Nel suo ultimo libro il professore dà di cretini ai credenti, ma si guarda bene dal coinvolgere i musulmani


Immaginate che si pubblichi un libro dal titolo “Perché non possiamo essere musulmani”. Immaginate che vi si affermi che l’islam è una religione per «letterali cretini e non adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo», e si spieghi che, poiché «la statistica insegna» (sic) che metà della popolazione mondiale è cretina, non è da stupirsi che ci sia un miliardo di musulmani. Immaginate che si sbeffeggi Maometto come “el libertador” e “el conquistador”. Immaginate tantissime piacevolezze consimili e tirate le somme. Le reazioni a un simile libro, disponibile a pile nelle librerie, farebbero impallidire quelle alle celebri vignette danesi. Il ministro degli interni dovrebbe proteggere con una robusta scorta l’autore, l’esimio professor Piergiorgio Odifreddi, colpito da una fatwa, in attesa che il ministro degli esteri calmi le acque, inviandolo in esilio su un atollo per evitare il taglio dei rifornimenti petroliferi.
Ma non temete. Il libro c’è, ma al posto dei musulmani ci sono i cristiani. Il professor Odifreddi si proclama ateo integrale, è un leader dell’UAAR (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti), assieme a Carlo Flamigni, Margherita Hack, Pietro Omodeo, Sergio Staino ed altri, ma, sebbene consideri la religione roba da minorati mentali, picchia duro soltanto su due religioni: ebraismo e cristianesimo. Anzi, si mostra commosso per i soprusi che le due più malefiche creazioni dell’idiozia umana hanno esercitato nei confronti delle altre religioni. Insomma, l’esimio professore non è un cuor di leone, ma l’espressione del più comune conformismo: quello di chi corre a tirare pugni laddove è certo di non correre rischi, e anzi dove spera di essere incoronato novello Voltaire.
Le finalità del libro sono chiare. In primo luogo, mostrare che l’ebraismo è, in soldoni, il tentativo di stabilire su basi teologiche il diritto a una terra: un disegno perverso che ha condotto alla costituzione di Israele, dal nostro definito in un’intervista uno “stato fascista”. E poi dimostrare che quel tal Gesù era mezzo mago, mezzo imbonitore di ridicole storielle, sulle quali è stato costruito un edificio teologico inconsistente e assurdo e un sistema di potere che ha prodotto soltanto delitti e misfatti. Del resto, è noto da un pezzo che questa è la missione del professor Odifreddi. Ma ora siamo all’ossessione. Qualsiasi cosa gli si chieda, anche che tempo fa, il professore risponde imprecando contro Dio e Gesù. In una recente intervista, gli è stato chiesto cosa pensasse del progetto francese di introdurre il calcolo aritmetico fin dall’asilo e prontamente ha risposto che saper fare 2 + 2 predispone a capire meglio che le tesi secondo cui siamo stati creati da Dio o sotto un cavolo sono entrambe “spiegazioni demenziali”.
Le letture recenti del professor Odifreddi sono il “Diario di Bolivia” ed il manuale “La Guerra di Guerriglia” di Che Guevara, come racconta in un’intervista, «forse l’ultima prima di imbracciare il fucile e andare in montagna»: forse crede di dar prova di humour e non sa che in montagna col fucile ci sta da un pezzo. Almeno fin dal suo “Il matematico impertinente” in cui dichiarava guerra all’era delle tre B, Berlusconi, Benedetto XVI e Bush. Del primo si è disfatto. Liquiderà il secondo con questo libro, e completerà la trilogia con la demolizione del Grande Satana USA (e, come corollario, del Piccolo Satana sionista). Per realizzare il secondo obbiettivo, il nostro non si è risparmiato, almeno in apparenza, vista la mole di citazioni e di disquisizioni filologiche di cui il libro è cosparso. Si direbbe che egli abbia passato anni a studiare l’ebraico e ad approfondire l’esegesi biblica – una via crucis intellettuale, come confessa nauseato. Ma per crederlo bisogna essere ingenui o bendisposti. Non serve neanche grattare in superficie per constatare di quale accozzaglia malamente rabberciata di informazioni di terza mano, probabilmente raccolte sul web, su enciclopedie e dizionari, sia composta la via crucis. È una sequenza di scoperte dell’ombrello (Elohim che è un plurale), di ridicole definizioni in pillola di temi su cui sono stati scritti libri (come il golem), o di elenchi di traduzioni di locuzioni bibliche, la cui diversità viene esibita come prova di non si sa bene quale confusione mentale anziché dell’incapacità del nostro ebraista di dirci qual è quella giusta. E francamente non vale la pena di continuare. Non soltanto perché la qualità del libro non lo merita, ma perché raramente è dato leggere una tale pizza, una vera via crucis di noia, ravvivata soltanto (per chi ama queste cose) da insulti o da osservazioni pecoreccie del tipo: «come simbolo del pene, il serpente sarà pure insinuante e viscido [sic], ma è un po’ moscio: può però facilmente ergersi in un duro bastone, e afflosciarsi in un serpente, anche nelle mani di Mosé».
Potremmo chiudere qui ed anzi chiederci se valeva la pena spendere tante parole, se non fosse che questa vicenda tristanzuola solleva una questione importante. Il professor Odifreddi non è un quidam: egli si è ormai affermato come uno dei principali esponenti della cultura scientifica in Italia. Gli vengono conferiti premi ed onorificenze a mazzi. Di lui si parla, senza tema del ridicolo, non come di un dignitoso ricercatore, ma come di un “vertice mondiale”, che fa avanzare la cultura scientifica con uno “spirito acuto e brillante” e una “cultura di vastità rara” (sito Cicap di Piero Angela ed altri). Egli è il dominus della scienza sui giornali, sulle televisioni e sulle radio e non c’è festival, kermesse, teatro o manifestazione dedicata alla scienza di cui non sia la prima donna. Persino il sindaco di Roma, Walter Veltroni – incurante o ignaro di essere stato trattato da Odifreddi alla stregua di un leccapiedi, uno di coloro che si genuflettono davanti a papi e cardinali – gli ha conferito l’incarico di direttore scientifico del Festival della Matematica di Roma. Insomma, siamo in pieno “odifreddismo”. E qui occorre chiedersi perché e quali sono le conseguenze.
Il fatto è che lo “stile Odifreddi” esprime al meglio la tendenza a ridurre la cultura e la divulgazione scientifica a spettacolo, festa, divertimento. Non c’è bisogno di difendere un’idea noiosa e austera della scienza per dire che non è sensato ridurla a una sagra della porchetta. È una buona idea imbonire i giovani facendo credere che la scienza sia qualcosa che si apprende giocando? Prendiamo il caso del Festival della Matematica. Vi si mette in scena una sfida tra il campione di scacchi Spassky e quindici matematici. Il risultato sarà ovviamente che le quindici “spalle” verranno sonoramente battute. Quale messaggio s’intende così trasmettere? Sfidiamo a trovarne uno dotato di un minimo di senso, salvo il fine in sé di inscenare uno spettacolo circense. E che dire della conferenza-spettacolo di Don Prezzemolo–Dario Fo? O dello show animato, manco a dirlo, da Serena Dandini? O della stantìa riproposizione del film “Morte di un matematico napoletano”, esemplare di una filmografia “matematica” in cui tutto si fa salvo che trasmettere un’idea sia pure ectoplasmatica di questa scienza? Come ha scritto Michele Emmer, «ben vengano le feste di qualsiasi cosa, anche di matematica, purché non pretendano di fornire la via maestra alla comprensione delle cose», mentre il guaio è che «nella glamourizzazione in corso vincono gli scienziati, ma perde la scienza».
Ma c’è un secondo aspetto: l’“odifreddismo” sostituisce metodicamente i contenuti scientifici con contenuti politici e ideologici, con una battaglia laicista, atea, anticlericale, antiamericana, antisionista e quant’altro. Basta seguire la produzione letteraria di Odifreddi: i contenuti scientifici – peraltro sempre trasmessi con una divulgazione di qualità talmente discutibile da rendere le espressioni di lode una manifestazione di umiliante piaggieria – man mano si dileguano per lasciare il posto alla rissa politica.
Le conseguenze si vedono. L’“odifreddismo” provoca soltanto contrapposizioni ideologiche frontali e furenti. Basta dare una scorsa, sul sito InternetBookshop, alla valanga di “recensioni” dei lettori ai libri di Odifreddi. È un mondo spaccato a metà: da un lato, i fans del professore, che proclamano la loro fede atea e postcomunista, arrivando persino a dire di essere certi che il libro è meraviglioso anche se non l’hanno ancora letto; dall’altro, coloro che si sentono beffati nella speranza di leggere di scienza e si vedono invece semplicemente dileggiati nelle loro convinzioni profonde. Un bel trionfo della razionalità, non c’è che dire.
C’è chi difende Odifreddi dicendo che è comunque un bene che si parli di scienza e di matematica. È l’insulsa massima «qu’on en parle, bien ou mal, mais qu’on en parle». Vogliamo davvero far credere che il compito principale della scienza sia dimostrare che la religione è pura demenza? Il risultato sarà che metà dei giovani fuggirà verso altri lidi, e l’altra metà si iscriverà alle facoltà scientifiche credendo che studiare scienza significhi spernacchiare su Gesù e Mosé, gridare “Bush boia” o fare interviste a Hitler. Un bel capolavoro per chi piange da mane a sera sulle misere sorti della scienza in Italia.
Coloro che hanno accettato, per ragioni mediatiche o politiche, Odifreddi come profeta ed esponente della cultura scientifica di questo paese dovrebbero riflettere. Se fossimo davvero – come pretende qualche imbecille – dei “nemici della scienza”, tiferemmo senz’altro “forza Odifreddi”.


Giorgio Israel


(Il Foglio, 13 marzo 2007)

lunedì 12 marzo 2007

Dicono che D’Alema sia razionale. Io non rinuncio al beneficio del dubbio

(pubblicato su Tempi, 8 marzo 2007)

Fabrizio Rondolino ha pubblicato sul Corriere della Sera un’appassionata filippica in difesa di Massimo D’Alema che evoca l’aforisma di Lucio Colletti secondo cui la metodologia è la scienza dei nullatenenti. Dice Rondolino che D’Alema si è trovato a far politica in un’Italia «stordita e stravolta dal crollo dei partiti democratici», in cui si sono scatenate «le forze primordiali e belluine della sinistra antioccidentale, del centro clericale e della destra xenofoba». In questa «ex-Jugoslavia della politica» D’Alema ha provato a fare le due sole cose che andavano fatte: un accordo bipartisan per una nuova costituzione e un governo di centro-sinistra senza comunisti. Anche se non ci fosse riuscito per suoi difetti, continua Rondolino, questi nodi andranno comunque affrontati, e allora bisognerà approdare alla razionalità di D’Alema, un politico che «maneggia la complessità con gli strumenti della ragione», a cui vanno i «lazzi del pubblico pagante» in un paese «bendisposto verso le servette».
Come non essere d’accordo circa la necessità di una riforma costituzionale concordata? E chi non vorrebbe un partito di sinistra autenticamente riformista? Concediamo pure che D’Alema ha fallito non perché sia – come ha scritto Andrea Romano – «un mesto incrocio fra Don Chisciotte e Don Abbondio», bensì per la cretinaggine altrui. Ma siamo ancora alla metodologia pura. Per farle davvero quelle cose, ci vuole la cultura politica adatta. Qui casca l’asino, perché è tutto da dimostrare che D’Alema pensi in termini davvero riformisti e che non resti invece un comunista, sia pure in incognito. La razionalità in sé e per sé è un macinino, bisogna vedere che cosa ci si mette dentro e che cosa esce fuori. E quel che produce la razionalità di D’Alema spesso è inquietante. Sì, è noto che D’Alema periodicamente bacchetta il corporativismo dei sindacati, bastona l’estrema sinistra, comanda un bombardamento sul Kossovo o telefona a Condi. Poi però al primo strillo dei sindacati fa macchina indietro, e assume posizioni di politica estera che soddisfano talmente l’estrema sinistra, da farle levare il grido di dolore che si è sentito dopo il suo discorso al Senato: ma perché, dopo aver detto cose tanto giuste, vuoi che ci sorbiamo la base di Vicenza e la missione in Afghanistan?
Per capire quanto D’Alema ami gli Stati Uniti occorre riascoltare la famosa intervista in rete dell’inizio del 2006, in cui disse che gli Stati Uniti conoscono soltanto l’ideologia della violenza, mentre l’Europa è “superiore”. Occorre ricordare le assurdità dette durante la guerra del Libano, la comprensione per Hezbollah e l’incomprensione sistematica per Israele. Ma basta da solo il recente apprezzamento del riconoscimento “implicito” di Israele da parte di Hamas. Che magnifica dimostrazione di senso istituzionale parlare di riconoscimento “implicito” nei confronti di uno stato membro dell’ONU da sessant’anni!
D’Alema ha anche detto che nel Partito Democratico bisognerà continuare a chiamarsi “compagni”, perché i compagni sono quelli con cui si condividono gli ideali. Ognuno ha diritto di coltivare le sue attrazioni profonde; di guardare con nostalgia, dal fondo della barbarie odierna, al mondo in cui c’era il PCI; di pensare Togliatti e Berlinguer come campioni di razionalità; e persino di credere che il comunismo non c’entri nulla con le forze belluine antioccidentali. Purché non pretenda di farlo credere agli altri e non si illuda che su questo terreno sia facile creare una visione condivisa della politica e, soprattutto, un nuovo riformismo.

Giorgio Israel

Disprezzano la “famiglia Mulino Bianco” e ne fanno una uguale (ma contro natura)

(pubblicato su Tempi, 1 marzo 2007)

Nelle discussioni sul disegno di legge Dico, ogni tanto esce fuori qualcuno che, con un sorrisino supponente, ironizza sulle “famiglie del Mulino Bianco”. Se però si parla delle coppie di fatto la solfa cambia. La faccia si ricompone in un atteggiamento serio che ammonisce a portare rispetto. E allora lo voglio dire chiaro e forte alla faccia del cretino di turno: la “famiglia del Mulino Bianco” mi piace, magari con altri biscotti, ma mi piace, e non c’è proprio niente da fare i sarcastici. La “famiglia del Mulino Bianco”, magari con qualche strillo tra un biscotto e l’altro, è una delle cose che danno più senso alla vita; e non invidio chi non lo capisce.
Non mi piace affatto quel che c’è dietro questa snobistica puzza sotto il naso. Mi fa venire in mente una persona che difendeva la riforma di Zapatero – quella che abolisce padre e madre a favore dei “genitori A e B” – dicendo che si tratta di una conquista di giustizia e di uguaglianza che non mette in discussione la libertà di farsi chiamare papà e mamma in casa. Tante grazie per la generosità. In altri termini, la famiglia tradizionale viene trasformata in istituzione clandestina, da coltivare in casa: una sorta di marranismo familiare… Fate pure le parti di mamma e papà in casa, all’aperto siete genitore A e genitore B. Così, prima o poi verrà fuori qualcuno che, in nome del politicamente corretto, se sente per strada un bambino chiamare “mamma” una signora, la denuncerà per discriminazione razziale.
Scorre un fiume di ipocrisia attorno a questo ipocrita e mediocre disegno di legge, che elude la vera questione in gioco: l’introduzione del matrimonio omosessuale. Se così non fosse, qualsiasi problema relativo alle coppie di fatto potrebbe essere risolto per vie ordinarie e senza introdurre nuove forme giuridiche familiari. Qui non si è avuta la forza di porre apertamente la “vera” questione, ma è si è dischiuso l’uscio. E allora occorre precisare un paio di cose. La prima è che in una società civile non può essere ammesso che si nutrano sentimenti di ostilità omofobica e di discriminazione sotto qualsiasi forma. La seconda è che non si vede perché chi ha fatto le sue scelte debba pretendere di inquadrarle entro un’istituzione che è per sua natura fondata sull’eterosessualità e finalizzata alla generazione e all’educazione di figli. Dilagano montagne di sciocchezze in merito: che gli animali praticano l’omosessualità o che gli antichi Romani praticavano largamente omosessualità e pederastia. E allora? Non risulta che gli antichi Romani pensassero che si possa essere figli altro che di un padre e di una madre, maschio e femmina. Quel che si omette di dire è che l’umanità ha costruito sé stessa sulle strutture di parentela, ovvero sulla discendenza secondo la generazione naturale. Il riconoscersi in una rete di parentela è l’unica forma di identità che l’uomo conosce dalla notte dei tempi. Il matrimonio è un’istituzione che riflette semplicemente questo dato di fatto. Ora si pretende di cambiare tutto questo con un tratto di penna legislativo, come se fosse uno scherzetto; come se i ruoli paterno e materno fossero una balla inventata dai reazionari. Non è in discussione la sacrosanta richiesta di rispetto e di diritti, ma la pretesa di ottenerli scardinando la forma matrimoniale e la struttura di parentela naturale. E non si venga a tirar fuori la storia dei divorzi in aumento. Certo. Ma nessuno parla di quanti si risposano. Alla fin fine la famiglia resta l’obbiettivo supremo, anche di chi fa il sarcastico. Chi disprezza compra.

Giorgio Israel

venerdì 9 febbraio 2007

Una noticina a "Pasque di sangue" di Ariel Toaff

Osserva Ariel Toaff che «a proposito delle torture è bene ricordare che, almeno dagli inizi del Duecento, nei comuni dell'Italia settentrionale il loro uso era disciplinato non solo dai trattati, ma anche dagli statuti. Come strumento per l'accertamento della verità, la tortura era ammessa in presenza di indizi gravi e fondati e in casi considerati da podestà e giudici di reale necessità. Successivamente le confessioni estorte in questo modo per essere ritenute valide andavano confermate dall'inquisito in condizioni di normalità, cioè non sotto la costrizione del dolore o della minaccia dei tormenti». Capiamo che la scrupolosità formale sia cosa affascinante e ammirevole per le menti inclini all'ordine; ma l'idea che la tortura, se disciplinata da regole e trattati, diventi uno strumento legittimo e attendibile di formazione della prova è alquanto divertente. Tuttavia, sottolineare che le confessioni estorte con la tortura divenivano valide se e soltanto se confermate dall'inquisito in "condizioni di normalità", è davvero un capolavoro. Figuratevi voi in che condizioni di "normalità" sareste dopo che vi hanno cavato gli occhi, schiacchiato le dita e stirato la colonna vertebrale con la ruota e senza la minima garanzia che non ricomincino, salvo il fatto che, al momento non minacciano di farlo. A giudicare da quanto dice Toaff, rileggevi il verbale in braille e firmavi con le dita dei piedi dopo aver apportato alcune correzioni. Ritrattare non era consigliabile. Anche questo non rientrava nella "normalità". Vista questa base concettuale solida come il marmo, c'è da immaginare quale sia il rigore e l'obbiettività con cui è stata riesaminata l'attendibilità dei verbali dei processi. Di che sorprendersi? È la storiografia postmoderna, bellezza. Siamo nel genere di quella signora che ha "scoperto" che Dante si faceva le canne. Perché? Ma perchè anche ai suoi tempi l'erba esisteva, e quindi, vista la sua fantasia esuberante, non poteva non essersene fatta qualcuna.

Giorgio Israel

La lettera dei 130

Dunque, centotrenta “ebrei” inglesi hanno pubblicato sul “Guardian” un manifesto per commemorare i 40 anni di occupazione della Cisgiordania e di Gaza da parte di Israele. È una “dichiarazione d’indipendenza” che critica le posizioni ufficiali dell’ebraismo britannico solidali nei confronti di Israele e, in particolare quelle del rabbino capo Jonathan Sacks – che, peraltro, aveva anche espresso critiche per il “trattamento riservato ai palestinesi”. I nostri vogliono portare alla ribalta un’opinione presente nel mondo ebraico e non rappresentata dalle sue istituzioni: «l’appoggio a una potenza occupante è contrario ai principi ebraici di giustizia e compassione».
Se non fosse anche una faccenda seria, ci sarebbe da morire dalle risate. Immaginate che Piergiorgio Odifreddi, in quanto battezzato, criticasse il Papa in nome dei veri principi cristiani di carità e di perdono di cui lui è vero esponente, a differenza del Papa…
Francamente non sapevo che Eric Hobsbawm fosse ebreo. Di certo non ha mai fatto nulla per farlo sapere. Farà il giro del mondo la notizia che egli è un esperto di etica ebraica, oltre ad avere un lungo e onorato passato di mediocre storico portato sugli altari per il suo lungo e onorato passato di trombone stalinista. Ricordiamo quando esaltava le virtù del compagno Stalin e affermava che la storiografia si fa su basi di “simpatia”; per il comunismo, ovviamente. Ma non ricordiamo le sue battaglie per difendere il diritto del “suo popolo” a non essere perseguitato e detenuto a forza in Unione Sovietica. Non ricordiamo neppure che abbia mai detto una parola in difesa delle minoranze oppresse nell’ultimo mezzo secolo: per esempio, dei “suoi correligionari” privati di ogni diritto, perseguitati e scacciati da tanti paesi arabi. Ricordiamo invece la sua “lezione” in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università di Torino nel 2000, in cui diede credito alle tesi del negazionista David Irving, lamentando che l’unica critica della carenza di standard storiografici professionali venisse da un ammiratore di Hitler. Difatti, secondo Hobsbawm era ora di demolire la rappresentazione hollywoodiana della Shoah in modo da impedire che diventi un «mito legittimante dello stato d’Israele».
Poiché di un altro Hobsbawm non v’è traccia, è evidente la credibilità dell’appello di un signore che ha dimestichezza con l’ebraismo quanto chi scrive con la danza classica (e di certo nutre per esso molto minore simpatia) e il cui unico interesse è demolire la legittimità di Israele, anche a costo di prendersela col “mito” della Shoah e trafficare col negazionismo.
Ma – si dirà – non c’è soltanto Hobsbawm. Certo. Se continuiamo nell’elenco verrà da credere che sia in atto un’ondata di riscoperta dell’ebraismo che ne infoltirà le fila. C’è il regista Mike Leigh, il cui profondo legame con l’ebraismo è riconducibile al primitivo cognome dei suoi genitori, Lieberman. C’è poi il noto letterato Harold Pinter: confessiamo di ignorarne i profondi studi talmudici. Non abbiamo però dimenticato il grottesco appello dell’estate scorsa – firmato da Pinter con altri noti ebrei e giudaizzanti – come John Berger, Noam Chomsky, Gore Vidal e José Saramago (quello che definì Jenin la nuova Auschwitz), in cui si spiegava il conflitto tra Israele e Palestina come dovuto al rapimento da parte degli israeliani di un “quidam”, un innominato medico di Gaza di cui non ci è stata data la grazia di conoscere alcunché, e si dipingeva il patetico quadro dell’incrociarsi in cielo dei poveri “razzi artigianali” con terribili “missili sofisticati”.
La figura dell’“ebreo di corte” nelle sue infinite varianti – inclusa quella dell’ebreo che si riscopre tale per poter meglio dare una mano agli antisemiti – è vecchia quanto la storia dell’Occidente. Negli anni 1930, un gruppo di ebrei fascisti torinesi, raccolti attorno al giornale “La nostra bandiera” riuscì quasi a spaccare l’ebraismo italiano per il servile atto di attaccare il sionismo nel pieno delle campagne antisemite dei vari Farinacci e Preziosi. La storia si ripete su altri versanti e questo non sorprende più di tanto. A condizione che figure come queste non vengano prese sul serio e vengano ricollocate nel loro “luogo naturale”, in senso aristotelico. Se invece si da loro credito per imbastire argomentazioni contro la legittimità di Israele o per creare spaccature artificiose e strumentali nell’ebraismo, allora la faccenda si fa seria. Perché vi è una evidente tentazione – illustrata da Emanuele Ottolenghi nel suo recente libro – di delegittimare gli ebrei che difendono il diritto di Israele all’esistenza e rigettano le critiche “a Israele” in quanto tale, anziché ai suoi governi, catalogandoli come “ebrei cattivi”, in contrapposizione a quelli “buoni”, magari inventati di sana pianta come i nostri centotrenta inglesi. È una tentazione da cui non ha saputo trattenersi neppure il nostro ministro degli esteri, speriamo per l’ultima volta.

Giorgio Israel

(pubblicato sul Foglio il 6 febbraio 2007)

martedì 30 gennaio 2007

La legge Mastella non sfiora Ahmadinejad ma condannerebbe Lévi-Strauss

(pubblicato sul Foglio del 30 gennaio 2007)

La vicenda del disegno di legge cosiddetto Mastella sul negazionismo e il razzismo fornisce alcuni insegnamenti basilari.
Il primo è che meno appelli si fanno e si firmano, meglio è. Una parte dei firmatari dell’appello dei 200 storici era certamente ispirata all’idea che combattere il negazionismo per via legislativa (più di quanto sia già possibile) sia controproducente e apra la via alla pratica disgraziata della storiografia di stato. È assai probabile che altri firmatari, di notori sentimenti anti-israeliani e anti-americani, fossero animati da intenzioni meno commendevoli. Basta navigare in rete per rendersi conto di quanto certi circoli di estrema sinistra abbiano paventato il “rischio” che la legge sul negazionismo impedisse di “condannare i crimini israeliani”.
Ma questa preoccupazione è stata prontamente placata. La versione finale della legge, approvata all’unanimità dal Consiglio dei ministri, non contiene più alcun riferimento al negazionismo e se la prende genericamente con la “diffusione di idee sulla superiorità razziale” o gli atti discriminatori per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, sessuali o di genere. Del negazionismo, a volerlo cercare col lanternino, è rimasto soltanto l’accenno fumoso a un aumento di pena per chi istighi a commettere quei delitti “negando in tutto o in parte l’esistenza di genocidi o di crimini contro l’umanità per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di condanna da parte dell’autorità giudiziaria italiana e internazionale”. Si noti, di passaggio, che la maggior parte dei crimini – ad esempio, il Gulag staliniano o la persecuzione degli ebrei nei paesi arabi, per i quali non vi è mai stata alcuna sentenza definitiva di condanna – passa in cavalleria.
Da questa solenne scornata, presa da coloro che speravano di mettere al bando il negazionismo della Shoah, discende il secondo insegnamento: mai scendere sul terreno minato dei reati d’opinione e della loro proscrizione per legge. Si sa dove si comincia e si sa anche dove si finisce: in una condizione peggiore di quella di partenza e con la vittoria delle posizioni più liberticide.
Quale sarà il risultato di questa legge, se verrà approvata e applicata? Per esempio, che sarà più difficile di prima attaccare il negazionismo alla Ahmadinejad. Difatti, a chi se la prendesse con le campagne antisioniste-antisemite e negazioniste che dilagano nel mondo dell’estremismo islamico e tentasse di trascinare di fronte alla legge coloro che le sostengono o le giustificano, si opporrà che i veri atti discriminatori per motivi razziali, etnici e nazionali sono quelli compiuti da Israele contro i palestinesi e che dovrebbe essere punito chi li avvalla, e non chi – sia pure con qualche eccesso di difesa – combatte il “razzismo sionista”.
Il Foglio ha ampiamente illustrato i reati di opinione che potrebbero essere puniti con questa legge. Mi limiterò ad aggiungere un esempio.
Circa mezzo secolo fa l’Unesco invitò il celebre antropologo Claude Lévi-Strauss a tenere due conferenze su “razza e storia” e “razza e cultura” come contributo alla lotta contro i pregiudizi razziali. In conclusione, Lévi-Strauss denunciava i pericoli del multiculturalismo e dell’idea secondo cui è illecito affermare la preferenza, se non addirittura la superiorità della propria cultura. Sosteneva (con quale preveggenza!) che per tale via si sarebbero accumulate «tensioni tali che gli odî razziali avrebbero offerto una misera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di instaurarsi domani». Ed ecco un saggio della sua prosa: «Se l’umanità non si rassegna a diventare la sterile consumatrice dei soli valori che ha saputo creare nel passato, capace soltanto di dare alla luce opere bastarde e invenzioni grossolane e puerili, occorre apprendere di nuovo che ogni vera creazione implica una certa sordità all’appello dei valori altrui, fino al loro rifiuto, se non addirittura alla loro negazione».
Lévi-Strauss è vivo e vegeto e gli consigliamo vivamente di non affacciarsi nella penisola dopo la promulgazione della legge Mastella. Qualche buontempone potrebbe celebrare il suo centenario tentando di sbatterlo in galera per aver istigato alla superiorità razziale o etnica con le sue conferenze Unesco contro il razzismo…
La lezione finale è che battaglie come queste si conducono sul terreno politico, culturale e dell’educazione, come hanno rilevato le voci più sagge della maggioranza (valga per tutti Piero Fassino). Se chi costruisce questo tipo di tagliole fosse il solo a finirvi dentro con tutti e due i piedi, peggio per lui. Il guaio è che rischiamo di farci male tutti.

Giorgio Israel

lunedì 15 gennaio 2007

Prima di dire “buon 2007”, decidete se subirete gli schiaffoni dell’islamismo

(Tempi, 11 gennaio 2007)

Buon anno! È d’obbligo dirlo, non per formalità o per esprimere una generica speranza, ma per manifestare la volontà di operare per il meglio. Ma di qui a credere che il 2007 sarà un “buon” anno ne corre. Sarà un anno molto difficile. Non potrà essere altrimenti. Quel che possiamo augurarci è che le difficoltà e gli eventi drammatici cui ci troveremo comunque di fronte non siano vissuti come tappe di un piano inclinato verso il peggio, ma che la nostra società sia capace di guardarli ad occhi aperti.
Cosa ci attende l’hanno spiegato chiaramente gli auguri del presidente iraniano Ahmadinejad all’Occidente: «Vi prenderemo a schiaffoni»… Ed ha aggiunto: «Voglio che sappiate che la nazione iraniana vi ha già umiliato più volte e lo farà ancora in futuro». Non è detto che ci riesca ma il guanto di sfida è lanciato e i fatti insegnano che non si tratta di chiacchiere. Guardare ad occhi aperti le difficoltà significa vedere la sfida mondiale dell’integralismo islamico, che va dall’Indonesia all’Africa, passando per l’Afghanistan, l’Irak, il Libano e la Palestina, una “sfida di civiltà” lanciata all’Occidente: soltanto tappandosi gli occhi per non vederla rischiamo di scivolare sul piano inclinato di cui sopra. È una sfida che passa anche attraverso l’Europa, in cui l’integralismo islamico ha posto profonde radici: nelle grandi città olandesi la maggioranza dei giovani sotto i 18 anni è già islamizzata e le proiezioni indicano che, continuando così, nel 2050, l’Austria sarà a maggioranza musulmana. Dappertutto dilaga una visione estremista e arrogante dell’Islam che considera intoccabili i propri simboli e offende senza ritegno quelli delle religioni cristiana ed ebraica.
Se la risposta dell’Occidente sarà l’odio di sé, la sfida dell’integralismo islamico – per quante sconfitte parziali possa subire – sarà vincente. È difficile nutrire speranza se l’atteggiamento prevalente sarà del genere di quella bibliologa australiana secondo cui Maria Maddalena «era una imprenditrice ebrea attiva nel settore del pesce secco in grado di finanziare un rabbino itinerante chiamato Gesù». (Non è malizia pensare che l’accenno ai pesci preluda a una spiegazione “razionale” del noto miracolo). La battaglia per la sopravvivenza della civiltà occidentale sarà persa se non riusciremo a contrastare questa marea di baggianate e l’assuefazione inebetita per la letteratura autolesionistica (udito in tram: «non so cosa regalargli per Natale» - «e regalagli il Codice da Vinci»…). La sconfitta è certa se perderemo il senso della democrazia, che non è soltanto diritto di voto ma obbedienza alle regole che garantiscono la libertà e contrasto di chi quelle regole non intende rispettare. Un uomo politico europeo ha dichiarato che, se un voto portasse al governo un partito che mira a sostituire la legislazione attuale con la sharia, occorrerebbe prenderne atto: costui non sa più cos’è la democrazia, ha perso ogni legame con la cultura politica liberale dell’Occidente, è diventato un dhimmi. Sarebbe sensato ammettere al voto un partito (che peraltro esiste!) che propugni la legalizzazione della pedofilia? Non lo sarebbe, e così non lo è ammettere al voto un partito che miri a legalizzare la sharia. In quello stesso momento, la democrazia sarebbe morta.
Purtroppo dilaga la cupidigia di asservimento”. Ma se non continuassimo a nutrire la volontà di contrastarla e la fiducia di potervi riuscire, non meriteremmo neppure di scambiarci gli auguri di buon anno.

Giorgio Israel

domenica 24 dicembre 2006

Un intervento sulla polemica concernente il presepio

Avvenire, 21 dicembre 2006


In questi giorni per gli ebrei è Hanukkah, la festa delle luci. Intorno le luci di Natale. Ma a scuola i miei figli non incontrano un’esperienza religiosa diversa. Trovano soltanto Babbo Natale con una slitta carica di giocattoli e di luoghi comuni multiculturali. Non devo spiegare loro chi era Gesù e cos’è il cristianesimo, bensì difendere la loro esperienza religiosa dall’assedio del consumismo, o arrabbattarmi a spiegare l’insipida storiella di Natale raccontata a scuola: la storia di un bambino italiano, svedese o musulmano (ma musulmano è una nazionalità?) che diventa un bambino qualsiasi per non far torto a nessuno.
Mi si potrebbe chiedere cosa mai pretenda. Rimpiango forse i tempi della mia fanciullezza, in cui circolava abbondantemente l’antigiudaismo? Tempi in cui potevo incontrare un sacerdote che spiegava alla classe che gli ebrei erano crudeli deicidi e, carezzandomi la testa, aggiungeva che io, poverino, non c’entravo, dopodichè nessuno voleva più sedere nel banco con me. Non li rimpiango, apprezzo il grande cammino percorso e non sono di quei masochisti che preferiscono non vederlo mentre amano farsi torturare dall’antisemitismo islamico. Quel che voglio lo vedo tangibilmente nel rapporto con gli amici di Comunione e Liberazione: un chiaro e dignitoso senso della propria identità, rispettoso di quella altrui, senza sincretismi e senza tentativi di conversioni, obliqui o invadenti che siano. Un atteggiamento che è la chiave dell’unico dialogo possibile, quello così ben spiegato da Benedetto XVI nel discorso alla sinagoga di Colonia.
È un atteggiamento che ho appreso da mio padre in quei tempi in cui era più difficile assumerlo: tanto egli era rigoroso nel contrastare ogni sussulto antiebraico, quanto era tenace nel difendere più che la possibilità, la necessità del dialogo ebraico-cristiano. Da lui ho appreso – e vorrei trasmettere ai miei figli – a ravvisare nelle preghiere cristiane e nella messa le frasi e le benedizioni delle ricorrenze ebraiche, a scoprire che la benedizione ebraica impartita dai genitori ai figli (“Il Signore ti protegga e ti custodisca”) è la stessa di San Francesco a Frate Leone. La propria identità religiosa non rischia nulla nel cercare quel che unisce, nel riconoscere che “non si può essere cristiani se non si è ebrei” (come ha detto il cardinale Caffarra) e che la prima esperienza religiosa con cui un ebreo deve misurarsi e con cui deve dialogare è quella cristiana.
Il dialogo non è soltanto reso impossibile dagli atteggiamenti di sopraffazione integralista, ma è vanificato dal buonismo confusionario che, alla fine, svela più intolleranza di quanto sembri. Ho incontrato questo secondo atteggiamento alla fine della mia vita scolastica, quando nel mondo religioso avanzava il progressismo. Il docente di religione nel mio liceo era un sacerdote molto “avanzato”, poi divenuto redattore di un giornale comunista. Mi propose di restare nell’ora di religione per “dialogare”. Poi quando vide che difendevo senza complessi le mie vedute mi invitò seccamente a non disturbare le lezioni… Aveva creato attorno a sé un circolo di adepti assai motivati, molto (troppo) pervasi di una sicurezza di sé che respingeva la mia identità di ebreo non meno drasticamente dei più incalliti integralisti. Colpiva il modo in cui trasformavano l’esperienza religiosa in un’esperienza meramente sociale.
Una decina di anni fa assistetti in Spagna al matrimonio cattolico di una coppia di amici. Un prete alquanto informale eseguì il rito in modo casereccio, fino a che lo sposo non salì dietro l’altare e tenne una specie di conferenza colloquiale per spiegare il significato del rito secondo le vedute più “progredite”. Finì con una chitarrata. Espressi a qualcuno il mio disappunto sollevando un’ondata di ilarità: un ebreo che assumeva le vesti del cattolico tradizionalista… Tentavo di spiegare che un rito assume valore se è circondato da un’atmosfera di intensa partecipazione e di silenzioso e assorto rispetto e che perdere questa dimensione è quanto distruggere l’esperienza religiosa alle radici. Non apprezzo la confusione chiassosa delle sinagoghe romane: malgrado ciò, nel momento della benedizione finale del giorno di Kippur, quando i figli si raccolgono sotto il manto di preghiera dei genitori, si crea un silenzio irreale, su cui si staglia soltanto la voce del rabbino celebrante, davvero “la voce del silenzio”. I riti religiosi hanno bisogno di questi momenti di intensità. Assistendo a una messa ho sempre evitato l’atteggiamento del curioso, cercando di capire l’esperienza religiosa e i sentimenti dei fedeli. Non vi è nulla da rimproverare alle forme più o meno mondane di socializzazione, ma è incongruo e insensato surrogare con esse l’esperienza religiosa. Inoltre, chi pretende di creare questi surrogati tende a conferire alle sue pratiche la sacralità della funzione originale e ad assumere atteggiamenti arroganti e intolleranti tipici dell’integralismo. Visto che si considera investito del potere di tradurre i riti della sua fede nelle forme socializzate da lui decise, figuriamoci quale rispetto può avere per le fedi altrui. Un giorno pranzai con uno di questi sacerdoti iperprogressisti che mi spiegò con sussiego e sdegno che l’ebraismo era una religione rozza e brutale e che il cristianesimo, pur avendo fatto qualche progresso, aveva ancora molto da apprendere da una religione tanto più evoluta come l’islam… Non poteva darsi una manifestazione più clamorosa di odio di sé.
Non rimpiango un certo passato ma non mi piace il “presepe” di oggi. L’evoluzione dell’insegnamento di religione nelle scuole illustra ulteriormente l’andazzo. Le novità introdotte dal secondo Concordato non hanno costituito affatto un progresso. Certo, prima occorreva chiedere l’esenzione dall’ora obbligatoria di religione, che però veniva concessa sempre: se eri piccolo restavi in classe a fare quel che volevi e l’unico rischio era di incontrare qualche persona malevola; quando eri più grande uscivi prima o entravi dopo, perché la collocazione dell’ora lo consentiva sempre. La perversa introduzione delle ore sostitutive obbligatorie crea un sentimento di esclusione molto più grave. Il mio figlio più grande fu costretto a sorbirsi un’annata di lettura del Corano, i più piccoli si destreggiano tra attività improbabili e libercoli intrisi di un insopportabile buonismo multiculturale da cui ricavano un’unica sbagliatissima conclusione: che sono “diversi”. Su tutto domina la tiritera secondo cui l’ora di religione è sì confessionale, ma a tal punto “aperta” che non può che “far bene a tutti”. Il guaio, per l’appunto, è che è troppo aperta, fino a generare il proselitismo del nulla. Così, può capitare l’insegnante – non meno devastante del sacerdote della mia infanzia – che invita i piccoli a fare pressioni psicologiche sul loro compagno perché partecipi anche lui e si tolga dall’isolamento. Sono manifestazioni di arrogante debolezza che alimentano soltanto il discredito e la disaffezione per l’insegnamento della religione.
È questo un tema su cui si possono fare proposte precise per un’ora di religione obbligatoria non confessionale ma per nulla confusamente “storico-culturale”, la quale trasmetta i valori spirituali che sono a fondamento delle nostre società. Ma è un discorso troppo serio e complesso per rischiare di trattarlo male in poche righe.
Vorrei concludere dicendo che occorre arrestare la corsa verso il disprezzo della spiritualità, in particolare di quella religiosa. Un Natale così non fa bene a nessuno. Si ricominci pure a fare i presepi nelle scuole e a cantare “Stille Nacht”. Ho accompagnato tante volte delle compagne di scuola a comprare le bellissime figurine dei presepi di stile napoletano e sono ancora qui, senza aver perso nulla della mia identità ebraica. È molto più importante sbarazzarsi di questo Babbo Natale politicamente corretto, con la pelle multicolore a vestito di Arlecchino e la slitta vuota di spiritualità e carica di cellulari.

Giorgio Israel