domenica 23 maggio 2010

Alle ultime battute dell'interminabile percorso del regolamento per la formazione iniziale degli insegnanti


Esiste un generale consenso nel desiderare che i nostri figli possano contare su una scuola che li prepari più degnamente, una scuola che riesca a qualificarsi ai primi posti a livello internazionale. Forse però non è chiaro a tutti che, per ottenere questo, bisogna cambiare mentalità, indirizzi scolastici, obbiettivi di apprendimento. Tanto per fare qualche esempio, non possiamo pensare di andare avanti assegnando come obbiettivo l’apprendimento delle tabelline in terza elementare, quando un bambino indiano o cinese le conosce a cinque anni. Non possiamo pensare che in prima elementare la maestra dica «Aprite il libro a pagina tre, due», perché non può dire “trentadue”, in quanto nella prima non si può andare oltre il numero venti. È esperienza comune che un bambino possa apprendere a contare e avere un’idea “ordinale” dei numeri fin da tre anni. Anzi, contare quasi sempre diventa per lui una delle attività più entusiasmanti. Ma nelle scuole materne è vietato parlare di numeri. Si ciancia di baggianate come l’acquisizione della nozione di spazialità (“sopra”, “sotto”, “davanti”, “dietro”) e di temporalità (“prima”, “dopo”) ma dal leggere, scrivere e contare ci si tiene lontani come dalla peste.
Tutti sanno che quanto più si è piccoli tanto più è facile apprendere una lingua. Nelle famiglie i cui genitori sono di nazionalità diversa è sufficiente che ognuno di essi parli ai figli nella sua lingua perché questi diventino bilingui fin da tre-quattro anni. Ma se si ritarda l’insegnamento di una lingua a sette-otto anni e oltre, tutto diventa più lento e difficile. Parliamo tanto, a vanvera, di educare bambini che sappiano perfettamente l’esperanto dei nostri giorni, l’inglese, ma l’insegnamento di questa lingua inizia in modo carente e poco intensivo soltanto dalle elementari. Non sarebbe sensato che fin dalle scuole materne i bambini sentano parlare, ovviamente in termini semplici e giocosi, anche in inglese?
Invece no. Ritardiamo i processi di apprendimento in nome dell’idea che i bambini non vanno tormentati e oppressi, quando chiunque sa che un bambino è tanto più nervoso, annoiato, distratto e mentalmente labile quanto più non viene impegnato in svariate attività.
È in corso un intenso impegno nella riscrittura delle Indicazioni nazionali per la scuola, che ha avuto inizio con i Licei e che dovrà investire tutto il primo ciclo, dalla scuola materna alle scuole secondarie di primo grado. È da attendersi una forte riqualificazione dei percorsi di studio che prepari i giovani a livelli adeguati per le sfide che ci stanno di fronte, tanto più difficili a causa della crisi da cui siamo travolti. Ma tutto si tiene. Questi nuovi obbiettivi di apprendimento non serviranno a molto se non saranno gestiti da insegnanti capaci, motivati e preparati. Perciò, non soltanto la valutazione degli insegnanti ma anche i processi della loro formazione iniziale e della loro formazione in servizio sono altrettanti tasselli fondamentali di un rinnovamento e di una riqualificazione della scuola italiana.
È all’esame della Camera, per il parere finale, un regolamento per la formazione iniziale degli insegnanti che è in gestazione da tempo e sta giungendo alle fasi conclusive di approvazione. Esso contiene molte innovazioni importanti che si spera diano frutti in futuro. Tra queste una delle più delicate e difficili, che sta sollevando perplessità e dubbi, è la creazione di una laurea per la formazione dei maestri della scuola primaria dell’infanzia unificata e a ciclo unico quinquennale. Ci si chiede: ma è davvero necessario un percorso così lungo anche per le maestre delle scuole dell’infanzia? non basterebbe un percorso triennale differenziato da quello delle primarie?
Pur non tenendo conto del fatto che il parere unanime di tutte le Facoltà di Scienze della Formazione è che questa innovazione costituisca un importante e necessario progresso, se quel che abbiamo detto all’inizio ha un senso, è facile capire perché questo sia un punto decisivo. Vogliamo davvero continuare a credere, di fronte alla crisi educativa e dell’istruzione, che la scuola dell’infanzia sia un luogo dove si fanno soltanto girotondi e si cambiano pannolini? È mai pensabile che un insegnante di queste scuole debba avere soltanto un’infarinatura superficiale di materie psicopedagogiche e di tecniche di gestione dei piccoli e non anche una preparazione adeguata a introdurre i bambini alle prime attività di lettura, scrittura, e di quello che Laurent Lafforgue ha bene definito come lo sviluppo di un senso di “intimità” con i numeri? Ma per questo occorre non soltanto essere capaci di far giocare i bambini, ma aver acquisito specifiche conoscenze di cosa sia il concetto di numero, come nasca nella mente, la sua differenza con le lettere (che rappresentano un universo simbolico di ben altra natura), come si sviluppi il procedimento del contare, e saper liberare questa capacità nel bambino. E oltre alle prime introduzioni alla lettura e alla scrittura, non sarebbe male che qualche canzoncina e qualche gioco venisse fatto anche in inglese.
Esistono numerose ricerche internazionali contemporanee che confermano le intuizioni dei fondatori della scuola dell’infanzia che era ben distanti dalle attuali visioni riduttive. Chi voglia saperne di più può leggere il recente libro di Margaret Donaldson, “Come ragionano i bambini” (Springer Italia) che mostra come sia perfettamente possibile costruire prestissimo i primi significati matematici. Recenti esperienze in scuole dell’infanzia, tra cui una illustrata alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre, hanno confermato non soltanto la fattibilità di questo approccio ma anche i grandi vantaggi che ne derivano per i bambini, che si mostrano più interessati, motivati e capaci di iniziativa.
I compiti che stanno di fronte a un insegnante dell’infanzia che affronti la sfida di educare dei bambini che non diventino ritardati non sono meno gravosi e complessi di quelli che stanno di fronte a un insegnante delle elementari, e non richiedono minore preparazione e competenza. È inoltre certo che l’unificazione delle lauree non potrà che essere un motivo di soddisfazione per gli insegnanti delle scuole dell’infanzia e produrre un sentimento di maggiore considerazione del proprio ruolo. Senza dire che va anche considerato l’enorme vantaggio che può derivare da una intercambiabilità dei ruoli, che può permettere a un insegnante di passare da una scuola all’altra, creando situazioni più soddisfacenti sul piano personale, e la possibilità di trasferire esperienze da un contesto all’altro. Inoltre, diminuendo la rigidità dei ruoli si crea una possibilità di una collocazione adeguata del personale insegnante.
Per tutte queste ragioni è da augurarsi che questo punto qualificante della nuova normativa della formazione iniziale degli insegnanti resti intatto, sempre nell’ottica che “tutto si tiene” e ricordando che, se vogliamo puntare a una scuola di qualità, non possiamo creare falle in cui vadano a disperdersi gli sforzi prodotti altrove. 
(Il Giornale, 20 maggio 2010)

30 commenti:

Fabio ha detto...

Gent. prof. Israel,
leggendo il suo blog provo un forte senso di ingiustizia nei confronti di queste piccole personcine a cui vengono tagliate le gambe in partenza, alle quali vengono mortificati tutti i talenti.
La modifica dei programmi di insegnamento è chiaramente un'urgenza: noi così menomiamo intere generazioni, le quali si troveranno agevolmente sorpassate da tutti, cinesi e indiani in testa.
Putroppo in Italia, luogo anti-competitivo per eccellenza, pochi si rendono conto di quale responsabilità sia in carico alla scuola. Decide del nostro futuro come paese ma soprattutto come singoli, e questo vale fino ai gradi più alti di istruzione. Da noi il problema sono sempre e solo i soldi, i posti e gli stipendi: sembra quasi che i ragazzi li si possa istruire dando loro da mangiare banconote.

Inoltre non ho mai capito come mai, perseguendo la linea di non "stressare" i bambini, li si finisce comunque per rinchiudere dentro l'edificio scolastico per sei ore.

Giorgio Israel ha detto...

Speriamo di rifare tutti i programmi entro ottobre (quelli per i licei sono pronti). E quanto alle sei ore, e diciamo pure otto, col tempo pieno, il problema è che non fanno nulla. E il vero stress è questo: perché non c'è nulla che stressi di più della dispersione: induce incapacità di concentrarsi, distrazione, assenza mentale, confusione.

antonella ha detto...

sono un'insegnante d'inglese in una scuola superiore
tutto vero quello che dice sulla naturale capacità di un bambino piccolo ad imparare l'inglese
ma perchè l'insegnamento di questa lingua così importante viene affidato a maestre che hanno fatto solo qualche corso, e poi perchè non ha pensato di aumentare le ore, nella scuola elementare? Come si può pensare che un'ora sia abbastanza?? Perchè raccontate alla gente che alla scuola superiore viene potenziato l'inglese, mentre invece viene ridotto, ovunque? Perchè spacciare per novità l'insegnamento dell'inglese al liceo classico, visto che l'inglese viene insegnato al liceo classico, in tutte le classi, DA ALMENO 20 ANNI (anche se solo sulla carta è rimasta una sperimentazione)???
Perchè un uomo così colto e super partes, che scrive cose così sensate , per esempio sulla dislessia (ho un'alunna dislessica, e vorrei farle leggere quella specie di diagnosi che l'USL ha fatto) si abbassa a avvallare simili BUGIE. Perchè un uomo come lei avvalla la sottrazione di fondi alla scuola statale, e la correspensione di fondi alla scuole private?
Per favore, mi tolga questi dubbi.
A. Novello

veronicalatini ha detto...

Gentile Professore, sono perfettamente in accordo con lei e spero anche io che questa rivoluzione avvenga. Mio figlio a cinque anni, ora ne ha sei, in un forte periodo di innamoramento verso i numeri che dura tutt'ora mi chiese, "mamma ma 0 è un numero e se è un numero è la fine o l'inizio?" mi venne da ridere e risposi in modo approssimativo e scontato ma poi ripensai a quella domanda e alle domande profonde che generano questi primi approcci alla matematica nei bambini...lei cosa avrebbe risposto?
Spero che questa riforma generi una maggiore consapevolezza del proprio ruolo in chi andrà ad insegnare. Molti insegnanti sono frustrati e fanno questa professione senza passione alcuni entrano in classe e non anno nessua comunicativa ed empatia con i loro alunni. Forse la scelta di chi andrà ad insegnare dovrebbe prevedere anche un percorso che evidenzi un certo equilibrio, una propensione alla comunicazione. Cosa ne pensa?

Giorgio Israel ha detto...

So bene che l'insegnamento dell'inglese a scuola fa pena.Ma chi ha ridotto i corsi di formazione di maestri e insegnanti in questo stato pietoso? Chi ha disastrato la scuola da Berlinguer fino alla Moratti? Ho lavorato anche con una commissione nel ministero Fioroni e non se ne è cavato un ragno dal buco. Forse questo disastro non è responsabilità di chi da almeno vent'anni (sindacati, partiti prevalentemente di sinistra, pedagogisti di stato) controlla la scuola italiana? Ci è stato chiesto, a me e alla mia commissione di proporre un nuovo percorso per la formazione degli insegnanti. Abbiamo fatto un lavoro tecnico con il puro scopo di migliorare la qualità dei nuovi laureati. Se avesse letto i percorsi creditizi della nuova laurea di scienze della formazione che abbiamo preparato come commissione tecnica, si sarebbe resa conto che tutta la componente disciplinare è fortemente aumentata, a partire dalla matematica e incluso l'inglese. Per quel che abbiamo potuto fare, abbiamo cercato di proporre una soluzione migliorativa, malgrado opposizioni feroci che lei non immagina e che sono venute proprio da coloro che oggi si stracciano le vesti e chiamano alla lotta contro la Gelmini. E costoro stanno tentando con tutte le forze di stravolgere il regolamento che abbiamo elaborato. Se ci riusciranno - facendo passare richieste che non voglio neppure nominare - sarà il trionfo delle solite pressioni corporative. Cara professoressa, io e i miei colleghi non abbiamo alcun controllo politico. Io non avvallo un bel niente e non troverà modo di dimostrare che difendo bugie. Non ho mai speso una sola parola a favore della sottrazione di fondi alla scuola statale. Anzi, dico apertamente qui - tanto non faccio che confermare quel che ho scritto in tanti articoli - che difendo a spada tratta la scuola statale. Tutti i miei figli sono sempre andati e vanno nelle scuole statali. Così come difendo l'università pubblica e non mi piace per niente il tentativo confindustriale di appropriarsene. Ciò detto, quel che sta accadendo è anche colpa di una situazione insostenibile di cui portano la massima responsabilità sindacati e forze politiche che hanno usato il sistema dell'istruzione come sacca per assumere disoccupati. Uno scandalo. Quel che faccio e ho fatto è un modesto contributo volto a riqualificare la formazione degli insegnanti e le indicazioni nazionali (programmi) per le scuole. Se questo è cercare di affossare la scuola statale... Per il resto, non ingigantisca quel che posso fare: è quasi niente e certamente alla fine contano le decisioni politiche. Ma, di fronte a tanto disastro, è giusto tentare di fare tutto ciò che è possibile - nei limiti consentiti - per salvare il salvabile? Oppure è meglio stare alla finestra gridando allo scandalo? Le assicuro che se si richiudessero tutti gli spazi mi vedrebbe a quella finestra. Per ora sono contento di aver contribuito a un regolamento per la formazione valido e migliorativo, e ancor di più a delle nuove indicazioni nazionali per i licei culturalmente degne. E spero che si possano estendere alle scuole di ogni ordine e grado. Questo è quanto. Cerchiamo di ragionare e di non aggredire così senza riflettere.

Giorgio Israel ha detto...

E a Veronica Latini aggiungo che potrei portare tante testimonianze della passione per i numeri che si può inculcare. Quando penso a mio figlio che, a due anni e mezzo, sullo zaino per bambini con cui lo portavo in montagna, avendo appreso il meccanismo del contare, mi fece venire il mal di testa contando un numero dopo l'altro per tutta la gita... e poi chiedeva "esistono tutti i numeri" (domanda straordinaria)... trovo orripilante lo spreco di intelligenza e capacità che viene fatto a scuola, fin dalla scuola dell'infanzia.
Quanto al progetto per la formazione, è quasi due anni che va avanti come la diligenza di Ombre rosse. Speriamo di arrivare in citta senza morti e feriti e con il progetto intatto... Ma i tentativi di vanificarlo sono stati e sono impressionanti. Troppi non si rendono conto che le forze più conservatrici della scuola sono proprio quelle che dichiarano di battersi a suo favore, in realtà per mantenere i privilegi con cui l'hanno dissanguata, per lasciarla in mano a sindacati rapaci e pedagogisti di stato.
Se passerà il nostro schema di laurea di scienze della formazione non sarà più possibile diventare maestri con 8 crediti di matematica opzionali con neuropsichiatria infantile... Eppure, sinceramente avrei voluto molto di più. Molto più inglese, matematica, storia e geografia. Ma se qualcuno, come la signora Antonella, si desse la pena di confrontare il nostro percorso creditizio con quelli vigenti nelle varie università (basta andare in rete) si renderebbe conto della rivoluzione. Ripeto, mi pare soltanto aver turato metà della falla e se dicessi di essere soddisfatto, mentirei. Ma il vero problema è che passi almeno questo. Questa è la scuola italiana, cari signori. Aprite gli occhi.

antonella ha detto...

La ringrazio molto per la risposta, che è una conferma della sua grande apertura al dialogo e al confronto. Davvero ammirevole per una persona del suo calibro.
Tuttavia, fermo restando che non sarà stato Lei a decidere il nuovo quadro orario delle scuole superiori, rimane questo fatto: l'insegnamento dell'inglese in tutte le classi (a parte, mi pare, nei licei linguistici) subirà una decurtazione, ma in tutti i tg, in TUTTI I GIORNALI si è sentito e si è letto il contrario. La gente, che poi va a votare, che poco o nulla sà di scuola, si è abbeverata a questa notizia. Grandi sforzi facciamo noi, insegnanti di inglese, per far apprendere questa disciplina, a classi di 30, 28, 27 alunni, con conoscenze spesso molto eterogenee, quando anche in un paese che saremmo tentati a considerare meno "evoluto" del nostro, come la Polonia , l'insegnamento delle lingue straniere viene fatto per livelli, e i gruppi sono al massimo di 12, 13 alunni. Grandi sforzi per aggiornarci, pagando a nostre spese corsi di aggiornamento linguistico all'estero, non potendo usufruire ogni anno delle borse di studio per la formazione in servizio della Comunità Europea. Se faccio un confronto con l'inglese da me appreso durante il liceo, posso dire (e, mi creda, non per partigianeria), che grandi passi sono stati fatti, e questo solo grazie alla buona volontà degli insegnanti, animati soltanto dalla passione per il proprio lavoro, unico incentivo a fare meglio che esista nel nostro sistema scolastico. E, purtroppo, gli effetti di questi sforzi saranno ulteriormente ridotti, a causa di una riforma che prevede che in classe, per insegnare la mia materia ci vada per un numero inferiore di ore di quelle finora previste.

Giorgio Israel ha detto...

Con i quadri orari non c'entro nulla. Dico soltanto che non so quale ministro avrebbe potuto nella situazione economica attuale non fare dei tagli in una scuola resa pletorica da politiche folli (ha mai visto la lista delle sanatorie fatte dal 1981 in poi?). Penso che si sarebbe potuto fare di meglio se non avessimo tra i piedi materie fasulle come "cittadinanza e costituzione" (ultima giaculatoria in onore dei pedagogisti di stato). Anche in questo caso non mi sono certo trattenuto dallo scrivere quel che pensavo in un articolo. Ricevendo in cambio un bidone di insulti.
Come ho detto, ho lavorato sulla formazione iniziale degli insegnanti che è ora alla commissione cultura della camera. E speriamo che alla fine esca fuori indenne, dopo 2 (due!) anni di attesa che ha esasperato giustamente migliaia di giovani (e per colpa di chi? delle innumerevoli ostruzioni). Magari quei giovani scenderanno in piazza assieme a coloro che hanno fatto di tutto perché il progetto non passasse... Ho lavorato sulle indicazioni nazionali dei licei che difendo senza riserve, mentre non mi piacciono affatto quelle dei licei tecnici, ispirate al solito gergo pedagoghese stile legge Moratti e strutturate sulla "trimurti" (conoscenze/competenze/abilità). E se vogliamo dirla tutta, non sono per niente d'accordo sull'introduzione della certificazione delle competenze: ho anche scritto un articolo invitando il ministro a rinunciarvi e sono stato preso in giro perché nessuno mi ha dato ascolto. Come vede, non è che poi conti molto...

antonella ha detto...

e poi come si può pensare che l'innalzamento del numero di alunni per classe (mi sembra voluto dall'attuale minstro, o mi sbaglio anche su questo?) possa favorire la comuicazione, e l'empatia con gli alunni, auspicati per esempio dalla signora Veronica?
Ha mai insegnato la signora Gelmini in un istituto professionale del 2010?
Quando mio padre andava alla scuola elementare, tra il 1936 ed il 1940, le scuole erano composte di 40 alunni, certo. Alcuni dei compagni di classe di mio padre, in terza elementare, avevano 12, 13e persino 14 anni. Allora una maestra riusciva ad avere quaranta alunni per classe, ma non perchè era più brava, o meno sindacalizzata. Chiunque è in grado di comprendere che questa non è la ragione.

antonella ha detto...

ah, per quanto riguarda le competenze, condivido al 100% quello che dice. Ho girato il suo articolo a due colleghi che stimo molto, e a mia sorella, docente di matematica in un liceo scientifico. Pure lei è d'accordo...

Fabio ha detto...

E quanto alle sei ore, e diciamo pure otto, col tempo pieno, il problema è che non fanno nulla. E il vero stress è questo

Certamente stare a non far nulla è peggio di ogni altra cosa ma, in generale, lei non trova una componente massificatrice nel far trascorrere ai bambini tutto quel tempo a scuola?
Tutto il loro apprendere, tutta la loro crescita è catalizzata da una realtà istituzionalizzata (che può funzionare bene ma anche male).

Io ho ventisei anni e quando frequentavo la scuola elementare facevo quattro ore di lezione. Tornato a casa facevo i miei compiti e a quel punto avevo del tempo per una crescita squisitamente personale.
Certo, ero fortunato, perché stavo in una casa con tanti libri e mio padre, che già non lavorava più, poteva occuparsi di me (ma se ne facessimo solo una questione di custodia dei figli sviliremmo parecchio la scuola).

Io, da liberale, amerei una scuola "piccola", che faccia bene le poche cose che deve fare, e maggiore spazio per l'individualità.
Butto lì un esempio: se un bambino oggi volesse andare da un maestro di pianoforte, con orari simili dove troverebbe il tempo e le energie?

Giorgio Israel ha detto...

Sono d'accordo completamente. Ma le famiglie sono molto meno disponibili e le madri lavorano molto di più. Bisognerebbe affrontare questi problemi.

Teo ha detto...

A proposito delle indicazioni nazionali sui licei: ho inviato a lei (e anche al prof. Bruschi, che mi ha inviato una cortese risposta) alcune considerazioni relative a quelle di filosofia (e nell'email le chiedevo anche l'invio della sua comunicazione su Husserl nell'ambito di un convegno tenuto presso l'Istituto italiano di studi germanici): non ho ricevuto nessuna risposta. Ma l'email le è arrivata?

marcos ha detto...

Infatti ! le madri che lavorano così tanto
non sono cosa buona per la società.
Tuttavia leggo con terrore che l'Europa
non la pensa allo stesso modo; ci collocano
con rimprovero agli ultimi posti e ci chiedono di fare lavorare ancor più donne.
C'e' un disegno globale di perversione ?

veronicalatini ha detto...

Il problema non sono le madri. Sono le madri e i padri, entrambi dovrebbero collaborare e seguire i figli. Per quale motivo dovrebbero essere solo le madri? I figli usufruiscono per diversi aspetti dell'apporto dei due genitori, entrambi indispensabili. Bisogna trovare un difficile equilibrio, rinunciare a mire lavorative egoistiche e magari avere un aiutino dallo stato, con flessibilità di orari ecc...ecc..Ci sono stati Europei che da questo punto di vista potrebbero forse dare buoni esempi. Comunque concordo in pieno, i ragazzi stanno troppo a scuola, o hanno una vita troppo frenetica. Sviluppano poco la loro interiorità, il pensiero fantastico, l'elaborazione dei loro sentimenti e poi le idee migliori vengono mentre si sta oziando........ma non davanti alla tv!!!

Giorgio Israel ha detto...

A Teo. Non trovo alcun messaggio del genere nella mia posta.

Roberto ha detto...

E quanto alle sei ore, e diciamo pure otto, col tempo pieno, il problema è che non fanno nulla. E il vero stress è questo: perché non c'è nulla che stressi di più della dispersione: induce incapacità di concentrarsi, distrazione, assenza mentale, confusione.
Un caso su tutti.
Proprio oggi mia figlia, al rientro dalla scuola, mi racconta che nell'ora di matematica il prof a lei e ad altri tre compagni non fornisce una scheda da compilare per una semplice esercitazione in classe.
Neppure facendoglielo notare riesce ad ottenere quanto le sarebbe dovuto spettare.
Alla mia domanda su come ha impiegato il tempo in quell'ora mi ha risposto:"Mi stavo annoiando e ho iniziato a fare i compiti di grammatica"
Non le verrebbe voglia di prendere a calci nel sedere quel professore?
Beh a me si!!!!

ilaria ha detto...

Ragazzi, un sommesso consiglio: non prendete sempre per oro colato quello che i ragazzi vi raccontano delle vicende scolastiche. Almeno per quanto riguarda il liceo, circa il 75% sono balle che i genitori prendono per oro colato, in quanto i loro piccini, ovviamente, non sanno cosa sia una bugia.

veronicalatini ha detto...

Salve Professore, ha visto che alcune associazioni di genitori stanno chiedendo di inserire nella riforma dei test attitudinali che evidenzino la predisposizione all'insegnamento, l'ho letto oggi. Cosa ne pensa?

Giorgio Israel ha detto...

Non se ne parla neppure. Cosa sono questi test attitudinali, e soprattutto chi li fa? Il processo di formazione prevede una laurea triennale, un esame per l'ammissione a numero programmato, una laurea magistrale con corsi pedagogici e di didattica disciplinare, un anno di tirocinio a scuola con tutor scolastico, accompagnato da corsi psico-pedagogico-relazionali e di didattica disciplinare, una relazione di tirocinio, valutata congiuntamente da scuola e università, il tutto che converge verso la valutazione finale per l'abilitazione. Che cosa si vuole di più? Un esame del sangue o una risonanza magnetica? Oppure un esame da parte di psicologi? Ma ci facciano il piacere, come diceva Totò. Oppure si sottopongano prima, come famiglie, a test attitudinali in quanto genitori.

veronicalatini ha detto...

Anche a me pare più che sufficiente.
E cosa ne pensa, anche se so che non si occupa direttamente dell'argomento, del monitoraggio dei docenti in ruolo? Ovvero, crede sia utile verificare che ad esempio, dopo 10 anni, il docente sia nelle condizioni di continuare ad insegnare o se invece necessiti di un anno sabbatico? Si vedono e si sentono situazioni in aula da parte di docenti demotivati, stanchi, per non dire depressi ecc...
Insomma sarebbe utile un controllo? Oppure sarebbe terroristico?

Giorgio Israel ha detto...

L'anno sabbatico sarebbe una buona idea. Anche se coi chiari di luna che corrono... Qui stanno chiudendo l'Istituto di Alta Matematica... Ma questa tematica deve rientrare in un generale processo di valutazione. C'è un lavoro in corso da parte di una commissione ministeriale (faccio parte anche di questa) ma temo sia una faccenda molto complessa, controversa e anche questa molto costosa. Ma è chiaro che è l'unica via.

Nautilus ha detto...

Le associazioni di genitori hanno messo il dito sulla piaga: ci sono nella scuola troppi insegnanti assolutamente inadatti per questo tipo di lavoro, per il quale le sole conoscenze disciplinari non bastano. Ci vogliono anche altre qualità, difficilmente acquisibili se non le si ha naturalmente o non si è motivati ad apprenderle.
Però la carta dei test attitudinali è una carta della disperazione, davvero, come “misurarle” queste attitudini? Il percorso richiesto dalle nuove norme pur non risolvendo il problema ha se non altro il pregio di operare una certa selezione: si può sperare che solo chi si sente davvero portato verso l’insegnamento sia disposto a praticarlo. Ripeto: sperare.
L’accento posto sulla buona conoscenza della disciplina è giusto, anche se certamente non è una garanzia si tratta comunque di una condizione “sine qua non“, è più difficile diventare buoni insegnanti se non si hanno le idee chiare sulla propria materia.

Giorgio Israel ha detto...

LA COMMISSIONE CULTURA DELLA CAMERA HA DATO IL PROPRIO PARERE FAVOREVOLE AL REGOLAMENTO PER LA FORMAZIONE INIZIALE DEGLI INSEGNANTI CON RILIEVI TECNICI CHE NON TOCCANO IN NULLA L'IMPIANTO DEL PROVVEDIMENTO.

ilaria ha detto...

I test attitudinali sono una strada che, una volta imboccata, non si sa dove porta. Il rischio è di arrivare, piano piano, a uno stato occhiuto che controlla periodicamente la "attitudine" di tutti i suoi funzionari (insegnanti, magistrati, medici, poliziotti), per poi, nel caso, rimuovere chi non è più "adatto".

antonella ha detto...

Gentile prof. Israel,
mi congratulo con Lei per la notizia appena pervenuta. Sono anche molto d'accordo con quello che dice sui test attitudinali.
Ora Lei mi dirà che non sono cose di Sua pertinenza, ma al di là del fatto di occuparsene o meno, penso che chiunque è vicino al mondo della scuola non può non avere un parere anche sulla scelta di aumentare il numero di alunni per classe, fatta dall'attuale ministro. Mi chiedevo, in un commento precedente, se il Ministro avesse mai insegnato in un istituto professionale, con 30 alunni in una classe. Sono certa che anche l'insegnante meglio formato avrebbe qualche difficioltà.
Si vuole migliorare la qualità del servizio, eliminando costosi tempi morti, si dice, e poi si fanno queste scelte, che sembrano dettate solo dalla necessità del risparmiare denaro. A voce si declama che la scuola è importante, con questa riforma taglia posti si fa capire che non lo è affatto, e che meno si spende, meglio è.....
Spero di ricevere un Suo commento. Sono circondata da colleghi ed amici che la pensano come me, e mi interessa molto sentire una voce fuori dal "mio" coro. Grazie.

Teo ha detto...

Mi sembra che la nozione di "anno sabbatico" come la intende Veronica Latini dia adito a molte perplessità: se non ho capito male, viene inteso quasi come un periodo di riposo e di pausa lavorativa dopo 10 anni di insegnamento. E questo non mi troverebbe d'accordo. Mentre mi sembra molto più convincente un anno sabbatico sullo stile di quello concesso ai professori universitari: ed è quello che mi sembra intendere il prof. Israel, almeno dato l'accostamento con l'Istituto di Alta Matematica (la cui chiusura mi sembra un'enorme assurdità, dato che niente ha a che fare con gli enti inutili...). Certo, se non ci sono i soldi per finanziare la ricerca, mi sembra assolutamente inverosimile che se ne possano trovare per concedere un anno sabbatico retribuito agli insegnanti. A quanti poi? Si consideri che i docenti universitari, tra ordinari, associati e ricercatori, sono circa 60.000, mentre i docenti della scuola italiana, dalla materna alla secondaria superiore, sono circa 800.000: se anche un ventesimo di essi dovesse beneficiare dell'anno sabbatico, si dovrebbero pagare gli stipendi a una quantità enorme di supplenti per sostituirli; soluzione oggi palesemente impraticabile.
Forse in futuro, studiando nuove modalità di utilizzazione del personale, si potrebbe pensare a forme di periodi sabbatici, non necessariamente di un intero anno, in cui i docenti possano aggiornarsi adeguatamente presso università ed istituzioni di ricerca, sia in Italia, sia all'estero.

veronicalatini ha detto...

Per Teo.
Per anno sabbatico intendevo esattamente un percorso tipo quello dei docenti universitari, non certo un anno senza far nulla......la sua idea Teo mi sembra ottima ovvero un periodo di assenza dall'aula ma di formazione. Una opportunità per ampliare gli orizzonti e prendere un po di respiro.
Trovo inoltre importante il commento di Antonella sulle classi numerose. A mio parere 30 alunni per classe sono troppi. Qualcuno potrebbe dire che in passato erano 40 ma i tempi sono cambiati, lenuove generazioni sono diverse, i genitori sono diversi. I ragazzi spesso non riconoscono più l'autorevolezza di nessuno a cominciare dal padre e dalla madre, figuriamoci quella di un insegnante!
professore anche io vorrei conoscere il suo pensiero.

Nautilus ha detto...

Ciao Ilaria

il problema non mi sembra tanto quello dello stato "occhiuto" (da noi poi non vede neanche le auto in tripla fila..) quanto che non esiste al mondo metodo per misurare le attitudini. Se mai ci fosse, per gli insegnanti sarebbe giusto venisse applicato.
Scusate, ma mi fate sorridere con l'anno sabbatico contro la stanchezza e la demotivazione, qui ci bloccano il troppo ricco stipendio per 4 anni..mentre ci aumentano il lavoro, perché come diceva Antonella insegnare a 30 studenti (di oggi) è il 50% più faticoso che a 25, è da stamani che sono alla ricerca di motivazioni per non mandare al diavolo tutto e tutti. Poi incontri i ragazzi e vai avanti lo stesso.

Laurade ha detto...

Gentile Professor Israel,
vorrei sapere se la fase transitoria relativa all'accesso al tfa (2012/2013) per coloro che sono in possesso dei requisiti per l'accesso alle SSIS è rimasta invariata.
Cordiali saluti