mercoledì 29 aprile 2009

40•10 alla 19esima potenza di bytes di informazioni e non sapere cosa farsene

Un’“autorità” accademica ha segnalato in giro un video dal titolo “Did you Know 3.0” (http://www.youtube.com/watch?v=jpEnFwiqdx8), presentato come utile a «pensare la knowledge society».
Il succo del video è che viviamo in “tempi esponenziali” e governati dalla comunicazione. Si spiega che stiamo preparando studenti per lavori e per usare tecnologie che non esistono ancora e per risolvere problemi che ancora non sappiamo che siano tali. Si racconta che un ottavo delle coppie sposate negli USA negli ultimi anni si è conosciuto in rete: bisogna vedere come va a finire. Il primo paese al mondo per Internet a banda larga è Bermuda, mentre gli USA sono soltanto al 19esimo posto e il Giappone al 22esimo: quindi Bermuda è al vertice della knowledge society? Il numero di anni necessari perché un messaggio pubblicitario raggiunga 50 milioni di persone è 38 per la radio, 13 per la TV, 4 per Internet e 2 soltanto per Facebook. Le comunicazioni telefoniche triplicano ogni sei mesi e il numero di apparati Internet da 1000 nel 1984 è passato a un miliardo nel 2008.
Ma la parte più interessante riguarda il modo tutto quantitativo con cui si tratta la “conoscenza”. Secondo il filmato il 25% della popolazione indiana ha il massimo di IQ (quoziente intellettivo), più della popolazione degli USA. Si da per scontato che chi ha un alto IQ sia “intelligente”, mentre sappiamo che questo parametro di valutazione è a dir poco discusso. Nel 2006 venivano fatte 2,6 miliardi di ricerche al mese su Google, oggi ne vengono fatte 31 miliardi al mese. A chi venivano rivolte queste domande? si chiede il filmato. Forse non bisognerebbe fare tante domande, soprattutto sarebbe bene astenersi dal fare domande inutili o cretine. Informa ancora il video che una settimana del New York Times offre più informazione di quanta ne poteva accumulare un uomo dell’Ottocento in tutta la vita. Inoltre quest’anno sono state generati 40·1019 bytes di informazione, più di tutti i 5000 anni precedenti. Ma è proprio sicuro che una dose così massiccia di notizie serva davvero a trovare risposta a qualche domanda sensata? Infine, pare che la lingua inglese contenga oggi circa 540.000 parole, più di cinque volte di quante ne avesse all’epoca di Shakespeare.
Nonostante tale ricchezza di vocabolario, di Shakespeare oggi se ne vedono pochi in giro e la gente continua ostinatamente a leggere quello “povero”. Anche il numero di parole dell’ebraico biblico è disperatamente modesto. Eppure la Bibbia continua ad essere il libro più letto al mondo. Quando morì il celebre filosofo Spinoza in casa gli trovarono meno di trecento volumi. Eppure i più accaniti paladini della postmodernità tecnoscientifica – per esempio, il neuroscienziato Jean-Pierre Changeux – non trovano di meglio che rifarsi all’autorità di Spinoza.
Il filmato termina saggiamente lasciando aperta la domanda: «Cosa significa tutto questo?». A me pare che significhi che la crescita quantitativa è utilissima ma l’informazione non è conoscenza. Non basteranno un trilione di terabytes a unificare meccanica quantistica e relatività o a decidere se la teoria delle stringhe funzioni. Sarebbe auspicabile saper gestire il flusso crescente di informazione senza dimenticare i grandi problemi della conoscenza che ci stanno aperti di fronte.
L’“autorità” accademica consiglia il video a “conservatori” e “laudatores tempore acti”. Per parte mia, vivo contento nell’innovazione tecnologica che ritengo di saper usare meglio di molti lodatori del presente. Oltretutto riesco ancora a scrivere correttamente “laudatores temporis acti” senza bisogno di ricerche su Google.
(Tempi, 30 aprile 2009)

martedì 14 aprile 2009

La scienza non è onniscienza, tantomeno onnipotenza

Sono lontani i tempi in cui la teoria del valore-lavoro di Marx veniva ostinatamente difesa anche di fronte all’evidenza delle sue inconsistenze teoriche. Naturalmente c’è chi si occupa ancora di questa tematica, tuttavia senza l’accanimento di qualche decennio fa quando era d’obbligo una difesa a tutti i costi. Ricordo un dibattito in cui un Lucio Colletti ancora marxista ricorse a una spericolata acrobazia dialettica sostenendo che, a ben vedere, dire che A = B non è la stessa cosa che dire che B = A… Oggi possiamo sorridere di questi atti di fede a condizione di non essere indulgenti nei confronti di analoghi atti di fede come la cieca credenza secondo cui il mercato possiede la virtù salvifica di autoregolarsi, da cui la prescrizione assoluta di liberarlo da ogni intralcio e intervento esterno. È un’antica convinzione che risale almeno alla celebre metafora della “mano invisibile” di Adam Smith e che, da Walras e Pareto alla scuola dei Chicago boys di Milton Friedman, ispira ancora quella che è considerata la corrente principale (neoclassica, talora detta “mainstream”) della teoria economica.
Occorrerebbe distinguere. Quando si predica la necessità di lasciar libero il mercato sulla base dell’idea che ogni intervento dirigista è pericoloso in quanto contrasta con i principi della democrazia liberale e quindi può aprire la strada all’autoritarismo, ci si muove sul terreno della teoria politica e sociale. In altri termini, non si afferma in modo stringente che il mercato abbia quella virtù salvifica ma si ritiene che lasciarlo libero è auspicabile perché costituisce la migliore garanzia di preservare le libertà. Un altro approccio del tutto ragionevole e fondato è asserire, sul piano dell’analisi storica che, da quando esiste il sistema capitalistico, nessuno è stato capace di proporre un sistema migliore. Ben altro discorso è scendere sul terreno della teoria economica e asserire l’intrinseca perfezione del sistema capitalistico, in quanto il mercato sarebbe davvero capace, se lasciato completamente a se stesso, di condurre l’economia in uno stato di equilibrio. Qui si entra nel campo della mitologia e delle affermazioni fideistiche che fanno a gara con l’atto di fede nella teoria marxiana del valore-lavoro. È estremamente irritante il tono saccente da vestali della “scienza” economica con cui certi economisti fustigano ogni minimo dubbio nei confronti dei dogmi del punto di vista neoclassico. Può darsi che gli interventi statali per tamponare la crisi siano sbagliati ma bacchettare un prudente pragmatismo – per esempio quello del ministro Tremonti che afferma la necessità di procedere con realismo valutando i fatti man mano che si presentano – in quanto violerebbe i principi razionalmente e scientificamente assisi della teoria economica, è semplicemente insopportabile.
Chi e quando ha mai dimostrato che il mercato è omeostatico e sa porsi da solo in equilibrio? Nessuno. Al contrario, ogni tentativo di elaborare teorie e modelli matematici capaci di fornire questo risultato è fallito miseramente, pervenendo a dimostrare l’opposto: il mercato – almeno quello rappresentato nei modelli formali – non è quasi mai globalmente stabile, non è quasi mai capace di porsi in equilibrio e – paradosso supremo per una teoria che si vuole liberista – l’unico modo di conseguire l’equilibrio sarebbe quello di imporlo per decreto, per via di pianificazione. Ma anche questo non significa gran che, perché i modelli sono troppo distanti dalla realtà e qualsiasi cosa dicano è troppo astratta per avere valore fattuale. Il disastro è tale che la teoria della stabilità globale – quella che dovrebbe dimostrare che il mercato si porta da solo in equilibrio – è stata pudicamente censurata nella letteratura economica più recente. Ma non va meglio con teorie più moderne, come la teoria dei giochi che – come ha ammesso uno dei suoi massimi esperti, il Nobel Robert Aumann – ha un rapporto “poco confortante” con la realtà. Lo stesso Aumann, intervistato nel corso di un suo recente viaggio in Italia, alla richiesta di commentare la crisi economica e prevederne gli sviluppi, ha ammesso onestamente di non poter dire nulla di più di quanto direbbe un qualsiasi uomo della strada.
D’altra parte, l’osservazione empirica della realtà non è più confortante: dov’è la realtà del mercato come sistema omeostatico? Scapperebbe da ridere se non fosse una faccenda assai seria. Il re è nudo, ma c’è chi resiste a tutti i costi per non dover ammettere che la teoria economica deve fronteggiare la dura constatazione che fare una “scienza oggettiva” dei comportamenti soggettivi è una “mission impossible”. Difatti, il vero problema è sempre quello: come descrivere oggettivamente il comportamento di un soggetto? La teoria neoclassica, dalle origini al “mainstream”, definisce un comportamento razionale come quello in cui il soggetto agisce soltanto per il suo personale tornaconto (è “infinitamente egoista”) e ha una conoscenza perfetta del mercato (“infinitamente preveggente”). Come disse ironicamente Henri Poincaré, la prima ipotesi è accettabile, la seconda assai meno. Ma l’introduzione della conoscenza imperfetta non fa che complicare le cose e rende ancor più ingestibili i modelli. Un modo di cavarsela è stato quello di riproporre la stessa minestra però in salsa normativa, e questo ha molto a che fare con la crisi economico-finanziaria attuale. Si tratta della teoria delle cosiddette “aspettative razionali”. Le “aspettative” sono le attese dei soggetti economici di fronte a eventi che possono influire sulle loro decisioni. Tanto per cambiare, esse sono dette “razionali” quando i soggetti conoscono perfettamente il funzionamento del sistema economico e sanno utilizzare al meglio questa conoscenza. L’assioma chiave è che il comportamento “razionale” dei soggetti indirizzerebbe l’economia proprio verso gli eventi che essi “razionalmente” si aspettano. Ed ecco che l’immagine di un’economia che si evolve in modo determinato e prevedibile verso uno stato ottimale auspicato viene riesumata. Come dicevamo, la minestra è la stessa: è il vecchio modello dell’Homo oeconomicus o, per dirla con Aumann, dell’Homo rationalis, «specie mitica del genere dell’unicorno o della sirena», ben diverso dal suo cugino Homo sapiens «spesso guidato da motivazioni totalmente irrazionali». Tuttavia, in salsa normativa, la pietanza sembra più digeribile, in quanto non si dice “questa è la realtà” bensì “così dovrebbe essere”: comportatevi razionalmente e la realtà sarà razionale; agite come macchine razionali e l’economia funzionerà come un sistema equilibrato e perfettamente prevedibile.
Questa idea è l’asse portante del modello matematico di Black-Scholes-Merton (introdotto negli anni settanta dagli economisti matematici Fisher Black e Myron Scholes e rielaborato dall’ingegnere elettronico Robert Merton), che vuol descrivere l’andamento nel tempo di prodotti finanziari (come un portafoglio di azioni, obbligazioni e valute) e di opzioni definite su di essi. Le ipotesi del modello sono semplici: il rendimento del portafoglio è pari a un tasso d’interesse costante privo di rischio, i prezzi seguono un andamento del tipo “moto browniano”, le attività finanziarie sono tutte perfettamente divisibili e anche il tempo è continuo, in altri termini le attività si spalmano nel tempo per frazioni arbitrariamente piccole di prodotti finanziari. Si tratta di ipotesi irrealistiche che sono state accettate in quanto le si è ritenute capaci di realizzare un mercato finanziario prevedibile. E qui è nato il guaio, perché, a differenza dei modelli iperastratti dell’equilibrio generale, il modello di Black-Scholes-Merton è applicabile ed è stato applicato, eccome: si è dato a credere che bastasse farlo girare nei computer per realizzare il miracolo di un’economia “razionale”, e mezzo mondo finanziario ci ha creduto.
Il crack della finanziaria Long Term Capital Management nel 1998 (3,5 miliardi di dollari di buco) avrebbe dovuto mettere sull’avviso che il mondo è fatto da uomini che non sono “razionali” in quel senso cui la teoria economica si è ostinatamente impiccata. Niente da fare. Il resto è storia di oggi: l’Homo sapiens si è imposto sull’Homo rationalis e si è avuta la manifestazione più clamorosa dell’incapacità di prevedere i processi economici.
Se davvero dominasse un atteggiamento “scientifico” – nel senso comune di un pensiero aperto e scevro da pregiudizi – bisognerebbe fronteggiare con umiltà questo crollo delle certezze. Invece, tocca pure sentir riproporre la lezioncina sui principi di “razionalità” che dovrebbero governare le scelte economiche “scientifiche” con la prosopopea di chi è reduce da Austerlitz anziché da Waterloo. Il rischio è che, passata la tempesta, si ricominci daccapo a razzolare secondo i principi dell’Homo rationalis.
In fondo questa vicenda serve a illuminare meglio uno degli aspetti caratteristici dello scientismo di oggi e che emerge in altri contesti come quello delle scienze biologiche, in breve in tutti i contesti in cui intervengono fenomeni vitali o soggettivi che determinano condizioni enormemente più complesse dei fenomeni del mondo inanimato. L’osservazione che spesso si sente fare è la seguente: se, come si dice e talora si lamenta, queste scienze hanno una così grande capacità di intervento e riescono a influire in modo così significativo sui processi biologici e sociali, vuol dire che esse si avvalgono di conoscenze acquisite di grande valore. E allora perché mai occorrerebbe arrestare o controllare un’attività che accresce la conoscenza? Non sarebbe questa una forma di oscurantismo nemico della scienza e della ragione?
Ebbene, la risposta è che le cose non stanno affatto in questi termini. L’accrescimento della capacità di intervento non corrisponde in generale affatto a una crescita di conoscenza. Anzi, in certi casi accade persino il contrario. La teoria economica ne è l’esempio più clamoroso. Sono lontani i tempi in cui Vilfredo Pareto – che finì col rendersi conto delle illusioni razionalistiche della teoria dell’equilibrio economico – prendeva in giro Walras osservando che nessuna nazione si era arresa all’evidenza delle sue dimostrazioni matematiche. Mezzo mondo finanziario si è adeguato al modello di Black-Merton-Scholes e ancor oggi pochi hanno il coraggio di dire ad alta voce che esso andrebbe gettato al cestino e il Nobel ritirato ai suoi autori. L’impatto pratico dell’ideologia della “razionalità”, distillata in varie ricette tutte derivanti dalla stessa matrice, è stato ed è enorme. Tuttavia, il fondamento teorico “scientifico” delle teorie connesse è inconsistente e, corrispondentemente, i risultati sul piano predittivo e applicativo sono men che mediocri. Insomma, una pseudoscienza onnipresente e onnipervasiva quanto inefficace e priva di fondamento. La realtà si incarica di dimostrarlo: l’unico modo efficace di affrontare la crisi è pragmatico.
Non ci sogneremmo di emettere giudizi tanto severi nel caso della genetica o delle neuroscienze che sono basate su solidi fondamenti fattuali e sperimentali. Ma anche qui nasce un grave problema di previsione. È da tempo che la stessa fisica ha dovuto abbandonare l’idea della previsione perfetta. Ancora negli anni cinquanta John von Neumann, nel fondare i principi di una meteorologia scientifica, poteva sostenere che l’uso di adeguati modelli matematici, la capacità di risolverli numericamente con il calcolatore mediante approssimazioni sempre più spinte, congiunta a un sistema capillare di rilevazione dei dati, avrebbe condotto a previsioni sempre più precise ed estese nel tempo, fino al punto di poter persino controllare il clima. Oggi noi sappiamo quanto questa fosse un’illusione. E, se non bastassero le conoscenze teoriche sulle proprietà dei modelli usati a farci capire che esistono ostacoli di principio a un illimitato perfezionamento delle previsioni, è sufficiente la constatazione dei fatti. Giorni fa un giornalista scientifico, di fronte al caos di opinioni contrastanti concernenti l’effetto serra, lanciava un appello accorato: «scienziati, mettetevi attorno a un tavolo e risolvete il problema». Santa ingenuità. Non c’è tavolo che possa oggigiorno risolvere un simile problema, semplicemente perché non esiste una base teorica adeguata ad affrontarlo. E se le cose stanno così in meteorologia chi può seriamente pensare che sia possibile prevedere gli effetti a medio e lungo periodo di manipolazioni genetiche condotte in modo massiccio ed esteso? Gli interventi che vengono fatti possono anche essere perfettamente determinati in relazione all’effetto “locale” ma per il resto si muovono al buio. Difatti, si interviene per lo più per prevenire un effetto (una malattia) di cui si conosce soltanto molto vagamente il grado di probabilità di svilupparsi; e non si ha alcuna idea delle implicazioni che avranno interventi estesi di modificazione genetica sulla popolazione. Pertanto, anche qui ci troviamo di fronte a una scienza che ha certamente la capacità di intervenire massicciamente sulla realtà e che tuttavia si muove entro un panorama conoscitivo molto ristretto.
Questa situazione di insufficienza teorica è ancor più evidente nel caso delle neuroscienze. Siamo informati quotidianamente delle “scoperte” circa i processi cerebrali che sarebbero alla base dei processi mentali. Qui il discorso sarebbe molto lungo e meriterebbe una trattazione a parte. Ci limitiamo ad osservare che nessuno può seriamente contestare che mentre si pensa qualcosa accade sempre nel cervello. Ma se si pretende di ricostruire il nesso causale che conduce da un processo cerebrale a un pensiero, non basta individuare l’“accensione” di qualche area neuronale in relazione a un certo tipo di attività mentale, altrimenti ci si limita alla descrizione vaga di una generica correlazione. Per fornire una descrizione scientifica propriamente detta che dimostri il legame di causa-effetto tra attività cerebrale e mentale occorrerebbe descrivere in modo preciso e dettagliato come un processo neuronale produca quel determinato pensiero e non in modo meramente formale bensì mostrando come i neuroni ne generino il significato. Un simile obbiettivo è immensamente più ambizioso di una previsione esatta degli eventi atmosferici sul medio periodo ed è quindi fuori della portata di qualsiasi forma di analisi scientifica conosciuta. Chi lo dichiari praticabile non è una persona seria.
Ammettere che la conoscenza scientifica ha dei limiti non significa essere nemici della scienza. Al contrario. Rende un pessimo servizio alla scienza chi la confonde con l’onniscienza. E rende un pessimo servizio alla società chi su tale inesistente onniscienza vuole fondare i diritti di un’onnipotenza.
(Il Foglio, 8 aprile 2009)

sabato 11 aprile 2009

UN INCHINO DISGUSTOSO E INQUIETANTE

C'è voluta quasi una settimana perché si parlasse dell'inchino del Presidente statunitense Barack Hussein Obama di fronte al re Abdullah dell'Arabia Saudita.
La Casa Bianca prima ha occultato la faccenda, complice gran parte della stampa allineata, poi di fronte alle contestazioni, invece di ammettere l'errore ha cominciato ad arrampicarsi sugli specchi e a mentire, dicendo che non si trattava di un inchino, che Obama è molto più alto di re Abdullah e quindi ha dovuto piegarsi e, siccome voleva stringergli la mano con le sue due mani è venuto naturale piegarsi in avanti.
Basta guardare questa squallida foto per rendersi conto che non è così:



Basta guardare il video per confermare che non è così: http://www.youtube.com/watch?v=LEUif1--r38&NR=1
Oppure quest'altro video: http://www.youtube.com/watch?v=9WlqW6UCeaY&feature=related

E questa foto dimostra che la stretta di mano è avvenuta con una mano soltanto:



E tanto per confermare l'entità della menzogna e la gravità di quanto è accaduto basta guardare il video dell'incontro con la regina Elisabetta:
http://www.youtube.com/watch?v=BYLuLEfVNow&NR=1

Nessun inchino... Eppure la regina è molto più bassa di re Abdullah!

Tante bugie e imbarazzi indicano quanto si è consapevoli della gravità della cosa.
Il presidente della più grande democrazia laica del mondo che piega il ginocchio di fronte a un re teocrata come un vassallo medioevale...
Non l'avrebbe fatto neppure di fronte al Papa. Se l'avesse fatto di fronte a un rabbino si sarebbe detto che gli USA sono in mano alla lobby ebraica.
Oltretutto il Papa o un rabbino sono autorità religiose e non re.
Ma proprio qui sta il punto di cui pochi parlano.
Il re Abdullah non è soltanto un re capo di stato. Egli si considera una sorta di Principe dei Credenti dell'Islam. Non a caso egli è il Custode delle Due Sante Moschee, Mecca e Medina. Nel suo paese non vige alcuna costituzione perché la legge è rappresentata dal Corano e dalla Sharia.
Ecco davanti a chi si è inchinato Obama.
Ora la questione aperta è questa: gli USA hanno eletto come presidente un irresponsabile consigliato da irresponsabili, oppure quando a Obama, durante la campagna elettorale, scappò di dire "la mia religione" alludendo all'islam, non si trattava di un errore ma della verità scappata di bocca? Ovvero Obama è un musulmano dissimulato e si inchinato di fronte al suo re? È quel che sostiene un giornale saudita, mostrando vivo apprezzamento per l'omaggio reso dal presidente americano al suo re, sua maestà il Principe dei Credenti.
Inutile dire che un presidente degli USA può benissimo essere musulmano, a patto che lo dica. In tal caso non avrebbe avuto bisogno di inchinarsi, per il semplice motivo che non avrebbe potuto, pena violare il giuramento di fedeltà al suo paese. Oppure torniamo alla prima ipotesi: trattasi di un irresponsabile che sta umiliando l'occidente, le sue conquiste democratiche, i diritti della persona, i diritti delle donne, la laicità dello stato prostrandosi di fronte a un teocrata illiberale.
Naturalmente nessuno dimentica la passeggiata di Bush mano nella mano con Abdullah. Disgustoso. Una questione di amori tra compari d'affari. Quantomeno però non si era inchinato, e questo fa una gran differenza.

giovedì 9 aprile 2009

Poveri scolari inglesi, li aspetta un futuro da mentecatti professionisti di Facebook

Il commento più appropriato è quello di chi ha ricordato che “la madre dei cretini è sempre incinta”. Soltanto che qui il pargolo pretende di diventare padre e di figlioli cretini potrebbe averne a milioni: tutti i giovani sudditi di Sua Maestà britannica. Il pargolo-padre è Sir Jim Rose, ex direttore dell’Office for Standards in Education – l’ex capo degli ispettori – che è stato incaricato di elaborare una riforma della scuola elementare che renda più flessibile l’insegnamento e riduca orari e materie, attualmente 13. È qualcosa di cui si parla molto anche da noi, sotto l’orrido nome di “essenzializzazione”. Il Sir ha “essenzializzato” le scuole elementari inglesi in sei materie: le prime quattro sono inglese, matematica, scienza e tecnologia, arte, e fin qui nulla di strano; poi viene “comprensione dell’ambiente, della società e dell’uomo” (“brevi cenni dell’universo”, avrebbe detto Giovanni Gentile), e poi “linguaggi e comunicazione”. Storia e geografia sono espulse a pedate, concedendo al più che venga fornita una panoramica generale al livello minimo, che consenta di «posizionare cronologicamente gli eventi» (quali?) e, al più, di approfondire due vicende della storia britannica a scelta dell’insegnante.
Il bello viene con “linguaggi e comunicazione”. Di cosa si tratti lo spiega il Sir: «I bambini lasceranno la scuola elementare ormai familiari col blogging, coi podcasts, con Wikipedia e Twitter intesi come fonti di informazione e forme di comunicazione. Dovranno risultare fluenti nella scrittura a mano come in quella a tastiera, e imparare la grammatica mentre imparano anche a usare un correttore grammaticale».
Insomma, riscriveranno Shakespeare in versione Bill Gates, individuando col correttore Microsoft i troppi errori grammaticali di quell’autore. Ricaveranno notizie attendibilissime da Wikipedia, per esempio che Benedetto XVI ha nuovamente condannato Galileo. Inflazioneranno il mestiere di dattilografo. Saranno maestri di podcast, Facebook e costruzione di blog, e navigheranno in Internet da mane a sera (cosa difficilissima, come ben si sa). Se andrà in porto un simile folle progetto la Gran Bretagna sarà popolata da legioni di piccoli mentecatti. E per l’associazione dei pedofili di Sua Maestà sarà una pacchia.
Mi limito a tre osservazioni.
Quando si straparla senza riflettere di riduzione di materie e orari occorrerebbe specificare a cosa ci si riferisce. Difatti, la tendenza attuale è deprecare l’eccesso di materie e volerle ridurre. Ma, guarda caso, sotto la mannaia cadono soltanto le discipline tradizionali come storia e geografia. Si moltiplicano invece le pseudomaterie sotto forma di “attività”: ceramica, danza, cucina, coro, ecc. Ora dall’Inghilterra s’avanzano altre strane materie come bloggologia pura e applicata e correzione grammaticale automatica.
È pura ipocrisia parlare di emergenza educativa – e deprecare il bullismo, che in Inghilterra dilaga – e poi educare i bambini a un simile “sistema di valori”. Cosa può uscirne fuori? Automi idioti che non sanno dove, quando e perché vivono e uccideranno la madre a tastierate se disturba il chat.
Infine, è allucinante che il Sir sia stato il capo degli ispettori di un paese rispettabile. Forse sarebbe ora di farla finita con la moda di affidare il sistema dell’istruzione ai cosiddetti “esperti scolastici”, tecnocrati tanto ignoranti e incolti quanto presuntuosi, come quell’ispettore francese di cui parlammo tempo fa, che incitava alla «lotta militante» per distruggere il sistema disciplinare. È giunto il momento di mettere alla porta questi signori allo stesso modo con cui furono scacciati i mercanti dal tempio.
(Tempi, 9 aprile 2009)

mercoledì 8 aprile 2009

Buona Pasqua - Pesach Sameach

La storia di Pasqua in un servizio di Le Monde

(ma non solo, N.d.T.)

Un sorvegliante egiziano è stato abbattuto oggi da un estremista ebreo di nome Mosé. La famiglia del sorvegliante ucciso nonostante non fosse armato accusa la comunità internazionale di averlo abbandonato. «Amava la vita», racconta suo fratello, commosso fino alle lacrime. « Voleva sposarsi e avere dei figli, una casa e degli schiavi, come tutti. Ora è finita. Perché questa ingiustizia? Perché questa umiliazione?». Il portavoce del Faraone denuncia oggi la comunità internazionale che «fa una politica dei due pesi e delle due misure» che torna sfrontatamente a vantaggio degli Ebrei. Le fonti ebraiche pretendono che le condizioni di vita che imporrebbe loro il Faraone sarebbero poco confortevoli, in particolare per i neonati di sesso maschile. Tuttavia, nessuna fonte indipendente ha potuto confermare questi addebiti.
Una delegazione diplomatica Europea inviata sul posto non ha potuto portare a termine la sua missione a causa dell’oscurità totale in cui gli Ebrei hanno fatto piombare il paese. Il dirigente ebreo Mosé, responsabile dell’assassinio mirato del sorvegliante egiziano e di altri delitti di cui lo accusano le ONG locali, martella che il suo popolo dovrebbe poter occupare il Sinai e Canaan. I dirigenti di questo paese, fra cui il celebre Og, re di Bashan, protestano di fronte all’ingiustizia (leggere domani il nostro supplemento speciale di otto pagine sulla spoliazione e colonizzazione dei popoli di Canaan).
Il Quai d’Orsay ha condannato «le azioni inaccettabili e sproporzionate del dio degli Ebrei che, opponendo dieci piaghe a un problema minimo, la schiavitù, che d’altra parte respingiamo, non da prova di quella buona fede che costituirebbe una premessa tale da incoraggiare gli Egiziani a riconsiderare le frustate se soltanto venisse loro proposto una prospettiva politica e non la forza bruta che condanniamo fermamente».
A Parigi, degli intellettuali hanno firmato una petizione intitolata “Giustizia per i Faraoni”. Questo testo è pieno di sdegno per il fatto che «siano state utilizzate delle rane per terrorizzare la popolazione egiziana, invece di essere state cotte e servite con la salsa bernese, come è d’uso presso la gente civilizzata». Questo appello che chiede la fine dell’umiliazione inflitta al Faraone, esige parimenti «che il mantenimento della schiavitù sia garantito dall’ONU, perché questo è il solo modo di assicurare la stabilità, la dignità e la giustizia immediata per la regione».
Su iniziativa di diversi comuni, verrà presentata in Francia un’esposizione itinerante (“Sofferenza e disperazione dei geometri egiziani”), accompagnata da un ciclo di conferenze sul tema: «Come volete che quaranta secoli vi contemplino se gli Ebrei si rifiutano di costruire le piramidi?».
Un appello a manifestare contro l’uso abusivo delle acque del fiume da parte degli Ebrei è stato lanciato dall’associazione “NIL Obstat”, che denuncia in particolare la trasformazione arbitraria delle acque egiziane in sangue. Si sono uniti all’appello il MRPA (Movimento contro il Razzismo Antifaraonico), la LDH (Lega per la Discriminazione degli Ebrei), la LCR, la CGT, SUD, LO, FO, ATTAC, i Verdi e il PCF. I manifestanti si riuniranno davanti alla piramide del Louvre e marceranno fino all’obelisco della Concorde.
José Bové ha dichiarato su Canal Minus che erano stati gli Ebrei a organizzare la schiavitù degli Ebrei, dato che il Faraone stesso era un agente ebreo, il tutto al fine di infastidire gli Egiziani. Questa eventualità sembrerebbe provata dal modo inspiegabile con cui un ebreo di nome Giuseppe è riuscito a infiltrarsi nei circoli più alti del potere egiziano.
Questi pesanti sospetti che pesano sugli israeliti e sul governo mosaico saranno oggetto di una serie di inchieste di cui inizieremo la pubblicazione domani.
© Yigal Palmor

giovedì 2 aprile 2009

C'è gente per cui "la fisica è materialista"

Giorni fa mi sono imbattuto nelle liste dei giurati e dei finalisti di alcuni premi di letteratura scientifica e, per quanto abituato a queste cose, mi sono stupito: sempre i soliti nomi, la solita compagnia di giro, da una parte e dall’altra, da quella dei premiati e dei premianti, che si scambiano ruoli e onorificenze con sconcertante disinvoltura. Insomma, è quella che gli anglosassoni chiamano una «society for mutual admiration». Inutile dire che tutti appartengono alla stessa parrocchia scientista, la medesima che ci propina la consueta minestra su quasi tutta la stampa italiana. Eppure, secondo il recensore su L’Indice del mio libro “Chi sono i nemici della scienza”, tal Vincenzo Barone, in Italia «gli intellettuali che predicano il culto della scienza come unica forma conoscitiva assolutamente valida» si contano sulle dita di una sola mano. Delle tre l’una: o non legge, o confida che nessuno legga, oppure non sa contare.
Del resto, la sua recensione è un modello di come le critiche che pungono sul vivo possano far perdere la testa. Secondo questo signore apparterrei alla schiera di «intellettuali transitati dal catechismo marxista (come lo chiama lui) al catechismo teocon e alla difesa armata delle radici giudaico-cristiane d’Europa». Piacerebbe sapere come lo chiama lui il marxismo: teoria “scientifica”, immagino. Per parte mia non sono di quelli che si rifiutano di vergognarsi di essere stato comunista, malgrado le scusanti della giovane età e di aver sempre avuto posizioni moderate. Ebbene sì, considero con disagio l’aver aderito a un’ideologia dagli esiti criminali. Catechismo è dir poco. Ma a quel signore disturba persino applicare al marxismo la parola “catechismo”. Quanto ai miei approdi, che difendo a parole (non ho il porto d’armi), sono le conquiste della liberaldemocrazia e i principi dei diritti dell’uomo: se li vuol chiamare teocon, teofrasto o teopompo si accomodi.
Non mi soffermo sulle insinuazioni e falsificazioni di cui è intessuto quel testo: per esempio quella secondo cui le mie considerazioni sul disastro dell’istruzione italiana sarebbero politicamente a senso unico. Preferisco menzionare un piccolo capolavoro: il «documento di genuina malascienza» che il nostro crede di aver trovato nel mio libro. È quando critico Massimo Piattelli Palmarini per aver detto che la fisica e le sue leggi sono “materialiste”. Barone si mostra scandalizzato perché io ho affermato che non ha senso dire che «le leggi della fisica sono materialiste» e ironizza: «presumibilmente la fisica è spiritualista, animista o qualcosa del genere».
Lasciamo da parte che per un tal Newton la gravitazione universale poteva spiegarsi soltanto come una proprietà occulta della materia o per l’intervento di un fattore “soprannaturale”. Qualcuno dovrebbe spiegare a questo signore la distinzione tra materia e materialismo, tra natura e naturalismo, tra spirito e spiritualismo, ecc. Il fatto che la fisica e le sue leggi si occupino soltanto di fatti materiali non implica affatto che esse siano materialiste, ovvero che dimostrino la dottrina secondo cui tutto si riduce a fatti materiali (o che si basino su di essa). Insomma, da una legge della fisica non si deduce l’asserto metafisico che tutto, anche l’anima, si riduce ad atomi, né essa ne ha bisogno come fondamento.
A dirla tutta, le frasi «le leggi della fisica sono materialiste» o «la fisica è materialista» (o spiritualista, s’intende) sono perdonabili soltanto sulla bocca di un analfabeta. Sarebbe da ridere se si trattasse solo dell’inverarsi del detto sui pifferi di montagna. È da piangere pensando in che mani è l’educazione scientifica in questo paese.
(Tempi, 2 aprile 2009)

venerdì 27 marzo 2009

La politica americana di adulazione del nemico rischia di rafforzare gli antisemitismi europei

Il ministro degli esteri Frattini ha sostenuto che della pace e dei diritti umani si discute nelle sessioni politiche, non sui campi da gioco o nelle piscine. Non si capisce allora perché il boicottaggio nei confronti di Israele, che ne comporterà l’esclusione ai Giochi del Mediterraneo, debba essere risolto promuovendo un incontro pubblico ufficiale durante la cerimonia inaugurale in cui i presidenti dei Comitati olimpici israeliano e palestinesi si dichiarino pronti a partecipare ai prossimi giochi. Israele è uno stato riconosciuto dall’ONU e questo riconoscimento non è in alcun modo subordinato alla creazione di uno stato palestinese. Pertanto, Israele dovrebbe partecipare e basta, e il resto venire dopo.
D’altra parte, il ministro Frattini ha ragione a dire che impuntarsi non servirebbe a cambiare le idee degli stati che hanno votato contro la partecipazione di Israele. Ma anche il ritiro dalla conferenza di Ginevra sul razzismo (Durban II) non è detto che serva a convincere la Libia e gli stati che hanno redatto l’efferato proclama antisemita a cancellarlo. Eppure l’Italia si è ritirata da Durban II senza tanti complimenti.
Non trovo tuttavia che sia facile criticare il ministro Frattini e il governo italiano. Nessun paese si è comportato complessivamente meglio dell’Italia per quanto concerne la difesa dei diritti di Israele e contro i rischi del nuovo antisemitismo. E, d’altra parte, che mai si può pretendere di fronte agli indirizzi sconcertanti che sta prendendo l’amministrazione Obama? Cosa può fare l’Italia da sola di fronte a un così vistoso disarmo morale?
Si diceva del nuovo presidente americano che avrebbe portato un afflato morale, uno slancio umanistico verso la comprensione tra i popoli e verso la pace, che avrebbe indotto anche i più recalcitranti ad abbassare le armi e a imboccare la via della trattativa. E invece proprio su questo terreno Obama è stato una clamorosa e deludente sorpresa. Tanto era loquace nei discorsi di propaganda elettorale quanto si è rivelato modesto nei discorsi di politica estera da presidente, tutti improntati a prudenza, reticenza, a un linguaggio mediocre e privo di qualsiasi afflato. Ci si attendeva un’esplosione di pacifismo messianico – magari impotente, ma quanto meno suggestivo – e ci troviamo di fronte a piatti documenti di Realpolitik la cui unica preoccupazione sembra essere quella di adulare il nemico. Non importa che il Marocco abbia rotto le relazioni diplomatiche con l’Iran per una «intollerabile ingerenza negli affari interni del regno». Obama si volta dall’altra parte e legittima la Repubblica Islamica dell’Iran dando chiaramente a intendere che a lui della democrazia non importa nulla: opprimano le minoranze, torturino, neghino la libertà di stampa, quel che conta è intendersi. Obama ha aperto la mano nei confronti dell’Iran senza chiedere nulla, neppure di smettere di parlare di distruzione di Israele, e ha ricevuto in cambio una sventola in faccia. Gli hanno risposto: vedremo, parleremo con voi se vi pentirete dei vostri errori, in primis il sostegno a Israele. E Obama lungi dal rispondere su questo punto ha teso di nuovo la mano per prendersi una sventola sull’altra guancia. La diplomazia americana rimette in circuito cariatidi della Realpolitik come Kissinger, Schulz, Baker, Brzezinski. Dice il columnist del New York Times Roger Cohen che la politica precedente ha portato a due guerre in tre anni e ha visto USA e Israele criticati in tutto il mondo. Ma l’epoca delle cariatidi ha visto l’ONU condannare il sionismo come una forma di razzismo ed è culminata con Durban I e con l’attentato alle Torri Gemelle. Il neocinismo “realistico” parla di dolorosa ridefinizione dei rapporti degli USA con Israele e di una società iraniana «vibrante, curiosa, giovane e ansiosa di aprirsi al mondo». Se mai la lasceranno aprirsi… Ma di questo chi se ne importa: Obama, conferma Cohen, ha «riconosciuto trent’anni dopo la rivoluzione khomeinista» e la retorica di Ahmadinejad è «odiosa e inaccettabile» ma non bisogna certo fermarsi su questi dettagli: «gli ayatollah non sono pazzi, sono pragmatici». Ne sa qualcosa chi ha avuto a che fare con Hamas e Hezbollah.
Di fronte a questo autentico disarmo morale che cosa può fare l’Italia da sola? E cosa farà un’Europa che già arde dal desiderio di liberarsi del problema di Israele? Farà quello che ha fatto ieri il Consiglio di Stato belga di fronte alla decisione di un comune di vietare uno spettacolo dell’umorista francese Dieudonné M’bala M’bala. Va ricordato che Dieudonné è quel signore che si esibisce soltanto in spettacoli antisemiti e che ha dichiarato che «le celebrazioni della Shoah sono pornografia della memoria». Ora Dieudonné si candida a parlamentare europeo “antisionista”. Certo, lui dice che l’antisionismo non è antisemitismo: peccato che abbia anche dichiarato che per cacciare la gangrena sionista dalla Francia occorre espellerne la CRIF, ovvero il Consiglio rappresentativo delle Istituzioni ebraiche di Francia… Ebbene, il Consiglio di Stato belga ha cassato la decisione di quel comune sentenziando sarcasticamente che esso «non ha per missione di vegliare preventivamente alla correttezza politica morale o penale degli spettacoli e ancor meno a quella, supposta, degli artisti che vi intervengono».
Qui non siamo più soltanto di fronte a fatti pur gravissimi come l’azione di gruppi militanti che, nei supermercati Carrefour delle banlieues parigine, invitano i clienti a non comperare prodotti provenienti da Israele. Siamo di fronte a fatti istituzionali. Domani potremo avere il primo parlamentare europeo eletto su un programma antisionista/antisemita. Bisognerebbe cominciare a preoccuparsi, e molto.
In fin dei conti, occorre ringraziare il governo italiano per resistere come può in uno sfacelo in cui sta venendo meno l’unico ostacolo alla definitiva deriva dell’Europa: una politica estera statunitense attenta al valore della difesa della democrazia, dei diritti dell’uomo, delle conquiste che speravamo divenissero un modello e che invece rischiamo di perdere.
(Il Foglio, 26 marzo 2009)

giovedì 26 marzo 2009

Scuse doverose ma che non arriveranno mai

È un documento davvero straordinario e destinato a passare alla storia la lettera di Benedetto XVI ai vescovi della Chiesa cattolica circa la remissione della scomunica ai quattro presuli consacrati dall’arcivescovo Lefebvre. Lo è in primo luogo per la chiarezza assoluta con cui viene esaminato il caso in tutti i suoi risvolti, anche a costo di affrontare la polemica e pronunziare giudizi crudi. Non un dettaglio è trascurato (persino il ruolo di internet), non un aspetto è lasciato in ombra, in particolare per quel riguarda le implicazioni scandalose del caso Williamson derivanti dalle sciagurate dichiarazioni negazioniste sulle camere a gas. Ma lo è soprattutto per il tono appassionato con cui il Papa ha messo a nudo il suo animo e le intenzioni che lo hanno guidato nell’affrontare questa vicenda. Ne discende che aveva ragione chi, nelle tempeste di questi ultimi mesi, ha sostenuto che i rapporti ebraico-cristiani non erano compromessi in alcun modo dalle scelte di Benedetto XVI.
Il rabbino Jacob Neusner, con le cui tesi il Papa aveva intessuto un dialogo teologico nel suo Gesù di Nazaret, ha sostenuto, al contrario, che è proprio grazie a uomini come lui che il dialogo ebraico-cristiano vive e prospera. Egli ha riconosciuto la bontà delle intenzioni del Papa, osservando che il nuovo corso iniziato con il Concilio «è stato riaffermato nella risposta che con cuore puro il Papa ha dato alla mia conversazione immaginaria inserita nel mio libro». È un corso che potrà avere intoppi, ha dichiarato Neusner, ma è irreversibile. E la stragrande maggioranza dell’ebraismo mondiale ha aderito a tesi simili riprendendo in pieno il cammino del dialogo.
È anche la tesi sostenuta ripetutamente da chi scrive, insieme ad altri ebrei italiani come Guido Guastalla, e che ci è costata una serie di nutriti lanci di pietre. Sarebbe preferibile non parlare di casi personali in una rubrica, ma ci sono circostanze in cui si ha diritto a togliersi dalle scarpe qualcuna di quelle pietre. Quando sostenemmo che la nuova preghiera del Venerdì santo non doveva essere intesa come un arretramento verso una logica di conversione forzata qualcuno ci trattò come “ebrei di corte”. Quando venne avanzata la proposta di interrompere il dialogo ebraico-cristiano manifestammo in modo pacato il nostro dissenso. Apriti cielo. Alcuni esponenti dell’ebraismo italiano, presumendo di avere un’autorità dogmatica, ci attaccarono in modo violento, nello stile “taci tu, ché soltanto io ho il diritto di parlare”. Poi venne il caso Williamson e fummo tra i primi a chiedere il massimo di chiarezza, certi che sarebbe venuta proprio dal Papa, proprio perché eravamo convinti della trasparenza delle sue intenzioni. Allora è venuta una scarica di legnate da parte di alcuni cattolici convinti che per dimostrare di essere tali bisogna eccedere in zelo e mostrarsi fanatici: presuntuosi e arroganti ebrei che “attaccano” il Papa, è stato detto, proprio a chi lo aveva difeso da attacchi infondati.
Ora, dopo che proprio dal Papa è venuta la conferma più autorevole che era giusto quanto venivamo dicendo e che i fatti hanno dimostrato quanto fossero ingiuste e detestabili quelle scariche di pietre provenienti da entrambi i lati, sarebbe naturale ricevere delle sentite scuse. Ne è venuta una soltanto, e da una persona che ha avuto un ruolo secondario nei lanci. Troppo poco. Quantomeno ci si attenderebbe un decoroso silenzio. Ma, si sa, un bel tacer non fu mai scritto. Difatti, alcuni dei protagonisti di quelle incivili aggressioni si stanno attivando per proporsi come protagonisti del rinnovato dialogo ebraico-cristiano… No comment.
(Tempi, 26 marzo 2009)

Certi commenti che ho letto a questo articolo non mi sono piaciuti per niente. Primo. Non è vero che io abbia attaccato il Papa e che ora mi corregga, con sollievo di qualcuno. Quell'attacco non l'ho mai fatto. Ho deprecato quel che era successo col caso Williamson. Esattamente nello stesso modo in cui successivamente l'ha deprecato il Papa.
Secondo. C'è qualcuno che cerca di fare il furbo. Questo articolo non è soltanto contro certi esponenti dell'ebraismo italiano. Lo è, certamente. Ma è anche contro certi cattolici che si sono comportati male. E chi gioca a minimizzare i comportamenti di questi ultimi ciurla nel manico, mostra di non aver capito niente, o di far finta di non capire, o peggio di pensarla ancora come quei signori. Ho ricevuto attacchi e insulti pesanti e volgari, altro che sciocchezze. E non li meritavo affatto. Questi e quelli dovrebbero scusarsi. E far finta che i comportamenti di certi cattivi cattolici non ci siano stati è molto grave, è come riaprire la ferita.

lunedì 23 marzo 2009

Un piccolo divertissement

La follia dilaga. Mi segnalano in rete su un sito di associazioni professionali della scuola un commento sul regolamento sulla valutazione. Ecco l'estratto che mi interessa:

Analisi dello schema
di Regolamento sulla valutazione

di Stefania Fabris, ReteScuole 22.3.2009
In data 13 marzo il Consiglio dei Ministri ha deliberato, su proposta del Ministro Gelmini, uno schema di Regolamento sulla valutazione finalizzato a coordinare tutte le norme vigenti per la valutazione degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. Un provvedimento molto atteso da tutti gli insegnanti e dai dirigenti responsabili delle singole istituzioni scolastiche che in questi mesi, dopo le novità introdotte dalla legge 169 del 30 ottobre 2008, hanno dovuto comunque procedere nel loro compito di funzionari statali in un contesto normativo molto confuso.
Attraverso la questione della condotta il Governo sta facendo la rivoluzione nelle scuole e quindi dal Regolamento mi aspetto qualche importante rivelazione. E allora leggiamo il Regolamento in schema-bozza e facciamoci una nuova cultura. Lo spot ministeriale è allettante: fine del buonismo anche con i piccoli, fine del permissivismo 68ttino, adesso facciamo sul serio. E tutti bravi e tutti zitti!
Siamo tutti orecchie: analizziamo lo Schema di Regolamento partorito dopo tanti mesi.
...
3. Gli obbiettivi da verificare devono essere coerenti con il POF di ogni scuola: e gli obiettivi del POF di ogni scuola devono essere coerenti con di Programmi nazionali? No, come ho già detto, questo termine è sparito, ma anche Indicazioni nazionali, anche Livelli essenziali del servizio, anche tutto. Israel non dice niente? E la Prof.Mastrocola, l’unica che riesce ad essere consultata dal Ministro? Restano gli obiettivi del POF, di ogni singolo autonomo POF!!
4. Ci vuole omogeneità all’interno di ogni scuola, equità e trasparenza: bene non è più possibile in III A valutare in modo affatto diverso dalla III B. Si vede che invece era successo anche questo…
5. Alla fine (art.1, comma 5) non c’è la certificazione delle competenze attese in funzione del titolo di studio, ma la certificazione dei singolari, personali livelli raggiunti: e il titolo di studio??? Evidentemente in silenzio è passata la Moratti. Io lo sapevo che finiva, così, Giorgio Israel e i pedagogisti del Patto di Genova preelettorale fanno finta di niente, ma è andata così. O forse a Giorgio Israel non gli hanno ancora spiegato bene tutta la faccenda…

Interessante... Io il regolamento sulla valutazione non l'ho letto neppure... Però faccio finta di niente... e continuo a farlo.
Ma quello che mi intriga sommamente è: ma chi cribbio sono i "pedagogisti del Patto di Genova"?.... E cos'è il Patto di Genova? Mi suona tanto come una società segreta... Accidenti, far parte di una società segreta senza saperlo e senza neppure sapere cosa sia, è il massimo della segretezza. La vita riserva sempre grandi sorprese.... Ragazzi, vado a comprarmi un paio di occhiali scuri e una barba finta (i baffi ce li ho già). Attenti, il Patto di Genova vi ascolta...

martedì 17 marzo 2009

Tornare ai contenuti, la sfida della scuola

Si parla di “valanga” dei 5 in condotta e delle insufficienze. Ma è proprio così? Per i 5 in condotta non abbiamo termini di paragone ma sono incline a pensarla come Domenico De Masi: trentacinquemila discoli su due milioni e mezzo di studenti è un numero incredibilmente basso che non dimostra che la scuola è un paradiso, bensì che gli insegnanti non sanno imporre la disciplina. Per quanto riguarda le insufficienze, si dice che sono aumentate rispetto all’anno scorso. Ma si tratta di aumenti modesti, dell’ordine di un’unità percentuale o poco più e quindi dicono poco, sia in quanto indice di un aumento di rigore disciplinare degli insegnanti (che sarebbe cresciuto in misura irrilevante) che in termini di peggioramento del rendimento degli studenti: il fatto che le insufficienze nelle lingue straniere abbiano superato quelle in matematica soltanto perché entrambe hanno subito un’oscillazione di un’unità attorno a una percentuale del 60% è privo di significato. In conclusione, questi dati non indicano alcuna apprezzabile crescita di rigore da parte degli insegnanti sia sul piano della condotta che su quello disciplinare e non dicono nulla di decifrabile per quanto riguarda il rendimento degli studenti.
Forse sarebbe il caso di affrontare la valutazione dello stato della scuola italiana al di fuori dell’ossessione per le cifre e per le percentuali. Si potrebbe credere che si tratti di una mania nazionale, magari ereditata dal Duce che ne era talmente affetto da consultare continuamente statistiche e tabelle e mantenere un appuntamento fisso settimanale col Presidente dell’Istat, Corrado Gini. Purtroppo è una mania dilagante. «Viviamo nell’era della metrica. Tutto attorno a noi viene standardizzato, quantificato e misurato», osservano in un appello volto a criticare questa tendenza eccessiva i direttori delle maggiori riviste internazionali di storia della scienza. Per quanto riguarda un classico tema di misurazione, la valutazione della ricerca, le massime istituzioni internazionali competenti in numeri – la International Mathematical Union, l’International Council of Industrial and Applied Mathematics e l’Institute of Mathematical Statistics – hanno redatto un rapporto in cui criticano severamente «l’uso e l’abuso dei dati», l’ingenua pretesa di ottenere con i numeri valutazioni «semplici e oggettive»: «i numeri sembrano oggettivi ma la loro oggettività può essere illusoria». «I numeri – affermano con forza questi istituti – non sono intrinsecamente superiori a giudizi ponderati».
Sono consapevole di aver menzionato in altre occasioni questa autorevole affermazione che si applica a tante situazioni. Prometto di continuare a farlo fino a che troppi studiosi nel campo delle scienze umane continueranno a preferire a serie analisi qualitative l’ossessione per la statistica, come se nascondersi dietro le cifre conferisse serietà anche alle conclusioni manifestamente infondate. “Bisogna seguire un approccio scientifico” è la tiritera che viene ripetuta, salvo vedersi propinare un uso di dati statistici che non ha nulla di scientifico, nulla di razionale e talora nulla di sensato.
Che senso ha mettere assieme indagini condotte con metodi diversi come PIRLS e TIMSS per le scuole primarie con quelle PISA per le secondarie per concludere avventatamente che la scuola primaria italiana va benissimo e quella secondaria di primo grado va male? Con fondamento molti insegnanti che conoscono la situazione sul campo obiettano che proprio le carenze accumulate nella scuola primaria in matematica sono alla radice dello sfacelo nelle medie inferiori, già di per sé malmesse e pertanto incapaci di colmare quelle carenze.
La scuola italiana va molto male e non servono numeri per constatarlo. Stupisce piuttosto che studiosi che dovrebbero essere attenti ai contenuti si appassionino a dubbie manipolazioni di dati invece di considerare l’unico fatto oggettivo che testimonia in modo inoppugnabile questa crisi: quel che si insegna a scuola e come lo si insegna. E per verificare cosa e come si insegna esistono indicatori di contenuto molto più attendibili di incerte manipolazioni numeriche: i programmi, che si desumono dalle “indicazioni nazionali”, i libri di testo circolanti e l’esperienza sul campo.
Non è possibile compiere una disamina in un articolo di giornale: bisognerà farlo in una pubblicazione apposita in modo da fornire materiali più oggettivi delle chiacchiere pseudoscientifiche. Si potrà allora constatare quale degrado abbiano subito i contenuti dell’insegnamento nell’ultimo trentennio. Dalla matematica alla storia, dalla geografia alla fisica, è l’immagine di un autentico disastro culturale. E quanto ai libri di testo non si vuol dire che non ne circolino di decenti, ma per un paese che ha formato intere generazioni sui libri di matematica di Enriques e Amaldi – tra i migliori del mondo – la lettura di certi manuali fornisce soltanto la prova che i loro autori, lungi dal pretendere di insegnare agli altri, avrebbero bisogno di un periodo di studio intensivo e di esami volti ad accertare la loro comprensione dei concetti di base. Ci si può gingillare quanto si vuole con le cifre, ma il ritardo esasperante con cui i bambini arrivano a manipolare i calcoli più elementari, il modo confuso e fuorviante con cui vengono introdotti gli algoritmi di calcolo, l’uso di definizioni assurde, frutto della fantasia di qualche didatta, costituiscono una condanna senza appello delle nostre scuole elementari.
Coloro che predicano che tutto va bene, se la cavano dicendo che la colpa è dell’insegnamento “ex-cathedra” e “trasmissivo”. Ma la scuola italiana ha conosciuto fino a una trentina di anni fa soltanto insegnanti formati in modo puramente “trasmissivo” e senza la formazione al “saper insegnare”. Eppure era una delle scuole migliori del mondo. Quindi il ragionamento fa cilecca. Così come non funziona l’alibi secondo cui la formazione degli insegnanti corredata di competenze didattico-pedagogiche è recente e non se ne sono visti ancora gli effetti virtuosi. In verità, l’ideologia alla Edgar Morin delle “teste ben fatte” piuttosto che piene è penetrata nella scuola italiana da un trentennio ed è divenuta un luogo comune ossessivo che ormai informa il linguaggio degli insegnanti come una preghiera ripetuta meccanicamente ogni mattina. Non si vuol certamente negare l’utilità che possono avere quelle competenze, ma sarebbe saggio considerare gli effetti negativi che ha avuto la loro somministrazione in dosi da cavallo da parte di persone che con la disciplina rispettabile della pedagogia hanno poco a che fare e che sono dediti a fabbricare teste vuote mal fatte: per esempio predicando che piuttosto che studiare la geografia occorre “costruire le proprie geografie”. Questi effetti sono sotto gli occhi di chiunque voglia esaminare i contenuti attuali dell’insegnamento anziché manipolare le cifre per esorcizzare il disastro o imputarlo ad altre cause.
(Il Messaggero, 14 marzo 2009)

venerdì 13 marzo 2009

Trionfi matematici delle scuole primarie

Da un paio di mesi sono state diffuse le valutazioni degli apprendimenti in matematica e scienze degli studenti italiani delle scuole elementari e medie inferiori nell’ambito dell’indagine internazionale TIMSS 2007 (Trends in International Mathematics and Science Study) e ora si moltiplicano i commenti sulla stampa e in rete. Prevale lo sconforto per i risultati delle valutazioni per le medie inferiori che, comunque li si rigiri e interpreti, sono pessimi. Circa la scuola primaria si leva invece il solito peana: le nostre elementari sono le migliori del mondo. Ma è davvero così?
Prima o poi bisognerebbe approfondire l’attendibilità di queste valutazioni internazionali quantitative, soffermandosi sulle modalità con cui vengono compiute le rilevazioni (di dubbia omogeneità), che coinvolgono un numero limitato di paesi, spesso con l’assenza di paesi molto importanti, e ricorrendo a punteggi di significato non molto chiaro. Nel nostro caso, il sondaggio ha riguardato il quarto anno delle primarie coinvolgendo 36 paesi e 7 regioni e misurando i risultati su una scala la cui media è stabilita in 500 e viene tenuta fissa nel tempo per consentire confronti, e che quindi si discosta dalla media effettiva dei risultati dei vari paesi. Quindi il numero 500 è puramente indicativo e non dice nulla di chiaro di cosa sia il livello medio, che potrebbe essere anche, nei fatti – e in dipendenza dei paesi considerati – un livello mediocre. La primaria italiana si colloca per la matematica al livello 507, ovvero di poco sopra la media, tra il massimo di 607 per Hong Kong e il minimo di 204 dello Yemen. Alcuni commentatori plaudono: siamo sopra la media, meraviglia! Ma è facile constatare che basterebbe eliminare alcuni dei risultati peggiori per far precipitare l’Italia al di sotto della media dei paesi restanti; oppure immaginare cosa succederebbe in presenza di paesi che hanno quasi certamente prestazioni migliori dell’Italia in matematica, come la Francia, l’India e la Cina (mancano anche la Spagna e la Polonia).
Ma è soprattutto sconcertante che si gioisca tanto quando si constata che l’Italia si colloca al sedicesimo posto che diventa diciottesimo includendo le regioni del Quebec e dell’Ontario considerate a parte. È davvero da rallegrarsi che la settima potenza industriale, il paese che fino a mezzo secolo fa era la terza potenza mondiale in matematica, si collochi a un livello così modesto dietro la Lettonia, la Lituania e il Kazakistan? Non solo: dietro il 507 italiano si collocano a distanza di pochi punti parecchi paesi che, per il minimo scarto che li separa dall’Italia, potrebbero essere considerati alla pari. I paesi che l’Italia supera nettamente per i livelli di apprendimento matematici sono la Georgia, l’Iran, Algeria, il Marocco e giù a scendere fino al livello 224 dello Yemen.
La situazione è nettamente migliore nelle scienze – 535 rispetto alla solita media di 500 – comunque non trionfale come pretende qualcuno. Difatti, si tratta comunque di un decimo posto, tredicesimo contando tre regioni canadesi e superiore ad altri sette paesi di poche unità soltanto. Quanto ai risultati per le secondarie di primo grado, sia in matematica che in scienze, è meglio stendere un velo pietoso.
Complessivamente è un disastro per un paese che pretende di essere “avanzato”. Ci vuole davvero un bel coraggio per affermare, come ha scritto qualcuno, che “la scuola primaria italiana conferma i suoi livelli di eccellenza”! Un commento più serio e meno demagogico dovrebbe ricercare nei mediocrissimi risultati delle elementari la premessa per il successivo sfacelo delle medie inferiori, anche se sappiamo che su quest’ultimo influiscono altri fattori, tra cui la modesta preparazione matematica della maggioranza degli insegnanti in questa fascia di scuola.
In realtà, quel che ci offre il rapporto TIMSS 2007 è la scoperta dell’acqua calda, Chi conosca un poco programmi e metodi d’insegnamento in queste scuole non ha certamente ragione di sorprendersi.
(Libero, 12 marzo 2009)

mercoledì 11 marzo 2009

Perché le aperture all’Iran sono un altro passo verso l’islamizzazione

Occuparsi attivamente e intensamente delle questioni dell’istruzione nel nostro paese rischia di riportarti insistentemente alla mente la nota battuta di Mussolini secondo cui governare l’Italia non è difficile, è inutile. Ma non è ora né qui che voglio parlare dello sfinimento che provoca entrare nell’unica esperienza davvero realizzata di “democrazia dal basso” e confrontarsi con soggetti (gli “esperti” dell’istruzione) che non vivono e pensano nel mondo dei comuni mortali bensì nel mondo delle locuzioni a barre (conoscenze/abilità, abilità/competenze, conoscenze/competenze, documento/proposta, consolidare e/o riprogettare) e degli anglismi (literacy, framework, teaching for test). Eppure ti rendi conto che questo è uno dei fronti cruciali su cui si gioca il nostro futuro. Tutte le battaglie civili rischiano di non avere a priori futuro se continueremo a sfornare generazioni di teste “ben fatte” secondo i criteri dei tecnocrati dell’affettività e della morale confezionate scientificamente e della metodologia che fa premio sulle conoscenze. L’educazione e l’istruzione sono un pilastro portante. Eppure, mentre ti affanni a vedere se e come si possa intervenire sulle inquietanti crepe del pilastro, ti rendi conto che mettere puntelli qua e là è derisorio mentre intorno un esercito di bulldozer fa a pezzi la casa. Con la metafora dei bulldozer non mi riferisco agli “esperti”, alle congreghe corporative o agli eserciti di termiti che pascolano sul terreno devastato dell’istruzione. Poveri untorelli, a ben vedere. Penso allo sfascio morale e culturale generalizzato delle nostre società occidentali e al crescente sentimento di insicurezza che si addensa attorno al futuro. Dirlo in Italia può sembrare esagerato perché il male non ha raggiunto i livelli di altri paesi. Il quadro che Giulio Meotti ha tracciato sul Foglio della sparizione dell’Inghilterra che abbiamo conosciuto – sempre più paradigma di Eurabia – in fondo lo raccontano le cronache da qualche anno, in un crescendo rossiniano. Ma colpisce come un pugno nello stomaco leggerne la sintesi; e induce a svegliarsi e a riflettere su un domani assai vicino. Difatti, in Francia non siamo molto lontani da questa situazione, in Olanda ci siamo ormai e persino nell’Austria (felix?) si prospetta un non lontano orizzonte di islamizzazione.
Parliamo di antisemitismo. Ah, ci risiamo con la solita tiritera – dirà quel giornalista cattolico che ha recentemente accusato gli ebrei di essere malati di una “concezione lagnosa della storia”. Ma non si diceva che l’antisemitismo è il più sensibile termometro dell’intolleranza diffusa nella società, un segnale che indica l’avvicinarsi di grandi cataclismi? Oppure si tratta soltanto di una filastrocca buona da ripetere la Giornata della Memoria per poi poter parlare d’altro? Ma certo, per parlar d’altro – si replica – perché i problemi gravi a questo mondo sono ben altri, per esempio quello palestinese; e comunque ogni confronto è indebito e mostra casomai quanto siano lontane le circostanze del passato: vi è forse qualche paese al mondo che prospetti di promulgare una legislazione razziale, di fare espulsioni o addirittura sterminii su basi razziali?
Di certo quelle forme storiche appartengono a un passato sepolto e la pratica dell’antisemitismo di stato è completamente fuori dell’orizzonte dei paesi occidentali. Ma non siamo nell’era della globalizzazione? Forse dovremmo aggiornare i metodi di analisi e chiederci se la via per la codificazione dell’antisemitismo in termini legislativi non stia seguendo linee diverse e più complesse, ma non meno inquietanti perché, se avessero successo, non lascerebbero via d’uscita. A ben vedere il primo tentativo è stata la famosa dichiarazione dell’ONU che equiparava sionismo e razzismo. Non ha funzionato, i tempi non erano maturi, era una scelta troppo marcatamente imposta dalla maggioranza araba e terzomondista dell’ONU; ma lasciato tracce. Poi è venuta la Conferenza contro il razzismo di Durban 2001 che ha colto di sorpresa tutto il mondo e ha mostrato il volto di un antisemitismo che vuol farsi riconoscere come dottrina ufficiale delle istituzioni internazionali. Si poteva sperare che la lezione fosse stata appresa. Niente. È da più di un anno che è arcinoto cosa stia cucinando per Ginevra 2009 (Durban II) una cricca di paesi altamente qualificati per giudicare di diritti umani come Iran, Libia, Cuba: una condanna senza appello per Israele e il sionismo, come unico agente mondiale di razzismo e crimini contro l’umanità – non una parola su sterminii di dimensioni epocali tuttora in corso – assortita da una insidiosissima richiesta di proscrivere l’islamofobia, di fatto un bavaglio alla libertà di opinione ed espressione che colpirebbe mortalmente l’Occidente.
Non si può abbastanza apprezzare il fatto che il Canada e l’Italia si siano ritirati a priori dalla Conferenza. Altrettanto apprezzabile è che si siano ritirati gli Stati Uniti, anche se era sorprendente il proposito, fortunatamente rientrato, di partecipare per tentare di cambiare l’esito della conferenza. Cambiare cosa? La base di partenza è talmente efferata che l’unica trattativa possibile dovrebbe partire dal ritiro della bozza iniziale. Tanto più è sconcertante che, a parte l’Italia, gli altri paesi europei stiano esercitandosi in un penoso minuetto: andiamo, pur non volendo andare, andiamo per cambiare, se non si cambia vedremo, per il momento andremo. Come se non ci fosse stata Durban, come se non sapessero cosa si prepara, cosa li aspetta, cosa si rischia di legittimare. Antisemitismo ancora una volta come termometro? Proprio così, perché chi andrà a Ginevra non soltanto non potrà evitare un proclama efferato ma rischia di trovarsi attorno al collo il capestro della limitazione della libera espressione. Avrà il coraggio di fare come l’ambasciatore israeliano Herzog una trentina di anni fa, e cioè di dire “il vostro proclama non vale la carta su cui è scritto e ve lo stracciamo in faccia”? Ne dubitiamo. Difatti, il multilateralismo è tornato ad essere un totem: “vorremo forse delegittimare l’ONU già indebolito?” è il mantra che si ode in questi giorni. E sono inquietanti le “aperture” del Presidente Obama senza chiedere nulla, neppure all’Iran di piantarla con i propositi di distruzione di Israele e con il negazionismo.
Negli anni trenta soltanto gli ebrei dell’Europa orientale – quelli che essendo abituati alle persecuzioni vivevano “con la valigia in mano” – se ne andarono per tempo. Gli altri restarono fino all’ultimo ripetendo che “non era possibile”. Anche oggi, soprattutto in paesi come l’Italia (e per suo merito) appare impossibile. Ma ove le cose andassero peggio la globalizzazione dell’antisemitismo legalizzato dalle istituzioni internazionali renderebbe difficile trovare dove portare la valigia, salvo che in quel piccolo paese su cui pende la futura atomica iraniana. Il Presidente Obama vuole contrattare con l’Iran la rinuncia alla bomba con il riconoscimento di “potenza regionale equilibratrice”. Ma anche questa faccenda ricorda qualcosa e qualcuno, un signore inglese che andava in giro con l’ombrello.

(Il Foglio, 11 marzo 2009)

domenica 8 marzo 2009

Controreplica

Irene Kajon ha replicato al mio articolo apparso su Shalom nel novembre 2008, qui riportato come post "Un articolo per il mensile ebraico Shalom (22 novembre 2008). La mia controreplica si trova come commento a quel post ed è stata pubblicata nelle lettere di Shalom (febbraio 2009)

giovedì 5 marzo 2009

L’aritmetica nell’epoca delle “interclassi”, ovvero l’invasione dei Pitagora fai da te

Volete avere un’idea dei risultati cui può portare l’abuso dell’autonomia scolastica? Seguitemi con un attimo di pazienza.
In aritmetica si introduce la cosiddetta proprietà associativa dell’addizione, che così si scrive: (a + b) + c = a + (b + c). Essa significa che sommare prima a con b e quindi sommare il risultato con c è la stessa cosa che sommare a con il risultato della somma tra b e c.
È una proprietà importante: difatti, dato che la somma è un’operazione definita tra due numeri, essa spiega quali regole presiedono alla somma tra più di due numeri. In parecchi libri scolastici di matematica questa proprietà viene malamente enunciata dicendo, per esempio, che «associando gli addendi il risultato non cambia», Così si travisa o comunque si esprime male il significato autentico della legge. Da questo travisamento è nato, non si sa in quale testa d’asino, una legge inversa mai conosciuta nell’aritmetica prima che il diritto all’autonomia scolastica permettesse di ricreare liberamente le discipline: la legge dissociativa dell’addizione. Questa viene enunciata dicendo che «dissociando gli addendi il risultato non cambia», ovvero che «se a uno o più addendi se ne sostituiscono altri la cui somma è uguale all’addendo sostituito il risultato non cambia». Per esempio, significa che 11 + 12 = (10 + 1) + 12 = 10 + (1 + 12) = (9 + 2) + 12 = 9 + (2 + 12), ecc. ecc. A essere indulgenti, è un modo di ridire a rovescio la proprietà associativa. In verità, è una colossale castroneria, perché in fin dei conti è quanto dire che ogni numero è somma di unità…
È da tempo che si tenta in tutti i modi di dissuadere questi novelli Pitagora dal diffondere questa assurdità. Niente da fare. La legge dissociativa dilaga. E non a caso dilaga nei libri e tra i gruppi d’insegnamento più “innovativi”, quelli del “cooperative learning”, della didattica “sperimentale”: basta farsi un giretto su Internet. Non bastasse, propalano altre baggianate come l’idea che la legge commutativa (a + b = b + a) serve a verificare che ho fatto la somma correttamente (prima sommo a con b, poi b con a, se il risultato è lo stesso è esatto…).
Ora racconto un episodio esilarante. Un professore di matematica che vede il suo bambino costretto a studiare questa “legge” va dalla maestra e la prega di cessare lo scempio. Risposta: la decisione di insegnare in tal modo è stata presa dall’interclasse e quindi il genitore dovrebbe chiedere una riunione dell’interclasse, avanzare la sua richiesta e vedere se sarà accettata.
Insomma, in nome dell’autonomia scolastica, la verità del teorema di Pitagora o delle conoscenze trasmesse da secoli nella matematica (e a maggior ragione in ogni disciplina) diventano oggetto di decisioni prese dagli organi della “democrazia scolastica”. C’è di che detestare la democrazia.
Ne discendono due riflessioni. La prima: guardiamoci da chi proclama con prosopopea che è finito il tempo in cui i concetti debbono venire assieme alle metodologie d’insegnamento, anzi devono essere subordinati ad esse. In tal modo si legittima come scelta “didattica” qualsiasi baggianata venga alla mente, facendo strame di qualsiasi oggettività della conoscenza. La seconda: alla larga da chi predica l’assoluta autonomia di istituti scolastici che autogestiscano anche i contenuti dell’insegnamento, “ricreando” pure la matematica, e che nutrano la pretesa di gestire la propria formazione e reclutamento, ovvero la propria autoriproduzione. Perché così salta ogni controllo e la libertà diventa arbitrio. Quantomeno non si abbia la faccia tosta di parlare di valutazione.
(Tempi, 5 marzo 2009)

venerdì 27 febbraio 2009

SUL DIBATTITO RELATIVO ALLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI

Qualche considerazione sulle ragioni per cui d'ora in poi, e fino a che la situazione non sarà chiarita, non intendo più tornare sulla questione della formazione degli insegnanti e, in particolare, non intendo polemizzare con i commenti alla relazione del Gruppo di lavoro ministeriale sulla formazione da me coordinato.
È un elementare dovere istituzionale, in primo luogo di rispetto per il Ministro che ci ha nominato, evitare polemiche pubbliche e personali ed aprire diatribe sui dettagli tecnici del documento.
Naturalmente, fino a che la situazione non sarà chiarita.
È una scelta necessaria ma di certo non indolore. Vorrei chiarire con due esempi - e senza riferimenti a gruppi o persone - fino a che punto lo è.
Una delle critiche più aspre che sono state mosse al nostro progetto è di avere penalizzato la scuola a favore dell'università, di avere reso marginale e subordinato il ruolo della scuola. Critica legittima, come tutte le critiche avanzate sulla base dei fatti e in buona fede. Ma se travisa i fatti non è legittima.
Ma vediamo due punti di cui essa si è sostanziata.
Il primo è che noi abbiamo escluso la scuola dal processo di valutazione e abilitazione dello studente o comunque l'abbiamo messa in posizione subordinata, mentre si chiede una posizione paritaria (quanto meno 50%-50%, qualcuno chiede addirittura di più per la scuola, ovvero una posizione decisionale nelle commissioni 65%-35% a suo favore). E si arriva al punto di dire che saremmo l'unico paese al mondo a delegare il ruolo preponderante della valutazione nella formazione dei docenti all'università. Ebbene, il titolo che da luogo a insegnare è composto da una laurea magistrale e da un'abilitazione. Il primo titolo è accademico, il secondo dipende dal primo. C'è chi chiede che la scuola conferisca una laurea magistrale abilitante. Sarebbe davvero l'unico caso il mondo in cui un titolo universitario viene conferito da un'istituzione diversa!... In tal modo, non soltanto la scuola secondaria conferirebbe titoli nel suo ambito (come la maturità) ma anche nell'ambito universitario. Un'autentica pazzia, che costituisce soltanto un modo di perdere tempo. Perché se, per assurdo, venisse approvata, sarebbe cassata immediatamente dal primo ricorso. È giusto che la scuola abbia un ruolo di partecipazione al conferimento di titoli che appartengono per legge alla sfera universitaria ma tale ruolo non può in alcun modo essere determinante. Così accadeva che i presidenti delle commissioni di maturità venissero scelti tra i professori universitari, ma di certo il ruolo degli universitari non è mai stato determinante nelle attività istituzionalmente proprie della scuola. Anche con le SSIS la situazione era dentro la legge, ovvero vi era presenza di docenti delle scuole secondarie ma mai determinante. E ora si vorrebbe approfittare della discussione che si è aperta per prendere dopo il dito tutto il braccio e anche la spalla. Del resto, ripeto, inutilmente, perché si tratta di una richiesta semplicemente al di fuori di ogni principio giuridico degno di questo nome.
Altro esempio. Si dice che noi avremmo penalizzato la scuola perché nella tabella del tirocinio formativo attivo il tirocinio il classe rappresenta "soltanto" 12 crediti, ovvero alla scuola viene dato soltanto 12/60 = 1/5 del totale. Lasciamo perdere il fatto che altri 9 crediti sono per la relazione di tirocinio che è seguita da un docente della secondaria. Il punto è un'altro: i crediti non sono uguali per tutte le attività. E i crediti di tirocinio valgono un numero di ore molte volte superiore a quello delle lezioni ordinarie. Pertanto 12 crediti è davvero moltissimo. Significa più di un quadrimestre di lezione attiva in classe!... È chiaro quale falsificazione rappresenti dire che la scuola "vale" soltanto un quinto del totale!... Ora, che una cosa simile la dica una persona qualsiasi si può capire - così come è accaduto a qualcuno che ha letto i parametri di valutazione dell'esame di tirocinio e non ci ha capito nulla - ma che lo dica qualcuno che si pretende un "esperto" di questioni scolastiche non è ammissibile. Perchè, in tal caso, se lo sapeva ci troviamo di fronte a un mestatore nel torbido. Se non lo sapeva è bene che parli soltanto dopo essersi informato e dopo aver fatto un corso di aggiornamento sulla teoria delle proporzioni; e per l'intanto la smetta di pontificare come "esperto".
Questo è il livello a cui bisogna discutere. Questo è il livello a cui si affossa un paese.
Infine, che dire dei messaggi di coloro che credono che un modo di rafforzare le loro critiche sia di dire che non hai mai visto una scuola materna, una scuola elementare, una scuola media, un liceo, un'università, un maestro, uno studente, un supervisore, un insegnante, un'aula, ecc. ecc. Ebbene, se ci si vuole consolare convincendosi che l'interlocutore abbia l'anello al naso si faccia pure. Ognuno se la cava come può.
Per fortuna ci sono le tantissime persone che capiscono e che continuano a remare dal lato opposto di quelli che remano contro. La barca resta ferma, ma prima o poi chissà.
Chiuso il discorso.

Prima l’inamovibilità poi il ritiro coatto. Ecco i malanni che rendono i vecchi inutili

Nella bella intervista su Tempi (12 febbraio) del mio quasi omonimo, l’oncologo francese Lucien Israël, mi ha colpito un’osservazione a margine del tema centrale – la denuncia dell’eutanasia. Israël, oggi ottantatreenne, lamenta di essere stato pensionato a 60 anni: «Negli Stati Uniti dire a un medico o a chiunque eserciti una professione che è troppo vecchio per lavorare è considerato un atto discriminatorio. In Francia a sessant’anni ci si libera di un professionista proprio quando è entrato in possesso di un sapere e di un patrimonio di esperienze che sarebbero immensamente utili alla società».
Si potrebbe aggiungere che negli Stati Uniti si perde il posto quando ci si dimostra inadeguati, indipendentemente dall’età. Le università sono piene di luminari novantenni e ciò non implica affatto un blocco all’ingresso dei giovani. Lucien Israël parla della Francia, ma in Italia va peggio. Qui si prende un posto per diritti “acquisiti” (per diritto di precariato, per aver fatto una supplenza o essersi seduto per un po’ di tempo su una scrivania) dopodichè nessuno te lo toglie più, indipendentemente da quello che fai, fino alla pensione, che però cade come una ghigliottina. Non c’è un criterio con cui spostare la gente secondo età e competenze da una funzione all’altra, oppure cacciarla o promuoverla (per merito e non per anzianità). Un insegnante può offrire cose molto diverse secondo l’età: magari, col passare del tempo, è meno puntiglioso e attento ai dettagli ma è capace di fornire una visione più ampia e matura. Quale che sia il mestiere o la professione una persona anziana e competente ha un ruolo insostituibile nel formare i giovani che prenderanno il suo posto.
Invece stiamo perdendo di vista la questione fondamentale: la trasmissione delle competenze. Si pensa stupidamente che per risolvere la cristallizzazione delle persone in posizioni inamovibili ed eliminare i blocchi che impediscono l’accesso ai giovani occorra spedire la gente in pensione prima che sia possibile invece di dislocarla nei ruoli più adeguati al contributo che possono offrire, oltre a mandare a casa i nullafacenti e gli incapaci. Conosco molti casi di persone che, nella crisi attuale, perdono il posto perché “costano troppo” perché “anziane” e vengono sostituite da un ragazzino non in quanto più capace ma perché “costa poco”. Nelle università ora si parla di alleggerire le spese spedendo in pensione anticipata il massimo numero di docenti. Questo andazzo, sommato alla valanga di pensionamenti “naturali” previsti, creerà una frattura generazionale che disperderà tutte le competenze acquisite. Tutto ciò è straordinariamente irresponsabile e sarà fonte di un sicuro decadimento culturale. Proprio questo mentre ci si riempie la bocca dello slogan secondo cui viviamo nella “società della conoscenza”…
L’aspetto tragicomico di questa faccenda è che lo slogan dello “svecchiamento” – non importa come e non importa con quali conseguenze – è quasi sempre scandito da anziani che si ritengono, e sono, inamovibili. Ricordo la filippica tenuta alcuni anni fa da un noto politico settantenne che si scagliò contro la “gerontocrazia di stile cinese” vigente in Italia. Ora leggiamo che questo personaggio è in pista per l’ennesima carica, stavolta culturale. Nulla da obiettare, per carità, ove si dimostrasse l’utilità della persona in quella posizione. Il problema sta in quella filippica che richiama proprio lo stile della Rivoluzione culturale cinese: un capo ottantenne, Mao, che incita le giovanissime Guardie rosse a sparare sul “quartier generale” dei “gerontocrati”. Senti chi parla.
(Tempi, 26 febbraio 2009)

sabato 21 febbraio 2009

Sulle conclusioni del Gruppo di lavoro ministeriale sulla formazione

La lettura dei temi di matematica per l’abilitazione dei maestri elementari di una trentina di anni fa da la misura di quanto i tempi siano cambiati: oggi un laureato in matematica potrebbe faticare a risolverli. Nel frattempo ci si può laureare maestri frequentando in quattro anni non più di una trentina di ore di matematica (e altrettanto di storia), e in certi casi neppure una – tutto ciò in barba alla retorica sul “team” dei maestri “specializzati”. In cambio, il futuro maestro viene assoggettato a un diluvio di materie psico-pedagogiche e di metodologia didattica in un’ottica che è più quella della formazione di un assistente sociale che non quella di un’insegnante.
Un tempo gli insegnanti di scienze nelle scuole medie inferiori erano laureati in matematica o in fisica. Oggi, dopo l’apertura degli accessi a una miriade di altre lauree, la maggioranza degli insegnanti di questo ordine di scuole ha una preparazione matematica di modestissimo livello. In queste condizioni, discettare sulle ragioni delle pessime prestazioni matematiche degli studenti italiani è una perdita di tempo, se non un voler nascondere la verità.
Quando si dicono queste cose si rischia l’accusa di voler offendere gli insegnanti. È vero il contrario. La scuola italiana galleggia per merito dell’eroismo di tanti di loro, che spesso suppliscono da soli alle carenze di un sistema formativo che fa acqua da tutte le parti. Un’altra accusa è quella di denigrare un sistema scolastico che sarebbe comunque eccellente. Non si capisce allora il perché di tanti verdetti negativi confermati dall’esperienza diffusa e dalle testimonianze raccolte nei tanti libri di insegnanti che descrivono la crisi del sistema dell’istruzione. Né si capirebbe, se tutto andasse per il meglio, perché da anni ci si affanni a tentare di ripensare da cima a fondo il processo di formazione dei docenti.
Una premessa fondamentale: non si verrà mai a capo di questa situazione se non si affronterà il nodo dei contenuti invece di divagare soltanto sulle questioni metodologiche o sulle architetture istituzionali: si possono ideare tanti meccanismi, ma nessuno di essi funzionerà se non si porrà mano ai contenuti della formazione. Inoltre, in un sistema scolastico stressato da innumerevoli interventi, occorre procedere con ragionevolezza e prudenza, con operazioni mirate, tanto agili e realistiche sul piano normativo quanto incisive sul piano dei contenuti. È inspirandosi a questi principi che ha operato il Gruppo di lavoro ministeriale sui temi della formazione degli insegnanti che ho avuto l’onore di coordinare. Vediamo in estrema sintesi come si è cercato di tradurre questi principi.
In primo luogo, un atteggiamento ragionevole significa che, per quanto si possano rimpiangere i tempi in cui un maestro elementare possedeva un bagaglio di conoscenze assai superiore a quello attuale, sarebbe sbagliato disconoscere l’apporto della pedagogia e della didattica. Se è perfettamente possibile diventare un ottimo insegnante semplicemente insegnando e apprendendo a farlo “a bottega”, ovvero seguendo l’esempio dei propri insegnanti di valore, l’accumulazione di conoscenze e riflessioni circa le metodologie d’insegnamento, la psicologia dei bambini e dei ragazzi e le tecniche didattiche ha un indubbio valore, soprattutto in una scuola di massa. Come al solito, i disastri derivano dagli estremismi ideologici. Tale è l’idea che le conoscenze disciplinari siano secondarie o irrilevanti, che l’unica cosa che conta sia “insegnare a insegnare”: ovvero considerare secondaria la conoscenza di base e pretendere che qualsiasi concetto venga introdotto subordinatamente alla definizione di come esso deve essere insegnato. L’idea che la pedagogia e la didattica siano “metadiscipline” che stanno al di sopra di tutte le altre e le governano come regine è una delle cause principali degli attuali dissesti. Pertanto, un riequilibrio tra le componenti disciplinari e quelle metodologiche è necessario per formare insegnanti che siano, al contempo, preparati e consapevoli delle problematiche dei metodi d’insegnamento. Non si tratta affatto di tornare al passato, ma di comprendere che non possiamo più permetterci maestri che non sappiano neppure cosa sia l’algoritmo della divisione, che non vadano oltre un’infarinatura di storia moderna e ignorino gli elementi della fisica.
Una ragionevolezza analoga deve ispirare la riforma di quello che è da tutti considerato come il buco nero della scuola italiana, ovvero la secondaria di primo grado (o “media inferiore”, come si diceva un tempo). Qui il problema maggiore è la matematica, spesso insegnata da laureati in scienze naturali o in altre materie, i quali non hanno avuto modo di studiare seriamente questa disciplina. Possiamo pensare a un ritorno all’indietro che riservi l’insegnamento della matematica ai laureati in matematica o fisica? Sarebbe una prospettiva dirompente sul piano sociale. La soluzione “ragionevole” consiste nel costruire un percorso di laurea che compensi le carenze in matematica e fisica attraverso un meccanismo di crediti accuratamente bilanciato in funzione della preparazione d’ingresso.
In generale, la proposta delineata dal Gruppo di lavoro mira a trovare una soluzione all’interno del sistema esistente senza introdurre troppi stress e rivoluzionamenti. Si propone che il percorso di formazione consista in una laurea triennale ordinaria seguita da una laurea magistrale il più possibile pensata in funzione della formazione di insegnanti: difatti, si deve fare in modo che la componente disciplinare e la componente didattico-pedagogica collaborino alla formazione di una figura non generica ma specificamente orientata verso l’insegnamento. Per questo, il percorso dovrà concludersi con un anno di tirocinio nelle scuole secondarie, consistente in una fase di osservazione e in una fase di insegnamento attivo, sotto la guida di un insegnante e accompagnato da altri corsi di didattica disciplinare, di pedagogia e da attività di laboratorio gestite dalle università assieme alle scuole, il tutto sotto la responsabilità di una facoltà universitaria. Anche qui si tratta di recuperare le esperienze positive delle SSIS (Scuole di Specializzazione dell’Insegnamento Secondario) ma di superarne i difetti che si sono manifestati o nella riproposizione meccanica di insegnamenti disciplinari già forniti nel corso di laurea o in uno spazio smisurato conferito alle materie psico-pedagogiche, nonché nella tendenza a operare in modo autoreferenziale.
Naturalmente non è questa la sede per entrare nei numerosi dettagli tecnici del progetto. Siamo convinti che esso delinei in modo preciso il quadro per muovere, in modo costruttivo e non ideologico, verso la soluzione di un problema attorno a cui si gira da anni e che non può più attendere.
(Il Messaggero, 20 febbraio 2009)

venerdì 20 febbraio 2009

L’insopportabile accanimento scientifico sulla “zona grigia” della vita umana

Per secoli morire ha significato perdere il soffio vitale: uno specchietto che non si appannava di fronte alla bocca era il segno inequivocabile della morte. Poi, con la scoperta della circolazione del sangue l’arresto cardiaco è divenuto la prova della morte. E, a ben vedere, questo resta il criterio più corretto e indiscutibile: è noto che un arresto cardiaco anche di breve durata può compromettere irreparabilmente il cervello e anche altri organi e, se il tempo di arresto si prolunga, nulla può salvare la persona dalla morte. Ma da quando la medicina ha appreso ad agire sempre più efficacemente nella fascia ristrettissima di tempo antecedente la morte irreversibile e da quando è iniziata l’era dei trapianti quel criterio troppo netto e radicale non poteva più essere accettato ed è subentrato il criterio della “morte cerebrale”, ovvero una definizione dello stato di “morte” che rende possibile e lecito espiantare gli organi di una persona.
Le pratiche mediche sempre più sofisticate e “accanite” in quella ristrettissima zona prima preclusa ad ogni intervento esterno hanno prodotto situazioni inedite, spesso drammatiche e difficili, e hanno sollevato non poche questioni etiche che la scienza è impotente a risolvere, perché non è in grado neppure di comprenderne le radici. Quando ci si avventura in quella zona si è costretti a trattare i problemi della mente e della coscienza. È sconcertante assistere alla leggerezza con cui questi problemi vengono affrontati in termini di funzioni cerebrali, quando è evidente – fosse anche per una provvisoria incapacità della scienza – che l’attività mentale deborda da ogni lato quella cerebrale. Se dico «voglio morire» nessuno sa spiegare come questo concetto verrebbe generato da processi fisici cerebrali. Pertanto concetti come quello di «stato minimo di coscienza» sono delle bestialità da ogni punto di vista, incluso quello scientifico. Si tratta di convenzioni che servono solo a governare processi che non siamo in grado di definire e comprendere e che escono dal campo dell’umano per entrare in quello della rappresentazione formale della vita.
Pertanto, sono pienamente d’accordo con Giuliano Ferrara quando scrive che «il codice deontologico dei medici, le giuste regole contrarie all’accanimento terapeutico e all’abbandono o desistenza terapeutica, interpretate con discrezione e amore, caso per caso, sono una soluzione incomparabilmente migliore della guerra delle sentenze e delle leggi» e lamenta che la zona grigia – che è proprio quella di cui parliamo sopra – sia stata invasa «manu militari» da operazioni ideologiche violente. Angelo Panebianco trova contraddittoria la difesa della zona grigia con «l’imperiosa riaffermazione della difesa della sacralità della vita». Ma a me pare che egli non si avveda che la zona grigia esiste proprio nella misura in cui le si riconosce una caratteristica di mistero, di qualcosa che non può essere completamente illuminato e che chiede rispetto: appunto, il rispetto della vita umana che noi, con le nostre modeste conoscenze, tentiamo di praticare con discrezione e amore. Ma quando si pretende di illuminare questa zona con riflettori tanto violenti quanto inefficaci, malgrado la loro pretesa di onnipotenza, per trattare la persona come un meccanismo, da accendere e spegnere secondo le convenienze, e non come un essere umano, allora le cose cambiano. In tal caso, difendere la zona grigia non ha nulla di «imperioso». È, al contrario, l’estremo tentativo di salvaguardare la dignità della persona umana contro la pretesa violenta di trattarla come una macchina in nome di principi che nascondono la loro natura ideologica dietro il manto della “scienza”.
(Tempi, 19 febbraio 2009)

lunedì 16 febbraio 2009

giovedì 12 febbraio 2009

Da Galileo a Fourier, la storia della scienza è piena di questi incorreggibili “gentiliani”

Chi sa fare bene propaganda sa come conferire a certe parole la virtù di imprimere il marchio di un giudizio indipendentemente dal loro significato. Per esempio, ormai la parola “fascista” serve in modo indiscriminato a designare un infame. Sembra che qualcosa di analogo stia accadendo con l’aggettivo “gentiliano” nel campo dell’istruzione. Per designare qualcosa di ignobilmente reazionario basta dire “gentiliano”. L’aggettivo ha assunto un valore di esecrazione indipendente dal suo significato come risulta da alcune polemiche recenti sui quadri orari per il Liceo scientifico in cui riemergerebbe “l’idealismo gentiliano”. Si incrimina una frase dei regolamenti che dice che «il fine specifico dei percorsi dei licei è la theoria», e si lamenta il ritorno a una visione “deduttivistica” della scienza in cui prevale l’approccio teorico su quello sperimentale e laboratoriale.
In realtà Gentile non c’entra nulla. La sua riforma era basata sulla centralità della cultura classica, storico-filosofica e umanistica che aveva un carattere di preminenza su quella scientifica, ma Gentile non si è mai sognato di dire che la scienza va studiata in modo “deduttivista”. Casomai gli idealisti italiani pensavano il contrario: per loro la scienza era un sapere pratico-operativo privo di valore conoscitivo. Ma anche questo vale per Croce e meno assai per Gentile, che cambiò posizione riconoscendo alla scienza un valore conoscitivo. Ma che importa? Quel che conta è aver trovato un aggettivo esecrativo, tanto più efficace in quanto si riferisce a un ministro dell’istruzione fascista.
Oltretutto – diciamolo chiaramente – se Gentile pensava a quel modo aveva ragione da vendere. Vuol dire che sapeva che la scienza moderna deve i suoi successi proprio al fatto di essere “deduttivista” e non meramente manipolativa. «Matematica purissima» definisce Galileo la sua scienza del moto. E il grande fisico-matematico Fourier dopo aver sottolineato che le esperienze forniscono la materia per il progresso scientifico avvertiva che «la teoria dirige tutte le misure e ne assegna la precisione».
Pertanto chi crede o predica che lo studente debba entrare in laboratorio senza un supporto preventivo di teoria e possa apprendere qualcosa “scoprendo” a caso non ha capito nulla di cosa sia la scienza e ne ha un’idea prossima a quella dell’alchimia medioevale. È ottimo che vi siano laboratori nelle scuole ma lo studente deve entrarvi con una preparazione teorica, altrimenti non caverà un ragno dal buco. Lavoisier non ha mostrato che l’acqua è composta da idrogeno e ossigeno pasticciando a caso, ma perché perseguiva una precisa idea circa la struttura della materia.
Il danno degli slogan è dimostrato da un’ottima lettera di Maria Elisa Bergamaschini sulla rivista Emmeciquadro in cui deplora «la deriva costruttivista, supportata dai diversi pedagogismi» che «toglie all’insegnante la responsabilità di “maestro”», «nega nelle pratiche didattiche il carattere peculiare della ricerca scientifica in quanto ricerca del “vero”», «riduce la dimensione sperimentale delle scienze a un “saper fare”, dove il metodo scientifico diventa un insieme di tecniche da applicare», fa «prevalere l’aspetto informativo su quello conoscitivo». Non si potrebbe dire meglio. Ma allora non si vede come si possa andar d’accordo con chi proscrive il riemergere dell’idealismo gentiliano in quanto sintesi di tutte quelle cose che Bergamaschini ritiene giustamente caratteristiche della scienza come impresa di conoscenza. Perciò attenzione a prestar fede a chi usa le parole come mazze ferrate: si rischia di andare nella direzione opposta a quella desiderata.
(Tempi, 12 febbraio 2009)