(Tempi, 5 aprile 2007)
Dunque, anche a Bertinotti è toccata una contestazione da dove meno se l’aspettava: da sinistra. All’Università di Roma “La Sapienza” una cinquantina di studenti radicali lo ha accolto a suon di “buffone”, “assassino”, “guerrafondaio”. Il Presidente della Camera ha osservato: «Ho capito di cosa si tratta. Non è il movimento per la pace». Non sarei così sbrigativo: con ogni probabilità si tratta di suoi figliocci e l’accaduto testimonia una difficoltà di rapporti molto seria con una vasta galassia che ha sempre considerato Rifondazione come referente politico.
Di che stupirsi, peraltro, quando si è predicato per anni il pacifismo “senza se e senza ma” e poi si è costretti a fare i conti, sia pure in modo blandissimo, con la realtà e con il realismo? Basta una minima concessione alla realtà, anche infinitesima purché non nulla, per entrare in rotta di collisione con la linea della pace a tutti i costi. Dice Bertinotti che si tratta di «un’area estrema della sinistra che contesta la non violenza». Stupisce che una persona intelligente e lucida nel ragionare – a differenza di certi Talleyrand da strapazzo – sia caduto in pieno in questa contraddizione. Quando ci si muove all’interno di linee basate sull’estremismo del “senza se e senza ma” si finisce inevitabilmente nella violenza. I pacifisti ad ogni costo sono per forza di cose dei violenti perché le posizioni assolute implicano l’intolleranza: non a caso “lottano” per la pace totale… Per averlo trascurato Bertinotti si è bruscamente risvegliato in mezzo a un ossimoro.
In linea di principio, nessuna persona sensata può non volere la pace. Il guaio è che esistono degli insensati – del genere Hitler o Ahmadinejad – che considerano la guerra come il mezzo ideale per imporre la loro visione del mondo e per i quali l’unico trattamento da riservare ai loro avversari è la soppressione. Che si fa con costoro? Non è lecito neppure difendersi?
Ricordo una trasmissione televisiva in cui un sacerdote assolutamente pacifista veniva incalzato con domande del tipo: «Lei che avrebbe fatto con Hitler?». E lui si arrabbattava con improbabili scenari di resistenze passive, fino al lancio di mazzi di fiori nei cannoni. Il radicalismo ha anche un volto ridicolo. Il guaio è che ha anche un volto cinico, perché è difficile spiegare quale giustizia sia quella che consente ai criminali di spadroneggiare indisturbati, e quale senso morale sia quello che ti permette di assistere passivamente alle stragi degli innocenti senza provare vergogna. Quel sacerdote, in fondo, era una brava persona: sudava e soffriva nella sua contraddizione insanabile. Ma c’è un modo di non soffrire, ed è quello di considerare gli assassini – del genere dei tagliatori di teste talebani o di coloro che spediscono donne e bambini a esplodere nei caffè israeliani – come vittime, che fanno del male sì, ma per colpa di qualcun altro e quindi sono giustificati.
I pacifisti “senza se e senza ma” sono stati educati a dividere il mondo in due: da un lato i “nemici” (Occidente, Israele) cui soltanto è imposto il divieto assoluto di guerra, dall’altro coloro che sono giustificati a compiere violenze in nome di una serie di ideali o di esigenze. Ricordate i “Partigiani della pace” di stalinista memoria? I pacifisti di oggi sono una variante della stessa scuola, con i dovuti aggiornamenti all’attualità. Il radicalismo conduce alla violenza e la parola “radicalità” Bertinotti l’ha pronunziata appena ieri, quando esprimeva il desiderio di essere a Vicenza, a marciare assieme ai pacifisti “senza se e senza ma”.
«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante Alighieri)
sabato 7 aprile 2007
martedì 3 aprile 2007
È vero, medie e licei sono allo sfascio, ma la (d)istruzione inizia alle elementari
(Settimanale Tempi, 29 marzo 2007)
Una settantina di anni fa il premio Nobel per la medicina Albert Szent-Györgyi emise questa sentenza: «Il futuro sarà come sono le scuole oggi». Roba da far tremare le gambe, se si pensa allo stato della scuola italiana. Eppure, siamo convinti che Szent-Györgyi avesse perfettamente ragione. Per questo, occuparsi del nostro sistema educativo è un dovere morale, un’urgenza assoluta.
Si parla molto della condizione drammatica in cui versano i licei e le scuole medie inferiori, ma non si dice che il disastro ha evidenti radici nella condizione delle scuole elementari. Si provi ad entrare in una classe elementare: assenza di qualsiasi disciplina, un chiasso indescrivibile, bambini che passeggiano per la classe mentre altri sono accasciati sui banchi senza far nulla. Conosco casi di bambini che sono tornati a casa dicendo di non voler più andare a scuola per il mal di testa provocato dal rumore, altri che si deprimono, altri ancora che si lamentano di annoiarsi. Del resto, basta leggere i rapporti dei tirocinanti per rendersi conto di quanto l’anarchia e il chiasso nelle elementari distruggano ogni sviluppo delle capacità di concentrazione e siano causa di incredibile inefficienza. A volte, in otto ore di tempo pieno si fa poco più di un dettato e dopo quattro mesi di scuola si è fermi ancora all’apprendimento del numero 9. Durante la ricreazione, poi, i più prepotenti impongono le loro regole e dettano legge su chi e come può partecipare ai giochi: è il bullismo in forma embrionale.
In tutto ciò cosa fa il maestro? Per lo più è sopraffatto. A parte i casi estremi, ma non infrequenti, di maestri che ricevono oggetti in testa e debbono persino farsi medicare, il maestro passa il tempo a tentare con scarso successo di domare la classe. Qualcuno si porta persino un fischietto in classe per farsi sentire. La vera ragione dell’impotenza dei docenti risiede negli effetti nefasti del “pedagogismo democratico”, come l’ha bene definito Ernesto Galli Della Loggia. È l’ideologia che capovolge qualsiasi forma di meritocrazia e si propone di fabbricare tanti individui tutti identici, tutti allo stesso livello. E siccome, in questa forma di cretinismo demagogico, nessuno deve restare indietro, bisogna sempre aspettare l’ultimo della classe, riservare a lui ogni cura e attenzione, “capire” e sopportare le sue intemperanze, invece di stimolarlo, con una sapiente miscela di bastone e di carota, ad adeguarsi al livello dei più capaci (che ci sono, non c’è niente da fare, non dispiaccia ai comunisti dell’intelligenza). Nel frattempo, i migliori vengono trascurati, e restano fermi in attesa, a vivacchiare nel chiasso e nel caos provocato dagli ultimi – quelli che non soltanto non fanno ma non lasciano fare – e che il buonismo democratico vieta di sanzionare. Inutile dire che una siffatta ideologia ha diviso il mondo degli insegnanti in due: coloro che soffrono e coloro che ne sono stati plasmati e che non sanno più neppure quale sia la funzione di un’educatore e non sono in grado di esprimere alcuna autorevolezza.
Il crollo della disciplina è quindi strettamente connesso allo sfacelo del modello educativo del pedagogismo democratico. Tuttavia, siccome la questione della disciplina ha raggiunto livelli di vera e propria emergenza, e in Italia per fare riforme ci vogliono tempi geologici – con il rischio di peggiorare la situazione esistente – intervenire nel primo ambito è divenuta un’urgenza assoluta, come soccorrere un diabetico in fin di vita per un’incidente stradale: alla cura del diabete ci si pensa dopo. Vi torneremo su la prossima volta.
Giorgio Israel
Una settantina di anni fa il premio Nobel per la medicina Albert Szent-Györgyi emise questa sentenza: «Il futuro sarà come sono le scuole oggi». Roba da far tremare le gambe, se si pensa allo stato della scuola italiana. Eppure, siamo convinti che Szent-Györgyi avesse perfettamente ragione. Per questo, occuparsi del nostro sistema educativo è un dovere morale, un’urgenza assoluta.
Si parla molto della condizione drammatica in cui versano i licei e le scuole medie inferiori, ma non si dice che il disastro ha evidenti radici nella condizione delle scuole elementari. Si provi ad entrare in una classe elementare: assenza di qualsiasi disciplina, un chiasso indescrivibile, bambini che passeggiano per la classe mentre altri sono accasciati sui banchi senza far nulla. Conosco casi di bambini che sono tornati a casa dicendo di non voler più andare a scuola per il mal di testa provocato dal rumore, altri che si deprimono, altri ancora che si lamentano di annoiarsi. Del resto, basta leggere i rapporti dei tirocinanti per rendersi conto di quanto l’anarchia e il chiasso nelle elementari distruggano ogni sviluppo delle capacità di concentrazione e siano causa di incredibile inefficienza. A volte, in otto ore di tempo pieno si fa poco più di un dettato e dopo quattro mesi di scuola si è fermi ancora all’apprendimento del numero 9. Durante la ricreazione, poi, i più prepotenti impongono le loro regole e dettano legge su chi e come può partecipare ai giochi: è il bullismo in forma embrionale.
In tutto ciò cosa fa il maestro? Per lo più è sopraffatto. A parte i casi estremi, ma non infrequenti, di maestri che ricevono oggetti in testa e debbono persino farsi medicare, il maestro passa il tempo a tentare con scarso successo di domare la classe. Qualcuno si porta persino un fischietto in classe per farsi sentire. La vera ragione dell’impotenza dei docenti risiede negli effetti nefasti del “pedagogismo democratico”, come l’ha bene definito Ernesto Galli Della Loggia. È l’ideologia che capovolge qualsiasi forma di meritocrazia e si propone di fabbricare tanti individui tutti identici, tutti allo stesso livello. E siccome, in questa forma di cretinismo demagogico, nessuno deve restare indietro, bisogna sempre aspettare l’ultimo della classe, riservare a lui ogni cura e attenzione, “capire” e sopportare le sue intemperanze, invece di stimolarlo, con una sapiente miscela di bastone e di carota, ad adeguarsi al livello dei più capaci (che ci sono, non c’è niente da fare, non dispiaccia ai comunisti dell’intelligenza). Nel frattempo, i migliori vengono trascurati, e restano fermi in attesa, a vivacchiare nel chiasso e nel caos provocato dagli ultimi – quelli che non soltanto non fanno ma non lasciano fare – e che il buonismo democratico vieta di sanzionare. Inutile dire che una siffatta ideologia ha diviso il mondo degli insegnanti in due: coloro che soffrono e coloro che ne sono stati plasmati e che non sanno più neppure quale sia la funzione di un’educatore e non sono in grado di esprimere alcuna autorevolezza.
Il crollo della disciplina è quindi strettamente connesso allo sfacelo del modello educativo del pedagogismo democratico. Tuttavia, siccome la questione della disciplina ha raggiunto livelli di vera e propria emergenza, e in Italia per fare riforme ci vogliono tempi geologici – con il rischio di peggiorare la situazione esistente – intervenire nel primo ambito è divenuta un’urgenza assoluta, come soccorrere un diabetico in fin di vita per un’incidente stradale: alla cura del diabete ci si pensa dopo. Vi torneremo su la prossima volta.
Giorgio Israel
Un articolo esemplare
Corriere della Sera - 2 aprile 2007
I video di YouTube: giovani, scuola, valori
ADDIO AI PADRI
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Il colloquio che segue è tratto da un filmato su YouTube, registrato con un cellulare nella classe di una scuola italiana la settimana scorsa. Un alunno di una quindicina d’anni, è vicino alla cattedra con un microfono in mano e finge un’intervista alla professoressa: Alunno : Ma lei, professoressa, ha mai provato a mettersi un dito nel culo?
Professoressa (imbarazzata e sussurrando): Ma che dici, via...
Alunno : Ma lei quanto guadagna?
Professoressa (come sopra): Non molto di certo...
Alunno : Pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?
Questo il brutale, e testuale, referto delle parole. Le quali obbligano a infischiarsene del moralismo e a porsi una domanda: che cosa è, che cosa bisogna pensare di un Paese dove in un’aula scolastica è possibile un simile scambio di battute? E dove è possibile che ciò accada senza che nelle 24 ore successive (almeno a quel che si sa) vi sia alcuna reazione significativa?
A proposito di episodi di brutalità, di violenza o di rifiuto delle regole più elementari del vivere civile come questo, che si susseguono nelle nostre scuole, non è più possibile evocare la categoria onnicomprensiva di «bullismo». Non è più possibile, cioè, rifugiarsi nella dimensione del patologico e magari pensare che l’azione di un ministro (che pure è necessaria e urgentissima: si svegli onorevole Fioroni, si svegli!) possa essere il rimedio. Certo: la scuola e l’istruzione sono coinvolte, eccome!, ma si tratta di ben altro.
Si tratta nella sostanza di una frattura immensa che nella nostra società si è aperta tra le generazioni. Una frattura che comporta spesso l’impossibilità di trasmettere dai padri ai figli i modelli comportamentali, le gerarchie dei valori accreditati, perfino le regole della quotidianità, che i primi bene o male si credevano tenuti a osservare e che i secondi oggi, invece, neppure quasi conoscono o trattano con assoluta noncuranza. Beninteso, nell’epoca della modernità tutti i passaggi generazionali hanno registrato un problema del genere, che però oggi si presenta in modo radicale per la presenza combinata di due fenomeni inediti e dirompenti. Da un lato l’enorme innalzamento del reddito che da mezzo secolo caratterizza tutte le nostre società, e che consente oggi anche ai giovanissimi, per non dire agli adolescenti, di avere in tasca (o di poter ragionevolmente aspirare ad averlo) denaro da spendere per un ammontare finora impensabile (quanti quindicenni nel 1960 potevano avere un mezzo di locomozione proprio?). Dall’altro, più o meno nello stesso periodo, ha preso forma una gigantesca rivoluzione scientifico-tecnica di portata generale, sì, ma capace di irrompere in modo pervasivo nella quotidianità del privato (si pensi alla pillola, alla tv, a Internet, all’ingegneria genetica), ed è in questa nuova quotidianità - distruttiva degli antichi universi valoriali e stilistici rappresentati esemplarmente dalla scuola - che si forma la nuova soggettività giovanile, forte del suo potere d’acquisto e non più orientata a un rapporto di imitazione con il mondo adulto ma piuttosto in arrogante, spesso aggressiva e violenta, contrapposizione a esso. Il cui simbolo è non a caso il cellulare.
E’ accaduto, insomma, che nel tardo XX secolo i giovani siano divenuti i fruitori/apostoli di tutte le maggiori novità tecnico-scientifiche e in genere della massiccia innovazione sociale, acquisendone per riverbero il prestigio e un profondo sentimento di autonomia.
I padri, invece, sono andati inevitabilmente perdendo, di pari pari passo, il senso culturale del proprio ruolo e dei valori ricevuti e la sicurezza in se stessi.
Tutto ciò è specialmente vero per l’Italia perché in Italia la cultura dei padri era particolarmente fragile. Priva di forti modelli tradizional-borghesi, influenzata profondamente dall’incerto permissivismo sessantottesco e dai luoghi comuni culturali del politicamente corretto, essa si è trovata in una situazione di totale debolezza davanti all’irruzione dei processi di autonomizzazione della soggettività giovanile. Non solo. Da noi era specialmente debole proprio l’istituzione deputata in primis a fare i conti con quella soggettività: la scuola. Cosa poteva mai opporre alla straordinaria sfida dell’epoca la povera scuola italiana, che arrivava all’appuntamento dominata dai sindacati, gestita da una lobby di pedagogisti di regime e guidata da politici paurosi, interessati solo alla carriera?
I video di YouTube: giovani, scuola, valori
ADDIO AI PADRI
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
Il colloquio che segue è tratto da un filmato su YouTube, registrato con un cellulare nella classe di una scuola italiana la settimana scorsa. Un alunno di una quindicina d’anni, è vicino alla cattedra con un microfono in mano e finge un’intervista alla professoressa: Alunno : Ma lei, professoressa, ha mai provato a mettersi un dito nel culo?
Professoressa (imbarazzata e sussurrando): Ma che dici, via...
Alunno : Ma lei quanto guadagna?
Professoressa (come sopra): Non molto di certo...
Alunno : Pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?
Questo il brutale, e testuale, referto delle parole. Le quali obbligano a infischiarsene del moralismo e a porsi una domanda: che cosa è, che cosa bisogna pensare di un Paese dove in un’aula scolastica è possibile un simile scambio di battute? E dove è possibile che ciò accada senza che nelle 24 ore successive (almeno a quel che si sa) vi sia alcuna reazione significativa?
A proposito di episodi di brutalità, di violenza o di rifiuto delle regole più elementari del vivere civile come questo, che si susseguono nelle nostre scuole, non è più possibile evocare la categoria onnicomprensiva di «bullismo». Non è più possibile, cioè, rifugiarsi nella dimensione del patologico e magari pensare che l’azione di un ministro (che pure è necessaria e urgentissima: si svegli onorevole Fioroni, si svegli!) possa essere il rimedio. Certo: la scuola e l’istruzione sono coinvolte, eccome!, ma si tratta di ben altro.
Si tratta nella sostanza di una frattura immensa che nella nostra società si è aperta tra le generazioni. Una frattura che comporta spesso l’impossibilità di trasmettere dai padri ai figli i modelli comportamentali, le gerarchie dei valori accreditati, perfino le regole della quotidianità, che i primi bene o male si credevano tenuti a osservare e che i secondi oggi, invece, neppure quasi conoscono o trattano con assoluta noncuranza. Beninteso, nell’epoca della modernità tutti i passaggi generazionali hanno registrato un problema del genere, che però oggi si presenta in modo radicale per la presenza combinata di due fenomeni inediti e dirompenti. Da un lato l’enorme innalzamento del reddito che da mezzo secolo caratterizza tutte le nostre società, e che consente oggi anche ai giovanissimi, per non dire agli adolescenti, di avere in tasca (o di poter ragionevolmente aspirare ad averlo) denaro da spendere per un ammontare finora impensabile (quanti quindicenni nel 1960 potevano avere un mezzo di locomozione proprio?). Dall’altro, più o meno nello stesso periodo, ha preso forma una gigantesca rivoluzione scientifico-tecnica di portata generale, sì, ma capace di irrompere in modo pervasivo nella quotidianità del privato (si pensi alla pillola, alla tv, a Internet, all’ingegneria genetica), ed è in questa nuova quotidianità - distruttiva degli antichi universi valoriali e stilistici rappresentati esemplarmente dalla scuola - che si forma la nuova soggettività giovanile, forte del suo potere d’acquisto e non più orientata a un rapporto di imitazione con il mondo adulto ma piuttosto in arrogante, spesso aggressiva e violenta, contrapposizione a esso. Il cui simbolo è non a caso il cellulare.
E’ accaduto, insomma, che nel tardo XX secolo i giovani siano divenuti i fruitori/apostoli di tutte le maggiori novità tecnico-scientifiche e in genere della massiccia innovazione sociale, acquisendone per riverbero il prestigio e un profondo sentimento di autonomia.
I padri, invece, sono andati inevitabilmente perdendo, di pari pari passo, il senso culturale del proprio ruolo e dei valori ricevuti e la sicurezza in se stessi.
Tutto ciò è specialmente vero per l’Italia perché in Italia la cultura dei padri era particolarmente fragile. Priva di forti modelli tradizional-borghesi, influenzata profondamente dall’incerto permissivismo sessantottesco e dai luoghi comuni culturali del politicamente corretto, essa si è trovata in una situazione di totale debolezza davanti all’irruzione dei processi di autonomizzazione della soggettività giovanile. Non solo. Da noi era specialmente debole proprio l’istituzione deputata in primis a fare i conti con quella soggettività: la scuola. Cosa poteva mai opporre alla straordinaria sfida dell’epoca la povera scuola italiana, che arrivava all’appuntamento dominata dai sindacati, gestita da una lobby di pedagogisti di regime e guidata da politici paurosi, interessati solo alla carriera?
mercoledì 28 marzo 2007
Odifreddi promette: se fosse in Iran, spernacchierebbe l’islam. Mandiamocelo
(Tempi, 22 marzo 2007)
Come dimenticare “Il matematico impertinente”, quell’incoerente “pastiche” di divulgazione scientifica di mediocrissimo livello, intessuto di imprecisioni e autentiche bufale, e inframezzato di ridicole interviste a Hitler, a Gesù o a Saramago? Già allora l’autore, il professor Piergiorgio Odifreddi, dichiarava il suo intento: contribuire a rendere «il mondo un luogo più sensato e la vita più degna di essere vissuta» facendo sì che «la matematica e la scienza prendano il posto della religione nella scuola e nei media». I risultati gli debbono essere sembrati insufficienti se ha tirato fuori un nuovo libro, “Perché non possiamo essere cristiani”, in cui passa direttamente alle vie di fatto: il Cristianesimo è una religione «per letterali cretini», «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» e la Bibbia un’accozzaglia di «assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie». Per l’intanto, lui ha provveduto a fornircene una “disamina” che è un’accozzaglia di sciocchezze, di affermazioni superficiali e ignoranti, scodellata con una tracotanza e un’incoscienza non degne di un docente universitario, per giunta di logica.
Per descrivere il modo di ragionare e la cultura dell’Impertinente basterà ricordare un paio di affermazioni che ha fatto alla trasmissione radiofonica Zapping. Dapprima ha osservato che il noto libro di Bertrand Russell “Perché non sono cristiano” era un po’ deboluccio – infatti il pusillanime Russell ha soltanto spiegato perché lui non era cristiano, non perché non si dovesse esserlo e poi non aveva la competenza nell’esegesi biblica del Nostro – e quindi bisognava dare un rinforzino. Quindi, ha risposto ai critici affermando che è una bestemmia confondere il Dio di Cartesio e di Einstein, che regola il mondo e anzi si identifica con le leggi che lo governano, con il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Doveva andarlo a raccontare a Cartesio, che chissà perché era dualista e sosteneva che l’infinito non può essere attinto dall’uomo perché appartiene soltanto a Dio; o a Einstein che sosteneva che senza mistero non c’è scienza. E doveva raccontarlo a Newton, che sosteneva che il Divino Operaio opera nel mondo correggendo attivamente le perturbazioni del sistema planetario, e tentava di spiegare la gravitazione universale in chiave teologica. Un emerito cretino, non c’è dubbio.
Ma il capolavoro dell’Impertinente è stato quando ha replicato all’accusa di non aver avuto il coraggio di prendersela con la religione musulmana, dicendo che lui se la prende con il Cristianesimo perché vive in Italia, ma che se vivesse in un paese islamico se la prenderebbe con l’islam… Tanto non ci vive, e il gioco è fatto. Viene da chiedere come mai non abbia aspettato di andare a vivere in Israele per prendersela con l’ebraismo. Nè varrebbe rispondere che lo ha fatto perché in Italia ci sono ebrei: di musulmani ce ne sono molti di più. Bel maestro di logica e di ragionamento! Probabilmente, quando prepara la pastasciutta gratta il parmigiano sull’acqua, e appena bolle l’acqua la butta sugli spaghetti.
Potremmo venirgli incontro. Facciamo una colletta per inviarlo in sabbatico da Ahmadinejad. Sono aperte le scommesse per vedere cosa succederà. Nelle speranze dei suoi adoratori – che in rete lo divinizzano: «libro straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia» – convertirà milioni di musulmani all’odifreddismo. Ma è più probabile che tornerà pubblicando un libro dal titolo “Il matematico talebano”.
Giorgio Israel
Cfr. anche i post del 13 marzo 2007 e del 21 aprile 2008
Come dimenticare “Il matematico impertinente”, quell’incoerente “pastiche” di divulgazione scientifica di mediocrissimo livello, intessuto di imprecisioni e autentiche bufale, e inframezzato di ridicole interviste a Hitler, a Gesù o a Saramago? Già allora l’autore, il professor Piergiorgio Odifreddi, dichiarava il suo intento: contribuire a rendere «il mondo un luogo più sensato e la vita più degna di essere vissuta» facendo sì che «la matematica e la scienza prendano il posto della religione nella scuola e nei media». I risultati gli debbono essere sembrati insufficienti se ha tirato fuori un nuovo libro, “Perché non possiamo essere cristiani”, in cui passa direttamente alle vie di fatto: il Cristianesimo è una religione «per letterali cretini», «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» e la Bibbia un’accozzaglia di «assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie». Per l’intanto, lui ha provveduto a fornircene una “disamina” che è un’accozzaglia di sciocchezze, di affermazioni superficiali e ignoranti, scodellata con una tracotanza e un’incoscienza non degne di un docente universitario, per giunta di logica.
Per descrivere il modo di ragionare e la cultura dell’Impertinente basterà ricordare un paio di affermazioni che ha fatto alla trasmissione radiofonica Zapping. Dapprima ha osservato che il noto libro di Bertrand Russell “Perché non sono cristiano” era un po’ deboluccio – infatti il pusillanime Russell ha soltanto spiegato perché lui non era cristiano, non perché non si dovesse esserlo e poi non aveva la competenza nell’esegesi biblica del Nostro – e quindi bisognava dare un rinforzino. Quindi, ha risposto ai critici affermando che è una bestemmia confondere il Dio di Cartesio e di Einstein, che regola il mondo e anzi si identifica con le leggi che lo governano, con il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Doveva andarlo a raccontare a Cartesio, che chissà perché era dualista e sosteneva che l’infinito non può essere attinto dall’uomo perché appartiene soltanto a Dio; o a Einstein che sosteneva che senza mistero non c’è scienza. E doveva raccontarlo a Newton, che sosteneva che il Divino Operaio opera nel mondo correggendo attivamente le perturbazioni del sistema planetario, e tentava di spiegare la gravitazione universale in chiave teologica. Un emerito cretino, non c’è dubbio.
Ma il capolavoro dell’Impertinente è stato quando ha replicato all’accusa di non aver avuto il coraggio di prendersela con la religione musulmana, dicendo che lui se la prende con il Cristianesimo perché vive in Italia, ma che se vivesse in un paese islamico se la prenderebbe con l’islam… Tanto non ci vive, e il gioco è fatto. Viene da chiedere come mai non abbia aspettato di andare a vivere in Israele per prendersela con l’ebraismo. Nè varrebbe rispondere che lo ha fatto perché in Italia ci sono ebrei: di musulmani ce ne sono molti di più. Bel maestro di logica e di ragionamento! Probabilmente, quando prepara la pastasciutta gratta il parmigiano sull’acqua, e appena bolle l’acqua la butta sugli spaghetti.
Potremmo venirgli incontro. Facciamo una colletta per inviarlo in sabbatico da Ahmadinejad. Sono aperte le scommesse per vedere cosa succederà. Nelle speranze dei suoi adoratori – che in rete lo divinizzano: «libro straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia» – convertirà milioni di musulmani all’odifreddismo. Ma è più probabile che tornerà pubblicando un libro dal titolo “Il matematico talebano”.
Giorgio Israel
Cfr. anche i post del 13 marzo 2007 e del 21 aprile 2008
lunedì 26 marzo 2007
Il nuovo vitello d'oro
Il professor Piergiorgio Odifreddi si pone - dice lui - l'obbiettivo di distruggere le superstizioni (cioé le religioni) e far trionfare il pensiero razionale (cioé scientifico e matematico).
Intanto sta creando una nuova fede in... lui.
Dai commenti dei suoi lettori su Internet Bookshop al suo nuovo libro "Perché non possiamo essere cristiani" (in cui si sostiene che si può essere cristiani soltanto essendo cretini, e che questo non stupisce perché metà della popolazione mondiale è cretina):
“Personalmente credo che questo sia un libro da obbligare [sic] nelle scuole, accanto alla bibbia, magari. Malgrado quest'ultima abbia nulla della autorevolezza del libro di Odifreddi".
"Straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia".
Insomma, abbiamo il nuovo vitello d'oro.
Gli auguriamo con tutto il cuore di non fare la fine del primo.
P.S.
Uno dei lettori commenta così il libro:
"Un libro interessante, pragmatico, cinico ed anti-cristiano: cosa si può chiedere di più? Niente."
Che strano... A giudicare da questa frase avrei detto che il lettore è un cristiano.
Intanto sta creando una nuova fede in... lui.
Dai commenti dei suoi lettori su Internet Bookshop al suo nuovo libro "Perché non possiamo essere cristiani" (in cui si sostiene che si può essere cristiani soltanto essendo cretini, e che questo non stupisce perché metà della popolazione mondiale è cretina):
“Personalmente credo che questo sia un libro da obbligare [sic] nelle scuole, accanto alla bibbia, magari. Malgrado quest'ultima abbia nulla della autorevolezza del libro di Odifreddi".
"Straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia".
Insomma, abbiamo il nuovo vitello d'oro.
Gli auguriamo con tutto il cuore di non fare la fine del primo.
P.S.
Uno dei lettori commenta così il libro:
"Un libro interessante, pragmatico, cinico ed anti-cristiano: cosa si può chiedere di più? Niente."
Che strano... A giudicare da questa frase avrei detto che il lettore è un cristiano.
giovedì 22 marzo 2007
Mulino Bianco in Scozia
Su segnalazione di un lettore di questo blog, lettera inviata al Foglio
Signor Direttore,
secondo una direttiva pubblicata dal Servizio Sanitario Nazionale della Scozia , le infermiere e gli operatori sanitari dovranno evitare nelle comunicazioni all'interno degli ospedali l'uso dei termini "papà" ("dad") e "mamma" ("mom") per non offendere le coppie omosessuali. A questi termini andranno sostituiti quelli di "parents", "carers" e "guardians"... Altrettanto da evitare sono i termini "marito" e moglie", da sostituire con l'uso di "partner", ritenuto preferibile a quello alternativo di "next of kin". Si invita anche ad affiggere negli ospedali poster di coppie omossessuali felici, dello stile "Mulino Bianco". Queste raccomandazioni, che si propone diventino presto direttive tassative, sono state emanate in un opuscolo che invita in tono intimidatorio alla "tolleranza zero nei confronti del linguaggio discriminatorio" e che è stato pubblicato a spese del contribuente come parte del programma "Equality and Diversity".
Ci sarebbe da ridere per questa escalation di imbecillità del politicamente corretto, se non si trattasse di qualcosa che ormai attenta direttamente alle libertà personali.
Propongo che il Family Day previsto per il 12 maggio venga denominato "Family Day of Mom and Dad", ovvero "Giorno della famiglia di mamma e papà". Sarà uno stimolo ulteriore a parteciparvi.
Giorgio Israel
Signor Direttore,
secondo una direttiva pubblicata dal Servizio Sanitario Nazionale della Scozia , le infermiere e gli operatori sanitari dovranno evitare nelle comunicazioni all'interno degli ospedali l'uso dei termini "papà" ("dad") e "mamma" ("mom") per non offendere le coppie omosessuali. A questi termini andranno sostituiti quelli di "parents", "carers" e "guardians"... Altrettanto da evitare sono i termini "marito" e moglie", da sostituire con l'uso di "partner", ritenuto preferibile a quello alternativo di "next of kin". Si invita anche ad affiggere negli ospedali poster di coppie omossessuali felici, dello stile "Mulino Bianco". Queste raccomandazioni, che si propone diventino presto direttive tassative, sono state emanate in un opuscolo che invita in tono intimidatorio alla "tolleranza zero nei confronti del linguaggio discriminatorio" e che è stato pubblicato a spese del contribuente come parte del programma "Equality and Diversity".
Ci sarebbe da ridere per questa escalation di imbecillità del politicamente corretto, se non si trattasse di qualcosa che ormai attenta direttamente alle libertà personali.
Propongo che il Family Day previsto per il 12 maggio venga denominato "Family Day of Mom and Dad", ovvero "Giorno della famiglia di mamma e papà". Sarà uno stimolo ulteriore a parteciparvi.
Giorgio Israel
martedì 13 marzo 2007
Per Odifreddi il compito della scienza è sfottere cristiani ed ebrei
Matematico impertinente ma poco coraggioso
Nel suo ultimo libro il professore dà di cretini ai credenti, ma si guarda bene dal coinvolgere i musulmani
Immaginate che si pubblichi un libro dal titolo “Perché non possiamo essere musulmani”. Immaginate che vi si affermi che l’islam è una religione per «letterali cretini e non adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo», e si spieghi che, poiché «la statistica insegna» (sic) che metà della popolazione mondiale è cretina, non è da stupirsi che ci sia un miliardo di musulmani. Immaginate che si sbeffeggi Maometto come “el libertador” e “el conquistador”. Immaginate tantissime piacevolezze consimili e tirate le somme. Le reazioni a un simile libro, disponibile a pile nelle librerie, farebbero impallidire quelle alle celebri vignette danesi. Il ministro degli interni dovrebbe proteggere con una robusta scorta l’autore, l’esimio professor Piergiorgio Odifreddi, colpito da una fatwa, in attesa che il ministro degli esteri calmi le acque, inviandolo in esilio su un atollo per evitare il taglio dei rifornimenti petroliferi.
Ma non temete. Il libro c’è, ma al posto dei musulmani ci sono i cristiani. Il professor Odifreddi si proclama ateo integrale, è un leader dell’UAAR (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti), assieme a Carlo Flamigni, Margherita Hack, Pietro Omodeo, Sergio Staino ed altri, ma, sebbene consideri la religione roba da minorati mentali, picchia duro soltanto su due religioni: ebraismo e cristianesimo. Anzi, si mostra commosso per i soprusi che le due più malefiche creazioni dell’idiozia umana hanno esercitato nei confronti delle altre religioni. Insomma, l’esimio professore non è un cuor di leone, ma l’espressione del più comune conformismo: quello di chi corre a tirare pugni laddove è certo di non correre rischi, e anzi dove spera di essere incoronato novello Voltaire.
Le finalità del libro sono chiare. In primo luogo, mostrare che l’ebraismo è, in soldoni, il tentativo di stabilire su basi teologiche il diritto a una terra: un disegno perverso che ha condotto alla costituzione di Israele, dal nostro definito in un’intervista uno “stato fascista”. E poi dimostrare che quel tal Gesù era mezzo mago, mezzo imbonitore di ridicole storielle, sulle quali è stato costruito un edificio teologico inconsistente e assurdo e un sistema di potere che ha prodotto soltanto delitti e misfatti. Del resto, è noto da un pezzo che questa è la missione del professor Odifreddi. Ma ora siamo all’ossessione. Qualsiasi cosa gli si chieda, anche che tempo fa, il professore risponde imprecando contro Dio e Gesù. In una recente intervista, gli è stato chiesto cosa pensasse del progetto francese di introdurre il calcolo aritmetico fin dall’asilo e prontamente ha risposto che saper fare 2 + 2 predispone a capire meglio che le tesi secondo cui siamo stati creati da Dio o sotto un cavolo sono entrambe “spiegazioni demenziali”.
Le letture recenti del professor Odifreddi sono il “Diario di Bolivia” ed il manuale “La Guerra di Guerriglia” di Che Guevara, come racconta in un’intervista, «forse l’ultima prima di imbracciare il fucile e andare in montagna»: forse crede di dar prova di humour e non sa che in montagna col fucile ci sta da un pezzo. Almeno fin dal suo “Il matematico impertinente” in cui dichiarava guerra all’era delle tre B, Berlusconi, Benedetto XVI e Bush. Del primo si è disfatto. Liquiderà il secondo con questo libro, e completerà la trilogia con la demolizione del Grande Satana USA (e, come corollario, del Piccolo Satana sionista). Per realizzare il secondo obbiettivo, il nostro non si è risparmiato, almeno in apparenza, vista la mole di citazioni e di disquisizioni filologiche di cui il libro è cosparso. Si direbbe che egli abbia passato anni a studiare l’ebraico e ad approfondire l’esegesi biblica – una via crucis intellettuale, come confessa nauseato. Ma per crederlo bisogna essere ingenui o bendisposti. Non serve neanche grattare in superficie per constatare di quale accozzaglia malamente rabberciata di informazioni di terza mano, probabilmente raccolte sul web, su enciclopedie e dizionari, sia composta la via crucis. È una sequenza di scoperte dell’ombrello (Elohim che è un plurale), di ridicole definizioni in pillola di temi su cui sono stati scritti libri (come il golem), o di elenchi di traduzioni di locuzioni bibliche, la cui diversità viene esibita come prova di non si sa bene quale confusione mentale anziché dell’incapacità del nostro ebraista di dirci qual è quella giusta. E francamente non vale la pena di continuare. Non soltanto perché la qualità del libro non lo merita, ma perché raramente è dato leggere una tale pizza, una vera via crucis di noia, ravvivata soltanto (per chi ama queste cose) da insulti o da osservazioni pecoreccie del tipo: «come simbolo del pene, il serpente sarà pure insinuante e viscido [sic], ma è un po’ moscio: può però facilmente ergersi in un duro bastone, e afflosciarsi in un serpente, anche nelle mani di Mosé».
Potremmo chiudere qui ed anzi chiederci se valeva la pena spendere tante parole, se non fosse che questa vicenda tristanzuola solleva una questione importante. Il professor Odifreddi non è un quidam: egli si è ormai affermato come uno dei principali esponenti della cultura scientifica in Italia. Gli vengono conferiti premi ed onorificenze a mazzi. Di lui si parla, senza tema del ridicolo, non come di un dignitoso ricercatore, ma come di un “vertice mondiale”, che fa avanzare la cultura scientifica con uno “spirito acuto e brillante” e una “cultura di vastità rara” (sito Cicap di Piero Angela ed altri). Egli è il dominus della scienza sui giornali, sulle televisioni e sulle radio e non c’è festival, kermesse, teatro o manifestazione dedicata alla scienza di cui non sia la prima donna. Persino il sindaco di Roma, Walter Veltroni – incurante o ignaro di essere stato trattato da Odifreddi alla stregua di un leccapiedi, uno di coloro che si genuflettono davanti a papi e cardinali – gli ha conferito l’incarico di direttore scientifico del Festival della Matematica di Roma. Insomma, siamo in pieno “odifreddismo”. E qui occorre chiedersi perché e quali sono le conseguenze.
Il fatto è che lo “stile Odifreddi” esprime al meglio la tendenza a ridurre la cultura e la divulgazione scientifica a spettacolo, festa, divertimento. Non c’è bisogno di difendere un’idea noiosa e austera della scienza per dire che non è sensato ridurla a una sagra della porchetta. È una buona idea imbonire i giovani facendo credere che la scienza sia qualcosa che si apprende giocando? Prendiamo il caso del Festival della Matematica. Vi si mette in scena una sfida tra il campione di scacchi Spassky e quindici matematici. Il risultato sarà ovviamente che le quindici “spalle” verranno sonoramente battute. Quale messaggio s’intende così trasmettere? Sfidiamo a trovarne uno dotato di un minimo di senso, salvo il fine in sé di inscenare uno spettacolo circense. E che dire della conferenza-spettacolo di Don Prezzemolo–Dario Fo? O dello show animato, manco a dirlo, da Serena Dandini? O della stantìa riproposizione del film “Morte di un matematico napoletano”, esemplare di una filmografia “matematica” in cui tutto si fa salvo che trasmettere un’idea sia pure ectoplasmatica di questa scienza? Come ha scritto Michele Emmer, «ben vengano le feste di qualsiasi cosa, anche di matematica, purché non pretendano di fornire la via maestra alla comprensione delle cose», mentre il guaio è che «nella glamourizzazione in corso vincono gli scienziati, ma perde la scienza».
Ma c’è un secondo aspetto: l’“odifreddismo” sostituisce metodicamente i contenuti scientifici con contenuti politici e ideologici, con una battaglia laicista, atea, anticlericale, antiamericana, antisionista e quant’altro. Basta seguire la produzione letteraria di Odifreddi: i contenuti scientifici – peraltro sempre trasmessi con una divulgazione di qualità talmente discutibile da rendere le espressioni di lode una manifestazione di umiliante piaggieria – man mano si dileguano per lasciare il posto alla rissa politica.
Le conseguenze si vedono. L’“odifreddismo” provoca soltanto contrapposizioni ideologiche frontali e furenti. Basta dare una scorsa, sul sito InternetBookshop, alla valanga di “recensioni” dei lettori ai libri di Odifreddi. È un mondo spaccato a metà: da un lato, i fans del professore, che proclamano la loro fede atea e postcomunista, arrivando persino a dire di essere certi che il libro è meraviglioso anche se non l’hanno ancora letto; dall’altro, coloro che si sentono beffati nella speranza di leggere di scienza e si vedono invece semplicemente dileggiati nelle loro convinzioni profonde. Un bel trionfo della razionalità, non c’è che dire.
C’è chi difende Odifreddi dicendo che è comunque un bene che si parli di scienza e di matematica. È l’insulsa massima «qu’on en parle, bien ou mal, mais qu’on en parle». Vogliamo davvero far credere che il compito principale della scienza sia dimostrare che la religione è pura demenza? Il risultato sarà che metà dei giovani fuggirà verso altri lidi, e l’altra metà si iscriverà alle facoltà scientifiche credendo che studiare scienza significhi spernacchiare su Gesù e Mosé, gridare “Bush boia” o fare interviste a Hitler. Un bel capolavoro per chi piange da mane a sera sulle misere sorti della scienza in Italia.
Coloro che hanno accettato, per ragioni mediatiche o politiche, Odifreddi come profeta ed esponente della cultura scientifica di questo paese dovrebbero riflettere. Se fossimo davvero – come pretende qualche imbecille – dei “nemici della scienza”, tiferemmo senz’altro “forza Odifreddi”.
Giorgio Israel
(Il Foglio, 13 marzo 2007)
Nel suo ultimo libro il professore dà di cretini ai credenti, ma si guarda bene dal coinvolgere i musulmani
Immaginate che si pubblichi un libro dal titolo “Perché non possiamo essere musulmani”. Immaginate che vi si affermi che l’islam è una religione per «letterali cretini e non adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo», e si spieghi che, poiché «la statistica insegna» (sic) che metà della popolazione mondiale è cretina, non è da stupirsi che ci sia un miliardo di musulmani. Immaginate che si sbeffeggi Maometto come “el libertador” e “el conquistador”. Immaginate tantissime piacevolezze consimili e tirate le somme. Le reazioni a un simile libro, disponibile a pile nelle librerie, farebbero impallidire quelle alle celebri vignette danesi. Il ministro degli interni dovrebbe proteggere con una robusta scorta l’autore, l’esimio professor Piergiorgio Odifreddi, colpito da una fatwa, in attesa che il ministro degli esteri calmi le acque, inviandolo in esilio su un atollo per evitare il taglio dei rifornimenti petroliferi.
Ma non temete. Il libro c’è, ma al posto dei musulmani ci sono i cristiani. Il professor Odifreddi si proclama ateo integrale, è un leader dell’UAAR (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti), assieme a Carlo Flamigni, Margherita Hack, Pietro Omodeo, Sergio Staino ed altri, ma, sebbene consideri la religione roba da minorati mentali, picchia duro soltanto su due religioni: ebraismo e cristianesimo. Anzi, si mostra commosso per i soprusi che le due più malefiche creazioni dell’idiozia umana hanno esercitato nei confronti delle altre religioni. Insomma, l’esimio professore non è un cuor di leone, ma l’espressione del più comune conformismo: quello di chi corre a tirare pugni laddove è certo di non correre rischi, e anzi dove spera di essere incoronato novello Voltaire.
Le finalità del libro sono chiare. In primo luogo, mostrare che l’ebraismo è, in soldoni, il tentativo di stabilire su basi teologiche il diritto a una terra: un disegno perverso che ha condotto alla costituzione di Israele, dal nostro definito in un’intervista uno “stato fascista”. E poi dimostrare che quel tal Gesù era mezzo mago, mezzo imbonitore di ridicole storielle, sulle quali è stato costruito un edificio teologico inconsistente e assurdo e un sistema di potere che ha prodotto soltanto delitti e misfatti. Del resto, è noto da un pezzo che questa è la missione del professor Odifreddi. Ma ora siamo all’ossessione. Qualsiasi cosa gli si chieda, anche che tempo fa, il professore risponde imprecando contro Dio e Gesù. In una recente intervista, gli è stato chiesto cosa pensasse del progetto francese di introdurre il calcolo aritmetico fin dall’asilo e prontamente ha risposto che saper fare 2 + 2 predispone a capire meglio che le tesi secondo cui siamo stati creati da Dio o sotto un cavolo sono entrambe “spiegazioni demenziali”.
Le letture recenti del professor Odifreddi sono il “Diario di Bolivia” ed il manuale “La Guerra di Guerriglia” di Che Guevara, come racconta in un’intervista, «forse l’ultima prima di imbracciare il fucile e andare in montagna»: forse crede di dar prova di humour e non sa che in montagna col fucile ci sta da un pezzo. Almeno fin dal suo “Il matematico impertinente” in cui dichiarava guerra all’era delle tre B, Berlusconi, Benedetto XVI e Bush. Del primo si è disfatto. Liquiderà il secondo con questo libro, e completerà la trilogia con la demolizione del Grande Satana USA (e, come corollario, del Piccolo Satana sionista). Per realizzare il secondo obbiettivo, il nostro non si è risparmiato, almeno in apparenza, vista la mole di citazioni e di disquisizioni filologiche di cui il libro è cosparso. Si direbbe che egli abbia passato anni a studiare l’ebraico e ad approfondire l’esegesi biblica – una via crucis intellettuale, come confessa nauseato. Ma per crederlo bisogna essere ingenui o bendisposti. Non serve neanche grattare in superficie per constatare di quale accozzaglia malamente rabberciata di informazioni di terza mano, probabilmente raccolte sul web, su enciclopedie e dizionari, sia composta la via crucis. È una sequenza di scoperte dell’ombrello (Elohim che è un plurale), di ridicole definizioni in pillola di temi su cui sono stati scritti libri (come il golem), o di elenchi di traduzioni di locuzioni bibliche, la cui diversità viene esibita come prova di non si sa bene quale confusione mentale anziché dell’incapacità del nostro ebraista di dirci qual è quella giusta. E francamente non vale la pena di continuare. Non soltanto perché la qualità del libro non lo merita, ma perché raramente è dato leggere una tale pizza, una vera via crucis di noia, ravvivata soltanto (per chi ama queste cose) da insulti o da osservazioni pecoreccie del tipo: «come simbolo del pene, il serpente sarà pure insinuante e viscido [sic], ma è un po’ moscio: può però facilmente ergersi in un duro bastone, e afflosciarsi in un serpente, anche nelle mani di Mosé».
Potremmo chiudere qui ed anzi chiederci se valeva la pena spendere tante parole, se non fosse che questa vicenda tristanzuola solleva una questione importante. Il professor Odifreddi non è un quidam: egli si è ormai affermato come uno dei principali esponenti della cultura scientifica in Italia. Gli vengono conferiti premi ed onorificenze a mazzi. Di lui si parla, senza tema del ridicolo, non come di un dignitoso ricercatore, ma come di un “vertice mondiale”, che fa avanzare la cultura scientifica con uno “spirito acuto e brillante” e una “cultura di vastità rara” (sito Cicap di Piero Angela ed altri). Egli è il dominus della scienza sui giornali, sulle televisioni e sulle radio e non c’è festival, kermesse, teatro o manifestazione dedicata alla scienza di cui non sia la prima donna. Persino il sindaco di Roma, Walter Veltroni – incurante o ignaro di essere stato trattato da Odifreddi alla stregua di un leccapiedi, uno di coloro che si genuflettono davanti a papi e cardinali – gli ha conferito l’incarico di direttore scientifico del Festival della Matematica di Roma. Insomma, siamo in pieno “odifreddismo”. E qui occorre chiedersi perché e quali sono le conseguenze.
Il fatto è che lo “stile Odifreddi” esprime al meglio la tendenza a ridurre la cultura e la divulgazione scientifica a spettacolo, festa, divertimento. Non c’è bisogno di difendere un’idea noiosa e austera della scienza per dire che non è sensato ridurla a una sagra della porchetta. È una buona idea imbonire i giovani facendo credere che la scienza sia qualcosa che si apprende giocando? Prendiamo il caso del Festival della Matematica. Vi si mette in scena una sfida tra il campione di scacchi Spassky e quindici matematici. Il risultato sarà ovviamente che le quindici “spalle” verranno sonoramente battute. Quale messaggio s’intende così trasmettere? Sfidiamo a trovarne uno dotato di un minimo di senso, salvo il fine in sé di inscenare uno spettacolo circense. E che dire della conferenza-spettacolo di Don Prezzemolo–Dario Fo? O dello show animato, manco a dirlo, da Serena Dandini? O della stantìa riproposizione del film “Morte di un matematico napoletano”, esemplare di una filmografia “matematica” in cui tutto si fa salvo che trasmettere un’idea sia pure ectoplasmatica di questa scienza? Come ha scritto Michele Emmer, «ben vengano le feste di qualsiasi cosa, anche di matematica, purché non pretendano di fornire la via maestra alla comprensione delle cose», mentre il guaio è che «nella glamourizzazione in corso vincono gli scienziati, ma perde la scienza».
Ma c’è un secondo aspetto: l’“odifreddismo” sostituisce metodicamente i contenuti scientifici con contenuti politici e ideologici, con una battaglia laicista, atea, anticlericale, antiamericana, antisionista e quant’altro. Basta seguire la produzione letteraria di Odifreddi: i contenuti scientifici – peraltro sempre trasmessi con una divulgazione di qualità talmente discutibile da rendere le espressioni di lode una manifestazione di umiliante piaggieria – man mano si dileguano per lasciare il posto alla rissa politica.
Le conseguenze si vedono. L’“odifreddismo” provoca soltanto contrapposizioni ideologiche frontali e furenti. Basta dare una scorsa, sul sito InternetBookshop, alla valanga di “recensioni” dei lettori ai libri di Odifreddi. È un mondo spaccato a metà: da un lato, i fans del professore, che proclamano la loro fede atea e postcomunista, arrivando persino a dire di essere certi che il libro è meraviglioso anche se non l’hanno ancora letto; dall’altro, coloro che si sentono beffati nella speranza di leggere di scienza e si vedono invece semplicemente dileggiati nelle loro convinzioni profonde. Un bel trionfo della razionalità, non c’è che dire.
C’è chi difende Odifreddi dicendo che è comunque un bene che si parli di scienza e di matematica. È l’insulsa massima «qu’on en parle, bien ou mal, mais qu’on en parle». Vogliamo davvero far credere che il compito principale della scienza sia dimostrare che la religione è pura demenza? Il risultato sarà che metà dei giovani fuggirà verso altri lidi, e l’altra metà si iscriverà alle facoltà scientifiche credendo che studiare scienza significhi spernacchiare su Gesù e Mosé, gridare “Bush boia” o fare interviste a Hitler. Un bel capolavoro per chi piange da mane a sera sulle misere sorti della scienza in Italia.
Coloro che hanno accettato, per ragioni mediatiche o politiche, Odifreddi come profeta ed esponente della cultura scientifica di questo paese dovrebbero riflettere. Se fossimo davvero – come pretende qualche imbecille – dei “nemici della scienza”, tiferemmo senz’altro “forza Odifreddi”.
Giorgio Israel
(Il Foglio, 13 marzo 2007)
lunedì 12 marzo 2007
Dicono che D’Alema sia razionale. Io non rinuncio al beneficio del dubbio
(pubblicato su Tempi, 8 marzo 2007)
Fabrizio Rondolino ha pubblicato sul Corriere della Sera un’appassionata filippica in difesa di Massimo D’Alema che evoca l’aforisma di Lucio Colletti secondo cui la metodologia è la scienza dei nullatenenti. Dice Rondolino che D’Alema si è trovato a far politica in un’Italia «stordita e stravolta dal crollo dei partiti democratici», in cui si sono scatenate «le forze primordiali e belluine della sinistra antioccidentale, del centro clericale e della destra xenofoba». In questa «ex-Jugoslavia della politica» D’Alema ha provato a fare le due sole cose che andavano fatte: un accordo bipartisan per una nuova costituzione e un governo di centro-sinistra senza comunisti. Anche se non ci fosse riuscito per suoi difetti, continua Rondolino, questi nodi andranno comunque affrontati, e allora bisognerà approdare alla razionalità di D’Alema, un politico che «maneggia la complessità con gli strumenti della ragione», a cui vanno i «lazzi del pubblico pagante» in un paese «bendisposto verso le servette».
Come non essere d’accordo circa la necessità di una riforma costituzionale concordata? E chi non vorrebbe un partito di sinistra autenticamente riformista? Concediamo pure che D’Alema ha fallito non perché sia – come ha scritto Andrea Romano – «un mesto incrocio fra Don Chisciotte e Don Abbondio», bensì per la cretinaggine altrui. Ma siamo ancora alla metodologia pura. Per farle davvero quelle cose, ci vuole la cultura politica adatta. Qui casca l’asino, perché è tutto da dimostrare che D’Alema pensi in termini davvero riformisti e che non resti invece un comunista, sia pure in incognito. La razionalità in sé e per sé è un macinino, bisogna vedere che cosa ci si mette dentro e che cosa esce fuori. E quel che produce la razionalità di D’Alema spesso è inquietante. Sì, è noto che D’Alema periodicamente bacchetta il corporativismo dei sindacati, bastona l’estrema sinistra, comanda un bombardamento sul Kossovo o telefona a Condi. Poi però al primo strillo dei sindacati fa macchina indietro, e assume posizioni di politica estera che soddisfano talmente l’estrema sinistra, da farle levare il grido di dolore che si è sentito dopo il suo discorso al Senato: ma perché, dopo aver detto cose tanto giuste, vuoi che ci sorbiamo la base di Vicenza e la missione in Afghanistan?
Per capire quanto D’Alema ami gli Stati Uniti occorre riascoltare la famosa intervista in rete dell’inizio del 2006, in cui disse che gli Stati Uniti conoscono soltanto l’ideologia della violenza, mentre l’Europa è “superiore”. Occorre ricordare le assurdità dette durante la guerra del Libano, la comprensione per Hezbollah e l’incomprensione sistematica per Israele. Ma basta da solo il recente apprezzamento del riconoscimento “implicito” di Israele da parte di Hamas. Che magnifica dimostrazione di senso istituzionale parlare di riconoscimento “implicito” nei confronti di uno stato membro dell’ONU da sessant’anni!
D’Alema ha anche detto che nel Partito Democratico bisognerà continuare a chiamarsi “compagni”, perché i compagni sono quelli con cui si condividono gli ideali. Ognuno ha diritto di coltivare le sue attrazioni profonde; di guardare con nostalgia, dal fondo della barbarie odierna, al mondo in cui c’era il PCI; di pensare Togliatti e Berlinguer come campioni di razionalità; e persino di credere che il comunismo non c’entri nulla con le forze belluine antioccidentali. Purché non pretenda di farlo credere agli altri e non si illuda che su questo terreno sia facile creare una visione condivisa della politica e, soprattutto, un nuovo riformismo.
Giorgio Israel
Fabrizio Rondolino ha pubblicato sul Corriere della Sera un’appassionata filippica in difesa di Massimo D’Alema che evoca l’aforisma di Lucio Colletti secondo cui la metodologia è la scienza dei nullatenenti. Dice Rondolino che D’Alema si è trovato a far politica in un’Italia «stordita e stravolta dal crollo dei partiti democratici», in cui si sono scatenate «le forze primordiali e belluine della sinistra antioccidentale, del centro clericale e della destra xenofoba». In questa «ex-Jugoslavia della politica» D’Alema ha provato a fare le due sole cose che andavano fatte: un accordo bipartisan per una nuova costituzione e un governo di centro-sinistra senza comunisti. Anche se non ci fosse riuscito per suoi difetti, continua Rondolino, questi nodi andranno comunque affrontati, e allora bisognerà approdare alla razionalità di D’Alema, un politico che «maneggia la complessità con gli strumenti della ragione», a cui vanno i «lazzi del pubblico pagante» in un paese «bendisposto verso le servette».
Come non essere d’accordo circa la necessità di una riforma costituzionale concordata? E chi non vorrebbe un partito di sinistra autenticamente riformista? Concediamo pure che D’Alema ha fallito non perché sia – come ha scritto Andrea Romano – «un mesto incrocio fra Don Chisciotte e Don Abbondio», bensì per la cretinaggine altrui. Ma siamo ancora alla metodologia pura. Per farle davvero quelle cose, ci vuole la cultura politica adatta. Qui casca l’asino, perché è tutto da dimostrare che D’Alema pensi in termini davvero riformisti e che non resti invece un comunista, sia pure in incognito. La razionalità in sé e per sé è un macinino, bisogna vedere che cosa ci si mette dentro e che cosa esce fuori. E quel che produce la razionalità di D’Alema spesso è inquietante. Sì, è noto che D’Alema periodicamente bacchetta il corporativismo dei sindacati, bastona l’estrema sinistra, comanda un bombardamento sul Kossovo o telefona a Condi. Poi però al primo strillo dei sindacati fa macchina indietro, e assume posizioni di politica estera che soddisfano talmente l’estrema sinistra, da farle levare il grido di dolore che si è sentito dopo il suo discorso al Senato: ma perché, dopo aver detto cose tanto giuste, vuoi che ci sorbiamo la base di Vicenza e la missione in Afghanistan?
Per capire quanto D’Alema ami gli Stati Uniti occorre riascoltare la famosa intervista in rete dell’inizio del 2006, in cui disse che gli Stati Uniti conoscono soltanto l’ideologia della violenza, mentre l’Europa è “superiore”. Occorre ricordare le assurdità dette durante la guerra del Libano, la comprensione per Hezbollah e l’incomprensione sistematica per Israele. Ma basta da solo il recente apprezzamento del riconoscimento “implicito” di Israele da parte di Hamas. Che magnifica dimostrazione di senso istituzionale parlare di riconoscimento “implicito” nei confronti di uno stato membro dell’ONU da sessant’anni!
D’Alema ha anche detto che nel Partito Democratico bisognerà continuare a chiamarsi “compagni”, perché i compagni sono quelli con cui si condividono gli ideali. Ognuno ha diritto di coltivare le sue attrazioni profonde; di guardare con nostalgia, dal fondo della barbarie odierna, al mondo in cui c’era il PCI; di pensare Togliatti e Berlinguer come campioni di razionalità; e persino di credere che il comunismo non c’entri nulla con le forze belluine antioccidentali. Purché non pretenda di farlo credere agli altri e non si illuda che su questo terreno sia facile creare una visione condivisa della politica e, soprattutto, un nuovo riformismo.
Giorgio Israel
Disprezzano la “famiglia Mulino Bianco” e ne fanno una uguale (ma contro natura)
(pubblicato su Tempi, 1 marzo 2007)
Nelle discussioni sul disegno di legge Dico, ogni tanto esce fuori qualcuno che, con un sorrisino supponente, ironizza sulle “famiglie del Mulino Bianco”. Se però si parla delle coppie di fatto la solfa cambia. La faccia si ricompone in un atteggiamento serio che ammonisce a portare rispetto. E allora lo voglio dire chiaro e forte alla faccia del cretino di turno: la “famiglia del Mulino Bianco” mi piace, magari con altri biscotti, ma mi piace, e non c’è proprio niente da fare i sarcastici. La “famiglia del Mulino Bianco”, magari con qualche strillo tra un biscotto e l’altro, è una delle cose che danno più senso alla vita; e non invidio chi non lo capisce.
Non mi piace affatto quel che c’è dietro questa snobistica puzza sotto il naso. Mi fa venire in mente una persona che difendeva la riforma di Zapatero – quella che abolisce padre e madre a favore dei “genitori A e B” – dicendo che si tratta di una conquista di giustizia e di uguaglianza che non mette in discussione la libertà di farsi chiamare papà e mamma in casa. Tante grazie per la generosità. In altri termini, la famiglia tradizionale viene trasformata in istituzione clandestina, da coltivare in casa: una sorta di marranismo familiare… Fate pure le parti di mamma e papà in casa, all’aperto siete genitore A e genitore B. Così, prima o poi verrà fuori qualcuno che, in nome del politicamente corretto, se sente per strada un bambino chiamare “mamma” una signora, la denuncerà per discriminazione razziale.
Scorre un fiume di ipocrisia attorno a questo ipocrita e mediocre disegno di legge, che elude la vera questione in gioco: l’introduzione del matrimonio omosessuale. Se così non fosse, qualsiasi problema relativo alle coppie di fatto potrebbe essere risolto per vie ordinarie e senza introdurre nuove forme giuridiche familiari. Qui non si è avuta la forza di porre apertamente la “vera” questione, ma è si è dischiuso l’uscio. E allora occorre precisare un paio di cose. La prima è che in una società civile non può essere ammesso che si nutrano sentimenti di ostilità omofobica e di discriminazione sotto qualsiasi forma. La seconda è che non si vede perché chi ha fatto le sue scelte debba pretendere di inquadrarle entro un’istituzione che è per sua natura fondata sull’eterosessualità e finalizzata alla generazione e all’educazione di figli. Dilagano montagne di sciocchezze in merito: che gli animali praticano l’omosessualità o che gli antichi Romani praticavano largamente omosessualità e pederastia. E allora? Non risulta che gli antichi Romani pensassero che si possa essere figli altro che di un padre e di una madre, maschio e femmina. Quel che si omette di dire è che l’umanità ha costruito sé stessa sulle strutture di parentela, ovvero sulla discendenza secondo la generazione naturale. Il riconoscersi in una rete di parentela è l’unica forma di identità che l’uomo conosce dalla notte dei tempi. Il matrimonio è un’istituzione che riflette semplicemente questo dato di fatto. Ora si pretende di cambiare tutto questo con un tratto di penna legislativo, come se fosse uno scherzetto; come se i ruoli paterno e materno fossero una balla inventata dai reazionari. Non è in discussione la sacrosanta richiesta di rispetto e di diritti, ma la pretesa di ottenerli scardinando la forma matrimoniale e la struttura di parentela naturale. E non si venga a tirar fuori la storia dei divorzi in aumento. Certo. Ma nessuno parla di quanti si risposano. Alla fin fine la famiglia resta l’obbiettivo supremo, anche di chi fa il sarcastico. Chi disprezza compra.
Giorgio Israel
Nelle discussioni sul disegno di legge Dico, ogni tanto esce fuori qualcuno che, con un sorrisino supponente, ironizza sulle “famiglie del Mulino Bianco”. Se però si parla delle coppie di fatto la solfa cambia. La faccia si ricompone in un atteggiamento serio che ammonisce a portare rispetto. E allora lo voglio dire chiaro e forte alla faccia del cretino di turno: la “famiglia del Mulino Bianco” mi piace, magari con altri biscotti, ma mi piace, e non c’è proprio niente da fare i sarcastici. La “famiglia del Mulino Bianco”, magari con qualche strillo tra un biscotto e l’altro, è una delle cose che danno più senso alla vita; e non invidio chi non lo capisce.
Non mi piace affatto quel che c’è dietro questa snobistica puzza sotto il naso. Mi fa venire in mente una persona che difendeva la riforma di Zapatero – quella che abolisce padre e madre a favore dei “genitori A e B” – dicendo che si tratta di una conquista di giustizia e di uguaglianza che non mette in discussione la libertà di farsi chiamare papà e mamma in casa. Tante grazie per la generosità. In altri termini, la famiglia tradizionale viene trasformata in istituzione clandestina, da coltivare in casa: una sorta di marranismo familiare… Fate pure le parti di mamma e papà in casa, all’aperto siete genitore A e genitore B. Così, prima o poi verrà fuori qualcuno che, in nome del politicamente corretto, se sente per strada un bambino chiamare “mamma” una signora, la denuncerà per discriminazione razziale.
Scorre un fiume di ipocrisia attorno a questo ipocrita e mediocre disegno di legge, che elude la vera questione in gioco: l’introduzione del matrimonio omosessuale. Se così non fosse, qualsiasi problema relativo alle coppie di fatto potrebbe essere risolto per vie ordinarie e senza introdurre nuove forme giuridiche familiari. Qui non si è avuta la forza di porre apertamente la “vera” questione, ma è si è dischiuso l’uscio. E allora occorre precisare un paio di cose. La prima è che in una società civile non può essere ammesso che si nutrano sentimenti di ostilità omofobica e di discriminazione sotto qualsiasi forma. La seconda è che non si vede perché chi ha fatto le sue scelte debba pretendere di inquadrarle entro un’istituzione che è per sua natura fondata sull’eterosessualità e finalizzata alla generazione e all’educazione di figli. Dilagano montagne di sciocchezze in merito: che gli animali praticano l’omosessualità o che gli antichi Romani praticavano largamente omosessualità e pederastia. E allora? Non risulta che gli antichi Romani pensassero che si possa essere figli altro che di un padre e di una madre, maschio e femmina. Quel che si omette di dire è che l’umanità ha costruito sé stessa sulle strutture di parentela, ovvero sulla discendenza secondo la generazione naturale. Il riconoscersi in una rete di parentela è l’unica forma di identità che l’uomo conosce dalla notte dei tempi. Il matrimonio è un’istituzione che riflette semplicemente questo dato di fatto. Ora si pretende di cambiare tutto questo con un tratto di penna legislativo, come se fosse uno scherzetto; come se i ruoli paterno e materno fossero una balla inventata dai reazionari. Non è in discussione la sacrosanta richiesta di rispetto e di diritti, ma la pretesa di ottenerli scardinando la forma matrimoniale e la struttura di parentela naturale. E non si venga a tirar fuori la storia dei divorzi in aumento. Certo. Ma nessuno parla di quanti si risposano. Alla fin fine la famiglia resta l’obbiettivo supremo, anche di chi fa il sarcastico. Chi disprezza compra.
Giorgio Israel
venerdì 9 febbraio 2007
Una noticina a "Pasque di sangue" di Ariel Toaff
Osserva Ariel Toaff che «a proposito delle torture è bene ricordare che, almeno dagli inizi del Duecento, nei comuni dell'Italia settentrionale il loro uso era disciplinato non solo dai trattati, ma anche dagli statuti. Come strumento per l'accertamento della verità, la tortura era ammessa in presenza di indizi gravi e fondati e in casi considerati da podestà e giudici di reale necessità. Successivamente le confessioni estorte in questo modo per essere ritenute valide andavano confermate dall'inquisito in condizioni di normalità, cioè non sotto la costrizione del dolore o della minaccia dei tormenti». Capiamo che la scrupolosità formale sia cosa affascinante e ammirevole per le menti inclini all'ordine; ma l'idea che la tortura, se disciplinata da regole e trattati, diventi uno strumento legittimo e attendibile di formazione della prova è alquanto divertente. Tuttavia, sottolineare che le confessioni estorte con la tortura divenivano valide se e soltanto se confermate dall'inquisito in "condizioni di normalità", è davvero un capolavoro. Figuratevi voi in che condizioni di "normalità" sareste dopo che vi hanno cavato gli occhi, schiacchiato le dita e stirato la colonna vertebrale con la ruota e senza la minima garanzia che non ricomincino, salvo il fatto che, al momento non minacciano di farlo. A giudicare da quanto dice Toaff, rileggevi il verbale in braille e firmavi con le dita dei piedi dopo aver apportato alcune correzioni. Ritrattare non era consigliabile. Anche questo non rientrava nella "normalità". Vista questa base concettuale solida come il marmo, c'è da immaginare quale sia il rigore e l'obbiettività con cui è stata riesaminata l'attendibilità dei verbali dei processi. Di che sorprendersi? È la storiografia postmoderna, bellezza. Siamo nel genere di quella signora che ha "scoperto" che Dante si faceva le canne. Perché? Ma perchè anche ai suoi tempi l'erba esisteva, e quindi, vista la sua fantasia esuberante, non poteva non essersene fatta qualcuna.
Giorgio Israel
Giorgio Israel
La lettera dei 130
Dunque, centotrenta “ebrei” inglesi hanno pubblicato sul “Guardian” un manifesto per commemorare i 40 anni di occupazione della Cisgiordania e di Gaza da parte di Israele. È una “dichiarazione d’indipendenza” che critica le posizioni ufficiali dell’ebraismo britannico solidali nei confronti di Israele e, in particolare quelle del rabbino capo Jonathan Sacks – che, peraltro, aveva anche espresso critiche per il “trattamento riservato ai palestinesi”. I nostri vogliono portare alla ribalta un’opinione presente nel mondo ebraico e non rappresentata dalle sue istituzioni: «l’appoggio a una potenza occupante è contrario ai principi ebraici di giustizia e compassione».
Se non fosse anche una faccenda seria, ci sarebbe da morire dalle risate. Immaginate che Piergiorgio Odifreddi, in quanto battezzato, criticasse il Papa in nome dei veri principi cristiani di carità e di perdono di cui lui è vero esponente, a differenza del Papa…
Francamente non sapevo che Eric Hobsbawm fosse ebreo. Di certo non ha mai fatto nulla per farlo sapere. Farà il giro del mondo la notizia che egli è un esperto di etica ebraica, oltre ad avere un lungo e onorato passato di mediocre storico portato sugli altari per il suo lungo e onorato passato di trombone stalinista. Ricordiamo quando esaltava le virtù del compagno Stalin e affermava che la storiografia si fa su basi di “simpatia”; per il comunismo, ovviamente. Ma non ricordiamo le sue battaglie per difendere il diritto del “suo popolo” a non essere perseguitato e detenuto a forza in Unione Sovietica. Non ricordiamo neppure che abbia mai detto una parola in difesa delle minoranze oppresse nell’ultimo mezzo secolo: per esempio, dei “suoi correligionari” privati di ogni diritto, perseguitati e scacciati da tanti paesi arabi. Ricordiamo invece la sua “lezione” in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università di Torino nel 2000, in cui diede credito alle tesi del negazionista David Irving, lamentando che l’unica critica della carenza di standard storiografici professionali venisse da un ammiratore di Hitler. Difatti, secondo Hobsbawm era ora di demolire la rappresentazione hollywoodiana della Shoah in modo da impedire che diventi un «mito legittimante dello stato d’Israele».
Poiché di un altro Hobsbawm non v’è traccia, è evidente la credibilità dell’appello di un signore che ha dimestichezza con l’ebraismo quanto chi scrive con la danza classica (e di certo nutre per esso molto minore simpatia) e il cui unico interesse è demolire la legittimità di Israele, anche a costo di prendersela col “mito” della Shoah e trafficare col negazionismo.
Ma – si dirà – non c’è soltanto Hobsbawm. Certo. Se continuiamo nell’elenco verrà da credere che sia in atto un’ondata di riscoperta dell’ebraismo che ne infoltirà le fila. C’è il regista Mike Leigh, il cui profondo legame con l’ebraismo è riconducibile al primitivo cognome dei suoi genitori, Lieberman. C’è poi il noto letterato Harold Pinter: confessiamo di ignorarne i profondi studi talmudici. Non abbiamo però dimenticato il grottesco appello dell’estate scorsa – firmato da Pinter con altri noti ebrei e giudaizzanti – come John Berger, Noam Chomsky, Gore Vidal e José Saramago (quello che definì Jenin la nuova Auschwitz), in cui si spiegava il conflitto tra Israele e Palestina come dovuto al rapimento da parte degli israeliani di un “quidam”, un innominato medico di Gaza di cui non ci è stata data la grazia di conoscere alcunché, e si dipingeva il patetico quadro dell’incrociarsi in cielo dei poveri “razzi artigianali” con terribili “missili sofisticati”.
La figura dell’“ebreo di corte” nelle sue infinite varianti – inclusa quella dell’ebreo che si riscopre tale per poter meglio dare una mano agli antisemiti – è vecchia quanto la storia dell’Occidente. Negli anni 1930, un gruppo di ebrei fascisti torinesi, raccolti attorno al giornale “La nostra bandiera” riuscì quasi a spaccare l’ebraismo italiano per il servile atto di attaccare il sionismo nel pieno delle campagne antisemite dei vari Farinacci e Preziosi. La storia si ripete su altri versanti e questo non sorprende più di tanto. A condizione che figure come queste non vengano prese sul serio e vengano ricollocate nel loro “luogo naturale”, in senso aristotelico. Se invece si da loro credito per imbastire argomentazioni contro la legittimità di Israele o per creare spaccature artificiose e strumentali nell’ebraismo, allora la faccenda si fa seria. Perché vi è una evidente tentazione – illustrata da Emanuele Ottolenghi nel suo recente libro – di delegittimare gli ebrei che difendono il diritto di Israele all’esistenza e rigettano le critiche “a Israele” in quanto tale, anziché ai suoi governi, catalogandoli come “ebrei cattivi”, in contrapposizione a quelli “buoni”, magari inventati di sana pianta come i nostri centotrenta inglesi. È una tentazione da cui non ha saputo trattenersi neppure il nostro ministro degli esteri, speriamo per l’ultima volta.
Giorgio Israel
(pubblicato sul Foglio il 6 febbraio 2007)
Se non fosse anche una faccenda seria, ci sarebbe da morire dalle risate. Immaginate che Piergiorgio Odifreddi, in quanto battezzato, criticasse il Papa in nome dei veri principi cristiani di carità e di perdono di cui lui è vero esponente, a differenza del Papa…
Francamente non sapevo che Eric Hobsbawm fosse ebreo. Di certo non ha mai fatto nulla per farlo sapere. Farà il giro del mondo la notizia che egli è un esperto di etica ebraica, oltre ad avere un lungo e onorato passato di mediocre storico portato sugli altari per il suo lungo e onorato passato di trombone stalinista. Ricordiamo quando esaltava le virtù del compagno Stalin e affermava che la storiografia si fa su basi di “simpatia”; per il comunismo, ovviamente. Ma non ricordiamo le sue battaglie per difendere il diritto del “suo popolo” a non essere perseguitato e detenuto a forza in Unione Sovietica. Non ricordiamo neppure che abbia mai detto una parola in difesa delle minoranze oppresse nell’ultimo mezzo secolo: per esempio, dei “suoi correligionari” privati di ogni diritto, perseguitati e scacciati da tanti paesi arabi. Ricordiamo invece la sua “lezione” in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università di Torino nel 2000, in cui diede credito alle tesi del negazionista David Irving, lamentando che l’unica critica della carenza di standard storiografici professionali venisse da un ammiratore di Hitler. Difatti, secondo Hobsbawm era ora di demolire la rappresentazione hollywoodiana della Shoah in modo da impedire che diventi un «mito legittimante dello stato d’Israele».
Poiché di un altro Hobsbawm non v’è traccia, è evidente la credibilità dell’appello di un signore che ha dimestichezza con l’ebraismo quanto chi scrive con la danza classica (e di certo nutre per esso molto minore simpatia) e il cui unico interesse è demolire la legittimità di Israele, anche a costo di prendersela col “mito” della Shoah e trafficare col negazionismo.
Ma – si dirà – non c’è soltanto Hobsbawm. Certo. Se continuiamo nell’elenco verrà da credere che sia in atto un’ondata di riscoperta dell’ebraismo che ne infoltirà le fila. C’è il regista Mike Leigh, il cui profondo legame con l’ebraismo è riconducibile al primitivo cognome dei suoi genitori, Lieberman. C’è poi il noto letterato Harold Pinter: confessiamo di ignorarne i profondi studi talmudici. Non abbiamo però dimenticato il grottesco appello dell’estate scorsa – firmato da Pinter con altri noti ebrei e giudaizzanti – come John Berger, Noam Chomsky, Gore Vidal e José Saramago (quello che definì Jenin la nuova Auschwitz), in cui si spiegava il conflitto tra Israele e Palestina come dovuto al rapimento da parte degli israeliani di un “quidam”, un innominato medico di Gaza di cui non ci è stata data la grazia di conoscere alcunché, e si dipingeva il patetico quadro dell’incrociarsi in cielo dei poveri “razzi artigianali” con terribili “missili sofisticati”.
La figura dell’“ebreo di corte” nelle sue infinite varianti – inclusa quella dell’ebreo che si riscopre tale per poter meglio dare una mano agli antisemiti – è vecchia quanto la storia dell’Occidente. Negli anni 1930, un gruppo di ebrei fascisti torinesi, raccolti attorno al giornale “La nostra bandiera” riuscì quasi a spaccare l’ebraismo italiano per il servile atto di attaccare il sionismo nel pieno delle campagne antisemite dei vari Farinacci e Preziosi. La storia si ripete su altri versanti e questo non sorprende più di tanto. A condizione che figure come queste non vengano prese sul serio e vengano ricollocate nel loro “luogo naturale”, in senso aristotelico. Se invece si da loro credito per imbastire argomentazioni contro la legittimità di Israele o per creare spaccature artificiose e strumentali nell’ebraismo, allora la faccenda si fa seria. Perché vi è una evidente tentazione – illustrata da Emanuele Ottolenghi nel suo recente libro – di delegittimare gli ebrei che difendono il diritto di Israele all’esistenza e rigettano le critiche “a Israele” in quanto tale, anziché ai suoi governi, catalogandoli come “ebrei cattivi”, in contrapposizione a quelli “buoni”, magari inventati di sana pianta come i nostri centotrenta inglesi. È una tentazione da cui non ha saputo trattenersi neppure il nostro ministro degli esteri, speriamo per l’ultima volta.
Giorgio Israel
(pubblicato sul Foglio il 6 febbraio 2007)
martedì 30 gennaio 2007
La legge Mastella non sfiora Ahmadinejad ma condannerebbe Lévi-Strauss
(pubblicato sul Foglio del 30 gennaio 2007)
La vicenda del disegno di legge cosiddetto Mastella sul negazionismo e il razzismo fornisce alcuni insegnamenti basilari.
Il primo è che meno appelli si fanno e si firmano, meglio è. Una parte dei firmatari dell’appello dei 200 storici era certamente ispirata all’idea che combattere il negazionismo per via legislativa (più di quanto sia già possibile) sia controproducente e apra la via alla pratica disgraziata della storiografia di stato. È assai probabile che altri firmatari, di notori sentimenti anti-israeliani e anti-americani, fossero animati da intenzioni meno commendevoli. Basta navigare in rete per rendersi conto di quanto certi circoli di estrema sinistra abbiano paventato il “rischio” che la legge sul negazionismo impedisse di “condannare i crimini israeliani”.
Ma questa preoccupazione è stata prontamente placata. La versione finale della legge, approvata all’unanimità dal Consiglio dei ministri, non contiene più alcun riferimento al negazionismo e se la prende genericamente con la “diffusione di idee sulla superiorità razziale” o gli atti discriminatori per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, sessuali o di genere. Del negazionismo, a volerlo cercare col lanternino, è rimasto soltanto l’accenno fumoso a un aumento di pena per chi istighi a commettere quei delitti “negando in tutto o in parte l’esistenza di genocidi o di crimini contro l’umanità per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di condanna da parte dell’autorità giudiziaria italiana e internazionale”. Si noti, di passaggio, che la maggior parte dei crimini – ad esempio, il Gulag staliniano o la persecuzione degli ebrei nei paesi arabi, per i quali non vi è mai stata alcuna sentenza definitiva di condanna – passa in cavalleria.
Da questa solenne scornata, presa da coloro che speravano di mettere al bando il negazionismo della Shoah, discende il secondo insegnamento: mai scendere sul terreno minato dei reati d’opinione e della loro proscrizione per legge. Si sa dove si comincia e si sa anche dove si finisce: in una condizione peggiore di quella di partenza e con la vittoria delle posizioni più liberticide.
Quale sarà il risultato di questa legge, se verrà approvata e applicata? Per esempio, che sarà più difficile di prima attaccare il negazionismo alla Ahmadinejad. Difatti, a chi se la prendesse con le campagne antisioniste-antisemite e negazioniste che dilagano nel mondo dell’estremismo islamico e tentasse di trascinare di fronte alla legge coloro che le sostengono o le giustificano, si opporrà che i veri atti discriminatori per motivi razziali, etnici e nazionali sono quelli compiuti da Israele contro i palestinesi e che dovrebbe essere punito chi li avvalla, e non chi – sia pure con qualche eccesso di difesa – combatte il “razzismo sionista”.
Il Foglio ha ampiamente illustrato i reati di opinione che potrebbero essere puniti con questa legge. Mi limiterò ad aggiungere un esempio.
Circa mezzo secolo fa l’Unesco invitò il celebre antropologo Claude Lévi-Strauss a tenere due conferenze su “razza e storia” e “razza e cultura” come contributo alla lotta contro i pregiudizi razziali. In conclusione, Lévi-Strauss denunciava i pericoli del multiculturalismo e dell’idea secondo cui è illecito affermare la preferenza, se non addirittura la superiorità della propria cultura. Sosteneva (con quale preveggenza!) che per tale via si sarebbero accumulate «tensioni tali che gli odî razziali avrebbero offerto una misera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di instaurarsi domani». Ed ecco un saggio della sua prosa: «Se l’umanità non si rassegna a diventare la sterile consumatrice dei soli valori che ha saputo creare nel passato, capace soltanto di dare alla luce opere bastarde e invenzioni grossolane e puerili, occorre apprendere di nuovo che ogni vera creazione implica una certa sordità all’appello dei valori altrui, fino al loro rifiuto, se non addirittura alla loro negazione».
Lévi-Strauss è vivo e vegeto e gli consigliamo vivamente di non affacciarsi nella penisola dopo la promulgazione della legge Mastella. Qualche buontempone potrebbe celebrare il suo centenario tentando di sbatterlo in galera per aver istigato alla superiorità razziale o etnica con le sue conferenze Unesco contro il razzismo…
La lezione finale è che battaglie come queste si conducono sul terreno politico, culturale e dell’educazione, come hanno rilevato le voci più sagge della maggioranza (valga per tutti Piero Fassino). Se chi costruisce questo tipo di tagliole fosse il solo a finirvi dentro con tutti e due i piedi, peggio per lui. Il guaio è che rischiamo di farci male tutti.
Giorgio Israel
La vicenda del disegno di legge cosiddetto Mastella sul negazionismo e il razzismo fornisce alcuni insegnamenti basilari.
Il primo è che meno appelli si fanno e si firmano, meglio è. Una parte dei firmatari dell’appello dei 200 storici era certamente ispirata all’idea che combattere il negazionismo per via legislativa (più di quanto sia già possibile) sia controproducente e apra la via alla pratica disgraziata della storiografia di stato. È assai probabile che altri firmatari, di notori sentimenti anti-israeliani e anti-americani, fossero animati da intenzioni meno commendevoli. Basta navigare in rete per rendersi conto di quanto certi circoli di estrema sinistra abbiano paventato il “rischio” che la legge sul negazionismo impedisse di “condannare i crimini israeliani”.
Ma questa preoccupazione è stata prontamente placata. La versione finale della legge, approvata all’unanimità dal Consiglio dei ministri, non contiene più alcun riferimento al negazionismo e se la prende genericamente con la “diffusione di idee sulla superiorità razziale” o gli atti discriminatori per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, sessuali o di genere. Del negazionismo, a volerlo cercare col lanternino, è rimasto soltanto l’accenno fumoso a un aumento di pena per chi istighi a commettere quei delitti “negando in tutto o in parte l’esistenza di genocidi o di crimini contro l’umanità per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di condanna da parte dell’autorità giudiziaria italiana e internazionale”. Si noti, di passaggio, che la maggior parte dei crimini – ad esempio, il Gulag staliniano o la persecuzione degli ebrei nei paesi arabi, per i quali non vi è mai stata alcuna sentenza definitiva di condanna – passa in cavalleria.
Da questa solenne scornata, presa da coloro che speravano di mettere al bando il negazionismo della Shoah, discende il secondo insegnamento: mai scendere sul terreno minato dei reati d’opinione e della loro proscrizione per legge. Si sa dove si comincia e si sa anche dove si finisce: in una condizione peggiore di quella di partenza e con la vittoria delle posizioni più liberticide.
Quale sarà il risultato di questa legge, se verrà approvata e applicata? Per esempio, che sarà più difficile di prima attaccare il negazionismo alla Ahmadinejad. Difatti, a chi se la prendesse con le campagne antisioniste-antisemite e negazioniste che dilagano nel mondo dell’estremismo islamico e tentasse di trascinare di fronte alla legge coloro che le sostengono o le giustificano, si opporrà che i veri atti discriminatori per motivi razziali, etnici e nazionali sono quelli compiuti da Israele contro i palestinesi e che dovrebbe essere punito chi li avvalla, e non chi – sia pure con qualche eccesso di difesa – combatte il “razzismo sionista”.
Il Foglio ha ampiamente illustrato i reati di opinione che potrebbero essere puniti con questa legge. Mi limiterò ad aggiungere un esempio.
Circa mezzo secolo fa l’Unesco invitò il celebre antropologo Claude Lévi-Strauss a tenere due conferenze su “razza e storia” e “razza e cultura” come contributo alla lotta contro i pregiudizi razziali. In conclusione, Lévi-Strauss denunciava i pericoli del multiculturalismo e dell’idea secondo cui è illecito affermare la preferenza, se non addirittura la superiorità della propria cultura. Sosteneva (con quale preveggenza!) che per tale via si sarebbero accumulate «tensioni tali che gli odî razziali avrebbero offerto una misera immagine del regime di intolleranza esacerbata che rischia di instaurarsi domani». Ed ecco un saggio della sua prosa: «Se l’umanità non si rassegna a diventare la sterile consumatrice dei soli valori che ha saputo creare nel passato, capace soltanto di dare alla luce opere bastarde e invenzioni grossolane e puerili, occorre apprendere di nuovo che ogni vera creazione implica una certa sordità all’appello dei valori altrui, fino al loro rifiuto, se non addirittura alla loro negazione».
Lévi-Strauss è vivo e vegeto e gli consigliamo vivamente di non affacciarsi nella penisola dopo la promulgazione della legge Mastella. Qualche buontempone potrebbe celebrare il suo centenario tentando di sbatterlo in galera per aver istigato alla superiorità razziale o etnica con le sue conferenze Unesco contro il razzismo…
La lezione finale è che battaglie come queste si conducono sul terreno politico, culturale e dell’educazione, come hanno rilevato le voci più sagge della maggioranza (valga per tutti Piero Fassino). Se chi costruisce questo tipo di tagliole fosse il solo a finirvi dentro con tutti e due i piedi, peggio per lui. Il guaio è che rischiamo di farci male tutti.
Giorgio Israel
mercoledì 24 gennaio 2007
lunedì 15 gennaio 2007
Prima di dire “buon 2007”, decidete se subirete gli schiaffoni dell’islamismo
(Tempi, 11 gennaio 2007)
Buon anno! È d’obbligo dirlo, non per formalità o per esprimere una generica speranza, ma per manifestare la volontà di operare per il meglio. Ma di qui a credere che il 2007 sarà un “buon” anno ne corre. Sarà un anno molto difficile. Non potrà essere altrimenti. Quel che possiamo augurarci è che le difficoltà e gli eventi drammatici cui ci troveremo comunque di fronte non siano vissuti come tappe di un piano inclinato verso il peggio, ma che la nostra società sia capace di guardarli ad occhi aperti.
Cosa ci attende l’hanno spiegato chiaramente gli auguri del presidente iraniano Ahmadinejad all’Occidente: «Vi prenderemo a schiaffoni»… Ed ha aggiunto: «Voglio che sappiate che la nazione iraniana vi ha già umiliato più volte e lo farà ancora in futuro». Non è detto che ci riesca ma il guanto di sfida è lanciato e i fatti insegnano che non si tratta di chiacchiere. Guardare ad occhi aperti le difficoltà significa vedere la sfida mondiale dell’integralismo islamico, che va dall’Indonesia all’Africa, passando per l’Afghanistan, l’Irak, il Libano e la Palestina, una “sfida di civiltà” lanciata all’Occidente: soltanto tappandosi gli occhi per non vederla rischiamo di scivolare sul piano inclinato di cui sopra. È una sfida che passa anche attraverso l’Europa, in cui l’integralismo islamico ha posto profonde radici: nelle grandi città olandesi la maggioranza dei giovani sotto i 18 anni è già islamizzata e le proiezioni indicano che, continuando così, nel 2050, l’Austria sarà a maggioranza musulmana. Dappertutto dilaga una visione estremista e arrogante dell’Islam che considera intoccabili i propri simboli e offende senza ritegno quelli delle religioni cristiana ed ebraica.
Se la risposta dell’Occidente sarà l’odio di sé, la sfida dell’integralismo islamico – per quante sconfitte parziali possa subire – sarà vincente. È difficile nutrire speranza se l’atteggiamento prevalente sarà del genere di quella bibliologa australiana secondo cui Maria Maddalena «era una imprenditrice ebrea attiva nel settore del pesce secco in grado di finanziare un rabbino itinerante chiamato Gesù». (Non è malizia pensare che l’accenno ai pesci preluda a una spiegazione “razionale” del noto miracolo). La battaglia per la sopravvivenza della civiltà occidentale sarà persa se non riusciremo a contrastare questa marea di baggianate e l’assuefazione inebetita per la letteratura autolesionistica (udito in tram: «non so cosa regalargli per Natale» - «e regalagli il Codice da Vinci»…). La sconfitta è certa se perderemo il senso della democrazia, che non è soltanto diritto di voto ma obbedienza alle regole che garantiscono la libertà e contrasto di chi quelle regole non intende rispettare. Un uomo politico europeo ha dichiarato che, se un voto portasse al governo un partito che mira a sostituire la legislazione attuale con la sharia, occorrerebbe prenderne atto: costui non sa più cos’è la democrazia, ha perso ogni legame con la cultura politica liberale dell’Occidente, è diventato un dhimmi. Sarebbe sensato ammettere al voto un partito (che peraltro esiste!) che propugni la legalizzazione della pedofilia? Non lo sarebbe, e così non lo è ammettere al voto un partito che miri a legalizzare la sharia. In quello stesso momento, la democrazia sarebbe morta.
Purtroppo dilaga la cupidigia di asservimento”. Ma se non continuassimo a nutrire la volontà di contrastarla e la fiducia di potervi riuscire, non meriteremmo neppure di scambiarci gli auguri di buon anno.
Giorgio Israel
Buon anno! È d’obbligo dirlo, non per formalità o per esprimere una generica speranza, ma per manifestare la volontà di operare per il meglio. Ma di qui a credere che il 2007 sarà un “buon” anno ne corre. Sarà un anno molto difficile. Non potrà essere altrimenti. Quel che possiamo augurarci è che le difficoltà e gli eventi drammatici cui ci troveremo comunque di fronte non siano vissuti come tappe di un piano inclinato verso il peggio, ma che la nostra società sia capace di guardarli ad occhi aperti.
Cosa ci attende l’hanno spiegato chiaramente gli auguri del presidente iraniano Ahmadinejad all’Occidente: «Vi prenderemo a schiaffoni»… Ed ha aggiunto: «Voglio che sappiate che la nazione iraniana vi ha già umiliato più volte e lo farà ancora in futuro». Non è detto che ci riesca ma il guanto di sfida è lanciato e i fatti insegnano che non si tratta di chiacchiere. Guardare ad occhi aperti le difficoltà significa vedere la sfida mondiale dell’integralismo islamico, che va dall’Indonesia all’Africa, passando per l’Afghanistan, l’Irak, il Libano e la Palestina, una “sfida di civiltà” lanciata all’Occidente: soltanto tappandosi gli occhi per non vederla rischiamo di scivolare sul piano inclinato di cui sopra. È una sfida che passa anche attraverso l’Europa, in cui l’integralismo islamico ha posto profonde radici: nelle grandi città olandesi la maggioranza dei giovani sotto i 18 anni è già islamizzata e le proiezioni indicano che, continuando così, nel 2050, l’Austria sarà a maggioranza musulmana. Dappertutto dilaga una visione estremista e arrogante dell’Islam che considera intoccabili i propri simboli e offende senza ritegno quelli delle religioni cristiana ed ebraica.
Se la risposta dell’Occidente sarà l’odio di sé, la sfida dell’integralismo islamico – per quante sconfitte parziali possa subire – sarà vincente. È difficile nutrire speranza se l’atteggiamento prevalente sarà del genere di quella bibliologa australiana secondo cui Maria Maddalena «era una imprenditrice ebrea attiva nel settore del pesce secco in grado di finanziare un rabbino itinerante chiamato Gesù». (Non è malizia pensare che l’accenno ai pesci preluda a una spiegazione “razionale” del noto miracolo). La battaglia per la sopravvivenza della civiltà occidentale sarà persa se non riusciremo a contrastare questa marea di baggianate e l’assuefazione inebetita per la letteratura autolesionistica (udito in tram: «non so cosa regalargli per Natale» - «e regalagli il Codice da Vinci»…). La sconfitta è certa se perderemo il senso della democrazia, che non è soltanto diritto di voto ma obbedienza alle regole che garantiscono la libertà e contrasto di chi quelle regole non intende rispettare. Un uomo politico europeo ha dichiarato che, se un voto portasse al governo un partito che mira a sostituire la legislazione attuale con la sharia, occorrerebbe prenderne atto: costui non sa più cos’è la democrazia, ha perso ogni legame con la cultura politica liberale dell’Occidente, è diventato un dhimmi. Sarebbe sensato ammettere al voto un partito (che peraltro esiste!) che propugni la legalizzazione della pedofilia? Non lo sarebbe, e così non lo è ammettere al voto un partito che miri a legalizzare la sharia. In quello stesso momento, la democrazia sarebbe morta.
Purtroppo dilaga la cupidigia di asservimento”. Ma se non continuassimo a nutrire la volontà di contrastarla e la fiducia di potervi riuscire, non meriteremmo neppure di scambiarci gli auguri di buon anno.
Giorgio Israel
domenica 24 dicembre 2006
Un intervento sulla polemica concernente il presepio
Avvenire, 21 dicembre 2006
In questi giorni per gli ebrei è Hanukkah, la festa delle luci. Intorno le luci di Natale. Ma a scuola i miei figli non incontrano un’esperienza religiosa diversa. Trovano soltanto Babbo Natale con una slitta carica di giocattoli e di luoghi comuni multiculturali. Non devo spiegare loro chi era Gesù e cos’è il cristianesimo, bensì difendere la loro esperienza religiosa dall’assedio del consumismo, o arrabbattarmi a spiegare l’insipida storiella di Natale raccontata a scuola: la storia di un bambino italiano, svedese o musulmano (ma musulmano è una nazionalità?) che diventa un bambino qualsiasi per non far torto a nessuno.
Mi si potrebbe chiedere cosa mai pretenda. Rimpiango forse i tempi della mia fanciullezza, in cui circolava abbondantemente l’antigiudaismo? Tempi in cui potevo incontrare un sacerdote che spiegava alla classe che gli ebrei erano crudeli deicidi e, carezzandomi la testa, aggiungeva che io, poverino, non c’entravo, dopodichè nessuno voleva più sedere nel banco con me. Non li rimpiango, apprezzo il grande cammino percorso e non sono di quei masochisti che preferiscono non vederlo mentre amano farsi torturare dall’antisemitismo islamico. Quel che voglio lo vedo tangibilmente nel rapporto con gli amici di Comunione e Liberazione: un chiaro e dignitoso senso della propria identità, rispettoso di quella altrui, senza sincretismi e senza tentativi di conversioni, obliqui o invadenti che siano. Un atteggiamento che è la chiave dell’unico dialogo possibile, quello così ben spiegato da Benedetto XVI nel discorso alla sinagoga di Colonia.
È un atteggiamento che ho appreso da mio padre in quei tempi in cui era più difficile assumerlo: tanto egli era rigoroso nel contrastare ogni sussulto antiebraico, quanto era tenace nel difendere più che la possibilità, la necessità del dialogo ebraico-cristiano. Da lui ho appreso – e vorrei trasmettere ai miei figli – a ravvisare nelle preghiere cristiane e nella messa le frasi e le benedizioni delle ricorrenze ebraiche, a scoprire che la benedizione ebraica impartita dai genitori ai figli (“Il Signore ti protegga e ti custodisca”) è la stessa di San Francesco a Frate Leone. La propria identità religiosa non rischia nulla nel cercare quel che unisce, nel riconoscere che “non si può essere cristiani se non si è ebrei” (come ha detto il cardinale Caffarra) e che la prima esperienza religiosa con cui un ebreo deve misurarsi e con cui deve dialogare è quella cristiana.
Il dialogo non è soltanto reso impossibile dagli atteggiamenti di sopraffazione integralista, ma è vanificato dal buonismo confusionario che, alla fine, svela più intolleranza di quanto sembri. Ho incontrato questo secondo atteggiamento alla fine della mia vita scolastica, quando nel mondo religioso avanzava il progressismo. Il docente di religione nel mio liceo era un sacerdote molto “avanzato”, poi divenuto redattore di un giornale comunista. Mi propose di restare nell’ora di religione per “dialogare”. Poi quando vide che difendevo senza complessi le mie vedute mi invitò seccamente a non disturbare le lezioni… Aveva creato attorno a sé un circolo di adepti assai motivati, molto (troppo) pervasi di una sicurezza di sé che respingeva la mia identità di ebreo non meno drasticamente dei più incalliti integralisti. Colpiva il modo in cui trasformavano l’esperienza religiosa in un’esperienza meramente sociale.
Una decina di anni fa assistetti in Spagna al matrimonio cattolico di una coppia di amici. Un prete alquanto informale eseguì il rito in modo casereccio, fino a che lo sposo non salì dietro l’altare e tenne una specie di conferenza colloquiale per spiegare il significato del rito secondo le vedute più “progredite”. Finì con una chitarrata. Espressi a qualcuno il mio disappunto sollevando un’ondata di ilarità: un ebreo che assumeva le vesti del cattolico tradizionalista… Tentavo di spiegare che un rito assume valore se è circondato da un’atmosfera di intensa partecipazione e di silenzioso e assorto rispetto e che perdere questa dimensione è quanto distruggere l’esperienza religiosa alle radici. Non apprezzo la confusione chiassosa delle sinagoghe romane: malgrado ciò, nel momento della benedizione finale del giorno di Kippur, quando i figli si raccolgono sotto il manto di preghiera dei genitori, si crea un silenzio irreale, su cui si staglia soltanto la voce del rabbino celebrante, davvero “la voce del silenzio”. I riti religiosi hanno bisogno di questi momenti di intensità. Assistendo a una messa ho sempre evitato l’atteggiamento del curioso, cercando di capire l’esperienza religiosa e i sentimenti dei fedeli. Non vi è nulla da rimproverare alle forme più o meno mondane di socializzazione, ma è incongruo e insensato surrogare con esse l’esperienza religiosa. Inoltre, chi pretende di creare questi surrogati tende a conferire alle sue pratiche la sacralità della funzione originale e ad assumere atteggiamenti arroganti e intolleranti tipici dell’integralismo. Visto che si considera investito del potere di tradurre i riti della sua fede nelle forme socializzate da lui decise, figuriamoci quale rispetto può avere per le fedi altrui. Un giorno pranzai con uno di questi sacerdoti iperprogressisti che mi spiegò con sussiego e sdegno che l’ebraismo era una religione rozza e brutale e che il cristianesimo, pur avendo fatto qualche progresso, aveva ancora molto da apprendere da una religione tanto più evoluta come l’islam… Non poteva darsi una manifestazione più clamorosa di odio di sé.
Non rimpiango un certo passato ma non mi piace il “presepe” di oggi. L’evoluzione dell’insegnamento di religione nelle scuole illustra ulteriormente l’andazzo. Le novità introdotte dal secondo Concordato non hanno costituito affatto un progresso. Certo, prima occorreva chiedere l’esenzione dall’ora obbligatoria di religione, che però veniva concessa sempre: se eri piccolo restavi in classe a fare quel che volevi e l’unico rischio era di incontrare qualche persona malevola; quando eri più grande uscivi prima o entravi dopo, perché la collocazione dell’ora lo consentiva sempre. La perversa introduzione delle ore sostitutive obbligatorie crea un sentimento di esclusione molto più grave. Il mio figlio più grande fu costretto a sorbirsi un’annata di lettura del Corano, i più piccoli si destreggiano tra attività improbabili e libercoli intrisi di un insopportabile buonismo multiculturale da cui ricavano un’unica sbagliatissima conclusione: che sono “diversi”. Su tutto domina la tiritera secondo cui l’ora di religione è sì confessionale, ma a tal punto “aperta” che non può che “far bene a tutti”. Il guaio, per l’appunto, è che è troppo aperta, fino a generare il proselitismo del nulla. Così, può capitare l’insegnante – non meno devastante del sacerdote della mia infanzia – che invita i piccoli a fare pressioni psicologiche sul loro compagno perché partecipi anche lui e si tolga dall’isolamento. Sono manifestazioni di arrogante debolezza che alimentano soltanto il discredito e la disaffezione per l’insegnamento della religione.
È questo un tema su cui si possono fare proposte precise per un’ora di religione obbligatoria non confessionale ma per nulla confusamente “storico-culturale”, la quale trasmetta i valori spirituali che sono a fondamento delle nostre società. Ma è un discorso troppo serio e complesso per rischiare di trattarlo male in poche righe.
Vorrei concludere dicendo che occorre arrestare la corsa verso il disprezzo della spiritualità, in particolare di quella religiosa. Un Natale così non fa bene a nessuno. Si ricominci pure a fare i presepi nelle scuole e a cantare “Stille Nacht”. Ho accompagnato tante volte delle compagne di scuola a comprare le bellissime figurine dei presepi di stile napoletano e sono ancora qui, senza aver perso nulla della mia identità ebraica. È molto più importante sbarazzarsi di questo Babbo Natale politicamente corretto, con la pelle multicolore a vestito di Arlecchino e la slitta vuota di spiritualità e carica di cellulari.
Giorgio Israel
In questi giorni per gli ebrei è Hanukkah, la festa delle luci. Intorno le luci di Natale. Ma a scuola i miei figli non incontrano un’esperienza religiosa diversa. Trovano soltanto Babbo Natale con una slitta carica di giocattoli e di luoghi comuni multiculturali. Non devo spiegare loro chi era Gesù e cos’è il cristianesimo, bensì difendere la loro esperienza religiosa dall’assedio del consumismo, o arrabbattarmi a spiegare l’insipida storiella di Natale raccontata a scuola: la storia di un bambino italiano, svedese o musulmano (ma musulmano è una nazionalità?) che diventa un bambino qualsiasi per non far torto a nessuno.
Mi si potrebbe chiedere cosa mai pretenda. Rimpiango forse i tempi della mia fanciullezza, in cui circolava abbondantemente l’antigiudaismo? Tempi in cui potevo incontrare un sacerdote che spiegava alla classe che gli ebrei erano crudeli deicidi e, carezzandomi la testa, aggiungeva che io, poverino, non c’entravo, dopodichè nessuno voleva più sedere nel banco con me. Non li rimpiango, apprezzo il grande cammino percorso e non sono di quei masochisti che preferiscono non vederlo mentre amano farsi torturare dall’antisemitismo islamico. Quel che voglio lo vedo tangibilmente nel rapporto con gli amici di Comunione e Liberazione: un chiaro e dignitoso senso della propria identità, rispettoso di quella altrui, senza sincretismi e senza tentativi di conversioni, obliqui o invadenti che siano. Un atteggiamento che è la chiave dell’unico dialogo possibile, quello così ben spiegato da Benedetto XVI nel discorso alla sinagoga di Colonia.
È un atteggiamento che ho appreso da mio padre in quei tempi in cui era più difficile assumerlo: tanto egli era rigoroso nel contrastare ogni sussulto antiebraico, quanto era tenace nel difendere più che la possibilità, la necessità del dialogo ebraico-cristiano. Da lui ho appreso – e vorrei trasmettere ai miei figli – a ravvisare nelle preghiere cristiane e nella messa le frasi e le benedizioni delle ricorrenze ebraiche, a scoprire che la benedizione ebraica impartita dai genitori ai figli (“Il Signore ti protegga e ti custodisca”) è la stessa di San Francesco a Frate Leone. La propria identità religiosa non rischia nulla nel cercare quel che unisce, nel riconoscere che “non si può essere cristiani se non si è ebrei” (come ha detto il cardinale Caffarra) e che la prima esperienza religiosa con cui un ebreo deve misurarsi e con cui deve dialogare è quella cristiana.
Il dialogo non è soltanto reso impossibile dagli atteggiamenti di sopraffazione integralista, ma è vanificato dal buonismo confusionario che, alla fine, svela più intolleranza di quanto sembri. Ho incontrato questo secondo atteggiamento alla fine della mia vita scolastica, quando nel mondo religioso avanzava il progressismo. Il docente di religione nel mio liceo era un sacerdote molto “avanzato”, poi divenuto redattore di un giornale comunista. Mi propose di restare nell’ora di religione per “dialogare”. Poi quando vide che difendevo senza complessi le mie vedute mi invitò seccamente a non disturbare le lezioni… Aveva creato attorno a sé un circolo di adepti assai motivati, molto (troppo) pervasi di una sicurezza di sé che respingeva la mia identità di ebreo non meno drasticamente dei più incalliti integralisti. Colpiva il modo in cui trasformavano l’esperienza religiosa in un’esperienza meramente sociale.
Una decina di anni fa assistetti in Spagna al matrimonio cattolico di una coppia di amici. Un prete alquanto informale eseguì il rito in modo casereccio, fino a che lo sposo non salì dietro l’altare e tenne una specie di conferenza colloquiale per spiegare il significato del rito secondo le vedute più “progredite”. Finì con una chitarrata. Espressi a qualcuno il mio disappunto sollevando un’ondata di ilarità: un ebreo che assumeva le vesti del cattolico tradizionalista… Tentavo di spiegare che un rito assume valore se è circondato da un’atmosfera di intensa partecipazione e di silenzioso e assorto rispetto e che perdere questa dimensione è quanto distruggere l’esperienza religiosa alle radici. Non apprezzo la confusione chiassosa delle sinagoghe romane: malgrado ciò, nel momento della benedizione finale del giorno di Kippur, quando i figli si raccolgono sotto il manto di preghiera dei genitori, si crea un silenzio irreale, su cui si staglia soltanto la voce del rabbino celebrante, davvero “la voce del silenzio”. I riti religiosi hanno bisogno di questi momenti di intensità. Assistendo a una messa ho sempre evitato l’atteggiamento del curioso, cercando di capire l’esperienza religiosa e i sentimenti dei fedeli. Non vi è nulla da rimproverare alle forme più o meno mondane di socializzazione, ma è incongruo e insensato surrogare con esse l’esperienza religiosa. Inoltre, chi pretende di creare questi surrogati tende a conferire alle sue pratiche la sacralità della funzione originale e ad assumere atteggiamenti arroganti e intolleranti tipici dell’integralismo. Visto che si considera investito del potere di tradurre i riti della sua fede nelle forme socializzate da lui decise, figuriamoci quale rispetto può avere per le fedi altrui. Un giorno pranzai con uno di questi sacerdoti iperprogressisti che mi spiegò con sussiego e sdegno che l’ebraismo era una religione rozza e brutale e che il cristianesimo, pur avendo fatto qualche progresso, aveva ancora molto da apprendere da una religione tanto più evoluta come l’islam… Non poteva darsi una manifestazione più clamorosa di odio di sé.
Non rimpiango un certo passato ma non mi piace il “presepe” di oggi. L’evoluzione dell’insegnamento di religione nelle scuole illustra ulteriormente l’andazzo. Le novità introdotte dal secondo Concordato non hanno costituito affatto un progresso. Certo, prima occorreva chiedere l’esenzione dall’ora obbligatoria di religione, che però veniva concessa sempre: se eri piccolo restavi in classe a fare quel che volevi e l’unico rischio era di incontrare qualche persona malevola; quando eri più grande uscivi prima o entravi dopo, perché la collocazione dell’ora lo consentiva sempre. La perversa introduzione delle ore sostitutive obbligatorie crea un sentimento di esclusione molto più grave. Il mio figlio più grande fu costretto a sorbirsi un’annata di lettura del Corano, i più piccoli si destreggiano tra attività improbabili e libercoli intrisi di un insopportabile buonismo multiculturale da cui ricavano un’unica sbagliatissima conclusione: che sono “diversi”. Su tutto domina la tiritera secondo cui l’ora di religione è sì confessionale, ma a tal punto “aperta” che non può che “far bene a tutti”. Il guaio, per l’appunto, è che è troppo aperta, fino a generare il proselitismo del nulla. Così, può capitare l’insegnante – non meno devastante del sacerdote della mia infanzia – che invita i piccoli a fare pressioni psicologiche sul loro compagno perché partecipi anche lui e si tolga dall’isolamento. Sono manifestazioni di arrogante debolezza che alimentano soltanto il discredito e la disaffezione per l’insegnamento della religione.
È questo un tema su cui si possono fare proposte precise per un’ora di religione obbligatoria non confessionale ma per nulla confusamente “storico-culturale”, la quale trasmetta i valori spirituali che sono a fondamento delle nostre società. Ma è un discorso troppo serio e complesso per rischiare di trattarlo male in poche righe.
Vorrei concludere dicendo che occorre arrestare la corsa verso il disprezzo della spiritualità, in particolare di quella religiosa. Un Natale così non fa bene a nessuno. Si ricominci pure a fare i presepi nelle scuole e a cantare “Stille Nacht”. Ho accompagnato tante volte delle compagne di scuola a comprare le bellissime figurine dei presepi di stile napoletano e sono ancora qui, senza aver perso nulla della mia identità ebraica. È molto più importante sbarazzarsi di questo Babbo Natale politicamente corretto, con la pelle multicolore a vestito di Arlecchino e la slitta vuota di spiritualità e carica di cellulari.
Giorgio Israel
mercoledì 20 dicembre 2006
Una tragica e tremendamente realistica prospettiva
L'INCUBO DEL GIORNO DEL SECONDO OLOCAUSTO
• da Corriere della Sera del 20 dicembre 2006, pag. 1
di Benny Morris
Il secondo Olocausto non sarà come il pri mo. Certo, anche i nazisti ordirono uno stermi nio di massa. Ma, in qualche modo, avevano un contatto diretto con le vittime. Che disumanizzavano, dopo mesi, anni di atroce degrada zione fisica e morale, prima dell'uccisione ve ra e propria. Ma con cui avevano pur sempre stabilito un contatto fisico: vedevano, sentivano, talvolta toccavano le loro vittime. I tede schi — e i loro alleati — rastrellavano uomini, donne e bambini, per poi trascinarli e randel larli lungo le strade, freddarli nel bosco più vi cino o scaraventarli e stiparli nei vagoni di un treno, da cui iniziava il viaggio verso i cam pi di sterminio, dove «II lavoro rende liberi».
Separavano gli individui di costituzio ne robusta da quelli completamente inu tili, che adescavano nelle «docce» attraverso cui veniva pompato il gas; estraevano o presiedevano alla rimozione dei corpi e preparavano, infine, le «docce» per il plotone successivo.
CRISI - II secondo Olocausto sarà ben di verso. Un bel giorno, tempo cinque o die ci anni, magari nel pieno di una crisi re gionale, o quando meno ce lo aspettere mo, un giorno o un anno o cinque anni dopo che l'Iran si sarà dotato della Bom ba, i mullah di Qom convocheranno una seduta segreta, sulla quale campeggerà il ritratto dell'ayatollah Khomeini, con i suoi occhi di ghiaccio, per dare il placet al presidente Ahmadinejad, giunto ora mai al secondo o al terzo mandato. Tut ti i comandi saranno eseguiti, i missili Shihab-3 e 4 saranno lanciati verso Tel Aviv, Beersheba, Haifa, Gerusalemme e, probabilmente, anche contro alcuni campi militari, comprese le sei basi ae ree e missilistiche nucleari (o presunte tali) di Israele. Qualche missile sarà do tato di testata nucleare, in qualche caso addirittura multipla. Altri saranno di ti po standard, muniti solamente di agenti chimici o batteriologici, o stipati di vec chi giornali, per scalzare o spiazzare le batterie anti-missilistiche e le unità del l'esercito israeliano.
Per un Paese delle dimensioni e la con formazione di Israele (una striscia di ter ra oblunga di circa 21 mila chilometri quadrati), quattro o cinque lanci saranno probabilmente sufficienti. E addio Israele. Un milione o più di israeliani, nel le maggiori aree di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme, periranno sul colpo. Milioni saranno gravemente irradiati. Israele conta sette milioni di abitanti circa. Nes sun iraniano vedrà né toccherà alcun israeliano. Tutto si svolgerà in modo molto impersonale.
DANNI COLLATERALI - Ci saranno inevitabil mente anche morti di nazionalità araba. Circa 1,3 milioni di abitanti di Israele so no arabi e altri 3,5 milioni vivono nelle aree ancora in parte occupate della Stri scia di Gaza e in Cisgiordania. Gerusa lemme, Tel Aviv, Jaffa e Haifa contano nutrite minoranze arabe. E attorno a Ge rusalemme (vedi El Bireh, vicino a Ramallah, Bir Zeit e Betlemme) e Haifa sor gono vaste aree a densa popolazione ara ba. Anche qui saranno in moltissimi a morire, sul colpo o poco a poco.
È improbabile che un si mile massacro possa tur bare Ahmadinejad e i mul lah. Gli iraniani non ama no particolarmente gli ara bi, nutrono particolare disprezzo per i palestinesi sunniti che, in fin dei con ti, pur essendo inizialmen te dieci volte più numero si degli ebrei, nel corso di un conflitto che si è pro tratto per anni non sono riusciti a impedi re loro di fondare lo Stato ebraico, né di prendere possesso di tutta la Palestina. Di più, i leader iraniani considerano la distru zione di Israele come un supremo coman do divino, l'araldo della Seconda Venuta, e la morte collaterale degli islamici come il sacrificio di shuhada (martiri) sull'altare di una causa nobile. In ogni caso, il popolo palestinese, sparso un po' in tutto il mon do, sopravviverà, assieme alla grande na zione araba di cui è parte integrante. E va da sé che, per liberarsi dello Stato ebraico, gli arabi devono essere pronti a qualche sa crificio. E il gioco, considerandolo nel bilancio generale, vale la candela.
Ma un'altra questione potrebbe essere sollevata nel corso di queste consulte: e Gerusalemme? La città, infatti, ospita due dei luoghi più sacri dell'Islam (dopo la Mecca e Medina) : le moschee di Al Aqsa e di Omar. Con ogni probabilità, però, la suprema guida spirituale Ali Khamenei e Ahmadinejad darebbero a questa domanda la stessa risposta che sfoggerebbero per il più generale problema del la distruzione e dell'inquinamento radio attivo dell'intera Palestina: la città e la terra, per grazia di Dio, in venti, cinquan ta anni al massimo torneranno come pri ma. E saranno restituite all'Islam (e agli arabi). Senza la benché minima traccia di contaminazioni radioattive.
RISCHIO CALCOLATO - A giudicare dai conti nui riferimenti, da parte di Ahmadi nejad, alla Palestina e all'urgenza di di struggere Israele, e dalla negazione, di cui si è fatto portavoce, del primo Olo causto, si direbbe che l'uomo sia osses sionato. Tratto che condivide con i mul lah: entrambi vengono dalla scuola di Khomeini, prolifico antisemita noto per le folgori scagliate contro il «piccolo Sa tana». E a giudicare dal concorso, da lui promosso, per le vignette sulla Shoah, o dalla Conferenza sull'Olocausto (appe na conclusasi), emerge un presidente ira niano arso da un vortice di odio profon do (oltreché, naturalmente, insolente). Ahmadinejad, infatti, è pronto a mettere a repentaglio il futuro dell'Iran, se non addi rittura di tutto il Medio Oriente musulma no, in cambio della distruzione di Israele. Non v'è alcun dubbio che egli creda che Allah, in un modo o nell'altro, proteggerà l'Iran da una risposta nu cleare israeliana o da un'eventuale controffensi va Usa. E, Allah a parte, è facile che egli creda che i suoi missili polverizzeran no lo Stato ebraico, annienteranno i suoi leader, distruggeranno le basi nucle ari terrestri e demoralizze ranno o spiazzeranno i co mandanti dei sottomarini nucleari in modo così dra stico ed efficace da neutralizzare qualsivoglia reazio ne. E, con il suo profondo disprezzo per il pa vido Occidente, è improbabile che il leader iraniano prenda in seria considerazione la minaccia di una rappresaglia nucleare Usa. Ma può anche darsi che egli sia consa pevole del rischio di un contrattacco e si professi tout court — e, secondo il no stro modo di pensare, in modo assoluta mente irrazionale — disposto a pagarne le conseguenze. Come il suo mentore Khomeini ebbe a dire, nel 1980, durante un discorso ufficiale a Qom. «Noi non ve neriamo l'Iran, ma Allah...Per questo di co: che questa terra bruci. Che vada in fumo, purché l'Islam ne esca trionfan te...». Per tali cultori della morte, persino il sacrificio della propria patria vale bene la cancellazione di Israele.
Come il primo, anche il secondo Olocau sto sarà preceduto da lustri di indottrina mento dei cuori e delle menti da parte di leader arabi e iraniani, intellettuali occi dentali e sfoghi mediatici. Il messaggio è cambiato a seconda del pubblico ma, di fat to, l'obiettivo di fondo è stato sempre lo stesso: la demonizzazione di Israele. Ai mu sulmani di tutto il mondo è stato insegna to che «i sionisti e gli ebrei incarnano il ma le» e che «Israele dovrebbe essere distrut to». E agli occidentali, in modo più subdo lo, è stato inculcato che «Israele è uno Sta to tiranno e razzista» che «nell'età del multiculturalismo, è inutile e anacronistico».
COMUNITÀ INTERNAZIONALE - La campagna per il secondo Olocausto (che, tra l'al tro, alla fine provocherà all'incirca tanti morti quanti ne fece il primo) si è svolta in una comunità internazionale lacerata e guidata da ambizioni egoistiche e di scordanti, con Russia e China ossessio nate dalle prospettive di mercato nei Pa esi musulmani, la Francia dal petrolio arabo e gli Usa portati, dopo la débàcle irachena, a un profondo isolazionismo. L'Iran è stato lasciato libero di prosegui re sulla china del nucleare, e la comuni tà internazionale non è intervenuta nel lo scontro tra Israele e il regime degli Ayatollah.
Ma uno Stato israeliano sostanzialmen te isolato — come un coniglio improvvisa mente abbagliato dai fari di una macchina —, non può essere all'altezza della situazio ne. La scorsa estate, guidato da un mediocre politicante come Primo ministro e da un sindacalista da strapazzo come mini stro della Difesa, schierando un esercito addestrato per gestire le inesperte e sguar nite bande palestinesi nei Territori occupa ti (e troppo intento a fare fronte a eventua li disgrazie o a provocarle), Israele è uscito perdente da un mini-conflitto di appena trentaquattro giorni contro una piccola guerriglia di fondamentalisti libanesi spal leggiata dall'Iran. Quell'episodio ha total mente demoralizzato la leadership politi ca e militare israeliana.
Da allora, i ministri e i generali israeliani, così come i loro omologhi occidentali, assi stendo al graduale approvvigionamento di armi letali a Hezbollah da parte dei fian cheggiatori di quest'ultimo, sono divenuti sempre più sfiduciati e pessimisti. Parados salmente, è addirittura possibile che i lea der israeliani abbiano gradito gli appelli al la moderazione da parte dell'Occidente. E, con ogni probabilità, hanno voluto dispera tamente credere alle promesse occidentali che qualcuno — l'Onu, il G7 —, in un modo o nell'altro, avrebbe cavato la castagna ra dioattiva dal fuoco. C'è stato addirittura chi ha abboccato alla bislacca promessa di un cambio di regime a Teheran il quale, pi lotato dal cosiddetto ceto medio laico, avrebbe progressivamente messo il basto ne tra le ruote al fanatismo dei mullah.
NUCLEARE - Ma, fatto ancor più rilevante, il programma iraniano ha costituito una sfida infinitamente complessa per un Pa ese con risorse militari limitate e di tipo convenzionale qual è Israele. Prenden do l’imbeccata dall'operazione con cui l'Aeronautica militare israeliana, nel 1981, riuscì a distruggere il reattore nu cleare iracheno di Osiraq, gli iraniani hanno raddoppiato e dislocato i propri impianti, nascondendoli anche molti metri sottoterra (e a ciò va aggiunto il fatto che la distanza tra Israele e gli obiettivi iraniani è dop pia rispetto a quella con Bagdad). Per smantella re con le armi convenzio nali gli impianti iraniani conosciuti, occorrebbe una capacità aeronau tica pari a quella Usa im pegnata giorno e notte, e per oltre un mese. Nel la migliore delle ipotesi, l'aeronautica, la marina e il commando israelia no potrebbero sperare di fermare solo in parte il progetto iraniano. Il quale, tutto som mato, non subirebbe sostanziali modifi che. Con gli iraniani ancora più determi nati (ammesso che ciò sia possibile) a sviluppare quanto prima la Bomba. (Al tra conseguenza immediata sarebbe senz'altro una nuova campagna terrori stica di stampo islamista e su scala glo bale contro Israele — e forse anche con tro i suoi alleati occidentali — assieme, naturalmente, a un'involuzione presso ché generale. Manipolati da Ahmadinejad, tutti rivendicherebbero che il programma iraniano aveva scopi pacifici). Tutt'al più, un attacco convenzionale da parte di Israele potrebbe procrastina re il progetto iraniano di uno o due anni.
OPZIONI - In quattro e quattr'otto, dun que, la sprovveduta leadership di Geru salemme si troverà davanti a uno scenario apocalittico, sia che lanci un'offensi va convenzionale dagli effetti marginali, sia che opti per un attacco nucleare pre ventivo contro gli impianti iraniani, alcu ni dei quali situati vicino o dentro le prin cipali città. Ne avrebbe il fegato? La sua determinazione a salvare Israele baste rebbe a giustificare l'attacco preventi vo, con la conseguente morte di milioni di iraniani e, di fatto, la distruzione del l'Iran?
Il dilemma è stato rigorosamente chia rito già molto tempo fa da un generale molto saggio: l'arsenale nucleare israe liano a nulla può servire. Può soltanto es sere schierato «troppo presto» o «trop po tardi». Il momento «giusto» non arri verà mai. Se schierato «troppo presto», ossia prima che l'Iran si fosse procurato gli ordigni nucleari, Israele sarebbe sta to degradato a paria nello scacchiere in ternazionale, bersaglio della furia della comunità musulmana mondiale, senza più alcun Paese disposto a spalleggiar lo. Schierarlo «troppo tardi», invece, vor rebbe dire colpire ad attacco iraniano già avvenuto. E a che pro?
I leader israeliani, quindi, stringeran no i denti sperando che, in qualche mo do, le cose si aggiustino da sé. Magari, una volta ottenuta la Bomba, gli iraniani si comporteranno in modo «razionale»?
CATASTROFE - Ma questi ultimi sono guida ti da una logica superiore. Lanceranno i lo ro missili. E, come per il primo Olocausto, la comunità internazionale non muoverà un dito. Tutto avverrà, per Israele, in po chi minuti; non come negli anni '40, quan do il mondo stette cinque lunghi anni a tor cersi le mani senza battere ciglio. Dopo i lanci di Shihab, la comunità internaziona le manderà navi di soccorso e assistenza medica per quanti sopravviveranno alle esplosioni. Ma non attaccherà l'Iran. Qua le sarebbe il prezzo? E il tornaconto? Op tando per una controffensiva nucleare, gli Usa si alienerebbero definitivamente l'in tero mondo musulmano, esasperando e generalizzando il già acceso scontro di ci viltà. Ovviamente, senza potere riportare in vita Israele. E allora che senso avrebbe?
II secondo Olocausto, però, sarà diver so nel senso che Ahmadinejad non vedrà né toccherà concretamente gli individui di cui sogna tanto la morte. Anzi, non vi saranno scene come quella che sto per raccontarvi, riportata da Daniel Mendelsohn nel suo recente libro The Lost, A Search for Six of Six Million, in cui viene descritta la seconda Aktion dei nazisti a Bolechow, piccolo paesino della Polonia, nel settembre 1942.
«La signora Grynberg fu vittima di un episodio terribile. Gli ucraini e i te deschi, facendo irruzione nella sua casa, la trovarono che stava partorendo. A nulla valsero le lacrime e le suppliche degli astan ti: la portarono via, anco ra in vestaglia, dalla sua casa, e la trascinarono fi no alla piazza davanti al municipio. E lì... fu spinta a forza sopra un cassonet to per l'immondizia nel cortile del munici pio, e tra gli scherni e i dileggi della folla di ucraini presenti, insensibili al suo dolore, partorì. Il bambino le fu immediatamente strappato dalle braccia con tutto il cordo ne ombelicale. Fu scaraventato verso la folla, che prese a schiacciarlo coi piedi. Lei fu lasciata sola, con le ferite e i brandelli di carne sanguinanti, e così rimase per qual che ora, appoggiata a un muro, fino a che non fu portata alla stazione ferroviaria e, assieme agli altri, fatta salire su un vagone verso il campo di sterminio di Belzec».
Nel prossimo Olocausto non ci saran no episodi così strazianti. Non vedremo vittime e carnefici coperti di sangue (an che se, a giudicare dalle immagini di Hi roshima e Nagasaki, le conseguenze del le esplosioni nucleari possono essere altrettanto devastanti). Ma sarà comunque un Olocausto.
• da Corriere della Sera del 20 dicembre 2006, pag. 1
di Benny Morris
Il secondo Olocausto non sarà come il pri mo. Certo, anche i nazisti ordirono uno stermi nio di massa. Ma, in qualche modo, avevano un contatto diretto con le vittime. Che disumanizzavano, dopo mesi, anni di atroce degrada zione fisica e morale, prima dell'uccisione ve ra e propria. Ma con cui avevano pur sempre stabilito un contatto fisico: vedevano, sentivano, talvolta toccavano le loro vittime. I tede schi — e i loro alleati — rastrellavano uomini, donne e bambini, per poi trascinarli e randel larli lungo le strade, freddarli nel bosco più vi cino o scaraventarli e stiparli nei vagoni di un treno, da cui iniziava il viaggio verso i cam pi di sterminio, dove «II lavoro rende liberi».
Separavano gli individui di costituzio ne robusta da quelli completamente inu tili, che adescavano nelle «docce» attraverso cui veniva pompato il gas; estraevano o presiedevano alla rimozione dei corpi e preparavano, infine, le «docce» per il plotone successivo.
CRISI - II secondo Olocausto sarà ben di verso. Un bel giorno, tempo cinque o die ci anni, magari nel pieno di una crisi re gionale, o quando meno ce lo aspettere mo, un giorno o un anno o cinque anni dopo che l'Iran si sarà dotato della Bom ba, i mullah di Qom convocheranno una seduta segreta, sulla quale campeggerà il ritratto dell'ayatollah Khomeini, con i suoi occhi di ghiaccio, per dare il placet al presidente Ahmadinejad, giunto ora mai al secondo o al terzo mandato. Tut ti i comandi saranno eseguiti, i missili Shihab-3 e 4 saranno lanciati verso Tel Aviv, Beersheba, Haifa, Gerusalemme e, probabilmente, anche contro alcuni campi militari, comprese le sei basi ae ree e missilistiche nucleari (o presunte tali) di Israele. Qualche missile sarà do tato di testata nucleare, in qualche caso addirittura multipla. Altri saranno di ti po standard, muniti solamente di agenti chimici o batteriologici, o stipati di vec chi giornali, per scalzare o spiazzare le batterie anti-missilistiche e le unità del l'esercito israeliano.
Per un Paese delle dimensioni e la con formazione di Israele (una striscia di ter ra oblunga di circa 21 mila chilometri quadrati), quattro o cinque lanci saranno probabilmente sufficienti. E addio Israele. Un milione o più di israeliani, nel le maggiori aree di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme, periranno sul colpo. Milioni saranno gravemente irradiati. Israele conta sette milioni di abitanti circa. Nes sun iraniano vedrà né toccherà alcun israeliano. Tutto si svolgerà in modo molto impersonale.
DANNI COLLATERALI - Ci saranno inevitabil mente anche morti di nazionalità araba. Circa 1,3 milioni di abitanti di Israele so no arabi e altri 3,5 milioni vivono nelle aree ancora in parte occupate della Stri scia di Gaza e in Cisgiordania. Gerusa lemme, Tel Aviv, Jaffa e Haifa contano nutrite minoranze arabe. E attorno a Ge rusalemme (vedi El Bireh, vicino a Ramallah, Bir Zeit e Betlemme) e Haifa sor gono vaste aree a densa popolazione ara ba. Anche qui saranno in moltissimi a morire, sul colpo o poco a poco.
È improbabile che un si mile massacro possa tur bare Ahmadinejad e i mul lah. Gli iraniani non ama no particolarmente gli ara bi, nutrono particolare disprezzo per i palestinesi sunniti che, in fin dei con ti, pur essendo inizialmen te dieci volte più numero si degli ebrei, nel corso di un conflitto che si è pro tratto per anni non sono riusciti a impedi re loro di fondare lo Stato ebraico, né di prendere possesso di tutta la Palestina. Di più, i leader iraniani considerano la distru zione di Israele come un supremo coman do divino, l'araldo della Seconda Venuta, e la morte collaterale degli islamici come il sacrificio di shuhada (martiri) sull'altare di una causa nobile. In ogni caso, il popolo palestinese, sparso un po' in tutto il mon do, sopravviverà, assieme alla grande na zione araba di cui è parte integrante. E va da sé che, per liberarsi dello Stato ebraico, gli arabi devono essere pronti a qualche sa crificio. E il gioco, considerandolo nel bilancio generale, vale la candela.
Ma un'altra questione potrebbe essere sollevata nel corso di queste consulte: e Gerusalemme? La città, infatti, ospita due dei luoghi più sacri dell'Islam (dopo la Mecca e Medina) : le moschee di Al Aqsa e di Omar. Con ogni probabilità, però, la suprema guida spirituale Ali Khamenei e Ahmadinejad darebbero a questa domanda la stessa risposta che sfoggerebbero per il più generale problema del la distruzione e dell'inquinamento radio attivo dell'intera Palestina: la città e la terra, per grazia di Dio, in venti, cinquan ta anni al massimo torneranno come pri ma. E saranno restituite all'Islam (e agli arabi). Senza la benché minima traccia di contaminazioni radioattive.
RISCHIO CALCOLATO - A giudicare dai conti nui riferimenti, da parte di Ahmadi nejad, alla Palestina e all'urgenza di di struggere Israele, e dalla negazione, di cui si è fatto portavoce, del primo Olo causto, si direbbe che l'uomo sia osses sionato. Tratto che condivide con i mul lah: entrambi vengono dalla scuola di Khomeini, prolifico antisemita noto per le folgori scagliate contro il «piccolo Sa tana». E a giudicare dal concorso, da lui promosso, per le vignette sulla Shoah, o dalla Conferenza sull'Olocausto (appe na conclusasi), emerge un presidente ira niano arso da un vortice di odio profon do (oltreché, naturalmente, insolente). Ahmadinejad, infatti, è pronto a mettere a repentaglio il futuro dell'Iran, se non addi rittura di tutto il Medio Oriente musulma no, in cambio della distruzione di Israele. Non v'è alcun dubbio che egli creda che Allah, in un modo o nell'altro, proteggerà l'Iran da una risposta nu cleare israeliana o da un'eventuale controffensi va Usa. E, Allah a parte, è facile che egli creda che i suoi missili polverizzeran no lo Stato ebraico, annienteranno i suoi leader, distruggeranno le basi nucle ari terrestri e demoralizze ranno o spiazzeranno i co mandanti dei sottomarini nucleari in modo così dra stico ed efficace da neutralizzare qualsivoglia reazio ne. E, con il suo profondo disprezzo per il pa vido Occidente, è improbabile che il leader iraniano prenda in seria considerazione la minaccia di una rappresaglia nucleare Usa. Ma può anche darsi che egli sia consa pevole del rischio di un contrattacco e si professi tout court — e, secondo il no stro modo di pensare, in modo assoluta mente irrazionale — disposto a pagarne le conseguenze. Come il suo mentore Khomeini ebbe a dire, nel 1980, durante un discorso ufficiale a Qom. «Noi non ve neriamo l'Iran, ma Allah...Per questo di co: che questa terra bruci. Che vada in fumo, purché l'Islam ne esca trionfan te...». Per tali cultori della morte, persino il sacrificio della propria patria vale bene la cancellazione di Israele.
Come il primo, anche il secondo Olocau sto sarà preceduto da lustri di indottrina mento dei cuori e delle menti da parte di leader arabi e iraniani, intellettuali occi dentali e sfoghi mediatici. Il messaggio è cambiato a seconda del pubblico ma, di fat to, l'obiettivo di fondo è stato sempre lo stesso: la demonizzazione di Israele. Ai mu sulmani di tutto il mondo è stato insegna to che «i sionisti e gli ebrei incarnano il ma le» e che «Israele dovrebbe essere distrut to». E agli occidentali, in modo più subdo lo, è stato inculcato che «Israele è uno Sta to tiranno e razzista» che «nell'età del multiculturalismo, è inutile e anacronistico».
COMUNITÀ INTERNAZIONALE - La campagna per il secondo Olocausto (che, tra l'al tro, alla fine provocherà all'incirca tanti morti quanti ne fece il primo) si è svolta in una comunità internazionale lacerata e guidata da ambizioni egoistiche e di scordanti, con Russia e China ossessio nate dalle prospettive di mercato nei Pa esi musulmani, la Francia dal petrolio arabo e gli Usa portati, dopo la débàcle irachena, a un profondo isolazionismo. L'Iran è stato lasciato libero di prosegui re sulla china del nucleare, e la comuni tà internazionale non è intervenuta nel lo scontro tra Israele e il regime degli Ayatollah.
Ma uno Stato israeliano sostanzialmen te isolato — come un coniglio improvvisa mente abbagliato dai fari di una macchina —, non può essere all'altezza della situazio ne. La scorsa estate, guidato da un mediocre politicante come Primo ministro e da un sindacalista da strapazzo come mini stro della Difesa, schierando un esercito addestrato per gestire le inesperte e sguar nite bande palestinesi nei Territori occupa ti (e troppo intento a fare fronte a eventua li disgrazie o a provocarle), Israele è uscito perdente da un mini-conflitto di appena trentaquattro giorni contro una piccola guerriglia di fondamentalisti libanesi spal leggiata dall'Iran. Quell'episodio ha total mente demoralizzato la leadership politi ca e militare israeliana.
Da allora, i ministri e i generali israeliani, così come i loro omologhi occidentali, assi stendo al graduale approvvigionamento di armi letali a Hezbollah da parte dei fian cheggiatori di quest'ultimo, sono divenuti sempre più sfiduciati e pessimisti. Parados salmente, è addirittura possibile che i lea der israeliani abbiano gradito gli appelli al la moderazione da parte dell'Occidente. E, con ogni probabilità, hanno voluto dispera tamente credere alle promesse occidentali che qualcuno — l'Onu, il G7 —, in un modo o nell'altro, avrebbe cavato la castagna ra dioattiva dal fuoco. C'è stato addirittura chi ha abboccato alla bislacca promessa di un cambio di regime a Teheran il quale, pi lotato dal cosiddetto ceto medio laico, avrebbe progressivamente messo il basto ne tra le ruote al fanatismo dei mullah.
NUCLEARE - Ma, fatto ancor più rilevante, il programma iraniano ha costituito una sfida infinitamente complessa per un Pa ese con risorse militari limitate e di tipo convenzionale qual è Israele. Prenden do l’imbeccata dall'operazione con cui l'Aeronautica militare israeliana, nel 1981, riuscì a distruggere il reattore nu cleare iracheno di Osiraq, gli iraniani hanno raddoppiato e dislocato i propri impianti, nascondendoli anche molti metri sottoterra (e a ciò va aggiunto il fatto che la distanza tra Israele e gli obiettivi iraniani è dop pia rispetto a quella con Bagdad). Per smantella re con le armi convenzio nali gli impianti iraniani conosciuti, occorrebbe una capacità aeronau tica pari a quella Usa im pegnata giorno e notte, e per oltre un mese. Nel la migliore delle ipotesi, l'aeronautica, la marina e il commando israelia no potrebbero sperare di fermare solo in parte il progetto iraniano. Il quale, tutto som mato, non subirebbe sostanziali modifi che. Con gli iraniani ancora più determi nati (ammesso che ciò sia possibile) a sviluppare quanto prima la Bomba. (Al tra conseguenza immediata sarebbe senz'altro una nuova campagna terrori stica di stampo islamista e su scala glo bale contro Israele — e forse anche con tro i suoi alleati occidentali — assieme, naturalmente, a un'involuzione presso ché generale. Manipolati da Ahmadinejad, tutti rivendicherebbero che il programma iraniano aveva scopi pacifici). Tutt'al più, un attacco convenzionale da parte di Israele potrebbe procrastina re il progetto iraniano di uno o due anni.
OPZIONI - In quattro e quattr'otto, dun que, la sprovveduta leadership di Geru salemme si troverà davanti a uno scenario apocalittico, sia che lanci un'offensi va convenzionale dagli effetti marginali, sia che opti per un attacco nucleare pre ventivo contro gli impianti iraniani, alcu ni dei quali situati vicino o dentro le prin cipali città. Ne avrebbe il fegato? La sua determinazione a salvare Israele baste rebbe a giustificare l'attacco preventi vo, con la conseguente morte di milioni di iraniani e, di fatto, la distruzione del l'Iran?
Il dilemma è stato rigorosamente chia rito già molto tempo fa da un generale molto saggio: l'arsenale nucleare israe liano a nulla può servire. Può soltanto es sere schierato «troppo presto» o «trop po tardi». Il momento «giusto» non arri verà mai. Se schierato «troppo presto», ossia prima che l'Iran si fosse procurato gli ordigni nucleari, Israele sarebbe sta to degradato a paria nello scacchiere in ternazionale, bersaglio della furia della comunità musulmana mondiale, senza più alcun Paese disposto a spalleggiar lo. Schierarlo «troppo tardi», invece, vor rebbe dire colpire ad attacco iraniano già avvenuto. E a che pro?
I leader israeliani, quindi, stringeran no i denti sperando che, in qualche mo do, le cose si aggiustino da sé. Magari, una volta ottenuta la Bomba, gli iraniani si comporteranno in modo «razionale»?
CATASTROFE - Ma questi ultimi sono guida ti da una logica superiore. Lanceranno i lo ro missili. E, come per il primo Olocausto, la comunità internazionale non muoverà un dito. Tutto avverrà, per Israele, in po chi minuti; non come negli anni '40, quan do il mondo stette cinque lunghi anni a tor cersi le mani senza battere ciglio. Dopo i lanci di Shihab, la comunità internaziona le manderà navi di soccorso e assistenza medica per quanti sopravviveranno alle esplosioni. Ma non attaccherà l'Iran. Qua le sarebbe il prezzo? E il tornaconto? Op tando per una controffensiva nucleare, gli Usa si alienerebbero definitivamente l'in tero mondo musulmano, esasperando e generalizzando il già acceso scontro di ci viltà. Ovviamente, senza potere riportare in vita Israele. E allora che senso avrebbe?
II secondo Olocausto, però, sarà diver so nel senso che Ahmadinejad non vedrà né toccherà concretamente gli individui di cui sogna tanto la morte. Anzi, non vi saranno scene come quella che sto per raccontarvi, riportata da Daniel Mendelsohn nel suo recente libro The Lost, A Search for Six of Six Million, in cui viene descritta la seconda Aktion dei nazisti a Bolechow, piccolo paesino della Polonia, nel settembre 1942.
«La signora Grynberg fu vittima di un episodio terribile. Gli ucraini e i te deschi, facendo irruzione nella sua casa, la trovarono che stava partorendo. A nulla valsero le lacrime e le suppliche degli astan ti: la portarono via, anco ra in vestaglia, dalla sua casa, e la trascinarono fi no alla piazza davanti al municipio. E lì... fu spinta a forza sopra un cassonet to per l'immondizia nel cortile del munici pio, e tra gli scherni e i dileggi della folla di ucraini presenti, insensibili al suo dolore, partorì. Il bambino le fu immediatamente strappato dalle braccia con tutto il cordo ne ombelicale. Fu scaraventato verso la folla, che prese a schiacciarlo coi piedi. Lei fu lasciata sola, con le ferite e i brandelli di carne sanguinanti, e così rimase per qual che ora, appoggiata a un muro, fino a che non fu portata alla stazione ferroviaria e, assieme agli altri, fatta salire su un vagone verso il campo di sterminio di Belzec».
Nel prossimo Olocausto non ci saran no episodi così strazianti. Non vedremo vittime e carnefici coperti di sangue (an che se, a giudicare dalle immagini di Hi roshima e Nagasaki, le conseguenze del le esplosioni nucleari possono essere altrettanto devastanti). Ma sarà comunque un Olocausto.
domenica 26 novembre 2006
Fortuna che c’è D’Alema, lui sì che la realtà “la compete”
(pubblicato sul settimanale TEMPI di giovedì 23 novembre 2006)
Il ministro D’Alema ha un vantaggio su chiunque altro: ha uno stuolo di “ammiratori” che ripete da mane a sera che egli è l’uomo più intelligente del mondo. Ciò gli rende possibile dire qualsiasi cosa, tanto ci sarà sempre chi dirà che nessuna mente è intelligente e razionale come la sua. E forse lo incoraggia a trattare sprezzantemente i suoi critici, come ha fatto di recente liquidando come “artificiose”, “pretestuose” e “caccia alle streghe” le critiche alla sua intervista in cui ha chiesto che Israele venga “fermato” con toni che molti hanno ritenuto unilaterali e tutt’altro che “equivicini”. Ha concluso sentenziando: “fine della polemica”; così dimenticando che non è in suo potere accendere e spegnere le polemiche a comando. Ci sarebbero molte altre cose da rilevare, tra cui la singolare pretesa di voler stabilire quali sono gli ebrei “democratici” e quali non lo sono.
Dice D’Alema che il governo italiano è addirittura più vicino a Israele che non al governo di Hamas contro cui applica l’embargo, “ancorché democraticamente eletto”. A parte l’ulteriore inciampo sulla democrazia, ci mancherebbe altro che l’Italia non rispettasse la decisione dell’Unione Europea. La questione è piuttosto che il ministro D’Alema non perde occasione per dare addosso a Israele, qualsiasi cosa faccia, e se critica Hamas, Hezbollah o l’Iran deve trattarsi di un caso di endofasia, visto che nessuno ha mai sentito le sue proteste, neppure quando Ahmadinejad dichiara che chiunque al mondo ha diritto ad essere tollerato salvo Israele. D’Alema imputa alla politica “di forza” di Israele persino la nascita di Hamas e di Hezbollah, che “qualche anno fa non esistevano”. Al contrario, esistono rispettivamente dal 1987 e dal 1982… E poi sarebbero i suoi critici a manifestare “assoluta incompetenza della realtà”. Quando parla di “violenza che chiama la violenza” trascura il fatto che Israele non ha nessun interesse a mettere piede a Gaza: se lo fa è perché da Gaza si continua a bombardare il suo territorio. Ma il ministro ha un’idea personale dei rapporti di causa-effetto. Difatti, egli addebita a Israele addirittura il prossimo ingresso sulla scena di Al Qaeda…
C’è da chiedersi se questo non sia un modo per mettere le mani avanti e colpevolizzare Israele persino del fallimento della missione Unifil. Questa missione – vantata dal ministro e dal premier Prodi come un evento “storico” – non ha realizzato neanche un solo punto della risoluzione 1701, salvo… il ritiro israeliano dal Libano. Non sono stati liberati “incondizionatamente” i soldati rapiti, il governo libanese non si sogna di “disarmare i gruppi armati” e di esercitare da solo l’autorità sul paese. Al contrario, Hezbollah si riarma, si rafforza e chiede maggior peso nel governo libanese. Intanto, l’Unifil non è in grado neppure di stabilire un checkpoint, ma è stato capace di minacciare Israele di usare la contraerea nel caso continui a fare voli di ricognizione. Insomma, l’Unifil serve solo a stendere un paravento sui preparativi di guerra di Hezbollah.
Questi sono i fatti. Eviti quindi il ministro di accusare i suoi critici di “incompetenza della realtà”. Oltretutto, che strano uso dell’italiano… Aver tanto a che fare con le lingue straniere non è un motivo per fare un uso discutibile della propria. Sembra un film di Totò: “lei è incompetente della realtà”, “lei si sbaglia, io la realtà la competo e la competetti!”
Giorgio Israel
Il ministro D’Alema ha un vantaggio su chiunque altro: ha uno stuolo di “ammiratori” che ripete da mane a sera che egli è l’uomo più intelligente del mondo. Ciò gli rende possibile dire qualsiasi cosa, tanto ci sarà sempre chi dirà che nessuna mente è intelligente e razionale come la sua. E forse lo incoraggia a trattare sprezzantemente i suoi critici, come ha fatto di recente liquidando come “artificiose”, “pretestuose” e “caccia alle streghe” le critiche alla sua intervista in cui ha chiesto che Israele venga “fermato” con toni che molti hanno ritenuto unilaterali e tutt’altro che “equivicini”. Ha concluso sentenziando: “fine della polemica”; così dimenticando che non è in suo potere accendere e spegnere le polemiche a comando. Ci sarebbero molte altre cose da rilevare, tra cui la singolare pretesa di voler stabilire quali sono gli ebrei “democratici” e quali non lo sono.
Dice D’Alema che il governo italiano è addirittura più vicino a Israele che non al governo di Hamas contro cui applica l’embargo, “ancorché democraticamente eletto”. A parte l’ulteriore inciampo sulla democrazia, ci mancherebbe altro che l’Italia non rispettasse la decisione dell’Unione Europea. La questione è piuttosto che il ministro D’Alema non perde occasione per dare addosso a Israele, qualsiasi cosa faccia, e se critica Hamas, Hezbollah o l’Iran deve trattarsi di un caso di endofasia, visto che nessuno ha mai sentito le sue proteste, neppure quando Ahmadinejad dichiara che chiunque al mondo ha diritto ad essere tollerato salvo Israele. D’Alema imputa alla politica “di forza” di Israele persino la nascita di Hamas e di Hezbollah, che “qualche anno fa non esistevano”. Al contrario, esistono rispettivamente dal 1987 e dal 1982… E poi sarebbero i suoi critici a manifestare “assoluta incompetenza della realtà”. Quando parla di “violenza che chiama la violenza” trascura il fatto che Israele non ha nessun interesse a mettere piede a Gaza: se lo fa è perché da Gaza si continua a bombardare il suo territorio. Ma il ministro ha un’idea personale dei rapporti di causa-effetto. Difatti, egli addebita a Israele addirittura il prossimo ingresso sulla scena di Al Qaeda…
C’è da chiedersi se questo non sia un modo per mettere le mani avanti e colpevolizzare Israele persino del fallimento della missione Unifil. Questa missione – vantata dal ministro e dal premier Prodi come un evento “storico” – non ha realizzato neanche un solo punto della risoluzione 1701, salvo… il ritiro israeliano dal Libano. Non sono stati liberati “incondizionatamente” i soldati rapiti, il governo libanese non si sogna di “disarmare i gruppi armati” e di esercitare da solo l’autorità sul paese. Al contrario, Hezbollah si riarma, si rafforza e chiede maggior peso nel governo libanese. Intanto, l’Unifil non è in grado neppure di stabilire un checkpoint, ma è stato capace di minacciare Israele di usare la contraerea nel caso continui a fare voli di ricognizione. Insomma, l’Unifil serve solo a stendere un paravento sui preparativi di guerra di Hezbollah.
Questi sono i fatti. Eviti quindi il ministro di accusare i suoi critici di “incompetenza della realtà”. Oltretutto, che strano uso dell’italiano… Aver tanto a che fare con le lingue straniere non è un motivo per fare un uso discutibile della propria. Sembra un film di Totò: “lei è incompetente della realtà”, “lei si sbaglia, io la realtà la competo e la competetti!”
Giorgio Israel
venerdì 10 novembre 2006
ALLARME ISRAELE
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Da Il Foglio - 9 novembre 2006
Per una breve stagione, dopo il ritiro da Gaza, è sembrato che qualcosa cambiasse; che il mondo guardasse più benevolmente Israele; che ne capisse le ragioni e, in particolare, l’assurdità di creare uno stato palestinese governato da un movimento terrorista che nega il diritto all’esistenza di Israele. Oggi questo clima positivo è in frantumi e Israele fronteggia una condizione esterna e interna drammatica. Nello stesso giorno (20 ottobre) in cui Ahmadinejad intimava all’Occidente di “prendere nel suo interesse le distanze da uno stato che ha perso la ragione della sua esistenza”, aggiungendo “questo è un ultimatum”, il governo francese rompeva un tabù storico, dichiarando per bocca del presidente Chirac e del ministro della difesa che ai sorvoli di Israele sul Libano doveva essere posto fine “in un modo o nell’altro” e che, se i mezzi diplomatici non fossero bastati, si sarebbe fatto ricorso ad “altri mezzi”. Dunque l’Europa profila la possibilità di un confronto militare con Israele: a tanto siamo giunti.
Mi si perdonerà l’autocitazione se dico che la previsione fatta su queste pagine (12 settembre) circa la natura perversa della “trappola Unifil” si è purtroppo avverata puntualmente. Oggi Israele è messo in pericolo da una missione fallimentare che serve da paravento al riarmo di Hezbollah e al crearsi di una tenaglia iraniana tutt’attorno, mentre non una delle condizioni previste dalla risoluzione 1701 è ottemperata: non la “liberazione incondizionata” dei soldati rapiti, non il “disarmo dei gruppi armati”, non l’esercizio esclusivo dell’autorità e la detenzione esclusiva delle armi da parte del governo libanese. Intanto piovono missili su Israele da Gaza, che si trasforma in un territorio gestito sul modello Hezbollah, senza che nessuno deplori. Nella reazione israeliana cadono tragicamente dei civili creando un clima alla Sabra e Shatila, ma con una differenza: la fragilità esterna ed interna di Israele, investito da una crisi di orientamento politico e militare senza precedenti, con un ministro che chiede scusa, un altro che ribadisce la linea fin qui seguita e un terzo che blocca le operazioni militari.
Che succede? Come è potuto accadere che Israele si sia cacciato in luglio in una campagna militare condotta in modo incerto e fluttuante, ricorrendo dapprima soltanto all’arma aerea e concludendola con un’offensiva che ha prodotto perdite e nessun vantaggio diplomatico? Come è potuto accadere che Israele abbia accettato di entrare nella trappola Unifil e che il suo governo, pur non ricavandone altro che la prospettiva di una nuova guerra, continui a ringraziare chi ha costruito la trappola? Come può accadere che Israele continui a non trovare il bandolo della matassa tra diplomazia e opzione militare e non riesca a definire una linea di azione univoca guidata da un governo di emergenza nazionale che renda chiaro al mondo che sta lottando per la sopravvivenza contro un nemico che ha come unico scopo di distruggerlo?
La risposta l’ha data un giornalista di Ha’aretz, Ari Shavit, con una magistrale autocritica condotta da sinistra (“L’illusione della normalità”). E la risposta è: “il politicamente corretto coltivato per vent’anni da un’intera generazione di dirigenti israeliani”. Israele – dice Shavit – ha finito col credere che l’occupazione dei territori sia la causa di tutti i mali e che la sua potenza sia un fatto acquisito. La spesa militare è stata ridotta e il patriottismo deriso. “Nel mondo ideale del politicamente corretto, “forza” ed “esercito” sono diventati parolacce”. “Mezzi d’informazione e intellettuali hanno portato avanti un paziente lavoro di logoramento ai danni del nazionalismo e del sionismo… istillando la pratica suicida della critica dei fondamenti esistenziali” della nazione. Israele è un frammento di occidente che vive in un contesto ostile: perdere la consapevolezza di uno di questi due aspetti è, per Israele, quanto perdere l’identità. Israele ha voluto essere Atene – prosegue Shavit – ma in quelle terre non vi è futuro per un’Atene che non sia anche Sparta.
La crisi della fiducia in sé stessi può significare non riuscire a trovare la via né per la pace né per la guerra. Sarebbe un grave errore pensare che questa sia un’anomalia israeliana che non ci riguarda. De te fabula narratur. Il ciglio su cui si trova Israele è il medesimo verso cui si avvia l’occidente. Il suo dramma è il paradigma di un dramma che sta nel nostro vicino orizzonte.
Giorgio Israel
Da Il Foglio - 9 novembre 2006
Per una breve stagione, dopo il ritiro da Gaza, è sembrato che qualcosa cambiasse; che il mondo guardasse più benevolmente Israele; che ne capisse le ragioni e, in particolare, l’assurdità di creare uno stato palestinese governato da un movimento terrorista che nega il diritto all’esistenza di Israele. Oggi questo clima positivo è in frantumi e Israele fronteggia una condizione esterna e interna drammatica. Nello stesso giorno (20 ottobre) in cui Ahmadinejad intimava all’Occidente di “prendere nel suo interesse le distanze da uno stato che ha perso la ragione della sua esistenza”, aggiungendo “questo è un ultimatum”, il governo francese rompeva un tabù storico, dichiarando per bocca del presidente Chirac e del ministro della difesa che ai sorvoli di Israele sul Libano doveva essere posto fine “in un modo o nell’altro” e che, se i mezzi diplomatici non fossero bastati, si sarebbe fatto ricorso ad “altri mezzi”. Dunque l’Europa profila la possibilità di un confronto militare con Israele: a tanto siamo giunti.
Mi si perdonerà l’autocitazione se dico che la previsione fatta su queste pagine (12 settembre) circa la natura perversa della “trappola Unifil” si è purtroppo avverata puntualmente. Oggi Israele è messo in pericolo da una missione fallimentare che serve da paravento al riarmo di Hezbollah e al crearsi di una tenaglia iraniana tutt’attorno, mentre non una delle condizioni previste dalla risoluzione 1701 è ottemperata: non la “liberazione incondizionata” dei soldati rapiti, non il “disarmo dei gruppi armati”, non l’esercizio esclusivo dell’autorità e la detenzione esclusiva delle armi da parte del governo libanese. Intanto piovono missili su Israele da Gaza, che si trasforma in un territorio gestito sul modello Hezbollah, senza che nessuno deplori. Nella reazione israeliana cadono tragicamente dei civili creando un clima alla Sabra e Shatila, ma con una differenza: la fragilità esterna ed interna di Israele, investito da una crisi di orientamento politico e militare senza precedenti, con un ministro che chiede scusa, un altro che ribadisce la linea fin qui seguita e un terzo che blocca le operazioni militari.
Che succede? Come è potuto accadere che Israele si sia cacciato in luglio in una campagna militare condotta in modo incerto e fluttuante, ricorrendo dapprima soltanto all’arma aerea e concludendola con un’offensiva che ha prodotto perdite e nessun vantaggio diplomatico? Come è potuto accadere che Israele abbia accettato di entrare nella trappola Unifil e che il suo governo, pur non ricavandone altro che la prospettiva di una nuova guerra, continui a ringraziare chi ha costruito la trappola? Come può accadere che Israele continui a non trovare il bandolo della matassa tra diplomazia e opzione militare e non riesca a definire una linea di azione univoca guidata da un governo di emergenza nazionale che renda chiaro al mondo che sta lottando per la sopravvivenza contro un nemico che ha come unico scopo di distruggerlo?
La risposta l’ha data un giornalista di Ha’aretz, Ari Shavit, con una magistrale autocritica condotta da sinistra (“L’illusione della normalità”). E la risposta è: “il politicamente corretto coltivato per vent’anni da un’intera generazione di dirigenti israeliani”. Israele – dice Shavit – ha finito col credere che l’occupazione dei territori sia la causa di tutti i mali e che la sua potenza sia un fatto acquisito. La spesa militare è stata ridotta e il patriottismo deriso. “Nel mondo ideale del politicamente corretto, “forza” ed “esercito” sono diventati parolacce”. “Mezzi d’informazione e intellettuali hanno portato avanti un paziente lavoro di logoramento ai danni del nazionalismo e del sionismo… istillando la pratica suicida della critica dei fondamenti esistenziali” della nazione. Israele è un frammento di occidente che vive in un contesto ostile: perdere la consapevolezza di uno di questi due aspetti è, per Israele, quanto perdere l’identità. Israele ha voluto essere Atene – prosegue Shavit – ma in quelle terre non vi è futuro per un’Atene che non sia anche Sparta.
La crisi della fiducia in sé stessi può significare non riuscire a trovare la via né per la pace né per la guerra. Sarebbe un grave errore pensare che questa sia un’anomalia israeliana che non ci riguarda. De te fabula narratur. Il ciglio su cui si trova Israele è il medesimo verso cui si avvia l’occidente. Il suo dramma è il paradigma di un dramma che sta nel nostro vicino orizzonte.
Giorgio Israel
sabato 4 novembre 2006
Ma sì, ha ragione Giorello. Buttiamola in allegria
Pubblicato sulla rivista TEMPI (distribuita il giovedì con Il Giornale), 2 novembre 2006
Giulio Giorello mi bacchetta per aver difeso il discorso del Papa a Ratisbona. È turbato perché sarei intriso di “fondamentalismo religioso”; e trova deplorevole il mio discorso sulla necessità che l’occidente si liberi dei “demoni” dell’odio di sé, del relativismo e dello scientismo. Dice di non essersi imbattuto in simili “lagne” da molto tempo.
Non è un buon segno che uno sia ridotto a controbattere gli argomenti altrui con epiteti (“lagne”, “fondamentalismo religioso”), oppure parlando di pretesi “errori” contenuti in un mio libro su tutt’altro argomento. Oltre a evocare la classica situazione della casa dell’impiccato in cui si parla di corda, è una manifestazione di forza argomentativa e di “stile” che parla da sola.
Nel merito, Giorello mi rimprovera di aver criticato l’ex presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Amos Luzzatto perché aveva invitato il Papa ad andare addirittura “oltre le scuse” nei confronti di chi lo stava minacciando di morte per aver espresso il suo pensiero. Luzzatto aveva incitato a restare sul terreno politico, che permette il compromesso, mentre il confronto ideologico o teologico non lascerebbe possibilità di soluzione. Osservavo, e ribadisco, che la questione si gioca sul terreno religioso e che è mediocre pragmatismo far finta che le difficoltà che nascono su questo terreno possano essere aggirate politicamente. Giorello ne deduce che avrei accusato Luzzatto di non essere stato ideologico… e invita l’“amico Giorgio” a coltivare un sano pragmatismo invece di attardarsi nelle “lagne”.
Sarebbe interessante approfondire cosa dovrebbe essere questo pragmatismo. Di sicuro non impicciarsi delle idee altrui. Il motto potrebbe essere una parafrasi dell’appello per l’educazione: «Se ognuno si facesse i fatti propri tutti starebbero meglio». Per esempio, se il professore francese Redeker fosse stato pragmatico, avrebbe tenuto la penna a posto, e non si sarebbe attirato la condanna a morte degli “ideologi” con quell’articolo sul Corano. E quanto starebbe meglio Magdi Allam se fosse un po’ più pragmatico, invece di parlare di Corano e di Islam un giorno sì e l’altro pure. Certa gente se la tira proprio, come Daniela Santanché: se uno ha l’idea balzana di discutere con l’imam di Segrate è ovvio che si becca una condanna come “infedele” e “seminatrice di odio”. Insomma, agiscono bene quei politici e intellettuali che alle sparate teologiche e storiche del presidente Ahmadinejad sull’inevitabile trionfo della vera fede e sulla Shoah che non sarebbe mai esistita, oppongono un pragmatico silenzio o stendono la mano. Oppure fanno i raffinati, come quell’esponente del Pdci secondo cui il negazionismo di Ahmadinejad sarebbe la risposta “folle” a chi pretende di giustificare ogni azione di Israele sulla base del ricordo dell’Olocausto ebraico. Per cui, occorre “interrompere immediatamente ogni strumentalizzazione”: l’offeso non è l’indifendibile Israele ma l’antifascismo…
Mi viene voglia di definire questo pragmatismo “odio di sé”, ma dopo la reprimenda di Giorello non oso più. Basta con le “lagne”. “Allegria!”, diceva Mike Buongiorno. Anche l’amico Giulio sia coerente e la prossima volta, invece di cercare argomenti finti, la butti sul leggero: ricorra al pernacchio napoletano, almeno ci divertiremo tutti. Non meno di quanto ci ha fatto divertire dichiarando di preferire alle metafore del Papa il razionalismo del profeta Muhammad.
Giorgio Israel
Giulio Giorello mi bacchetta per aver difeso il discorso del Papa a Ratisbona. È turbato perché sarei intriso di “fondamentalismo religioso”; e trova deplorevole il mio discorso sulla necessità che l’occidente si liberi dei “demoni” dell’odio di sé, del relativismo e dello scientismo. Dice di non essersi imbattuto in simili “lagne” da molto tempo.
Non è un buon segno che uno sia ridotto a controbattere gli argomenti altrui con epiteti (“lagne”, “fondamentalismo religioso”), oppure parlando di pretesi “errori” contenuti in un mio libro su tutt’altro argomento. Oltre a evocare la classica situazione della casa dell’impiccato in cui si parla di corda, è una manifestazione di forza argomentativa e di “stile” che parla da sola.
Nel merito, Giorello mi rimprovera di aver criticato l’ex presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Amos Luzzatto perché aveva invitato il Papa ad andare addirittura “oltre le scuse” nei confronti di chi lo stava minacciando di morte per aver espresso il suo pensiero. Luzzatto aveva incitato a restare sul terreno politico, che permette il compromesso, mentre il confronto ideologico o teologico non lascerebbe possibilità di soluzione. Osservavo, e ribadisco, che la questione si gioca sul terreno religioso e che è mediocre pragmatismo far finta che le difficoltà che nascono su questo terreno possano essere aggirate politicamente. Giorello ne deduce che avrei accusato Luzzatto di non essere stato ideologico… e invita l’“amico Giorgio” a coltivare un sano pragmatismo invece di attardarsi nelle “lagne”.
Sarebbe interessante approfondire cosa dovrebbe essere questo pragmatismo. Di sicuro non impicciarsi delle idee altrui. Il motto potrebbe essere una parafrasi dell’appello per l’educazione: «Se ognuno si facesse i fatti propri tutti starebbero meglio». Per esempio, se il professore francese Redeker fosse stato pragmatico, avrebbe tenuto la penna a posto, e non si sarebbe attirato la condanna a morte degli “ideologi” con quell’articolo sul Corano. E quanto starebbe meglio Magdi Allam se fosse un po’ più pragmatico, invece di parlare di Corano e di Islam un giorno sì e l’altro pure. Certa gente se la tira proprio, come Daniela Santanché: se uno ha l’idea balzana di discutere con l’imam di Segrate è ovvio che si becca una condanna come “infedele” e “seminatrice di odio”. Insomma, agiscono bene quei politici e intellettuali che alle sparate teologiche e storiche del presidente Ahmadinejad sull’inevitabile trionfo della vera fede e sulla Shoah che non sarebbe mai esistita, oppongono un pragmatico silenzio o stendono la mano. Oppure fanno i raffinati, come quell’esponente del Pdci secondo cui il negazionismo di Ahmadinejad sarebbe la risposta “folle” a chi pretende di giustificare ogni azione di Israele sulla base del ricordo dell’Olocausto ebraico. Per cui, occorre “interrompere immediatamente ogni strumentalizzazione”: l’offeso non è l’indifendibile Israele ma l’antifascismo…
Mi viene voglia di definire questo pragmatismo “odio di sé”, ma dopo la reprimenda di Giorello non oso più. Basta con le “lagne”. “Allegria!”, diceva Mike Buongiorno. Anche l’amico Giulio sia coerente e la prossima volta, invece di cercare argomenti finti, la butti sul leggero: ricorra al pernacchio napoletano, almeno ci divertiremo tutti. Non meno di quanto ci ha fatto divertire dichiarando di preferire alle metafore del Papa il razionalismo del profeta Muhammad.
Giorgio Israel
sabato 30 settembre 2006
Razzismo antisemita europeo

La vignetta è stata pubblicata sul giornale spagnolo El Mundo.
Raffigura un soldato israeliano dal tipico naso adunco "giudaico".
Ha perso un occhio e un dente.
Tuttavia, invece del classico "occhio per occhio, dente per dente", torna con due sacchi rispettivamente stracolmi di denti e di occhi.
Ogni commento è superfluo.
martedì 19 settembre 2006
Scuse? Troppo poco. Un bel gesto di sottomissione e torniamo a farci i fatti nostri. La strategia di Luzzatto
Il Foglio - martedì 19 settembre 2006
Sono rimasto allibito – e non da solo – leggendo l’intervista rilasciata da Amos Luzzatto alla Repubblica (17 settembre) sotto il titolo “Le scuse non sono sufficienti, occorre un segnale diverso”. Si tratta delle scuse che il Papa deve porgere all’Islam e che, secondo Luzzatto, non bastano: occorre di più, un gesto di “apertura” verso l’Islam. Cosa vorrà mai dire? Convertirsi?
Una persona che conservi intatta la libertà di pensare, o che semplicemente sia libera, non può non fare una constatazione: la reazione ad affermazioni ritenute offensive, in quanto avrebbero asserito il carattere intrinsecamente violento della religione islamica, è stata di una brutalità smisurata, con minacce di distruzione, di morte, e assortita di violenze effettivamente esercitate (attacchi a chiese e persino l’omicidio di una suora), grotteschi ritiri di ambasciatori e affermazioni integraliste deliranti (“la religione musulmana è la sola bella, e tutto il mondo si dovrà convertire all’Islam”). Un simile scenario riporta alla memoria la reazione seguita alla vicenda delle vignette su Maometto: un mondo islamico che produce senza ritegno un’iconografia altamente offensiva dei simboli religiosi e dei libri sacri del cristianesimo e dell’ebraismo, mostrò di ritenere che soltanto la religione musulmana debba essere rispettata. Oggi, lo spettacolo tragicomico degli “offesi” che dimostrano con la loro reazione la fondatezza dell’imputazione, avrebbe dovuto suggerire a chiunque conservi un minimo di spirito libero di non chiedere al Papa di scusarsi.
Potremmo chiudere qui. Ma forse qualche soffio di razionalità circola ancora, per quanto reso flebile dal terrore, e quindi possiamo tentare qualche ulteriore riflessione. Qual era, in fin dei conti, il senso del discorso del Papa a Ratisbona?
Sono proprio le “scuse” del Papa – che, fortunatamente, non sono scuse, bensì una puntuale precisazione – a indicare l’intento di quel discorso. «Sono rammaricato – ha detto Benedetto XVI – per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso all'Università di Ratisbona, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani». Quindi: rammarico “per le reazioni”, e precisazione che la citazione è stata “ritenuta” offensivo in quanto erroneamente considerata espressione del pensiero del Papa; e riaffermazione della volontà di dialogo, “nel rispetto reciproco” – “reciproco”, è un aggettivo che va sottolineato.
Sono anni che il cardinale e ora Papa Ratzinger si adopera a rimuovere le radici più profonde dell’odio, che affondano nel terreno teologico. Nessuna dichiarazione irenista e di buona volontà può bastare se non si mette mano con cautela e coraggio alla sorgente profonda delle incomprensioni e dell’odio. Secondo Luzzatto bisogna restare sul terreno politico, perché questo riserva possibilità di compromesso, mentre «quando si passa a un confronto di carattere ideologico o teologico le possibilità di soluzione diventano esilissime». Ma così non si vede che la questione si gioca sul terreno religioso. Far finta che difficoltà che nascono su questo terreno possano essere “cortocircuitate” sul terreno politico, è una forma di mediocre pragmatismo. Evidentemente, Luzzatto, sebbene si fregi del titolo di ex-presidente delle comunità ebraiche italiane, non crede che il fattore religioso abbia rilevanza o, peggio, ritiene che sia un fattore negativo che occorre evitare come la peste, per non impantanarsi in una palude in cui non esistono vie d’uscita. Ma una simile visione, pur se legittima, è assolutamente irrealistica se rigetta l’obbiettivo di combattere a viso aperto l’integralismo di chi ha come scopo esplicito quello di piegare il mondo intero alla fede musulmana. Paradossalmente, la logica di Luzzatto esclude, in quanto “pericoloso”, il confronto franco e razionale, e lascia aperte soltanto due alternative: la guerra totale oppure l’assoggettamento, ovvero la “dhimmitudine”. Constatiamo che egli indica al Papa la seconda, invitandolo a piegarsi alla sopraffazione e cancellando dall’orizzonte il principio della libertà di pensiero e di espressione.
Ma torniamo alla linea di approfondimento teologico seguita da Ratzinger. Per quanto riguarda il secolare tema dei rapporti ebraico-cristiani, egli è andato al di là delle pur importantissime dichiarazioni di fratellanza per abbordare le questioni teologiche che ostacolano un dialogo rispettoso delle fedi e concezioni rispettive, senza indulgere al sincretismo. Il documento della Pontificia Commissio Biblica su “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana” (2001) rappresenta, a mio avviso, uno dei più profondi e costruttivi contributi all’esame dei passaggi attraverso cui una lettura tendenziosa dei Vangeli ha portato alla diffusione di sentimenti antiebraici. Chi scrive non è sospettabile di indulgenza nei confronti dell’antisemitismo cristiano. Ma è proprio lo sguardo non indulgente che consente di apprezzare i passi avanti compiuti e che, pur nella consapevolezza degli ostacoli da rimuovere, permette di dire che, sì, è possibile, anche sul terreno difficile – ma non aggirabile – della teologia, stabilire un terreno di dialogo e di comprensione. Del resto, le religioni ebraica e cristiana sono basate sull’idea che i testi sacri sono “rivelati” ma espressi nella parola umana, e quindi assoggettati all’interpretazione. Il “commento” è la via maestra per il confronto delle differenze nel reciproco rispetto.
La scelta di Benedetto XVI è di perseguire sul terreno del confronto teologico la sconfitta dell’intolleranza e dell’idea insana che la “verità” che si ritiene possedere possa essere affermata con la violenza e con la guerra santa. Il cristianesimo ha peccato su questo piano ma è altrettanto chiaro che, da quasi mezzo secolo, la Chiesa Cattolica si è avviata sulla strada di un coraggioso riconoscimento di questi errori e della revisione delle interpretazioni teologiche che hanno alimentato le tragedie del passato. Perché mai l’Islam dovrebbe essere esente da un simile processo di revisione proprio mentre dal suo seno si levano così forti propositi aggressivi basati su motivazioni religiose? Il discorso del Papa a Ratisbona ha affrontato il tema delle radici teologiche del concetto di guerra santa nell’Islam, con dotte citazioni che non implicavano l’adesione alla lettera della frase di Manuele II Paleologo, ma mettevano sul tappeto “la” questione. Un mondo islamico tollerante e aperto al dialogo avrebbe dovuto cogliere questo discorso come un’occasione di riflessione e di confronto. Abbiamo invece assistito a un’esplosione di minacce e violenze, in forme disonorevoli per chi le ha pronunciate e messe in atto.
È curioso. Per duemila anni gli ebrei hanno visto attaccata la loro religione nelle forme più truculente. Eppure nessuno ha mai pensato di rispondere con la minaccia di morte nei confronti di coloro che denigravano la religione ebraica. Al contrario. Quando non si trattava di accuse volgari – magari sfocianti nella solita tematica del deicidio – ma di critiche, esse venivano discusse, confutate e magari ribaltate razionalmente. È forse illegittimo difendere propria fede e criticare i principi dell’altra, fino a che si resta entro i giusti limiti della critica rispettosa?
Si pensi alla celebre disputa di Barcellona (1263) tra il rabbino Moshe ben Nachman (Nachmanide) e il predicatore cristiano Pablo Christiani. Rileggerla è istruttivo, perché Nachmanide vi sosteneva le ragioni della fede ebraica e confutava i principi del cristianesimo in modo assai fermo e pungente. Nella disputa, Christiani non si accontentò di replicare. Accusò Nachmanide di aver offeso la fede cristiana, e scatenò un’ondata di terrore, imponendo la conversione forzata a masse di spettatori della disputa. Questi venivano arruolati per contestare violentemente Nachmanide, fino a creare un clima di violenza tale che il confronto si concluse con l’esilio del rabbino in Palestina. Se pensiamo alle frasi “offensive” con cui Nachmanide negava la divinità di Cristo e contestava la “falsità” dei dogmi della religione cristiana, e seguiamo la logica di Luzzatto, Nachmanide avrebbe dovuto chiedere scusa alla Chiesa, all’Inquisizione, e anzi le scuse non sarebbero bastate. Avrebbe dovuto aprire un dialogo politico…
Per secoli, il cristianesimo ha rimproverato all’ebraismo di non aver assimilato l’idea della carità ed è stato ricambiato – penso, per restare a tempi recenti, agli scritti del rabbino Elia Benamozegh, noto anche come il “Platone dell’ebraismo italiano” – con l’accusa di ignorare l’idea della giustizia. Non trovo nulla di male in simili reciproche contestazioni, fino a che sono condotte sul terreno della dottrina e del confronto civile delle opinioni. I guai iniziano quando queste contestazioni degenerano sul terreno della denigrazione e dell’incitamento all’odio e, infine, sul terreno della persecuzione. L’ebraismo è stato vittima di tale degenerazione per duemila anni, e lo è ancora – religione di scimmie e porci, secondo una locuzione corrente in quegli ambienti che, secondo Luzzatto, dovrebbero ricevere le scuse, e qualcosa di più delle scuse, del Papa. È quindi con profondo imbarazzo che si assiste al fatto che un intellettuale ebreo, che si proclama laico e si fregia del titolo di ex-presidente delle comunità ebraiche italiane, si schieri dalla parte del fanatismo e dell’intolleranza.
Giorgio Israel
Sono rimasto allibito – e non da solo – leggendo l’intervista rilasciata da Amos Luzzatto alla Repubblica (17 settembre) sotto il titolo “Le scuse non sono sufficienti, occorre un segnale diverso”. Si tratta delle scuse che il Papa deve porgere all’Islam e che, secondo Luzzatto, non bastano: occorre di più, un gesto di “apertura” verso l’Islam. Cosa vorrà mai dire? Convertirsi?
Una persona che conservi intatta la libertà di pensare, o che semplicemente sia libera, non può non fare una constatazione: la reazione ad affermazioni ritenute offensive, in quanto avrebbero asserito il carattere intrinsecamente violento della religione islamica, è stata di una brutalità smisurata, con minacce di distruzione, di morte, e assortita di violenze effettivamente esercitate (attacchi a chiese e persino l’omicidio di una suora), grotteschi ritiri di ambasciatori e affermazioni integraliste deliranti (“la religione musulmana è la sola bella, e tutto il mondo si dovrà convertire all’Islam”). Un simile scenario riporta alla memoria la reazione seguita alla vicenda delle vignette su Maometto: un mondo islamico che produce senza ritegno un’iconografia altamente offensiva dei simboli religiosi e dei libri sacri del cristianesimo e dell’ebraismo, mostrò di ritenere che soltanto la religione musulmana debba essere rispettata. Oggi, lo spettacolo tragicomico degli “offesi” che dimostrano con la loro reazione la fondatezza dell’imputazione, avrebbe dovuto suggerire a chiunque conservi un minimo di spirito libero di non chiedere al Papa di scusarsi.
Potremmo chiudere qui. Ma forse qualche soffio di razionalità circola ancora, per quanto reso flebile dal terrore, e quindi possiamo tentare qualche ulteriore riflessione. Qual era, in fin dei conti, il senso del discorso del Papa a Ratisbona?
Sono proprio le “scuse” del Papa – che, fortunatamente, non sono scuse, bensì una puntuale precisazione – a indicare l’intento di quel discorso. «Sono rammaricato – ha detto Benedetto XVI – per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso all'Università di Ratisbona, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani». Quindi: rammarico “per le reazioni”, e precisazione che la citazione è stata “ritenuta” offensivo in quanto erroneamente considerata espressione del pensiero del Papa; e riaffermazione della volontà di dialogo, “nel rispetto reciproco” – “reciproco”, è un aggettivo che va sottolineato.
Sono anni che il cardinale e ora Papa Ratzinger si adopera a rimuovere le radici più profonde dell’odio, che affondano nel terreno teologico. Nessuna dichiarazione irenista e di buona volontà può bastare se non si mette mano con cautela e coraggio alla sorgente profonda delle incomprensioni e dell’odio. Secondo Luzzatto bisogna restare sul terreno politico, perché questo riserva possibilità di compromesso, mentre «quando si passa a un confronto di carattere ideologico o teologico le possibilità di soluzione diventano esilissime». Ma così non si vede che la questione si gioca sul terreno religioso. Far finta che difficoltà che nascono su questo terreno possano essere “cortocircuitate” sul terreno politico, è una forma di mediocre pragmatismo. Evidentemente, Luzzatto, sebbene si fregi del titolo di ex-presidente delle comunità ebraiche italiane, non crede che il fattore religioso abbia rilevanza o, peggio, ritiene che sia un fattore negativo che occorre evitare come la peste, per non impantanarsi in una palude in cui non esistono vie d’uscita. Ma una simile visione, pur se legittima, è assolutamente irrealistica se rigetta l’obbiettivo di combattere a viso aperto l’integralismo di chi ha come scopo esplicito quello di piegare il mondo intero alla fede musulmana. Paradossalmente, la logica di Luzzatto esclude, in quanto “pericoloso”, il confronto franco e razionale, e lascia aperte soltanto due alternative: la guerra totale oppure l’assoggettamento, ovvero la “dhimmitudine”. Constatiamo che egli indica al Papa la seconda, invitandolo a piegarsi alla sopraffazione e cancellando dall’orizzonte il principio della libertà di pensiero e di espressione.
Ma torniamo alla linea di approfondimento teologico seguita da Ratzinger. Per quanto riguarda il secolare tema dei rapporti ebraico-cristiani, egli è andato al di là delle pur importantissime dichiarazioni di fratellanza per abbordare le questioni teologiche che ostacolano un dialogo rispettoso delle fedi e concezioni rispettive, senza indulgere al sincretismo. Il documento della Pontificia Commissio Biblica su “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana” (2001) rappresenta, a mio avviso, uno dei più profondi e costruttivi contributi all’esame dei passaggi attraverso cui una lettura tendenziosa dei Vangeli ha portato alla diffusione di sentimenti antiebraici. Chi scrive non è sospettabile di indulgenza nei confronti dell’antisemitismo cristiano. Ma è proprio lo sguardo non indulgente che consente di apprezzare i passi avanti compiuti e che, pur nella consapevolezza degli ostacoli da rimuovere, permette di dire che, sì, è possibile, anche sul terreno difficile – ma non aggirabile – della teologia, stabilire un terreno di dialogo e di comprensione. Del resto, le religioni ebraica e cristiana sono basate sull’idea che i testi sacri sono “rivelati” ma espressi nella parola umana, e quindi assoggettati all’interpretazione. Il “commento” è la via maestra per il confronto delle differenze nel reciproco rispetto.
La scelta di Benedetto XVI è di perseguire sul terreno del confronto teologico la sconfitta dell’intolleranza e dell’idea insana che la “verità” che si ritiene possedere possa essere affermata con la violenza e con la guerra santa. Il cristianesimo ha peccato su questo piano ma è altrettanto chiaro che, da quasi mezzo secolo, la Chiesa Cattolica si è avviata sulla strada di un coraggioso riconoscimento di questi errori e della revisione delle interpretazioni teologiche che hanno alimentato le tragedie del passato. Perché mai l’Islam dovrebbe essere esente da un simile processo di revisione proprio mentre dal suo seno si levano così forti propositi aggressivi basati su motivazioni religiose? Il discorso del Papa a Ratisbona ha affrontato il tema delle radici teologiche del concetto di guerra santa nell’Islam, con dotte citazioni che non implicavano l’adesione alla lettera della frase di Manuele II Paleologo, ma mettevano sul tappeto “la” questione. Un mondo islamico tollerante e aperto al dialogo avrebbe dovuto cogliere questo discorso come un’occasione di riflessione e di confronto. Abbiamo invece assistito a un’esplosione di minacce e violenze, in forme disonorevoli per chi le ha pronunciate e messe in atto.
È curioso. Per duemila anni gli ebrei hanno visto attaccata la loro religione nelle forme più truculente. Eppure nessuno ha mai pensato di rispondere con la minaccia di morte nei confronti di coloro che denigravano la religione ebraica. Al contrario. Quando non si trattava di accuse volgari – magari sfocianti nella solita tematica del deicidio – ma di critiche, esse venivano discusse, confutate e magari ribaltate razionalmente. È forse illegittimo difendere propria fede e criticare i principi dell’altra, fino a che si resta entro i giusti limiti della critica rispettosa?
Si pensi alla celebre disputa di Barcellona (1263) tra il rabbino Moshe ben Nachman (Nachmanide) e il predicatore cristiano Pablo Christiani. Rileggerla è istruttivo, perché Nachmanide vi sosteneva le ragioni della fede ebraica e confutava i principi del cristianesimo in modo assai fermo e pungente. Nella disputa, Christiani non si accontentò di replicare. Accusò Nachmanide di aver offeso la fede cristiana, e scatenò un’ondata di terrore, imponendo la conversione forzata a masse di spettatori della disputa. Questi venivano arruolati per contestare violentemente Nachmanide, fino a creare un clima di violenza tale che il confronto si concluse con l’esilio del rabbino in Palestina. Se pensiamo alle frasi “offensive” con cui Nachmanide negava la divinità di Cristo e contestava la “falsità” dei dogmi della religione cristiana, e seguiamo la logica di Luzzatto, Nachmanide avrebbe dovuto chiedere scusa alla Chiesa, all’Inquisizione, e anzi le scuse non sarebbero bastate. Avrebbe dovuto aprire un dialogo politico…
Per secoli, il cristianesimo ha rimproverato all’ebraismo di non aver assimilato l’idea della carità ed è stato ricambiato – penso, per restare a tempi recenti, agli scritti del rabbino Elia Benamozegh, noto anche come il “Platone dell’ebraismo italiano” – con l’accusa di ignorare l’idea della giustizia. Non trovo nulla di male in simili reciproche contestazioni, fino a che sono condotte sul terreno della dottrina e del confronto civile delle opinioni. I guai iniziano quando queste contestazioni degenerano sul terreno della denigrazione e dell’incitamento all’odio e, infine, sul terreno della persecuzione. L’ebraismo è stato vittima di tale degenerazione per duemila anni, e lo è ancora – religione di scimmie e porci, secondo una locuzione corrente in quegli ambienti che, secondo Luzzatto, dovrebbero ricevere le scuse, e qualcosa di più delle scuse, del Papa. È quindi con profondo imbarazzo che si assiste al fatto che un intellettuale ebreo, che si proclama laico e si fregia del titolo di ex-presidente delle comunità ebraiche italiane, si schieri dalla parte del fanatismo e dell’intolleranza.
Giorgio Israel
giovedì 7 settembre 2006
IN LIBRERIA

"Liberarsi dei demoni. Odio di sè, scientismo e relativismo", Editore Marietti 1820, Milano-Genova, 2006, pp. 332, € 20,00
DALLA PREMESSA:
I “demoni” sono il mito della palingenesi sociale e il mito della gestione scientifica dei processi sociali. Essi hanno alimentato le ideologie dei totalitarismi del secolo scorso, sono all’origine delle tragedie che hanno squassato l’Europa e l’hanno condotta verso un declino di cui è da temere l’irreversibilità. Tanto più il timore è fondato quanto più i demoni sono ancora vivi e vegeti e contagiano l’Occidente sotto la forma dell’ideologia del relativismo assoluto, di uno scientismo meccanicista che mina alle basi una visione umanistica della società e di un corrosivo “odio di sé”. Quest’ultima manifestazione ha origine nell’idea aberrante che l’umanità debba essere ricostruita dalle fondamenta ed esprime un male caratteristico dell’Occidente moderno: si tratta di quella capacità – così bene descritta da François Furet – di generare uomini che odiano l’aria che respirano senza averne mai conosciuta un'altra. Le manifestazioni più estreme di questa malattia – Lager e Gulag – esprimono nel modo più evidente quei miti fondatori: mitologie palingenetiche (politica razziale o programma di purificazione sociale), gestione scientifica dei processi sociali (deportazione, lavoro forzato, sterminio di massa). Purtroppo l’Europa compie continue azioni di penitenza per i mali commessi ma non sembra aver compreso le cause della malattia. L’“odio di sé” si manifesta in forme marcate nelle ideologie del postcomunismo e del pacifismo alterglobalista e anti-occidentale; mentre l’adesione acritica all’ideologia scientista assume le forme di un relativismo di radicalità estrema che nega ogni spazio all’etica, alla morale e alla religione nella vita pubblica, e oltretutto nega il valore conoscitivo della scienza, contribuendo così ad un ulteriore degrado culturale e civile.
I demoni rappresentano oggi la quinta colonna di un attacco all’Occidente di cui è protagonista l’integralismo islamico. Sconfiggerli è una condizione necessaria perché questo attacco non abbia successo e perché il tragico cammino verso la barbarie iniziato nel Ventesimo secolo venga interrotto. È una sconfitta che richiede una battaglia culturale, civile e morale che ha come fronte primario quello dell’educazione, oggi sempre più in preda a spinte distruttive. Si può obbiettare che i temi qui sviluppati sono troppo astratti rispetto all’urgenza delle drammatiche sfide che ci stanno di fronte. A ciò rispondiamo che il richiamo alla “concretezza” è l’ideologia della mediocrità che, sfiorando i problemi in superficie, porta a ignorare la realtà e quindi alla peggiore astrattezza.
Il libro si compone di due parti. La prima è costituita da un saggio che sviluppa queste tematiche nella loro generalità. La seconda parte raccoglie una serie di contributi più specifici che spaziano dall’analisi delle forme dello scientismo, al rapporto tra scienza, etica e religione, con particolare riferimento al recente dibattito sui temi della procreazione assistita e delle biotecnologie.
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