domenica 10 febbraio 2008

Sulla questione della preghiera per gli ebrei nella messa in latino

Intervento sul Corriere della Sera del 10 febbraio 2008

Non debbo esibire credenziali avendo preso ferma e ripetuta posizione – su questo giornale e altrove – contro la pratica e la teoria delle conversioni forzate degli ebrei e il cosiddetto “insegnamento del disprezzo”. Una volta rimosso questo armamentario e il suo cardine, la “teologia della sostituzione” – ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita alla Ecclesia cristiana – cosa resta? Certamente il diritto di credere nella verità della propria fede. Come ha affermato il rabbino David Berger, purché i cristiani non denigrino l’ebraismo hanno il diritto di affermare che l’ebraismo sbaglia attorno a questioni centrali come quella della divinità di Gesù; poiché è valido il diritto simmetrico. Essi – osserva Berger – hanno anche il diritto di aspirare a che gli ebrei riconoscano la divinità di Cristo alla fine dei giorni e di affermare che la salvezza è più difficile per chi non è cristiano. Secondo Berger, la posizione ratzingeriana, in quanto evita un “doppio standard”, è più rispettosa per l’ebraismo di molte altre. Al contrario, secondo il rabbino Laras riaffermare che la verità sta in Gesù Cristo implica lo screditamento dell’ebraismo come fede fallace. Ma, se la Chiesa riconosce che l’ebraismo è la base solida su cui poggia il Cristianesimo, non si può negarle di ritenere che il cristianesimo costituisca un passo in avanti, come non si può negare agli ebrei il diritto di rifiutare tale passo. Proprio in quanto la questione della divinità di Gesù è il nodo cruciale di divergenza, è su di essa che si misura un dialogo franco e onesto, come quello tra Benedetto XVI e il rabbino Neusner. Invece, posizioni come quella di Laras servono soltanto a dare argomenti a chi sostiene che le religioni sono intrinsecamente intolleranti e non riescono a parlarsi se non imponendo all’interlocutore di piegarsi al suo punto di vista o, nel migliore dei casi, di tacere le divergenze in quanto offensive.
Dice Laras: cosa succederebbe se gli ebrei trattassero in modo simmetrico la fede cristiana? Lo fanno. Lo facciamo. Non ho bisogno di insegnargli che le preghiere ebraiche sono (inevitabilmente) intrise della convinzione di possedere il vero e la vera elezione. Quanto alla conversione, gli ebrei non la cercano soprattutto per specifiche contingenze storiche. Nel passato vi sono state conversioni anche massicce all’ebraismo, a meno di non credere alla favola che gli ebrei sono i discendenti geneticamente puri dei 600.000 che ricevettero la rivelazione al Sinai.
Tolte le conversioni forzate e l’insegnamento del disprezzo, che danno può venire da una preghiera per la salvezza degli ebrei, se non ispirata da malanimo e accompagnata da coercizione? E perché temere il desiderio di conversione? Mio padre – uomo tanto laico quanto di fede solida – fu invitato da un prete cattolico a un confronto con intento di conversione. Accettò e trascorse due giorni con lui. Poco ci mancava che le cose andassero all’inverso… Una fede sicura e libera da costrizioni non ha bisogno di arroccarsi, come non si ritrassero dal confronto i grandi maestri dell’ebraismo medioevale persino quando i tentativi di conversione erano sostenuti dalla violenza.
L’interruzione del dialogo propugnata dal rabbino Laras è regressiva e pericolosa, e avrebbe senso soltanto per una fede traballante e svuotata. Poiché questo non è il caso è da augurarsi la scelta di un atteggiamento più riflessivo e razionale.

So bene che questa presa di posizione susciterà dissensi, ma dopo attenta riflessione l'ho presa in coscienza.
D'altra parte mi sento confortato da questa dichiarazione del Rabbino David Rosen:


Reached in his office in Jerusalem, Rabbi David Rosen of the American Jewish Committee, a veteran of Catholic-Jewish dialogue, said that he too had his "hopes raised" that an explicit reference to conversion would have been excised. Rosen noted that the expansion of the Latin rite "had nothing to do with this prayer, and nothing to do with the Jews," but was rather an attempt by the Pope to mend fences with Catholic arch-traditionalists. Still, the language of the Good Friday prayer sounds to Jews to be "exclusivist and triumphalist," said the rabbi.
Rosen, who has worked with Benedict since he was a Vatican cardinal, said he worries that the Pope seems to "insulate" himself from top advisers who might alert him to potential fallout. Still, Rosen called his Italian rabbinical colleagues' break in dialogue with Catholics a "rash" decision. "There's so much at stake for Jews and Catholics and Benedict himself that we must ensure that this difficulty will not torpedo the commitment to advancing Jewish-Catholic relations," Rosen said. "Yes, we must speak up. But there is nothing to be gained from making this a casus belli."

"Rash decision" si traduce con "decisione sconsiderata"

Aggiungo un commento sulle dichiarazioni del Cardinale Martini riportate oggi dalla stampa:

«In vista del prossimo sinodo - che si svolgerà in Vaticano dal 5 al 26 ottobre del 2008 e sarà dedicato alla "parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" - il porporato, noto biblista, propone alcune riflessioni ai vescovi che converranno a Roma da tutto il mondo. Martini, più specificamente, esorta ad "evitare di scendere al di sotto delle formule felici del Concilio vaticano II" e a "non perdere tempo prezioso" in discussioni già svolte nel corso degli anni (su temi come il rapporto tra Scrittura e Tradizione o sul metodo storico-critico per interpretare i Vangeli). Il gesuita auspica, invece, che il sinodo si concentri su questioni focali come la diffusione della conoscenza del testo biblico tra i fedeli. Il settanta per cento degli italiani "non hanno mai letto i quattro Vangeli", rileva il porporato, e "soltanto il quindici per cento li ha letti almeno una volta nella vita". Di qui il porporato avanza "sommessamente" una proposta: introdurre in ogni messa una "brevissima spiegazione", "non più di tre minuti", dei testi biblici della liturgia. Se il "popolo di Dio" conoscerà meglio la Bibbia, secondo Martini, "più facili e spontanee saranno le iniziative di evangelizzazione anche dei lontani e dei non cristiani con l'aiuto dei libri sacri". Tra di essi, gli ebrei».

Qui si parla di conversioni, e di conversioni hic et nunc. Ma in questo caso nessuno mena scandalo. Chissà perché.

sabato 9 febbraio 2008

Un commento alla lista nera dei professori "ebrei"

La vicenda è molto spiacevole e indicativa di un clima. Lungi da me minimizzarla. Soltanto che mi stupisce lo stupore. È da tempo che nel web circola questo pattume.
Due anni fa mi resi conto che sulla pagina web del mio Dipartimento alcuni docenti usavano inserire commenti politici e link a siti politici, il che è molto scorretto. Se vuoi farlo, fatti un blog per conto tuo, avrebbe detto Petrolini.
Provai a cliccare su alcuni di questi link e uno di questi conduceva direttamente a un post minaccioso nei miei confronti. Diceva: "a Giorgio Israel da parte di AntiSion" e seguiva una stella di David che pulsando si mutava in una svastica con la scritta "nazi israel".
Volete vederlo? È ancora in rete al seguente indirizzo (se non lo tolgono proprio ora...):
http://italy.indymedia.org/news/2005/05/789740_comment.php
Feci la dovuta segnalazione alle autorità di polizia e il direttore del mio Dipartimento fece rimuovere il link. Oltre al fatto che essere preso di mira in questo modo non è piacevole, che il link a una simile porcheria sia stato messo da un collega e proprio sul sito del Dipartimento di appartenenza è una provocazione senza pudore.
Ma il "collega" responsabile della simpatica attenzione nei miei confronti addirittura si lamentò dicendo che si violava la sua "libertà di espressione"...
Pensate, quella per lui era "libertà di espressione"... Bella stoffa di educatore.
E poi perché stupirsi di come è andata con la visita del Papa e con il boicottaggio a Torino? Questo è il concetto di libertà e legalità dei nostri "cattivi maestri". E non è certo un caso che uno degli appelli antiPapa sia stato firmato dall'"educatore" di cui sopra.
Potrei aggiungere che un altro "collega" della mia università si occupa assiduamente di me, dedicandomi pagine e pagine di blog con simpatici appellativi del tipo: "Giorgio l'Israelitico", "il nostro israeliano", "dubbio connazionale", "noto ebreo", "un certo docente il cui nome dice tutto", ecc. ecc. e il mio nome è in una lista intitolata "nemici".
Potrei continuare con altri casi analoghi.
Quindi, quel che è saltato fuori è molto grave, ma è la punta di un iceberg e non un fatto nuovo. È qualcosa che viene accuratamente coltivato e innaffiato con l'acqua dei boicottaggi contro Israele. Non è certo un caso che una buona metà dei docenti della lista nera non siano ebrei ma soltanto firmatari di appelli contro il boicottaggio di Israele... E poi voglio vedere chi ha la faccia di bronzo di continuare a dire che la forma attuale dell'antisemitismo non è l'antisionismo.

martedì 5 febbraio 2008

UN PO' DI CHIAREZZA DI FRONTE ALLA VOCE DELL'IPOCRISIA



Chiariamo. Forse il titolo che ha dato Il Foglio al mio appello contenuto nel post precedente è un po' fuorviante, ma se si legge il testo è chiaro che non si tratta di un appello a ritirarsi comunque.
Il senso il seguente. Mettiamo che Israele venga accettato come invitato ufficiale soltanto se insieme alla "Palestina". Oppure mettiamo che, per far digerire l'invito, occorra contraccambiarlo con un invito ai palestinesi, 30 contro 30, come ha detto qualcuno (non stiamo parlando di ipotesi ma di proposte esplicite). In tale circostanza, meglio andarsene e fare la Fiera del Libro altrove. Non è un boicottaggio della Fiera, è una questione di dignità.
Battista ha ripreso il discorso e, con un dissenso retorico da quanto avevo scritto, ha detto: "no, non si può cedere, bisogna fare muro".
D'accordo, figuriamoci, d'accordissimo - gli ho risposto con una lettera sul Corriere - a patto che questa diventi la linea ufficiale:

"Signor Direttore,
ho letto l'eccellente articolo di Pierluigi Battista "Stavolta sfidiamo il boicottaggio" (di Israele alla Fiera del Libro di Torino). Nel mio intervento sul Foglio non ho inteso proporre atteggiamenti aventiniani, bensì dire che è irricevibile un invito a Israele sub condicione, menomato da bilanciamenti volti a calmare i contestatori: i ricatti dei violenti non possono essere premiati, soprattutto nella cornice della fatwa emessa da Tariq Ramadan ("non si può approvare nulla che provenga da Israele"). La risposta di Battista "No, stavolta bisogna fare barriera" è quella giusta. Speriamo che diventi la risposta ufficiale. Giorgio Israel "


Pare che tutto ciò sia servito. La linea ufficiale ribadita è: invito ufficiale senza se e senza ma.

Meglio che taccia allora l'ineffabile Gad Lerner che ha scritto sul suo blog:

"(...) Gli scrittori israeliani sono grandi anche per la loro capacità di mettersi nei panni dei palestinesi. Per questo subiscono attacchi dalla componente guerrafondaia dell’opinione pubblica israeliana. Non a caso nei giorni scorsi, di fronte all’imbecillità delle proposte di boicottaggio, un esponente della Comunità ebraica italiana, Giorgio Israel, specialista nell’”armiamoci e partite”, ha auspicato che Israele rifiuti per protesta l’invito di Torino. Ignorando la fatica con cui da decenni lo Stato ebraico opera in senso contrario, cercando di partecipare a tutte le manifestazioni sportive, scientifiche, culturali da cui il rifiuto arabo vorrebbe tenerlo escluso. In tempo di guerra i boicottatori non faticano mai a trovare complici nell’opposta schiera. (...)"

Non ho mai detto che Israele deve rifiutare per protesta l'invito di Torino. Ho detto che deve rifiutare UN INVITO DIMEZZATO. Ma Gad Lerner fa finta di non capire e mi definisce specialista dell'armiamoci e partite. Di grazia, quando avrei ripetutamente invitato ad armarsi per poi far partire gli altri? E poi, in questo caso, che vuol dire? Che poi, una volta convinto gli israeliani a ritirarsi, sarei andato a Torino? Che scemenza...
E poi mi colloca nell'"opposta schiera" dei boicottatori... Ma certo! Lui della schiera opposta ai boicottatori non fa parte. E certo, lo sapevamo, lui sta in mezzo: tra i boicottatori e coloro che si oppongono al boicottaggio. Teme di essere confuso con i "guerrafondai israeliani". Insomma, fa la parte del pesce in barile. Difatti, la sua voce non si era sentita. Si sente soltanto adesso che l'opposizione al boicottaggio ha contribuito a che l'invito sia senza se e senza ma. E chiama "complici" dei boicottatori quelli che stanno nell"opposta schiera". I suoi insulti mi rimbalzano, come si dice volgarmente a Roma, ma lui dovrebbe vergognarsi, ammesso che ne sia capace.

P.S. Tra gli "imbecilli" figurano moltissimi suoi compagni di partito e di Unione. Perché non se la prende più utilmente con costoro?

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Stavolta sfidiamo il boicottaggio

Pierluigi Battista   
domenica 03 febbraio 2008
Corriere della Sera


No,stavolta bisogna fare barriera. Stavolta non è possibile non avvertire il divario morale tra le immagini ancora fresche del raccoglimento per la Giornata della memoria e l'intimazione al silenzio minacciata contro gli scrittori ebrei. Stavolta bisogna chiedere ad Abraham Yehoshua, Amos Oz e David Grossman di vincere la loro ritrosia e di sfidare il boicottaggio anti-israeliano alla Fiera del libro di Torino. E alle autorità italiane, ovviamente, di tutelare il loro diritto di parola.

Si comprende lo spirito che ha indotto Giorgio Israel sul Foglio a consigliare a Israele il boicottaggio dei boicottatori, un gesto ascetico e pedagogico di rinuncia che, ricalcando la scelta di Benedetto XVI di non recarsi alla Sapienza, rendesse ancora più evidente il volto intollerante degli imbavagliatori di professione. Stavolta è diverso. Chi protesta perché a Torino saranno presenti gli scrittori israeliani non contesta soltanto il diritto di esprimere un'opinione: contesta loro il semplice fatto di esistere. Considerando Israele come il frutto di una brutale usurpazione, ogni israeliano meriterebbe perciò di essere trattato come un usurpatore. Cancellato. Indegno di esistere. E dunque bruceranno senza pudore, come al solito, le bandiere con la stella di Davide. Accetteranno nelle loro schiere, come al solito, chi si traveste da terrorista, con la cintura esplosiva ben esposta attorno al corpo come quella usata dagli jiahdisti per deflagrare nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme allo scopo di uccidere quanti più «sionisti» (bambini compresi) è possibile.

Qualche anno fa un corteo che si diceva solidale con gli oppressi e i perseguitati del mondo circondò con bastoni e urla raccapriccianti il Ghetto ebraico di Roma, quello dei rastrellamenti del 16 ottobre 1943, destinazione Auschwitz. Non ci fu un grande sdegno, come se quell'episodio rappresentasse qualcosa di sgradevole certo, ma normale. Come è normale bollare i figli di Israele come i «nuovi nazisti» e suggerire spaventose somiglianze iconiche tra la croce uncinata e la stella di Davide. Ecco, non può più essere normale che la semplice presenza degli ebrei di Israele a Torino sia considerata addirittura come un'offesa. Non può più essere normale che una minoranza fanatica disponga del diritto dei torinesi di ascoltare ciò che hanno da dire gli scrittori israeliani.

Non può essere normale che vinca con il suo appello al boicottaggio Tariq Ramadan, ideologo dell'islamismo fondamentalista, un volgare antisemita che dopo l'11 settembre accusò gli intellettuali francesi di essere alla mercé di una «cricca» di ebrei e ciò nonostante viene calorosamente accolto come una creatura esotica nei salotti dell'intellighenzia italiana. Non è normale che il direttore della Fiera del libro torinese Ernesto Ferrero sia costretto a giustificare un atto coraggioso ma che dovrebbe essere, questo sì, considerato persino ovvio: invitare chi scrive libri a una festa del libro. Non è normale che Valentino Parlato sulle colonne del manifesto venga lasciato solo e insultato perché ha criticato la scelta dissennata di boicottare gli ebrei. Non è normale che uno scrittore come Tahar Ben Jelloun, schierandosi su Repubblica contro il boicottaggio di Torino, inviti a dissociare le responsabilità degli scrittori israeliani da quelle del governo di Israele: loro cui viene concessa la patente d'innocenza, quest'ultimo colpevole per definizione. Colpevole comunque, colpevole di esistere, colpevole di esser nato sessant'anni fa sulla base di una spartizione tracciata dall'Onu per dare una vita a uno Stato nelle cui librerie sono liberamente esposte le opere di Edward Said, l'intellettuale palestinese e anti- israeliano il cui nome è ancora oggi tassativamente proibito a Gaza, dove spadroneggiano gli squadroni di Hamas. Non è normale che si accrediti come paladino della lotta all'oppressione chi non spende una parola per protestare contro gli Stati in cui si fa scempio quotidiano di diritti umani fondamentali. E non è normale che esponenti piemontesi del Pdci e di Rifondazione aderiscano impunemente a questa campagna di intolleranza estranea, ne siamo certi, alla sensibilità di Fausto Bertinotti.

Per questo è un buon segnale che gli organizzatori della Fiera tengano duro, che gli sponsor privati, come ha sostenuto Franzo Grande Stevens, non possano assistere muti a una simile campagna censoria, che le istituzioni di Torino e del Piemonte dicano che non intendono cambiare la loro linea. Per questo il bel gesto della rinuncia stavolta non funzionerebbe. Non servirebbe a rompere l'incantesimo di assuefazione che ha favorito il diffondersi della prepotenza intollerante. Stavolta a Torino gli scrittori, gli israeliani, gli ebrei devono poter parlare.

sabato 2 febbraio 2008

Un paese non tratta sulla sua dignità, Israele rinunci ad andare a Torino

La gazzarra attorno all’invito a Israele come paese ospite della XXI Fiera del Libro di Torino sta assomigliando maledettamente alla vicenda della mancata visita del Papa alla Sapienza. Ricordiamo i tre fattori che sono intervenuti nel meccanismo che ha determinato la rinuncia del Papa. Il primo è stata la palla “culturale” lanciata da un gruppo di docenti sulla base dell’argomento inconsistente che il Papa voleva rifare il processo a Galileo. Il secondo fattore è stato il solito gruppo di violenti che staziona alla Sapienza da tre generazioni, che ha raccolto la palla e ha minacciato sfracelli, contestazioni acustiche e peggio. L’interazione di questi due fattori ha fatto crescere la tensione alle stelle. È intervenuto allora il terzo ingrediente, ovvero l’ignavia istituzionale, in particolare del governo che evidentemente non ha dato al rettore le garanzie del caso, se è potuto accadere che i violenti occupassero il rettorato e ottenessero, attraverso un ricatto, il controllo di gran parte dell’area antistante l’Aula Magna per autogestire la contestazione. L’aspetto inaudito è che vi sia chi difende l’idea che agire così sia garantire la libertà di espressione. Ma che paese è mai quello in cui si ritiene “democratico” ricevere un invitato a pernacchie e pomodorate, offrendo una piattaforma di lancio adeguata a cogliere il bersaglio? È il paese in cui certi “educatori” pensano che sia libera espressione del pensiero, garantita dalla Costituzione, entrare in un’aula, srotolare uno striscione e sbraitare slogan impedendo di parlare chi è stato designato a farlo. Perciò, ha fatto benissimo il Papa a non andare.
Ora a Torino si sta apprestando uno scenario analogo, riservato a Israele. Hanno iniziato i soliti “intellettuali” a lanciare la palla al centro, per dare inizio a una partita in cui sono scesi in campo spezzoni della sinistra e il muro compatto degli intellettuali e scrittori arabi; insomma, il solito schieramento di condannatori professionali di Israele, che non hanno fatto udire neppure un sospiro in occasione della dichiarazione da serial killer dello sceicco Nasrallah in cui ha elencato i pezzi di cadaveri israeliani in suo possesso. È gente che non direbbe una parola se venisse invitato come paese ospite il Sudan o l’Iran, che non ha nulla da dire sugli innumerevoli sterminii che dilagano in tutto il mondo, ma che ha la spudoratezza di definire questo invito una “intrusione” di Israele nella Fiera del Libro… Chi ha dissentito da costoro a sinistra? Quasi nessuno, salvo qualche coscienza inquieta, come Valentino Parlato, che ha deprecato quella che gli sembrava una discriminazione che sfociava nell’odio antiebraico. Ma il mettersi al riparo dietro la condanna di ordinanza non gli è servito a evitare un diluvio di deprecazioni dei militanti: chi di estremismo ferisce di estremismo perisce. Poi è intervenuto puntuale il secondo ingrediente, ovvero la previsione di una contestazione violenta che ha suscitato prontamente turbamenti e incertezze circa le sorti della Fiera.
E le istituzioni? Traballano o tacciono. Traballa il consiglio della Fiera che deve riunirsi per decidere come procedere. Per decidere cosa, di grazia? Questo è un invito a Israele e non deve essere controbilanciato da nulla o legittimato da purificazioni di sorta. Quando, nei prossimi anni, verranno invitati altri stati, varrà lo stesso criterio. L’unica decisione dignitosa è che Israele sia invitato da solo, senza patteggiamenti e senza i contrappesi di altri interventi. Punto. Il resto sarebbe un cedimento vergognoso ai violenti e agli intolleranti.
Le istituzioni più in alto tacciono. Non una parola dagli alti dirigenti della sinistra, da cui pure provengono i veleni. Non una parola, per dire, dal presidente della Camera. Né il ministro Amato, che ha spiegato durante la Giornata della Memoria che dalla discriminazione nasce la persecuzione, trova la forza di battere il pugno sul tavolo.
Allora rivolgiamo due richieste, nel caso sciagurato in cui non venisse confermato, con dignità, senza controcanti e contrappesi, l’invito a Israele. Capiamo la prudenza diplomatica da parte israeliana ma è bene pesare fino in fondo la posta in gioco. Nel suddetto caso sciagurato rivolgiamo l’appello a Israele di ritirarsi dalla Fiera. Saremo in tanti, inclusi gli scrittori che si ritireranno dalla (in quel caso) squalificata Fiera, a organizzare eventi in tutta Italia per presentare nelle sedi più opportune la cultura israeliana. E rivolgiamo lo stesso invito agli scrittori israeliani che dovrebbero essere invitati, e che sono troppo prestigiosi per accettare il piatto di lenticchie di una manifestazione condizionata dall’intolleranza e dall’odio. Quando si profilano circostanze che ricordano, in tutto e per tutto, la campagna del 1937 che precedette l’emanazione delle leggi razziali, bisogna essere all’altezza della situazione. Perciò, o a Torino con dignità e libertà e senza umilianti compromessi, oppure in altre sedi libere e tra uomini liberi.
(Il Foglio, 2 febbraio 2008)

sabato 26 gennaio 2008

Due pesi e due misure

Spendere le belle parole non costa niente, è più difficile pronunziare quelle che costano, soprattutto per la nostra diplomazia ipocrita e doppiopesista. Per esempio, costa pronunziare parole di condanna delle esecuzioni capitali effettuate in Iran all’indomani della proposta di moratoria della pena di morte. Oppure, parole di condanna per la sorte oscura dei soldati israeliani sequestrati da un anno e mezzo. Eppure sarebbe stato un modo decente di inaugurare il 2008. I tartufi pronti a stracciarsi le vesti sulle prigioni “lager” in cui vengono detenuti terroristi palestinesi fingono di dimenticare che un conto è una prigione, per quanto orrenda come tutte le prigioni, visitabile dalla Croce Rossa, da parenti, da avvocati, e un conto è un sequestro di persone che non si sa dove siano finite e se siano ancora vive. Circolano voci orribili sulla sorte del ventunenne israeliano Gilad Shalit, sequestrato da Hamas e che si dice sia detenuto in un pozzo a dieci metri di profondità: nessuno può verificare se ciò sia vero. Anche di Ehud Goldwasser (32 anni) e Eldad Regev (26), rapiti da Hezbollah, non si sa nulla. Cosa si debbano aspettare simili “detenuti” lo dice la sorte del pilota israeliano Ron Arad, sequestrato da Hezbollah nel 1986 e che pare sia stato venduto all’Iran. Secondo la testimonianza di alcuni diplomatici iraniani fuggiti all’estero il regime degli ayatollah lo avrebbe paralizzato con un intervento al midollo spinale. Vero o no che sia, quel regime se ne infischia di allontanare i sospetti permettendo una visita.
L’anno è iniziato con l’uccisione a freddo di due soldati israeliani in licenza da parte delle forze di sicurezza di Al Fatah, ovvero del movimento del presidente di Abu Mazen, come ha confermato un membro delle Brigate Al-Aqsa al quotidiano israeliano Yedioth Aharonot; mentre i missili Qassam continuano a piovere da Gaza. In questa situazione, un governo israeliano debole è costretto a mostrare la massima disponibilità per compiacere l’alleato statunitense che cerca di tenere in piedi la traballante situazione mediorientale: Olmert parla di condividere Gerusalemme con un futuro stato palestinese e di tornare alle frontiere del 1967. In cambio di nulla. La conferenza di Annapolis ha mostrato che i dirigenti politici arabi e islamici non sono disposti neppure a salutare il ministro degli esteri israeliano. Quanto a un’eventuale stretta di mano, è da supporre che sarà oggetto di trattative. Per anni ci è stato spiegato che occorre parlare con il nemico perché è con lui che occorre fare la pace. Piero Fassino, ritenuto uno dei più aperti alle ragioni di Israele, ha avvallato con tale argomento le aperture di D’Alema a Hamas. Ma pare che simile prediche valgano soltanto per Israele.
L’ultima “trovata” del fronte arabo è quella secondo cui Israele non avrebbe il diritto di considerarsi uno stato “ebraico”, il che significa a prevalente religione e cultura ebraica, non che in Israele non si possano coltivare altre fedi, visto che non vi mancano moschee e chiese. Questa pretesa viene avanzata mentre pullulano i paesi “islamici” in cui possedere una croce o un Vangelo costa la galera e i cristiani vengono perseguitati a morte; e mentre vi sono persino immigrati musulmani in Italia che si rifiutano di essere nutriti dalla Caritas se non si toglie dal muro quel “coso” (il crocefisso). La verità è che siamo di fronte alla riproposizione sotto altre vesti della negazione del diritto di Israele a esistere. Ma nessuno – tantomeno la nostra diplomazia – si sogna di denunciare questa vergogna che addensa nubi oscure sul futuro del medioriente.
(Tempi, 17 gennaio 2008)

venerdì 18 gennaio 2008

L'università non può arrendersi. Il bavaglio degli studenti, la voce dei docenti

QUESTO E' UN APPELLO PROMOSSO DA UN GRUPPO DI DOCENTI UNIVERSITARI.
CHI VUOLE ADERIRE E' PREGATO DI FARLO AL SITO DE L'OCCIDENTALE E DI INVITARE AMICI E COLLEGHI A FARLO

http://www.loccidentale.it/ (oppure cliccando direttamente sul titolo)

Che Benedetto XVI sia stato costretto a rinunciare a tenere il suo discorso durante l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università “La Sapienza” di Roma è un fatto di gravità inaudita. È un’offesa per tutti coloro che hanno a cuore la concordia civile nel nostro Paese, che credono nella laicità delle istituzioni e che proprio per questo difendono come una preziosa risorsa civile il diritto della religione a esprimersi nello spazio pubblico. Ma il fattaccio de “La Sapienza” costituisce soprattutto un’offesa all’Università, allo spirito di libertà, verità, dialogo e tolleranza che dovrebbe animarla; è il segno di una crisi, sulla quale si dovrebbe aprire una grande discussione pubblica. Non è ammissibile che “La Sapienza” sia potuta diventare, anche se solo per un giorno, il luogo della più intollerante ideologia, né sono ammissibili certi penosi tentativi di sminuire l’accaduto, quasi che si sia trattato di una goliardata qualsiasi. Non doveva accadere. Si doveva fare in modo che non accadesse. Punto.
Unendoci a tutti coloro, moltissimi, che in questi giorni hanno fatto sentire a Benedetto XVI la loro vicinanza e solidarietà, riteniamo che ci sia comunque un modo per riparare, almeno in parte, all’offesa che gli è stata arrecata: è quello di prendere sul serio le parole che avrebbe voluto rivolgere di persona all’intera comunità accademica della Sapienza. Sono parole che denotano una grande passione per l’uomo, per la verità e per la libertà. È precisamente questa passione che tutti, professori e studenti, dobbiamo ritrovare. L’Università deve tornare a interrogarsi seriamente su se stessa, sul senso della sua missione, sul contributo che ha saputo dare al dispiegamento di una cultura politica laica e pluralista; non può arrendersi, direbbe Benedetto XVI, “davanti alla questione della verità”, altrimenti sarà sempre esposta al pericolo che certi tristi episodi come questo possano verificarsi di nuovo.
primi firmatari:
Elena Aga Rossi — Università de L'Aquila e Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione
Sergio Belardinelli — Università degli Studi di Bologna
Marco Bersanelli — Università Statale di Milano
Giancarlo Cesana — Università degli Studi di Milano Bicocca
Valentina Colombo — Institute for Advanced Studies di Lucca
Luigi Compagna — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"
Raimondo Cubeddu — Università degli Studi di Pisa
Marcello Fedele — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Bruna Ingrao — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Giorgio Israel — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Assuntina Morresi — Università degli Studi di Perugia
Paola Navotti — Università degli Studi di Milano Bicocca
Giovanni Orsina — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"
Gaetano Quagliariello — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"
Lucetta Scaraffia — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Luigi Ventura — Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Victor Zaslavsky — LUISS - Libera Università degli Studi Sociali "Guido Carli"

giovedì 17 gennaio 2008

17 GENNAIO : In omaggio a un Papa, agli amici ebrei e a Chagall



Marc Chagall (1887-1985) (La) Crocifissione bianca (1938)
The Art Institute of Chicago - U.S.A


Diciassette gennaio una data, per chi ha a cuore Israele e il giudaismo in generale, attesa. È la giornata che la Chiesa italiana dedica ormai da anni al dialogo tra ebrei e cristiani. Ogni Diocesi, ogni città, promuove iniziative tese a rafforzare sempre più il legame tra le due grandi tradizioni che formano le radici culturali dell’Europa: quella ebraica e quella cristiana.
Quest’anno, quale che sia l’iniziativa promossa, la storia ci ha preceduto e ha preparato un evento capace, più di ogni iniziativa, di rendere evidente quale sia la vera forza dell’incontro, il vero dialogo.

Sull’Osservatore Romano di mercoledì 16 gennaio, un articolo di Giorgio Israel, acuto osservatore del panorama culturale italiano e Professore ordinario di Matematiche complementari all’Università della Sapienza , dedicava un articolo all’increscioso fatto occorso al Sommo Pontefice Benedetto XVI. Proprio il 17 gennaio, il Papa sarebbe dovuto recarsi alla Sapienza in occasione dell’apertura dell’anno universitario, rimostranze grossolane ma tragicamente rivelatrici dello stato agonizzante della cultura italiana (per non dire europea) hanno costretto il Papa a declinare l’invito. Una scelta signorile e drammatica.
L’oltraggio più grave accaduto a un Sommo Pontefice, come ha giustamente rilevato Roberto de Mattei, da oltre un secolo.
È sorprendente, è bello, ed è segno di grande speranza che si levi a difesa del Papa (e non solo in quanto Papa, ma – grazie a Dio – anche in quanto voce di cerca il Vero e il Bene per tutti) un ebreo, professore tra quegli stessi (forse anche battezzati) che lo hanno così pubblicamente denigrato.
Un grazie a Giorgio Israel, un grazie anche all’amico Guido Guastalla, ebreo pure lui, che non ha esitato a far udire la sua voce.

Pensando a questi miei amici ebrei e alla singolare coincidenza che segna questo 17 gennaio 2008, (una coincidenza che per quanti hanno fede porta il nome di provvidenza), non ho potuto fare a meno di pensare a una tela di Chagall. Drammatica e bellissima per l’intensità profetica, oltre che per la luminosità del segno pittorico.

La crocifissione bianca - così s’intitola l’opera - riassume la tragedia del popolo ebraico, delle persecuzioni, dei pogrom, delle espropriazioni indebite.
In alto a sinistra le bandiere rosse dell’ideologia comunista, firmano drammaticamente l’azione distruttrice verso un popolo, una comunità che ovunque si trovi conserva il legame prezioso dei teffillim. La sinagoga incendiata rievoca le distruzione naziste dei luoghi di culto e delle opere di molti artisti ebrei, tra cui quelle dello stesso Chagall. In alto il dolore dei rabbini, delle donne confusi col fumo che, salendo da Auschwitz portava con sé infinite esistenze.
Al centro Cristo catalizza la girandola di eventi: un Cristo luminoso in cui ogni dolore s’infrange tanto e grande la pace e la serenità che emana. Cristo che, come capitulum, come rotolo attorno al quale si avviluppa la torà, riassume la forza intrinseca di un popolo che canta a Dio: «se anche mi uccidesse, spererei in Lui». Cristo, infatti, porta il talled Gadol, lo scialle della preghiera e davanti a Lui arde instancabile una menorah.

Mi perdoneranno i miei amici ebrei, anzi sapranno capirmi, se leggo in questa opera il dolore di ogni perseguitato, così come Chagall, ebreo convinto, ha saputo leggere nelle piaghe del Crocifisso il grido di ogni innocente, specie dell’innocenza del suo popolo. Non aveva bisogno Chagall di togliere la croce dai muri per proclamare la sua identità, non aveva bisogno di cancellare la fede cristiana per affermare la sua.
L’arte, come la fede vera, quella sorretta dalla ragione, l’arte vera, come la ragione sorretta dalla fede nella verità educa al Mistero, educa all’incontro con quell’Altro e con quell’Oltre che rende liberi di fronte all’altro che ci vive accanto.
Mi perdoneranno se vi leggo il dolore di un Papa che come Chagall ha visto la sofferenza della shoà, ha visto il tramonto delle ideologia che ancora inonda di rosso il cielo di Europa. Ha visto e non può tacere. Nella sua voce c’è la nostra voce. Non è la voce altisonante e stridula che si è levata dai pochi della Sapienza. È la voce sommessa e impercettibile della preghiera salmica, ma robusta e ardente come il fuoco della menorah. È la voce del violino come quello che riposa ancora, nonostante i pogrom, accanto alle case incendiate del quadro di Chagall. È la voce della bellezza della verità la quale, proprio quando è conculcata, allora grida più forte. Questa è la voce del Papa, di Giorgio, di Guido, di Magdi e di centinaia come loro che del dialogo o meglio, dell’incontro e della ricerca sincera della verità, hanno fatto la loro missione. Per essi la giornata del dialogo è la vita intera e questo diciassette gennaio l’ha reso evidente.

Sr. M. Gloria Riva

RICEVO E PUBBLICO con il consenso dell'autore

Al Chiarissimo Prof. Frova, e per conoscenza al Magnifico Rettore
dell'Universita' degli Studi la Sapienza di Roma.

Chiarissimo Professore:

Le scrivo per esprimere tutto il mio disappunto, ma soprattutto la mia
grandissima vergogna per la Vostra iniziativa nei riguardi del Prof.
Ratzinger.
Ho ascoltato il Suo intervento a Radio Tre Mondo e, mentre trovo
sconcertante la pochezza dei Suoi argomenti, mi disgusta sopra ogni
cosa la disonesta' intellettuale da Lei dimostrata di fronte agli
argomenti presentati dal Prof. Israel.
Come Scienziato, lei e' stato educato da generazioni di grandi
personalita' alla imparzialita' dei fatti: rinnegando questi valori,
ma soprattutto rinnegando i valori laici ed umanisti di uno dei piu'
prestigiosi Atenei Italiani, Lei espone al pubblico ludibrio la
pochezza intellettuale del sistema Universitario Italiano, gia'
peraltro ampiamente conosciuto e deriso nel mondo per la qualita'
generale dell' insegnamento e della ricerca. Incidentalmente, il suo
tacciare di "bigotry" (The attitude, state of mind, or behavior
characteristic of a bigot; intolerance.) il sistema accademico
Statunitense rappresenta un ulteriore ingiustificato insulto indegno
della Sua posizione.
Lei, e tutti i firmatari della vergognosa lettera censoria nei
confronti del Prof. Ratzinger, mi avete addolorato come Cattolico,
offeso come Italiano, ma soprattutto umiliato come Scienziato.
Confido contro ogni terrena speranza che il mondo accademico Italiano
riesca a trovare la strada per distinguersi nettamente da queste
posizioni oscurantiste, antiscientifiche, e illiberali
La prego di passare questa mia email agli altri firmatari della
lettera dei quali ancora attendiamo conoscere l'identita'.

Distinti Saluti,

Andrea Cortis

------------------------------------------
Dr. Ing. Andrea Cortis, PhD

Scientist

Earth Sciences Division, 90-1116
Lawrence Berkeley National Laboratory
1 Cyclotron Road Berkeley,
CA 94720 USA
email: acortis@lbl.gov
http://esd.lbl.gov/ESD_staff/cortis/index.html
------------------------------------------

UN FIOR DI MODERATO...

Ieri, durante la trasmissione radiofonica Radio Anch'io, l'esimio professor Odifreddi mi ha definito come un "noto estremista".
Mi limito a osservare che sono felice e a mio agio di essere in compagnia di "estremisti" come il professor Renato Angelo Ricci, presidente onorario della Società Italiana di Fisica oppure di Massimo Cacciari, anziché in quella di "moderati" come il "matematico impertinente" secondo cui un giovane non può imparare a pensare razionalmente se da bambino si appassiona della lettura di Harry Potter e del Signore degli Anelli.

martedì 15 gennaio 2008

COME MAI IN SOLI DUECENTO?

Come mai un gruppo di 67 docenti che scrivono un documento da pezzenti capitanati da un "cattivo maestro" che scrive un documento ideologico pieno di assurdità, assieme a un centinaio di esagitati riescono a impedire al Papa di venire all'università? Come mai circa duecento persone riescono a far fare una figura di merda a un intero paese?
Volete una risposta?
La do raccontando un piccolo episodio.
A un collega - docente illustre, anziano e rispettato - ho detto che trovavo delirante che negli USA la Columbia University avesse invitato un delinquente patentato (negatore della Shoah, programmatore della distruzione di uno stato membro dell'ONU) come Ahmadinejad e in Italia l'università La Sapienza non riuscisse a invitare una persona rispettabile come Benedetto XVI. Sapete cosa ha risposto? Che Ahmadinejad non è pericoloso per gli Stati Uniti quanto lo è il Papa per l'Italia...
Questa è l'acqua demente in cui nuotano quei duecento fanatici.
Ed ecco perché viviamo in un clima così mefitico, che ha indotto (giustamente) il Papa a rinunciare.
Ha detto bene Cossiga: questa è la grande vittoria del grande popolo dell'Unione.
Ma forse è una gran vittoria di Pirro.

Quando Ratzinger difese Galileo alla Sapienza

Osservatore Romano - 16 gennaio 2008
Giorgio Israel
Professore ordinario
di Matematiche complementari
Università di Roma La Sapienza


È sorprendente che quanti hanno scelto come motto la celebre frase attribuita a Voltaire - "mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso" - si oppongano a che il Papa tenga un discorso all'università di Roma La Sapienza. È tanto più sorprendente in quanto le università italiane sono ormai un luogo aperto ad ogni tipo di intervento ed è inspiegabile che al Papa soltanto sia riservato un divieto d'ingresso. Che cosa di tanto grave ha spinto a mettere da parte la tolleranza volterriana? Lo ha spiegato Marcello Cini nella lettera dello scorso novembre in cui ha condannato l'invito fatto dal rettore Renato Guarini a Benedetto XVI. Quel che gli appare "pericoloso" è che il Papa tenti di aprire un discorso tra fede e ragione, di ristabilire una relazione fra le tradizioni giudaico-cristiana ed ellenistica, di non volere che scienza e fede siano separate da un'impenetrabile parete stagna. Per Cini questo programma è intollerabile perché sarebbe in realtà dettato dall'intento perverso, che Benedetto XVI coltiverebbe fin da quando era "capo del Sant'Uffizio", di "mettere in riga la scienza" e ricondurla entro "la pseudo-razionalità dei dogmi della religione". Inoltre, secondo Cini, egli avrebbe anche prodotto l'effetto nefasto di suscitare veementi reazioni nel mondo islamico. Dubitiamo però che Cini chiederebbe a un rappresentante religioso musulmano di pronunziare un mea culpa per la persecuzione di Averroè prima di mettere piede alla Sapienza. Siamo anzi certi che lo accoglierebbe a braccia aperte in nome dei principi del dialogo e della tolleranza.
L'opposizione alla visita del Papa non è quindi motivata da un principio astratto e tradizionale di laicità. L'opposizione è di carattere ideologico e ha come bersaglio specifico Benedetto XVI in quanto si permette di parlare di scienza e dei rapporti tra scienza e fede, anziché limitarsi a parlare di fede.
Anche la lettera contro la visita firmata da un gruppo di fisici è ispirata da un sentimento di fastidio per la persona stessa del Papa, presentato come un ostinato nemico di Galileo. Essi gli rimproverano di aver ripreso - in una conferenza tenuta proprio alla Sapienza il 15 febbraio 1990 (cfr J. Ratzinger, Wendezeit für Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, Einsiedeln-Freiburg, Johannes Verlag, 1991, pp. 59 e 71) - una frase del filosofo della scienza Paul Feyerabend: "All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto". Non si sono preoccupati però di leggere per intero e attentamente quel discorso. Esso aveva come tema la crisi di fiducia nella scienza in sé stessa e ne dava come esempio il mutare di atteggiamento sul caso Galileo. Se nel Settecento Galileo è l'emblema dell'oscurantismo medioevale della Chiesa, nel Novecento l'atteggiamento cambia e si sottolinea come Galileo non avesse fornito prove convincenti del sistema eliocentrico, fino all'affermazione di Feyerabend - definito dall'allora cardinale Ratzinger come un "filosofo agnostico-scettico" - e a quella di Carl Friedrich von Weizsäcker che addirittura stabilisce una linea diretta tra Galileo e la bomba atomica. Queste citazioni non venivano usate dal cardinale Ratzinger per cercare rivalse e imbastire giustificazioni: "Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità". Esse piuttosto venivano addotte come prova di quanto "il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica".
In altri termini, il discorso del 1990 può ben essere considerato, per chi lo legga con un minimo di attenzione, come una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo e il relativismo della cultura postmoderna. Del resto chi conosca un minimo i recenti interventi del Papa sull'argomento sa bene come egli consideri con "ammirazione" la celebre affermazione di Galileo che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico.
Come è potuto accadere che dei docenti universitari siano incorsi in un simile infortunio? Un docente dovrebbe considerare come una sconfitta professionale l'aver trasmesso un simile modello di lettura disattenta, superficiale e omissiva che conduce a un vero e proprio travisamento. Ma temo che qui il rigore intellettuale interessi poco e che l'intenzione sia quella di menar fendenti ad ogni costo. Né c'entra la laicità, categoria estranea ai comportamenti di alcuni dei firmatari, che non hanno mai speso una sola parola contro l'integralismo islamico o contro la negazione della Shoah. Come ha detto bene Giuseppe Caldarola, emerge qui "una parte di cultura laica che non ha argomenti e demonizza, non discute come la vera cultura laica, ma crea mostri". Pertanto, ripetiamo con lui che "la minaccia contro il Papa è un evento drammatico, culturalmente e civilmente".

VERGOGNA

Ci sono riusciti a impedire che il Papa parlasse all'Università "La Sapienza". Negli Stati Uniti, alla Columbia University può parlare il supernegazionista della Shoah Ahmadinejad e in Italia, alla "Sapienza", non può parlare Benedetto XVI.
È una vergogna per tutti, in primo luogo per il governo e soprattutto per il suo "presidente" Prodi che è stato capace di non dire una sola parola, una soltanto, quando era necessario, e cioè prima. Il coro delle deprecazioni ex-post è troppo rituale.
Se esiste ancora un minimo di senso della decenza il governo dovrebbe cadere tra un'ora.
È una vergogna per quei docenti che si sono coperti di ridicolo mostrando a quale livello culturale siamo caduti.
È una vergogna per La Sapienza che si conferma essere una delle università più intolleranti del mondo. Ricordate il caso di De Felice, di Colletti?

SPAZZATURA AL QUADRATO

Questa è l'informazione che ho ricevuto poco fa.
Quel discorso fu tenuto 17 anni fa alla Sapienza...
Ogni commento è superfluo...

BENEDETTO XVI E LA CITAZIONE DI FEYERABEND

Nella edizione tedesca del libro pubblicato nel 1992 dalla San Paolo (col titolo Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti), la citazione di Feyeranbend è a pag. 71 (P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang, Frankfurt Main, 1976, 1983, 206).

A pag. 59 del testo tedesco c’è una nota, all’inizio, in cui si dice:

«La prima versione di questo testo risale a una conferenza tenuta a Rieti il 16 dicembre 1989 ancora sotto la fresca impressione degli avvenimenti in Europa dell’Est come tentativo di una prima riflessione di quegli avvenimenti; la versione qui presentata servì come conferenza all’università romana della Sapienza il 15 febbraio 1990. La stessa versione, modificata per la ricorrenza, è stata utilizzata in occasione delle celebrazioni per i 1400 anni del III Concilio di Toledo a Madrid il 24 febbraio 1990».

Nelle fonti in fondo al libro tedesco si legge che la conferenza fu pubblicata per la prima volta in italiano dal periodico Il Nuovo Areopago, n. 9 – 1990 (stampato a Parma).

Titolo originale tedesco del libro:

J. RATZINGER, Wendezeit fuer Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, Johannes Verlag, Einsiedeln/Freiburg 1991

lunedì 14 gennaio 2008

L'APPELLO SPAZZATURA DEGLI SCIENZIATI "LAICI" CONTRO IL PAPA

Ho trascorso la giornata a ricevere telefonate che richiedevano dichiarazioni sulla sconcertante e avvilente situazione che si è determinata a "La Sapienza" con la mobilitazione contro la visita del Papa.
Non posso anticipare un articolo che ho scritto né l'intervista che uscirà domani su Avvenire.
Attendo con impazienza un confronto con uno dei firmatari del documento dei fisici contro il Papa, domattina a Rai Tre.
Uno dei lettori di questo blog attende con ansia una presa di posizione dei "veri" docenti de "La Sapienza".
Non so se verrà, non credo più molto agli appelli e alle lettere, ma per parte mia non ho mancato e mancherò di prendere posizione e sono certo che altri lo faranno.
Frattanto, vorrei sottolineare la coraggiosa presa di posizione di Giuseppe Caldarola sul suo blog.
Leggetela, ne vale la pena.
Intanto, vorrei raccontare un episodio significativo del clima della nostra Università.
È d'uso non fare mai uso della posta elettronica universitaria per questioni non inerenti alla stretta attività didattica, scientifica o istituzionale. È una regola essenziale, altrimenti si scatenerebbe l'inferno. Immaginate la situazione in campagna elettorale.
Nel mio dipartimento si segue questa regola strettamente, anche da quando un "collega" mise sulla sua pagina web un link a un sito no-global che conteneva pesanti minacce nei miei confronti.
Ebbene, un collega ha chiesto al direttore una deroga, e cioé di inviare a tutti un suo messaggio che invita a sottoscrivere l'appello dei colleghi di fisica contro la visita del Papa.
La deroga è stata concessa.
Per parte mia, ho risposto con il messaggio al direttore che riporto qui.
Lo faccio, sia perché in tal modo anticipo subito quali sono le mie opinioni. Sia perché non so se verrà inviato a tutti. Per il momento questo non è successo.
So comunque che sarò considerato d'ora in poi un appestato servo del Papa, dopo essere stato bollato come un sionista, propagandista dei "criminali" israeliani.
Tanto, come diceva una certa persona, in certe situazioni il massimo che si perde sono le proprie catene...

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Caro Direttore,

indipendentemente da quel che si può pensare dalla visita del Papa alla nostra università, credo che faccia parte dello standard minimo di un professore universitario usare argomenti appropriati e basati su riferimenti documentati.
Ora, forse è utile che i colleghi sappiano, prima di apporre la loro firma al documento del colleghi fisici, il fondamento della contestazione che in questo documento si fa al Papa.
Nella lettera si dice che il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto».
E così si commenta: «Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano».
Se uno si prende la briga di andare a rileggere attentamente - come dovrebbe fare un docente - il succitato discorso ne ricava quanto segue. Il Papa ha voluto descrivere la crisi di fiducia della scienza moderna in sé stessa. Dopo aver ricordato come nel Settecento e in parte dell'Ottocento il processo a Galileo venisse ricordato come esempio dell'oscurantismo della Chiesa, ha mostrato attraverso una serie di citazioni come il diffondersi progressivo di un punto di vista scettico abbia condotto prima a sostenere la non oggettività del sistema eliocentrico, e via via fino all'affermazione di Feyerabend (citato come un filosofo della scienza "agnostico-scettico") che finisce col giustificare la Chiesa e addirittura a quella di von Weizsäcker secondo cui esiste una via diretta che ha condotto da Galileo alla bomba atomica. Egli ne ha concluso che la religione non deve trovarne in ciò spunto per rivalse ma, al contrario, difendere la ragione osservando a qual punto di sfiducia in sé stessa sia arrivata la scienza.
In buona sostanza il citato discorso di Parma è una vera e propria apologia di Galileo...
Come lo sono del resto altri recenti discorsi del Papa che citano la visione matematica della realtà del "grande Galileo" come l'unica coerente con una visione razionale del mondo.
Spero che nessun buontempone interpreti queste osservazioni come un'arringa in difesa del Papa che non ne ha bisogno.
Voglio soltanto sottolineare che, deve essere accaduto che qualche sprovveduto ha suggerito che si poteva giustificare la condanna della visita del Papa sulla base di una frase di un discorso che non aveva capito, e un gruppo di illustri docenti (tra cui il nuovo presidente del CNR) ha firmato con la leggerezza con cui nel sessantotto si firmavano i documenti contro la "repressione".
Sarebbe stato quantomeno più elegante se non si fosse condito un simile infortunio con una tirata penosamente retorica sulla vita consacrata all'avanzamento delle conoscenze, il che finisce col suonare autoironico.
Ognuno è libero di far quel che vuole. È bene soltanto essere consapevoli che sottoscrivendo una lettera come quella si sottoscrive al contempo una pregnante testimonianza del degrado culturale cui è giunta la nostra università.
Sarebbe consigliabile che chi vuol opporsi alla visita del Papa trovi un modo più serio per farlo.
Ma, beninteso, ognuno è libero di impiccarsi all'albero che preferisce.

Cordiali saluti

giovedì 10 gennaio 2008

Sarà questo l’anno in cui gli insegnanti diventeranno tutti “facilitatori”?

Il 2008 sarà un anno di ripresa per la scuola italiana, dopo i dati catastrofici del rapporto OCSE-PISA? È difficile essere ottimisti se insisteremo a propinare i medicinali in uso da un trentennio. Un buon medico quando la terapia non funziona rivede la diagnosi. I medici ideologi moltiplicano la dose.
In India gli obbiettivi di apprendimento per la matematica vengono tutti conseguiti almeno tre anni prima di noi. Un bambino cinese o indiano che frequenti la nostra terza elementare si gira i pollici perché sa già tutto. Il confronto con le scuole medie inferiori è impietoso. Come mai? Semplicemente perché la loro scuola è com’era la nostra trent’anni fa. Ma continuiamo a vietare di parlare di “programmi” perché sarebbe repressivo e impositivo. Il risultato è che i programmi vengono definiti dagli editori dei libri scolastici. Costoro si sono adeguati abilmente al gergo didattichese propinando senza vergogna orrori matematici considerati ormai intoccabili (come la “legge dissociativa”) ed offrendo una meccanicità di apprendimento che fa impallidire quella della vecchia scuola “trasmissiva”. Al posto dei programmi la burocrazia ministeriale propina vaghe e fumose “indicazioni” redatte in puro stile sindacal-progressista senza tema di esibire le più assolute scempiaggini: come l’indicazione a studiare il teorema di Pitagora “e le sue applicazioni alla matematica”. Difatti, tutti sanno che il teorema di Pitagora non è matematica. Forse è roba che si mangia. Ma provatevi a sottolineare queste scempiaggini e vi si dirà che non ha importanza: i contenuti si “creano” in classe, nel processo di “autoapprendimento” degli studenti. L’unica cosa che conta sono le metodologie didattiche. Si proclama che questo è il modo di salvare la scuola. Per l’intanto abbiamo realizzato una scuola appiattita sulla mediocrità e sull’ignoranza, sulla svalutazione del merito, della competizione e della spinta ad apprendere. È la scuola del conformismo più grigio, in cui tutti sono sollecitati a usare sempre e ovunque lo stesso gergo pedagogistico codificato, con una pressione psicologica così forte che pare che nessuno più osi ricorrere a un verbo diverso da “somministrare” parlando di questionari.
Ho udito un collega pedagogista proclamare con enfasi che occorrerebbe cancellare dal vocabolario le parole “insegnare” e “insegnante”, in quanto riflettono una visione “trasmissiva” e “impositiva”. Bisognerebbe dire “accompagnare”, “stare accanto”, “facilitare” o “mediare” e chiamare l’insegnante “accompagnatore”, “facilitatore” o “mediatore”. L’aspetto tragicomico è chi propina queste visioni insegna, eccome… Anzi, trasmette moleste teorie del nulla con la supponenza di chi si ritiene esentato da ogni valutazione. Sono gli unici insegnanti rimasti, gli altri sono tutti badanti.
È ideologia, e l’ideologia si va beffe della realtà. Non sfugge il suo carattere totalitario. Difatti, si tratta di una miscela perversa di scientismo pedagogistico-didattico e di sovversivismo egualitarista di sessantottini invecchiati male. La pretesa che si possano costituire la pedagogia e la didattica come scienze esatte sul modello delle scienze fisico-matematiche e che abbia senso parlare di cose fuori dal mondo come la “misurazione delle conoscenze” si sposa con la volontà di scassare del tutto la scuola “di classe”. In effetti, si è riusciti a scassarla e a trasformarla in una vera scuola classista, in cui vanno avanti soltanto quelli che hanno il sostegno di una famiglia colta e capace di educare nel senso tradizionale del termine. Tanti auguri di un buon 2008 con tanti buoni maestri e prof., e senza fac., med. e accomp.
(da Tempi, 10 gennaio 2008)

venerdì 28 dicembre 2007

Povertà intellettuale e declino scientifico

Di fronte al dilagare di una letteratura antireligiosa vasta come non mai la mente potrebbe correre a Voltaire e alle pungenti irrisioni delle “superstizioni” religiose contenute nel suo Dictionnaire philosophique. Del resto, Voltaire è il modello di un libro come I dieci comandamenti nel ventunesimo secolo di Fernando Savater e l’illuminismo viene diffusamente evocato come il manifesto del libero pensiero razionale contro l’irrazionalismo dei credenti. Ma tracciare un parallelismo con Voltaire non sarebbe corretto, come non è corretto equiparare l’agnosticismo di Bertrand Russell (nel suo Perché non sono cristiano) – per quanto espresso con toni virulenti – all’ateismo militante di certi suoi mediocri epigoni contemporanei. Voltaire non era ateo bensì deista, e anzi scoccava frecce acuminate contro l’ateismo, e se oggi le sue considerazioni sui testi testamentari appaiono ingenue e grossolane, occorre ricordare che si era ai primi passi della storiografia critica moderna di cui lo stesso Voltaire fu uno degli iniziatori. Oggi scrivere come allora non è più ammissibile. D’altra parte, la lettura degli scritti di Voltaire sull’opera scientifica di Newton – comparata con quella di Descartes e di Leibniz – rivela un’accuratezza considerevole e anche una notevole attenzione agli aspetti teologici della visione newtoniana, tanto più apprezzabile in quanto Voltaire non poteva conoscere gli scritti teologici di Newton e aveva un’idea approssimativa delle sue concezioni religiose.
Esiste insomma un impressionante divario culturale – espressione di un degrado intellettuale inquietante – con i testi dell’ateismo antireligioso di oggi, per lo più firmati da scienziati. Richards Dawkins, nel suo libro L’illusione di Dio, appare preoccupato dall’esigenza di mostrare che, nonostante quel che si crede, quasi nessuno scienziato era davvero religioso. Egli appare soprattutto ansioso di provare che la religiosità di Einstein era tale soltanto di nome. Allo scopo egli ripropone la distinzione tra teismo, deismo e panteismo in modo consono ai suoi fini. Il teismo è l’abbietta credenza in un Dio personale. Il deismo è una visione a mezza strada, più nobile in quanto propone una visione di Dio come una sorta di intelligenza cosmica, ma non del tutto liberato dalla visione personalistica, una sorta di «teismo annacquato». Invece, il panteismo sarebbe nient’altro che un ateismo che concede alla religione soltanto il vezzo di usare il nome di Dio: un «ateismo “ornato”». Ora, si può pensare quel che si vuole del panteismo – e legittimamente ritenere che esso implichi il rischio di declinare verso l’ateismo – ma non che esso sia identico all’ateismo e che Spinoza sia il maestro dell’ateismo nella storia della filosofia. Se non altro, chi compie simili identificazioni dovrebbe tener conto delle ricerche recenti che hanno mostrato la derivazione della formula Deus sive Natura da correnti religiose cabbalistiche e precisamente nella “ghematria” (o equazione numerologica) che identifica uno dei nomi di Dio (Elohim) con la natura (ha-Teva). Si tratta di un’idea che, ripercorsa all’indietro, riporta a fonti della teologia medioevale (a Maimonide, in particolare) e, in avanti, conduce alla visione del libro divino come chiave che permette di comprendere il libro della natura. Questa visione divenne un tema centrale del pensiero rinascimentale e, a sua volta, condusse – attraverso una serie di passaggi – all’idea di Galileo secondo cui il libro della natura è stato scritto da Dio in linguaggio matematico. Quindi, le radici del panteismo ci riportano a un’idea di una stretta solidarietà tra religione e razionalità scientifica, la quale è peraltro caratteristica del pensiero di gran parte dei protagonisti della rivoluzione scientifica. Eppure, l’interpretazione del panteismo come ateismo è oggi diventata il cavallo di battaglia della polemica antireligiosa dello scientismo ateo e non c’è nulla che riesca a scalfire questo slogan ripetuto acriticamente, come dimostrano gli inutili tentativi compiuti da Paul Ricœur nel suo libro-dialogo La natura e la regola con il neurologo Jean-Pierre Changeux. Il fatto è che si tratta di uno slogan utile. Serve a Dawkins per “dimostrare” che Einstein era ateo e che la religione per lui era nient’altro che la convinzione che esistano leggi scientifiche universali che governano la natura. A prendere Dawkins alla lettera, la frase einsteiniana che tanto lo infastidisce – “La scienza senza religione è zoppa, la religione senza scienza è cieca” – diventerebbe una ridicola filastrocca del tipo: “La scienza senza scienza è zoppa, la scienza senza scienza è cieca”… Al contrario, quella frase contiene un’idea molto profonda e cioè che la razionalità scientifica non può avanzare se non è sorretta da una coscienza della trascendenza – la convinzione che esistono fattori non suscettibili di fondamento razionale, per dirla proprio con Einstein – e, viceversa, che gli occhi con cui la religione guarda al mondo naturale sono inevitabilmente quelli dell’intelletto razionale scientifico. Dawkins si guarda bene dal citare la frase di Einstein secondo cui «un legittimo conflitto tra scienza e religione non può esistere» – che nella sua vulgata diventerebbe un conflitto tra scienza e scienza… – perché il suo scopo è di alimentare questo conflitto a tutti i costi. La manifestazione più evidente di questa faziosità rissosa si ha a proposito di Newton. Non sappiamo se Dawkins abbia letto la celebre conferenza di John Maynard Keynes in cui l’economista inglese, dopo aver acquistato all’asta e letto gli scritti teologici di Newton dichiarava: «A partire dall’Ottocento, Newton è stato visto come il primo e più grande degli scienziati moderni, un razionalista, uno che ci ha insegnato a pensare nei termini di una ragione fredda e incontaminata… Non lo vedo in questa luce…». Keynes lo descriveva come un religioso, un «monoteista giudaico della scuola di Maimonide», con un’accentuata propensione al misticismo. Che Dawkins abbia letto o no questa conferenza, che sappia o no della religiosità di Newton dalla letteratura di storia della scienza, è evidente che il grande scienziato rappresenta per lui un problema non superabile neppure col trucco dell’equazione panteismo = ateismo. Egli se la cava dicendo che Newton «sosteneva» di essere religioso, ma che così facevano tutti fino all’Ottocento, «fino al momento in cui si allentò la pressione sociale e giudiziaria alla professione di fede». Insomma, un vero scienziato o è ateo (o panteista che dirsi voglia) oppure fa finta di essere religioso per paura. Quelli che ancor oggi dicono di esserlo, se non lo fanno per residue condizioni di oppressione, sono semplicemente degli imbecilli, anzi dei “cretini”.
Ci siamo soffermati a lungo su questo esempio per mostrare la straordinaria povertà intellettuale e il carattere truffaldino di questi testi che vengono sostenuti – come un bastone sostiene l’incedere di uno zoppo – da una dose smisurata di insulti e improperi nei confronti dei religiosi e di Dio medesimo (che si tratti del «Dio delinquente e psicotico dell’Antico Testamento» o di Gesù Cristo). Quel che è tragicamente comico è che il fanatismo e l’intolleranza delle religioni vengono denunciati con accenti violentemente fanatici e intolleranti: la possibilità che qualcuno osi accostare il Dio «metaforico e panteistico dei fisici» a quello delle religioni – ovvero quel che qui abbiamo osato – viene preclusa con il minaccioso avvertimento che si tratterebbe di «un atto di alto tradimento intellettuale». Come è noto, gli atti di alto tradimento si puniscono con la pena di morte, sia pure intellettuale.
È evidente che una siffatta violenza verbale, un simile rifiuto del dialogo civile, una simile ansia di annientare l’avversario, sono manifestazioni di profonda debolezza. Lo è parimenti l’ossessione di prodursi in confutazioni delle religioni che vanno ben al di là di un generale discorso filosofico, come era nel caso del libro di Russell. No, qui lo scienziato si addentra direttamente nell’esegesi dei testi biblici, senza vergogna delle proprie modeste conoscenze e della povertà dei propri mezzi analitici: una mancanza di pudore che non sarebbe mai ammessa nel campo scientifico. Chi agisce così sa bene – e proprio su questo gioca – di non muoversi su un terreno scientifico rigoroso, bensì presentando a un pubblico vastissimo un’esegesi confezionata a scopo polemico. Scegliendo la platea più vasta possibile per sviluppare argomentazioni che dovrebbero essere riservate a platee più ristrette si ottiene il vantaggio di fare propaganda con scarso rischio di essere confutati.
La questione più interessante è che cosa significhi l’impegno accanito di tanti scienziati sul fronte della lotta contro la religione. La risposta più evidente è che si tratta di una manifestazione di quell’“odio di sé” che ormai caratterizza gran parte del pensiero occidentale e che, in nome di una scienza che non è più sé stessa e che si è separata dalle proprie stesse finalità fondatrici, mira a mettere in discussione i capisaldi della nostra stessa cultura. Ma vi è anche un’altro motivo. Si tratta della volontà di abbattere il principale ostacolo ad un libero corso della tecnologia e delle sue manipolazioni della natura e della vita: la concezione morale ed etica del mondo di cui la religione è vista come un baluardo. A ben vedere non si tratta di un’“altro” motivo, bensì dello stesso. Difatti, quest’ansia esprime i virulenti “spiriti animali” di una tecnologia che si è affrancata del rapporto con la scienza e non risponde più a un progetto conoscitivo. Non è un’“altro” motivo perché è la manifestazione del declino di quel progetto conoscitivo della scienza che la collegava in un unico disegno con il pensiero filosofico e religioso e che ha informato parecchi secoli di pensiero europeo e occidentale. Oggi, mentre tecnologia e tecnoscienza dilagano senza freni, manipolando prima ancora di sapere, è fin troppo evidente che la scienza teorica (conoscitiva) soffre una crisi senza precedenti, al punto da far dire a taluno che si stia chiudendo un’era. È all’interno di questa crisi che un gruppo consistente di scienziati, svuotati di obbiettivi propriamente scientifici e surrogandoli con quello della difesa a oltranza della manipolazione tecnologica, si sono trasformati in ideologi dell’ateismo.

(articolo pubblicato su L'Osservatore Romano)

Su un testo del Cardinale Martini o dell'utilità del dialogo

Sul numero di dicembre del mensile ebraico Shalom è comparso questo mio articolo intitolato "Il passo indietro del Cardinale Martini". Non è inutile sottolineare che la polemica non ha come bersaglio soltanto il testo in oggetto del Cardinale.

Dovrebbe essere evidente che un ebreo può essere di sinistra o di destra. Dovrebbe essere altrettanto evidente che l’ebraismo e il popolo ebraico non sono né di destra né di sinistra. Eppure si riaffaccia la tendenza, nel seno dell’ebraismo italiano, a stabilire che i cromosomi o il Dna degli ebrei e dell’ebraismo sarebbero di sinistra. È forse per questo impulso a schierarsi politicamente, per giunta su basi genetiche, che si affaccia anche la propensione a valutare i cattolici e il dialogo ebraico-cristiano secondo che l’interlocutore sia ritenuto e (magari superficialmente) classificato di destra o di sinistra.
Colpisce al riguardo l’occhiuta diffidenza con cui alcuni ambienti guardano all’attuale pontefice (comunemente considerato “di destra”), levando subito alti lai al minimo accenno di qualche mossa che possa sembrare discutibile, e addirittura gridando alla crisi del dialogo ebraico-cristiano, mentre non si è ancora udita una parola in merito alle tesi del recente libro del Cardinale Carlo Maria Martini (emblema del progressismo cattolico), Le tenebre e la luce, di cui La Repubblica ha anticipato, senza commenti, i passi più sensibili per l’ebraismo.
Dovrebbe essere superfluo ricordare che la “Nostra Aetate” si limitava a dire degli ebrei che sono «ancora» carissimi a Dio e da rispettare per «religiosa carità evangelica». Giovanni Paolo II fece un deciso passo avanti affermando che «chi incontra Gesù, incontra l’ebraismo». L’attuale Papa Benedetto XVI è andato ancora più in là asserendo che «i doni di Dio sono irrevocabili». Non sembra che sia stata sufficientemente valutata l’importanza storica di una simile affermazione che mette in soffitta la “teologia della sostituzione”, ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita al popolo cristiano ed alla Chiesa. Il recente libro del Papa (Gesù di Nazaret) prosegue su tale via, perseguendo l’obbiettivo indicato nel discorso alla Sinagoga di Colonia, ovvero di «fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto fra ebraismo e cristianesimo», senza «minimizzare o passare sotto silenzio le differenze». Il libro ha come uno dei nodi centrali il confronto con il libro del rabbino Jacob Neusner, A Rabbi talks with Jesus. In un dialogo profondo e rispettoso si adducono argomenti in sostegno della tesi cristiana proprio attraverso l’analisi del discorso con cui Neusner sostiene l’inaccettabilità per un ebreo delle tesi del Discorso della montagna. Senza entrare nel merito, quel che conta è che l’analisi assume come dato che l’ebraismo non è un orpello del passato, morto e senza funzione, e che la via un cristiano verso la propria fede non può che partire dal dialogo con un ebraismo vivo.
Guardiamo invece a come il Cardinale Martini affronta il tema del processo a Gesù. Martini sostiene che il Vangelo di Giovanni presenta questo processo come una “farsa” e una “caricatura” al fine di mettere in luce «il crollo di un’istituzione che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale». Dare per scontato proprio quel che non lo è – e cioè che il Sinedrio fosse un’istituzione che «era sorta in vista» di questa «occasione provvidenziale» e che l’avrebbe persa – permette a Martini, con un salto logico sconcertante, di dedurre la fine storica dell’ebraismo. Non si tratta soltanto della «decadenza di un’istituzione religiosa»: «si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare». Si tratta della decadenza dell’intera tradizione ebraica che, in quanto non più “autentica”, va quindi radicalmente superata: «Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche». E quale sia l’esito di questo superamento è quasi superfluo dirlo: «Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù, è normativa e capace di dare chiarezza».
A questo punto, Martini sottolinea quale sia la sua concezione del dialogo interreligioso: non considerare le religioni come «monoliti immutabili», bensì «fermentarci e vivificarci a vicenda» partendo dall’assunto che anche le tradizioni possono decadere. Pertanto, al di là di un dialogo spesso formale «il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso». E queste parole sono quelle espresse nel Discorso della montagna, «assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate». Come se ancora non fosse chiaro.
Non mi sono mai scandalizzato che alcune religioni e religiosi vogliano convertire gli altri alla propria fede. È legittimo proporre il valore del proprio percorso. Purché non lo si faccia con la violenza, che non è soltanto quella fisica, ma anche quella consistente nell’affermare il disvalore del percorso religioso altrui. Nel caso dei rapporti ebraico-cristiani – resi delicati da un passato tanto dolente – affermare questo disvalore significa né più né meno sostenere che il dono di Dio è stato revocato. Pertanto, il cardinale Martini ha riproposto – e in termini molto brutali, insistendo su aggettivi spiacevoli – la teologia della sostituzione, facendo un passo persino indietro alla “Nostra Aetate”. Chi voglia dialogare con lui (e con chi la pensa come lui) sa quale sia l’intenzione e l’unico possibile esito di tale dialogo: la conversione “radicale” alle parole di Gesù e il riconoscimento del carattere ormai “degradato”, “decaduto” e “non autentico” dell’ebraismo.
È probabile che una simile tesi sia frutto della volontà del Cardinale Martini di contrapporsi punto per punto alle tesi del Papa; e quindi che la sua sia una replica proprio all’impostazione del libro Gesù di Nazaret. È comunque assai deprimente che questa contrapposizione si giochi sulla pelle degli ebrei e del dialogo ebraico-cristiano cui Martini, pur di fare il controcanto a Benedetto XVI, assesta un colpo brutale.
Non si può non notare che si sono sollevate polemiche a non finire, spesso capziose, sulla reintroduzione della Messa in latino e sulla formula di auspicio di conversione degli ebrei – non della formula concernenti i “perfidi giudei” che è definitivamente abolita – che potrebbe essere letta il venerdì santo, e che comunque apparteneva alla versione dovuta al Papa “progressista” Giovanni XXIII, contro cui nessuno direbbe una parola. Sorvoliamo su altre polemiche ancor più capziose. È strano che nessuno si sia ancora levato a sottolineare la gravità di queste affermazioni del Cardinale Martini che, oltre a riesumare un linguaggio che si sperava definitivamente abbandonato proprio sul tema delicato del “processo a Gesù” – cerca di riesumare quella “teologia della sostituzione” che è la pietra tombale di ogni possibile dialogo ebraico-cristiano. Staremo a vedere. È da augurarsi che nessuno pensi di usare due pesi e due misure per ragioni di Dna.

Giorgio Israel

Sul quotidiano "Avvenire" il precedente articolo è stato commentato al seguente modo da Giorgio Bernardelli (in data 19 dicembre):

Un percorso di riconciliazione tra i più significativi tra quelli lasciatici in eredità dal Novecento. Ma anche una strada in cui non si può mai dare per scontato che ferite antiche siano davvero rimarginate. Sono i due volti che – fin dalla dichiarazione Nostra Aetate – hanno scandito le diverse fasi del dialogo tra cristiani ed ebrei. Cammino non senza fatiche e incomprensioni. Ma proprio queste difficoltà ci hanno insegnato l’importanza di capire il pensiero dell’altro, senza fermarsi alle sue caricature.
  Per questi motivi mi ha molto sorpreso un articolo apparso sull’ultimo numero di Shalom, la rivista della Comunità ebraica di Roma. Titolo e sottotitolo in questo caso sono molto efficaci: Il passo indietro del cardinale Martini. Nel suo ultimo libro ripropone la 'teoria della sostituzione', affermando la fine storica dell’ebraismo. 
  Non nascondo di essere sobbalzato sulla sedia: il cardinale Martini che – a Milano come a Gerusalemme – conosciamo noi è quello dei dialoghi con l’allora rabbino capo Giuseppe Laras o quello della laurea honoris causa da poco conferitagli dalla Hebrew University (il più prestigioso ateneo israeliano) proprio per l’amicizia nei confronti del popolo ebraico. Possibile una svolta così improvvisa? Lo stupore è ulteriormente cresciuto guardando il nome dell’autore dell’articolo: il professor Giorgio Israel, voce importante dell’ebraismo ita­rliano di oggi. Un uomo la cui lucidità di pensiero su que­rstioni culturali decisive come il rapporto tra scienza e antropologia si è avuto più volte il piacere di presentare ai lettori su queste pagine.
  L’articolo prende spunto da un brano del recente libro del cardinale Martini Le tenebre e la luce (Piemme), anticipato da un quotidiano. Nel brano in questione Martini analizza il racconto che il quarto evangelista offre del processo di Gesù davanti al sommo sacerdote. Il cardinale-biblista sottolinea in particolare un punto: il fatto che Giovanni lo presenti come un «processo farsa», con l’intenzione «probabilmente di sottolineare un indice di decadenza religiosa e giuridica». Agli occhi dell’evangelista – sostiene Martini – «ci troviamo di fronte al crollo di una istituzione che avrebbe avuto il compito primario di ricono­scere il Messia». Questo – continua il porporato – pone «il problema gravissimo della possibilità che anche un’istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, accecano invece di illuminare». Un pericolo che vale per tutte le religioni. E infatti – poco più avanti e al contesto cristiano cui sta parlando – l’arcivescovo emerito di Milano indica come antidoto «la conversione radicale » alle parole pronunciate da Gesù nel Discorso della montagna, da intendere come bussola anche nel modo (cristiano) di porsi di fronte al dialogo interreligioso.
  È una lettura su cui si può ovviamente essere d’accordo oppure no. Quello che però è molto pericoloso è forzare le cose facendo dire ad altri quello che non dicono. Perché la conclusione di Israel è che con questa tesi Martini «afferma né più né meno che il dono di Dio [al popolo e­braico, ndr] è stato revocato. Chi voglia dialogare con lui sa quale sia l’intenzione e l’unico possibile esito di tale dialogo: la conversione 'radicale' alle parole di Gesù e il riconoscimento del carattere ormai 'degradato', 'decaduto' e 'non autentico' del­l’ebraismo ». Nella foga arriva a dire anche che con questo suo libro Martini vuole contrapporsi al Gesù di Nazareth di Benedetto XVI, che invece (e questo è vero) contiene spunti molto interessanti per il rapporto tra ebrei e cristiani. Ma qui – ormai – siamo nel dominio della fantapolitica ecclesiastica.
  Forse sarebbe meglio leggere quel libro nel suo insieme, senza fermarsi all’anticipazione fornita da un quotidiano. Magari accanto a qualcuno degli innumerevoli interventi del cardinale Martini sul dialogo ebraico-cristiano. Così ci si accorgerà che si può leggere i racconti della Passione di Gesù con occhi diversi. Ma senza per questo amare di meno quel popolo che noi cristiani finalmente stiamo imparando a riscoprire come nostra radice.

Giorgio Bernardelli

E questa è la mia replica - pubblicata cortesemente da Avvenire il giorno seguente.

Ringrazio Giorgio Bernardelli per le parole di stima nei miei confronti dettate, immagino, anche dall’importanza che attribuisco al dialogo ebraico-cristiano. Conosco bene il ruolo fondamentale che ha avuto il Cardinale Martini in tale dialogo. È lui che, nell’ambito del colloquio internazionale dell’International Council of Christian and Jews tenutosi a Bologna nel 1984, parlò della «fede di Abramo nel Dio che ha scelto Israele con irrevocabile amore». Non è quindi con la foga che mi attribuisce Bernardelli che ho riflettuto sull’articolo-anticipazione del libro del Cardinale Martini che La Repubblica ha pubblicato a sua firma, trovandone alcuni passaggi dolorosamente e inspiegabilmente spiacevoli. Temo che sia stato piuttosto Bernardelli a lasciarsi prendere dalla foga polemica attribuendomi l’intenzione di far dire a Martini quel che non ha detto e omettendo, proprio i passaggi cruciali che mi hanno negativamente colpito.
Non si tratta neppure del parlare di “crollo” o “decadenza” di un’“istituzione religiosa” – il Sinedrio – che sarebbe affermazione comprensibile se pure alquanto dura. Quanto del trasferire una considerazione relativa a una circostanza storicamente determinata alla tradizione ebraica in quanto tale, con l’ammonimento: «Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche»: tradizione e non più soltanto un’istituzione. Ma condividerei anche una simile affermazione generale, se non fosse che, nella fattispecie, quella ebraica viene esibita come emblema di una tradizione degradata e quella cristiana come autentica. Posso anche capire che il Cardinale Martini sia poco interessato al dialogo teologico e piuttosto a un dialogo che ci «fermenti» e «vivifichi a vicenda» con parole di fede «vere» e «autentiche», purché – ripeto – alla fin dei conti non accada che una soltanto delle due sia considerata autentica: «Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù, è normativa e capace di dare chiarezza». Preferisco un dialogo franco ed esente da sincretismi, che non minimizzi o passi sotto silenzio le differenze –attraverso un riconoscimento di pari dignità – che non un dialogo che parte dall’intenzione di un reciproco vivificarsi al di là dei monoliti delle tradizioni e poi si piega tutto da una parte sola: «il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso», parole che sono «assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate». Aggiungo che non mi scandalizza affatto l’intento di convertire gli altri alla propria fede, purché non lo si faccia affermando il disvalore del percorso religioso altrui.
Non contesto le eccellenti e immutate intenzioni del Cardinale Martini, ma un dialogo in cui una delle parti è definita «assolutamente autentica e affidabile» e l’altra è legata a una tradizione «degradata», non più autentica, inaffidabile e «decaduta», non è paritario ed evoca – contro ogni intenzione, non ne dubito – l’antica teologia della sostituzione. Bernardelli si sorprenderà forse se dico che sarei pronto a illustrare certi aspetti che ritengo degradati della tradizione ebraica. Ma se si pretende di definirli come conseguenza del mancato riconoscimento della divinità di Gesù, nascono implicazioni teologiche pesanti che portano proprio all’idea della revoca del dono di Dio. Un dialogo serio e proficuo consiste nel riflettere attentamente sulle reazioni che le nostre affermazioni provocano negli altri, e non nel liquidarle come espressione di una volontà (inevitabilmente poco onesta) di «forzare le cose facendo dire ad altri quello che non dicono», invece di chiedersi se non sia stato detto qualcosa di cui non si sono valutate appieno le implicazioni.

Giorgio Israel

L'unico commento che mi sento di fare è che parlare serve sempre. Parlando ci si chiarisce. Per questo il "dialogo" è utile. E questo botta e risposta non ha chiuso la questione. Messa da parte la questione delle intenzioni - non ho mai pensato di mettere in discussione le intenzioni del Cardinale Martini e ancor meno di aver insinuato neppure lontanamente un suo sentimento non aperto all'ebraismo - quel che emerge sono due diversi modi di stabilire il dialogo ebraico-cristiano. Al di là delle intenzioni - ripeto - la visione del Cardinale Martini non conduce su un terreno proficuo, bensì su quello del sincretismo o della confusione di piani, in cui uno dei due interlocutori si inclina verso l'altro. L'impostazione proposta da Benedetto XVI è, a mio avviso, quella giusta.

Ho intenzione di tornare sulla questione in modo approfondito in un altro articolo. Per ora, mi limito a offrire alla riflessione questo testo del rabbino David Berger. Non è precisamente il mio punto di vista, perché è piuttosto quello di un rabbino ortodosso e preoccupato principalmente di difendere l'ortodossia. Ma tanto più è significativo, in quanto spiega bene perché l'approccio dell'attuale Papa è quello più rispettoso dell'interlocutore - anche di un interlocutore ortodosso! - e che chiama a un reciproco rispetto, a differenza di altri approcci, per quanto dettati dalle migliori intenzioni:
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Rabbi David Berger on genuine "respect" for religious identity of the other

When Dominus Iesus was first released by the Congregation for the Doctrine of the Faith, there was a clamor among concerned liberal Catholics that the Vatican's insistence on the "unicity and salvific universality" of Jesus Christ and the Church constituted a severe impediment for ecumenical and interreligious dialogue. Among the Jewish responses to the document, I was intrigued and impressed by Rabbi David Berger, who distinguished himself by his acknowledgement of the right of Christians to be themselves ("On Dominus Iesus and the Jews"), going so far as to agree with a qualified "supercessionism" as found in Cardinal Ratzingers's Many Religions, One Covenant (Ignatius, 1999):
"The Sinai covenant," writes Cardinal Ratzinger, "is indeed superseded. But once what was provisional in it has been swept away we see what is truly definitive in it. The New Covenant, which becomes clearer and clearer as the history of Israel unfolds.., fulfills the dynamic expectation found in [the Sinai covenant]." (pp. 70-71) And in another formulation, "All cultic ordinances of the Old Testament are seen to be taken up into [Jesus'] death and brought to their deepest meaning .... The universalizing of the Torah by Jesus...preserves the unity of cult and ethos The entire cult is bound together in the Cross, indeed, for the first time has become fully real." Cardinal Ratzinger, then, who has also declared that despite Israel's special mission at this stage of history, "we wait for the instant in which Israel will say yes to Christ," (National Catholic Reporter, Oct. 6, 2000), is a supersessionist.
At this point, we need to confront the real question, to wit, is there anything objectionable about this position? In a dialogical environment in which the term "supersessionism" has been turned into an epithet by both Jews and Christians, this may appear to be a puzzling question. We need to distinguish, however, between two forms of supersessionism, and in my view Jews have absolutely no right to object to the form endorsed by Cardinal Ratzinger. There is nothing in the core beliefs of Christianity that requires the sort of supersessionism that sees Judaism as spiritually arid, as an expression of narrow, petty legalism pursued in the service of a vengeful God and eventually replaced by a vital religion of universal love. Such a depiction is anti-Jewish, even antisemitic. But Cardinal Ratzinger never describes Judaism in such a fashion. On the contrary, he sees believing Jews as witnesses through their observance of Torah to the commitment to God's will, to the establishment of his kingdom even in the pre-messianic world, and to faith in a wholly just world after the ultimate redemption. (pp. 104-105) This understanding of Jews as a witness people is very different from the original Augustinian version in which Jews testified to Christian truth through their validation of the Hebrew Bible and their interminable suffering in exile.
For Jews to denounce this sort of supersessionism as morally wrong and disqualifying in the context of dialogue is to turn dialogue into a novel form of religious intimidation. As Rabbi Joseph B. Soloveitchik understood very well, such a position is pragmatically dangerous for Jews, who become vulnerable to reciprocal demands for theological reform of Judaism, and it is even morally wrong. . . .
Berger goes on turn the argument of Jewish critics of Dominus Iesus on its head, pointing out that Jews must accord Christianity the same respect they wish to retain for their own religion:
Now, let us assume that I respect the Christian religion, as I do. Let us assume further that I respect believing Christians, as I do, for qualities that emerge precisely out of their Christian faith. But I believe that the worship of Jesus as God is a serious religious error displeasing to God even if the worshipper is a non-Jew, and that at the end of days Christians will come to recognize this. Is this belief immoral? Does it disqualify me as a participant in dialogue? Does it entitle a Christian to denounce me for adhering to a teaching of contempt? I hope the answer to these questions is "no." If it is "yes," then interfaith dialogue is destructive of traditional Judaism and must be abandoned forthwith. We would face a remarkable paradox. Precisely because of its striving for interfaith respect and understanding, dialogue would become an instrument of religious imperialism.
Once I take this position, I must extend it to Christians as well. As long as Christians do not vilify Judaism and Jews in the manner that I described earlier, they have every right to assert that Judaism errs about religious questions of the most central importance, that equality in dialogue does not mean the equal standing of the parties' religious doctrines, that at the end of days Jews will recognize the divinity of Jesus, even that salvation is much more difficult for one who stands outside the Catholic Church. If I were to criticize Cardinal Ratzinger for holding these views, I would be applying an egregious double standard. I am not unmindful of the fact that these doctrines, unlike comparable ones in Judaism, have served as a basis for persecution through the centuries. Nonetheless, once a Christian has explicitly severed the link between such beliefs and anti-Jewish attitudes and behavior, one cannot legitimately demand that he or she abandon them.
It wouldn't be fair to discuss Rabbi Berger's agreement with Ratzinger without acknowledging that he goes on to express his discomfort with his call in Many Religions that "mission and dialogue should no longer be opposites but should mutually interpenetrate" and that "proclamation of the gospel must be necessarily a dialogical process," and Dominus Iesus's reminder that the "primary commitment" of Catholics was to "[proclaim] to all people the truth definitively revealed to the Lord."
Rabbi Berger and Cardinal Ratzinger will probably "agree to disagree" until Moshiach comes (or, as Christians would say, returns) -- but in recognizing that Christianity's call to salvation in Christ is applicable to all, and that Christians are entitled to this belief without feeling compelled to water it down for the sake of "can't we all just get along" contemporary pluralism, I believe he demonstrates far greater respect for our faith than some of those currently participating in interreligious dialogue.

mercoledì 26 dicembre 2007

Massì, diamoci al matematicamente corretto. Mai più sottrazioni, solo “diverse addizioni”

Mi è pervenuto di recente il programma di un convegno sul tema “i bambini diversamente vivaci”. Ho provato a controllare se un siffatto titolo sorprendesse soltanto me chiedendo a numerosi amici cosa ne pensassero. Ho raccolto soltanto reazioni di stupore incredulo e di incomprensione: che diamine vuol dire “diversamente vivace”? Per la verità, penso di essere un po’ più “avanti” di questi amici e di sapere più o meno a cosa ci si riferisca. Ricordate quel cortometraggio di Charlie Chaplin dal titolo Il Pellegrino? A un certo punto, una coppia con bambino entra in visita in un salotto e il piccolo ne combina di tutti i colori: scalcia in continuazione gli stinchi di tutti e, dopo aver appiccicato la carta moschicida in faccia all’ospite, copre una torta con il cappello del padre che la padrona di casa cosparge involontariamente di abbondante crema. Insomma, una peste, un malandrino, un maleducato Gianburrasca, un delinquentello in erba… No, non ci siamo: qui parla ancora in me un’anima politicamente scorretta. Quel tesoruccio non ha nulla di riprovevole: è soltanto “diversamente vivace” e ci si metta bene in testa che la “diversa vivacità” (al più definibile come “sindrome di iperattività”) è una “risorsa”.
Ho molto riflettuto in questi giorni sulla necessità di demolire a fondo la terminologia politicamente scorretta. Ne ho trovato casi clamorosi anche nella mia disciplina, la matematica. Per esempio, non sfugge a nessuno che, se l’addizione ha qualcosa di nobile e costruttivo, la sottrazione suggerisce qualcosa di losco: evoca la menomazione, l’esser “minorato”. Per cui, propongo che, d’ora in poi, si parli di “diversa addizione” e di “sommare diversamente”. Altrettanto dicasi per la divisione, che è ancor più losca, perché suggerisce la discriminazione e, in fin dei conti, il razzismo. Si dovrà quindi parlare di “diversamente moltiplicare”, poiché nessuno avrà nulla da ridire contro la moltiplicazione, operazione nobilissima. Pure il “calcolo differenziale” evoca subdolamente le classi scolastiche dette un tempo differenziali (ovvero per subnormali) e va quindi opportunamente rinominato “calcolo derivale”. Anche nell’ambito dei numeri si impongono alcune revisioni. Ad esempio, perché chiamare offensivamente “irrazionali” i numeri che non possono essere espressi come rapporto di due numeri interi? Siano detti più rispettosamente numeri “diversamente razionali”. Del resto, anche loro sono una “risorsa”.
Passando poi alla logica, mi colpisce molto la leggerezza con cui si parla di principio d’identità: la riaffermazione delle identità non è forse il cavallo di battaglia dei neocon, dei teocon e di tutta la genìa dei reazionari razzisti? D’ora in poi si dovrà parlare soltanto di principio di “uguaglianza” (volete mettere?) e non importa se insorgeranno i soliti pedanti a dire che identità e uguaglianza non sono la stessa cosa: la tolleranza val bene qualche approssimazione. Anche il principio del terzo escluso evoca un’immagine orrenda: l’esclusione, in fin dei conti l’esclusione del “diverso”. Quindi, d’ora in poi, principio del terzo incluso. E perché escludere il quarto, il quinto e via dicendo? La logica dovrà essere dominata dal principio della multi-inclusione. Facciamo un ulteriore passo avanti. Così come c’insegnano che dal multiculturalismo si deve passare all’interculturalismo, il principio davvero politicamente corretto sarà quello della inter-inclusione. E pazienza se la logica classica va a farsi benedire. Del resto, Aristotele non era un infame schiavista, uno sporco reazionario? Diciamo la verità, è colpa sua se ci troviamo alle prese con Bush.
(Tempi, 20 dicembre 2007)

martedì 18 dicembre 2007

Neanche la scienza convince gli scientisti a smetterla di accanirsi contro l'embrione

All'indomani dell'esito del referendum sulla legge 40 per la procreazione assistita scrissi sul Foglio un articolo il cui titolo era "Lettera ai nuovi bigotti" e la cui tesi era che se è "bigotto" chi aderisce a un complesso di princìpi preconcetti in modo cieco, senza ammettere neppure in linea di principio la possibilità di un loro ripensamento critico, e se è "clericale" chi si trincera entro una corporazione che difende con tutti i mezzi il "bigottismo", allora pochi hanno titolo a essere definiti "bigotti-clericali" come gli scientisti, ovvero coloro che restringono il dominio della razionalità alla gestione tecnologica dell'esistente. A distanza di due anni, non poteva darsi una conferma più clamorosa di quella tesi.
Era da attendersi un'ondata di giubilo di fronte alla notizia che un'equipe dell'università giapponese di Kyoto diretta da Shinya Yamanaka ha scoperto il modo di trasformare cellule staminali umane adulte in modo da presentare le stesse proprietà di quelle embrionali. A ben vedere si è trattato di un successo lungo la via indicata dal rapporto del 2001 della Commissione Dulbecco, voluta dall'allora ministro della Sanità Umberto Veronesi. Niente da fare. Pare che questa notizia sia anzi dispiaciuta ai maniaci dell'embrione, che infatti hanno ripreso a lanciare i loro anatemi contro gli "oscurantisti", come Ernesto Galli Della Loggia che si era permesso di invitarli a mostrare indipendenza intellettuale e a salutare con favore la nuova prospettiva. C'è stato persino chi ha avvertito il Comitato di Bioetica di non approfittarsene per emettere sentenze contro la manipolazione dell'embrione. A Pierluigi Battista, che si stupiva di tanto accanimento contro gli embrioni, ha risposto la segretaria radicale Rita Bernardini con un fuoco d'artificio di denunce della "caccia alle streghe", della lotta contro l'illuminismo, condite di richiami a Galileo - di passaggio, questi ossessivi richiami a Galileo cominciano a insospettire: non sarà che qualcuno crede che Galileo sia stato il direttore di un laboratorio di genetica? - per finire con una bizzarra accusa di ipocrisia agli "oscurantisti", cui si spiega in modo sussiegoso che senza manipolare l'embrione non si sarebbe arrivati a questi risultati. A quanto pare Bernardini ha lavorato con l'equipe del professor Yamanaka.
Resta il fatto che le domande di Galli Della Loggia e di Battista sono rimaste inevase: perché tanto accanimento e perché non cogliere l'occasione di una tregua con chi ha delle remore morali nei confronti della manipolazione degli embrioni? Perché mantenere acceso lo scontro a tutti i costi? E perché tanto accanimento sull'embrione? Ma, in fin dei conti, la risposta è semplice, ed è quella di due anni fa. La sostanza di questo "dalli all'embrione" è ideologica. Due anni fa ci si stracciava le vesti accusando i nemici della manipolazione dell'embrione di volere la morte di Luca Coscioni, come se la sua vita dipendesse dall'esito del referendum in Italia. La verità è che l'embrione non c'entra nulla e, al limite, non c'entra nulla neppure la scienza. Si tratta soltanto di simboli o pretesti di una battaglia volta ad affermare i princìpi di un'ideologia laicista, antireligiosa e scientista, la cui vera sostanza è rappresentata dalla dilagante letteratura sulla contrapposizione tra scienza e fede o dalle intemerate esagitate di personaggi che hanno molta voglia di litigare e nessuna di ragionare. Dovrebbero almeno avere la decenza di non mascherare malamente il loro bigottismo con vacue e trombonesche tirate sulla razionalità scientifica.
(Tempi, 13 dicembre 2007)

lunedì 3 dicembre 2007

I bravi censurati, i mediocri idealizzati

Molti non ti credono se spieghi che vi è chi sostiene che in matematica non bisogna “insegnare” gli algoritmi della divisione ma lasciare che lo studente se li reinventi da solo. Tutto in nome della delirante polemica contro l’insegnamento “trasmissivo” – che trova esilaranti manifestazioni come la proclamazione, in Spagna, del “diritto del bambino all’errore”, insomma a fare 2 + 2 = 5 – che è il cascame di un sessantotto che non muore mai. E poi ci si lamenta che un qualsiasi studente indiano o giapponese surclassa i suoi coetanei europei ed anche americani in matematica: perché studia come da noi trent’anni fa.
Leggo in ritardo un articolo su L’Unità in cui si esalta la seguente prosa di Tullio De Mauro: «C’è una fase di maturazione lenta, fino a 18 o 20 anni, che è preceduta da numerose oscillazioni. Per questo motivo ritengo che il sistema ideale sia quello di tenere conto della media complessiva dei risultati. Puoi andare male in matematica e bene in storia o viceversa, l’importante è che ci sia una certa media minima». Chi parla così forse non ha mai visto uno studente in vita sua. Soprattutto, trovo intrigante il concetto di “media minima”, che non ha alcun senso, perché la media di un insieme di risultati è una sola, né massima né minima. Forse De Mauro definisce (malamente) così la media ottenuta scartando i risultati migliori e i peggiori, che è la procedura in voga tra i docimologi.
Addentrandomi un poco in questa bizzarra disciplina ho constatato l’importanza attribuita alla curva a campana di Gauss, che dicono essere l’immagine della ripartizione delle attitudini e qualità, per cui gli individui medi abbondano, mentre i geni e gli idioti sono rari. Se ne deduce l'esistenza di una corrispondenza tra la curva gaussiana e la rappresentazione dei risultati scolastici degli studenti, quando essi sono "normalmente" distribuiti rispetto all'attitudine e quando ricevono un'istruzione uniforme in termini di qualità e di tempo.
Soltanto che: è del tutto arbitrario sostenere che le qualità si possano misurare in modo quantitativo fondato; la distribuzione gaussiana ha senso per grandi numeri ed applicarla a insiemi ristretti di studenti è assurdo; la distribuzione “normale” delle attitudini è un concetto privo di senso e ancor più lo è quello di istruzione “uniforme”. Insomma, il tutto è un’emerita cialtronata che, se la raccontate a uno scienziato propriamente detto, si mette a ridere e poi, preoccupato, ti chiede se esiste qualcuno che prende sul serio idee simili. Purtroppo è così. Su insiemi di valutazioni, voti, test, risultati di quiz (previa verifica della loro conformità alla distribuzione gaussiana) si scartano i risultati migliori e i peggiori, senza tener conto che è proprio in queste zone che si annidano le situazioni più interessanti e indicative. Poi si fa la media sul resto, e si ottiene così la soglia di sufficienza. Il vero movente di queste teorie scombiccherate e improbabili è, in realtà, l’identificazione ideologica di un modello sociale di riferimento. Esso non è dato dai più bravi: a prendere questi come modello si darebbe fondamento alla scuola “selettiva”, “classista” e “repressiva”. No, il modello è dato da coloro che, con orrido termine, vengono chiamati i “normodotati”. È probabilmente in questo senso del tutto qualitativo che si parla di media minima: è la mediocrità. La scuola deve prefigurare una società appiattita sulla mediocrità. Insomma, una triste visione di stile sovietico, propugnata col linguaggio aggressivo del pedagogismo sessantottino.
(Tempi, 29 novembre 2007)