domenica 27 agosto 2006

LA BIOETICA E LA RICERCA DELLA FELICITA'



Meeting di Rimini - Martedì 22 agosto 2006 - ore 17

Perché si dice tanto spesso che le biotecnologie contemporanee hanno un carattere disumano e addirittura si evoca il nazismo in relazione ad esse? Non è forse esagerato accostare pratiche che hanno come scopo dichiarato la felicità dell’uomo con le pratiche dello sterminio di massa? È vero, c’è un tratto di collegamento tra queste due pratiche. Esso è rappresentato dal programma dell’eugenetica e non è un caso se questo fastidioso fantasma costringe i fautori meno acritici delle biotecnologie contemporanee a sottolineare ciò che le separa dalla vecchia eugenetica. Essi sottolineano che questo tratto di collegamento è lungo, molto lungo, talmente lungo da rendere eccessivo e persino arbitrario l’accostamento.
Per questo molti protestano contro quell’accostamento e dichiarano che esso costituisce una vera e propria offesa e aggressione alla scienza ed alla ragione scientifica.
Per parte mia voglio limitarmi a dare un solo indizio che mostra perché sia legittimo temere l’affacciarsi di una nuova eugenetica, non meno pericolosa di quella di un tempo. Mi limiterò a indicare come quel tratto di collegamento sia costituito da un aspetto molto grave e pesante, e cioè la disumanizzazione. Per spiegarmi, invece di sviluppare analisi articolate, mi baserò su una citazione letteraria, tratto da uno dei romanzi più straordinari dei nostri tempi: Vita e destino di Vassili Grossman.
Così descrive Grossman l’apparire di un campo di concentramento:
«Il recinto del campo uscì dalla nebbia…. Gli allineamenti delle baracche formavano strade larghe e rettilinee. La loro uniformità esprimeva il carattere inumano del campo. Fra i milioni di isbe russe non ve n’è e non ve ne possono essere due perfettamente simili. Ogni vita è inimitabile. L’identità di due esseri umani, di due cespugli fioriti è impensabile… La vita diventa impossibile quando si cancellano con la forza le differenze e le particolarità».

Ebbene, potrà – a prima vista – sembrare un accostamento forzato, ma a me pare la questione cruciale. Il principio della disumanizzazione – da cui può derivare ogni sorta di deviazione e anche di nefandezza – si ha quando non si concepisce più l’uomo come qualcosa di unico, come una persona, ma quando lo si concepisce alla stregua di una macchina.
Per questo penso che una sorgente fondamentale di danni e persino di tragedie stia nella concezione dell’uomo come una macchina, che ci viene proposta dal materialismo scientista da qualche secolo, e con crescente insistenza.
La scienza ha conseguito i suoi più grandi successi nel campo dei fenomeni inanimati e il centro di questi successi è proprio l’idea di poter considerare delle classi di oggetti e di fenomeni come identici e quindi applicare ad essi un principio di ripetibilità: se faccio questo e questo, accadrà sempre questo e questo. La tecnologia e i suoi successi si basano proprio su questo principio. Come potrei costruire una macchina (e venderla senza suscitare lo scontento degli acquirenti), come potrei lanciare un razzo verso un obbiettivo, senza essere certo che, almeno entro un margine ragionevole di errore, quel che ho previsto e garantito, accadrà davvero?
Il guaio è iniziato quando – sotto l’influsso dell’esaltazione per i successi conseguiti da questo metodo – si è pensato di applicarlo ad altri contesti, in particolare a quello dei fenomeni della vita.
Della medicina si è a lungo detto che non è una scienza vera e propria, ma un’arte, perché coniuga l’applicazione di principi generali e regole di una certa uniformità a un ambito in cui l’aspetto individuale è ineliminabile. Ma da qualche tempo, la medicina è cominciata a divenire qualcos’altro, qualcosa di molto simile alla fisico-chimica e la sua pratica rassomiglia sempre di più a quella della riparazione delle macchine guaste.
Eppure è facile constatare quanto questa china presa dalla medicina sia sbagliata, fuorviante e pericolosa.
La nostra conversazione ruota attorno al tema della felicità. E allora chiediamoci: che cos’è la felicità di una macchina? Per esempio della nostra automobile? È semplice: funzionare bene, secondo i parametri descritti nel libretto di garanzia e di manutenzione. Funzionare bene significa che il motore è efficiente in tutte le sue parti, che la carrozzeria non è sconnessa, che le ruote hanno una buona aderenza, e così via. Se qualcosa non va, per esempio se la carburazione non funziona bene, sappiamo bene cosa fare: una serie di operazioni di sostituzione mirate riporteranno la nostra macchina al suo stato precedente. Almeno per quella funzione, sarà come se la macchina fosse appena prodotta. E, in linea di principio, io posso sempre ricondurla allo stato di “salute” originario.
Posso fare lo stesso con un essere umano?
Certamente no. Perché, come ha bene osservato lo storico della medicina Georges Canguilhem, «ogni guarigione non è mai un ritorno allo stato di innocenza biologica», e la definizione dello “stato di salute” è quanto mai sfuggente.
Lo stato di salute che una persona ritrova dopo una malattia è un nuovo equilibrio che differisce profondamente da quello in cui egli si trovava prima, sia dal punto di vista fisico che – e ancor di più – dal punto di vista psicologico. Eppure egli può trovarsi in una forma di benessere e di felicità parimenti soddisfacente, e persino più soddisfacente di quella precedente, che però con la precedente ha poco o nulla a che fare. Anzi, l’esperienza della malattia può essere fonte di un nuovo stato che procura nuove riflessioni, l’acquisizione di nuovi pensieri e sentimenti, e persino una felicità sconosciuta in precedenza, più intensa, profonda e inattesa.
La felicità di una persona umana non è uno stato definibile in termini strettamente oggettivi, tantomeno uniformi per ogni persona.
Guardiamo, ad esempio, alla definizione di salute data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Essa rappresenta un esempio plateale di contaminazione meccanicista. “Salute” – ci si dice – è uno «stato di completo benessere fisico, mentale e sociale». È perfino impietoso insistere sul carattere tautologico di questa definizione. Cos’è benessere? bisognerebbe chiedere… E quando una persona può dire di essere in uno stato di benessere fisico, mentale e sociale “completo”? Non è la vita un fluire di situazioni diverse, in cui uno stato di malessere fisico può accompagnarsi a uno stato intenso di appagamento emotivo? Non si tratta di un processo in cui continuamente ci assestiamo su nuovi equilibri, tutti instabili, che si succedono l’uno all’altro proponendo nuove situazioni inaspettate?
Cosa diventa il cultore della “salute” entro una concezione del genere, se non una parodia del medico? Egli diventa un meccanico del corpo umano, che chiude gli occhi, le orecchie e la bocca per non comunicare con la “persona” che ha di fronte. La disumanizza, ne elide i tratti specifici e individuali. Come un fisico-matematico, quando tratta del moto dei pianeti prescinde dal loro colore o da altre caratteristiche secondarie, e li considera come una massa di materia sferica o addirittura assimilata a un punto, così il medico meccanicista, trascura le caratteristiche individuali della persona malata, per considerarla come una macchina e ripararne la funzionalità degli organi. Oltretutto lo farà in conformità a una visione del corpo inteso come un aggregato di parti indipendenti – come lo sono il carburatore e la dinamo di un’auto – per cui lo specialista del fegato guarderà al fegato, ignorando il resto e quello del cuore si occuperà del cuore ignorando il resto.
Ma torniamo all’idea di salute come stato. Perché essa ci fornisce un ulteriore indizio per comprendere la disumanizzazione che sta introducendosi nella visione contemporanea dei fenomeni della vita.
Ho letto in più luoghi delle definizioni di bambino profondamente indicative al riguardo. Un bambino sarebbe un “essere che non è ancora completo”, un essere “sulla via di”. Ne consegue che esisterebbe uno stato di completezza e maturità dell’individuo adulto cui il bambino tende, mentre, in quanto tale, esso è ancora un essere incompleto, qualcosa in via di formazione verso l’obbiettivo. Secondo certi aspetti – la statura, l’apparato dentario e altre caratteristiche consimili – ciò è certamente vero e persino ovvio. Ma, in senso generale, si tratta di un’idea non soltanto sbagliata, ma profondamente fuorviante. Chi, fra i presenti, può seriamente asserire di essere un individuo che ha raggiunto uno stato di realizzazione completa e stabile? E chi può seriamente identificare, nella propria vita, l’istante in cui è avvenuta la propria realizzazione, la realizzazione del proprio essere adulto? Non soltanto questo è sbagliato perché ognuno di noi è consapevole di vivere in un processo di cambiamento continuo in cui la propria identità affronta continui processi di modificazione e assume nuove finalità di esistenza. Ma è eticamente e moralmente sbagliato, perché il bambino non è un essere parziale in attesa della sua completa formazione, bensì anche in questo processo di formazione è un soggetto, una persona a pieno titolo e che vive una vita piena.
Essere bambini non è vivere una vita menomata o parziale, in attesa di conseguire quella “vera” o, peggio ancora, vivere una vita che ha come funzione e scopo la costruzione della vita “vera”. Un bambino non è una macchina in costruzione. Un bambino è una persona che vive una fase della propria vita. Il gioco del bambino non è una mera forma di apprendimento, è gioco e basta, e il suo fine è anche e soprattutto la felicità che esso da. Oppure vorremmo far credere che l’unica fase della vita in cui il gioco è puramente gioco è quella adulta – perché l’individuo ha raggiunto la sua completezza – mentre nei primi anni della vita è apprendimento mascherato?
Capite che questo è un punto cruciale. Perché se un bambino non è una persona, ma un essere in formazione, allora la finalità del suo essere bambino è rappresentato da quel che quella persona vogliamo che sia, e non dalla sua vita reale e presente, dalle gioie effettive che egli può vivere; essa è rappresentata da quel che deve essere secondo il piano che ci siamo fatti noi adulti del suo futuro. Se ammettiamo questo modo di vedere, allora ammettiamo che quando nasce un bambino non nasce una persona, ma nasce un progetto, anzi un nostro progetto. Perciò, in una simile ottica, sarà perfettamente ammissibile programmare un bambino che diventi l’adulto che vogliamo: bello, forte, senza malattie, intelligente (ma che vuol dire intelligente?), di successo (ma perché la nostra idea di successo dovrebbe essere universale e perché ciascuno dovrebbe aspirare al successo?), simpatico, longevo.
È curioso. Per decenni, stuoli di psicologi e di educatori hanno predicato contro la pedagogia impositiva, contro l’idea di trattare i bambini come oggetti da manipolare secondo le finalità e le aspirazioni di felicità dei genitori – devi studiare il pianoforte, fare fisica, diventare un Nobel della medicina, battere il record del salto in alto – e hanno incitato a trattare i bambini come esseri autonomi di cui occorre favorire le propensioni, sia pure in un quadro di regole etiche e dei principi elementari della vita associata, e non costringere entro i nostri progetti. Insomma, ci hanno incitato ad aiutare la crescita dell’albero, correggendone le cattive tendenze, ma delicatamente, in modo da lasciarlo libero di svilupparsi secondo le proprie propensioni individuali.
Ed ecco che arriva la scienza meccanicista, e con la sua indiscussa e temibile autorità, spazza via tutto e restaura una visione autoritaria del ruolo dei genitori che fa impallidire i rigori della famiglia patriarcale, mentre il pedagogisti di cui sopra si genuflettono. L’ingegneria genetica e le scienze (si fa per dire) della procreazione programmata conferiscono ai nuovi genitori democratici la possibilità, tra mille carezze e baci democratici, di determinare i figli secondo il loro piacimento e le loro più segrete idiosincrasie: promette loro il potere assoluto di scegliere il sesso, di farli biondi e con gli occhi azzurri, robusti e simpatici, mai depressi e soprattutto felici. Senza curarci di quel che essi veramente vorranno e cosa sarà per loro il conseguimento della felicità.
Non intendo qui occuparmi degli aspetti prettamente scientifici di queste promesse della nuova eugenetica, perché pur sempre di eugenetica si tratta. Ho una formazione scientifica di carattere matematico, e quindi nelle cosiddette “scienze dure”. E, da questo punto di vista, trovo assolutamente sconcertante la leggerezza con cui viene presentato come credibile un certo determinismo biologico e, in particolare, genetico. I fisico-matematici sanno da un secolo che è impossibile persino dire qualcosa di certo circa la stabilità del sistema solare, perché non siamo in grado di trattare in modo esatto neppure il moto di tre corpi celesti. Figuriamoci se ha senso garantire l’esito di manipolazioni genetiche in cui intervengono elementi e processi di una complessità infinitamente maggiore rispetto a quella dei fenomeni fisici! Chi promette un risultato sulla base di un principio deterministico del genere non è uno scienziato, ma semplicemente un ciarlatano. Ovvero, un apprendista stregone che manipola senza avere alcuna idea seria dell’esito delle sue operazioni.
L’aspetto più grave è che si da per certa la possibilità di ottenere effetti mentali o caratteriali sulla base della manipolazione genetica. Questo assunto si basa su un’ipotesi che non ha nulla di scientifico, e che è semplicemente un’assunzione metafisica materialistica, e cioè che tutti gli aspetti mentali siano determinati dai geni. Quando si dice che le neuroscienze ci hanno condotto a una migliore comprensione dei processi mentali, si dice qualcosa che non ha il minimo fondamento. Le neuroscienze e la genetica ci permettono di capire sempre di più cosa accade nel nostro cervello quando si verificano certi processi mentali, ma non ci dicono e non ci possono dire nulla circa questi processi mentali. Tantomeno è lecito dire che nei geni e nei neuroni stiano le cause dei processi mentali e i fondamenti del nostro carattere. Tanto varrebbe dire che, siccome quando vedo la persona amata mi batte il cuore, il cuore produce l’amore.
È importante approfondire e criticare in dettaglio queste visioni materialistiche – per quanto la loro grossolanità induca nella tentazione di liquidarle sommariamente – perché da esse derivano una serie di conseguenze disastrose che riguardano direttamente uno dei temi principali di questa conversazione: la bioetica. La principale di queste conseguenze è la pretesa di voler ricavare i principi dell’etica e della morale dall’analisi della struttura neuronale del cervello. Prodotto esimio di questa visione è la cosiddetta neuroetica che pretende, ad esempio, di mostrare l’emergere del “sé etico”, della coscienza etica, dalle sinapsi.
Anche qui meriterebbe soffermarsi sulla fragilità, per non dire l’inconsistenza, di queste sedicenti teorie scientifiche. Ma voglio limitarmi a un’osservazione dall’esterno. Qual’è la modalità con cui, in fin dei conti, vengono definiti i principi etici, su questa base materialistica? Si tratta nientemeno che di quell’approccio che in matematica, e in economia, si chiama una procedura di ottimizzazione dell’utilità. Principi etici e raggiungimento della felicità sarebbero conseguenza del fatto che il nostro organismo tende alla massimizzazione di tutti i parametri che ne caratterizzano il comportamento.
È quasi superfluo dire che la vita reale – né la vita delle persone, né la vita associata – non risponde affatto a un criterio di ottimizzazione dell’utilità, se non per aspetti marginali.
Noi constatiamo con evidenza che la vita è fonte di eticità – ma la vita nella sua pienezza, non soltanto nel suo mero lato materiale, bensì nella sua pienezza spirituale. E la sorgente di questa spiritualità non è riconducibile a fattori meramente fisici. Anche se determinassimo una correlazione tra sinapsi ed emergenza della coscienza etica, si potrebbe chiedere al nostro pseudo-scienziato – in realtà, metafisico della più bell’acqua – perché mai la struttura sinaptica è stata fatta in quel modo. E noi l’abbiamo trovata fatta in quel modo, non è stata fatta da noi. Questo è il vero grande enigma. E cioè che, malgrado la ricerca della felicità abbia senso soltanto come realizzazione dei fini della persona nella sua irriducibile particolarità, la vita faccia emergere dei principi etici e morali aventi un valore generale e che si impongono alla coscienza individuale. Su questi temi, e in particolare sul tema delle fonti dei principi etici e morali, le scienze naturali non hanno nulla da dire. Questa è una sfera che appartiene al dominio dell’esperienza religiosa o della riflessione filosofica, comunque allo sforzo di noi esseri finiti di attingere alla dimensione dell’infinito.
Torniamo così, per concludere, al tema della felicità.
Anche qui, noi vediamo chiaramente la miseria di una concezione scientista della felicità che vuol definirla in termini di pura e semplice massimizzazione di un non meglio definito “benessere”, il quale poi – proprio perché è difficilmente definibile – si riduce alla ricerca dell’ottimizzazione delle “performances”.
L’autentica felicità tocca il tema del rapporto con l’infinito. L’autentica felicità è è incomprensibile e impensabile separatamente dal dolore. E non soltanto per una mera ragione di contrasto, come se la felicità-benessere fosse il positivo e l’infelicità-malessere il suo negativo, il suo opposto algebrico. Dolore e felicità sono inestricabilmente connessi e poche cose sono talmente enigmatiche e affascinanti quando questo intreccio infinitamente complesso.
Voglio permettermi un riferimento personale. in un momento difficile della mia vita un mio caro amico scrittore, recentemente scomparso, che aveva grande sensibilità per la complessità dell’animo umano, mi disse in tono scherzoso: “Certo, ora tu soffri, ma quando tutto sarà passato ti renderai conto di quanto ti sei divertito”. Naturalmente “divertito” era un termine volutamente grossolano per sottolineare con forza quanto la sofferenza possa essere fonte di vitalità.
Tema centrale di questo Meeting è l’infinito. Ed è quindi persino banale pensare a Giacomo Leopardi e al suo poema “L’infinito”.
Leopardi… Difficile pensare a un uomo più infelice. Deforme, solo, depresso, chiuso nell’astio per il mondo circostante. Può parlarsi di salute, nel senso dell’OMS, per una persona come lui? Non riscontriamo nella sua persona nessuno stato di ottimalità biologica e mentale.
Eppure questo gobbo infelice – scusate il termine, ma non amo il politicamente corretto – trascinato dal suo senso del dolore ad annegare nell’immensità dell’infinito, ha spiegato quanto fosse straordinariamente dolce “naufragare in questo mare”. E ci ha fatto toccare, con poche parole, una dimensione di felicità ineguagliabile, la felicità autentica, perché è quella che nasce in quegli attimi miracolosi in cui percepiamo l’infinito.

Giorgio Israel

venerdì 25 agosto 2006

La "nuova" politica estera italiana

Il ministro degli esteri Massimo D’Alema farebbe bene a non dare troppo ascolto al coro adulatorio che tutti i giorni vanta la sua insuperabile intelligenza. Difatti, per quanto lucido egli sia, rischia di illudersi di poter far credere al prossimo qualsiasi cosa, per esempio che egli sia “equivicino” tra le parti in Medio Oriente. Gettare alle ortiche l’uso di questo infelice aggettivo non potrebbe che far bene. In primo luogo perché, essere equidistante tra Israele e un movimento terrorista come Hezbollah non è degno del ministro degli esteri di un paese democratico. In secondo luogo, perché neppure coloro che ripetono da mane a sera il mantra della superiore intelligenza di D’Alema possono più credere alla favola che egli sia equidistante. Per quanti sforzi egli faccia per celare i suoi sentimenti, essi spuntano da tutti i lati come un pezzo di gomma che si cerchi di comprimere in uno spazio troppo piccolo.
L’onorevole D’Alema usa respingere le critiche dicendo che è inammissibile che ogni accusa a Israele sia tacciata di antisemitismo. Ma si tratta di uno stratagemma inutile. Qui non si parla di antisemitismo. Si parla semplicemente del fatto che l’insopportazione e l’antipatia di D’Alema per Israele, la sua mancanza di obbiettività e di apertura mentale nei confronti di Israele e delle sue ragioni, esce da tutti i pori come il pezzo di gomma di cui si diceva.
Non faremo qui l’elenco delle condanne passate di D’Alema contro la politica di Israele, con termini durissimi che mostrano quanto D’Alema sia capace di indignazione morale quando vuole. Ricorderemo soprattutto un’intervista rilasciata in rete alcuni mesi fa in cui D’Alema manifestò in modo quanto mai chiaro la sua profonda antipatia per Israele e per gli Stati Uniti, parlando di superiorità dell’Europa rispetto a coloro che credono di portare la democrazia con la violenza di stato. Naturalmente, siccome D’Alema è una persona intelligente, si rese conto del ridicolo dell’affermazione e osservò che, certo l’Europa ha avuto Auschwitz, ma che “proprio per questo” aveva capito la lezione. Come si usa dire, peggio la toppa del buco.
La lista delle manifestazioni di sdegno morale di D’Alema nei confronti di Israele è tanto lunga quanto è corta quella delle critiche – per non dire delle condanne – nei confronti dei nemici di Israele. Egli ha ripetutamente accusato l’esercito israeliano di praticare il tiro al bersaglio sui civili ma non ricordiamo condanne nette della pratica degli stermini suicidi. Quando Israele si è ritirato da Gaza, sono state devastate e date alle fiamme le sinagoghe, ma non ricordiamo una condanna dell’on. D’Alema di questo gesto efferato. I palestinesi avevano l’opportunità di cominciare a creare uno stato su un territorio totalmente in mano loro, e non hanno saputo neppure creare una forza di sicurezza unificata: l’unica cosa che hanno saputo fare è organizzare dei tiri di missili Kassam entro Israele, rendendo la vita impossibile agli abitanti di Sderot. Non ricordiamo una critica dell’on. D’Alema di tale comportamento illegale e criminale. Eppure per essere davvero amico di qualcuno bisogna dirgli la verità. Non ricordiamo critiche dell’on. D’Alema nei confronti di Hezbollah e delle sue mire dichiarate e ripetute di distruzione di Israele. Non ricordiamo neppure vibrate condanne da parte dell’on. D’Alema dei propositi criminali del presidente iraniano Ahmadinejad e delle sue efferate affermazioni circa lo sterminio degli ebrei d’Europa. Al contrario, ricordiamo la sua dichiarazione circa il ruolo di potenza regionale che deve essere riconosciuto all’Iran (a “questo” Iran). E si potrebbe continuare a lungo.
Dal momento della sua nomina a ministro degli esteri, l’on D’Alema ha voluto ostentare una posizione di assoluta oggettività, fuori da ogni ideologia e moralismo, parlando – come è apparso evidente in una recente intervista a Repubblica – alla maniera di Talleyrand, criticando cioè Israele per aver commesso qualcosa di peggio di un crimine, ovvero un “errore”; e aggiungendo che i problemi si risolvono per via diplomatica e mai con la guerra. Ma per aspirare ad essere una replica di Talleyrand bisogna capire lo spirito della sua azione. Talleyrand approvò molte delle guerre di Napoleone e ne criticò altre perché erano, appunto, un “errore”; ma si guardò bene dall’aderire a un’ideologia pacifista o guerrafondaia. Quando enuncia il principio dell’assoluta inutilità, ed anzi negatività della guerra, D’Alema è agli antipodi dall’idea che un errore è peggio di un crimine: aderisce a una visione ideologica. Dire che la guerra è sempre un male (o viceversa) è pura ideologia moralistica e non ha nulla a che fare con una visione razionale dei fatti. E qui si scorge il filo rosso della continuità con il D’Alema dell’intervista in rete.
Non c’è da stupirsi allora che l’immagine del nostro ministro degli esteri come un novello Talleyrand sia esplosa come una bolla di sapone, riportando alla luce i suoi autentici sentimenti. Egli valuta la crisi israelo-libanese come se fosse una questione del rapimento di qualche soldato e di una reazione “sproporzionata” – cosa sarebbe stato proporzionato? rapire un paio di militanti Hezbollah? – e non il frutto di un disegno vastissimo dietro cui vi è l’Iran e che muove in unico quadro Siria, Hezbollah e Hamas verso l’obbiettivo della distruzione di Israele come passo decisivo per un attacco globale che va avanti da più di un decennio. Non vedere questo significa non guardare oltre la punta del naso e rinunciare a una visione geopolitica a vantaggio di un pregiudizio ideologico, basato sul solito ritornello dell’oppressione che genera reazione. Non meno falsamente oggettivo è l’insistere sul fatto che Hamas o Hezbollah (o l’integralismo iraniano) non sono classificabili sotto la rubrica “terrorismo” perché godono di un’ampia adesione di popolo, talora sancita attraverso elezioni. È persino stucchevole dover ricordare che anche i grandi movimenti totalitari europei si sono affermati attraverso elezioni e hanno goduto di ampio sostegno di popolo – e non soltanto quelli: pure le recenti dittature sudamericane godevano di un radicamento di massa – e che la democrazia non si identifica con le elezioni. Al contrario. La democrazia è anche conferimento di un potere speciale allo stato che include la negazione o limitazione dei diritti a coloro che lottano per sopprimerla: in buona sostanza, se si consente a un movimento antidemocratico di presentarsi alle elezioni la democrazia è già morta in partenza.
Non c’è quindi da stupirsi se al nostro ministro degli esteri riesce sempre facile trovare aspre parole di critica e condanna per Israele e mai per i suoi avversari, anche quando questi dichiarano il fine di volerlo distruggere. Egli va a visitare le rovine di Beirut a braccetto di un esponente Hezbollah – fatto discutibile se lo fa un uomo politico, gravissimo da parte di un ministro degli esteri – e pronunzia parole di sdegno per quanto ha visto, e che giustificherebbe a suo avviso la critica di “sproporzione” della reazione israeliana. Ma non sente l’esigenza neppure per pura diplomazia, magari soltanto di facciata, di andare a vedere i drammi dell’altra parte, provocati non come danni “collaterali” ma con l’intento deliberato e terroristico di colpire la popolazione civile e soltanto questa. D’Alema chiama la comunità internazionale alla ricostruzione del Libano, mentre Israele dovrà provvedere da sola a riparare le distruzioni provocate da un movimento terrorista e l’on D’Alema non trova una parola di sdegno per il fatto che un terzo – un terzo! – della popolazione del paese sia stata costretta a vivere per un mese nei rifugi o a emigrare per non morire sotto i missili. Invece di passeggiare per Kiriat Shmona, il ministro è volato direttamente al Cairo e ha rilasciato durissime dichiarazioni contro Israele, parlando di errore catastrofico per aver fatto la guerra. Come se una guerra non fosse stata scatenata contro Israele.
Certo, ogni critica contro la conduzione militare-diplomatica da parte del governo israeliano è più che ammissibile. La stampa e l’opinione pubblica israeliana stanno sottoponendo il proprio governo a critiche di una severità straordinaria. Ma altra cosa è la critica ideologica, la critica non per aver perseguito male una causa giusta, ma per aver commesso l’errore in sé di aver reagito a un complotto di cui vediamo le dimensioni inquietanti sempre di più ogni giorno che passa.
Pertanto, se il ministro degli esteri vuole guardare ai fatti oggettivamente e non trascinare sé stesso e il nostro paese in un’avventura disastrosa, dovrebbe tenere conto dei dati più profondi e gravi del problema. Senza risolvere questi dati – primo di tutti il disarmo di Hezbollah e la sconfitta del disegno iraniano di procedere nel piano di distruzione di Israele – la missione Onu si risolverà in qualcosa tra la farsa e la tragedia. Difatti, quel che abbiamo di fronte non è certo il trionfo del multilateralismo, ma il crearsi delle condizioni – per errori di molti, inclusi quelli del governo israeliano – per un secondo atto più drammatico del primo.
Tutte queste cose l’on. D’Alema certamente le vede, anche perché è persona intelligente. Ma non le vuol vedere perché non riesce a liberarsi dalle sue antipatie e simpatie. Egli ha iniziato la sua missione di ministro degli esteri tentando di azzerare le riserve nei suoi confronti, dicendo persino di essere un “amico” di Israele, tutt’al più un “amico che sbaglia”. Ma, alla luce di quanto sta accadendo appare evidente che l’ultima cosa che gli passa per la mente è di aver sbagliato. Ben più che pentito egli appare irriducibilmente intriso di pregiudizi nei confronti di Israele. A tal punto che viene da chiedersi se, nel suo foro interno, egli non pensi che Israele stesso sia un “errore”.

Giorgio Israel

giovedì 13 luglio 2006

Fidarsi degli equivicini. Il peggio non è mai morto.

(Intervento su Informazione Corretta)


L’Austria è ormai da tempo in totale sfacelo politico e preda di fazioni armate in conflitto tra di loro, ma unite da un solo obbiettivo: rivendicare il Sudtirolo, abusivamente occupato dall’Italia. Per conseguire questo obbiettivo esse chiedono la distruzione totale dell’entità statale razzista italiota. Nel corso di un anno, dopo che l’Italia ha ceduto alcune zone di confine, sono piovuti più di mille missili tra Rovereto e Trento (alcuni hanno raggiunto Verona) e alcuni militari italiani sono stati uccisi o rapiti. Nel frattempo, il braccio militare di un partito al potere in Croazia, in solidarietà con le fazioni austriache ha rapito anch’esso alcuni militari e ha scatenato un lancio di razzi katiusha su Trieste.
Il governo italiano ha perso la pazienza e ha posto in atto una dura risposta militare. Con l’eccezione dei soliti imperialisti americani, tale risposta è stata generalmente deprecata. Il ministro degli esteri francese, noto per il suo costante sforzo di essere amico di tutti, ha deplorato il rapimento dei soldati, glissando sui lanci missilistici, e ha condannato la risposta italiana come “sproporzionata” e capace soltanto di suscitare altro odio anti-italiano. Negli ambienti italiani, o nei pochi ambienti vicini all’Italia, si manifesta sorpresa, in quanto il ministro aveva dichiarato di essere un fervente un amico dell’Italia e, a proposito di alcune sue precedenti dichiarazioni che erano apparse duramente critiche (aveva parlato dell’Italia come di uno stato terrorista), aveva commentato con humour di essere tutt’al più un “amico che sbaglia”. A proposito di tale dichiarazione, alcuni commentatori hanno riportato all’attenzione una domanda rimasta in sospeso, e cioè se il ministro andasse considerato come un pentito o un irriducibile. Qualche scalmanato ha chiesto perché non ci si chiedesse quanto odio provocasse nella popolazione italiana il lancio di missili sulla popolazione civile, i rapimenti e gli attentati; ma è stato prontamente zittito. Altri commentatori hanno saggiamente rilevato che era meglio accontentarsi della condanna del ministro, perché alcuni partiti della coalizione di governo francese avevano espresso una condanna nei confronti dell’entità italiota ben altrimenti dura. Si è notato che alcuni gruppi (per ora disarmati) di militanti di questi partiti, o di simpatizzanti, hanno accusato lo stato razzista italiota di comportarsi come i nazisti hitleriani e hanno osservato che il mondo non può subire il fatto che la “razza italiota mieta morte” soltanto perché è protetta dai criminali di Washington e che è giunto il momento di boicottare e stroncare i razzisti di Viterbo. Si noti, al riguardo, che Roma non è riconosciuta come capitale dell’Italia, ed è rivendicata dai discendenti di coloro che la occuparono dopo il crollo dell’Impero Romano.
Il governo di Viterbo ha pertanto deciso di affidarsi alle cure del ministro degli esteri francese, ed ha promesso che nel futuro non sparerà più di una cannonata per ogni trecento missili e non muoverà un dito se la quota di rapimenti si manterrà entro i dieci l’anno. Tale proporzione è stata comunque ritenuta sproporzionata e il detto ministro ha promesso di operare affinché il G8 indichi una soglia di reazione equa al disotto della quale lo stato terrorista italiota non correrà il rischio di essere condannato dal Consiglio di Sicurezza. S’intende che una siffatta garanzia non pregiudica tutte le legittime rivendicazioni a risarcimento dell’operato criminale dello stato italiota che discende dalla sua natura razzista e dall’errore strutturale consistente nel fatto stesso di essere nato.
Nel frattempo, il governo di Viterbo, per dar prova di buona volontà, ha deciso di accedere alla richiesta della madre di un noto calciatore di origini austro-croate di ricevere su un piatto d’argento i testicoli del calciatore italiota Cuscini.

Giorgio Israel

giovedì 29 giugno 2006

Dite quel che volete ma lasciate perdere questa farsa dell’ “equivicinanza”

Quando si iniziò a parlare di “kamikaze”, Luciano Tas scrisse una lettera al Corriere della Sera per dissuadere dall’uso di questo termine improprio. I kamikaze giapponesi erano militari, che si suicidavano contro obbiettivi strettamente militari. Nulla a che fare con gli “shahid” del terrorismo islamico e palestinese. Niente da fare. Tornava comodo dire “kamikaze” e l’uso della parola si è malauguratamente affermato.

Qualcosa di analogo sta per succedere con il termine “equivicinanza” coniato – se ben ricordiamo – da Giulio Andreotti, e che rischia, nelle circostanze presenti, di suonare come una via di mezzo tra una beffa e una pomposa insulsaggine. Difatti, quel che si dimentica sistematicamente di precisare è che, se è concepibile essere “equivicini” al popolo palestinese e al popolo israeliano, essere “equivicini” a un governo democratico e a un’associazione di terroristi – poco importa se eletta: anche Hitler fu eletto – implica una sordità morale la cui inevitabile conseguenza è di schierarsi al fianco della seconda. Casomai non fosse ancora chiaro, proviamo a cimentarci con questa domanda: si può essere “equivicini” a un membro delle Brigate Rosse e ad una sua vittima?

Ma il presente governo è costellato di soloni che, per sostenere la teoria dell’equivicinanza, avanzano ogni sorta di argomenti; e quanto più sono inconsistenti tanto più è reboante la retorica con cui li propongono.

Dichiara Ugo Intini sul Corriere della Sera che Israele non può essere sicuro senza uno Stato palestinese… Tenuto conto di questi chiari di luna e dei figuri che compongono il governo palestinese, un povero di spirito penserà che si tratta di una battuta spiritosa. Ma no. Perché Intini ci spiega che questo lo ha già dimostrato la Storia (con la S maiuscola): si disse per anni che Arafat era il capo dei terroristi e poi ci furono gli accordi di Oslo. Peccato che gli accordi di Oslo siano falliti, che Arafat abbia scatenato la seconda intifada, che abbia esaltato gli assassini di massa degli “shahid” innumerevoli volte (per chi voleva sentire), peccato che era proprio lui il “capo dei terroristi”.

Poi Intini scomoda ancora la Storia (con la S maiuscola) che – ahimé – non insegna mai nulla e invece dovrebbe convincere Hamas a riconoscere lo Stato di Israele “come ha fatto l’Olp di Arafat”. Peccato che l’Olp di Arafat Israele non l’abbia riconosciuto mai, come ancora può constatarsi leggendo la sua carta in rete, e che Israele sia stato così ingenuo da accontentarsi di quattro bofonchiamenti verbali del Rais.

Se ci affidiamo a gente con questa memoria Storica, stiamo freschi. Se per loro “riconoscere” uno Stato significa questo, come stupirsi che accolgano con ammirato fervore il “documento dei prigionieri” che riconoscerebbe “implicitamente” Israele? Dopo più di mezzo secolo, uno stato sovrano che siede all’ONU deve baciare per terra perché un gruppo di terroristi lo riconosce “implicitamente”… E lo riconosce con un documento che serve soltanto a ricomporre le loro fratture interne e ripropone senza varianti il programma di Hamas: una “hudna” lunga in cambio del ritiro sui confini del 1967 e del rientro di 5 milioni di profughi… Poi dopo la hudna, si riprende il discorso sulle briciole restanti…

Questi sono gli “equivicini”. Gli “equivicini” sono persone che dicono che il Muro d’Israele è peggio di quello di Berlino “perché quello era costruito al confine tra i due Stati e questo invece è costruito dentro il territorio altrui”. Salvo il piccolo dettaglio che il muro di Berlino divideva in due lo stesso popolo (tedesco) e la sua capitale, mentre questo divide due popoli diversi. Salvo il piccolo dettaglio che, anche quando il muro passa esattamente sui confini del 1967, c’è chi spara al di sopra di esso missili sulle città israeliane, o vi passa sotto per uccidere e rapire.

Ognuno ha diritto di dire quel che vuole, ma poi si adonti se, autodefinendosi “equivicino”, suscita il riso.


Giorgio Israel

sabato 24 giugno 2006

Una domanda

Al Direttore de Il Foglio

Non crede che sarebbe opportuno evitare la definizione di "equivicinanza" per la politica del nuovo ministro degli esteri, prima che si consolidi nell'uso? Difatti, pare una definizione del tutto inappropriata.
Assistiamo per strada alla seguente scenetta. Un tizio investe una persona di sanguinosi insulti rivolti a lui e ai suoi antenati e dichiara di volerlo uccidere. Interviene un paciere che procede così. Evita accuratamente di far riferimento alle ingiurie e alle minacce e invita l'energumeno ad affidarsi ai suoi buoni uffici: una persona eccezionale come lui merita la massima stima e, se seguirà i suoi consigli, non potrà che ricavare una considerazione molto maggiore di quella che ha avuto fino ad ora, come è giusto che sia. Poi ammicca ai presenti osservando che è meglio non contrariare il soggetto, perché possiede dei bicipiti tali da mandare in poltiglia il setto nasale.
Un paciere così lo definireste "equivicino"? O non piuttosto un "vicino"?

Giorgio Israel

giovedì 1 giugno 2006

Un appello alla coerenza

Abbiamo visto grandi intellettuali, giornalisti di primo piano, ex-presidenti dell’Unione delle Comunità ebraiche e tanti altri sezionare rigo per rigo il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz ed emettere una severa sentenza: il Papa ha minimizzato la Shoah, ha assolto il popolo tedesco dalle sue responsabilità, è fuggito nelle nebbie dell’escatologia, ha nascosto le colpe della Chiesa. Fino alla condanna più terribile e infamante: il Papa è revisionista.
Lasciamo per un momento da parte le diversità di valutazione. Tanta spasmodica attenzione per la Shoah, tanta occhiuta vigilanza affinché nessuno osi sfiorarla in forme non perfettamente confacenti a quelle codificate dalle sue vestali, commuove profondamente. Davvero la memoria ha elevato un impenetrabile ombrello di difesa.
E allora non sarà troppo chiedere un piccolo gesto di coerenza, nient’altro che un banale corollario di tanto rigore.
Siamo di fronte al più grande negazionista vivente, il Presidente iraniano Ahmadinejad. Costui nega la Shoah e la ridicolizza come una montatura, chiede all’Europa di accogliere sul suo suolo sei milioni di ebrei di Israele, altrimenti lui li farà fuori non appena disporrà dell’atomica. Si appresta a venire in Europa per l’inaugurazione dei campionati del mondo di calcio, accolto da un comitato d’onore composto anche da gruppi neonazisti. Il ministro dell’interno tedesco ha detto che non si potrà non accogliere Ahmadinejad, se vorrà venire, per questioni di “ospitalità”.
Non possiamo credere che i paladini della memoria della Shoah di cui sopra taceranno di fronte a un simile affronto, e si limiteranno a guardare lo spettacolo in televisione, distesi in poltrona con un bicchiere di birra in mano, mentre la mente stanca viene attraversata dall’idea di una puntuta freccia polemica che – peccato! – avrebbero potuto aggiungere alla loro requisitoria contro il Papa.
Siamo certi che vorranno farsi promotori di un appello vibrato, con tutta l’autorità di cui dispongono, per chiedere che un simile affronto venga evitato all’Europa, vigile custode della memoria della Shoah. Potremmo chiedere molte altre cose. Per esempio, che, prima di promuovere iniziative di dialogo con Hamas, si chieda con pari vigore la cancellazione dalla sua carta costitutiva delle efferate dichiarazioni antisemite e negazioniste di cui è farcita. Ma, una cosa per volta.
Per ora ci accontenteremmo dell’iniziativa sul presidente iraniano. Per ragioni di coerenza, si diceva. Oseremmo dire: per ragioni di decenza.

Giorgio Israel

martedì 30 maggio 2006

Reazioni sbagliate al discorso del Papa ad Auschwitz

Articolo pubblicato su Il Foglio, 30 maggio 2006

C’è qualcosa di superficiale e di esagerato se, dopo un discorso meritevole di una riflessione distaccata e seria, come quello tenuto da Benedetto XVI ad Auschwitz, inizia una corsa frettolosa alla dichiarazione sdegnata e all’invettiva.
Per ragioni di coerenza occorrerebbe tenersene fuori, se non fosse che certi argomenti sgangherati – e quindi pericolosi – meritano una risposta.
Sono felice di sapere che una persona autorevole e rappresentativa come Marek Edelman abbia detto che «è stato un discorso di grande forza sentimentale ed emotiva», aggiungendo: «Il Papa è venuto ad Auschwitz, e là sulla terra ancora bagnata dal sangue dei morti ha detto che Dio allora non era là. Che cosa doveva dire di più?». Sono felice di saperlo perché il discorso di Benedetto XVI a me è piaciuto e, come a Edelman, è parso «una eccezionale sequenza di emozioni per la Memoria di oggi».
Sono passati pochi decenni da quando autorevolissime voci della Chiesa auspicavano come una “liberazione” la morte di tutti i Giudei e interpretavano Auschwitz come «conseguenza dell’orribile delitto che perseguita il popolo deicida ovunque e in ogni tempo». Oggi la massima autorità della Chiesa dice che i nazisti «con la distruzione di Israele volevano strappare anche la radice su cui si basa le fede cristiana». Misuro questa distanza e sono colpito e commosso dallo straordinario passo avanti che è stato compiuto.
Si è detto che il Papa ha parlato troppo del silenzio di Dio e poco delle colpe degli uomini. Dai Salmi citati dal Papa al Libro di Giobbe, il tema del silenzio di Dio percorre tutto l’Antico Testamento e le riflessioni del pensiero religioso ebraico. «Non ti farai idoli davanti alla Mia faccia», dice il secondo comandamento; e un midrash lo interpreta nel senso: «quale che sia il volto che Io ti presento, per quanto esso possa essere per te incomprensibile e anche terribile, tu non dovrai rinnegare la fede in Me». Mille riflessioni sono state e possono essere sviluppate su questo tema. Perché mai esse escluderebbero il tema delle colpe degli uomini?
Abbiamo letto su L’Unità che il Papa si è reso colpevole di revisionismo per non aver menzionato le responsabilità collettive del popolo tedesco. Si tratta di una critica priva di fondamento, sia sotto il profilo morale che sotto il profilo storiografico. Dal punto di vista morale, rendere un intero popolo responsabile di una colpa collettiva è un’aberrazione in cui soprattutto gli ebrei – vittime del mito del deicidio – non possono cadere. Essi debbono essere fedeli al precetto del Deuteronomio secondo cui nessuno può essere punito se non per il proprio delitto. Durante la cena della Pasqua ebraica è d’uso leggere un “rituale della rimembranza” della Shoah, in cui si parla di coloro che furono sterminati «da un tiranno malvagio» e dagli «esecutori del suo perfido progetto». Sembrano le parole del Papa. Per quanto estesa sia la responsabilità, essa resta soggettiva e non può essere estesa al concetto di responsabilità collettiva di un “popolo” – concetto eminentemente razzista. Nessuno può responsabilmente parlare di responsabilità collettiva del popolo italiano per il fascismo, o dei popoli sovietici per i crimini dello stalinismo.
L’entità del coinvolgimento della popolazione tedesca nella Shoah – così come di altre popolazioni in altri crimini di massa – è una questione eminentemente storiografica che deve essere mantenuta su questo terreno e non può essere usata come una mazza per condanne morali. Porre la questione nei termini: “O dici che tutti erano responsabili oppure sei corresponsabile morale”, è un ricatto inaccettabile che uccide alla base ogni possibilità di libera riflessione. È assolutamente sconcertante che l’attacco a pretese interpretazioni riduttive dell’adesione del popolo tedesco al nazifascismo venga da certi pulpiti che per decenni hanno propinato una storiografia secondo cui il fascismo in Italia era opera di pochissimi mascalzoni che erano riusciti a irreggimentare un intero popolo che vibrava di fervidi sentimenti antifascisti repressi dal tallone dei Tribunali Speciali. Il peso di questa storiografia è tale che ancor oggi viene demonizzato come “revisionista” Renzo De Felice, per aver messo in luce l’entità dell’adesione del popolo italiano al fascismo. E ci tocca leggere uno scritto di Furio Colombo – evidentemente ignaro di quanto in Germania sia stato approfondito il tema delle colpe del nazismo, senza reticenza e in modo persino spietato, come qui non ci siamo neppure lontanamente sognati di fare, viste le recenti vergognose reazioni al libro “I redenti” di Mirella Serri, perché ha osato ricordare i trascorsi antisemiti di alcuni mostri sacri dell’intellettualità italiana – che si permette di parlare di «molti cittadini tedeschi» che avrebbero trovato «una scorciatoia per non convivere con un passato vergognoso», magari «parlando più di Stalin che di Hitler». Di certo, Colombo di Stalin ha poca voglia di parlare, visto che riesuma una logora retorica su chi ha abbattuto i cancelli di Auschwitz, come se il merito tecnico di essere arrivati per primi contasse di più del trattamento criminale che Stalin riservò agli ebrei resistenti.
È comprensibile l’attenzione spasmodica con cui, da parte ebraica, si analizza ogni affermazione concernente la Shoah. Ma essa non giustifica un atteggiamento che, anziché guardare al senso generale di certe affermazioni, indugia su dissezioni meticolose e persino cavillose (quante volte è stata pronunziata la parola Shoah? perché non è stato pronunziato il nome di Hitler?). Del tutto inaccettabile è poi pretendere che quando si parla di Shoah sia vietato persino accennare ad ogni altro crimine di massa: in tal caso, spesso non è più l’ebreo che parla ma l’inconsolabile vedova del comunismo.


Giorgio Israel

mercoledì 17 maggio 2006

Risposta ad Alberto Asor Rosa

Lettera inviata al Corriere della Sera e non pubblicata

La lettera di Alberto Asor Rosa al Corriere della Sera (16 maggio 2006) è basata sul seguente ragionamento: "la causa ebraica non coincide con quella dello Stato d'Israele"; quindi egli ha diritto di criticare il secondo senza essere accusato di ledere la prima; invece, i suoi critici non fanno che confondere le due cause e così lo fanno oggetto di una forma acuta di intolleranza. Così messa sembrerebbe ineccepibile. Se non fosse che colui che ha fatto confusione è proprio Asor Rosa quando, nel suo libro, ha dedotto dalla critica allo Stato d'Israele conclusioni pesantissime nientemeno che nei confronti della "razza ebraica" - espressione che non dovrebbe uscire dalla penna di un intellettuale contemporaneo, tenuto a sapere che il concetto di razza non ha basi scientifiche ed è soltanto un aggregato di pregiudizi dalle tragiche conseguenze -, una "razza" che da perseguitata sarebbe diventata persecutrice, e altre consimili deduzioni riguardanti gli ebrei nel loro complesso che è soltanto triste ricordare. Ad Asor Rosa è stato chiesto ripetutamente di rivedere questa infelice uscita. Al contrario, qui, con un gioco dialettico, per nasconderla egli ne scarica la colpa sui suoi critici. In tal modo, egli ha dato soltanto prova della fondatezza della tesi secondo cui la manifestazione attuale dell'antisemitismo è l'antisionismo. Sta a lui, se e quando vorrà finalmente farlo, correggersi e dimostrare di essere soltanto vittima di questa manifestazione, e combattere ora e qui l'antisemitismo nel modo che serve.
Tralascio per brevità di entrare su altri aspetti di merito, come il richiamo all'"ingiustizia della fondazione dello Stato d'Israele" cui - per sua grazia - non si deve porre rimedio con la sua distruzione. E' davvero curioso che si debba parlare di ingiustizia soltanto nel caso della fondazione dello Stato d'Israele e non di innumerevoli altri casi analoghi di cui è intessuta la storia. Per esempio, la fondazione della Grecia è stata pagata al prezzo di ingiustizie, come quella della famiglia di chi scrive, deprivata di case e averi. Eppure viviamo qui tranquilli senza rivendicare diritti al ritorno, come non li rivendicano il milione e passa di ebrei deprivati di case e averi nei paesi arabi. Se dovessimo rifare le bucce alla storia trasformeremmo la terra in uno scannatoio.
Infine, se il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche non ha il diritto di esprimere perplessità di fronte a chi parla (e in termini così negativi) di razza ebraica, tanto vale sciogliere l'Unione e mandarne a casa organi e presidenza. In tal caso, sarà stato Asor Rosa ad aver esercitato una pressione indebita e intimidatoria volta a inibirne la libertà di espressione.


Giorgio Israel

martedì 16 maggio 2006

L’Occidente ormai si disprezza fino a tollerare il nuovo odio per gli ebrei

Il Foglio - martedì 16 maggio 2006


Il presidente iraniano Ahmadinejad è un politico ideologo, la specie più pericolosa. Sembra che nella lettera al presidente Bush abbia parlato soprattutto del ruolo della religione nel mondo contemporaneo. «Il liberalismo e la democrazia occidentale non sono serviti a realizzare gli ideali dell’umanità. Oggi queste due dottrine hanno fallito. I più perspicaci riescono già a sentire il suono del frantumarsi e crollare dell’ideologia e delle idee dei sistemi democratici liberali. Signor Presidente, che ci piaccia o no, il mondo gravita intorno alla fede». Naturalmente, Ahmadinejad pensa che l’Islam, il suo Islam, riempirà il vuoto che quel crollo sta aprendo nel mondo: chi altro può esserne capace? Ma, se ci è consentita un po’ di libera esegesi, forse egli non è tanto sicuro di sé. Infatti, perché scrive a Bush? Perché gli dicono che «Sua Eccellenza segue gli insegnamenti di Gesù e crede nella promessa divina sul regno dei giusti»: perciò più di altri dovrebbe capire i suoi argomenti. E forse anche perché, più di altri, è capace di resistere. Forse Ahmadinejad percepisce che il crollo è più difficile dove il sistema democratico liberale è sorretto da una visione etica e morale – che sia religiosa (come la intende lui) o secolare. Lui non si rivolge all’Europa, perché ha capito benissimo che l’Europa è ormai vicina al crollo. La nostra libera esegesi non si spinge al punto di accreditare al presidente iraniano la conoscenza del pensiero postmoderno che, non contento della liquidazione delle religioni, ha liquidato anche ogni morale secolare, ritenendo che essa riporti inevitabilmente alla religione; e la conoscenza di quelle brillanti analisi che hanno disvelato il bigotto mascherato che si nasconderebbe in Kant. Ma è assai probabile che senta nell’aria l’andazzo; anche se non sa che, in buona parte della cultura occidentale, le parole “etica” e “morale” suscitano tanto imbarazzo che, dopo essere state liquidate in quanto frutto della rivelazione o della storia umana, si attende con trepidazione di poterle gettare nella pattumiera dell’oscurantismo e sostituirle con parole come “neuroetica”. Frattanto, nell’attesa millenaria che vengano a galla le basi biologiche della morale, sarà la sharia di Ahmadinejad a fare da supplente. Se Ahmadinejad sapesse tutte queste cose sarebbe felice di aver fatto la scelta giusta: rivolgersi a uno dei pochi avversari ancora in piedi.
Non che i dissacratori dell’etica, della morale e della religione non esistano nel Nuovo Continente: al contrario, le università americane ne sono strapiene, se non dominate. Ma la società americana è più articolata, ed è percorsa da forti correnti che vanno in tutt’altra direzione. L’etica e la morale non sono ancora parole ridicole e, oltre ai neuroetici e ai neo-eugenisti, c’è chi segue percorsi scientifici diversi, oppure considera razionale conservare una robusta fede religiosa. Per questo, Ahmadinejad si rivolge a Bush e non si cura dell’Europa, che vede soltanto come un territorio vuoto da occupare. L’ostacolo al crollo finale permane dove la democrazia liberale trae forza e vitalità da un afflato etico e morale, cui l’esperienza religiosa autentica (e non formalistica) da un contributo importante. Come in Israele. Anzi, qui l’ostacolo è talmente forte che le uniche soluzioni possibili sono quelle radicali. Perché l’ebreo, anche quando non è religioso, vive di utopia. Anzi, come scrive Henri Meschonnic «la sua utopia è sé stesso, è utopia di sé» e anche utopia della società, «utopia degli altri, per sé e per gli altri». Perciò per un popolo che mostra di credere nell’utopia, e con l’utopia del sionismo ha ricostituito sé stesso, Ahmadinejad vede possibili soltanto due trattamenti: l’atomica – previa verifica del rapporto costi-benefici, e secondo autorevoli esponenti iraniani, un costo di una ventina di milioni di morti sarebbe accettabile – o, in alternativa, la soluzione di spedirlo nel Vecchio Continente, in parcheggio in attesa della liquidazione finale dell’azienda. Anche qui emerge la folle lucidità dell’ideologo. Poco importa che l’idea sia delirante e insensata, perché passa sopra al fatto che gran parte degli israeliani non sono europei e che Israele non è il mero frutto della Shoah, ma dell’utopia sionista. C’è una logica (consapevole o no) in questa follìa: costringere l’Europa a prendere definitivamente posizione sulla questione ebraica, o manifestando un sussulto di dignità e moralità, oppure scegliendo la “soluzione” che Fiamma Nirenstein ha chiamato l’“abbandono”. Perché la questione ebraica europea non è una faccenda degli ebrei, ma qualcosa che ha a che fare con l’identità stessa dell’Europa. Pur in mezzo a tanti drammi, incomprensioni e orrori, duemila anni di storia dell’ebraismo sono stati dentro e con l’Europa. Come dice ancora Meschonnic, con la sua utopia, l’ebraismo è legato all’Occidente quanto l’Occidente lo è a lui, e la separazione definitiva dell’ebraismo da una parte dell’Occidente – l’Europa – è uno scacco di portata epocale.
Questo scacco è ormai a un passo dal suo definitivo avverarsi e i prossimi eventi decideranno se il passo sarà compiuto oppure no. Dipenderà da quello che l’Europa deciderà di fare per i suoi ebrei e per gli ebrei che stanno di fronte a lei, dall’altra parte del mare “nostro”. Il che è quanto dire cosa deciderà di fare di sé stessa. Pensiamo alla vecchia faccenda delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Che vi sia tanta reticenza in giro a tenere in piedi il primo termine (giudaico) è malinconico, ingiusto, ma purtroppo non stupisce più di tanto. Di recente, passeggiando per il ghetto di Venezia, un collega ebreo francese mi diceva: «Per noi sarebbe tragico, triste, ma non sarebbe la prima volta. Anche fare le valigie. Ma che l’Europa non abbia il coraggio di dire che le sue radici sono cristiane, questo è veramente incomprensibile, stupefacente. Che dire? Cosa resta all’Europa se rinnega anche queste radici?». Non si tratta di ritornare sulla faccenda del rifiuto di costituzionalizzare di quel termine, che era probabilmente una scelta sensata. Si sarebbe dovuto parlare anche delle radici greche, anche perché la tradizione giudaica e cristiana si è contaminata profondamente di pensiero ellenico ed ellenistico e poi non si sarebbe potuto trascurare la romanità. Insomma, si sarebbe dovuto fare un trattato di storia culturale anziché l’articolo di una costituzione. Ma quel che è stato stupefacente è stato il rifiuto del tema in sé. Gli ebrei sono abituati ad essere considerati una vergogna, tanto che una delle loro utopia è trovare un posto dove “sporco ebreo” significa soltanto un ebreo che non si è lavato. Ma che dal “non possiamo non dirci cristiani” si dovesse passare al “ci vergogniamo di essere cristiani”, questo francamente era al di là di ogni immaginazione. Ed è al di là di ogni immaginazione la debolezza con cui si reagisce a tale stato di cose, la timidezza con cui si dice una verità evidente, e cioè che se qualcuno avesse osato scrivere un Codice da Vinci in chiave islamica avrebbe già fatto una brutta fine, ed anche l’errore di credere che si possano contrastare queste aberrazioni per via legale e di divieto.
Lo si creda o no, per uno che si chiama Israel parlare troppo di antisemitismo e di antisionismo è una noia. Non una noia esistenziale. Perché l’utopia della fine dell’antisemitismo è talmente proiettata verso la fine della storia, che esiste una panoplia consolidata di tattiche di resistenza. È una noia razionale: quando una parte troppo importante del tempo di un ebreo europeo deve essere impiegata a difendersi, a decrittare le forme attuali dell’antisemitismo, a dimostrare invano che la manifestazione attuale dell’antisemitismo è l’antisionismo, allora c’è qualcosa che proprio non va.
Difatti, ogni giorno si ricomincia daccapo. Il 27 maggio il più importante sindacato dei professori universitari inglesi (NATFHE) chiamerà a votare i suoi 67.000 membri un appello al boicottaggio delle istituzioni universitarie israeliane e, individualmente, dei loro professori. Bisognerà ricominciare a spiegare a chi non vuol capire che questo è puro e semplice razzismo?
Giorni fa, sul Corriere della Sera, Sergio Luzzatto ha osservato che «l’opinione pubblica europea si sta mostrando distratta davanti ai recenti sviluppi della situazione politica in Polonia», dove sono entrate al governo due formazioni cattoliche reazionarie apertamente antisemite, uno dei cui leader ha dichiarato che «il peggior nemico della Polonia è la nazione giudaica». Per un breve tempo, si era sperato che le nuove nazioni orientali entrate in Europa fossero più aperte di altre a un rapporto con il Grande e Piccolo Satana. È una speranza durata poco, e pare che i vecchi fantasmi si stiano riaffacciando, davanti a un’opinione pubblica “distratta”. Ma il guaio è che l’elenco di queste distrazioni è ormai infinito. Questo è il vero problema.
È passato poco tempo da quando in Francia è avvenuto un delitto razziale che avrebbe dovuto suscitare una reazione degna di un caso Dreyfus. Parliamo del caso del giovane Ilan Halimi, torturato per un mese e poi gettato a morire su una scarpata, mentre tante persone che vivevano nello stabile maledetto udivano le sue grida disperate e facevano finta di nulla. Un delitto razzista che – come ha scritto in un bellissimo articolo il padre di Daniel Pearl – è stato possibile perché un intero paese ha introiettato l’idea che gli ebrei sono colpevoli in quanto non rinnegano Israele, quel “piccolo paese di merda”, secondo l’elegante espressione di un ambasciatore di Francia. Non è tanto o soltanto il delitto in sé, ma il clima che lo ha preparato, lo ha accompagnato e il silenzio torbido che è seguito, come una sorta di alzata di spalle collettiva. Dopo questo episodio, risulta che la già consistente emigrazione ebraica dalla Francia sia aumentata. Invece di interrogarsi su un sintomo così grave – che una comunità così integrata nel paese dia segni di cedimento e pensi ad andarsene, malgrado i disagi connessi – la “gauche” intellettuale non ha trovato di meglio che coniare lo slogan di un’Opa che il sionismo avrebbe lanciato sull’ebraismo francese.
Nel delitto Halimi si è visto lo stesso clima, lo stesso torbido silenzio, la stessa cinica indifferenza che ha accompagnato l’assassinio di Theo Van Gogh. È lo stesso insopportabile cinismo con cui viene trattato ora il caso di Ayaan Hirsi Ali, la coraggiosa donna somala che sta pagando il prezzo di essersi opposta all’estremismo islamista e che un tribunale olandese ha sfrattato dalla sua casa ritenendo prevalente il diritto dei vicini alla quiete e a star lontani dalle minacce terroriste, rispetto al suo diritto di vivere liberamente nella sua casa.
Così, il politicamente corretto, degenerato in servilismo nei confronti dei violenti, ha fatto a pezzi i principi più elementari della democrazia liberale ed ha usato persino la giustizia per calpestare la morale senza alcun ritegno. In effetti, il “politicamente corretto” in versione europea è arrivato al punto di battere largamente le peggiori manifestazioni statunitensi. Bisognerebbe un giorno fare la storia del palleggio culturale che è avvenuto tra le due rive dell’Oceano: noi abbiamo lanciato di là la palla del pensiero postmodernista dei vari Foucault, Lacan e Derrida e ne è germinato il politicamente corretto americano. Ora, negli Stati Uniti si stanno manifestano tante versioni diverse e contraddittorie del politicamente corretto da neutralizzarsi a vicenda. Mentre la palla è ritornata al mittente assumendo forme di rigidità univoca e, in taluni paesi europei, soffocanti e totalitarie: non si predica più la parità per decreto, ma l’asservimento all’“altro”. È il prostrarsi umiliante e degradante della sentenza de L’Aja, le chiacchiere tra l’insensato e l’infame della “gauche” parigina, i genitori A e B dello zapaterismo. Non ha ragione il presidente Ahmadinejad a sentire i rumori del crollo della democrazia liberale?
E noi? La situazione nel nostro paese sembra meno grave che in altri paesi europei, ma non c’è da stare tranquilli. Mentre dilaga l’esercizio del ricordo e la Giornata della Memoria si è trasformata in Settimana, anzi in Sagra della Memoria, la Brigata ebraica che sfila nel corteo del 25 aprile viene pesantemente fischiata e aggredita con grida assassine. Lo sdegno generale e unanime ha proclamato trattarsi di un gruppetto di pochi irresponsabili, ma è una bugia. Per non farsi male bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: i quattro pesci nuotavano in un bacino di consenso o quantomeno di “comprensione” molto, troppo vasto. Di che stupirsi? Sono quarant’anni che si educano generazioni all’odio del sionismo. Ne abbiamo avuto un ultimo esempio con l’indecente vignetta pubblicata su Liberazione che riprende un cavallo di battaglia dell’antisemitismo contemporaneo: l’identificazione degli israeliani come i nazisti di oggi. L’educazione all’odio continua e si raccolgono i frutti di ciò che è stato e viene metodicamente seminato. Perciò, le deplorazioni e le minimizzazioni – in un paese in cui le università sono inaccessibili a un diplomatico israeliano – sanno di ipocrisia e, nel migliore dei casi, di elusione.
Oggi per l’Europa si tratta di decidere se continuare a cavarsela “ricordando” e strofinandosi addosso il cilicio per i misfatti del passato mentre viene lasciato libero corso all’antisionismo e all’antiamericanismo; sbattendo in galera Irving e lasciando ammazzare Ilan Halimi; pretendendo la chiusura dei CPT (Centri di permanenza temporanea) in quanto sarebbero dei “lager”, e scacciando dai condomini le Ayaan Hirsi Ali. Fino a che il dilagare del disprezzo di sé non si concluda nel suicidio finale.



Giorgio Israel

lunedì 15 maggio 2006

Nota pubblicata su INFORMAZIONE CORRETTA

ll direttore di Liberazione Piero Sansonetti dice che era "una vignetta punto e basta" e che non c'è altro da aggiungere, tanto meno scusarsi. Certo, una vignetta è una vignetta, una bandiera bruciata è una bandiera bruciata, un proiettile è un proiettile, e via dicendo. Il signor Sansonetti deve essere una reincarnazione del signor de La Palice, quello che un'ora prima di morire era ancora in vita. E, se non è M. de la Palice redivivo, deve avere bisogno di una buona vacanza per restaurare le sue cellule grigie.
Comunque, l'esimio direttore si distinse all'epoca dell'assassinio di Quattrocchi dicendo alla trasmissione Otto e mezzo che, se Quattrocchi era un eroe allora erano eroi anche i kamikaze. Poi, quando Sharon ha evacuato Gaza e le sinagoghe di Gaza sono state profanate, devastate e bruciate ha scritto che chi si lamentava per questa oscenità era un razzista. Ancora mi sento profondamente offeso, come tanti, per questa affermazione scomposta e sconsiderata. Adesso pubblica una vignetta ignobilmente antisemita e non capisce perché lo sia. È grave che non lo capisca: lui è un direttore di giornale, del giornale del Presidente della Camera, non è uno che passa per caso di là, dovrebbe avere un minimo di cultura storica. Se non ce l'ha se la faccia con un corso accelerato in ritiro e poi torni sulla ribalta. Per ora si vergogni e taccia, invece di scrivere insulsaggini come quelle trasmesse da un'agenzia come anticipazione di un articolo che deve comparire domani su Liberazione, secondo cui la vignetta non sarebbe antisemita ma soltanto "drammaticamente filopalestinese"... Ripetiamo l'invito: si ritiri a meditare e studiare e, se ne sente il bisogno, si faccia aiutare. Gli possiamo fornire una bibliografia e anche qualche lezione gratuita. Ma non provi ad impancarsi e a fare la predica, proponendo addirittura un quartetto di proposte che si dovrebbero sottoscrivere insieme, per poi fare un corteo sventolando insieme bandiere israeliane e palestinesi dall'ambasciata iraniana a quella israeliana. Su queste basi c'è poco da sventolare insieme.
Sansonetti dice che non ci sono problemi fra Liberazione e gli ebrei. Si sbaglia. Ce ne sono grandi come una casa.
Intanto, come prima tema di riflessione gli presentiamo il seguente. Provi a chiedersi come mai si bruciano bandiere israeliane e si gridano frasi oscene alla Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile. E invece di rispondersi con la solita litania autoconsolatoria e propagandistica - ovvero che la colpa è della politica di Israele che suscita la reazione indignata delle masse democratiche - si chieda se dopo anni e anni di avvelenamenti mentali come quelli in cui si sta producendo il suo giornale, non sia del tutto naturale che generazioni di giovani siano ormai plasmati dalla disinformazione, dal pregiudizio, e da un odio che stanno dando i loro frutti perversi.
Prima di chiedere di sventolare bandiere insieme, bisogna guardarsi dentro modestamente e correggersi. Bisogna curare il male oscuro della sinistra.

Giorgio Israel

lunedì 24 aprile 2006

CASCANO LE BRACCIA...

Giovedì debbo tenere una conferenza a Bari su invito dell'Associazione Italia-Israele.
Ricevo una telefonata da una giornalista di un quotidiano del meridione che desidera un'intervista in relazione al tema della conferenza: le forme attuali dell'antisemitismo in Europa.
Accetto. Dopo qualche domanda generica, mi chiede: "Come mai gli ebrei, che sono tanto intelligenti, hanno posizioni di prestigio nella cultura, hanno tanti premi Nobel, e quindi contano molto in politica, non sfruttano queste posizioni di forza per imporre la pace in Medio Oriente?"
Mancano le parole. Insomma, la signorina mi intervista sul tema delle forme attuali dell'antisemitismo in Europa, e che fa? Riprende uno dei più logori luoghi comuni dell'antisemitismo e lo coniuga con una boiata bestiale: perché i premi Nobel ebrei non danno ordine di fare la pace in Palestina....
Alla domanda successiva accenno ai "Protocolli dei Savi di Sion" e sento un pesante silenzio. Chiedo: "Ha capito di cosa si tratta?". Risposta: "Non l'ho letto". Non ha capito che non si tratta di uno degli ultimi best sellers di Crichton.
Questa è la bestiale ignoranza in cui viviamo. Ignoranza peraltro corrotta e niente affatto pulita, perché è intrisa di pregiudizi. Perché la signorina non sa che cosa sono i "Protocolli", ma la schifezza razzista degli ebrei che comandano la cultura mondiale, e quindi sono seduti sul trono del mondo, quella sì, ce l'ha nella testa.
In questi casi, viene voglia di chiedersi a che serve agitarsi in questa Eurabia che ormai precipita nel pozzo?

mercoledì 19 aprile 2006

LINGUA DI LEGNO

Piero Fassino è, assieme a Francesco Rutelli, quanto di meglio può offrire il centro-sinistra in tema di politica estera. Ne costituisce una prova la sua intervista al Corriere della Sera (19 aprile 2006), in cui ha condannato "senza se e senza ma" i kamikaze palestinesi e la giustificazione che Hamas ha dato dell'ultimo attentato terroristico a tel Aviv.
Tanto più sconcertante e deprimente è il fatto che egli abbia ricorso in questa intervista a quella che i francesi chiamano la "langue de bois", la "lingua di legno" dei comitati centrali e della politica politicante.
In primo luogo, Fassino ha definito il titolo del Manifesto sull'attentato - I frutti del male - "ambiguo" e che "rischia di apparire, anche se non voluta, come una forma di giustificazione". Ma ha letto Fassino Il Manifesto? Si rende conto che tutto è, salvo che ambiguo: è chiarissimo, è una giustificazione voluta. È veramente necessario tenere assieme tutto il circo, anche nelle sue manifestazioni deteriori? Ma non era finita la vecchia prassi di stile comunista dell'"unità" a tutti i costi e contro ogni evidenza?
In secondo luogo, Fassino ha evitato di prendere le distanze dalla dichiarazione di Prodi, dicendo che "bisogna stare attenti a non fare i grilli parlanti". Ma chi sarebbero i grilli parlanti? Il giornale di Rutelli che ha criticato severamente Prodi?
In terzo luogo, egli ha enunciato un bizzarro concetto: "non punire Hamas ma persuaderlo". Che vuol dire, in concreto? Come si fa a persuadere un assassino a non compiere un delitto? Inondandolo di mazzi di fiori? Non sarà piuttosto il caso di minacciarlo di punizioni e, ove questi sia ultrarecidivo e per giunta dichiari di voler ripetere il delitto in futuro, metterle in atto, se non altro per non rendersi poco credibili e persino ridicoli? L'Europa, che certo è tradizionalmente prudente e indulgente ha deciso di passare alle "punizioni". Perché Fassino sente il bisogno di precisare che occorre persuadere e non punire? Non sarà un modo di riproporre per la porta di servizio la posizione di Prodi, che su Al Jazeera ha suggerito di correggere la posizione europea in senso più indulgente nei confronti delle "interessantissime aperture di Hamas"?
Viene in quarto luogo un argomento completamente illogico: occorre evitare di "buttare la dirigenza palestinese nelle braccia di chi, in cambio di fondi, la sospinge su una linea ancora più estremista". Se il criminale suddetto usa dei fondi che noi gli diamo per acquistare armi ed esplosivi, e se dimostra di non aver bisogno del nostro denaro perché tanto può ottenerlo altrove, che senso ha continuare a darglielo? Forse che le armi e gli esplosivi acquistati con il denaro europeo fanno meno male di quelle acquistate con il denaro iraniano? E in che modo potremmo prevenire una deriva ancora più estremistica se non minacciando di tagliare i fondi? Se poi la minaccia è spuntata, c'è poco da fare. O meglio, l'unica cosa logica e onesta sarebbe aiutare Israele.
Dispiace, perché - lo ripetiamo - Fassino è uno delle personalità più aperte alle ragioni di Israele che esistano nel centro-sinistra. Perciò, se anche lui è costretto a parlare la "langue de bois", stiamo davvero freschi.

Giorgio Israel

giovedì 30 marzo 2006

Un personaggio che si descrive da solo

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Al mio articolo sull'eugenetica (vedi il precedente post), il signor Cassata ha ritenuto di inviare la seguente risposta cui ho controrisposto come segue, sempre sul Foglio.
Molto istruttivo. Ecco come educa l'Università oggi i giovani ricercatori. Non a ragionare civilmente, magari anche duramente ma civilmente, ma a imbastire risse ideologico-politiche con uno stile da Santa Inquisizione o da Procuratore Vishinskji (è la stessa cosa): costruisco un'immagine falsa di te, ti denigro e continuo a farlo, qualsiasi cosa tu dica, con la classica tecnica di ribaltare ogni discorso che fai.
Fortunatamente non siamo nel Medioevo e lo stalinismo non ha più gli strumenti di potere di un tempo.
Alla fine, gente del genere può ottenere un solo risultato: mostrare a tutti di che pasta sono fatti e soprattutto di che pasta sono fatti i loro "maestri".

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Al direttore - In riferimento all’articolo di Giorgio Israel (“Non esiste il bello dell’eugenetica”), pubblicato sul Foglio il 21 marzo scorso, mi permetto di puntualizzare soltanto su due argomenti, fra i numerosi confusamente affastellati dall’autore nella sua critica al mio libro (“Molti sani e forti. L’eugenetica in Italia”, Bollati Boringhieri): il rapporto eugenica-razzismo e il legame “razza”-scienza.
Per quanto concerne il primo punto, l’assimilazione di Israel dell’eugenica al razzismo rivela semplicemente una profonda ignoranza della storiografia internazionale sul tema. Cito soltanto, come esempio, il caso paradigmatico della Germania. Numerosi studi – Israel può leggere, fra gli altri, “Peter Weingart, Paul Weindling o Sheila Weiss” – hanno chiaramente dimostrato come l’eugenica tedesca non possa essere tout court identificata con il razzismo e l’antisemitismo nazisti. Il medico Wilhelm Schallmayer, fondatore dell’eugenica tedesca, condannava l’idea della superiorità della “razza germanica”; disprezzava la “psicologia razziale” di Vacher de Lapouge, Ammon o Woltmann; esaltava la civiltà cinese e quella mediterranea. Tra il 1900 e il 1932, la componente maggioritaria delle organizzazioni eugenetiche tedesche – comprendente non solo conservatori, ma anche liberali, socialdemocratici, centristi cattolici ed ebrei – era schierata su posizioni nettamente contrarie al razzismo völkisch: la sezione berlinese della Deutsche Gesellschaft für Rassenhygiene, nel 1931, abbandonerà perfino il termine Rassenhygiene, sostituendolo con quello, più neutro, di Eugenik.
Nel contesto italiano, l’analogia eugenica-razzismo, unita al tema del “precorrimento” (l’eugenica come “anticipazione” e legittimazione del razzismo fascista) ha non a caso condotto Israel – nel saggio “Scienza e razza nell’Italia fascista” (Il Mulino, Bologna 1998) scritto insieme a Pietro Nastasi – a errori grossolani, che dimostrano la sua scarsa conoscenza delle fonti e del contesto storico. Come quando, ad esempio, Ettore Levi, paladino del birth control in Italia (morto suicida nel 1932), viene annoverato fra i “precursori” del razzismo fascista, dimenticando come il regime lo considerasse, per il suo neomalthusianesimo, un avversario del pronatalismo “quantitativo” e come “La Difesa della Razza”, in un feroce trafiletto del 1939, lo ricordasse ancora come uno degli esponenti più pericolosi della “scienza ebraica”.
Per quanto riguarda, invece, il rapporto “razza”-scienza, la critica di Israel appare quanto meno anacronistica, e l’anacronismo – diceva Lucien Febvre – è il peccato capitale dello storico. Dal punto di vista dell’indagine storiografica, il vero problema non consiste tanto nel denunciare il concetto di “razza” come concetto “non scientifico”, quanto piuttosto nello studiare come tale concetto sia stato usato dalla comunità scientifica internazionale in modalità e contesti differenti. A tale proposito suggerisco a Israel di leggere i capitoli di un recente libro pubblicato da Claudio Pogliano (“L’ossessione della razza”, Edizioni della Normale, Pisa 2005), dedicati ai dibattiti che condussero all’elaborazione degli Statements on Race dell’Unesco (1949-1967): vi scoprirà come, anche all’interno di un’organizzazione internazionale che aveva posto la lotta al razzismo fra gli obiettivi della sua azione, sia stato estremamente difficile, per antropologi e genetisti non razzisti, rinunciare alla parola e al concetto di “razza”.
Altre questioni – i razzismi biologico e spirituale, i caratteri dell’antisemitismo fascista – richiederebbero un lungo discorso, e questa non può esserne evidentemente la sede. Altre ancora – la mia carriera accademica o l’uso pubblico del concetto di eugenica – appartengono – per gli argomenti e il linguaggio adottati da Israel – alla sfera dell’insulto personale e della strumentalizzazione ideologico-politica, non certo a quella di un confronto serio fra posizioni storiografiche anche radicalmente contrapposte.
Francesco Cassata


La replica di Francesco Cassata al mio articolo (“Non esiste il bello dell’eugenetica”, 21 marzo) non meriterebbe una risposta se non per segnalarla al lettore come un perfetto modello del “costume” che denunciavo in quell’articolo.
Immaginate che vi si accusi di aver detto la tesi A, qualificandola come una stupidaggine e che voi rispondiate di aver detto qualcosa di ben diverso da A, diciamo la tesi B. Vi aspettereste che vi si risponda che anche B è falsa, oppure che si dimostri inequivocabilmente che B è equivalente ad A. Ebbene no: vi si risponde semplicemente dicendo che siete un ignorante perché… avete detto A. Insomma, tu hai sbagliato a dire A per la semplice ragione che io dico che tu hai detto A.
Non mi interessa dirimere se un simile modo di fare sia dovuto a difficoltà di comprensione o a un approccio di tipo stalinista, per cui, una volta decretato che hai commesso un fatto puoi fare qualsiasi cosa salvo una: negare di averlo commesso.
Nel mio articolo sostenevo molte cose, le quali non erano “affastellate” soltanto per criticare il libro di Cassata: veda di dare una calmata al suo egocentrismo. Comunque, in sintesi: 1) che l’eugenetica è nata in stretta correlazione con il concetto di razza e attiene all’idea di miglioramento della razza (della stirpe o della specie) e quindi non esiste – per definizione – un’eugenetica che si curi dell’individuo singolo indipendentemente da parametri generali e fini collettivi; 2) non dicevo affatto che eugenetica = razzismo (tantomeno che eugenetica = antisemitismo!), ma che l’eugenetica propugna pratiche di selezione pericolosamente contigue a una visione razziale e che, per la sua stessa natura, fornisce l’argomentazione teorica e “scientifica” atta a giustificare l’adesione a politiche razziali e quindi a creare consenso nei confronti di esse; 3) che tale era il senso dell’interpretazione che sorreggeva il libro mio e di Pietro Nastasi (“Scienza e razza nell’Italia fascista”), e che quindi le critiche (fra cui quella di Cassata) secondo cui avremmo sostenuto una tesi di “precorrimento” ovvero di un “piano inclinato” che avrebbe condotto dall’eugenetica alle politiche della razza (in particolare antiebraiche) erano completamente infondate. La nostra interpretazione era ben diversa ed escludeva esplicitamente ogni teoria del “piano inclinato”, tantomeno l’idea di una correlazione meccanica tra eugenetica e razzismo antisemita e che non era corretto tentare di confutarci inchiodandoci a una tesi che non era la nostra (se mai di altri).
E invece si ricomincia daccapo. Cassata dice che sarei un «ignorante» perché non saprei che è stato «chiaramente dimostrato come l’eugenica tedesca non possa essere tout court identificata con il razzismo e l’antisemitismo nazisti» e mi accusa di aver usato il tema del “precorrimento”… E allora cosa concludere? Per esser buono non dirò che egli fa orecchie da mercante, ma soltanto che le sfumature non appartengono al suo mondo. Egli continua dicendo che la “nostra” teoria del “precorrimento” (e dàgli…) conduce a errori grossolani come l’annoverare Ettore Levi fra i “precursori” del razzismo fascista. Inutile dire che neppure questo abbiamo mai detto. Abbiamo piuttosto ricordato che Levi era assertore dell’idea che l’eugenetica aveva la funzione di «rialzare la qualità della razza» e di farlo anche «impedendo l’unione fra elementi disgenici». Continuo a trovare detestabili simili progetti – che nulla hanno a che fare con la “scienza” ma sono progetti puramente ideologico-politici – e continuo e ritenere che un simile modo di pensare abbia contribuito a creare un’atmosfera malsana e favorevole alla diffusione di idee deleterie. Questo non vuol dire che Ettore Levi sia stato un precursore del razzismo antiebraico: c’è bisogno di dirlo? Il poveretto si rivolterebbe nella tomba a sentirselo dire, il che non è in contraddizione con la tesi che i suoi propositi siano stati assai discutibili. E il fatto che egli sia stato denigrato come scienziato ebreo e nemico dell’ideologia razziale fascista dalla rivista “La Difesa della Razza” non dimostra un bel niente. Nel periodo iniziale del fascismo, Mussolini in persona presentò Einstein come un precursore del fascismo, ideologia a suo dire super-relativista. Alla fine, Einstein diventò l’emblema della più fetida scienza ebraica. Infatti, non esiste alcun “piano inclinato” o “precorrimento”. Forse Cassata non sa che sono esistiti anche ebrei fascisti, e persino ebrei che difendevano la superiorità della razza italica, che alcuni tra i maggiori teorici del diritto corporativo fascista sono stati ebrei, e che costoro si sono visti poi accusare come nemici del regime e della patria. Oppure Cassata sa queste cose, ma si tratta di “contraddizioni” difficili da far rientrare nella sua storiografia in bianco e nero. Pensa che, l’eugenetica di Levi fosse “buona” e scientifica perché progressista, mentre quando era promossa da scienziati fascisti era comunque la “peggiore”. Ecco perché certe valutazioni gli risultano semplicemente incomprensibili, e le cataloga come “errori”. Sempre ad esser buoni e non voler dar credito al sospetto che stia facendo le orecchie da mercante.
L’eugenetica è sempre stata (e continua ad essere) una pseudoscienza altamente rischiosa, così come l’antropologia fisica. Alla sua costruzione hanno contribuito scienziati reazionari e progressisti, e se la sua storia può insegnarci qualcosa è che la legittimazione in quanto “scientifici” di concetti di natura prettamente ideologica – come quello di razza, di stirpe e anche di etnia – può condurre a giustificare come “oggettive” e neutrali conclusioni che contengono invece tutti i veleni inerenti a quelle premesse ideologiche.
Lasci perdere quindi Cassata le sue saccenti lezioncine a base di citazioni di Febvre sull’anacronismo come peccato capitale dello storico. Dice che mostrare il carattere non scientifico del concetto di razza non è il vero problema: dal punto di vista della storia della scienza lo è certamente. Abbia quindi Cassata il senso del ridicolo di non fare il Croce in sedicesimo. Peraltro, studiare come sia stato usato storicamente il concetto di razza dalla comunità scientifica internazionale è precisamente quel che abbiamo fatto. Parte di questa storia è la progressiva constatazione del tragico errore strutturale che è alla base dell’eugenetica, nonché dell’antropologia fisica, e che giustamente ha fatto parlare Lévi-Strauss di un “peccato originale”. Dimenticare la natura specifica e caratteristica dell’eugenetica, facendo finta che sia stata una scienza al pari dell’astronomia è ingenuo, e conduce a cascare con tutte le scarpe nella tesi ideologica di un’eugenetica “buona” e “cattiva”, in dipendenza dei suoi portatori, e nella riproposizione – questa sì sconcertante anacronismo – di un’eugenetica per il nostro tempo.
Quanto agli insulti, Cassata avrebbe fatto meglio a rileggersi l’introduzione al suo libro e constatare: la sua pretesa comica di avere i titoli per attribuire voti a destra e manca; la petulante insistenza a definire “errori” le opinioni altrui senza neppure tentare di capire se dietro vi sia qualche ragione che egli non è stato capace di approfondire; l’accusa di ignoranza e strumentalismo che riversa su coloro che hanno indicato i rischi dell’eugenetica nel corso del dibattito referendario sulla procreazione assistita; mentre sarebbe invece giustificata la pretesa di ricavare dal suo compitino storiografico la tesi che l’eugenetica è il sogno laico del miglioramento della specie umana. Insomma, chi critica l’eugenetica è un ideologo ignorante, mentre chi la difende a spada tratta, anche se in penuria di argomenti, è invece un paladino della conoscenza e del progresso…
Giorni fa Il Foglio ha ricordato una frase di Simon Wiesenthal: «Quando, oggigiorno, sento nuovamente i medici discutere di eutanasia, parlando di ‘uccisioni compassionevoli’, l’orrore si impadronisce di me: un titolo accademico non è una garanzia contro comportamenti sadici e psicopatici […]. Prima i ‘malati incurabili’, poi i ritardati e i vecchi. Molto presto tutti coloro che avevano un qualche genere di disabilità divennero indegni di vivere». Ma già, dimenticavo che Wiesenthal non era un sognatore laico del miglioramento dell’umanità. Doveva essere un ignorante, un imbecille e un ideologo strumentalizzatore, che per poco ha mancato l’occasione d’oro di far campagna a favore della legge 40.

Giorgio Israel

domenica 26 marzo 2006

NON ESISTE IL BELLO DELL'EUGENETICA

pubblicato su Il Foglio il 21 marzo 2006


Dopo aver ricordato la celebre frase di John Stuart Mill secondo cui «ciascuno è l’unico e autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale», Giulio Giorello ha osservato: «il che equivale a dire che gli interessi di ciascuno vanno definiti nei termini delle sue preferenze personali e non nei termini di ciò che qualcun altro pensa che sia un “bene per lui”» (Corriere Magazine, 2 marzo 2006). Non si potrebbe dir meglio. Per questo l’eugenetica è una dottrina illiberale: essa sostituisce la libertà dell’individuo di curare la propria salute come meglio crede (magari trascurandola) con l’obbligo di seguire prescrizioni generali che impongono di adeguarsi a una nozione di salute valida per tutti.
In tempi recenti questa frase è stata usata, nel dibattito sulla bioetica, per affermare che è meglio che la collettività non si impicci di stabilire regole, lasciando ai singoli la libertà di scegliere come meglio credono. Ma questo argomento è insostenibile. Giorello traduce bene il senso della frase di Mill parlando di “preferenze”. D’altra parte, i principi della convivenza associata non possono fondarsi soltanto sulla soddisfazione delle preferenze individuali: nessun procedimento di ottimizzazione di tali preferenze può produrre principi come “non uccidere”. Non è conveniente ignorare il sistematico fallimento degli innumerevoli tentativi di dedurre matematicamente l’etica e la morale dalla teoria utilitaristica. È quindi all’interno dei principi morali e della “visione del mondo” dominanti in una società che ha senso la cura massima delle preferenze personali e la raccomandazione di Stuart Mill.
L’eugenetica non è frutto né di principi etici o morali né delle preferenze personali dell’individuo. Trattasi di una dottrina ispirata a una prescrizione tipicamente collettiva: promuovere il “miglioramento” della specie umana o di una particolare razza o etnia, la sua rigenerazione o addirittura la sua riprogettazione. Confondere un simile progetto con il perseguimento individuale di ciò che si ritiene meglio per sé è una mistificazione. L’eugenetica è un prodotto di un’idea nefasta del pensiero occidentale e che è alla radice delle sue tragedie totalitarie e razziste: l’idea della ricostruzione dalle fondamenta dell’individuo e della società, un ideale di “palingenesi” che rifiuta l’umanità per quel che è nella sua concretezza storica e pretende di rifare il (mal)creato dalle fondamenta. È un ideale che nasce dal divorzio tra etica, morale e scienza e attribuisce a quest’ultima la missione impossibile di ricostruire uomo e società su basi “razionali”: la scienza assume in toto la funzione sociale, mentre le prime due vengono relegate nella sfera delle opzioni individuali. Ma la scienza non ha le spalle così forti da sopportare un simile compito e lo si è visto dagli effetti tragicomici – comici per la loro miseria intellettuale, tragici per la loro concretezza – di una simile pretesa, fino ai più recenti presuntuosi manifesti pseudoscientifici di “riprogettazione” dell’uomo.
Non ci si può stancare di ripetere che quanto detto non ha nulla a che fare con una critica della scienza, ma piuttosto con una critica dell’ideologia che pretende di attribuire alla scienza un simile progetto paranoico, quell’ideologia detta “scientismo”. Chi vuole impedire di ragionare su tale questione e lancia su chi osa farlo l’anatema di “nemico” della scienza e di oscurantista, se non è una persona intellettualmente debole, è un irrazionalista nel pieno senso del termine. Al contrario, è di straordinario interesse indagare i percorsi storici dell’ideale palingenetico di cui si diceva, le sue interazioni con l’ideologia scientista e la manifestazione che esso ha avuto con l’eugenetica. Una simile indagine non mira a screditare la scienza: al contrario, essa ne difende l’onore. Non è invece un buon servizio reso alla scienza presentare certe manifestazioni di delirio scientista come “scienza” e far credere che esistano forme di eugenetica moderna che mirerebbero alla salute individuale e al massimo benessere possibile senza alcuna pretesa di assoggettare il singolo a un progetto di ristrutturazione della specie: se così fosse l’eugenetica sarebbe soltanto medicina e, come tale, non avrebbe ragione di esistere. Ma così non è, e lo sa bene chiunque conosca la fenomenologia delle coercizioni e pressioni psicologiche pesanti che vengono esercitate su chi non si assoggetta alle prescrizioni diagnostiche in tema di procreazione, e la campagna tesa a suscitare sensi di colpa in chi si renderebbe responsabile di mettere al mondo individui “difettosi”. È l’ideologia così bene descritta da Gregory Stock, che propone “operazioni di marketing mirate” in modo che la riproduzione tradizionale venga considerata socialmente come “antiquata” e “irresponsabile”.
È quindi importante studiare la storia dell’eugenetica. Sotto questo profilo, l’affermazione contenuta nel recente libro di Francesco Cassata “Molti, sani e forti” (Bollati Boringhieri) – «L’eugenetica è oggi in Italia uno degli esempi più ricorrenti di quell’uso pubblico della storia che avvelena il dibattito pubblico e culturale del paese» – se fatta allo specchio, sarebbe una manifestazione di autoironia da Guinness dei primati. Purtroppo, l’autore – che, manco a dirlo, ce l’ha con i critici delle biotecnologie della procreazione assistita, accusati di strumentalismo e ignoranza – non possiede questa dote, visto che dichiara seriamente di aver svolto le sue ricerche nella speranza «indubbiamente illusoria» che «le scelte della politica possano maturare in un contesto di maggiore consapevolezza della prospettiva storica». Il fatto è che il contenuto del libro esibisce una totale discrasia tra il racconto storico – che sviluppa ricerche precedenti in modo corretto anche se viziato dall’ingenua propensione ad accumulare in quantità materiali e pagine – e l’intento sopra enunciato. Chi voglia ricavare indicazioni per maturare una scelta politica dovrebbe fare un triplo salto mortale perché dalla montagna di Cassata non esce neppure un topolino. Eppure l’intento ideologico c’è: è ribadito nella quarta di copertina – «il sogno laico del miglioramento della specie umana fra crisi e continuità» – ed è stato riassunto da Simonetta Fiori su La Repubblica (24 febbraio) con lo slogan «l’eugenetica non è una scienza reazionaria come in tanti pensano».
La tesi che dovrebbe discendere dal discorso storico – al prezzo di sforzi meritevoli di un’ernia – può essere così riassunta: l’eugenetica è una scienza, è stata ed è una cosa seria, anzi nasce dal nobile e ineccepibile sogno “laico” di migliorare la specie umana, e tutto è andato per il verso giusto quando è stata promossa da menti “laiche” e autenticamente scientifiche; il guaio è nato quando è caduta in mano ai reazionari delle varie risme, fascisti, nazisti e religiosi bigotti, come il cattolico Luigi Gedda. Il guaio è che il pilastro di questo discorso è di cartapesta: l’eugenetica non è una scienza, se vogliamo ancora attribuire qualche senso all’oggettività scientifica e non vogliamo allinearci alla tesi del carattere totalmente ideologico di ogni costruzione scientifica. Capiamo bene quanto sia difficile per chi si sente “profano” (nel senso latino “pro fanum”, che sta fuori del tempio) prendersela con i numi sacri della scienza e osare di pensare che menti eccelse abbiano potuto costruire castelli di fandonie ispirati soltanto da intenti ideologici. È più facile prendersela con un Gedda, mentre davanti a Karl Pearson, fondatore della statistica moderna, ballano i pantaloni. Eppure Pearson (il progressista Pearson che cambiò il suo nome da Carl a Karl in omaggio a Marx) non s’imbrattò poco quando esaltò la politica razziale di Hitler. Ma qui non è possibile tracciare una fenomenologia del razzismo degli scienziati eugenetisti, di destra e di sinistra, progressisti e reazionari, uniti nella lotta. Il fatto è che quella deriva era naturale perché la premessa era fradicia alla base. Il concetto di razza, o di stirpe o altri analoghi, non è un concetto scientifico, o comunque suscettibile di una qualsiasi definizione che non sia vuota, contraddittoria o tautologica. Sappiamo bene che tanti concetti scientifici sono imperfettamente definiti. La meccanica newtoniana è stata bandita per un secolo dall’insegnamento perché accusata di reintrodurre con il concetto di forza le “cause occulte”. Tuttavia, malgrado la sua vaghezza e il suo antropomorfismo, la nozione di forza può essere ben definita, quanto meno in termini dimensionali, il che ne fa un concetto perfettamente maneggevole e persino misurabile. E via con gli esempi. Ma chi può onestamente sostenere che si possa dare una qualsiasi definizione ragionevole e dotata di un minimo di base oggettiva del concetto di razza? E che essa sia una definizione, e non un conglomerato di pregiudizi e la proiezione di un intento, quello di dimostrare la superiorità del proprio “gruppo” umano di appartenenza e la necessità di mantenere e promuovere tale superiorità? Il fatto che menti di prim’ordine e in buona fede abbiano partecipato alla costruzione di questa pseudoscienza nella convinzione di far scienza non dimostra che essa avesse la stessa dignità della meccanica newtoniana. Lo storico della chimica Giulio Provenzal, persona onesta, seria e preparata, anche dopo essere stato estromesso in quanto ebreo dall’Università italiana, continuò a patrocinare la causa della superiorità scientifica della razza italica... Forse la sua autorevolezza dimostra che quella causa aveva un fondamento scientifico?
Ben venga quindi una storia seria dell’eugenetica, che metta al loro posto tutti i tasselli, che non confonda i risultati oggettivi con l’ideologia, la scienza con i progetti politici, e che analizzi con cura e senza pregiudizi le interazioni tra questi vari aspetti. Ma senza pregiudizi, senza gabellare per vera l’immagine di una costruzione nobile e progressiva, deturpata da fascisti e preti, e che, se lasciata libera dall’intrusione degli “oscurantisti”, riserverebbe all’umanità il paradiso di una rigenerazione globale. Che brutti scherzi gioca la strumentalità politica! Essa spinge lo scientista sulle spiagge del suo nemico più odiato, il sociologo della scienza postmoderno, quello che predica che nulla ha carattere oggettivo, che la teoria del calore vale quanto la teoria del flogisto, la chimica di Lavoisier quanto l’alchimia, e la genetica quanto l’eugenetica... (Peraltro non saremo noi a mettere sullo stesso piano l’innocua alchimia e il paranoico sogno di ricostruire l’umanità).
Tanto è vero che il discorso sull’eugenetica ha poco a che fare con un discorso sulla “scienza”, che è certamente possibile fare una storia della meccanica e dell’astronomia senza riferimenti alla realtà politica sottostante, ma è semplicemente impossibile fare un discorso sull’eugenetica senza parlare di politica. È persino possibile pensare a una storia della teoria economica scritta in forma “asettica”, mentre una storia dell’eugenetica che non faccia riferimento alle ideologie razziali è impensabile. Per questo il discorso scivola inevitabilmente sul terreno della storiografia politica e libri come quello di Cassata tengono un piede nella tematica delle politiche razziali nella storia italiana. Non è quindi fuori tema dedicare alcune considerazioni ai recenti sviluppi della storiografia italiana sul tema delle politiche razziali del fascismo. Non prima però di aver fatto un’osservazione. Cosa spinge un giovane studioso, che ha davanti a sé l’opportunità di dedicare molti anni a ricerche approfondite, tali da condurre a conclusioni equilibrate e meditate, a gettare invece i propri primi studi prematuramente in pasto a una rissa politica, e per giunta con tono arrogante e credendo di avere i titoli per assegnare i voti a chiunque abbia scritto prima di lui? Quel che spinge a ciò è proprio l’uso pubblico e “avvelenato” della storia, denunciato dallo stesso Cassata e di cui egli è vittima. È lo strumentalismo politico di una certa accademia che spinge i giovani studiosi alla ricerca militante. E poi ci si chiede da dove venga la decadenza delle università e della cultura italiane.
Veniamo ora alla storiografia sulle politiche razziali del fascismo, che, per lungo tempo, ha avuto come riferimento quasi esclusivo il fondamentale testo di Renzo De Felice “Gli ebrei italiani sotto il fascismo”. In questo approccio aveva poco spazio il mondo della cultura e nessuno spazio il mondo della scienza, né sotto il profilo delle teorie “scientifiche” della razza, né sotto quello del ruolo attivo e passivo della comunità scientifica. Ciò era, in parte, conseguenza della tesi di De Felice (parzialmente corretta nella biografia di Mussolini) secondo cui l’adesione del fascismo alle politiche antiebraiche era conseguenza del patto d’acciaio e quindi era una concessione politica nei confronti del Führer. Il primo tentativo di introdurre la tematica scientifica fu fatto da me in un convegno promosso nel 1988 dall’allora presidente della Camera dei deputati Nilde Iotti. I temi toccati erano quelli degli effetti delle leggi razziali sulla comunità scientifica e quello dell’esistenza di una teorizzazione razziale specifica del fascismo e ben diversa da quella nazista per la presenza di correnti di tipo “spiritualistico” che si rifacevano a un’idea di razza in certo senso più vicina a quella odierna di etnia. In un articolo del 1994, Mauro Raspanti descrisse in modo più articolato e preciso il panorama dei “razzismi del fascismo”, che sviluppai ulteriormente con Pietro Nastasi (nel libro “Scienza e razza nell’Italia fascista”), assieme a una ricostruzione dettagliata delle vicende del cosiddetto “Manifesto degli scienziati razzisti”, che evidenziavano lo scontro tra le correnti “spiritualistiche (di Nicola Pende ed altri) e quelle “biologistiche”, con il netto prevalere delle prime, almeno fino al 1941. Veniva chiaramente alla luce che il fascismo aveva avuto una “sua” politica demografico-eugenetico-razziale che si era articolata in correnti diverse e talora contrapposte, alcune vicine a quelle germaniche, altre di impronta originale e che avevano avuto un peso maggiore nel determinare le politiche del regime. Proprio per il carattere non puramente biologistico del razzismo fascista, esso presentava problemi di analisi storiografica molto più complessi del caso nazista; ferma restando la tesi di De Felice, e cioé che l’antisemitismo non è mai stato un elemento “costitutivo” dell’ideologia fascista, come lo è stato invece di quella nazista.
In una prima fase, a queste tesi è stata riservata una variegata accoglienza. In primo luogo, un certo fastidio per l’invasione di campo da parte di “storici della scienza” estranei all’ambiente dei “titolari”, gli storici politici. È curioso rilevare la persistenza di queste forme di crocianesimo fuori tempo massimo: in ambiente anglosassone l’interazione con gli storici della scienza è considerata naturale, ma da noi è ancora un fatto perturbante. Ricordo con divertimento un dibattito su questi temi in cui il moderatore, leggendo sui suoi appunti che doveva presentarmi come “storico della scienza”, non poté trattenersi dall’esplodere nel microfono con un «ma lei che ci fa qui?». Vi fu poi il rimprovero di pretesi “banali errori”, che – scambiando la pazienza con dabbenaggine – è stato reiterato come un ritornello, e a cui sarà data risposta nelle sedi opportune: ogni ricreazione prima o poi finisce. L’unica critica seria sottolineava il rischio che la nostra interpretazione facesse discendere in modo deterministico dagli studi e dalle politiche eugenetiche l’adozione di politiche razziste (in particolare antiebraiche). È infatti noto che lo sviluppo di politiche eugenetiche (anche assai coercitive) si è avuto in paesi democratici che non si sono mai sognati di adottare politiche razziste. Di qui il richiamo a non pensare a una sorta di “piano inclinato” che avrebbe condotto dall’eugenetica alle politiche della razza (in particolare antiebraiche). In realtà, la nostra interpretazione era ben diversa ed escludeva esplicitamente e nettamente ogni teoria del “piano inclinato”. Essa sosteneva che l’eugenetica, per la sua motivazione essenzialmente razziale (il che si tende spesso a dimenticare) creava un clima favorevole allo sviluppo di ideologie razziste. Pertanto, ove si verificasse la concomitanza di altri fattori, come la presenza di tradizioni di intolleranza verso determinati gruppi e soprattutto scelte di carattere politico, si poteva creare una miscela nefasta suscettibile di deflagrare. L’eugenetica era soprattutto pericolosa perché forniva l’argomentazione teorica e “scientifica” per giustificare l’adesione a politiche razziali e quindi creava consenso soprattutto nei ceti intellettuali. Nel caso italiano, era evidente come l’eugenetica avesse giocato un ruolo del genere, e le politiche razziali avessero avuto una radice autoctona legata alla svolta imperiale del 1936, e le cui caratteristiche peculiari potevano essere comprese soltanto tenendo conto delle elaborazioni nazionali in tema di demografia, di antropologia e di eugenetica.
Questa tesi “mediana” – il razzismo fascista non è stato importato, ma ha avuto radici e sviluppi autoctoni, è stato qualcosa di più grave e strutturale di quanto si è ritenuto per lungo tempo, ma comunque qualcosa di assai diverso e più “blando” del razzismo germanico – non è piaciuta a chi credeva di scorgervi un tentativo di aggravare le colpe del fascismo. Da qualche tempo essa infastidisce invece una storiografia che vi scorge la colpa opposta e mira a liquidare definitivamente l’interpretazione defeliciana ed ogni altra interpretazione “equilibrata”. Allo scopo essa cerca di seppellire la tematica dei “razzismi del fascismo” mediante due tesi radicali: (a) il razzismo fascista era puramente biologistico e indistinguibile da quello nazista; (b) Mussolini e il fascismo erano costituzionalmente antisemiti, né più né meno come Hitler e il nazismo. Non ci occuperemo della seconda tesi – sostenuta nel libro di Giorgio Fabre “Mussolini razzista” – che è a dir poco fragile. Non basta accumulare notizie: parafrasando Henri Poincaré, la storia non è un cumulo di fatti come una casa non è un cumulo di pietre. Occorre interpretare. E che questo libro abbia difficoltà interpretative lo dice già il titolo e il sottotitolo: “Mussolini razzista” è una tesi fondata, ma da essa non discende affatto Mussolini “antisemita”. Se non sono chiare neppure queste distinzioni è difficile iniziare a discutere nel merito.
Per quanto riguarda la prima tesi, ci limiteremo a richiamare un recente articolo di Michele Sarfatti (L’Unità, 5 marzo) in cui si dice che «la legislazione antiebraica italiana […] era diretta contro tutte le persone che rientravano nella definizione di “razza ebraica”, ed essa definiva di “razza ebraica” ogni persona nata da due genitori di “razza ebraica”, anche quando era di religione cristiana. Il principio “biologico” fu applicato anche alle persone di religione ebraica nate da due genitori di “razza ariana”: esse furono sempre classificate di “razza ariana”. Insomma, qualsiasi scelta religiosa o culturale avesse compiuto, una persona non poteva cambiare ciò che gli era stato trasmesso automaticamente dai genitori. Questo è indubitabilmente “razzismo biologico” e non “razzismo spirituale”. Va aggiunto che alcuni commentatori dettero a questa impostazione “biologica” una mano di vernice “spirituale”; questa però concerneva l’immagine del razzismo fascista e non la sua essenza».
Qui la logica non soccorre. La “definizione” riferita da Sarfatti è ridicolmente tautologica, poiché definisce di razza ebraica chi è di razza ebraica… Né potrebbe essere altrimenti perché, come ci si rifiuta caparbiamente di capire, il concetto di razza non ha fondamento scientifico. Lo stesso Hitler non riuscì a ottenere dai suoi illustri genetisti una soddisfacente definizione biologica di razza. Tuttavia un razzismo che possa dirsi autenticamente biologico deve far ricorso esclusivamente a nozioni di carattere fisico, per quanto sgangherato possa essere il risultato. Ogni riferimento a nozioni di carattere mentale, spirituale, culturale ecc. non può aver posto in una concezione biologica del razzismo: esso darebbe luogo a un razzismo di tipo “spiritualistico”, in cui i fattori biologici si combinano con fattori di carattere mentale e culturale. (Dovrebbe essere superfluo dire che quel caratterizza un siffatto razzismo è l’associazione dei vari fattori anziché la riduzione al solo fattore biologico, e non certo l’esclusione del fattore biologico). Ora se ci si ferma alla pseudo-definizione citata da Sarfatti sembra che il razzismo fascista sia puramente biologico. Ma così non è, e per rendersene conto non ci si deve limitare a leggere quel che fa comodo. Dice la “Dichiarazione sulla razza” al punto c) che è “di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica”, ma al d) prescrive che “non è di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto e professa altra religione all’infuori dell’ebraica”. E questo sarebbe razzismo biologico? Come può definirsi biologico un razzismo che “lava” dall’ebraismo chi, pur avendo metà di sangue ebraico, non professa la religione ebraica? Insomma, sia in c) che in d) la religione gioca un ruolo determinante. Per non parlare poi della “discriminazione”, ovvero di quel provvedimento che “ripuliva” quegli ebrei che si erano distinti in atti di grande valore per la patria. Non è quindi vero che, per il fascismo, le scelte religiose o culturali di una persona non potevano cambiare ciò che gli era stato trasmesso automaticamente dai genitori.
Del resto, a replicare anticipatamente a Sarfatti ci aveva pensato Nicola Pende nel 1940 quando aveva esaltato «l’alto intelletto scientifico del Duce» che «ritiene che è lo spirito delle varie stirpi eterogenee a noi che sopratutto occorre tener presente, e quindi è lo spirito ebraico che sopratutto può nuocere alla vita della nostra razza anche indipendentemente da incroci di sangue». È per questo – aggiungeva Pende – che «anche pochi semiti bastano a inquinare tutta la vita spirituale di una nazione». E così spiegava «la grande generosità delle leggi fasciste che risparmiano ogni ostracismo a quei rari casi di ebrei che hanno dato prove lampanti che il loro spirito erasi omogeneizzato in tutto e per tutto con lo spirito della patria italiana».
L’ultima trincea consisterà nel dire che queste erano le parole ininfluenti di un «commentatore», una «mano di vernice spirituale». Peccato che si sia dimostrato, carte alla mano, che fu la linea di Pende e dei verniciatori a prevalere su quella dei biologisti alla Guido Landra, il redattore del Manifesto degli scienziati razzisti. Al punto che Landra fu buttato fuori dal Minculpop e sostituito come capo dell’Ufficio Razza dallo “spiritualista” Visco, e rischiò di perdere persino lo stipendio. Peccato che il Consiglio Superiore della Demorazza avesse riscritto da capo a piedi il Manifesto in senso “spiritualistico”. Appiattendo tutto il razzismo fascista sulla versione puramente biologistica se ne perde la complessità. È come se si distruggesse un intero spaccato storico di grande interesse e si cancellasse un acceso dibattito realmente avvenuto tra i vari razzismi del fascismo.
Tutte queste cose sono state dette, inutilmente. Perché non contano fatti e documenti, non interessa discutere per approfondire la comprensione storica. Conta conseguire un obbiettivo politico-ideologico: (1) cancellare ogni zona “grigia” dal fascismo e, a tal fine, sparare su di esso l’accusa suprema di razzismo nazista e di antisemitismo strutturale; (2) salvare la “scienza” eugenetica, separandola dai discorsi razziali di cui sarebbero responsabili soltanto i “reazionari”.
Giorni fa ho assistito alla presentazione di un film che circolerà presto nelle scuole romane e che illustra – correttamente – la vicenda della scienza italiana nel periodo razziale. Finisce con il consueto ammonimento a ricordare affinché la storia non si ripeta. Esso è pronunziato sull’immagine di uomini dietro le sbarre di un Centro di Permanenza Temporaneo per immigrati clandestini. Alle mie proteste che era folle associare Auschwitz a un CPT si è risposto che assolutizzavo la Shoah. Ho risposto che, al contrario, ero pronto a comparazioni ragionevoli, ad esempio con il Gulag, ma non a quelle assurde. Mi è stato fatto osservare che il Gulag era a un livello di gravità minore della Shoah.
Ecco allora la graduatoria. Nel girone più basso dell’Inferno stanno il nazismo, il fascismo e il CPT di Lampedusa. In Purgatorio sta il Gulag. In Paradiso splende la nuova eugenetica, scienza laica della redenzione dell’umanità.


Giorgio Israel