domenica 25 gennaio 2009

CONTINUIAMO CON REGOLE NUOVE


Avevo detto che non avrei risposto ai commenti al post precedente - quello che ipotizzava la chiusura del blog - e mantengo strettamente la parola.

Questo non vuol dire che la lettura dei commenti non sia stata interessante e istruttiva. Al contrario. Oltre a confermare in pieno quanto ho scritto nel post precedente - e di cui non cambio una sola virgola - mi ha aiutato a scegliere una delle tre soluzioni possibili (chiudere, bloccare i commenti, selezionarli molto rigidamente). Non si creda che avessi già deciso a priori cosa fare - e se qualcuno lo crede, pazienza.

Decido di non chiudere, come quasi tutti hanno chiesto. Tuttavia mi pare eccessivo bloccare del tutto i commenti. Se si scorrono i commenti inviati fin qui ce ne sono diversi interessanti e si sono verificate discussioni utili. Non vedo perché censurarle. Ricominciamo piuttosto così: la moderazione dei commenti sarà molto selettiva. Non è poi un gran lavoro: si vede subito se un commento è stato sparato a casaccio o è frutto di una riflessione.

Avrei potuto farlo subito? Proprio questo è il problema. Visto che subivo proteste persino per un ritardo, figuriamoci se cominciavo a selezionare senza fissare un criterio... Avrei dovuto affrontare una valanga di spiegazioni. Ci vuole una cesura netta dopo di che non c'è nulla di cui rendere conto.

Quindi d'ora in poi questo è un blog dove si possono inviare commenti ma sapendo che compariranno soltanto quelli che reputo interessanti a insindacabile mio giudizio. Secondo criteri "meritocratici", tanto per essere coerenti con uno slogan sollevato in ambito scolastico. E chi non è d'accordo può sempre aprirsi un blog per conto suo (Petrolini docet).

giovedì 22 gennaio 2009

L'ESPERIENZA DI QUESTO BLOG SI E' CONCLUSA

1. - In verità, molti amici me l'avevano predetto: vedrai che finisce male. Avevano ragione. Spuntano fuori tutti i pregi e i difetti della rete. I pregi sono l'opportunità di scrivere liberamente i propri pensieri e di entrare a contatto con persone interessanti, ospitare osservazioni e discussioni intelligenti, anche critiche e polemiche. I difetti sono dovuti alla possibilità di esercitare liberamente e senza ritegno i peggiori vizi. Quali? Non si tratta tanto degli insulti o delle villanate. Quelle sono cose fisiologiche: cestini subito e buonanotte. Si tratta di altro:

2. - In rete viene spontaneo a certe persone di fare quello che si vergognerebbero come ladri di fare nei rapporti comuni: sparare sentenze apodittiche, che magari mettono la parola finale su questioni epocali, con una sicumera pari all'ignoranza assoluta che hanno in materia. Scrivi qualcosa su un argomento. La legge uno che non se ne è mai occupato, ci fa una pensatina di qualche minuto, magari va a "informarsi" con un giretto su Google, e poi cassa la questione trattandoti anche da imbecille con una prosopopea talora coperta dal nickname. Sapete che significa scrivere un libro? Ti fai il sedere piatto su una sedia per mesi, e quando ti alzi, ogni tanto, è per andare a prendere un libro e consultarlo. Una fatica immane, se fai la cosa seriamente. Poi - certo - quel che hai scritto non è per questo oro colato, può essere anche un cumulo di cose sbagliate. Ma, se hai lavorato seriamente e coscienziosamente, il minimo che puoi pretendere è che chi ti legge ti prenda sul serio e si fermi a pensare e a studiare un bel po' prima di sparare sentenze.

3. - Ma, si dirà, non bisogna prendersela troppo. Basta cestinare chi fa così. Ebbene, non è una questione di sensibilità da mammolette. È che in questi comportamenti emerge l'aspetto diseducativo della rete. Uno studente dei miei corsi non si permetterebbe mai un atteggiamento del genere. Non che non debba parlare. Al contrario! Ma deve farlo, con umiltà, modestia e mettendoci dentro tanto impegno. Deve sapere di avere di fronte una persona che ha studiato per qualche decennio le cose di cui si parla. Quindi, non può mettersi a discorrerne da pari a pari. Potrebbe anche non essere d'accordo con quel che sente e avere anche ragione ma deve sudare le sette proverbiali camicie per ottenere questa ragione - come le ha sudate chi gli sta davanti - partendo dalla consapevolezza che ne sa di meno. Capite perché detesto e trovo una cosa da autentici imbecilli il "cooperative learning" e l'"autoapprendimento"? Perché la molla del progresso nella conoscenza è la modestia e il senso dei propri limiti e non la presunzione pigra e villana di poter sparare quel che viene in mente come se avesse pari dignità rispetto a quel che è stato acquisito con studio e riflessione. E questo vale a qualsiasi età. Non è serio che mi metta a pontificare di ingegneria delle costruzioni con uno specialista, da pari a pari. Se ho lavorato per un trentennio sui rapporti tra matematica e scienze non fisiche non posso sopportare che venga uno che non ci ha mai pensato un minuto a pontificare le quattro ideuzze che gli sono spuntate in mente davanti allo schermo. Questo vale - come esempio - per molti interventi fatti qui sul tema della valutazione e per la presunzione con cui ho visto asserire che la quantificazione delle qualità si può certamente fare. Prima occorre studiare seriamente la questione e poi si avrà il diritto di metter becco. Altrimenti, leggi, apprendi e taci. Consiglio a tutti la lettura dell'Arte di ascoltare di Plutarco.

4. - C'è un termometro infallibile dello sfacelo di un sistema educativo o di istruzione. Quando gli studenti adottano i comportamenti sopra descritti. Per esempio, questo era tipico nelle SSIS. L'ho visto raramente nelle università, mentre in molte scuole secondarie accade, anche per colpa di certi docenti che si mettono a fare gli "amichetti" degli studenti. Lo ritengo un fenomeno devastante, è la premessa per il trionfo dell'ignoranza, della pigrizia e della volgarità.

5. - E allora... In questo blog ci siamo occupati tanto di educazione, istruzione, scuola. Vogliamo farne un'altra scuola di diseducazione, vogliamo che diventi un ulteriore piccolo contributo allo sfacelo educativo? Parliamo di rigore e merito e poi ci mettiamo a fare i cialtroni nel discutere in rete? Non se ne parla.

6. - Poi ci sono i comportamenti connessi alla mentalità sopra descritta o comportamenti accessori. Per esempio, con la stessa supponente pigrizia con cui si sparano sentenze, si spediscono raffiche di commenti, talora lunghissimi e si pretende che il proprietario del blog li metta in rete subito, come se fosse un semplice gestore tecnico di un gruppo di discussione. Qualcuno protesta pure se non si vede in rete subito (magari ti manda pure messaggi sull'indirizzo privato), oppure lamenta che un messaggio si sia perso, o chiede che venga tolto questo o messo quello. In realtà, qui ci sono altre motivazioni: altre miserie della rete. Quando apri un blog, come ho fatto parecchio tempo fa, hai pochi contatti al giorno, poi se interessa crescono. Oggi questo blog ha diverse centinaia di contatti al giorno. Non è molto, ma è un discreto pubblico. Posso anche capire che sia un'opportunità farsi leggere da qualcuno in più dei soliti amici. Ma bisognerebbe approfittarne con discrezione ed educazione, senza pretendere. Altrimenti, è come se una persona ti suonasse il campanello di casa: apri e con alcuni altri si installa nel tuo salotto, si mette a chiacchierare con gli altri di quel che gli pare, anche di cose di cui non ti importa un fico secco, e si lamenta pure se non gli porti un drink con un buon vassoio di patatine. A questo punto, che quei signori se ne vadano nel salotto di casa loro, ovvero nel proprio blog... Se non l'hanno o non è molto frequentato, non so che farci. Si può provare a cercare di interessare il prossimo. Se non funziona, sarà una lezione di vita. Invece di prendersela con chi non ti fa da servitore, uno se la prenderà con se stesso e con i propri limiti.

IN CONCLUSIONE.
GRAZIE DELL'ESPERIENZA. È STATO TUTTO MOLTO ISTRUTTIVO ED EDUCATIVO PER ME.
HO CAPITO MOLTE COSE.
QUESTA ESPERIENZA È CHIUSA.
SI TRATTA SOLTANTO DI DECIDERE SE: 1) CHIUDERE IL BLOG E BUONANOTTE; 2) CONTINUARLO (O APRIRNE UN ALTRO) CON REGOLE COMPLETAMENTE DIVERSE.
MI DO UN PO' DI GIORNI PER DECIDERE.
Frattanto chi vuol inviare commenti a questo post conclusivo può farlo. Di certo, non risponderò anche se verranno dette le cose più tremende circa quanto precede.

sabato 17 gennaio 2009

Neusner difende la fratellanza giudeocristiana ristabilita da Ratzinger

Parla il rabbino amico di Benedetto XVI, e conferma la tesi di Israel
Neusner difende la fratellanza giudeocristiana ristabilita da Ratzinger


New York. Il rabbino americano Jacob Neusner non ha mai avuto paura di dire quello che pensa, anche quando risulta una voce isolata, fuori e dentro il mondo ebraico. E’ la franchezza con cui si è lanciato nella sua scommessa personale di far dialogare le religioni monoteiste che ha toccato l’allora cardinale Ratzinger quando gli capitò tra le mani, nel 1993, il saggio “A Rabbi talks with Jesus” e che lo ha spinto, una volta eletto Papa, a scrivere il libro su “Gesù di Nazaret” intessendo un dialogo aperto e rispettoso con l’anziano rabbino che poi è passato dalla scrittura all’incontro personale lo scorso aprile durante la visita americana del Pontefice (un incontro in cui il Papa tedesco e il rabbino ebreo hanno parlato, come vecchi amici, per lo più in italiano). Secondo Giorgio Israel (sul Foglio di ieri) scorre proprio sulla falsariga di questo rapporto la via possibile per un dialogo tra giudaismo e cristianesimo, perché Neusner ha colto, secondo Israel, la vicinanza e l’affetto intelligente con cui Benedetto XVI ha instaurato le relazioni tra ebrei e cattolici. Un dialogo che secondo Neusner, da una parte è praticamente impossibile, dall’altra, paradossalmente, si deve ampliare, per includere anche l’islam.
“Il dialogo deve diventare un “trialogo”, cosa che comunque non è naturale per i monoteismi”, spiega al Foglio Jacob Neusner. “La logica interna al monoteismo non genera tolleranza. C’è un solo Dio e c’è una sola verità, questo è il punto di partenza. Quindi le religioni non possono intraprendere dialoghi che mirino a negoziare la verità. La verità trascende la politica. Ciò a cui il Papa sta mirando, così sembra a me, è una teologia cattolica del giudaismo, una teologia che possa dispiegare dalle fonti del cristianesimo l’integrità del giudaismo. Questa stessa ricerca di una teologia cattolica del giudaismo provoca la formulazione di una teologia giudaica del cristianesimo, una teologia che attinga alle fonti della Torah di Mosè. Il futuro del dialogo giudeocristiano ora però porta all’inclusione dell’islam. E’ giusto in questo senso l’affermazione dell’allora cardinale Ratzinger che nel 2000 disse “la fede degli ebrei non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede”, e io aggiungo che i tre monoteismi portano una relazione unica tra di loro, incomparabile con tutte le altre religioni”.
C’è chi però nel mondo ebraico ha criticato i recenti passi del Vaticano, sia dal punto di vista religioso-liturgico sia dal punto di vista politico. In questo senso, relativamente alla crisi della Striscia di Gaza, si è espresso Robert Wistrich, direttore del Vidal Sassoon International Center di Gerusalemme, accusando duramente il Vaticano di reticenza e di silenzio, un silenzio forse motivato dalla paura ma che non fa onore alla chiesa cattolica che dovrebbe appoggiare moralmente Israele. Ma secondo Neusner non è quello il compito della chiesa:
“Hamas è un nemico della pace, ha rifiutato la tregua e i suoi lanci di missili hanno fatto precipitare la guerra. Ma dato che la pace è l’obiettivo, il contributo del Vaticano si realizza al meglio attraverso la difesa della pace. Le pressioni su Hamas per far desistere i suoi attacchi di guerra possono prendere più di una forma. Tutti comprendono che quando Hamas desisterà dagli attacchi sulle città israeliane, la guerra finirà”.
Ancora più netto è rispetto alle critiche di chi, come il rabbino di Venezia Elia Enrico Richetti, ha accusato il Papa attuale di procedere alla “cancellazione degli ultimi 50 anni di storia della chiesa”, riferendosi soprattutto agli aspetti liturgici come la liberalizzazione dei riti tradizionali in latino.
“Non sono d’accordo”, dice subito Neusner, “il cammino dell’ultimo mezzo secolo è irreversibile. Papa Benedetto XVI ha riaffermato in molti modi la sua amicizia con il popolo ebreo e il suo rispetto per il giudaismo. Ha ripreso la tradizione di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo. La sua visita negli Stati Uniti ha sottolineato la sua affermazione delle relazioni fraterne che legano giudaismo e cristianesimo. Le sinagoghe statunitensi e i rabbini hanno risposto alla sua benedizione con una loro propria benedizione”.
Si avverte nelle parole del rabbino una profonda fiducia ispirata dal dialogo personale intrapreso con il Papa teologo per cui si dice totalmente d’accordo con Giorgio Israel quando afferma che “la memoria è fondamentale ma deve essere bene usata. Il modo migliore di sviluppare i rapporti tra ebraismo e cristianesimo è di rivolgere lo sguardo al futuro. Va riconosciuto al cardinale Ratzinger di aver compreso questa necessità, di aver tentato di superare i limiti del dialogo dei primi decenni”. Insomma, è proprio grazie a uomini come Benedetto XVI che il dialogo giudaicocristiano ancora vive; quel dialogo, dice Neusner, “che la chiesa cattolica nella seconda metà del XX secolo ha inaugurato e che è stato riaffermato nella risposta che con cuore puro il Papa ha dato nel suo libro alla mia conversazione immaginaria inserita nel mio vecchio libro di oltre 15 anni fa. Questa impresa di riavvicinamento è opera di Dio, e andrà avanti. Il che non significa che non ci saranno rallentamenti. Ma la direzione che hanno preso le cose ormai è chiara”.
Andrea Monda
(Il Foglio 17 gennaio 2009)

venerdì 16 gennaio 2009

Il cattolicesimo ambrosiano e l’ebraismo di sinistra marciano divisi per meglio colpire il ratzingerismo

È significativo che il violento attacco con cui il rabbino capo di Venezia Richetti ha accusato Benedetto XVI di aver demolito 50 anni di dialogo ebraico-cristiano sia apparso sul mensile dei gesuiti “Popoli”. Peraltro, basta attenersi ai fatti, senza ricorrere alla mediocre pratica della dietrologia, per rendersi conto che in questa diatriba vi sono moventi che con il merito hanno poco a che fare.
Si noti che non uno degli argomenti opposti ai duri attacchi di parte del rabbinato italiano è stato mai preso in considerazione. Anzi, dopo che il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha apprezzato l’affermazione del Papa secondo cui, in senso stretto il dialogo interreligioso è impossibile – perché, dice Di Segni, è meglio evitare il dialogo teologico – ecco che Richetti la indica, all’opposto, come prova che non si vuol dialogare!… Il fatto è che, mentre Di Segni, per quanto cauto e diffidente, segue una linea di razionalità – «Il dialogo è un processo che deve andare avanti malgrado le difficoltà. Papa Benedetto XVI continua a dare un originale e determinante contributo, anche se le sue posizioni non sempre sono condivisibili» – c’è chi ha deciso che bisogna litigare a tutti i costi col Papa e non fatica a trovare dall’altra parte chi risponde con simmetrico zelo, anche a costo di riattizzare mai spenti sentimenti antigiudaici. Qui siamo in presenza di uno scontro interno al mondo cattolico in cui una parte del mondo ebraico italiano si sta prestando alla funzione del Settimo Cavalleggeri.
Vorrei citare un episodio sintomatico che risale un anno e mezzo fa. Mi colpirono allora alcuni passaggi del libro “Le tenebre e la luce” del Cardinale Martini. Vi si faceva riferimento al processo a Gesù come alla prova del « crollo di un’istituzione [il Sinedrio] che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove» e che invece testimoniava la «decadenza di un’istituzione religiosa»: «si leggono ancora i testi sacri, però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare». E si concludeva duramente circa la «necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche» indicando la seguente visione del dialogo: «il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso» – parole espresse nel Discorso della montagna, «assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate». Chiesi come si poteva accettare una simile visione del dialogo basata su un’idea di conversione: altro che preghiera del Venerdì santo. Oltre alle prevedibili stizzite risposte di qualche seguace del cardinale, l’attacco più virulento mi venne dalle colonne del Bollettino della Comunità ebraica di Milano, dove fui addirittura accusato di “pugnalare alle spalle” vilmente un amico degli ebrei e con esso tutto il dialogo…
Poi sono venute le polemiche sulla preghiera del Venerdì santo che hanno condotto all’attuale sospensione del dialogo, decretata anche nei termini di un divieto alle Comunità di incontrare ecclesiastici. Da tale sospensione dissentimmo Guido Guastalla ed io in una lettera al Corriere della Sera (26 novembre 2008) dai toni pacati e senza l’ombra di polemica. Ne ricevemmo in cambio una violenta risposta firmata dal rabbino Laras (Presidente dei Rabbini italiani), dal Presidente dell’Unione Giovani Ebrei e (fatto significativo) non dal Presidente ma da un ex-Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, nella persona di Amos Luzzatto. In questa lettera – a parte l’intimazione grottesca a non occuparsi del dialogo, in quanto di esclusiva competenza dei rabbini (soli “interlocutori” e “ufficiali responsabili della rappresentanza religiosa” – si identificava la capitale del dialogo ebraico-cristiano in Milano e nelle persone dei cardinali Martini e Tettamanzi da un lato e da Laras e un elenco di altri tra cui noi… mancavamo all’appello. Guarda caso, siamo sempre lì, a Milano, attorno al cattolicesimo ambrosiano e all’ebraismo di sinistra. L’audace affermazione che «i rapporti tra ebraismo e Islam generalmente sono stati più proficui e sereni rispetto a quelli intercorsi tra Ebraismo e Cristianesimo» – accompagnata dall’accusa nei nostri confronti di strumentalizzare il dialogo allo scontro con l’islam – riceveva pronta risposta da alcuni rappresentanti della Grande Moschea di Roma, che attestavano quanto la lettera fosse stata apprezzata. Naturalmente, in questo idillio la domanda del perché mai quegli stessi rappresentanti non ne vogliano sapere di varcare la soglia della Sinagoga di Roma resta inevasa, anzi non viene neppure fatta.
Questi atteggiamenti appartengono a una categoria arcinota. Si preferisce andare assieme a coloro con cui si ha consonanza politico-ideologica “a prescindere”. Perciò il dialogo è tra la chiesa ambrosiana – la stessa che assiste condiscendente alle parate islamiche – e un ebraismo di sinistra, indifferente al sentirsi proclamare “tradizione religiosa degradata”, pur di colpire assieme il comune nemico, l’odiato ratzingerismo neocon. Ed è sempre meglio dialogare con l’islam che con il Papa, o… con se stessi, come ha bene espresso su queste pagine Alberto Melloni dicendo che ebraismo e cristianesimo sono religioni pesanti, complicate ed esagerate, mentre l’islam è semplice, essenziale e chiede poco (chissà perché non si converte). A questo punto salta anche agli occhi di un cieco che le questioni di merito sollevate c’entrano come il classico cavolo a merenda. Esse sono soltanto un pretesto per saldare uno schieramento politico e rafforzare una battaglia interna al mondo cattolico, ma anche per colpire l’attuale dirigenza dell’Unione delle Comunità Ebraiche e della Comunità di Roma, ritenute “troppo di destra”.
Che in una situazione drammatica come questa ci sia chi ha voglia di fare simili manovre, a costo di provocare scontri, divisioni e anche di riattizzare vecchie incomprensioni e risentimenti contro i quali il dialogo dovrebbe essere perseguito con la stessa cura con cui si assume un medicamento, è un segno di come l’ideologia sia fonte delle più gravi manifestazioni di irresponsabilità.
(Il Foglio, 16 gennaio 2009)

Gaza, guerra o dialogo?

Uno scambio di lettere civile con Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento europeo
http://www.tempi.it/

Buoni propositi per il nuovo anno. Primo, riabilitare la parola “insegnante”

Come nel primo numero del 2008 apriamo i buoni propositi per l’anno nuovo ritornando sull’importanza dei maestri nell’educazione, a dispetto di chi pensa che “insegnante” e “insegnare” siano parole da cancellare a profitto di “facilitare” e “facilitatore”. Di questi temi si è parlato molto nell’anno passato e penso che molto buon senso si sia fatto strada. Ma resiste accanitamente una corporazione di docenti che si è data come principale obbiettivo quello di insegnare che non si deve insegnare e, in particolare, che occorra abolire la lezione ex-cathedra. Fatto bizzarro: essi conservano per sé il privilegio di tenere lezioni ex-cathedra in cui si sentenzia apoditticamente che non bisogna fare lezioni ex-cathedra… Così si addestrano generazioni di giovani all’autoapprendimento, ovvero a pretendere dagli altri insegnanti – ma non dai suddetti, ovviamente! – che si limitino ad aiutarli a fare tutto da sé. Bando all’ascolto e al recepimento di nozioni: occorre costruirsi tutto da soli, meglio se con un’attività di gruppo in cui l’insegnante si limita a fornire aiuto, quando richiesto. L’insegnamento “trasmissivo” è proscritto come ciò che di più oppressivo e reazionario possa pensarsi. In tal modo viene coltivata in questi giovani la presunzione, una futile arroganza e la credenza superficiale che studiare sia qualcosa di accettabile soltanto se è facile, qualcosa che viene spontaneo e non è mai imposto dall’esterno: l’unica lezione che deve essere trasmessa come verità indiscutibile è che nulla si deve imporre.
Vale la pena di leggere L’arte di ascoltare di Plutarco come memento contro queste aberrazioni che ci seguiranno ancora per anni. Scrive Plutarco al giovane Nicandro, che ha appena indossato la toga virile e si è liberato da chi gli dava ordini, che «questa condizione di anarchia, che alcuni giovani, ancora immaturi sul piano formativo, sono portati a confondere con la libertà, fa sì che le passioni, quasi fossero sciolte dai ceppi, diventino per loro padroni più duri dei maestri e dei pedagoghi di quando erano ragazzi». Ma «il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, per quelli che ragionano bene, non significa non aver più un’autorità cui sottostare, ma semplicemente cambiarla», ovvero assumere a guida la ragione. Appunto, diranno i pedagoghi di cui sopra: occorre avanzare da soli con la guida della ragione. Ma come acquistare l’uso della ragione? In primo luogo apprendendo l’arte di ascoltare, ammonisce Plutarco. «I più invece, a quanto ci è dato vedere, sbagliano, perché si esercitano nell’arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare». Ascoltare è un’arte difficile perché «quando si travasa qualcosa, la gente inclina e ruota i vasi perché l’operazione riesca bene e non ci siano dispersioni, mentre quando ascolta non impara a offrire sé stessa a chi parla e a seguire attentamente, perché non le sfugga nessuna affermazione utile». «Il silenzio è dunque ornamento sicuro per un giovane in ogni circostanza, ma lo è in modo particolare quando, ascoltando un altro, evita di agitarsi o abbaiare a ogni sua affermazione, o anche se il discorso non gli è troppo gradito, pazienta e attende che chi sta dissertando sia arrivato alla conclusione… Se ha preso l’abitudine di ascoltare in modo controllato e rispettoso, riesce a recepire e a far suo un discorso utile e sa discernere meglio e smascherare l’inutilità o la falsità di un altro». Per apprendere a usare la ragione occorre in primo luogo saper ascoltare.
(Tempi, 8 gennaio 2009)
Post scriptum: l'arte di ascoltare dovrebbe essere applicata anche a molti dei temi di attualità di cui stiamo parlando in questi giorni

mercoledì 14 gennaio 2009

Gaza, ou l’hypocrisie inégalée




Gaza, ou l’hypocrisie inégalée
Le point de vue de Wafa Sultan (Aafaq.org)

La célèbre sociologue d’origine syrienne, Wafa Sultan, vient de publier l’un des points de vue le plus cinglants concernant la situation à Gaza. Elle plonge aux origines de l’islam pour expliquer le conflit entre deux conceptions diamétralement opposées : la culture de la vie contre la culture de la mort et du martyre. Elle s’appuie sur des exemples de l’histoire récente pour dénoncer une religion, une culture et une idéologie barbares... En voici les extraits les plus significatifs, traduits par Chawki Freïha.

Puisqu’il m’importe peu de satisfaire les uns, de défendre les autres ou d’éviter la colère des troisièmes, je peux dire que le Hamas n’est qu’une sécrétion islamique terroriste dont le comportement irresponsable à l’égard de sa population l’empêche de se hisser au niveau d'une responsabilité gouvernementale.

Mais ceci est conforme à l’habitude, puisque, à travers l’histoire de l’islam, jamais une bande de criminels islamistes n’a respecté ses administrés. (...) Je ne prétends pas défendre Israël, puisque les Juifs ne m’ont pas demandé mon avis quant à leur terre promise.

S’ils me demandent mon avis, je leur conseille de brûler leurs livres sacrés, de quitter la région et de sauver leur peau. Car les musulmans constituent une nation rigide exempte de cerveau. Et c’est contagieux. Tous ceux qui les fréquentent perdent la cervelle…

Avant la création de l’Etat d’Israël, l’histoire n’a jamais mentionné une guerre impliquant les Juifs, ni qu’un Juif ait commandé une armée ou mené une conquête. Mais les musulmans sont des combattants, des conquérants et leur histoire ne manque pas d’exemples et de récits de conquêtes, de morts, de tueries, de razzias… Pour les musulmans, tuer est un loisir. Et s’ils ne trouvent pas un ennemi à tuer, ils s’entretuent entre eux.

Il est impossible pour une nation qui éduque ses enfants sur la mort et le martyre, pour plaire à son créateur, d’enseigner en même temps l’amour de la vie.

La vie a-t-elle une valeur pour une société qui inculque à ses enfants qu’ils doivent tuer ou être tués pour aller au Paradis ?

Si on me demandait mon avis

Depuis le début de l’opération israélienne contre Gaza, je suis bombardée de courriers électroniques venant de lecteurs musulmans qui me demandent mon avis sur ce qui se déroule à Gaza. Je ne suis pas concernée par ce qui s’y passe, mais je suis intéressée par les motivations qui animent ceux qui m’écrivent.

Je suis convaincue que ce qui les motive n’est pas la condamnation de l’horreur, ni la condamnation de la mort qui sévit à Gaza. Car, si la motivation était réellement la condamnation de la mort, ces mêmes lecteurs se seraient manifestés à d’autres occasions où la vie était menacée.

Ceux qui condamnent le massacre de Gaza, par défense de la vie en tant de valeur, doivent m’interroger sur mon avis à chaque fois que cette vie-valeur était menacée.

Plus de 200.000 musulmans Algériens ont été massacrés par d’autres musulmans Algériens ces quinze dernières années, sans qu’aucun musulman ne s’en émeuve. Des femmes Algériennes violées par les islamistes ont témoigné et raconté que leurs violeurs priaient Allah et imploraient son Prophète avant qu’ils ne violent leurs victimes. Mais personne ne m’a demandé mon avis.

Plus de 20.000 citoyens syriens musulmans avaient été massacrés par les autorités (Hamas en 1983) sans qu’aucun musulman ne réagisse et sans qu’aucun ne me demande mon avis sur ces massacres étatiques.

Des musulmans se sont fait exploser dans des hôtels jordaniens tuant des musulmans innocents qui célébraient des mariages, symboles de la vie-valeur, sans qu’aucune manifestation ne soit organisée à travers le monde, et sans qu’on ne me demande mon avis.

En Egypte, des islamistes ont récemment attaqué un village copte et ont massacré 21 paysans, sans qu’un seul musulman ne dénonce ce crime.

Saddam Hussein a enterré vivants plus de 300.000 chiites et kurdes, et en a gazé beaucoup plus, sans qu’un seul musulman n’ose réagir et dénonce ces crimes.

Au plus fort des bombardements de Gaza, une femme musulmane, fidèle et pieuse, s’est fait exploser en Irak dans une mosquée chiite, tuant une trentaine d’innocents, sans que les médias ou les musulmans ne s’en émeuvent.

Il y a quelques mois, le Hamas avait aussi tué onze personnes d’une même famille palestinienne, accusés d’appartenir au Fatah, sans que des manifestations ne soient organisées en Europe ou dans le monde arabe, et sans qu’aucun lecteur ne m’écrive et ne m’envoie ses protestations.

Ainsi, la vie n’a pas de valeur pour le musulman.

Sinon, il aurait dénoncé toute atteinte à la vie, quelle qu’en soit la victime. Les Palestiniens et leurs soutiens dénoncent les massacres de Gaza, non pas par amour de la vie, mais pour dénoncer l’identité des tueurs. Si le tueur était musulman, appartenant au Hamas ou au Fatah, aucune manifestation n’aurait eu lieu.

CNN a diffusé un documentaire sur Gaza montrant une femme palestinienne qui se lamente et crie : mais qu’ont fait nos enfants pour être tués comme ça ? Qui sait. Peut-être s’agit-il de la même palestinienne qui se réjouissait il y a deux ans quand l’un de ses fils s’était fait exploser dans un restaurant de Tel-Aviv et qui disait souhaiter que ses autres enfants suivent le même exemple et deviennent martyrs ?

Mais quand l’idéologie et l’endoctrinement sont d’une telle bassesse, il devient normal que cette palestinienne perde toute notion de la valeur de la vie. Sinon, elle pleurerait ses enfants de la même façon, qu’ils se tuent dans un attentat suicide à Tel-Aviv ou sous les bombes israéliennes.

Car, la mort est la même, qu’elle qu’en soient les circonstances, et elle doit être rejetée. Au contraire, la vie mérite d’être vécue et pleurée.

Dans ce cas, comment puis-je me solidariser avec une femme qui lance les youyous de jouissance quand l’un de ses enfants se fait exploser contre les juifs, alors qu'elle pleure quand les juifs tuent ses autres enfants ?

Mais l’idéologie enseigne aux musulmans que tuer ou être tué permet au fidèle de gagner le paradis. Dans ce cas, pourquoi pleurer les Gazaouis alors qu’ils n’ont pas bougé le petit doigt pour les Irakiens, les Algériens, les Egyptiens ou les Syriens pourtant musulmans ?

Qui prend des risques, sinon les petits ?

Borhane, un jeune palestinien de 14 ans, a perdu il y a une dizaine d’années ses bras, ses jambes et la vue dans l’explosion d’une mine en Cisjordanie. La communauté palestinienne aux Etats-Unis s’est mobilisée pour lui venir en aide et financer son hospitalisation dans l’espoir de sauver ce qui pouvait l’être.

Lors d’un dîner de bienfaisance organisé à son profit en Californie, la plus riche palestinienne des Etats-Unis s’est présentée en grande fourrure, et a qualifié Borhane de héros. Elle s’est adressée à ce bout de chair immobile et inerte : Borhane, tu es notre héros. Le pays a besoin de toi. Tu dois retourner dans le pays pour empêcher les Sionistes de le confisquer…

L’hypocrisie de la palestinienne la plus riche des Etats-Unis l’empêche d’envoyer ses propres enfants défendre la Palestine contre les Sionistes.

Exactement à l’image des chefs du Hamas qui demandent les sacrifices à Gaza, mais restent à l’abri à Damas et à Beyrouth.

La guerre contre Gaza est certes une horreur. Mais elle a le mérite de dévoiler une hypocrisie inégalée dans l’histoire récente de l’humanité.

Frères musulmans

Une hypocrisie qui distingue les Frères Musulmans syriens qui annoncent abandonner leurs activités d’opposition, pour resserrer les rangs contre les sionistes. Mais ces Frères musulmans ont-ils le droit d’oublier les crimes du régime commis contre les leurs à Hama, Homs et Alep ?

Avant de se réconcilier avec le régime pour lutter contre les sionistes, ces Frères musulmans ont-ils dénoncé les crimes commis par leurs alliés et partenaires (dans la confrérie) en Algérie et en Irak ?

Ont-ils dénoncé la mort de centaines de milliers de chiites en Irak sur le pont des oulémas à Bagdad, pulvérisé par l’un des vôtres conformément aux enseignements de votre religion de la paix et de la miséricorde ?

Avez-vous une seule fois dénoncé les exactions contre les chrétiens en Irak ? Ou contre les coptes en Egypte ? Votre hypocrisie nous empêche de croire vos sentiments à l’égard des enfants de Gaza, puisque vous êtes responsables du pire.

Essayons d’imaginer ce que le Hamas aurait fait du Fatah, et des autres, s’il possédait la technologie et les armes d’Israël ? Essayons d’imaginer ce que l’Iran aurait fait des sunnites de la région, s’il détenait les armes modernes que possède Israël ? Ce serait sans doute le massacre garanti.

La guerre du mal contre le mal

J’ai récemment rencontré un religieux hindou en marge d’une conférence consacrée à la guerre contre le terrorisme. Il m’a dit : « Toutes les guerres se sont déroulées entre le bien et le mal. Sauf la prochaine, elle doit se dérouler entre le mal et le mal ». N’ayant pas compris ses propos, je lui ai demandé des explications.

Il m’a dit : « Je suis contre la présence américaine en Irak et en Afghanistan. Si les Etats-Unis veulent gagner la guerre contre les islamistes, ils doivent se retirer et laisser les deux pôles du mal s’entretuer. Les sunnites et les chiites étant nourris sur la haine, vont se battre et se neutraliser ».

Tirant la conclusion de ces mots remplis de sagesse, on peut dire qu’Israël contribue aujourd’hui, inconsciemment, au succès de l’islam.

En s’attaquant à Gaza, Israël pousse les musulmans à se solidariser et à surpasser leurs divergences. Et septembre noir en Jordanie est encore dans tous les esprits (…). Les exactions dont sont capables les arabes et les musulmans dépassent toute imagination.

Un char jordanien avait écrasé un palestinien, puis le conducteur du char est descendu de son blindé et a bourré la bouche de sa victime avec un journal… Un comportement qu’aucun militaire israélien n’a eu à Gaza.

Pendant les massacres de Hama en Syrie, des militants des Frères musulmans trempaient leurs mains dans le sang des victimes pour écrire sur les murs : "Allah Akbar, gloire à l’islam".

Je n’ai jamais entendu qu’un juif ait écrit avec le sang d’un autre juif des slogans à la gloire du judaïsme. Je le dis avec un pincement au cœur : pour sauver l’humanité du terrorisme, il faut que le monde libre se retire et qu’il laisse les musulmans s’entretuer.

Souvenirs

Je me souviens quand j’étais étudiante à l’université d’Alep, et quand l’ancien ministre syrien de la Défense Mustapha Tlass était venu nous rencontrer. Dans un élan d’hypocrisie, Tlass nous avait dit qu’« Israël craint la mort et la perte d’un de ses soldats lui fait peur et mal. Mais nous, nous avons beaucoup d’hommes et nos hommes ne craignent pas la mort ». Là réside la différence entre les deux conceptions et les deux camps. Le témoignage de Tlass semble avoir inspiré les dirigeants du Hamas aujourd’hui.

Ainsi, l’extermination de tous les enfants de Gaza importe peu aux dirigeants islamistes et du Hamas, la vie n’ayant aucune valeur pour eux. Ils se réjouissent simplement de la mort de quelques soldats israéliens. Pour les islamistes, l’objectif de la vie est de tuer ou de se faire tuer pour gagner le paradis. La vie n’a donc aucune valeur.

Si le Prophète Mohammed savait que le Juif allait voler un jour à bord des F-16, il n’aurait pas commandé à ses disciples de tuer les juifs jusqu’au jour dernier. Mais ses disciples doivent modifier cette idéologie par pitié pour les générations futures, et pour sauver leur descendance et lui préparer une vie meilleure, loin de l’idéologisation de la mort.

Les musulmans doivent commencer par se changer pour prétendre changer la vie.

Ils doivent rejeter la culture de la mort enseignée et véhiculée par leurs livres. C’est seulement quand ils y parviendront qu’ils n’auront plus d’ennemis.

Car, celui qui apprend à aimer son fils plus qu’à haïr son ennemi appréciera mieux la vie. Jamais la terre ne vaut la vie des personnes, et les Arabes sont le peuple qui a le moins besoin de la terre.

Mais paradoxalement, c’est le peuple qui déteste le plus la vie.

Quand est-ce que les Arabes comprendront-ils cette équation ? Quand commenceront-ils à aimer la vie ?

Traduction de Chawki Freïha

© MediArabe.info

lunedì 12 gennaio 2009

Voglio vivere così

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THE REAL FACE OF HAMAS

http://it.youtube.com/watch?v=7_OGhj43GAE&NR=1

GLI INSEGNAMENTI DI TOPOLINO AI BAMBINI PALESTINESI

http://it.youtube.com/watch?v=gi-c6lbFGC4&feature=related

E ANCORA:

http://it.youtube.com/watch?v=8sznMP3dnCg&feature=PlayList&p=24B346594DCE3F37&index=5

Voci di Hamas

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La Chiesa, Israele e gli ebrei

I rapporti ebraico-cristiani sembrano essersi incagliati dentro un arcipelago di scogli: quando sembra che ne sia stato evitato uno ne emerge un altro e le cose sembrano andare di male in peggio. Cosa accade? Cosa sta bloccando un processo che fino a poco tempo fa sembrava orientato nella direzione più promettente?
Cominciò con il Concilio, con la “Nostra Aetate”, proseguì con la visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma e poi al Muro del Pianto di Gerusalemme. Il processo sembrava inarrestabile. Lo contrassegnava l’ammissione dei torti inflitti al popolo ebraico, la cancellazione dell’accusa di deicidio, il riconoscimento del legame profondo tra la Casa di Israele e la Civitas cristiana: fratelli “maggiori” e “minori”. Questa via dei rapporti era giusta e inevitabile ma, alla lunga, non poteva (non può) bastare. Il riconoscimento di un legame non può arrestarsi alla declamazione ma deve proiettarsi nel futuro e sostanziarsi di fatti nuovi. La doverosa ammissione dei torti inflitti non può tramutarsi in un processo infinito, in un elenco senza fine e continuamente riaperto: nessuno può restare in perpetua penitenza per le colpe compiute dai padri. D’altra parte, nessuno può pretendere di mettere una pietra sopra la storia dell’antisemitismo. Bisogna saper tracciare un confine tra memoria e analisi storica da un lato e azione presente dall’altro: se l’una pesta continuamente i piedi dell’altra diventa impossibile pensare in modo oggettivo il passato e costruire in modo libero il futuro. La memoria è fondamentale ma deve saper essere usata. Viene in mente, al riguardo, quel che scriveva Henri Bergson del cervello: non una macchina per immagazzinare ricordi, ma piuttosto per selezionarli in funzione del nostro slancio vitale, e che ci permette di vivere e costruire il nuovo in quanto esclude dalla nostra visione gran parte del passato che nella sua totalità preme su di noi e ci soffocherebbe.
La continua intersezione tra memoria e azione – di cui sono prova le polemiche su Pio XII, sempre in bilico tra storiografia libera dai condizionamenti del presente e polemiche contingenti – è una delle ragioni per cui è impotente il tentativo di esorcizzare con la memoria il ritorno delle intolleranze passate. Il 17 gennaio non si terrà l’annuale incontro ebraico-cristiano, mentre il 27 gennaio dilagherà la Giornata della memoria. Non è un buon risultato. Esso testimonia il prevalere del passato sul presente. Non è la via giusta per superare incomprensioni, combattere i pregiudizi e, in particolare, l’antisemitismo. In fondo, il modo migliore per combattere quest’ultimo è affermare la vitalità positiva della presenza ebraica nel mondo. Il modo migliore di sviluppare i rapporti tra ebraismo e cristianesimo è di rivolgere lo sguardo al futuro.
Va riconosciuto al Cardinale Ratzinger di aver compreso questa necessità e di aver tentato di superare i limiti del dialogo dei primi decenni. Egli ha preso di petto la questione alla maniera sua, andando oltre i sentimenti e la storia, e affrontando la questione teologica. Il documento del 2001 della Pontificia Commissio Biblica su “Il popolo ebraico e le sue Sacra Scritture nella Bibbia cristiana” rappresenta il contributo più decisivo in questa direzione. Esso si basa su tre principi: 1) l’Antico Testamento è fondamentale per il cristianesimo, perché ove esso se ne congedasse decreterebbe il suo dissolvimento; 2) cristianesimo e giudaismo si sono divisi sul tema della divinità di Cristo ma questo dissenso deve essere rigorosamente epurato da ostilità che conducano all’antigiudaismo; 3) il dialogo è possibile sulla base di questo patrimonio comune. Dovremmo aggiungere che questo è molto più di un dialogo, perché l’esistenza della matrice comune rende il rapporto inevitabile, imprescindibile. Il libro “Gesù di Nazaret” è uno sviluppo della direzione indicata nel documento del 2001. Non a caso esso ha come nucleo di partenza il confronto con le tesi del’autorevole rabbino Jacob Neusner. Naturalmente, un simile confronto è possibile se esclude ogni forma di pasticciato sincretismo: esso ha senso se ciascuna parte sta solidamente assisa sulla propria fede. È un approccio che dovrebbe essere apprezzato da chi teme la tentazione del proselitismo e del dialogo fatto con l’intenzione di convertire anziché con quella di ascoltare e capire. E in tal senso è stato apprezzato da molti sia in ambito cattolico che ebraico. Per esempio, secondo il rabbino David Berger, una volta rimosso l’“insegnamento del disprezzo” e il suo cardine, la “teologia della sostituzione” – ovvero la tesi secondo cui l’elezione di Israele è stata revocata e sostituita con quella conferita alla Ecclesia cristiana – i cristiani hanno il diritto di affermare che l’ebraismo sbaglia attorno a questioni centrali come quella della divinità di Gesù ed hanno anche il diritto di aspirare a che gli ebrei la riconoscano alla fine dei giorni o di affermare che la salvezza è più difficile per chi non è cristiano. Secondo Berger, la posizione ratzingeriana, in quanto evita un “doppio standard”, è più rispettosa per l’ebraismo di molte altre. Ma non tutti l’hanno vista in questo modo, ed hanno anzi reagito a questo indirizzo con fastidio, parlando di nuovi tentativi di conversione e di appropriazione. E così è riemerso tutto il vecchio bagaglio delle diffidenze, in una confusa miscela che ha messo insieme le conversioni forzate con la questione di Pio XII e con la preghiera del Venerdì santo, e financo le diffidenze politiche nei confronti del Papa “di destra”. Come spiegare altrimenti l’indulgenza con cui furono accolte certe pesanti dichiarazioni circa «la necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche» (con esplicito e polemico riferimento all’ebraismo) quando venivano dal Cardinale Martini, ovvero dalla Chiesa “democratica” e “di sinistra”?
Sta di fatto che con il discorso di Ratisbona Benedetto XVI ha mostrato in modo inequivocabile quale matrice culturale desiderava valorizzare: il messaggio etico giudaico-cristiano nella sintesi storica che ha trovato con il razionalismo della cultura greca. Oggi qualcuno ha letto come una rinunzia, come un abbandono, la sua recente dichiarazione che, in senso stretto, il dialogo interreligioso non è possibile. In realtà, quella dichiarazione, da un lato ripropone il consueto richiamo a non cadere nel sincretismo; d’altro lato non riguarda in senso stretto il tema che ci riguarda. Difatti, come abbiamo sottolineato, qui parlare di “dialogo” è persino improprio. Difatti, il dialogo avviene tra posizioni che hanno matrici diverse, mentre il rapporto tra ebraismo e cristianesimo si colloca oltre il dialogo: essi hanno una radice comune che può essere oscurata dalle incomprensioni ma è là, solida come una pietra. Chi legga senza pregiudizi e con mente aperta le Sacre Scritture riscopre continuamente come entrambe le fedi si nutrano del medesimo comune patrimonio, in cui primeggia la preoccupazione di porre la verità come base fondamentale dell’esistenza: «Il Signore è vicino a tutti quelli che lo avvicinano / A tutti quelli che lo invocano in verità» (Salmo 145).
È stato quindi un errore ritenere che quell’affermazione riguardasse strettamente i rapporti ebraico-cristiani e, in particolare, che escludesse il confronto sul terreno teologico. Che cosa sono stati il documento del 2001 e il libro “Gesù di Nazaret” se non un confronto sul terreno propriamente teologico con l’unica religione con cui il cristianesimo può farlo?
Certo, accanto a molti che hanno salutato con favore un approccio di questo genere – come il già citato rabbino Neusner – le resistenze vi sono state e sono state tante. Sarebbe lungo elencarle. Vi è senza dubbio ancora in campo un accanito antigiudaismo cattolico. Ne abbiamo avuto la prova in questi giorni. Tutto va bene fino a che non ti permetti di criticare: alla minima osservazione c’è chi salta su come morso dalla tarantola. Poi c’è il diffuso terzomondismo del mondo cattolico di sinistra che sfocia in un filoislamismo privo di qualsiasi seria base culturale, ostinato fino all’autodistruzione e che finisce col tingersi di antigiudaismo.
Delle resistenze in ambito ebraico abbiamo accennato ma per approfondirle converrà fare un’osservazione generale. In un libro, recentemente tradotto in italiano (“L’idea messianica nell’ebraismo”) Gershom Scholem ha ricordato che l’ebraismo si è sempre mosso storicamente attorno a tre forze: conservatrici, restauratrici ed utopiche. Le prime mirano a preservare l’esistente e a difendere l’identità ebraica racchiudendola dietro la difesa della “siepe della Torah”, ovvero il rispetto rigoroso dei precetti (Halakhah). Le seconde mirano a ricreare l’ideale di un passato perduto. Le terze sono alimentate da una visione utopica del futuro. La tensione messianica, osserva Scholem, si è sempre sviluppata nel campo delle ultime due, mentre la prima non vi ha giocato alcun ruolo, pur avendo avuto una fondamentale funzione nel preservare l’identità dell’ebraismo in esilio.
Dal 1945 l’ebraismo europeo si è praticamente dissolto e il baricentro dell’ebraismo mondiale si è trasferito negli Stati Uniti e in Israele. Due erano le componenti principali dell’ebraismo europeo: quella laica e illuministica che aveva abbandonato la tradizione per la cultura scientifica e politica europea, e l’ebraismo della “siepe della Torah”. La tensione messianica aveva poco spazio, anche perché il sionismo era minoritario: in fondo, alla fin fine i dreyfusardi avevano vinto. Nel 1945 l’ebraismo della “siepe della Torah” appare distrutto dal nazismo, l’ebraismo illuminato in parte è distrutto, in parte è dissolto nell’emigrazione o aderisce al sionismo. La Seconda guerra mondiale poteva segnare la fine dell’ebraismo mondiale – e di fatto ne ha segnato la quasi completa dissoluzione in Europa – se il sionismo non avesse rappresentato una nuova vitalità nella direzione dell’utopia messianica. Perciò il fattore vitale dell’identità ebraica contemporanea con cui occorre fare i conti per stabilire un dialogo autentico è, in primo luogo, il sionismo. Accanto ad esso, occorre tener conto di tutte quelle correnti dell’ebraismo mondiale che sono attivamente impegnate a sviluppare il senso del messaggio ebraico sulle questione etiche e morali, secondo il principio bene espresso da Scholem che «un ebraismo vivo non può non opporsi risolutamente al naturalismo». L’ebraismo della “siepe della Torah”, persa la sua funzione di difesa identitaria a oltranza (che nella società contemporanea è un’illusione senza speranza), non ha interesse né per la questione teologica né per le questioni etiche, in quanto concepisce la religione come un’ortoprassi e perciò risolve in questa le norme etiche e chiude ogni spazio alla dimensione teologica.
Nel 1945 l’ebraismo poteva morire se si fosse proposto soltanto come un’isola identitaria che chiedeva al mondo il diritto di sopravvivere senza dare nulla in cambio. Così non è stato, non soltanto perché la cultura ebraica ha continuato a svilupparsi per il mondo (e non per sé stessa) ma, soprattutto, perché è nato Israele. E oggi Israele non è soltanto un rifugio degli ebrei ma un modello di come la democrazia basata sui valori della morale testamentaria e della fiducia nella ragione di matrice greca possa avere ancora senso per il mondo. Ricominciamo di qui: da un confronto su quello che le due religioni possono dare in termini di etica, morale, democrazia e in difesa di quello che è stato conquistato con enormi sacrifici in questi secoli, proprio sulla base dei fondamenti comuni. Ma da parte cattolica occorre accettare il fatto che oggi l’identità ebraica è in primo luogo Israele, e che la premessa per un dialogo senza diffidenza è dire alto e chiaro che la vita di Israele non è materia di trattative.
(Il Foglio, 11 gennaio 2009)

giovedì 8 gennaio 2009

Israele: contro pregiudizi e diffidenze la fede di un popolo

Sussidiario, 8 gennaio 2009














Lettre aux bien-pensants

A ceux qui ont manifesté hier pour soutenir les Palestiniens et qui ont fini la manifestation en brulant des voitures.
A ceux qui vont peut être manifester aujourd'hui pour soutenir les soldats israéliens, sans se mettre d'accord sur le lieu de la manifestation et sa raison,
Aux différents gouvernements qui critiquent l'attaque israélienne mais se félicitent de ne pas avoir à faire directement au Hamas
Aux media qui décident de la justice d'une cause à son nombre de morts.
Aux artistes qui ont vu de la fumée et qui pleurent pour le peuple palestinien
A ceux qui pensent que finalement cette guerre ne va pas leur faire rater les soldes
A ceux qui ont oublié Guilad Shalit….
Sachez que 'Israël a supporté 7 ans les tirs de mortiers sur leurs maisons, leurs entreprises et leurs écoles avant d'envoyer l'armée pour arrêter ces actes.
Sachez que depuis 7 ans la plupart des enfants de Sderot dorment dans le lit de leur parents et qu'ils urinent dans leurs draps tout simplement parce qu'ils ont peur de se lever la nuit.
Sachez que si Israël reste sans rien faire , ce sort sera bientôt celui des enfants de Beer Sheva, d'Ashdod et d'Ashkelon et puis ceux de Bat-yam , Tel-aviv et Netanya,
Sachez que depuis la semaine dernière ces enfants ne vont plus à l'école de peur d'être tues par un tir de mortier ,
Sachez que depuis, les cours sont donnés par l'intermédiaire de la télévision, mais que finalement les enfants ne peuvent pas apprendre parce qu'ils sont tout simplement traumatisés,
Sachez que ces enfants et leurs parents ne veulent pas la guerre. Ils veulent pouvoir retourner à leur quotidien qu'ils ont quitté il y a maintenant 7 ans,
Et surtout, sachez que 30 % des enfants soignés au service oncologique de Tel-aviv (Tel-Hashomer) sont des enfants palestiniens.
Sachez qu'encore aujourd'hui de nombreux blessés palestiniens sont soignés dans les hôpitaux israéliens.
Sachez, qu'en Israël on sait le prix de la paix .
Et sachez enfin que ici pratiquement toute les familles ont envoyé un mari un enfant un père, en sachant que peut être il ne reviendra pas.
Enfin à tous ceux qui osent encore dire que leur lutte contre Israël n'est pas une lutte contre les juifs, arrêtez de vous cacher derrière vos paroles de « paix ».
La paix se fait a deux, la paix ne commence pas par des tirs de mortiers.

Beatrice Coscas-Williams, Avocat

Israel le 6 Janvier 2009














E anche questo video è consigliabile:

http://www.youtube.com/watch?v=83aJj72UjlM&eurl=http://www.jihadwatch.org/archives/024248.php

Cosa deve fare la Chiesa per combattere davvero Hamas

Nessuna persona sensata può immaginare che risuoni in Piazza San Pietro un invito a imbracciare le armi. Ciò non vuol dire che l’invito del Papa a deporre le armi e al dialogo sia rituale. In sintonia con quanto ha scritto Giuliano Ferrara il 5 gennaio, condividiamo il senso morale di quell’invito. Tuttavia, tra il magistero spirituale e la realtà politica vi sono passaggi intermedi complessi che Roberto Formigoni, Mario Mauro e Maurizio Lupi hanno scavalcato affrettatamente in un appello “Politici con il Papa per la Terrasanta” che sostiene possa darsi un’applicazione politica immediata di quel pronunciamento morale.
Da giorni Mario Mauro ammoniva che «se Israele non compie un “sussulto di saggezza” le conseguenze potrebbero essere nefaste», intendendo per sussulto di saggezza l’interruzione immediata dell’intervento militare, un cessate il fuoco permanente e la ripresa del processo di pace.
Ci scusiamo di sottoporre con qualche puntiglio all’esame della logica questi interventi e l’appello: alla fin fine si sta parlando di qualcosa che deve avere uno sbocco concreto, ovvero la fine di morti e violenze. Fuori dalla concretezza saremmo a una forma di elusione che starebbe al senso morale come il diavolo all’acquasanta.
Troviamo apprezzabile la denuncia chiara delle responsabilità di Hamas nell’aver causato questa crisi, della sua natura di movimento che ha come scopo primario la distruzione dello stato di Israele e che tiene in ostaggio la popolazione palestinese rendendo la vita impossibile a quella israeliana. Bene. E allora che fare? Si esclude che abbia senso e utilità qualsiasi tentativo di indurre Hamas alla responsabilità e al dialogo. Viceversa Israele deve evitare l’errore di concludere dalla efferatezza di Hamas che l’unico modo di ottenere sicurezza e convivenza pacifica sia il ricorso alla forza. Tocca a Israele cessare il fuoco allo scopo di riattivare il processo di pace. Con chi? Su questo l’appello non dice nulla, mentre Mauro parla dell’ANP e di Abu Mazen, e si riferisce alle risoluzioni ONU e alle vie indicate dalla presidenza francese dell’Unione Europea.
A parte il fatto che le risoluzioni ONU e le indicazioni europee equivalgono al vuoto pneumatico, non sarebbe male ricordare che proprio il ritiro da Gaza fu pensato come il primo passo di un processo che doveva condurre alla concreta fondazione di uno stato palestinese. Solo che in questo processo si inserì Hamas, che prese il potere con la forza a Gaza e sostituì a quell’obbiettivo il proprio: la guerra santa per la liberazione dell’intera Palestina dall’“entità sionista”. Fu la lungimirante comunità internazionale a consentire a Hamas di partecipare a elezioni. Il suo successo elettorale viene ancora addotto da certi analfabeti della democrazia per dire che il potere di Hamas è legittimo, non rendendosi conto che l’ammettere al voto chi ha un programma eversivo rappresenta già di per sé la morte della democrazia.
Insomma, o perché Hamas è legittimato o perché è troppo malvagio di lui non ci si occupa, ma si invita Israele a ripercorrere “responsabilmente” e con le mani legate dietro la schiena uno scenario già avvenuto, a farsi trafiggere di missili nel silenzio dei tanti che oggi invece trovano il fiato per levarsi col dito alzato.
Ci permettiamo di consigliare rispettosamente agli estensori dell’appello di riscriverlo, lasciando da parte le prediche a Israele, e fissando come unico obbiettivo quello che non si è mai perseguito davvero (e che lo stesso Presidente Sarkozy ha ammesso ieri essere l’unico nodo da affrontare): esercitare ogni pressione su Hamas affinché accetti le regole della convivenza internazionale. Se ciò avesse successo, allora sì che la politica si sarebbe mostrata capace di tradurre il magistero spirituale in un argomento moralmente valido e concretamente capace di indurre Israele a cessare il suo intervento.
(Il Foglio, 7 gennaio 2009)

mercoledì 7 gennaio 2009

De te fabula narratur

Mi si chiede se Israele non stia facendo qualcosa di controproducente con questa azione militare.
Vorrei chiedere qual è l'alternativa.
E lo vorrei chiedere in particolare a chi crede che la faccenda riguardi Israele e non noi che viviamo qui in Occidente.
Per cortesia, guardate questo filmato
http://www.dailymotion.com/video/x52ie8_yunis-alastal-dput-du-hamas-tv-alaq_news
e poi chiedetevi se Israele non sta fronteggiando qualcosa che si prepara direttamente per tutti noi e di cui si è avuta l'immagine a Milano e Bologna, davanti al Duomo e a San Petronio. Anzi, chiedetevi se Israele non sia lo scudo fragile che ancora ci protegge.

I pacifisti di casa nostra più strillano meno dicono

Da quando è iniziato il conflitto militare a Gaza si leva da mezzo mondo la richiesta di un cessate il fuoco immediato e senza condizioni. Il risultato consisterebbe in qualche migliaio tra morti e feriti e grandi distruzioni in cambio della situazione precedente il conflitto. È comprensibile che un simile esito sia auspicato dai sostenitori di Hamas. Difatti, Israele non otterrebbe nulla salvo aver provocato inutili lutti e rovine e Hamas canterebbe vittoria facendo al contempo la parte della vittima, per prepararsi a riprendere la sua sagra missilistica. Ma che una simile uscita dal conflitto venga auspicata da chi non si dice sostenitore di Hamas e venga invocata in nome delle ragioni della pace e dell’umanità è una manifestazione di cinismo e di immoralità senza limiti. Un atteggiamento che prescinda da ogni valutazione circa i torti e le ragioni è immorale, e pertanto non merita rispetto.
I fatti sono noti ed è persino stucchevole ricordarli. È stucchevole ricordare che Israele si è ritirato totalmente da Gaza ed ha lasciato i palestinesi liberi di decidere il loro destino. La scelta era tra creare il primo nucleo di stato palestinese operando per costruire, o fare di Gaza una base militare per nuovi scontri con Israele in vista della “liberazione” di tutta la Palestina dall’“entità sionista”. Chiunque abbia occhi per leggere sa che lo Statuto di Hamas decreta l’obbiettivo di «innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina» (art. 6). Chiunque abbia seguito anche distrattamente gli eventi di questi anni sa che Hamas ha sempre ribadito l’intento di distruggere Israele e che le tregue sono pause nel processo che deve condurre all’obbiettivo finale. Il popolo palestinese ha votato massicciamente per Hamas il quale, non contento, ha imposto con la forza il suo potere assoluto su Gaza. Da quel momento il sud di Israele è stato sottoposto al martellamento di migliaia di missili. Figuratevi cosa sarebbe successo se l’area di Trieste fosse stata sottoposta a un simile trattamento… Eppure Israele doveva sopportarlo. Secondo quale logica? L’unica possibile: quella di chi ritiene – d’accordo con Hamas – che Israele non abbia diritto a esistere e pertanto non abbia diritto a esigere il rispetto di un suolo nazionale.
Le anime belle hanno taciuto di fronte ai missili, ma hanno condannato Israele ogni volta che ha risposto con qualche isolato intervento militare o con un temporaneo e parziale blocco, hanno dato credito allo slogan “Gaza ridotta a lager”, scambiando spudoratamente le cause con gli effetti. Non hanno apprezzato che Israele abbia accettato una tregua con una banda di criminali. E ora, dopo che Hamas ha rotto unilateralmente persino questa tregua, e Israele ha imboccato l’unica via rimasta per sopravvivere, le anime belle levano alti lai chiedendo a gran voce l’arresto immediato e senza condizioni dei combattimenti e la “ripresa del dialogo”.
Dialogo con chi? La risposta a questa domanda – “con nessuno” –misura l’immensa ipocrisia delle anime belle. Ora, l’unica speranza che l’interlocutore si affacci è che si riesca a ricondurlo alla ragione. Ma chi non ha usato la sua autorità per affermare ragione e giustizia con pressioni pacifiche quando era forse possibile, e si è invece comportato in modo moralmente ambiguo prendendosela soltanto con Israele, è meglio che taccia.
Questo vale anche nel contesto della politica italiana. Avevamo letto con interesse e stima le dichiarazioni di Piero Fassino che aveva sottolineato il vero nodo della questione: l’inesistenza di un interlocutore perché Hamas non vuole trattare bensì mira soltanto alla distruzione di Israele. Ma ora spunta fuori il suo ineffabile segretario che, rovesciando la verità, parla di fallimento della strategia della contrapposizione militare al terrorismo. Il fallimento è invece quello della politica parolaia di cui egli ha dato esempio, con una confusione non si sa se più verbale o concettuale. Difatti, secondo Veltroni, l’obbiettivo della lotta al terrorismo «passa attraverso il difficile ma necessario reciproco pieno riconoscimento». Bene, allora perché non ha spiegato in passato e non spiega ora come si fa a ottenere questo riconoscimento in modo decente? Difatti, l’unico modo decente di chiedere un cessate il fuoco è pretendere che Hamas dichiari formalmente di rinunciare ai suoi obbiettivi di distruzione, che accetti l’esistenza dello stato di Israele e prometta di non lanciare più missili. Ogni altro approccio alla questione è un modo di nuocere a Israele. Bisognerebbe piuttosto prendere esempio dal sindaco di New York Bloomberg che si è recato a Sderot a portare la sua solidarietà.
Vi sono certamente molte ragioni per tanta diffusa ipocrisia. Ma forse ce n’è una semplice che si riassume nelle immagini della manifestazione islamica che proclama la guerra santa contro Israele davanti al Duomo di Milano. Lascio al lettore darle il nome.
(Libero, 6 gennaio 2009)


MEGLIO RIDERE

mercoledì 24 dicembre 2008

Statolatria pure in Italia. Basta leggere i programmi scolastici

È di pochi giorni fa la denuncia della Chiesa cattolica del rischio di “statolatria” che fa correre alla Spagna la materia di “educazione alla cittadinanza”: Educación para la ciudadania y los derechos umanos (ecP). È un’accusa non nuova ma ora riproposta con forza. L’episcopato spagnolo si batte da tempo contro questa materia obbligatoria introdotta da un anno. La EcP non è “educazione civica” o “diritto costituzionale” nel senso delle recenti riforme italiane. Essa comprende, oltre a questi aspetti, una marea di temi: la lotta contro le discriminazioni delle diversità, l’educazione della sfera emotiva e sessuale, la costruzione di una coscienza morale e civica “concorde con le società democratiche, plurali e complesse e mutevoli in cui viviamo”, ecc. Pur prescindendo dal fatto che l’orientamento del governo Zapatero va nella direzione di educare mettere sullo stesso piano tutte le forme “familiari”, e contro ogni idea di legge naturale, l’introduzione di questa materia svuota la famiglia del suo ruolo educativo nella dimensione morale, etica e civile e lo trasferisce allo Stato. Chi determinerà quali sono i valori etici e morali “accettabili” da insegnare a scuola? Lo Stato, appunto, e in definitiva la maggioranza di governo. Roba sovietica in salsa relativista.
Tuttavia, sorge una domanda. Si guarda alla Spagna con sdegno e preoccupazione, ma ci si è dati la pena di guardare in casa nostra? So bene che quando si parla di scuola nessuno si sogna di leggere i programmi. Sarebbe invece il caso di farlo per constatare che anche noi (con la legge Moratti) possediamo due materie di educazione alla cittadinanza ed educazione all’affettività che dovrebbero seguire lo studente in tutto il percorso scolastico. La lettura delle conoscenze e competenze da acquisire lascia di stucco. Cito a caso alcune perle. La scuola dovrebbe educare lo studente a costruire «forme di espressione personale, ma anche socialmente accettata e moralmente giustificata, di stati d’animo, di sentimenti, di emozioni diversi, per situazioni differenti»; a «esercitare modalità socialmente efficaci e moralmente legittime di espressione delle proprie emozioni e della propria affettività»; a «essere consapevole delle modalità relazionali da attivare con coetanei e adulti di sesso diverso, sforzandosi di correggere le eventuali inadeguatezze». Inoltre il giovane deve saper «riconoscere il rapporto affettività-sessualità-moralità» e «riconoscere attività e atteggiamenti che sottolineano nelle relazioni interpersonali gli aspetti affettivi e ne facilitano la corretta comunicazione». Non basta. Gli si insegna a saper «cogliere la dimensione morale di ogni scelta e interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni» e a «cogliere la complessità dei problemi esistenziali, morali, politici, sociali, economici e scientifici e formulare risposte personali argomentate».
Potremmo continuare con altre amenità, come il «prendere coscienza delle situazioni e delle forme del disagio giovanile ed adulto nella società contemporanea e comportarsi in modo da promuovere il benessere fisico, psicologico, morale e sociale» e l’addestramento alla democrazia attraverso l’organizzazione di «un Consiglio Comunale dei Ragazzi». Ovviamente bisogna praticare «il dialogo tra culture e sensibilità diverse» ma anche «partecipare al dibattito culturale», come se non ci fossero abbastanza commentatori “culturali” in giro.
Fermiamoci e poniamo una domanda. A chi spetta definire cosa sia “socialmente accettato” e “moralmente giustificato”, cosa sia “inadeguato” nelle “modalità relazionali”, quale sia la “dimensione morale” delle scelte, che cosa sia il “rapporto affettività-sessualità-moralità” e (colmo dei colmi) cosa sia il “benessere psicologico e morale”? Allo Stato, evidentemente, per il tramite dei suoi agenti, i docenti di educazione alla cittadinanza e all’affettività, cui sarà demandato addirittura di mettere il naso in una funzione tipica della famiglia: l’educazione emotiva e affettiva. Infatti, saranno loro i delegati a spiegare quali ne sono le modalità socialmente efficaci e moralmente legittime. Allucinante.
La fortuna di questo paese è che spesso le leggi si promulgano e non si applicano. Finora questo ciarpame è rimasto sulla carta. Attenzione però che non rispunti fuori nella definizione dei regolamenti attuativi della legge. Si rischia che, mentre lo sguardo si allunga verso la penisola iberica, dietro le spalle ci venga servito uno scherzetto da far invidia al buon Zapatero.
(Libero, 23 dicembre 2008)

domenica 21 dicembre 2008

La truffa dell'insegnare a insegnare

La truffa dell’insegnare a insegnare
ANDRÉS DE LA OLIVA 08/12/2008 (El País)
Alla pubblicazione su EL PAÍS di un Manifesto contro il nuovo master di formazione dei docenti hanno risposto in queste pagine alcuni pedagoghi che lo difendono. Tuttavia le argomentazioni, con le quali costoro argomentano la loro risposta, sono erronee. La tesi principale è che un docente non solo deve conoscere la sua materia, ma anche apprendere a insegnarla. Tale affermazione, che sembra rispondere al comune buon senso, è invece un sofisma che da anni gli “esperti in istruzione” propongono alle autorità ministeriali. I futuri docenti, si dice, devono “apprendere a insegnare” e gli alunni “apprendere ad apprendere”. Affinché ci riescano, esiste un gruppo di specialisti (coi propri interessi corporativi), il cui compito è di “insegnare a insegnare”.
Ebbene, precisamente a tale scopo è stato affidato ai pedagoghi il corso del CAP (Certificato di Attitudine Pedagogica). Questo corso non è mai stato sottoposto ai docenti delle scuole medie e superiori per una valutazione oggettiva: si sapeva benissimo che i docenti non solo non ne avrebbero riconosciuto la validità, ma anzi lo avrebbero considerato una burla o un’impostura.
Quale soluzione propone il ministero? Niente meno che sostituire il quinto anno di preparazione disciplinare specifica con un Master di formazione dei docenti, nient’altro che un CAP più lungo e più caro. Qualsiasi cosa tranne che domandare ai docenti il loro parere sull’utilità in aula della formazione pedagogica. A quanto pare, gli unici a sapere che cosa sia necessario in classe sono coloro che mai vi sono entrati; gli unici a sapere come si insegna matematica, grammatica o storia sono coloro che non sanno niente di matematica, grammatica, storia e tuttavia sono esperti ad insegnare come si insegna e come si impara ad imparare.
Perché il CAP è stato una truffa e una vergogna in tutti questi anni? Non perché fosse molto breve, ma perché è falso che chi non conosce la matematica sappia insegnare a insegnare la matematica. Ancor più falso è che esista un sapere che non riguardi la fisica o il latino o la geografia e il cui contenuto sia quello di insegnare a insegnare una di queste discipline. Un docente deve saper catturare l’attenzione degli alunni insegnando loro ad amare il sapere e per ottenere ciò non esiste altra garanzia che il proprio amore per il sapere. La matematica, la storia o il diritto processuale sono appassionanti e il dovere di un docente è di trasmettere ciò ai suoi alunni. E qual è la sua miglior arma, in realtà la sua unica arma, se non conoscere matematica, storia o diritto processuale?
“Conoscere la storia non significa saper insegnare la storia”. Qualsiasi docente esperto direbbe che la cosa sta esattamente al contrario: la miglior prova che uno non conosce la disciplina che credeva di conoscere è che fallisce nell’insegnarla. Se non sa come insegnar qualcosa, la causa è che non la conosce abbastanza e la conseguenza è che deve studiarla di più e meglio. Studiare più fisica, matematica o latino, non pedagogia.
Ovviamente ci saranno sempre grandi scienziati che non amano l’insegnamento e che si rifiutano ad esercitarlo. Non si smette di citare come prova incontestabile la figura del grande scienziato mediocre docente, ma è questo un argomento fallace: gli scienziati che non amano l’insegnamento, insegnano male non perché non sappiano, ma perché non desiderano insegnare e nessun corso di formazione dei docenti gli farà cambiare atteggiamento. D’altra parte, i laureati che mai hanno insegnato non sanno insegnare non perché gli difetti una preparazione pedagogica o psicopedagogica, ma perché gli manca la pratica dell’insegnamento. L’accesso alla professione di docente, come a quella di giudice o di medico, non dovrebbe avvenire senza aver superato un periodo di tirocinio seriamente pensato, organizzato e remunerato e ovviamente solo che si sia data dimostrazione di possedere una formazione non generale, ma avanzata e specifica in una determinata branca del sapere. Ciò è l’unico fine sollecitato dal disprezzato Manifesto contro il nuovo master di formazione dei docenti. Solo questo e inoltre che la si smetta una buona volta di prendere in giro la società mentre si smantella pezzo a pezzo il sistema di istruzione pubblica.

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La estafa del enseñar a enseñar
ANDRÉS DE LA OLIVA 08/12/2008 (El País)
La publicación en EL PAÍS de un Manifiesto Contra el Nuevo Máster de Formación del Profesorado (ECI/3858/2007) ha sido respondida en estas páginas por algunos pedagogos que lo defienden. Las pretendidas evidencias con que argumentan son, sin embargo, falsas. La tesis principal es que un profesor no sólo debe conocer su materia, sino que debe también aprender a enseñarla. Esto parece muy de "sentido común", pero es un sofisma con el que los "expertos en educación" llevan muchos años abduciendo a las autoridades ministeriales. Los futuros profesores, se dice, deben "aprender a enseñar" y los alumnos "aprender a aprender". Para conseguirlo, existe un cuerpo de especialistas (con sus propios intereses corporativos), cuya función es "enseñar a enseñar". Ahora bien, para ello precisamente se confió a los pedagogos el curso del CAP (Certificado de Aptitud Pedagógica). Este curso jamás se ha sometido a una evaluación objetiva entre los profesores de secundaria y bachillerato. Se sabía de sobra que los profesores no sólo no avalarían su utilidad, sino que lo valorarían como una estafa o una impostura. ¿Qué solución propone el ministerio? Nada menos que sustituir el quinto año de preparación disciplinar específica por un Máster de Formación del Profesorado que no es más que un CAP más largo y más caro. Cualquier cosa menos preguntar a los profesores sobre la utilidad en las aulas de la formación pedagógica. Por lo visto, los únicos que saben lo que se necesita en las aulas son los que jamás han pisado un aula. Por lo mismo, los únicos que saben cómo se enseña matemáticas, gramática o historia, son los que no saben ni matemáticas, ni gramática, ni historia (pero son, en cambio, expertos en enseñar a enseñar cómo se aprende a aprender).
¿Por qué el CAP ha sido una estafa y una vergüenza todos estos años? No porque fuera muy corto, sino porque es falso que quien no sabe matemáticas pueda enseñar a enseñar matemáticas. Y todavía es más falso que haya un saber que no sea ni física, ni latín, ni geografía, y cuyo contenido sea el enseñar en general para cualquiera de esas disciplinas. Un profesor debe saber captar la atención de los alumnos enseñándoles a amar el conocimiento, y para lograrlo no hay otra garantía que su propio amor por el conocimiento. Las matemáticas, la historia o el derecho procesal son apasionantes y la obligación de un profesor es saber transmitirlo a sus alumnos. Ahora bien, su mejor arma, en realidad su única arma, es saber matemáticas, historia o derecho procesal. ¿Saber historia no significa saber enseñar historia? Cualquier docente experimentado diría que la cosa es exactamente al revés: la mejor prueba de que algo que uno creía saber no lo sabe en realidad es que fracasa al enseñarlo. Si no se sabe cómo enseñar algo es porque no se sabe suficientemente, y la consecuencia es que hay que estudiarlo más y mejor. Estudiar más física, matemáticas o latín, no pedagogía. Por supuesto que siempre habrá grandes investigadores muy sabios que no amen la enseñanza y se nieguen a ejercerla. La figura del buen investigador y mal docente no cesa de blandirse como un argumento incontestable, pero es una falacia: los investigadores que no aman la enseñanza enseñan mal, no porque no sepan, sino porque no quieren hacerlo, y ningún curso de formación del profesorado les hará cambiar de opinión. Por otro lado, licenciados que nunca han enseñado no saben enseñar, pero no porque les falte teoría pedagógica (o psicopedagógica), sino porque les falta práctica docente. El acceso a la profesión de profesor, como a la de juez o a la de médico, no debería hacerse sin haber superado un periodo de prácticas seriamente concebido, tutelado, y remunerado. Y por cierto que sólo una vez acreditada una formación no básica y generalista, sino avanzada y específica en un campo determinado de conocimiento. Es lo único que solicita el denostado Manifiesto. Eso, y que se deje de tomar el pelo a la sociedad mientras se desmonta pieza a pieza el sistema de instrucción pública.

giovedì 18 dicembre 2008

Più superstizioso di credere nella iella è solo pensare di farci un teorema

Tutti conoscono la celebre legge di Murphy secondo cui «se una cosa può andar male, lo farà». Probabilmente non molti la prendono davvero sul serio, come se fosse una vera “legge” scientifica che governa il corso degli eventi. È vero però che molti credono nella iella o seguono il precetto di Benedetto Croce che diceva di non crederci ma che era più prudente fare come se esistesse davvero. Uno scienziato inglese, Peter Bentley, del Dipartimento di Computer Science dell’University College di Londra, ha deciso di sfatare definitivamente il mito e di dimostrare un “teorema della sfiga” da cui risulterebbe che «c’è sempre una razionale (e spesso affascinante, divertente ed eccitante) spiegazione per tutte le cose che ci capitano ogni giorno» e che «ciò che davvero conta sono la fisica, la chimica, la biologia e in genere tutti i principi naturali che sono alla base di noi e della nostra tecnologia».
La rivista divulgativa Jekyll della prestigiosa istituzione scientifica SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste), ha divulgato il risultato su cui si basa il “teorema della sfiga” al seguente modo: «Nel 2004 un gruppo di esperti (David Lewis, Philip Obadya e Keelan Leyser) ha elaborato un’equazione statistica per prevedere se e quando la iella colpirà: ((U+C+I)·(10-S))/20·A·1/(1-sin(F/10))».
Se si chiedesse di dare un esempio di cattiva divulgazione scientifica sarebbe difficile trovarne uno migliore. Cosa rappresentano U, C, I, S, A e F? Qual è il senso di 20 e di 10? In generale, qual è il senso della formula? Se era troppo difficile spiegarla tanto valeva non scriverla, anziché fare concessioni alla visione più irrazionale delle “formule” matematiche, come ricette magiche che racchiudono i segreti del mondo e che permettono di manipolarlo alla maniera della fata di Cenerentola: «magicabu la bidibibodibu bu, fa matematica quel che vuoi tu». Bel modo di combattere la superstizione quello di sostituire alla credenza nella iella e nel destino la magia di formule incomprensibili di fronte alle quali il volgo deve inginocchiarsi perché “questa è la scienza, bellezza”!...
In questa divulgazione diseducativa ancor più grave dello sbattere sulla pagina una formula senza spiegarla è la diffusione della credenza, non meno irrazionale di quella nella sfiga, che la scienza sia la chiave di ogni aspetto dell’universo. In questa opera cattiva lo “scienziato” Bentley fa la sua parte. Difatti, se egli ha ragione di dire che è corretto cercare spiegazioni razionali e non rifugiarsi nelle superstizioni, è difficile sostenere che la fisica, la chimica e la biologia bastino: anche la mente umana ha la sua parte ed è avventato dare per scontato che tutto si riduca a una faccenda di atomi o di reazioni chimiche. Ma il divulgatore, anziché introdurre qualche valutazione critica del riduzionismo estremista dello “scienziato” ci mette un carico da novanta sostenendo che «la realtà di tutti i giorni è spesso piena di catastrofi, ma anche le più incomprensibili sono regolate da una logica matematica» e «lo scienziato ha tutte le risposte». Non ci crede neanche lui. Non soltanto nessuno possiede la chiave per spiegare matematicamente qualsiasi evento, ma l’asserzione che tutto il mondo sia matematico è un postulato metafisico indimostrabile e che tutto spinge a ritenere privo di fondamento. Forse si pensa che diffondere queste superstizioni serva ad alimentare il rispetto e l’interesse per la scienza. Invece serve a diffonderne un’immagine opprimente, come tutte le favole che non restano nel regno della fantasia e pretendono di farsi realtà.
(Tempi, 18 dicembre 2008)

domenica 14 dicembre 2008

Nessun ripensamento. Atto di responsabilità rinviare la riforma delle Superiori

Quando non si sa più a quale santo votarsi s’inventa di tutto, anche che il ministro Gelmini ha ritirato i provvedimenti sulla scuola. È una balla a scopo autoconsolatorio. La riforma è legge: il modulo è abolito, la scuola primaria è basata sulla figura del maestro prevalente (che ovviamente da solo non può coprire tutte le ore del tempo pieno) e chi vuole può scegliersi anche il maestro unico a orario ridotto. Un’altra balla propagandistica è lo sbandieramento del rinvio della riforma delle superiori come una «gigantesca marcia indietro». Al contrario, si è trattato di una scelta responsabile dettata dall’analisi dei problemi che avrebbe provocato un’introduzione immediata di regolamenti attuativi della legge Moratti.
Al riguardo vorrei fare alcune considerazioni per spiegare perché, a mio avviso, la scelta di affrontare in modo approfondito e meditato la riorganizzazione delle superiori è l’unico modo corretto per proseguire l’opera di riforma della scuola.
La legge Moratti è un apparato vasto, complesso e composito, la cui applicazione pone problemi delicati. Essa comporta una molteplicità di materie e un’articolazione alquanto pesante. È anche da chiedersi se colei che ha dato il suo nome alla legge sia rimasta davvero soddisfatta dell’opera di chi l’ha compilata. Ed è da chiedersi come sia possibile che chi giustamente depreca l’etica laicista di stato cui si ispira la “educación para la ciudadanía” del governo Zapatero e difende la centralità della famiglia nella trasmissione dei valori morali, digerisca l’“educazione all’affettività” proposta dalla legge Moratti. È una materia che comporta tematiche strampalate come «l’aspetto culturale e valoriale della connessione tra affettività-sessualità-moralità» e lo sviluppo di competenze come il «riconoscere attività e atteggiamenti che sottolineano nelle relazioni interpersonali gli aspetti affettivi e ne facilitano la corretta comunicazione». Inoltre, applicare la legge Moratti significa introdurre l’educazione alla salute, l’educazione alimentare, ambientale, stradale, alla cittadinanza: tutte cose che non hanno niente a che fare con l’insegnamento del diritto costituzionale ma che assomigliano piuttosto a un’educazione di stato di stampo sovietico. Del resto è noto quale cultura abbia ispirato queste tematiche. Riteniamo davvero opportuno introdurle nella scuola senza pensarci bene?
Un altro tema di riflessione riguarda i programmi. L’ossessione di introdurre lo studente alla pratica attiva dei concetti abolendo l’acquisizione preliminare di conoscenze di base ha suggerito obbiettivi grotteschi: un ragazzo di terza liceo dovrebbe essere capace di «utilizzare e proporre modelli e analogie», di «formulare ipotesi, sperimentare e interpretare» e addirittura di «descrivere effetti relativistici nello studio della fisica delle particelle». Invece di acquisire le conoscenze in modo progressivo e metodico si affastella tutto: nozioni scientifiche classiche accanto a temi che sono oggetto della ricerca attuale e quindi ancora mal sistematizzati. Non voglio annoiare il lettore (si potrebbero riempire pagine di osservazioni): la legge Moratti propone un approccio didattico e di contenuto a dir poco audace ed è bene andarci con i piedi di piombo prima di rovesciare questo tsunami sulla già stressata scuola italiana.
Un altro aspetto critico riguarda i licei tecnici ed è rappresentato dal progetto di unificare quasi tutte le materie scientifiche in un’unica materia detta “scienze integrate”. Questa ipotesi ha suscitato un’ondata di preoccupazioni tra gli insegnanti: chi è laureato in chimica non se la sente giustamente di insegnare biologia e viceversa. Una delle cause principali della crisi delle scuole medie inferiori è che un buon numero di insegnanti di matematica non possiede una solida formazione in questa materia. Mentre si tenta di turare questa falla è proprio il caso di aprire un problema analogo nei licei tecnici? Oltretutto, è discutibile l’idea che un diplomato di questi licei non abbia bisogno di formazione teorica di base bensì di una generica infarinatura a scopo essenzialmente applicativo. Taluni ambienti dell’imprenditoria italiana che patrocinano questa materia dovrebbero assumere un atteggiamento più evoluto e rendersi conto che l’addestramento specifico si può fare in azienda in pochi mesi: quel che conta è preparare soggetti dotati della capacità di pensare e operare in modo autonomo e originale e questa capacità si matura attraverso l’acquisizione di una seria preparazione culturale generale.
Molti altri aspetti critici andrebbero menzionati tra cui l’istituzione di un Liceo delle Scienze Umane i cui programmi sono sconcertanti. Questo liceo non è funzionale – come qualcuno potrebbe ingenuamente pensare – all’apprendimento delle scienze umane comunemente intese: storia, antropologia, sociologia, psicologia, ecc. Si tratta invece di un liceo di scienze pedagogiche in cui ogni accenno ad altri saperi umanistici è inquadrato nella tematica educativa. Insomma, è un regalo fatto alla corporazione già ipertrofica dei pedagogisti affinché alimenti ulteriormente la sua autoriproduzione.
L’introduzione nella scuola di questa farraginosa e discutibile (e forse inapplicabile) macchina in congiunzione con l’esigenza di un contenimento delle spese e di una riduzione del numero esorbitante di curricula creati nei processi di sperimentazione, comporta un’operazione di una complessità enorme che rischia di produrre sconvolgimenti difficili persino a prevedersi. Pertanto la scelta del ministro Gelmini di aprire una fase di riflessione che permetta di ripensare in modo approfondito le iniziative da prendere nei confronti delle scuole superiori lungi dall’essere un passo indietro è un atto responsabile che costituisce la premessa indispensabile per progettare una ristrutturazione seria e meditata dell’offerta formativa.
(Libero, 14 dicembre 2008)

sabato 6 dicembre 2008

BOTTA e RISPOSTA sul DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

Alla lettera di Guido Guastalla e mia pubblicata sul Corriere della Sera del 26 novembre e riportata in questo blog, hanno risposto Rav Giuseppe Laras, il prof. Amos Luzzatto e Daniele Nahum con la lettera seguente (Corriere della Sera, 4 dicembre).
Segue la nostra controreplica:

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Ebrei, Cattolici e Cristiani

Abbiamo letto l’articolo di Guido Guastalla e di Giorgio Israel, pubblicato in data 26 novembre sul Corriere della Sera.
In Italia il dialogo ebraico-cristiano ha coinvolto, a più livelli e da diversi anni, numerosi intellettuali sia ebrei che cristiani, credenti e non, nonché tante persone di buona volontà.
Si può forse anche affermare che la capitale del Dialogo in Italia, per quasi tre decenni, è stata la città di Milano, vista la compresenza, la reciproca stima e la collaborazione avutasi tra i Cardinali Arcivescovi C.M. Martini e D. Tettamanzi e il Rabbino Capo emerito G. Laras, oggi Presidente dei Rabbini italiani.
Ma non solo. La presenza a Milano del Consiglio Ecumenico delle Chiese Cristiane ha visto collaborare ebrei con autorità religiose e intellettuali sia valdesi sia cristiano-ortodossi.
Ed ecco i nomi del Dialogo in Italia, iniziato con Renzo Fabris e il rabbino Elia Kopciovski, tra i quali ricordiamo: Paolo de Benedetti, Maria Vingiani, Elena Lea Bartolini, don Gianfranco Bottoni, Daniele Garrone, Maria Cristina Bartolomei, Paolo Ricca, Enzo Bianchi, Brunetto Salvarani, Piero Stefani, Amos Luzzatto, Lea Sestrieri, Bruno Segre, Stefano Levi Della Torre, la Comunità di S. Egidio, la Libreria Claudiana, i monaci di Camaldoli e tanti altri ancora…mancano all’appello, almeno a memoria delle persone finora citate, i due ebrei italiani “impegnati nel Dialogo” che hanno scritto ieri su questa stessa testata!
Tutte queste persone, e il Rabbinato Italiano in particolare, da sempre hanno avuto a cuore il Dialogo tra ebrei e cristiani e, proprio per questo motivo, avvertono con particolare sensibilità e preoccupazione l’evidente stonatura derivante dal Motu Proprio promosso da Benedetto XVI circa l’Oremus pro Iudeis del Venerdì Santo, legato ad altri tempi (non proprio sereni!) e ad altri impianti teologici, da cui, peraltro, il Concilio Vaticano II aveva preso le distanze, lasciando aperti spazi inediti per il Dialogo tra Cattolici ed Ebrei. Ma è opportuno fare un’ulteriore importante sottolineatura. La pausa di riflessione, voluta in coscienza dai Rabbini Italiani, non riguarda il Cristianesimo nel suo insieme, ma solo la confessione cristiano-cattolica. Da questo si desume che non è vero che il Rabbinato Italiano voglia interrompere il Dialogo, ma semplicemente non prendere parte il prossimo anno alla tradizionale Giornata dell’Ebraismo del 17 Gennaio, non giudicando sinora esaurienti e effettivamente chiarificatrici le spiegazioni e le assicurazioni ricevute da alcuni esponenti della Chiesa Cattolica in relazione al pronunciamento papale, considerato che si tratta di una Preghiera da storia e da valenza simbolica particolari, legata alla genesi e al diffondersi dell’antisemitismo e dell’insegnamento del disprezzo, malattie purtroppo ancora ben vive. È evidente, quindi, la regressione rispetto alle conquiste scaturite dagli ultimi decenni di dialogo e collaborazione. Si spera solo che questa sia una crisi passeggera!
Sarebbe importante ricordare ai due firmatari dell’articolo che non è stato il Rabbinato Italiano a dare inizio a questa poco edificante querelle -che alla lunga rischia davvero di compromettere gli sforzi intellettuali e morali di eminenti personalità sia del mondo ebraico sia del mondo cattolico-, ma il Papa con la sua decisione.
Inoltre, a scanso di equivoci, è opportuno anche ricordare che il Rabbinato Italiano e i membri dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sono i soli ufficiali responsabili della rappresentanza rispettivamente religiosa e civile degli ebrei italiani.
Per quanto riguarda il riferimento al Rabbino D. Rosen, si consideri che nel mondo ebraico non esiste un Papa e, pertanto, in Italia sono i Rabbini Italiani gli interlocutori tra le Chiese e l’Ebraismo.
Da ultimo, il Dialogo ebraico-cristiano, ivi compreso quello particolare con la Chiesa Cattolica, è una cosa certamente importantissima, che richiede sforzi e, soprattutto, costante esercizio di rispetto, comprensione, preparazione storica e, nondimeno, onestà intellettuale.
Il Dialogo tra Ebrei e Cristiani è unico e speciale, vista la tangenza e la storia comune tra le due fedi; esso, tuttavia, non è mai stato e non deve affatto essere uno strumento dell’Occidente contro l’Islām, ormai presente in maniera consistente in tutta Europa. Sicuramente bisogna opporsi ai fanatismi, ma non solo a quelli di matrice islamica! Una siffatta ipotesi strumentale del Dialogo è, quindi, intellettualmente, moralmente e religiosamente inaccettabile! Si ricordi, poi, che i rapporti tra Ebraismo e Islām generalmente sono stati più proficui e sereni rispetto a quelli intercorsi tra Ebraismo e Cristianesimo…ma questa è un’altra storia!

Rav Prof. Giuseppe LARAS, Rabbino Capo emerito di Milano e Presidente dei Rabbini Italiani
Amos LUZZATTO, Presidente dell’Associazione Centro Studi Primo Levi di Torino
Daniele NAHUM, Presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia

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E questa è la nostra controreplica:

REPLICA a LARAS, LUZZATTO e NAHUM

Nella lettera da noi inviata al Corriere della Sera e pubblicata il 26 novembre, abbiamo espresso “profondo dissenso” dalla decisione presa il 17 novembre dall’Assemblea dei Rabbini d’Italia di sospendere il dialogo ebraico-cattolico. Lo abbiamo fatto nei termini più civili e sereni, senza un’ombra di polemica. Inoltre la nostra lettera conteneva argomentazioni esclusivamente dettate da esigenze spirituali e religiose.
Al contrario, Rav Giuseppe Laras, il professor Amos Luzzatto e Daniele Nahum hanno ritenuto di rispondere con una lettera (pubblicata dal Corriere) aspramente polemica, fino all’insulto e priva di argomentazioni. Essi hanno deformato una nostra affermazione secondo cui, in un momento di grave sbandamento etico e morale e di fronte all’assalto dell’integralismo islamico, è importante stringere i rapporti con chi condivide la difesa del primato della morale e della ragione pacifica. Hanno presentato tale affermazione come se avessimo detto che è conveniente allearsi con la Chiesa per difendere l’Occidente contro l’Islam, definendola un’«ipotesi strumentale del dialogo» che sarebbe «intellettualmente, moralmente e religiosamente inaccettabile». Una simile deformazione è tanto più grave in quanto usata per lanciare la pesante accusa di strumentalismo intellettuale, morale e religioso. Oltretutto la polemica scivola in modo patetico sull’osservazione che l’Islam è «ormai presente in maniera consistente in tutta Europa». Che argomento è mai questo? Forse la considerazione che si deve avere dell’Islam dipende dal suo peso numerico? Se volessimo ricorrere agli stessi metodi di Laras, Luzzatto e Nahum potremmo accusarli di ragionare sotto la spinta della paura e quindi per mere ragioni di opportunità.
Passiamo sopra altri epiteti e considerazioni spiacevoli, come il richiamo al fatto che l’esercizio del dialogo richiede “onestà intellettuale”. Che bisogno c’era di dirlo? Vi è forse qualcuno qui che si sia macchiato di disonestà intellettuale?
Ma veniamo ad altri aspetti ancor più inaccettabili della lettera.
I nostri stendono un elenco dei “nomi del Dialogo” in Italia osservando che «mancano all’appello i due ebrei “impegnati nel Dialogo”», che poi saremmo noi, per chi non avesse afferrato la pungente ironia. Non staremo al gioco penoso di esibire le credenziali di “dialoganti”. Ci limitiamo a osservare che è una procedura comica stendere una lista pretendendo di avere l’autorità insindacabile di decidere chi ha diritto a farne parte per poi dileggiare chi non ne fa parte. Insomma, siccome Laras e amici hanno decretato che non siamo “dialoganti”, allora non siamo “dialoganti”, e pertanto non siamo titolati a parlare di dialogo. Un brillante esercizio di logica, non c’è che dire. È da immaginare quali risultati sul piano dell’analisi talmudica si ottengano con simili procedimenti.
Ma il vertice della lettera è raggiunto quando si respinge il riferimento alle affermazioni del Rabbino David Rosen, in quanto «nel mondo ebraico non esiste un Papa». Naturalmente noi non avevamo citato il Rabbino Rosen come un Papa ebraico ma sottolineare l’esistenza di autorevoli punti di vista diversi da quelli del rabbinato italiano e analoghi al nostro, e per incitare a un atteggiamento riflessivo. Ma i nostri sono invece alla ricerca di Papi ebrei, sia pure locali. Difatti affermano che non esistendo un Papa, «in Italia sono i Rabbini Italiani gli interlocutori tra le Chiese e l’Ebraismo». In altri termini, chi voglia dialogare o è un rabbino italiano o deve chiedere l’autorizzazione ai rabbini italiani perché solo loro sono “gli interlocutori”. E rafforzano questa tesi con l’affermazione secondo cui «a scanso di equivoci, è opportuno anche ricordare che il Rabbinato Italiano e i membri dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sono i soli ufficiali responsabili della rappresentanza rispettivamente religiosa e civile degli ebrei italiani».
Si tratta di aun’affermazione estremamente radicale e avventata che rappresenta una vera e propria uscita dall’ebraismo per entrare nella sfera dell’integralismo. Giova ricordare ai firmatari della lettera che un rabbino è un maestro che deve conquistarsi autorità e rispetto con l’esempio e l’insegnamento e non è un’autorità che ha il potere (da chi e come conferito?) di essere l’unica rappresentante religiosa di tutta la comunità. Neppure il Papa è dotato di un simile potere. La pretesa che il Rabbinato sia più di un Papato, unico ufficiale rappresentante religioso degli ebrei e titolare esclusivo del diritto di esercitare il Dialogo con le altri fedi e del potere di autorizzare i “fedeli” a praticarlo o di vietare di praticarlo, è estranea alla tradizione di libertà di pensiero dell’ebraismo, esorbita dalle funzioni del rabbino – salvo noti casi storici che rappresentano per l’appunto esempi di degenerazione – e rappresenta un mortificante cedimento al peggiore fondamentalismo. È stupefacente che non ci si renda conto del carattere inaudito della pretesa di avere il potere di decidere chi, se e come possa parlare o non parlare con altri. Tanto più ciò è grave se, per imporre tale autorità, si ricorre al metodo di screditare chi dissente (civilmente e pacatamente) sul piano morale: anche questa è una procedura tipica del fondamentalismo.
È con severa determinazione che preghiamo i firmatari della lettera di desistere da un siffatto atteggiamento che può essere compreso soltanto come effetto di uno stato di agitazione emotiva.
Deve essere comunque estremamente chiaro che non esistono le condizioni per esercitarsi nel gioco della scomunica o della messa al bando. Il tono aggressivo e offensivo della lettera purtroppo lascia credere che qualcuno nutra una simile illusione. È bene sapere che, così come non ci siamo permessi di mettere sotto accusa nessuno, non ci lasceremo mettere sotto accusa da nessuno e tantomeno screditare sul piano morale, quale che sia l’autorità che l’accusatore presume di avere.

Guido Guastalla
Giorgio Israel